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Introduzione
Alcune categorie quali fordismo, postfordismo e produzione immateriale,
adoperate in anni recenti per descrivere le metamorfosi della produzione,
si sono rivelate arnesi piuttosto spuntati[1].
Qui mi occuperò dell'uso del "fordismo" e del "postfordismo"
da parte della scuola regolazionista, che ha impresso una particolare torsione
al primo termine ed ha coniato ex novo il secondo. Scopo di questo intervento
è di contribuire a rompere l'incantesimo pacificante nel quale i
regolazionisti hanno adagiato il fordismo e il postfordismo.
Dalla metà degli anni Settanta e sulla scorta dell'opera di Michel
Aglietta[2] e poi di altri esponenti della
scuola regolazionista, tra cui Boyer, Coriat, Lipietz, il fordismo è
venuto assumendo un significato neutro, dovuto sì a una certa disinvoltura
storiografica, ma anche alla retrocessione dei movimenti delle classi sociali
a mero riferimento astratto[3].
Per fordismo la scuola regolazionista intende essenzialmente un sistema
produttivo basato sulla catena dimontaggio, il quale sia capace di una produttività
industriale relativamente elevata[4].
L'attenzione della scuola regolazionista non va tanto alla nota inflessibilità
del processo di produzione, alla necessaria dequalificazione della forza-lavoro,
alla struttura rigida del comando e della gerarchia produttiva e sociale
del fordismo, né tantomeno alle forme e ai contenuti del conflitto
industriale generato sul suo terreno, quanto alla regolazione dei rapporti
di produzione da parte dello stato come luogo di mediazione e di aggiustamento
istituzionale delle forze sociali. Chiamerò questa interpretazione
"fordismo regolazionista", mentre chiamerò "fordismo
presindacale" l'accezione in cui il fordismo è stato ordinariamente
usato in Europa dai primi anni Venti sino agli anni Settanta[5].
Il fordismo regolazionista
Cercherò qui di seguito di esporre brevemente la periodizzazione
che del fordismo regolazionista hanno dato i suoi ideatori, poiché
ritengo che essa sia cruciale ai fini della comprensione del suo scarto
semantico rispetto al fordismo presindacale, del quale intendo poi delineare
i tratti essenziali.
Secondo i regolazionisti, il fordismo penetrerebbe nei gangli vitali della
metalmeccanica statunitense e ne diventerebbe il catalizzatore in un periodo
indefinito, ma verosimilmente negli anni Venti, erogando alti salari e costituendo
la punta di diamante del consumo di massa di beni durevoli. Dopo essere
passato attraverso il laminatoio della Grande Depressione e della Seconda
guerra mondiale, esso sarebbe alla base dell'espansione della keynesiana
domanda effettiva negli Stati Uniti, dove assicurerebbe un regime di welfare
e quindi di stabile riproduzione sociale complessiva, presumibilmente dalla
fine degli anni Quaranta. Negli anni Cinquanta, tale sistema riproduttivo
si irradierebbe dagli Stati Uniti verso ipaesi dell'Europa occidentale e
il Giappone. Stando alla periodizzazione della scuola regolazionista, quindi,
la grande stagione del fordismo risulta in realtà alquanto breve,
poiché esso converge - ma solo sulla carta - con il keynesismo all'incirca
alla fine degli anni Trenta; può poi affermarsi concretamente alla
fine degli anni Cinquanta e durare sino alla fine degli anni Sessanta, quando
entra in crisi irreversibile. A quel punto si aprirebbe il periodo - nel
quale saremmo tuttora immersi - del postfordismo.
A ragione, la scuola regolazionista può rivendicare il merito dell'interpretazione
che associa le trasformazioni dei processi di valorizzazione ai mutamenti
intervenuti nella sfera socio-politica e viceversa. Questa posizione è
stata poi fatta propria e sviluppata con i contributi sull'apparato statale
e sui suoi rapporti con il capitale moderno e contemporaneo da Hirsch e
Roth in Germania e Jessop in Gran Bretagna[6].
Secondo Jessop, la scuola regolazionista si compone di quattro principali
indirizzi di ricerca[7].
Il primo indirizzo, aperto da Aglietta, studia i regimi dell'accumulazione
nonché i modi della crescita secondo le loro determinazioni economiche
ed ha applicato il suo primo schema interpretativo agli Stati Uniti. Altri
studi hanno preso in considerazione le formazioni economiche statali, talvolta
per studiarvi la diffusione del fordismo, talaltra per seguirvi le peculiarità
dello sviluppo, indipendentemente dal loro inserimento o meno nel circuito
economico internazionale.
Il secondo indirizzo si concentra sulle dimensioni economiche internazionali
della regolazione. Esso studia i modi peculiari della regolazione internazionale,
nonché la forma e la dimensione delle complementarità tra
diversi modi nazionali della crescita. Vengono così esaminati i temi
dell'inclusione e dell'esclusione delle formazioni statali e regionali dall'ordine
economico e le tendenze alla chiusura autarchica e all'apertura internazionalistica
dei vari paesi.
Il terzo indirizzo analizza i modelli complessi delle strutture sociali
dell'accumulazione a livello nazionale. La riproduzione delle società
dipende da un insieme di pratiche mediate istituzionalmente che assicurano
almeno una certa corrispondenza tra diverse strutture e un equilibrio di
compromesso fra le forze sociali. Questo indirizzo dedica particolare attenzione
alle categorie di stato e di egemonia che esso considera elementi centrali
della regolazione sociale.
