temi

 

Intendere correttamente le coordinate attuali

di Gianfranco La Grassa
 

 

1. Una posizione sbagliata

Nell'editoriale de Le Monde diplomatique di dicembre, Ramonet scrive: "La terra conosce...una nuova epoca di conquiste, come al tempo delle imprese coloniali. Mentre però gli attori principali della precedente epoca di conquista erano gli Stati, adesso sono le conglomerate, i gruppi industriali e finanziari privati che intendono conquistare il mondo". E' spiacevole dover polemizzare con chi critica comunque il dilagante neoliberismo attuale, ma è necessario non lasciar correre sciocchezze simili, che annullano qualsiasi memoria storica; tanto più che la devastazione culturale subita dalla "sinistra" rende simili autori, controllori di importanti testate giornalistiche ed editoriali, assai pericolosi per un retto intendere le coordinate dell'epoca attuale.
Ricordo in primo luogo il tanto vituperato (anche dai "sinistri" attuali) Lenin che, nel suo opuscolo del `16 sull'imperialismo, riguardante l'era delle presunte (da Ramonet) imprese coloniali dirette dagli Stati, non solo criticava con molta esattezza, e cognizione dei fatti come delle teorie, la nozione di colonialismo, considerandola appartenente ad una fase ormai nettamente superata dello sviluppo capitalistico (quella dell'accumulazione originaria), ma indicava nel contempo con grande acutezza le varie caratteristiche della nuova era imperialistica, mettendo al quarto e quinto posto la competizione per l'egemonia nel mercato mondiale tra le grandi concentrazioni monopolistiche del capitale e la lotta, anche guerreggiata, tra le grandi potenze (Stati) per la spartizione del mondo in varie aree di dominio e influenza. Non vi è dubbio che Lenin poneva l'accento sulle attività dei grandi monopoli industriali e finanziari, mentre gli Stati erano in fondo considerati, almeno "in ultima analisi", strumenti di questi ultimi.
Se anche guardiamo ai teorici del "revisionismo" (Hilferding e Kautsky in testa), o addirittura leggiamo studiosi "borghesi" come Veblen e Hobson, non troviamo concezioni molto differenti. Tutti sapevano quel che Ramonet (e fior di studiosi radicals e marxisti o pseudotali del giorno d'oggi) hanno bellamente dimenticato: la "nuova" epoca (eravamo alla fine `800, primi anni del `900) era caratterizzata dalla più esasperata competizione intermonopolistica, tra imprese giganti. Gli Stati erano attori "derivati", in quanto gli apparati politici, in particolare quelli addetti alle operazioni militari, sviluppavano le loro attività in stretta combinazione con le strategie interconflittuali dei gruppi imprenditoriali dominanti nei vari paesi capitalistici. Il resto è pura invenzione, non sempre dovuta a mala fede, ma comunque sempre all'abitudine degli odierni giornalisti e superficiali studiosi di ripetere in continuazione, a guisa di giaculatorie, le stesse formulazioni, che partono dal falso presupposto di un'epoca completamente nuova e diversa dal passato; laddove diversità e novità sono in gran parte il risultato dell'oblio del passato, anche di quello di pochi decenni fa.
Non si tratta semplicemente di un errore, poiché segnala anche qualcosa d'altro, che tuttavia non è possibile tratteggiare in questo troppo breve scritto. Cerchiamo invece di reimpostare, pur per cenni, uno schema d'analisi che ci possa aiutare a comprendere quel che sta avvenendo.

