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1. E' possibile indicare, sommariamente, tre tipologie di crisi.
La prima è quella di sovraproduzione e/o sottoconsumo, essendo ognuno
dei due termini correlativo all'altro, poiché non esistono certo
sovraproduzione o sottoconsumo in senso assoluto. Il problema è dato,
in definitiva, dall'eccesso di produzione (o eccesso di potenzialità
produttive del sistema economico) in relazione alle capacità di assorbimento
del mercato, riferendosi però all'entità della domanda di
(beni di) consumo e quindi ad una relativa carenza del reddito dei consumatori.In
definitiva, anche le teorie che si riferiscono al keynesismo possono essere
fatte rientrare in questa tipologia. A dir la verità, Keynes fa riferimento
alla domanda aggregata di consumi più investimenti, quindi alla domanda
di beni di consumo e di produzione, che al livello del reddito di piena
occupazione (dei fattori produttivi) sarebbe insufficiente ad assorbire
l'intera produzione dei due tipi di beni. La debolezza sembra inficiare
soprattutto la domanda dei beni di investimento a causa di una bassa efficienza
marginale del capitale che non riuscirebbe a coprire nemmeno il più
basso saggio di interesse possibile (al limite, persino se questo scendesse
a zero). Tuttavia, questa scarsa efficienza marginale dell'investimento
in beni di produzione deriva, alla fin fine, dalla relativamente bassa propensione
al consumo della collettività al livello della produzione (e del
reddito) di piena occupazione. Tanto è vero che le politiche keynesiane,
in ultima analisi, sono state basate sulla redistribuzione del reddito dai
ceti abbienti (a minor propensione al consumo) a quelli meno abbienti, in
modo da aumentare detta propensione per l'insieme della popolazione (l'eccesso,
relativo, di risparmio è quindi considerato negativo per la continuità
dello sviluppo capitalistico).
La seconda tipologia di crisi è quella relativa alla caduta tendenziale
del saggio di profitto, che può essere interpretata come l'annuncio
del futuro crollo (o, almeno, della stagnazione definitiva) del capitalismo
o appunto, più realisticamente, come motivo dell'innesco delle crisi
congiunturali. In questo caso, si deve pensare a una sorta di sovraccumulazione
di beni capitali (investimenti) che innalza, periodicamente, la cosiddetta
composizione organica del capitale. E' vero che, in genere, un più
elevato impiego di capitale costante - che significa, in definitiva, nel
capitalismo ormai uscito dalla sua prima fase manifatturiera, una maggiore
complessità ed efficacia delle tecnologie impiegate - aumenta la
produttività del lavoro e dunque, se questa si manifesta significativamente
nel settore che produce beni salario, accresce anche il saggio del plusvalore.
Tuttavia, si ipotizza che, almeno da un certo punto in poi, detto accrescimento
non riesce a compensare adeguatamente l'innalzamento della composizione
organica, con conseguente diminuzione del saggio di profitto (in media per
l'insieme del sistema produttivo). La crisi appare allora come una sorta
di salasso che elimina l'esubero di capitale (costante, in particolare della
sua quota fissa) tramite svalutazione di quello accumulato in eccesso.
Infine abbiamo la terza tipologia teorizzata, che potremmo definire da sproporzione
dei settori. Se quest'ultima, però, parte dalla considerazione che
detta sproporzione è causata da un aumento eccessivo del primo settore
(beni di produzione) in relazione al secondo (beni di consumo), mi sembra
che tale tesi si apparenti in qualche misura alla seconda tipologia della
crisi appena considerata. In realtà, ciò che mi sembra importante
di detta tesi è che essa mette l'accento sull'anarchia mercantile,
cioè su quel particolare processo che comunque, qualsiasi sia il
settore da cui parte la crisi, viene innescato dalle molteplici decisioni
prese dai tanti punti di produzione delle merci (le unità produttive
capitalistiche, in termini generali le imprese), decisioni indipendenti
le une dalle altre e non coordinate fra loro. La crisi, in definitiva, è
fenomeno intimamente collegato al ricorrere di fasi di inasprimento della
competitività intercapitalistica, con il conseguente formarsi di
un sempre più complesso circuito mercantile che può
interrompersi in ogni momento[1].
2. Poste schematicamente le cose in questo modo, ho l'impressione
che le diverse tipologie di crisi teorizzate corrispondano a fasi diverse
dello sviluppo capitalistico, a quelle che ho indicato come ricorsività,
che concernono l'alternarsi di periodi di monocentrismo (dominio di una
certa sezione, in genere anche territoriale, sull'intero campo capitalistico)
a periodi di policentrismo (lotta tra diverse sezioni per l'egemonia e la
direzione complessiva del campo in oggetto), in quanto epoca di transizione
da un monocentrismo all'altro, da un dominio complessivo all'altro.
I periodi di monocentrismo possono in qualche modo essere pensati come periodi
di capitalismo organizzato. Naturalmente, ciò non esclude affatto
la competizione intercapitalistica, che trova tuttavia limiti nell'ambito
dell'organizzazione del mercato complessivo che viene di fatto garantita
dalla "sezione" capitalistica (spesso anche territoriale) capace
di imporre le sue regole ponendosi all'avanguardia per quanto concerne le
tecnologie impiegate, la strutturazione delle unità produttive (imprese)
e delle reti di scambio, il credito e la raccolta dei capitali, ecc. Le
dimensioni delle unità produttive possono essere molto diverse (in
genere sono crescenti di periodo in periodo), ma ciò avviene nell'ambito
di una crescita tendenziale anche delle dimensioni del mercato complessivo
(dell'intero sistema capitalistico), per cui la relazione tra dimensione
delle imprese (maggiori) e dimensione del mercato non stabilisce con sicurezza
e definitività il passaggio o meno al cosiddetto stadio monopolistico
del capitale. Anzi tale stadio appare del tutto problematico; anche in questo
caso, va messo in rilievo che si alternano fasi monopolistiche e fasi di
rinnovata aspra concorrenzialità.
