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1. Una posizione sbagliata
Nell'editoriale de Le Monde diplomatique di dicembre, Ramonet
scrive: "La terra conosce...una nuova epoca di conquiste, come al tempo
delle imprese coloniali. Mentre però gli attori principali della
precedente epoca di conquista erano gli Stati, adesso sono le conglomerate,
i gruppi industriali e finanziari privati che intendono conquistare il mondo".
E' spiacevole dover polemizzare con chi critica comunque il dilagante neoliberismo
attuale, ma è necessario non lasciar correre sciocchezze simili,
che annullano qualsiasi memoria storica; tanto più che la devastazione
culturale subita dalla "sinistra" rende simili autori, controllori
di importanti testate giornalistiche ed editoriali, assai pericolosi per
un retto intendere le coordinate dell'epoca attuale.
Ricordo in primo luogo il tanto vituperato (anche dai "sinistri"
attuali) Lenin che, nel suo opuscolo del `16 sull'imperialismo, riguardante
l'era delle presunte (da Ramonet) imprese coloniali dirette dagli Stati,
non solo criticava con molta esattezza, e cognizione dei fatti come delle
teorie, la nozione di colonialismo, considerandola appartenente ad una fase
ormai nettamente superata dello sviluppo capitalistico (quella dell'accumulazione
originaria), ma indicava nel contempo con grande acutezza le varie caratteristiche
della nuova era imperialistica, mettendo al quarto e quinto posto la competizione
per l'egemonia nel mercato mondiale tra le grandi concentrazioni monopolistiche
del capitale e la lotta, anche guerreggiata, tra le grandi potenze (Stati)
per la spartizione del mondo in varie aree di dominio e influenza. Non vi
è dubbio che Lenin poneva l'accento sulle attività dei grandi
monopoli industriali e finanziari, mentre gli Stati erano in fondo considerati,
almeno "in ultima analisi", strumenti di questi ultimi.
Se anche guardiamo ai teorici del "revisionismo" (Hilferding e
Kautsky in testa), o addirittura leggiamo studiosi "borghesi"
come Veblen e Hobson, non troviamo concezioni molto differenti. Tutti sapevano
quel che Ramonet (e fior di studiosi radicals e marxisti o pseudotali
del giorno d'oggi) hanno bellamente dimenticato: la "nuova" epoca
(eravamo alla fine `800, primi anni del `900) era caratterizzata dalla più
esasperata competizione intermonopolistica, tra imprese giganti. Gli Stati
erano attori "derivati", in quanto gli apparati politici, in particolare
quelli addetti alle operazioni militari, sviluppavano le loro attività
in stretta combinazione con le strategie interconflittuali dei gruppi imprenditoriali
dominanti nei vari paesi capitalistici. Il resto è pura invenzione,
non sempre dovuta a mala fede, ma comunque sempre all'abitudine degli odierni
giornalisti e superficiali studiosi di ripetere in continuazione, a guisa
di giaculatorie, le stesse formulazioni, che partono dal falso presupposto
di un'epoca completamente nuova e diversa dal passato; laddove diversità
e novità sono in gran parte il risultato dell'oblio del passato,
anche di quello di pochi decenni fa.
Non si tratta semplicemente di un errore, poiché segnala anche qualcosa
d'altro, che tuttavia non è possibile tratteggiare in questo troppo
breve scritto. Cerchiamo invece di reimpostare, pur per cenni, uno schema
d'analisi che ci possa aiutare a comprendere quel che sta avvenendo.
2. Stato e capitale
Nella fase di transizione al modo di produzione capitalistico, in particolare
in quella fase denominata accumulazione originaria del capitale,
importante è stata la funzione dell'istituzione detta Stato; e tuttavia
non è certo quest'ultima ad aver dato origine al suddetto modo di
produzione, poiché ne ha solo coadiuvato l'affermazione, legata ad
altri fattori sui quali non è certo il caso di soffermarsi in questa
sede. Una volta consolidatasi quella data organizzazione dei rapporti sociali
(la formazione sociale capitalistica), il cui nucleo strutturale interno
è costituito dal modo di produzione in oggetto, la configurazione
di detti rapporti si articola secondo alcuni livelli fondamentali, sintetizzabili
nei tre decisivi indicati come l'economico, il politico, l'ideologico.