2. Stato e capitale

Nella fase di transizione al modo di produzione capitalistico, in particolare in quella fase denominata accumulazione originaria del capitale, importante è stata la funzione dell'istituzione detta Stato; e tuttavia non è certo quest'ultima ad aver dato origine al suddetto modo di produzione, poiché ne ha solo coadiuvato l'affermazione, legata ad altri fattori sui quali non è certo il caso di soffermarsi in questa sede. Una volta consolidatasi quella data organizzazione dei rapporti sociali (la formazione sociale capitalistica), il cui nucleo strutturale interno è costituito dal modo di produzione in oggetto, la configurazione di detti rapporti si articola secondo alcuni livelli fondamentali, sintetizzabili nei tre decisivi indicati come l'economico, il politico, l'ideologico. Lascio perdere l'ultimo, malgrado la sua rilevanza - soprattutto in date epoche quali quella odierna - e mi concentro sugli altri due. Economico e politico si sono, in ultima istanza, "coagulati" attorno a due fondamentali insiemi di apparati, insiemi che hanno preso tradizionalmente le denominazioni di impresa[1] e Stato.
Il fatto che l'impresa abbia una decisiva influenza sulla politica e che le funzioni svolte dallo Stato siano sempre rilevanti per l'esercizio delle attività economiche non deve trarre in inganno. Impresa e Stato sono (insiemi di) apparati con ruolo e funzioni differenti, anche se convergenti nel favorire la riproduzione dei decisivi rapporti di produzione capitalistici. L'impresa è innanzitutto caratterizzata dalla scissione tra due ruoli nettamente distinti e divaricantisi, scissione che tuttavia l'impresa soltanto riproduce e amplifica poiché essa è fondamentalmente il risultato della più complessiva scissione della società in due "classi" distinte, scissione prodottasi durante il già ricordato processo storico dell'accumulazione originaria del capitale[2]. Tale scissione è quella tra chi ha e chi non ha il controllo (reale) dei mezzi di produzione; essa "produce" quindi il rapporto tra dominanti e dominati nella sua storicamente specifica forma capitalistica. Quella che Marx indicò come sottomissione prima formale e poi reale del lavoro al capitale è il processo tramite cui detta scissione sempre si riproduce, e si allarga e approfondisce riproducendosi, trovando nell'apparato impresa il suo particolare "strumento".
In quest'ultima viene invece prodotta, per suo intrinseco funzionamento (diretto alla competizione mercantile), un'altra scissione: tra direzione tecnica delle diverse partizioni (dipartimenti, divisioni, ecc.) dell'impresa stessa e direzione addetta alle strategie conflittuali interimprenditoriali. La prima rivolge prevalentemente la sua attenzione ai problemi interni alle diverse partizioni imprenditoriali (ivi comprese quelle che riguardano il reperimento di fattori o la vendita dei prodotti finiti, oltre a quelle direttamente produttive, cioè trasformative) e al loro reciproco coordinamento, agendo secondo i principi della razionalità strumentale, più o meno limitata che essa sia. La seconda è proiettata prevalentemente all'esterno e applica strategie di "guerra" (in senso lato), guidate da una razionalità differente rispetto a quella più strettamente legata al principio del massimo risultato con il minimo impiego di mezzi. Gli agenti direttivi di tipo tecnico costituiscono sia i livelli elevati dei cosiddetti ceti medi sia frazioni subordinate di classe dominante, subordinate cioè all'altra "classe" (delle strategie imprenditoriali), che è la vera frazione dominante tout court[3].
Nello Stato, prescindendo dalla sua genesi e costituzione (che pure ha grande rilevanza), possiamo distinguere innanzitutto un insieme di apparati che svolgono funzioni dette "pubbliche", attinenti alla regolamentazione formale generale dei processi riproduttivi dei rapporti della formazione sociale a modo di produzione capitalistico, fra i quali assumono predominanza quei processi riproduttivi intrinseci alla sfera della produzione, scambio e distribuzione delle merci. Le funzioni "pubbliche" generali sono il risultato dell'apprestamento di particolari processi di lavoro, nel cui ambito si formano le consuete gerarchie piramidali, non derivanti però da una competizione mercantile tra i vari apparati statali[4]. Proprio per la generalità formale delle funzioni "pubbliche" - che favorisce la formazione di una particolare ideologia da "servitori dell'interesse collettivo" - gli individui che ricoprono i ruoli bassi di dette gerarchie non possono considerarsi veramente appartenenti alle classi dominate, così come quelli che occupano i posti di vertice non sono in genere dei dominanti, pur se ai dominanti tendono a restare costantemente "fedeli". L'insieme delle gerarchie in questione va sotto la denominazione di burocrazia, che non è quindi mai una classe o frazione di classe dominante.