In definitiva, i periodi monocentrici, proprio per il prevalere di una certa
organizzazione capitalistica dominata da una sezione centrale, sono periodi
di capitalismo caratterizzati da elementi monopolistici. Ciò viene
oscurato nella più superficiale considerazione della struttura del
sistema produttivo capitalistico. Innanzitutto, proprio uno dei periodi
monocentrici, fondato sull'egemonia di un capitalismo anche a base territoriale
(l'Inghilterra), è stato caratterizzato dall'ideologia e dalla pratica
del libero scambio, che sembrava l'ambiente più favorevole al libero
estrinsecarsi della concorrenza tra un grande numero di unità produttive
di non troppo differenti dimensioni. In realtà, il libero scambio
era proprio il tipo di organizzazione del mercato più adeguato all'egemonia
del capitalismo inglese; non vi era certo parità di competizione
interimprenditoriale, bensì una gerarchia di forze nel mercato a
tutto vantaggio di detto capitalismo, delle sue unità produttive
che tendevano ad allargare il loro raggio d'azione a tutto il mondo capitalistico
fino ad allora sviluppatosi[2].
Inoltre, ad un certo punto, proprio mentre si apriva un periodo policentrico
tra gli ultimi decenni del secolo scorso e la prima guerra mondiale (poi
durato fino alla seconda guerra mondiale e all'emergere degli USA come nuova
sezione, e paese, dominante nel sistema capitalistico), sono andate formandosi
imprese di dimensioni sempre più gigantesche, nonché unioni
(cartelli, trusts) di tali imprese. La presenza d'esse, interpretata strettamente
sulla base delle tesi marxiane relative alla centralizzazione dei capitali,
è stata considerata come segno premonitore della fine della concorrenza
intercapitalistica, come tendenza irreversibile all'instaurarsi finale di
un unico grande trust capitalistico mondiale, senza più base territoriale,
ma formato dall'insieme dei capitalismi monopolistici delle diverse nazioni[3].
Sembrava che solo la politica imperialistica dei vari Stati a base territoriale
nazionale, politica implicante il loro scontro, anche armato, per la conquista
del dominio sull'insieme del territorio mondiale, fosse di impedimento al
manifestarsi della tendenza, in atto nel tessuto economico-sociale, alla
formazione di un capitalismo unitariamente organizzato, fortemente monocentrico.
Lenin ebbe invece la giusta intuizione dell'intima connessione tra economia
e politica, tra scontro delle grandi unioni (monopolistiche) capitalistiche
per il dominio del mercato mondiale, e guerra generale tra le grandi potenze
(gli Stati capitalistici caratterizzati dalla maggiore forza militare) per
il dominio dello spazio territoriale globale. Per Lenin, dunque, il monopolio
non era l'organizzazione del capitale complessivo, bensì la concorrenza
tra i tanti capitali, di dimensioni sempre maggiori, portata ad un livello
di più accentuata acutizzazione rispetto all'epoca detta della "libera"
concorrenza. Eppure anch'egli inciampò nella considerazione stadiale
del capitalismo, vide nell'epoca monopolistica non una fase (ricorsiva)
del suo sviluppo, ma una definitiva, e ultima, soglia raggiunta da questo
sviluppo, oltre la quale non poteva non aprirsi l'epoca della rivoluzione
proletaria mondiale e del passaggio dal capitalismo al socialismo e comunismo.
Come ho rilevato (e con me pure Maria Turchetto) in scritti anche non recenti[4], Lenin non ha mai veramente controbattuto,
in modo adeguato, le tesi ultraimperialistiche di Kautsky. Egli accettò,
in linea di principio, la tesi che la centralizzazione dei capitali potesse
sfociare infine nella coesa grande unione capitalistica dominante a livello
mondiale; pensava però che tale processo si sarebbe verificato in
tempi lunghi, e attraverso un periodo di sconvolgimenti e lotte intercapitalistiche
sempre più acute che avrebbero provocato infine l'esplodere della
contraddizione antagonistica tra borghesia e proletariato, con l'innesco
della rivoluzione proletaria via via a livello mondiale. La finanziarizzazione
del capitale era anch'essa considerata come uno stadio ormai definitivo
del capitale monopolistizzato, e avrebbe perciò alla fine condotto
alla sostanziale unione di tutte le sezioni della forza lavoro produttiva
(di carattere manuale come intellettuale) contro il parassitismo e la putrescenza
indotti dalla frazione dominante del capitale (quella finanziaria appunto).
Evidentemente Lenin - pur essendo decisamente consapevole dell'intima connessione
tra lotta economica (soprattutto intercapitalistica) e politica - pensava
diventasse infine dominante quella politica, specie per quanto riguardava
il confronto tra le due classi fondamentali della società capitalistica;
quella borghese trovando la sua massima espressione e rappresentanza nello
Stato, e quella proletaria nella sua avanguardia: il partito comunista.