Il quarto indirizzo, il meno sviluppato, studia le interdipendenze delle
strutture internazionali emergenti e i tentativi di fondare un ordine globale
attraverso istituti internazionali (chiamati "regimi") destinati
a stabilire o ristabilire un ordine internazionale.
Ora, anche da questa sommaria elencazione dei principali temi della scuola regolazionista, risulta evidente che il baricentro dei suoi interessi sta nell'analisi non tanto dei rapporti sociali di produzione, quanto piuttosto degli istituti economico-statuali che vi presiedono. In breve, la scuola regolazionista insiste sulla permanenza delle strutture e deve trascurare i soggetti umani, le loro metamorfosi, le loro tensioni attorno alla disorganizzazione e alla riorganizzazione dei rapporti sociali. Il regolazionismo nasce e rimane irrimediabilmente magnetizzato dalla tenuta del capitalismo statunitense dopo il 1968 e nonostante la sconfitta in Vietnam. Secondo i regolazionisti, posto che agli Stati Uniti del secondo dopoguerra va imputata "la posizione imperialistica dominante"[8], occorre capire come e grazie a quali istituzioni le sue strutture e quelle dei paesi industriali alleati abbiano dimostrato la loro stabilità. In tale ipotesi di lavoro è sotteso l'asserto secondo cui le istituzioni occidentali restano salde (e saldissime quelle statunitensi), mentre non soltanto le istituzioni del movimento operaio ma anche la forza-lavoro viva nel suo complesso appaiono inesorabilmente aggiogati all'inarrestabile marcia dell'accumulazione: in breve, nel medio e lungo periodo il mestoso incedere del capitalismo sarebbe destinato a continuare, mentre le sue aporie si dileguerebbero all'orizzonte. Si tratterebbe dunque di studiare le leggi secondo le quali il capitale occidentale va perpetuandosi. E' in questa temperie che esce il libro di Michel Aglietta[9] nell'anno successivo al primo shock petrolifero, che è anche quello della sconfitta politica e militare di Washington nel Vietnam.
Gli incerti contorni del postfordismo regolazionista
Il postfordismo appare ai regolazionisti come una sfera di cristallo
nella quale, "a parte le conseguenze non ancora completamente prevedibili
della tecnologia molecolare e genetica", è possibile leggere
qualche segno del futuro. Soprattutto nella nuova informazione, nelle telecomunicazioni
e nelle tecnologie di elaborazione dei dati, che potrebbero diventare la
base dell'"iperindustrializzazione", si intravede il potenziale
di rivoluzionamento della produzione. Trasformando profondamente il lavoro
e frammentando "l'operaio massa tayloristico", la "rivoluzione
elettronica" ristratifica la forza-lavoro e la divide in un ristretto
livello superiore di iperqualificati e in un massiccio livello inferiore
di esecutori postfordisti. In breve, essa separa la forza-lavoro gerarchicamente
e spazialmente e finisce per rompere il quadro della contrattazione collettiva[10]. Si intensifica così il ritmo
di accumilazione e si apre una prospettiva di lungo periodo di capitalismo
senza opposizione, ovvero di "turbocapitalismo", senza
che ne venga intaccata la stabilità politica. L'operaio postfordista
dei regolazionisti appare come un individuo atomizzato, reso flessibile,
tendenzialmente desindacalizzato, tenuto a basso salario e irrimediabilmente
precarizzato nel posto di lavoro. Lo stato non assicura più la copertura
dei costi materiali della riproduzione della forza-lavoro e asseconda la
contrazione dei consumi. A giudizio dei regolazionisti, non potrebbe essere
più completo il rovesciamento del cosiddetto consumismo fordista,
grazie al quale la forza-lavoro era asseritamente messa nelle condizioni
salariali di comprare i beni di consumo durevoli che essa creava.
Se poi guardiamo alla discontinuità tra fordismo e postfordismo,
essa sembra derivare dal venir meno di due condizioni essenziali: il modo
dell'accumulazione capitalistica e il mancato aggiustamento del consumo
di massa all'aumento della produttività generato dall'intensa accumulazione[11]. Negli "anni d'oro" successivi
alla Seconda guerra mondiale, queste due condizioni erano soddisfatte: il
fordismo mobilitava le capacità industriali ai due estremi dell'alta
qualificazione e della dequalificazione, senza che il sistema venisse destabilizzato
da tale polarizzazione; dai consumi di massa si ricavavano profitti soddisfacenti,
che tenevano il passo con gli investimenti crescenti[12].
A partire dagli anni Settanta, queste due condizioni non si verificano più
perché gli investimenti nel settore che produce merci dei paesi industrializzati
sono cresciuti più della produttività, generando una crisi
che il capitale tenta di risolvere per sé cercando sbocchi produttivi
e di mercato nel Terzo Mondo.
Secondo i regolazionisti, le conseguenze sul piano sociale sono vaste. La
società si destatalizza; lo stato snellisce; il preponderante settore
dei non privilegiati applica la parsimonia a se stesso per organizzare la
propria sopravvivenza; non si intravedono nuove organizzazioni in grado
di esprimere una solidarietà collettiva sulle ceneri delle vecchie
organizzazioni. Ai regolazionisti, scioperi, campagne e conflitti nel punto
della produzione appaiono lungo uno spettro prepolitico che va dal vivace
ornamento (al quale la ricerca universitaria non può dedicare attenzione)
sino al fenomeno residuale.
La variante toyotofila
I sostenitori dell'avvento del postfordismo hanno scoperto il toyotismo
come sua variante concreta verso la fine degli anni 0ttanta[13].