Troppo spesso lo Stato viene identificato semplicemente con questa pura burocrazia, per cui ne nasce l'idea d'esso come mero "comitato d'affari della borghesia" (Marx), cioè come semplice strumento, macchina, al servizio della classe dominante. In realtà, sotto l'egida e la forma dell'interesse generale, di tipo "pubblicistico", appare l'intera (o quasi) sfera della società definita come politica. Tale sfera è uno spazio sociale in cui si sviluppano pratiche specifiche che, dietro la maschera dell'ideologia del "servizio per la collettività", portano all'ascesa di particolari frazioni di dominanti.
"Storicamente", due sembrano essere stati i tipi di pratiche che hanno condotto in tale direzione. In primo luogo, anche dal punto di vista cronologico, si è trattato dell'esercizio di funzioni che tendono sia ad affermare la potestà di normazione e regolamentazione dello Stato, in merito a rapporti strutturanti una determinata popolazione abitante un dato territorio considerato come una nazione[5], onde consentire la dominazione in essa della classe degli agenti capitalistici; sia, soprattutto, ad esplicare la potenza statale verso l'esterno - verso altre popolazioni, altre nazionalità, quindi altri Stati - per promuovere la formazione di una struttura mondiale dei rapporti intercapitalistici confacente alla supremazia della propria classe di agenti capitalistici dominanti. In secondo luogo, ci si riferisce all'esercizio di funzioni implicanti il controllo e impiego di importanti quote del reddito nazionale prodotto, il cui fine dichiarato è sia l'attenuazione delle onde del ciclo economico (per evitare crisi di grande portata) sia l'attuazione di politiche di redistribuzione del reddito stesso onde impedire troppo gravi squilibri sociali e diminuire i rischi di acuti conflitti tra "classi", che potrebbero mettere in discussione il dominio dei più decisivi agenti della riproduzione capitalistica (quelli delle strategie interimprenditoriali).
Nella sfera economica della società capitalistica emergono in dominanza gli agenti delle politiche conflittuali necessariamente implicate dalla riproduzione dei rapporti che rappresentano il tessuto di detta sfera, cioè dei rapporti mercantili che sono rapporti di competizione tra imprese. Nella sfera politica emergono in dominanza, soprattutto, gli agenti di politiche aggressive verso l'esterno (di quel dato Stato, di quella data "nazione", ecc.) di carattere latamente "militare"[6], nonché gli agenti del controllo e impiego di quote del reddito nazionale avocate alla sfera detta "pubblica" (di "servizio generale", per la "collettività intera"), impiego che possiamo definire, all'ingrosso, "spesa pubblica"[7].
Gli agenti dominanti nella sfera economica - che, nel capitalismo tradizionale del resto ormai rimondializzatosi, è prevalentemente "privatistica" - e quelli dominanti nella sfera politica - non coincidente, ma comunque prevalentemente organizzata in senso "pubblico", soggiacente alla trasfigurazione ideologica dell'agire per l'interesse generale della collettività - rappresentano, in simbiosi fra loro, le due frazioni fondamentali della "classe" dei ruoli dominanti nella formazione sociale a modo di produzione capitalistico. Entrambe queste frazioni, come si sarà notato, svolgono politiche, anche se di tipologia differente e per fini diversi eppur convergenti nel favorire la riproduzione dei rapporti caratteristici di detta formazione sociale, riproduzione che non può avvenire se non nella forma essenziale del conflitto reciproco tra gruppi vari di agenti dominanti delle diverse frazioni; essendo decisivo, per la sopravvivenza della forma capitalistica di società, che la riproduzione tramite conflitto si attui, "in ultima istanza", sotto la prevalente influenza dei processi - sociali, cioè di produzione e riproduzione di rapporti tra "classi" di ruoli - che si svolgono nella sfera economica della società stessa.