In campo economico, alla lunga, si sarebbe effettivamente realizzata la
tendenza alla più completa ed unitaria centralizzazione del capitale
(monopolistico); il conflitto politico avrebbe però impedito tale
realizzazione con l'ascesa al potere della classe antagonista di detto capitale,
che avrebbe approfittato delle acute contraddizioni ad esso interne durante
il processo della sua tendenziale unificazione. Questa era in fondo una
concessione a Kautsky e Hilferding; economicamente, il capitale era mosso
da leggi immanenti che lo spingevano all'organizzazione finale. La politica
comportava invece l'aspro scontro (anche militare) tra gli Stati rappresentanti
le varie sezioni del capitale mondiale in competizione durante il processo
di centralizzazione; e in tale scontro si apriva, per l'avanguardia organizzata
del proletariato, la possibilità della rivoluzione.
3. Tornando al nostro discorso principale, solo una considerazione
del tutto microeconomica (e limitata) può far pensare che il problema
della libera concorrenza o del monopolio vada considerato in base, rispettivamente,
alla presenza di un indefinito numero di unità produttive di dimensioni
modeste oppure di poche grandi unità in ogni dato settore merceologico
(relativamente omogeneo); all'impossibilità, per ogni singola impresa,
di controllare e manovrare i prezzi di mercato o invece di poterlo fare,
sia pure entro dati limiti. Sembra invece più decisivo riferirsi
al dominio globale o meno di una determinata sezione del capitale complessivo
che impone certe sue regole e dettami all'insieme. Certamente, almeno finora,
tale sezione ha anche rappresentato una determinata area, ha cioè
avuto carattere territoriale e, in un certo senso, nazionale, essendosi
identificata con il dominio di un dato Stato sugli altri; basti pensare
alle fasi monocentriche imperniate prima sull'Inghilterra (gran parte dell'800)
e poi sugli USA (grosso modo un trentennio dopo la seconda guerra mondiale[5]).
Quello che conta, per definire un periodo monocentrico - anche indipendentemente
dal predominio mondiale dello Stato rappresentante una data sezione del
capitale complessivo - è il formarsi di un'organizzazione d'insieme
che rende generali, cioè imitati nel resto del mondo capitalistico,
i modelli impiegati in detta sezione centrale per quanto concerne la strutturazione
delle unità produttive e dei mercati, il tipo di innovazioni tecnologiche
nei processi produttivi ed eventualmente il tipo di prodotti (i settori
merceologici) cui si dà prevalenza nella produzione globale, il tipo
di relazioni tra sistema produttivo-commerciale, bancario e creditizio,
di raccolta dei capitali, ecc. Importante è poi la rete di filiali,
commerciali in un primo tempo e poi anche produttive, che la sezione centrale
dissemina nel mondo onde meglio organizzare e controllare l'organizzazione
anche delle unità produttive e dei mercati delle altre sezioni capitalistiche
(pur sempre concorrenti)[6] .
Il periodo policentrico allora, indipendentemente dalla presenza di grandi
unità imprenditoriali con forte potere di mercato, si caratterizza
per una confusione di tipi organizzativi: sia a livello di dette imprese,
sia dei mercati, sia delle tecnologie (e organizzazioni del lavoro) impiegate,
sia del rapporto tra frazioni della classe dominante (finanziaria, "produttiva",
ecc.). Questi periodi sembrano essere quelli che Schumpeter indicava come
periodi di affollamento delle innovazioni, che sconvolgono la precedente
struttura dell'organizzazione produttiva capitalistica; anche se lo sconvolgimento
non investe, in realtà, solo l'assetto produttivo, ma l'insieme della
formazione sociale capitalistica, nelle sue varie sfere: economica, politica,
ideologico-culturale, ecc.[7]
Altra questione importantissima è quella della grande impresa di
tipo oligopolistico. Quest'ultima è stata quasi sempre considerata
- ancora una volta, non solo in campo marxista, ma nell'ambito di tutte
le varie teorie economiche (e sociali) - come un'unica unità produttiva.
Dall'impresa tipica della libera concorrenza, di dimensioni relativamente
modeste e non in grado di influenzare in modo significativo il mercato (i
prezzi) con la sua produzione, si sarebbe passati appunto all'impresa di
dimensioni sempre più giganti, che possiede tale capacità
di influenza, dovendo concorrere, nel suo settore merceologico, con poche
altre imprese dello stesso genere, con cui tenderebbe a colludere, ad accordarsi.
In realtà, l'impresa non è affatto un'unica unità produttiva,
ma un insieme di unità del genere, dove, fra l'altro, per "produzione"
non deve semplicemente essere inteso quel processo di trasformazione che
si attua nei settori tradizionali dell'industria, bensì qualsiasi
trasformazione di un qualche insieme di "fattori" (input) in un
qualche insieme di "prodotti" (output).
