[1] Per una critica tempestiva del termine "produzione immateriale", v. Sergio Bologna, Problematiche del lavoro autonomo in Italia (I), "Altreragioni" n. 1 (1992), pp. 10-27.

[2] M. Aglietta (1974), Accumulation et régulation du capitalisme en longue période. L'exemple des Etas-Unis (1870-1970), Paris, Insee, 1974; la seconda edizione francese reca come titolo Régulation et crises du Capitalisme, Parigi, Calmann-Levy, 1976; tr. inglese, A Theory of Capitalist Regulation: The US Experience, Londra e New York, Verso, 1979; nel 1987 è seguita una seconda edizione inglese presso il medesimo editore. Tratto di unione tra la categoria di fordismo e quella di postfordismo può essere considerato il termine di neo-fordismo, proposta da Christian Palloix due anni dopo l'uscita della prima edizione del citato libro di Aglietta. V. Christian Palloix, Le procès de travail. Du fordisme au néofordisme, "La Pensée", n. 185 (febbraio 1976), pp. 37-60, secondo il quale il neofordismo definisce la nuova pratica capitalisa di arricchimento e ricomposizione delle mansioni in risposta a nuove esigenze di gestione della forza-lavoro.

[3] Sull'interpretazione regolazionista del fordismo fino al 1991, si veda il fondamentale volume di Werner Bonefeld e John Holloway (a cura di), Post-Fordism and Social Form: A Marxiste Debate on the Post-Fordist State, Londra MacMillan, 1991, che contiene le indicazioni bibliografiche del dibattito. Per la scuola regolazionista si possono vedere, tra gli altri, i seguenti lavori: R. Boyer, La théorie de la régulation: une analyse critique, Parigi, La Découverte, 1986; R. Boyer (a cura di), Capitalisme fin de siècle, Parigi, Presses Universitaires de France, 1986; Alain Lipietz, Towards Global Fordism?, "New Left Review", n. 132 (marzo-aprile 1982), pp. 33-47; Imperialism as the Beast of the Apocalypse, "Capital and Class", n. 22 (primavera 1984), pp. 81-109; Behind the Crisis: the Exhaustion of a Regime of Accumulation. A 'Regulation School Perspective' on Some French Empirical Works, "Review of Radical Political Economy", vol. 18, n. 1-2 (1986), pp. 13-32; Mirages and Miracles: The Crisis of Global Fordism, Londra, Verso, 1987; Fordism and post-Fordism, in W. Outhwaite and Tom Bottomore (a cura di), The Blackwell Dictionary of Twentieth Century Social Thought, Oxford, Blackwell, 1993, pp. 230-231; B. Coriat, Penser à l'envers. Travail et organisation dans l'entreprise japonaise, Parigi, Christian Bourgois, 1991; Ripensare l'organizzazione del lavoro. Concetti e prassi del modello giapponese, Bari, Dedalo 1991, con introduzione e traduzione di Mirella Giannini.

[4] Dico "produttività relativamente elevata", perché la catena di montaggio non sempre ne ha dato prova. Ad esempio, il fordismo sovietico dei primi due piani quinquennali (1928-32, 1933-37) venne sperimentato soprattutto alla catena di montaggio dello stabilimento automobilistico di Gor'kij grazie anche all'apporto dei tecnici della Ford, ma si mantenne a un livello di produttività di circa il 50% inferiore a quello delle fabbriche statunitensi della Ford. V. in proposito John P. Hardt e George D. Holliday, Technology Transfert and Change in the Soviet Economic System, in Frederic J. Fleron jr., Techology and Communis Culture: The Socio-Cultural Impact of Technology under Socialism, New York e Londra, Praeger, 1977, pp. 183-223.