Negli anni Settanta, l'Occidente cominciò tardivamente ad accorgersi
dell'espansione del capitalismo giapponese[14].
Allora esso era stato studiato come fenomeno che combinava avvedute strategie
commerciali con un endemico conformismo e con politiche sociali insufficienti[15]. A sinistra vi era chi - a ragione
e in anticipo sui tempi - ravvisava nell'espansione nipponica nuove tentazioni
egemoniche del Giappone nell'Asia orientale[16].
Alcuni anni dopo, un ammiratore della crescita economica del Giappone ne
constatava l'incremento regolare del livello di vita e l'assorbimento degli
shock petroliferi degli anni Settanta[17].
Non mancava chi metteva in guardia contro l'irregimentazione della società
giapponese e contro il suo incipiente rifiuto delle regole dettate dall'Occidente[18]. Intanto cominciavano a conoscere una
certa fortuna gli autori giapponesi che fornivano agli occidentali dubbie
ma facili spiegazioni dell'ascesa del Giappone sulla base dei suoi modelli
culturali e religiosi[19].
Negli anni Ottanta, si aprivano un varco verso il pubblico alcune opere
importanti sulla sua struttura economica, nonostante le crescenti ostilità
commerciali occidentali e i conseguenti, facili attacchi della stampa al
sistema industriale giapponese[20]. Tuttavia,
sempre negli anni Ottanta, alcuni studi di economisti e sociologi giapponesi
tradotti in inglese passarono pressoché inosservati[21].
Per parte sua, il libro del massimo ideatore e propagatore del verbo toyotista,
Tai'ichi Ohno[22], è stato tradotto
e diffuso in Occidente solo alla vigilia di questo decennio, quando il mondo
industriale giapponese diventava uno dei terreni privilegiati di riflessione
sulla produttività industriale.
Nei primi anni Novanta, grazie soprattutto al noto volume di Coriat[23], anche nell'Europa continentale il dibattito sull'industria giapponese si sposta dalle motivazioni culturali alle strategie d'impresa, mentre qualche pur meritevole contributo precedente aveva suscitato minore interesse. Secondo Coriat, l'insegnamento irradiatosi dagli stabilimenti della Toyota introduce un nuovo paradigma produttivo di importanza paragonabile a quello che furono ai loro tempi il taylorismo e il fordismo. Si presenta così alla ribalta il toyotismo con la maschera di un postfordismo compiuto e ormai ineluttabile. Il toyotismo sarebbe l'inveramento di una tendenza alla nuova razionalizzazione che era sì albeggiata con la categoria del postfordismo, ma che in Occidente era apparsa vaga, non incarnandosi in una produzione concreta e in uno spazio consolidato. Per contro, apprendiamo da Coriat che nel toyotismo si realizza il toyotismo non soltanto quale insieme di tentativi di razionalizzare e di abbattere i costi di produzione, bensì anche quale esperimento su vasta scala di nuovi e più avanzati rapporti di produzione, addirittura di una nuova socialità che può prefigurare nuove forme di democrazia industriale. Nel libro di Coriat, l'Occidente rimane sullo sfondo, ma se dal delicato equilibrio produttivo giapponese ci trasportassimo verso la sua variante europea, la fabbrica diffusa, troveremmo un toyotismo informale, fondato su accordi individuali. Ad esempio, nei celebrati distretti industriali italiani il padronato della fabbrica diffusa cerca di instaurare rapporti individuali per ottenere una contrattazione frantumata.
Secondo poi la vulgata toyotista, il nuovo sistema produttivo è
sorto prevalentemente per fattori di domanda endogena durante e dopo il
boom della guerra di Corea (1950-53) come produzione senza scorte
(just in time), e quindi in sostanza come tentativo di ridurre i
tempi di attraversamento delle materie prime, in presenza di una manodopera
limitata, anzi a numero chiuso[24].
Le novità del toyotismo sono essenzialmente la produzione senza scorte
e di pronta reazione al mercato, l'imposizione della polivalenza agli operai
che vengono addetti a più macchine o simultaneamente o sequenzialmente,
il controllo di qualità in corso d'opera, l'informazione simultanea
sull'andamento della produzione nella fabbrica, informazione tanto capillare
e autoritariamente filtrata da creare imbarazzo sociale e dramma nel caso
di eventi nocivi alla produzione. La produzione può essere interrotta
in qualsiasi momento, creando così un caso che coinvolge la squadra
o il reparto o addirittura tutta la fabbrica. L'operaio che dimostra la
sua indifferenza di salariato di fronte agli esiti produttivi dell'azienda
e che quindi non si integra nel gruppo viene stigmatizzato e indotto ad
andarsene. Da Coriat veniamo a sapere che nel dilemma "democrazia/ostracismo",
al gruppo può forse toccare la democrazia, mentre allo stigmatizzato
tocca sicuramente l'ostracismo. Nelle descrizione delle mirabilia del toyotismo,
per amor di completezza Coriat[25] dedica
una laconica nota a Satochi Kamata, il saggista che nel 1972 andò
a lavorare alla Toyota e ne trasse il libro dal titolo significativo, Toyota,
la fabbrica della disperazione[26].