L'impresa è la rete che connette, più o meno flessibilmente
o rigidamente, dette unità trasformatrici in senso lato. L'impresa
è dunque il luogo di mediazione tra le due "realtà"
fondamentali del modo di produzione capitalistico, che - nella loro purezza
soltanto ideale, concettuale - sono rappresentate da: a) lo spazio in cui
si realizzerebbe il completo coordinamento, l'esaustiva pianificazione,
dei fattori produttivi impiegati (lavoro, materie prime, fonti energetiche,
tecnologie, ecc.) per ottenere i vari prodotti con il minimo consumo degli
stessi fattori secondo criteri di piena razionalità strumentale;
b) lo spazio che sarebbe caratterizzato dalla più assoluta anarchia
concorrenziale tra le varie entità trasformatrici (internamente pianificate)
dirette dagli agenti del capitale. In questo senso, l'impresa è il
luogo in cui, in determinate fasi, si può verificare l'effettivo
acquietamento (non l'assoluta stasi) della competizione tra unità
"produttive", che può però in altre fasi riaccendersi
vivacemente, in corrispondenza con l'acutizzarsi (ricorsivo) della concorrenza
tra le varie imprese nel mercato; nel senso che quest'ultima enfatizza la
competizione delle diverse unità "produttive" interne alle
varie imprese e, nel contempo, ne riceve forte impulso e alimentazione.
Non è chiaro - nel senso che non è chiarito teoricamente
- quando si verifica il riacutizzarsi della conflittualitè (infra
e interimprenditoriale), cioè quando si entra in una nuova fase policentrica
del modo di produzione capitalistico. Non sembra ci si possa soltanto riferire
alla schumpeteriana epoca di affollamento delle innovazioni che, del resto,
nemmeno essa è veramente fondata teoricamente, ma semplicemente è
opera degli "spiriti animali" di certi imprenditori, dopo una
fase in cui le vecchie innovazioni si sono diffuse, ed una certa strutturazione
dell'impiego dei fattori (una certa funzione di produzione) si è
stabilizzata per un periodo di tempo non determinato, imprecisato (almeno
da un punto di vista strettamente teorico). In ogni caso, si rileva che
le fasi di policentrismo concorrenziale si riaprono ricorsivamente; e sono
- fra l'altro, ma non esclusivamente - caratterizzate anche da innovazioni
tecnologiche, organizzative, ecc. di grande rilievo.
In tali fasi, il riacutizzarsi della concorrenza di carattere più
precipuamente mercantile è strettamente interconnesso con la forte
tensione competitiva che si stabilisce all'interno delle grandi imprese
oligopolistiche. Il mercato, infatti, si amplia come conseguenza dell'accentuarsi
della cosiddetta divisione sociale del lavoro in quanto effetto precipuo
di quella "tecnica" cui dà impulso l'insieme delle varie
innovazioni. Spezzoni di ogni dato processo di lavoro, innovato e diviso,
si autonomizzano in nuove branche mercantili. Il mercato, in ampliamento,
segmentazione e differenziazione crescenti, diventa luogo di una nuovamente
inaspritasi concorrenza interimprenditoriale; ma quest'ultima esige grande
flessibilità all'interno di ogni impresa, che deve essere pronta
a modificare i suoi assetti produttivi ed organizzativi, e dunque i suoi
investimenti specifici, per far fronte ai rapidi mutamenti di un mercato
in crescita, mutamenti e crescita che, d'altra parte, sono effetto precipuo
delle innovazioni introdotte con gli investimenti nelle diverse unità
produttive infraimprenditoriali. Si accentua quindi, nel contempo, l'autonomia
di queste ultime e la loro sempre potenziale competitività, coordinata,
con modalità appunto assai più flessibili in detta fase, dalla
direzione manageriale di tipo politico-strategico che guida l'impresa di
grandi dimensioni.
Ulteriore conseguenza di tale fase - di ampliamento e segmentazione del
mercato - è il diffondersi di iniziative piccolo-imprenditoriali
anche di carattere autonomo, che occupano nuove nicchie mercantili e non
si limitano alla fornitura di servizi e lavorazioni particolari alle grandi
imprese, attività, quest'ultima, caratteristica di piccole imprese
puramente satelliti di quelle grandi[8].
Da ogni punto di vista, insomma, l'epoca caratterizzata dalla fine del dominio
(relativamente centralizzato) di una determinata sezione del capitalismo
mondiale - che vede sconvolgimenti degli assetti tecnico-organizzativi della
produzione, scoperta (soprattutto) di nuove tecnologie e nuovi prodotti,
crescita e differenziazione del luogo relativo alla concorrenza interimprenditoriale
(mercato), aumento del disordine (anarchia) in questo luogo e dell'imprevedibilità
dei sentieri di sviluppo da seguire (sviluppo che include la crisi
in quanto attualità sempre immanente) - non può semplicisticamente
essere definita monopolistica.
O, se si vuole essere precisi, diciamo che esiste un carattere del capitalismo
definito monopolistico: la decisività, ai fini del suddetto sviluppo,
dell'attività delle imprese di grandi dimensioni. Queste ultime,
però, non appaiono, come nelle epoche monocentriche, compatte, fortemente
coese ed organizzate tanto da poter essere identificate con le cellule (le
unità) di base della produzione capitalistica; esse, inoltre, non
sono in grado di prevedere, determinare e dunque orientare, con non troppo
ampi margini di errore, le direzioni della crescita dei mercati e nemmeno
di loro stesse. Esse si accordano e colludono, ma sempre al fine di meglio
approntare le loro aggressioni contro altri gruppi di imprese che si comportano
nello stesso modo; non invece, come nelle epoche monocentriche, per meglio
controllare e orientare i mercati di sbocco dei loro prodotti in modo pur
sempre conflittuale, ma di un conflitto in qualche misura smussato, prevedibile,
spesso reciprocamente concordato per periodi di tempo abbastanza lunghi.