[5] Nel suo Fordism and post-Fordism, cit., p. 230, Lipietz sostiene erroneamente che il termine "fordismo" "venne coniato negli anni Trenta dal marxista italiano Antonio Gramsci e dal socialista belga Henri de Man". Lipietz si riferisce evidentemente ad "Americanismo e fordismo" (1934) in Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, vol. 3, a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi 1975, pp. 2137-2181, una serie di note in cui Gramsci tiene conto tra l'altro di un libro di de Man che non discute direttamente di fordismo. La prima edizione dell'opera di de Man comparve in Germania nel 1926: Hendrik de Man, Zur Psychologie des Sozialismus, Jena, E. Diederichs, 1926 e, dopo una parziale traduzione francese comparsa a Bruxelles nel 1927, venne pubblicata una traduzione completa con il titolo Au delà du marxisme, Parigi, Alcan, 1929 sulla seconda edizione tedesca presso Diederichs (1027). Per le sue note su "Americanismo e fordismo" Gramsci in carcere disponeve della traduzione italiana dell'edizione francese uscita presso Alcan: Henri de Man, Il superamento del marxismo, Bari, Laterza, 1929. In Europa, l'uso del termine "fordismo" precede de Man e Gramsci ed è già affermato nei primi anni Venti; in particolare, Friedrich von Gottl-Ottlilienfeld, Fordismus? Paraphrasen über Verhältnis von Wirtschaft und Technischer Vernunft bei Henry Ford und Frederick W. Taylor, Jene, Gustav Fischer, 1924; H. Sinzheimer, L'Europa e l'idea di democrazia economica (1925), "Quaderni di azione sociale", XXXIX, n. 2 (1994), pp. 71-74, a cura e nella traduzione di Sandro Mezzadra, che ringrazio per questa segnalazione. Nel suo articolo citato più sopra, altrettanto erroneamente Lipietz afferma che "negli anni Sessanta, il termine venne riscoperto da alcuni marxisti italiani (R. Panzieri, M. Tronti, A. Negri)". In Italia la discussione del fordismo venne affrontata prendendo le distanze da Gramsci nel volume di Romano Alquati, Sulla Fiat e altri scritti, Milano, Feltrinelli, 1975, che raccoglieva i suoi scritti degli anni del periodo 1961-67 e nel volume di Sergio Bologna, George P. Rawick, Mauro Gobbini, Antonio Negri, Luciano Ferrari Bravo, Ferruccio Gambino, Operai e stato: lotte operaie e riforma dello stato capitalistico tra rivoluzione d'Ottobre e New Deal, Milano, Feltrinelli, 1972, che raccoglieva gli atti di un convegno tenutosi a Padova nel 1967.

[6] Si vedano in particolare in Werner Bonefeld e John Holloway (eds.) Post-Fordism and Social Form, cit., il saggio di Joachim Hirsch, Fordism and Post-Fordism: The Present Social Crisis and its Consequences, pp. 8-34 e i due saggi di Bob Jessop, Regulation Theory, Post-Fordism and the State: More than a Reply to Werner Bonefeld, pp. 69-91 e Polar Bears and Class Struggle: Much Less than a Self-Criticism, pp. 145-169, che contengono ulteriori riferimenti bibliografici.

[7]Bob Jessop, Regulation Theory, Post-Fordism and the State, cit., pp. 87-88.

[8] Joachim Hirsch, Fordism and Post-Fordism: The Present Social Crisis and its Consequences, cit., p. 15.

[9] Michel Aglietta (1974), Accumulation et régulation du capitalisme en longue période. Exemple des Etas-Unis (1870-1970), Paris, INSEE, 1974.

[10] Joachim Hirsch, Fordism and Post-Fordism: The Present Social Crisis and its Consequences, cit., pp. 25-26.

[11] Alain Lipietz, Towards Global Fordism, "New Left Review", n. 132 (marzo-aprile 1982), pp. 33-47.

[12] Ibid., pp. 35-36.

[13] Sull'argomento, v. la rassegna di Giuseppe Bonazzi, La scoperta del modello giapponese nelle società occidentali, "Stato e mercato", n. 39 (dicembre 1993), pp. 437-466 che discute la ricezione variamente critica del modello giapponese nella sociologia occidentale; più brevemente e in termini più generali, Pierre-François Souyri, Un nouveau paradigme?, "Annales", vol. 49, n. 3 (maggio-giugno 1994), pp. 503-510.

[14] Robert Guillain, Japon troisième grand, Paris, Seuil, 1969; Herman Kahn, The Emerging Japanese Superstate, Minneapolis, Minn., Hudson Institute, 1970.