Il toyotismo offre alcuni vantaggi ai regolazionisti rispetto all'orizzonte
manageriale occidentale, benché il vantaggio produttivo giapponese
stia rivelandosi fragile a dispetto dell'alone propagandistico che l'ha
soffuso in Occidente[27]. Innanzitutto
esso è un esperimento geograficamente remoto e commercialmente riuscito,
poiché trova una sua via all'accumulazione, anche se in congiunture
prebelliche e belliche, e nient'affatto ireniche come invece i rapsodi del
toyotismo vorrebbero far credere. In secondo luogo, i metodi toyotisti sembrano
contraddire il crescente processo di individualizzazione, al quale viene
sovente imputata la resistenza endemica da parte della forza-lavoro occidentale
alla massificazione e all'irregimentazione. In terzo luogo, il toyotismo
è portatore di un programma di terziarizzazione della forza-lavoro,
il cosiddetto sbiancamento dei colletti blu, che riguarda sì una
minoranza alquanto ristretta delle maestranze, ma che converge con quelle
previsioni di ristratificazione dualistica della forza-lavoro che i postfordisti
considerano ineluttabile.
Il fordismo presindacale
Qual è la realtà del fordismo dalla parte dei soggetti che l'hanno sperimentato sulla loro pelle? In sintesi, il fordismo è un sistema autoritario di produzione imposto "oggettivamente" dalla catena di montaggio, a salario e condizioni di lavoro che la forza-lavoro non può negoziare collettivamente. Si tratta dunque del fordismo presindacale, che con i ritmi di lavoro tagliati, con le guardie armate, con l'intimidazione fisica sul luogo di lavoro e con la propaganda esterna negli anni Venti e Trenta costituisce uno degli elementi essenziali nella lenta costruzione dell'universo concentrazionario che stava mettendo i suoi primi artigli nell'Urss staliniana e che li avrebbe presto messi anche nella Germania nazista. Per contro, negli Stati Uniti, anche durante la Grande depressione, permane e si rafforza un costume democratico di base che punta alla costruzione del sindacato industriale e cinge d'assedio il fordismo sino a farlo cadere. Nei vent'anni che precedono la sindacalizzazione del 1941, alla Ford i managers e i guardiani-picchiatori conducono la repressione antioperaia a colpi di pestaggi, di licenziamenti e di relazioni pubbliche. Forse un giorno si potrà essere più puntuali di Irving Bernstein, quando, a proposito del maggiore stabilimento Ford, egli scrive: "il River Rouge ... era un grande campo di concentramento basato sulla paura e la violenza fisica"[28]. Sta di fatto che il delirio fordista di rompere il ritmo dell'agire umano per comprimerlo secondo un piano rigido su scala planetaria viene sconfitto negli Stati Uniti, ma nel frattempo esso è già trapassato nell'Europa in fiamme. Si può sostenere che nel ventesimo secolo la catena di montaggio è, insieme con le macchine totalitarie dello stato e del nazionalismo razzista, una delle strutture originali che spiegano in ampia misura i misfatti concentrazionari perpetrati su scala industriale. Intendo dire che nel fordismo presindacale, e nel taylorismo prima, non era già contenuto in potenza il suo contrario: non la superiorità del lavoro "sul capitale" di Abramo Lincoln, né la costruzione del sindacato industriale Cio, né la caduta della divisione del lavoro razzista e maschilista, né tantomeno il diritto di sciopero. Il fascismo e il nazismo non erano ab origine le anime perdenti del fordismo, ma furono costretti a diventarlo grazie alle lotte sociali e operaie degli anni Trenta negli Stati Uniti, quelle stesse lotte che avevano già fermato una classe dirigente sulla china di soluzioni corporative al momento della formazione del primo gabinetto Roosvelt nel 1932-33.
Com'è noto, negli Stati Uniti la catena di montaggio viene da
lontano. La produzione in serie di beni durevoli nel Novecento è
un processo che si innesta sull'American System of Manufactures,
il metodo di produzione per parti intercambiabili che era stato incubato
dall'industria statunitense già nell'Ottocento[29].
L'esperimento della fabbrica Ford è un momento cruciale di tale produzione
in serie, poiché esso la applica a un bene durevole, l'automobile,
che nei primi anni di questo secolo appariva generalmente un oggetto di
lusso anche negli Stati Uniti. Così facendo, la Ford struttura una
domanda sempre più ampia e pressante, la quale a sua volta legittima
presso l'opinione pubblica le misure autoritarie che sono tipiche degli
stabilimenti Ford nel periodo che va dai primi del secolo alla vigilia della
seconda guerra mondiale.
Si è detto: esperimento autoritario da parte di Ford, a suo modo
più autoritario e soprattutto più fattuale della stessa predicazione
di Frederick W. Taylor che lo precede di un ventennio. L'operaio che lavora
per la Ford è un individuo che produce lo strumento per la moltiplicazione
dei punti di contatto degli individui[30],
ma paradossalmente egli lo produce proprio grazie al suo imprigionamento
a ore nel punto di produzione, là dove è privato del diritto
di locomozione in misura fino ad allora sconosciuta, così come la
donna addetta alla sua riproduzione quotidiana è legata ai ritmi
della produzione industriale e nel contempo confinata nella penombra sociale
del lavoro domestico. L'operaio è privato anche del diritto di parola,
poiché - e in questo disciplinamento il fordismo è il potenziatore
del taylorismo - egli riceve non tanto ordini verbali diretti da un superiore
quanto una scansione preodinata del ritmo produttivo dal macchinario; la
comunicazione e il contatto con i suoi pari vengono minimizzati e, in ogni
caso, egli deve semplicemente agire per reazione monotona agli impulsi di
un sistema produttivo totalitario. Non ultimi fattori d'isolamento sono
le barriere linguistiche che gli operai immigrati portano in dono alla Ford
e che questa mantiene e valorizza a ragion veduta per quattro decenni, fomentando
aspre incomprensioni e divisioni che vengono attenuate soltanto dal tempo,
dalla contiguità diuturna, dalla Grande depressione e dall'opera
organizzativa apparentemente sconfitta in partenza e tuttavia instancabile
di una minoranza che si batte per il sindacalismo industriale negli anni
Venti e Trenta.