La stabilità e l'unitarietà della grande impresa diventano
allora "apparenti" nell'epoca policentrica; rappresentano la scorza,
la pellicola superficiale, che prende il davanti della scena soprattutto
quando rimane stabile un certo assetto giuridico (della proprietà)
o del gruppo manageriale dirigente (al più alto livello), ecc. Tale
apparenza (reale) si enfatizza poi per i vari processi di unione, fusione,
intreccio, ecc. che si sviluppano tra grandi imprese sia nel tentativo di
controllare l'anarchia concorrenziale crescente sia, soprattutto, per accrescere
la loro competitività nei confronti dei gruppi imprenditoriali rivali.
Si sviluppano però, "al di sotto della superficie", tante
microconflittualità (talvolta non tanto micro), che rendono la struttura
interna delle grandi imprese assai più fluida, organizzativamente
flessibile e adattabile all'ambiente, struttura per certi versi simile,
o meno dissimile, rispetto all'assetto tipico del mercato. Esiste insomma,
all'interno della grande impresa, una sorta di "mercato" competitivo
- tra le varie unità "produttive" che la costituiscono
- che diventa essenziale per meglio consentire la sua adeguatezza di fronte
all'inasprirsi della concorrenza nel mercato esterno.
4. In definitiva, concorrenza e mono(oligo)polio non vanno trattati
quali stadi successivi dello sviluppo capitalistico, il secondo essendo
pensato come conseguente alla centralizzazione dei capitali che comporta
dimensioni sempre maggiori delle imprese, considerate semplicemente nella
loro veste apparentemente unitaria di entità base della produzione
(trasformazione di input in output). L'elemento decisivo, caratterizzante
la concorrenza o il monopolio in quanto fasi ricorsive dello sviluppo del
modo di produzione capitalistico, è costituito dalla più o
meno acuta conflittualità tra le diverse sezioni, spesso a carattere
territoriale, del capitale complessivo sociale. Detta conflittualità
coinvolge la struttura tecnico-organizzativa delle unità "produttive"
(quelle già indicate come trasformatrici), l'organizzazione interna
(più o meno competitiva) delle grandi imprese, la segmentazione e
differenziazione dei mercati (esterni alle imprese), la regolamentazione
del credito e dell'attività avente come oggetto la raccolta e l'utilizzazione
dei capitali monetari, e via dicendo.
Quando, ad es., parliamo di finanziarizzazione del capitale, non dobbiamo
pensare ad uno stadio definitivo del capitalismo (monopolistico), bensì
al carattere di una fase policentrica di accentuata conflittualità
interimprenditoriale, intrecciata a quella intrinseca al "mercato"
interno alle varie imprese. Quanto appena detto non significa certo che
nell'epoca monocentrica, di relativo coordinamento intercapitalistico da
parte di una sezione centrale dominante, non esista l'attività di
carattere finanziario. Essa però, in tale contesto, dipende assai
più direttamente dal, e nel contempo è sostanzialmente posta
al servizio del, processo produttivo e di quello delle innovazioni di tipo
diffusivo, intendendo con tale termine fare riferimento alla loro
progressiva estensione a tutto il campo capitalistico in quanto, però,
innovazioni ormai di routine, da considerarsi definitivamente mature.
Cospicuo è, in tale fase, l'autofinanziamento delle imprese oligopolistiche,
consentito dagli ampi margini di profitto conseguenti al controllo e orientamento
dei mercati di sbocco, che vedono in posizione dominante le grandi imprese
della sezione centrale con funzioni di relativo coordinamento, anche se
con più o meno ampi margini di errore e di imprevedibilità,
dell'intero campo capitalistico[9].
Nelle epoche policentriche, l'accentuarsi della concorrenza interoligopolistica,
la maggior flessibilità organizzativa interna alla grande impresa
connessa alla competitività fra le unità "produttive"
che la compongono, la diffusione delle piccole imprese anche autonome (di
nicchia), sconvolgono l'intero campo capitalistico, dando vigore al conflitto
per il dominio mondiale fra le sue diverse sezioni, spesso caratterizzate
in senso territoriale oltre che tecnico ed economico[10],
in un turbinio di radicali tentativi ristrutturativi a tutti i livelli del
tessuto sociale; non solo nella sfera più specificamente economica,
ma anche in quelle politica, culturale, ecc.
In queste fasi, l'attività finanziaria tende ad autonomizzarsi assai
più drasticamente rispetto alla produzione. Quand'anche (del resto
non sempre) detta attività sia in buona parte controllata dagli apparati
manageriali politico-strategici (quelli dominanti) delle grandi imprese,
essa viene staccata e distanziata dall'attività trasformatrice delle
unità costitutive di dette imprese e va ad alimentare un mercato
(finanziario appunto) collaterale, caratterizzato da accentuata indipendenza,
dove le spinte alla pura speculazione diventano assai forti. D'altronde,
simile indipendenza dell'attività finanziaria è resa strettamente
necessaria dallo "Scilla e Cariddi", in cui viene a trovarsi l'insieme
delle imprese a causa dell'ipercompetitività tipica della fase policentrica.
Da una parte, occorrono cospicui fondi da investire, con ciò immobilizzandoli,
in innovazioni tecnico-organizzative di grande portata[11];
dall'altra, tali investimenti - nell'ambito della rinnovata "anarchia"
mercantile inter e infraimprenditoriale - vanno incontro solitamente a rapida
obsolescenza, per cui le dirigenze imprenditoriali debbono accantonare il
massimo di risorse da tenere in forma liquida per eventuali necessità
di ulteriori investimenti in direzioni diverse e largamente imprevedibili.