[15] Robert Brochier, Le miracle economique jeponais, Parigi, Calmann-Lévy, 1970.

[16] John Holliday e David McCormack, Japanese Imperialism Today: Co-Prosperity in Greater East Asia, Harmondsworth, Inghilterra, Penguin, 1973.

[17] Ezra Vogel, Japan as Number One: Lessons for America, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1979.

[18] Karel Van Wolferen, The Enigma of Japanese Power, New York, N. Y., Knopf, 1989.

[19] Chie Nakane, Japanese Society, Londra, Weinenfeld e Nicholson, 1970, tr. it., La società giapponese, Milano, Cortina; Michio Morishima, Why Has Japan "Succeeded", Cambridge, Cambridge University Press, tr. it. Cultura e tecnologia nel successo giapponese, Bologna, Il Mulino.

[20] Jean-Loup Lesage, Les grandes sociétés de commerce au Japon, les Shosha, Parigi, PUF; Chalmers Johnson, MITI and Japanese Miracle: the Growth of Industrial Policy, 1925-1975, Tokyo, Tuttle, 1986.

[21] Masahiko Aoki, The Economic Analysis of the Japanese Firm, Amsterdam, Elsevier, 1984; Kazuo Koike, Understanding Industrial Relations in Modern Japan, Londra MacMillan, 1988.

[22] Tai'ichi Ohno, Toyota Seisan Hoshiki [Il modo di produzione Toyota], Tokyo, Diamond Sha, 1978; tr. inglese, The Toyota Production System: Beyond Large Scale Production, Productivity Press, Cambridge, Mass., tr. francese, L'esprit Toyota, Parigi, Masson, 1989; tr. italiana, Lo spirito Toyota, Torino, Einaudi, 1993.

[23] Benjamin Coriat, Penser à l'envers. Travail et organisation dans lentreprise japonaise, Parigi, Christian Bourgois, 1991; tr. it., Ripensare l'organizzazione del lavoro. Concetti e prassi del modello giapponese, Bari, Dedalo, 1991.

[24] Benjamin Coriat,Ripensare l'organizzazione del lavoro. Concetti e prassi del modello giapponese, cit., pp. 32-33.

[25] Ibid., p. 85.

[26] Satochi Kamata, Toyota, l'usine du désespoir, Parigi, Editions Ouvrières, 1976; tr. inglese, Japan in the Passing Lane: Insider's Account of Life in a Japanese Auto Factory, New York, N. Y., Unwin Hyman, 1984. Dello stesso autore, L'envers du Miracle, Parigi, Maspéro, 1980.

[27] Ray e Cindelyn Eberts, The Myths of Japanese Quality, Upper Saddle, N. J., Prentice Hall, 1994.

[28] Irving Bernstein, Turbulent Years: A History of the American Worker 1933-1941, Boston, Houghton Mifflin, 1969, p. 737.

[29] David A. Hounshell, From the American System to Mass Production (1800-1932), Baltimora e Londra, The Johns Hopkins University Press, 1984.

[30] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, vol. I, tr. di Enzo Grillo, Firenze, La Nuova Italia, 1968, p. 242, sulla società, la quale "non consiste di individui, bensì esprime la somma delle relazioni, dei rapporti in cui questi individui stanno l'uno rispetto all'altro".

[31] Steohen Meyer III, The Five Dollar Day: Labor Management and Social Control in the Ford Motor Company, 1908-1821, Albany, N. Y., State Universiti of New York Press, 1981, in particolare pp. 96-202.

[32] Joyce Shaw Peterson, American Automobile Workers, 1900-1933, Albany, N. Y., State Universiti of New York Press, 1987. Come scriveva Samuel Romer, The Detroit Strike, "The Nation", vol. 136, n. 3528, 15 febbraio 1933, pp. 167-168: "L'industria dell'automobile è stagionale. Tutti gli anni, le fabbriche rallentano la produzione in autunno per preparare i nuovi modelli; e l'operaio dell'auto deve allungare gli 'alti salari' di otto mesi per tirare avanti per l'intero anno". V. anche La Faver, M. W (1929), Instability of Employment in the Automobile Industry, "Monthly Labor Review", vol. XXVIII, pp. 214-217.