Lascio perdere l'ultimo, malgrado la sua rilevanza - soprattutto in date
epoche quali quella odierna - e mi concentro sugli altri due. Economico
e politico si sono, in ultima istanza, "coagulati" attorno a due
fondamentali insiemi di apparati, insiemi che hanno preso tradizionalmente
le denominazioni di impresa[1] e
Stato.
Il fatto che l'impresa abbia una decisiva influenza sulla politica e che
le funzioni svolte dallo Stato siano sempre rilevanti per l'esercizio delle
attività economiche non deve trarre in inganno. Impresa e Stato sono
(insiemi di) apparati con ruolo e funzioni differenti, anche se convergenti
nel favorire la riproduzione dei decisivi rapporti di produzione capitalistici.
L'impresa è innanzitutto caratterizzata dalla scissione tra due ruoli
nettamente distinti e divaricantisi, scissione che tuttavia l'impresa soltanto
riproduce e amplifica poiché essa è fondamentalmente il risultato
della più complessiva scissione della società in due "classi"
distinte, scissione prodottasi durante il già ricordato processo
storico dell'accumulazione originaria del capitale[2]. Tale scissione è quella tra chi ha
e chi non ha il controllo (reale) dei mezzi di produzione; essa "produce"
quindi il rapporto tra dominanti e dominati nella sua storicamente specifica
forma capitalistica. Quella che Marx indicò come sottomissione
prima formale e poi reale del lavoro al capitale è il processo
tramite cui detta scissione sempre si riproduce, e si allarga e approfondisce
riproducendosi, trovando nell'apparato impresa il suo particolare "strumento".
In quest'ultima viene invece prodotta, per suo intrinseco funzionamento
(diretto alla competizione mercantile), un'altra scissione: tra direzione
tecnica delle diverse partizioni (dipartimenti, divisioni, ecc.)
dell'impresa stessa e direzione addetta alle strategie conflittuali
interimprenditoriali. La prima rivolge prevalentemente la sua attenzione
ai problemi interni alle diverse partizioni imprenditoriali (ivi comprese
quelle che riguardano il reperimento di fattori o la vendita dei prodotti
finiti, oltre a quelle direttamente produttive, cioè trasformative)
e al loro reciproco coordinamento, agendo secondo i principi della razionalità
strumentale, più o meno limitata che essa sia. La seconda è
proiettata prevalentemente all'esterno e applica strategie di "guerra"
(in senso lato), guidate da una razionalità differente rispetto a
quella più strettamente legata al principio del massimo risultato
con il minimo impiego di mezzi. Gli agenti direttivi di tipo tecnico costituiscono
sia i livelli elevati dei cosiddetti ceti medi sia frazioni subordinate
di classe dominante, subordinate cioè all'altra "classe"
(delle strategie imprenditoriali), che è la vera frazione dominante
tout court[3].
Nello Stato, prescindendo dalla sua genesi e costituzione (che pure ha grande
rilevanza), possiamo distinguere innanzitutto un insieme di apparati che
svolgono funzioni dette "pubbliche", attinenti alla regolamentazione
formale generale dei processi riproduttivi dei rapporti della
formazione sociale a modo di produzione capitalistico, fra i quali assumono
predominanza quei processi riproduttivi intrinseci alla sfera della produzione,
scambio e distribuzione delle merci. Le funzioni "pubbliche" generali
sono il risultato dell'apprestamento di particolari processi di lavoro,
nel cui ambito si formano le consuete gerarchie piramidali, non derivanti
però da una competizione mercantile tra i vari apparati statali[4]. Proprio per la generalità formale
delle funzioni "pubbliche" - che favorisce la formazione di una
particolare ideologia da "servitori dell'interesse collettivo"
- gli individui che ricoprono i ruoli bassi di dette gerarchie non possono
considerarsi veramente appartenenti alle classi dominate, così come
quelli che occupano i posti di vertice non sono in genere dei dominanti,
pur se ai dominanti tendono a restare costantemente "fedeli".