Per concludere, la monopolistizzazione dell'economia non va messa in
immediata relazione con il processo di centralizzazione dei capitali - che
certamente si verifica ampiamente - e quindi con la semplice dimensionalità
delle imprese maggiori, dotate di un forte potere di mercato. Il carattere
monopolistico dovrebbe, mi sembra più correttamente, essere correlato
alle fasi che ho denominato monocentriche; e in tali fasi, il dominio e
il relativo coordinamento dell'intero campo capitalistico globale - nonché
la sensazione di avere a che fare con un capitalismo in via di tendenziale
organizzazione, malgrado la sussistenza, quale aspetto però subordinato,
della concorrenza - spettano ad una sezione centrale, fino ad oggi di carattere
anche territoriale e nazionale, di detto campo. All'interno di questa sezione
centrale, la tramatura produttiva può poi essere costituita da molte
imprese di dimensioni non gigantesche (periodo monocentrico dominato dall'Inghilterra)
o da grandi imprese multinazionali (periodo dominato dagli USA).
Le fasi dette policentriche vanno invece considerate come epoche in cui
ri-prevale proprio l'aspetto concorrenziale; e ciò pure in presenza
di grandi imprese (anzi, sempre più grandi), che sono però
immerse in un più vasto mare di attività relativamente autonome
di piccole dimensioni[12] e, soprattutto,
sono soggette a fibrillazione interna che attenua la loro coesione, l'organizzazione
interrelazionale delle unità "produttive" che le compongono,
al fine di renderle più duttili di fronte al riacutizzarsi della
conflittualità. Il policentrismo viene certo favorito dall'instaurarsi
di un forte processo innovativo di grande portata (nei processi, nei prodotti,
nelle fonti energetiche, ecc.) che rompe la vecchia trama organizzativa
relativamente omogenea in tutto il campo capitalistico (dominato, appunto,
da una sua sezione centrale). Il dominio di detta sezione è rimesso
in discussione in un tumultuoso processo che vede radicali ristrutturazioni,
ed eterogeneità dei modelli in lotta, relativamente alle tecnologie,
all'organizzazione del lavoro, al ridisegno delle aree di influenza dei
diversi capitalismi, alla modificazione (con flessibilizzazione) dei rapporti
tra le unità costitutive dell'impresa e tra imprese di differenti
dimensioni, all'autonomizzazione delle attività finanziarie dai processi
produttivi e all'approntamento di nuove formule finanziarie, ecc.
Quanto appena detto deve logicamente indurre ad una sorta di riscrittura
della storia della formazione sociale capitalistica, delle sue varie fasi.
Come già più volte ricordato, concorrenza e monopolio - caratterizzati
in senso profondamente diverso da quello tradizionalmente in uso (e non
solo in campo marxista) - sono fasi ricorrenti, prive di un'insita tendenza
teleologica, non invece stadi o gradini di uno sviluppo linearmente ascendente
ed indirizzato ad un certo ben preciso fine.
5. Una volta trattati concorrenza e monopolistizzazione quali
fasi ricorrenti del sistema produttivo capitalistico, penso si debbano considerare
in modo diverso anche le varie teorie della crisi. Esse non sembrano più
essere teorie fra loro concorrenti nella spiegazione dell'andamento ciclico
dell'economia, fra le quali è necessario compiere una scelta; e nemmeno
appare utile una loro combinazione eclettica. L'impressione è che
esse possano essere formulate tenendo conto della fase (ricorsiva) in cui
si trova il sistema in oggetto.
Per prima cosa, però, credo si debba pensare alla crisi non secondo
lo schema usuale, che ne fa il momento (più o meno lungo, ma comunque
sempre di carattere puntuale in una considerazione storica di lungo periodo)
di rottura dell'equilibrio precedente; come già rilevato, sembra
più conveniente trattare lo squilibrio quale attualità sempre
immanente al sistema, squilibrio contrastato - con minore o maggiore successo
a seconda delle fasi poli o monocentriche - da organismi creati, pur nell'ambito
dell'ineliminabile concorrenza intercapitalistica (interimprenditoriale),
al fine, appunto, di impedire il precipitare di ciò che permanentemente
incombe proprio a causa della sostanziale anarchia tipica del capitalismo;
anche se ho già ricordato che, durante le epoche monocentriche, si
ha la sensazione di un capitale in via di crescente organizzazione centralizzata.
In realtà, allora, nel modo di produzione capitalistico immanente
è la competizione, mentre la cooperazione e coordinamento tra unità
infraimprenditoriali e tra gruppi di imprese sono sempre, in varia guisa
e con caratteri più o meno accentuati (in relazione alle diverse
ricorsività), subordinati al conflitto, alla lotta: indicata, per
semplicità, come lotta per i mercati, ma che in realtà è
assai più complessiva e coinvolge tutti i livelli (o sfere) della
formazione sociale capitalistica.
Nelle fasi monocentriche, sembra essere più realistica (verosimile)
la teoria del sottoconsumo o sovraproduzione relativi (l'uno rispetto all'altra).