3. Le classi dominanti nelle diverse fasi dello sviluppo capitalistico.

Non starò qui a ripetere le mie considerazioni sulle fasi mono o policentriche[8]. Ricordo solo che durante una fase monocentrica non cessa la specifica conflittualità intercapitalistica (interimprenditoriale), che si esplica però sotto il complessivo controllo e orientamento sia economico che politico da parte di un sistema coordinatore, sempre costituito, almeno finora, dal complesso imprenditorial-finanziario e dall'apparato statale di un determinato paese. Il liberismo, quanto meno sul piano del commercio internazionale, è sempre la politica cardine di una fase monocentrica, poiché il paese centrale - che lo è in termini economici, finanziari, tecnologici, spesso culturali e sempre come potenza dello Stato (in particolare quella "militare") - ha il massimo interesse a che i flussi mondiali di merci e capitali non vengano intralciati, poiché in essi si afferma appunto la sua supremazia.
Malgrado la sua prevalenza nelle discussioni sia teoriche che politiche in voga nel secondo dopoguerra, il cosiddetto keynesismo non ha dominato la scena per quanto concerne le pratiche relative alle relazioni economiche internazionali. Semmai, si può ben dire che il liberismo è restato spesso al livello della pura affabulazione ideologica, poiché la "libertà" degli scambi nell'area del capitalismo sviluppato occidentale veniva garantita dalla potenza politico-militare USA, che non ammetteva intralci all'estrinsecarsi della supremazia del proprio sistema, e "metteva in riga" (o almeno faceva tutto il possibile in tal senso) coloro che tentavano di sottrarsi ad essa, andando talvolta incontro a qualche difficoltà solo per la presenza del cosiddetto campo "socialista". Le politiche keynesiane, pur essendo state in un certo senso lanciate ante litteram (cioè prima della stessa teorizzazione di Keynes) negli USA durante il New Deal, caratterizzarono nel dopoguerra soprattutto l'attività degli Stati in Europa e in Giappone. Tali politiche, del tutto interne ai paesi non centrali del campo capitalistico (tradizionale), erano nell'interesse non solo di questi ultimi (ricostruzione postbellica, attenuazione dei conflitti sociali resi ancor più pericolosi dalla presenza, e vicinanza persino geografica, del campo "socialista"), ma anche del sistema economico-imprenditoriale centrale - che non a caso favorì l'innesco di tali politiche con il piano Marshall - poiché accresceva le dimensioni dei mercati di sbocco delle merci e dei capitali da detto sistema provenienti.
Rifacendomi a quanto delineato nel secondo paragrafo, possiamo ben dire che il primo trentennio del dopoguerra è stato caratterizzato dalla supremazia, all'interno del campo capitalistico (tradizionale), della classe dominante USA, nelle sue due frazioni (in simbiosi) degli agenti delle strategie grande-imprenditoriali e di quelli delle politiche esterne dello Stato di carattere latamente "militare"[9]. Nei paesi non centrali, al contrario, agli agenti dominanti della sfera economica si unirono le frazioni "pubbliche" - volgarmente denominate "borghesia di Stato" - che controllavano la spesa statale, con crescenti deficit di bilancio (secondo i dettami, non troppo rettamente intesi e applicati, della teoria keynesiana), e ne orientavano le direzioni di impiego. Si può dire, anzi, che tali politiche provocarono l'assuefazione delle dirigenze grande-imprenditoriali all'assistenza da parte dello Stato (paradigmatica al riguardo proprio l'Italia), con forte crescita del potere della cosiddetta "borghesia di Stato"[10] e perdita di competitività, accompagnata da elementi di parassitismo, delle grandi imprese "private", situazione dalla quale, almeno nel nostro paese, non siamo ancora complessivamente usciti.