E' noto che fin dalla sua fondazione nel 1903 la Ford non tollera alcuna
presenza dei sindacati: non soltanto dei sindacati di mestiere o industriali,
bensì neppure di quelli "gialli" ovvero padronali. I sindacati
rimangono fuori dai cancelli della Ford statunitense fino al 1941. Il salario
diventa alto con i famosi cinque dollari al giorno del gennaio 1914, ma
soltanto per gli operai che il Dipartimento sociologico della Ford approva
dopo minuziose ispezioni nelle pieghe della vita personale e familiare e
soltanto nell'alta congiuntura, quando la Ford è stretta dal pressante
bisogno di stabilizzare una forza-lavoro che abbandona le sue fabbriche
a causa dei ritmi massacranti[31]. Il
piano di controllo totale degli operai e delle loro famiglie va in crisi
dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1917, quando la sorveglianza
comincia a impiegare più capillarmente gli spioni nei reparti. Nella
recessione successiva alla Prima guerra mondiale, i salari delle altre aziende
tendono ad eguagliare quelli della Ford che smantella le forme di assistenza
adottate negli anni Dieci. Nel febbraio del 1921, più del 30% degli
operai Ford vengono licenziati e quelli che rimangono devono accontentarsi
degli inflazionati sei dollari al giorno e dell'ulteriore taglio dei tempi.
La supremazia della Ford nell'auto si incrina alla metà degli anni
Venti, quando i manager della General Motors, in buona parte transfughi
della Ford e dai suoi metodi autoritari, le strappano definitivamente il
primato della produzione automobilistica. Contro la produzione indifferenziata
per "le moltitudini", come le chiama Henry Ford, la General Motors
vince la battaglia in nome della distinzione e dell'individuazione, ampliando
la gamma produttiva, diversificando e introducendo annualmente nuovi modelli.
Dalla fine degli anni Venti e sino alla sindacalizzazione del 1941, la Ford
è un'azienda notoria per i suoi salari, inferiori persino ai bassi
salari del settore dell'auto in generale[32].
Il sorpasso da parte della Generl Motors e le difficoltà finanziarie
non bastano a piegare il fordismo presindacale negli Stati Uniti: sono prima
le rivolte operaie e le occupazioni di fabbrica degli anni Trenta e poi
la sindacalizzazione della grande industria che determinano l'accerchiamento
politico delle altre imprese automobilistiche e infine della Ford, sino
alla sua vera e propria capitolazione allo Uaw, il sindacato dell'auto,
a seguito del grande sciopero della primavera del 1941. Il fordismo presindacale
si dissolve quando, a fronte degli attacchi delle guardie armate, i picchetti
degli scioperanti invece di diradarsi si singrossano e le disperdono. E'
il momento che si può forse rammentare con le parole di Emil Mazey,
uno dei principali organizzatori dello Uaw: "Era come veder prendere
improvvisamente vita degli uomini che erano stati semimorti"[33].
Con la firma del primo contratto sindacale nel 1941, la Ford non solo si
allinea sulle posizioni delle altre grandi dell'auto, General Motor e Chrysler,
ma le supera nelle concessioni allo Uaw e si salva una seconda volta dal
fallimento solo grazie alle commesse belliche del governo. Già nel
corso della Seconda guerra mondiale, essa cerca di rafforzare l'apparato
sindacale in fabbrica e di integrarlo agli obbiettivi dell'impresa. A partire
dal 1946, un nuovo management Ford dispone una strategia di lunga lena per
cooptare lo Uaw e renderlo uno strumento di integrazione aziendale. Il fordismo
è così sepolto. Se si intende per fordismo un sistema autoritario
di produzione in serie alla catena di montaggio, a salario e condizioni
di lavoro che la forza-lavoro non può negoziare sindacalmente, un
fordismo quale la sociologia del lavoro aveva generalmente inteso negli
anni Venti e Trenta, allora il fordismo si estingue grazie alle lotte
per il sindacalismo industriale negli Stati Uniti degli anni Trenta, coronate
dall'imposizione della contrattazione collettiva alla Ford nel 1941. Quanto
alle tendenze a negare totalitariamente la discrezionalità della
forza-lavoro nella scansione dei tempi lavorativi e all'imposizione di ritmi
di lavoro incorporati nel macchinario, esse sono ben lontane dall'essere
svanite con la fine del fordismo presindacale; esse sono più cogenti
che mai in questo scorcio di secolo, proprio a fronte del potenziamento
delle forze produttive del lavoro e dell'avvento delle macchine logiche,
ma sono ormai lontane dal fordismo presindacale. Possiamo considerare o
meno tali tendenze come un capitolo di un più vasto movimento di
razionalizzazione che comincia con l'American System of Manufactures
e che non si è ancora esaurito. In ogni caso, la spinta complessiva
al comando sui tempi di lavoro attraverso l'"oggettività"
del macchinario[34] è incubata
da altre grandi imprese prima della Ford, esplode con la diffusione della
catena di montaggio fordista, non si esaurisce affatto con la sua temporanea
sconfitta alla fine degli anni Trenta, e anzi sembra oggi imporsi con rinnovata
virulenza anche nei recessi più remoti della penetrazione capitalistica.