Il parziale coordinamento dell'intero campo capitalistico da parte di una
sua sezione (considerata centrale), il maggior potere - non incontrastato
ma certo prevalente - delle imprese di detta sezione centrale, i loro accordi,
più o meno palesi o invece taciti, per il controllo dei mercati (specie
da quando ormai esistono le grandi imprese oligopolistiche), i loro ampi
margini di profitto a ciò conseguenti e quindi le loro capacità
di autofinanziamento, ecc. fanno sì che, in un certo senso, diventi
predominante, rispetto alla pur sempre sussistente competitività
interimpenditoriale, la relazione (macroeconomica) tra produzione (e dunque
offerta) e domanda. Quest'ultima va considerata quale domanda complessiva
di beni di consumo e di investimento; ma non vi è dubbio che l'investimento
(legato alla sua prevista profittabilità) sta in relazione con l'ampiezza
del mercato di consumo.
In questa fase (monocentrica), dunque, l'anarchia mercantile, pur continuando
a sussistere (poiché sussiste la concorrenza), ha effetti assai meno
drastici e può essere in parte controllata, attenuata, smorzata,
tramite l'attività di vari organismi intercapitalistici di tipo coordinativo,
ivi compresi i veri e propri intrecci, fusioni, ma soprattutto accordi e
collusioni tra le grandi imprese. Manifestandosi un eccesso di potenzialità
produttiva rispetto alle capacità di assorbimento dei mercati, gli
accordi possono essere di tipo stagnazionista, tesi cioé ad impedire
il pieno dispiegarsi di dette potenzialità. Potrebbero quindi essere
ritardate le vere e proprie innovazioni (l'introduzione effettiva delle
invenzioni nei cicli produttivi).
E' impossibile discutere qui in dettaglio delle varie teorie stagnazioniste
(non solo di stampo marxista, anzi) che hanno avuto a lungo fortuna dopo
la grande crisi e soprattutto nei primi decenni del dopoguerra. E' solo
da rilevare che la ricorsività monocentrica, basata sul dominio statunitense,
è stata un'epoca di grande sviluppo del capitalismo. Nell'ambito
delle teorie della stagnazione, sono state allora formulate quelle che probabilmente
erano ipotesi ad hoc, anche se del tutto verosimili per un certo
periodo di tempo: innanzitutto, il riferimento al piano Marshall e alle
occasioni d'investimento offerte dalla ricostruzione europea (occidentale)
postbellica; successivamente, quando quest'ultima è stata per l'essenziale
compiuta, si è ampiamente sostenuta - in specie da parte di autori
marxisti (di derivazione keynesiana) come Baran e Sweezy - la funzione propulsiva
delle spese militari, ad es. per l'avventura imperialista in Vietnam.
Credo si debba oggi riconoscere la validità di un'altra ipotesi in
grado di spiegare il notevole sviluppo del capitalismo nella sua fase monocentrica
postbellica: contrariamente a quanto sostenuto dalle teorie sottoconsumistiche
di stampo marxista - che ritenevano quanto meno ipotetico e assai poco probabile
l'aumento piuttosto consistente della massa salariale e dunque il reale
accrescimento della domanda di beni di consumo, con effetti di accelerazione
degli investimenti - nulla di veramente sostanziale, se non in una visione
troppo strettamente economicistica, si oppone all'attuazione, così
come effettivamente si è storicamente verificato, di un compromesso
tra le classi di tipo economico, con aumento delle capacità di acquisto
della gran massa dei consumatori, che in buona parte sono rappresentati
dai ceti sociali dei lavoratori salariati[13].
Quanto sopra sostenuto sembra contraddetto dal fatto che le prime politiche
di incremento della domanda (promosse dallo Stato) si sono verificate durante
la crisi degli anni trenta, dunque in un'epoca ancora policentrica. Tuttavia,
anche lasciando perdere lo scarso successo di tali politiche (la stagnazione
ha caratterizzato la fase fino allo scoppio della seconda guerra mondiale),
non vi è dubbio che la sistematica applicazione, e con successo,
delle politiche dette keynesiane si ha nel dopoguerra, nel periodo dominato
dal capitalismo USA, dalle sue grandi multinazionali. Inoltre, le politiche
economiche anticicliche d'anteguerra tendevano ad assorbire parte dell'enorme
disoccupazione a salari (reali oltreché nominali) spesso decrescenti
rispetto all'epoca pre-crisi. Nel dopoguerra, dunque nel periodo monocentrico
dominato dagli USA, si ha la vera ascesa del potere dei sindacati in tutti
i paesi capitalistici avanzati e si verifica un consistente aumento del
potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti (salariati). Questo è
non a caso il periodo delle prevalenti considerazioni di tipo macroeconomico,
di una trattazione del sistema economico nel suo complesso, secondo le sue
variabili d'insieme; il periodo in cui il tendenziale eccesso di potenzialità
produttive - controllato e coordinato, anche se sempre in senso relativo,
da un centro capitalistico - si confronta, e a volte si scontra ma sovente
invece si salda, con la domanda globale e, in particolare, con quella esistente
nei mercati di consumo dei prodotti di massa, mercati in ampliamento grazie
agli aumenti salariali.
Questo è il periodo in cui si verifica il massimo intreccio tra politica
ed economia, nel senso del crescente intervento dello Stato nella sfera
più propriamente economica, con il formarsi, almeno in alcuni paesi
capitalistici (tipica al proposito l'Italia), di strati sociali - denominati
borghesia di Stato e costituenti frazioni della classe dominante - strettamente
inerenti a tale intervento, a tale forte intreccio tra politica ed economia.