L'insieme delle gerarchie in questione va sotto la denominazione di burocrazia,
che non è quindi mai una classe o frazione di classe dominante.
Troppo spesso lo Stato viene identificato semplicemente con questa pura
burocrazia, per cui ne nasce l'idea d'esso come mero "comitato d'affari
della borghesia" (Marx), cioè come semplice strumento, macchina,
al servizio della classe dominante. In realtà, sotto l'egida e la
forma dell'interesse generale, di tipo "pubblicistico", appare
l'intera (o quasi) sfera della società definita come politica.
Tale sfera è uno spazio sociale in cui si sviluppano pratiche specifiche
che, dietro la maschera dell'ideologia del "servizio per la collettività",
portano all'ascesa di particolari frazioni di dominanti.
"Storicamente", due sembrano essere stati i tipi di pratiche
che hanno condotto in tale direzione. In primo luogo, anche dal punto di
vista cronologico, si è trattato dell'esercizio di funzioni che tendono
sia ad affermare la potestà di normazione e regolamentazione dello
Stato, in merito a rapporti strutturanti una determinata popolazione abitante
un dato territorio considerato come una nazione[5],
onde consentire la dominazione in essa della classe degli agenti capitalistici;
sia, soprattutto, ad esplicare la potenza statale verso l'esterno - verso
altre popolazioni, altre nazionalità, quindi altri Stati - per promuovere
la formazione di una struttura mondiale dei rapporti intercapitalistici
confacente alla supremazia della propria classe di agenti capitalistici
dominanti. In secondo luogo, ci si riferisce all'esercizio di funzioni implicanti
il controllo e impiego di importanti quote del reddito nazionale prodotto,
il cui fine dichiarato è sia l'attenuazione delle onde del ciclo
economico (per evitare crisi di grande portata) sia l'attuazione di politiche
di redistribuzione del reddito stesso onde impedire troppo gravi squilibri
sociali e diminuire i rischi di acuti conflitti tra "classi",
che potrebbero mettere in discussione il dominio dei più decisivi
agenti della riproduzione capitalistica (quelli delle strategie interimprenditoriali).
Nella sfera economica della società capitalistica emergono in dominanza
gli agenti delle politiche conflittuali necessariamente implicate
dalla riproduzione dei rapporti che rappresentano il tessuto di detta sfera,
cioè dei rapporti mercantili che sono rapporti di competizione tra
imprese. Nella sfera politica emergono in dominanza, soprattutto, gli agenti
di politiche aggressive verso l'esterno (di quel dato Stato, di quella data
"nazione", ecc.) di carattere latamente "militare"[6], nonché gli agenti del controllo
e impiego di quote del reddito nazionale avocate alla sfera detta "pubblica"
(di "servizio generale", per la "collettività intera"),
impiego che possiamo definire, all'ingrosso, "spesa pubblica"[7].
Gli agenti dominanti nella sfera economica - che, nel capitalismo tradizionale
del resto ormai rimondializzatosi, è prevalentemente "privatistica"
- e quelli dominanti nella sfera politica - non coincidente, ma comunque
prevalentemente organizzata in senso "pubblico", soggiacente alla
trasfigurazione ideologica dell'agire per l'interesse generale della collettività
- rappresentano, in simbiosi fra loro, le due frazioni fondamentali
della "classe" dei ruoli dominanti nella formazione sociale a
modo di produzione capitalistico. Entrambe queste frazioni, come si sarà
notato, svolgono politiche, anche se di tipologia differente e per
fini diversi eppur convergenti nel favorire la riproduzione dei rapporti
caratteristici di detta formazione sociale, riproduzione che non può
avvenire se non nella forma essenziale del conflitto reciproco
tra gruppi vari di agenti dominanti delle diverse frazioni; essendo decisivo,
per la sopravvivenza della forma capitalistica di società, che la
riproduzione tramite conflitto si attui, "in ultima istanza",
sotto la prevalente influenza dei processi - sociali, cioè
di produzione e riproduzione di rapporti tra "classi" di ruoli
- che si svolgono nella sfera economica della società stessa.