Postfordismo e toyotismo globali
Quanto alla categoria del postfordismo, formulata oscuramente dai regolazionisti,
essa ha poi aperto la strada ad alcune posizioni che sembrano fondarsi su
due assiomi indimostrati: il determinismo tecnologico delle serie discrete
degli anni Settanta di questo secolo costituirebbero un momento di rottura
profonda con le grandi serie nella produzione di beni durevoli e la recente
scoperta della produttività della comunicazione tra i cosiddetti
produttori all'interno dell'azienda[35].
Il primo assioma deriva dalla constatazione che la produzione materiale
in genere e persino quella meccanica - più discontinua di quella
a flusso - procede oggi per serie discrete, poiché, grazie alla flessibilità
delle macchine utensili, a cominciare da quelle a controllo numerico negli
anni Cinquanto, viene facilitata la diversificazione del prodotto, in particolare
nella produzione di beni durevoli. Questa diversificazione permette non
soltanto di assecondare i consumatori impegnati nella ricerca di distinzione,
ma anche di plasmare i gusti e generalmente di esaltare i ritocchi e le
personalizzazioni che passano per costose innovazioni. In breve, tale tendenza
non è che il potenziamento della spinta alla diversificazione che
la General Motors aveva assecondato e promosso fin dai primi anni Venti
e che le aveva permesso di battere la Ford quando Henry Ford aveva sentenziato
che "il cliente può comprare l'automobile del colore che vuole,
purché sia nera". La produzione di massa aveva solo in apparenza
plasmato l'operaio-massa (tremine usato ma anche abusato al fine di procedere
sommariamente per figure storiche). In parecchi reparti del maggiore stabilimento
della Ford, il River Rouge, il silenzio Ford era interrotto dal "bisbiglio
Ford", ovvero "dalla comunicazione gestuale", uno degli elementi
della resistenza operaia fino allo scontro decisivo del 1941[36].
Nonostante il dovere d'indossare l'indifferenziata tuta blu e pur in mancanza
dell'opportuna autorizzazione a pensare, vi era evidentemente nel "produttore"
una mente che aspirava all'individuazione, non al livellamento universale.
Andava ormai esaurendosi la battaglia livellatrice per un'eguaglianza "che
possegga la solidità di un pregiudizio popolare"[37].
Verso la fine degli anni Venti, Henry Ford si trovò una prima volta
in serie difficoltà finanziarie per la sua insistenza sul modello
T a un solo colore. Si può ricordare che nelle fabbriche Ford neppure
nei bui anni Trenta mancavano gli operai che rischiavano il licenziamento
pur di comprare un'automobile della General Motors[38].
Dunque, nell'industria automobilistica è la General Motors degli
anni Venti che realizza una produzione flessibile compatibile con i tempi[39]. I suoi veicoli diversificati vengono
prodotti con la messa in comune (commonalisation) delle macchine
utensili e della principale componentistica dell'auto. Le economie di scala
sono la base delle economie di gamma. La varietà produttiva è
ben lontana dall'aver aspettato il toyotismo, come era ben consapevole Charles
Wright Mills all'inizio degli anni Cinquanta, quando denunciava l'intreccio
manipolato dei gusti massificati e dei "tocchi personali" sui
prodotti correnti[40]
Inoltre, viene dato per scontato che il toyotismo abbia rotto con il "fordismo"
sviluppando la sua flessibilità già negli anni Cinquanta e
Sessanta, in quanto la sua produzione automobilistica doveva far fronte
a una domanda alquanto diversificata. Lo stesso massimo esponente del toyotismo[41] lo afferma, e parecchi studiosi occidentali,
tra cui Coriat, ne hanno propagato il mito. In realtà, nel dopoguerra
la Toyota, al pari della Nissan, poteva contare su di una breve esperienza
come produttrice di autoveicoli; aveva cominciato a produrli soltanto nel
1936 e aveva imparato presto a costruirsi una posizione oligopolistica contribuendo
a sloggiare la Ford e la General Motors dal Giappone appena tre anni dopo.
Dopo il 1945, con la famiglia Toyoda ancora al timone dell'azienda, essa
è vissuta a lungo di grandi serie, esportate e poi prodotte
anche all'estero. La continuità non con il fordismo regolazionista
bensì con il settore statunitense dell'auto risulta assai più
forte di quanto la vulgata toyotofila voglia ammettere. Infatti, dopo una
stentata riconversione postbellica, la Toyota tenta la via dell'utilitaria
(la Toyotapet) e subisce gli scioperi del 1949 e del 1953. Essa si salva
grazie soprattutto all'intransigenza della Nissan, che distrugge il sindacato
dell'auto Zenji, ma anche grazie alle commesse statunitensi in occasione
della guerra di Corea. In seguito e per un ventennio, la gamma produttiva
della Toyota, come quella delle altre aziende automibilistiche giapponesi,
è ristretta a pochissimi modelli. Sino agli anni Sessanta la qualità
scadente di tali modelli ne rende fallimentari le esportazioni. In seguito
a questi insuccessi, comincia la fase di sperimentazione, fondata sia sull'impiego
di squadre polivalenti e mobilitabili per macchine utensili a moduli variabili,
sia sull'attenzione alla qualità in vista dell'esportazione[42]. E' il successo di un unico modello (l'utilitaria
Corolla) negli anni Settanta che getta le basi della diversificazione produttiva,
non viceversa; ed è un successo che la Toyota coglie all'estero ben
più che all'interno, dove il mercato è assai meno dinamico.