A partire dagli anni '80, ed in particolare dopo il crollo del sistema "socialista" e la rimondializzazione di quello capitalistico, si parlò spesso di un declino del capitalismo statunitense e dell'affermarsi di un mondo tripolare con USA, Germania (ed Europa) e Giappone quali poli concorrenti. Nel '93 uscì poi un libretto, abbastanza giornalistico ma intelligente, del francese Michel Albert, in cui si parlò dello scontro in atto tra due modelli di capitalismo, quello anglosassone e quello renano (in realtà anche giapponese), che in effetti parlava del conflitto tra due politiche delle classi dominanti capitalistiche: quella (neo)liberista e quella, detta in senso lato, (neo)keynesiana. Molti, compreso chi scrive, trovarono illuminanti le tesi ivi esposte, che tuttavia presentavano ampi margini di ambiguità e di conseguente opacizzazione della realtà.
Il fatto che sembra decisivo è che, nel capitalismo detto globale cioè, in realtà, rimondializzatosi, il sistema centrale statunitense non garantisce più il relativo coordinamento dell'insieme, non controlla più adeguatamente la conflittualità interimprenditoriale né riesce a piegarla alle esigenze di una, almeno parzialmente, ordinata riproduzione dei rapporti decisivi della formazione sociale mondiale. Lo sviluppo degli uni non è più così coerente con quello degli altri, anzi spesso avviene contro questi altri. Nei paesi non centrali (appunto Europa e Giappone in primo luogo) è di fatto esplosa l'alleanza, la simbiosi, tra frazioni dominanti "pubbliche" e "private", cioè, in questo caso, tra agenti delle strategie del conflitto interimprenditoriale e agenti dell'erogazione della spesa pubblica (in funzione anticrisi e di "pace sociale") e di controllo delle sue direzioni di impiego - con anche la messa in funzione di importanti settori imprenditoriali "pubblici" - a partire dal potere conquistato nella sfera politica (in gran parte statale) della società capitalistica. Nel paese centrale è invece rimasta ben salda la simbiosi tra i suddetti agenti dominanti imprenditoriali e quelli delle attività statali (aggressive) verso l'esterno, quelle latamente definite "militari".
Il neoliberismo - sempre prevalente a livello del commercio internazionale nel campo capitalistico tradizionale, e quindi oggi a livello nuovamente mondiale o, come si dice con troppo fortunato neologismo, globale - è complessivamente garantito, salvo qualche minore intralcio, dalla potenza militare USA, l'unica rimasta in campo, cioè dalla suddetta alleanza tra agenti "pubblici" e "privati" delle classi dominanti, alleanza avente quella forma specifica che caratterizza il paese rimasto comunque ancora centrale, per quanto supposto in declino[11]. Il neokeynesismo, politica che nasce dalla peculiare alleanza tra particolari frazioni "pubbliche" e "private" della classe dominante (quelle più sopra indicate) nei paesi non centrali, è stato invece nettamente indebolito dall'esplosione e profonda ristrutturazione dell'alleanza in questione, e non credo abbia più possibilità di essere resuscitato[12].