3. Le classi dominanti nelle diverse fasi dello sviluppo capitalistico.
Non starò qui a ripetere le mie considerazioni sulle fasi mono
o policentriche[8]. Ricordo solo che durante
una fase monocentrica non cessa la specifica conflittualità intercapitalistica
(interimprenditoriale), che si esplica però sotto il complessivo
controllo e orientamento sia economico che politico da parte di un sistema
coordinatore, sempre costituito, almeno finora, dal complesso imprenditorial-finanziario
e dall'apparato statale di un determinato paese. Il liberismo, quanto meno
sul piano del commercio internazionale, è sempre la politica cardine
di una fase monocentrica, poiché il paese centrale - che lo è
in termini economici, finanziari, tecnologici, spesso culturali e sempre
come potenza dello Stato (in particolare quella "militare") -
ha il massimo interesse a che i flussi mondiali di merci e capitali non
vengano intralciati, poiché in essi si afferma appunto la sua supremazia.
Malgrado la sua prevalenza nelle discussioni sia teoriche che politiche
in voga nel secondo dopoguerra, il cosiddetto keynesismo non ha dominato
la scena per quanto concerne le pratiche relative alle relazioni economiche
internazionali. Semmai, si può ben dire che il liberismo è
restato spesso al livello della pura affabulazione ideologica, poiché
la "libertà" degli scambi nell'area del capitalismo sviluppato
occidentale veniva garantita dalla potenza politico-militare USA, che non
ammetteva intralci all'estrinsecarsi della supremazia del proprio sistema,
e "metteva in riga" (o almeno faceva tutto il possibile in tal
senso) coloro che tentavano di sottrarsi ad essa, andando talvolta incontro
a qualche difficoltà solo per la presenza del cosiddetto campo "socialista".
Le politiche keynesiane, pur essendo state in un certo senso lanciate ante
litteram (cioè prima della stessa teorizzazione di Keynes) negli
USA durante il New Deal, caratterizzarono nel dopoguerra soprattutto
l'attività degli Stati in Europa e in Giappone. Tali politiche, del
tutto interne ai paesi non centrali del campo capitalistico (tradizionale),
erano nell'interesse non solo di questi ultimi (ricostruzione postbellica,
attenuazione dei conflitti sociali resi ancor più pericolosi dalla
presenza, e vicinanza persino geografica, del campo "socialista"),
ma anche del sistema economico-imprenditoriale centrale - che non a caso
favorì l'innesco di tali politiche con il piano Marshall -
poiché accresceva le dimensioni dei mercati di sbocco delle merci
e dei capitali da detto sistema provenienti.
Rifacendomi a quanto delineato nel secondo paragrafo, possiamo ben dire
che il primo trentennio del dopoguerra è stato caratterizzato dalla
supremazia, all'interno del campo capitalistico (tradizionale), della classe
dominante USA, nelle sue due frazioni (in simbiosi) degli agenti delle strategie
grande-imprenditoriali e di quelli delle politiche esterne dello Stato di
carattere latamente "militare"[9].
Nei paesi non centrali, al contrario, agli agenti dominanti della
sfera economica si unirono le frazioni "pubbliche" - volgarmente
denominate "borghesia di Stato" - che controllavano la spesa statale,
con crescenti deficit di bilancio (secondo i dettami, non troppo
rettamente intesi e applicati, della teoria keynesiana), e ne orientavano
le direzioni di impiego. Si può dire, anzi, che tali politiche provocarono
l'assuefazione delle dirigenze grande-imprenditoriali all'assistenza da
parte dello Stato (paradigmatica al riguardo proprio l'Italia), con forte
crescita del potere della cosiddetta "borghesia di Stato"[10] e perdita di competitività, accompagnata
da elementi di parassitismo, delle grandi imprese "private", situazione
dalla quale, almeno nel nostro paese, non siamo ancora complessivamente
usciti.