Fino agli anni Ottanta, la varietà dei modelli Toyota è prudentemente
limitata e soltanto negli anni Ottanta, quando il mercato interno segna
una battuta d'arresto, l'azienda espande la gamma produttiva per conquistare
nuove quote di mercato all'estero. Non è dunque la varietà
dei modelli bensì la mobilitazione della forza-lavoro dopo una storica
sconfitta operaia che spiega la sperimentazione dell'ingegner Ohno alla
Toyota. La novità sostanziale consiste nel fatto che mentre la
General Motors degli anni Venti si accontentava della varietà dei
modelli, la Toyota piega la sua squadra, comandabile a piacere, al lavoro
polivalente per la produzione di modelli differenziati lungo la stessa linea.
Quanto alla produzione senza scorte, essa era già stata sperimentata
a suo modo dall'industria dell'auto negli Stati Uniti negli anni Venti e
perfino oltre la Depressione. La "messa in libertà" a salario
zero, così frequente negli anni Venti e ancor più durante
la Grande Depressione a causa della stagionalità della domanda, diventò
uno dei terreni di scontro decisivi per la nascita del sindacato dell'auto
negli Stati Uniti[43]. Nella partita
ai punti del 1936-37 tra lo Uaw e la General Motors, il sindacato vinse
sulla programmazione delle scorte e sull'eliminazione della disoccupazione
stagionale. Forse quanti tessono le lodi del just in time possono
staccare una pagina dalle cronache della Detroit degli anni Trenta, ma anche,
ad esempio, dei ricorrenti scioperi europei e statunitensi da parte degli
autotrasportatori "padroncini" del ciclo dell'automobile che in
realtà sono l'estrema appendice delle grandi imprese.
Stando al secondo assioma, i sostenitori del postfordismo affermano che
la produzione richiede ormai e richiederà sempre più gradi
elevatissimi di comunicazione tra i soggetti produttivi e che tali livelli
a loro volta rimandano a spazi di discrezionalità dei cosiddetti
produttori che sono assai rilevanti rispetto a un passato di lavoro non-comunicativo,
di "silenziosa coazione dei rapporti economici"[44]
del mondo moderno. Tale comunicazione creerebbe una connettività
sempre più intensa tra soggetti, in contrasto con l'isolamento, la
separatezza e il mutismo imposti all'operaio dalla prima e dalla seconda
rivoluzione industriale. Mentre è indubbio che i processi di apprendimento
nella produzione (learning by doing) hanno richiesto e richiedono
un notevole grado di interazione anche verbale tra individui, resta il fatto
che dal taylorismo in poi il risparmio di tempo di lavoro passa in larga
misura attraverso la minimizzazione del contatto e dell'interazione informale
tra i pianificatori e gli esecutori. Il taylorismo ha cercato con magri
risultati di imporre tale pianificazione al fine di aumentare la produttività,
sottraendo ai capi e agli operai la discrezionalità temporale che
essi assumevano negoziando informalmente e verbalmente nei reparti.
Tuttavia, anche nell'epoca del fordismo presindacale, va ricordato che nei periodi di ristrutturazione di fabbrica, di cambiamento dei modelli e di innovazione tecnologica, il bisbiglio della ristrutturazione era non solo produttivo ma addirittura essenziale al buon esito dell'operazione. Dunque, il silenzio imposto d'autorità e il rumore assordante dello sviluppo dominano l'industria dell'auto sino alla metà degli anni Trenta[45]. Ma il disciplinamento del sillenzio e del bisbiglio entro gli alvei della comunicazione produttiva di capitale non è forse un tratto costitutivo della fabbrica moderna? A questo proposito, si può notare che la stessa sociologia industriale come disciplina è stata costruita sull'occultamento della dimensione comunicativa e sulla ripulsa di qualsiasi analisi dei processi di interazione verbale nei luoghi di lavoro. Non si tratta di una mera distrazione. Basterà qui ricordare l'osservazionedi Harold Garfinkel:
"Esiste un ordine prodotto localmente delle cose del lavoro; [...] esse formano un dominio imponente di fenomeni organizzativi; [...] gli studi classici del lavoro, senza rimedio o alternativa, dipendono dall'esistenza di questi fenomeni, fanno uso del dominio e lo ignorano"[46]
Quanto alle tendenze a imporre totalitariamente i ritmi di lavoro, esse non sono certo svanite con la fine del fordismo presindacale; tornano più cogenti che mai in questo scorcio di secolo, proprio a fronte del potenziamento delle forze produttive del lavoro e anzi hanno assunto alcuni tratti del fordismo presindacale dei ruggenti anni Venti: precarietà del posto di lavoro, mancanza di assistenza sanitaria e di sussidio di disoccupazione, decurtazioni non solo dei salari reali, ma anche dei salari nominali, spostamento di linee produttive lontano dalle regioni industrialmente "mature". I tempi di lavoro si prolungano, anziché accorciarsi. In tutto l'Occidente come anche in Oriente si lavora più a lungo di vent'anni fa, e in una dimensione sociale dalla quale il potere regolatore dello stato si è eclissato. Si lavora più a lungo e più intensamente anche grazie all'obsoleto cronometro taylorista e alla catena di montaggio fordista "fuori moda". Ironicamente, proprio per la Francia, dov'è sorta la scuola regolazionista, preziosi dati, altrove inesistenti, mostrano che il lavoro alla catena e sotto costrizione automatica è in aumento, sia percentualmente che in assoluto: vi erano sottoposti il 13,2% degli operai nel 1984 e il 16,7% nel 1991 (su, rispettivamente, 6.187.000 e 6.239.000 operai)[47].