4. Conclusioni provvisorie

In particolare, il 1999 è stato l'anno in cui l'alleanza delle frazioni dominanti del centro USA, grazie soprattutto, ma non soltanto, alla posizione unica in campo militare (in senso stretto come lato), ha messo a segno colpi decisivi per la riaffermazione del suo ruolo dominante globale (cioè mondiale). La situazione complessiva sembra caratterizzata da una situazione di semiimperialismo e di politica imperiale da parte della potenza centrale. Essa è, insomma, imperialistica per quanto concerne la ripresa, non coordinata e tendenzialmente disorganizzante il sistema complessivo, della conflittualità di tipo interimprenditoriale, poiché le imprese del centro non hanno più una supremazia così incontrastata - sul piano tecnico-produttivo ed economico-finanziario - rispetto a quelle delle altre economie capitalistiche avanzate. E' tuttavia ancora pienamente imperiale per quanto concerne la netta prevalenza politico-militare di un paese sugli altri, cui, al massimo, viene concesso di accedere alla posizione di subpotenza regionale[13].
La situazione è particolarmente confusa nei paesi non centrali a capitalismo sviluppato, dove all'accresciuta potenzialità delle frazioni dominanti economiche (agenti delle strategie conflittuali interimprenditoriali) non si accompagna al momento una effettiva ristrutturazione delle frazioni dominanti politiche ("pubbliche"); si rileva una decadenza, ma non sempre decisiva e definitiva[14], della "borghesia di Stato" - in realtà, degli agenti assurti a dominanza grazie al controllo della spesa pubblica e al suo impiego mediante politiche latamente definibili come keynesiane - mentre non si notano segni tangibili di una crescita di frazioni dominanti "pubbliche" del tipo di quelle che, negli USA, costituiscono uno dei pilastri del complesso industrial-militare [15].
In una contingenza come quella appena accennata, le stesse frazioni dominanti economiche europee e giapponesi mettono in mostra tutta la loro debolezza politica, pur con buoni punti di appoggio economici, tecnici e finanziari; esse tendono quindi a chinare il capo e a seguire i dominanti USA in tutte le loro avventure, limitandosi a giocare di rimessa e a chiedere, dopo sostanziosi appoggi alle operazioni "militari" statunitensi, di poter allargare qualche loro enclave nel mondo della globalizzazione. Esse sono, al momento, fondamentalmente capitolarde e incapaci di vera iniziativa (in specie politica) propria. Per questo, essendo succubi sul piano delle politiche esterne, sono anche del tutto titubanti circa quelle interne. Vorrebbero sempre la "botte piena e la moglie ubriaca". Parteggiano per un pieno neoliberismo - che gioca sempre, ha sempre giocato (anche all'epoca della centralità inglese nell'800) a favore del sistema centrale - accompagnato però da una continua assistenza da parte dello Stato[16]; vorrebbero la flessibilità del lavoro, in specie dei salari, nonché un attacco alla ricchezza dei ceti medi, al fine di attuare una decisiva redistribuzione del reddito verso l'alto (proprio come negli USA), ma non desiderano correre rischi di eccessive turbative nelle "relazioni industriali", temono di scontrarsi troppo duramente con il malcontento dei suddetti ceti medi, ecc.
Le loro rappresentanze politiche ideali sono dunque, al momento, le "sinistre", ma che siano molto moderate, un bel po' "centriste" con sguardo "a sinistra". Occorrono forze che accettino ormai il neoliberismo, ma abbiano anche una tradizione di uso degli apparati statali, meglio se con forti connotazioni illiberali e autoritarie sostenute da particolari organizzazioni partitiche; che si tratti però di un uso di detti apparati a fini interni, anche se non più, o sempre meno, per la "pace sociale" (con redistribuzione del reddito verso il basso), bensì per ottenere una redistribuzione, graduale e fatta "gentilmente" ingoiare alle "masse lavoratrici", a favore delle grandi concentrazioni imprenditorial-finanziarie. Una vera alternativa a questo tipo di politica non esiste al presente; non a caso le sedicenti "destre" ( o i "centro-destra", tanto è la stessa cosa) vogliono le stesse cose delle "sinistre" (o dei "centro-sinistra"): politiche neoliberiste, redistributive verso l'alto, capitolazioniste nei confronti degli USA, ecc. Soltanto sembrano avere meno numeri, soprattutto organizzativi e di appoggio da parte delle suddette masse, rispetto agli altri.
Situazione confusa, quindi, assolutamente pasticciata e non decantabile se non in periodi lunghi. Ne parleremo semmai in altra occasione, poiché qui volevo solo cominciare a inquadrare, nei limiti delle mie possibilità, alcuni strumenti di analisi della situazione di fase (di lungo periodo).

Gennaio 1999