A partire dagli anni '80, ed in particolare dopo il crollo del sistema "socialista"
e la rimondializzazione di quello capitalistico, si parlò spesso
di un declino del capitalismo statunitense e dell'affermarsi di un mondo
tripolare con USA, Germania (ed Europa) e Giappone quali poli concorrenti.
Nel '93 uscì poi un libretto, abbastanza giornalistico ma intelligente,
del francese Michel Albert, in cui si parlò dello scontro in atto
tra due modelli di capitalismo, quello anglosassone e quello renano
(in realtà anche giapponese), che in effetti parlava del conflitto
tra due politiche delle classi dominanti capitalistiche: quella (neo)liberista
e quella, detta in senso lato, (neo)keynesiana. Molti, compreso chi scrive,
trovarono illuminanti le tesi ivi esposte, che tuttavia presentavano ampi
margini di ambiguità e di conseguente opacizzazione della realtà.
Il fatto che sembra decisivo è che, nel capitalismo detto globale
cioè, in realtà, rimondializzatosi, il sistema centrale statunitense
non garantisce più il relativo coordinamento dell'insieme, non controlla
più adeguatamente la conflittualità interimprenditoriale né
riesce a piegarla alle esigenze di una, almeno parzialmente, ordinata riproduzione
dei rapporti decisivi della formazione sociale mondiale. Lo sviluppo degli
uni non è più così coerente con quello degli altri,
anzi spesso avviene contro questi altri. Nei paesi non centrali
(appunto Europa e Giappone in primo luogo) è di fatto esplosa l'alleanza,
la simbiosi, tra frazioni dominanti "pubbliche" e "private",
cioè, in questo caso, tra agenti delle strategie del conflitto interimprenditoriale
e agenti dell'erogazione della spesa pubblica (in funzione anticrisi e di
"pace sociale") e di controllo delle sue direzioni di impiego
- con anche la messa in funzione di importanti settori imprenditoriali "pubblici"
- a partire dal potere conquistato nella sfera politica (in gran parte statale)
della società capitalistica. Nel paese centrale è invece
rimasta ben salda la simbiosi tra i suddetti agenti dominanti imprenditoriali
e quelli delle attività statali (aggressive) verso l'esterno, quelle
latamente definite "militari".
Il neoliberismo - sempre prevalente a livello del commercio internazionale
nel campo capitalistico tradizionale, e quindi oggi a livello nuovamente
mondiale o, come si dice con troppo fortunato neologismo, globale - è
complessivamente garantito, salvo qualche minore intralcio, dalla potenza
militare USA, l'unica rimasta in campo, cioè dalla suddetta alleanza
tra agenti "pubblici" e "privati" delle classi dominanti,
alleanza avente quella forma specifica che caratterizza il paese rimasto
comunque ancora centrale, per quanto supposto in declino[11]. Il neokeynesismo, politica che nasce dalla
peculiare alleanza tra particolari frazioni "pubbliche" e "private"
della classe dominante (quelle più sopra indicate) nei paesi non
centrali, è stato invece nettamente indebolito dall'esplosione e
profonda ristrutturazione dell'alleanza in questione, e non credo abbia
più possibilità di essere resuscitato[12].
4. Conclusioni provvisorie
In particolare, il 1999 è stato l'anno in cui l'alleanza delle
frazioni dominanti del centro USA, grazie soprattutto, ma non soltanto,
alla posizione unica in campo militare (in senso stretto come lato), ha
messo a segno colpi decisivi per la riaffermazione del suo ruolo dominante
globale (cioè mondiale). La situazione complessiva sembra caratterizzata
da una situazione di semiimperialismo e di politica imperiale
da parte della potenza centrale. Essa è, insomma, imperialistica
per quanto concerne la ripresa, non coordinata e tendenzialmente disorganizzante
il sistema complessivo, della conflittualità di tipo interimprenditoriale,
poiché le imprese del centro non hanno più una supremazia
così incontrastata - sul piano tecnico-produttivo ed economico-finanziario
- rispetto a quelle delle altre economie capitalistiche avanzate. E' tuttavia
ancora pienamente imperiale per quanto concerne la netta prevalenza politico-militare
di un paese sugli altri, cui, al massimo, viene concesso di accedere alla
posizione di subpotenza regionale[13].