Negli anni Cinquanta e Sessanta, ovvero negli "anni d'oro" del fordismo, come li chiama Lipietz, l'economia internazionale sotto guida statunitense promosse la domanda di investimenti privati, più ancora dei consumi dei beni-salario. Quello che appariva un sistema stabile cominciò a sfaldarsi dall'interno, perché alla fine degli anni Sessanta la lotta di classe nelle sue forme variegate ribaltò le solide certezze del capitale sul terreno del salario, dell'organizzazione del lavoro, del rapporto tra sviluppo e sottosviluppo, del patriarcato. Se non si comprende la radicalità di tale sfida, non si possono cogliere gli elementi di crisi e di incertezza che hanno caratterizzato le prospettive di dominio nel ventennio successivo[48]. La disomogeneità delle reazioni - dalla guerra manovrata contro i colletti blu nei paesi industrializzati fino alla regionalizzazione in tre grandi aree capitalistiche (Nafta, Unione Europea e Giappone) e alla spedizione nel Golfo - denotano non il passaggio a un modello postfordista ma la continua ricombinazione di vecchi e nuovi elementi di dominio per scomporre politicamente la forza-lavoro attorno a una produzione flessibile.
Conclusioni
Il regolazionismo guarda alle implicazioni dal lato del capitale come
centro e motore del movimento operaio complessivo della società.
Hirsch e Roth parlano a nome di molti quando affermano che "è
sempre il capitale stesso e le strutture che esso impone 'oggettivamente'
alle spalle degli attori che mette in moto le condizioni decisive delle
lotte di classe e dei processi di crisi"[49].
Non stupisce che le conclusioni che i regolazionisti traggono da tale posizione
vadano nell'unica direzione che non è loro preclusa: il conflitto
contro le leggi dello sviluppo capitalistico non ha futuro, e pertanto è
inutile rilevare le crepe nell'edificio del dominio. Parafrasando Mark Twain,
si può dire che se i regolazionisti dispongono soltanto di un martello
panfordista non vedranno altro che chiodi postfordisti da ribadire.
Assumendo tale posizione, i regolazionisti non soltanto si precludono la
via dell'analisi dei processi conflittuali presenti e futuri, ma si autoescludono
dal dibattito a più voci che si incentra sui soggetti[50].
Non altrimenti si può spiegare la riduzione regolazionista della
classe operaia negli Stati Uniti a mero oggetto fordizzato[51],
persino nei suoi momenti di maggiore progettualità antagonistica,
come essa ha certamente espresso tra la Grande depressione e il nuovo ordine
nazifascista in Europa. E assumendo tale posizione, il regolazionismo non
può comprendere poi come proprio tale classe operaia abbia contribuito
in maniera determinante a porre lo stesso capitalismo statunitense in rotta
di collisione con il nazifascismo. Il fordismo presindacale fu transeunte,
non nel senso banale (ma pur non insignificante) di un Henry Ford che andava
finanziando Hitler sulla via verso il potere e si fregiava delle medaglie
naziste fino al 1938, ma perché a sconvolgere la silenziosa coazione
della forza-lavoro fordizzata era la forza-lavoro stessa, in uno dei movimenti
sociali di autoemancipazione che i regolazionisti non sono strutturalmente
attrezzati per comprendere nelle sue vaste implicazioni a livello mondiale
e per lunghi anni avvenire, ben al di là della Seconda guerra mondiale.
Quanto alla condizione odierna, non è in questione l'esame delle
novità dopo la caduta delle certezze oltre che del muro di Berlino,
bensì la possibilità o meno di scrollarsi di dosso l'ineluttabilità
del passaggio a un paradigma "postfordista" nel quale la forza-lavoro
figuri ancora una volta come mero oggetto e massa inerte. Come notavano
Holloway e Pelaez, l'insistenza con la quale i regolazionisti invitano il
loro pubblico a guardare in faccia il futuro desta qualche perplessità[52]. Dopotutto, la fede nelle meraviglie
della tecnologia da parte delle organizzazioni del movimento operaio ha
condotto a qualche epocale sconfitta nel passato. Non è soltanto
in gioco l'inevitabilità di un sistema, quello capitalistico, che
ha troppi connotati di costrizione e di morte per essere accettabile, bensì
persino la possibilità di qualsiasi iniziativa, anche la più
cauta, che parta dai soggetti. In gioco è la prospettiva di combattere
una precostituita subordinazione della forza-lavoro agli inesorabili Tempi
Nuovi impastati sì di silicio informatico, ma anche di forti ostilità
intraimperiali, per il momento ammantate di parole d'ordine quali concorrenza
e libero mercato.
E' l'indeterminazione dei confini dell'azione conflittuale che il presente ci induce a difendere. Dovremo dunque riesaminare tempestivamente qualche strumento, al fine di sgombrare il futuro se non delle eventuali ipoteche, almeno dei belati più lamentosi. Finora la scomposizione e l'anatomizzazione della forza-lavoro in quanto "macchina umana" hanno di fatto costituito il processo preparatorio dei vari stadi della meccanizzazione; è un processo che il dominio capitalistico ha costantemente presentato come necessario. Il punto non è se il postfordismo si aggiri tra noi, ma se si può arrestare il sacrificio delle "macchine umane" sulle piramidi dell'accumulazione.