[33] Bernstein, Turbulent Years, cit., p. 744.

[34] David Noble, Social Choice in Machine Design, in Andrew Zimbalist, Case Studies on the Labor Process, New York, Monthly Review Press, 1979, pp. 18-50.

[35] Una sintesi aggiornata di queste posizioni è il saggio di Marco Revelli, Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e toyotismo, in Pietro Ingrao e Rossana Rossanda, Appuntamenti di fine secolo, Roma, Manifestolibri, 1995, pp. 161-224.

[36] Irving Bernstein, Turbolent Years, cit., p. 740.

[37] Karl Marx, Il Capitale, Vol. I, Roma Editori Riuniti, 1964, p. 92.

[38] Irving Bernstein, Turbolent Years, cit., p. 740.

[39] Benché non appartengano alla scuola regolazionista, anche due ammiratori dei distretti industriali italiani hanno presentato la produzione flessibile come un'innovazione tipica degli anni Settanta, riferendosi non al Giappone ma all'area orientale della Pianura padana: J. Michael Piore and Charles F. Sabel (1983), The Second Industrial Divide: Possibilities for Prosperity, New York, N. Y., Basic Books; tr. it., Le due vie dello sviluppo industriale. Produzione di massa e produzione flessibile, Torino, Isedi, 1987.

[40] Charles Wright Mills, Commentary on Our Culture and Our Country, "Partisan Review", vol. 19, n. 4 (luglio-agosto 1952), pp. 446-450 e in particolare p. 447.

[41] Tai'ichi Ohno, Toyota Seisan Hoshiki [Il modo di produzione Toyota], Tokyo, Diamond Sha, 1978; tr. inglese, The Toyota Production System: Beyond Large Scale Production, Productivity Press, Cambridge, Mass., tr. francese, L'esprit Toyota, Parigi, Masson, 1989; tr. italiana, Lo spirito Toyota, Torino, Einaudi, 1993.

[42] Marie-Claude Belis Bourguignan et Yannick Lung (1994), Le Mythe de lavariété originelle. L'internasionalisation dans la trajectoire du modèle productif japonais, "Annales", 49, 2 (maggio-giugno), pp. 541-567.

[43] M. L. La Fever, Instability of Employment in the Automobile Industry, "Monthly Labor Review", vol. XXVIII (1929), pp. 214-217. V. anche nota 31.

[44] Karl Marx, Il Capitale, cit., Vol. I, p. 800.

[45] Joyce Shaw Peterson, American Automobile Workers, 1900-1933, cit., pp. 54-56; Irving Bernstein, Turbolent Years, cit., p. 740.

[46] Harold Garfinkel (ed.), Ethnomethodological Studies of Work, Routledge e Kegan Paul, Londra e New York 1986, p.7.

[47] Anonimo, Alternatives Economiques, maggio 1994, su dati Dares, Enquetes spécifiques Acemo: Enquetes sur l'activité et les conditions d'emploi de mani-d'oevre; devo questa segnalazione ad Alain Bihr.

[48] Cfr. L'indispensabile "Intervento su Pietro Ingrao e Rossana Rossanda, Appuntamenti di fine secolo", di Riccardo Bellofiore, Associazione dei Lavoratori e delle Lavoratrici Torinesi (Allt), 24 novembre 1995 (stampato in proprio).

[49] Joachim Hirsch e Roland Roth, Das neue Gesicht des Kapitalismus, Amburgo, VSA, 1986, p. 37.

[50] Su questo tema, v. la rassegna di Peter Miller e Nikolas Rose, Production, Identity, and Democracy, "Theory and Society", vol. 24, n. 3 (giugno 1995), pp. 427-467.

[51] Durante i primi due Piani quinquennali staliniani, "fordizzati" (fordirovannye) erano chiamati dal regime sovietico gli operai della catena di montaggio della fabbrica automobilistica di Gor'kij.

[52] Eloina Pelaez e John Holloway, Learning to Bow: Post-Fordism and Technological Determinism, in Werner Bonefeld e John Holloway (eds.), Post-Fordism and Social Form, cit., p. 137.