La situazione è particolarmente confusa nei paesi non centrali
a capitalismo sviluppato, dove all'accresciuta potenzialità delle
frazioni dominanti economiche (agenti delle strategie conflittuali interimprenditoriali)
non si accompagna al momento una effettiva ristrutturazione delle frazioni
dominanti politiche ("pubbliche"); si rileva una decadenza, ma
non sempre decisiva e definitiva[14],
della "borghesia di Stato" - in realtà, degli agenti assurti
a dominanza grazie al controllo della spesa pubblica e al suo impiego mediante
politiche latamente definibili come keynesiane - mentre non si notano segni
tangibili di una crescita di frazioni dominanti "pubbliche" del
tipo di quelle che, negli USA, costituiscono uno dei pilastri del complesso
industrial-militare [15].
In una contingenza come quella appena accennata, le stesse frazioni dominanti
economiche europee e giapponesi mettono in mostra tutta la loro debolezza
politica, pur con buoni punti di appoggio economici, tecnici e finanziari;
esse tendono quindi a chinare il capo e a seguire i dominanti USA in tutte
le loro avventure, limitandosi a giocare di rimessa e a chiedere, dopo sostanziosi
appoggi alle operazioni "militari" statunitensi, di poter allargare
qualche loro enclave nel mondo della globalizzazione. Esse sono,
al momento, fondamentalmente capitolarde e incapaci di vera iniziativa (in
specie politica) propria. Per questo, essendo succubi sul piano delle politiche
esterne, sono anche del tutto titubanti circa quelle interne. Vorrebbero
sempre la "botte piena e la moglie ubriaca". Parteggiano per un
pieno neoliberismo - che gioca sempre, ha sempre giocato (anche all'epoca
della centralità inglese nell'800) a favore del sistema centrale
- accompagnato però da una continua assistenza da parte dello Stato[16]; vorrebbero la flessibilità del
lavoro, in specie dei salari, nonché un attacco alla ricchezza dei
ceti medi, al fine di attuare una decisiva redistribuzione del reddito verso
l'alto (proprio come negli USA), ma non desiderano correre rischi di eccessive
turbative nelle "relazioni industriali", temono di scontrarsi
troppo duramente con il malcontento dei suddetti ceti medi, ecc.
Le loro rappresentanze politiche ideali sono dunque, al momento, le "sinistre",
ma che siano molto moderate, un bel po' "centriste" con sguardo
"a sinistra". Occorrono forze che accettino ormai il neoliberismo,
ma abbiano anche una tradizione di uso degli apparati statali, meglio se
con forti connotazioni illiberali e autoritarie sostenute da particolari
organizzazioni partitiche; che si tratti però di un uso di detti
apparati a fini interni, anche se non più, o sempre meno, per la
"pace sociale" (con redistribuzione del reddito verso il basso),
bensì per ottenere una redistribuzione, graduale e fatta "gentilmente"
ingoiare alle "masse lavoratrici", a favore delle grandi concentrazioni
imprenditorial-finanziarie. Una vera alternativa a questo tipo di politica
non esiste al presente; non a caso le sedicenti "destre" ( o i
"centro-destra", tanto è la stessa cosa) vogliono le stesse
cose delle "sinistre" (o dei "centro-sinistra"): politiche
neoliberiste, redistributive verso l'alto, capitolazioniste nei confronti
degli USA, ecc. Soltanto sembrano avere meno numeri, soprattutto organizzativi
e di appoggio da parte delle suddette masse, rispetto agli altri.
Situazione confusa, quindi, assolutamente pasticciata e non decantabile
se non in periodi lunghi. Ne parleremo semmai in altra occasione, poiché
qui volevo solo cominciare a inquadrare, nei limiti delle mie possibilità,
alcuni strumenti di analisi della situazione di fase (di lungo periodo).
Gennaio 1999