Naturalmente, si può sostenere che l'intervento dello Stato è
massiccio anche nei periodi policentrici, proprio perche questo apparato
è decisivo nel confronto tra i diversi capitalismi a base territoriale;
basti pensare soprattutto alla funzione degli Stati nella preparazione bellica,
specie per quanto concerne i paesi capitalistici a impianto dittatoriale
nazi-fascista. Si tratta tuttavia di un intervento statale di tipo ben più
tradizionale. Certamente con il New Deal, e con le politiche degli
Stati fascisti che intervengono pesantemente nella stessa struttura imprenditoriale
(e nella proprietà delle imprese), si ha un salto di qualità;
e ciò malgrado, si tratta di interventi effettuati in funzione anticrisi
e poi di preparazione allo scontro militare mondiale, interventi che, come
appena ricordato, non si fondano minimamente su vere considerazioni macroeconomiche
relative alla produzione (e offerta) e alla domanda globali, con il tentativo
di ovviare alla potenziale sovrapproduzione mediante ampliamento generalizzato,
esteso a tutti gli strati sociali, della massa del reddito di tipo salariale.[14]
Nel dopoguerra, nel periodo monocentrico che vede in posizione centrale
il capitalismo USA, è proprio quest'ultimo obbiettivo che viene perseguito;
certamente anche per la presenza, molto potenziatasi, del nemico storico
- il campo detto socialista e le "quinte colonne" comuniste nei
paesi capitalistici - ma anche, e assai largamente, per motivi interni di
controllo, appunto macroeconomico, delle variabili globali del sistema capitalistico
relativamente coordinato da un centro. Ai fini del controllo in oggetto
appare del tutto naturale l'espansione delle funzioni dello Stato, l'estrinsecazione
delle sue possibilità dirigistiche, l'esigenza di una supervisione
regolatrice del sistema economico complessivo. E' l'epoca in cui, come contraltare
alla pianificazione "socialista" (che affascina anche molti cultori
del capitalismo), si parla, e straparla, di programmazione economica, con
ciò intendendo un compromesso tra attività di direzione centralizzata
da parte dello Stato, che dovrebbe emanare le normative di massima per l'intero
sistema, e la "sacra" libertà dell'intrapresa privata;
il mercato va guidato e orientato ma non certo soppresso e nemmeno eccessivamente
disturbato, poiché esso sarebbe lo strumento mirabile e flessibile
di razionale calcolo economico e di allocazione delle risorse, ma con alcune
distorsioni possibili che vanno corrette dal centro.
A ragion veduta, si può ben dire oggi che tale atteggiamento, tipico
della scienza oltre che della politica economica dell'epoca, celava - come
sempre cela la scienza - un'ideologia, un punto di vista del tutto funzionale
al dominio centrale degli USA, un dominio certo coordinatore dell'insieme
ma con effetti di progressivo incremento della prevalenza delle multinazionali
statunitensi in tutto il mondo capitalistico[15].
E' dunque evidente che, nella fase monocentrica, si tengono insieme alcuni
fattori decisivi: la formazione sociale capitalistica, a livello mondiale,
appare pervasa da una tendenza all'organizzazione (quella sostenuta da teorici
marxisti come Kautsky e Hilferding), che tuttavia non ha nulla di permanente,
di ormai definitivo; l'aspetto generale di relativo coordinamento, che sembra
prevalere sull'anarchia connessa alla competizione interimprenditoriale,
dipende dal dominio di una sezione centrale del capitalismo mondiale, che
in definitiva è rappresentata da un determinato paese; il dominio
di tale paese (coordinatore dell'insieme) si sostanzia della prevalenza
dei suoi apparati imprenditoriali.
L'insieme delle questioni appena considerato comportò quindi, in
quell'epoca, un profondo mutamento per quanto concerne sia la concezione
generale dello Stato che le funzioni, anche (e soprattutto) di carattere
economico, che ad esso venivano tradizionalmente attribuite; la sensazione
generale - salvo sacche di resistenza liberale, che spesso si consideravano
puramente residuali - era che ormai il sistema dovesse essere regolato da
un apparato centrale dotato di un ampio potere di intervento[16].
6. Per concludere su quanto trattato nel punto precedente, mi
sembra che la teoria individuante nel sottoconsumo (e correlativa sovrapproduzione)
la causa delle crisi (economiche) sia, certo inconsapevolmente[17],
influenzata dall'organizzazione del capitalismo durante le sue fasi monocentriche
di relativo coordinamento tra le sue diverse sezioni, coordinamento assicurato
appunto dalla sezione centrale dominante. E' proprio in base a teorie fondamentalmente
sottoconsumistiche che vengono lanciate le politiche keynesiane e diventa
quindi cruciale l'intervento dello Stato nella sfera economica; intervento
di nuovo tipo, che si fonda soprattutto sulla spesa pubblica detta
sociale o comunque tesa a sostenere la domanda, con particolare riferimento
a quella di consumo che si pensa decisiva in se stessa e per rendere profittevoli
gli investimenti, per incrementare cioè anche la domanda di beni
di produzione. E' comunque evidente, in primo luogo, che il sistema capitalistico
è in grado di contenere tale tipo di crisi proprio grazie al suo
relativo coordinamento da parte di una sua sezione centrale, anche perché
si dimostrano errate le impostazioni marxiste più tradizionali, basate
sull'impossibilità di consistenti aumenti della massa salariale nell'ambito
di detto sistema sociale. Inoltre, il coordinamento in questione è
effetto della - e nel contempo è funzionale alla - organizzazione
piramidale del sistema. La concorrenza intercapitalistica è sempre
sussistente, ma viene surdeterminata, e dunque condizionata, dalla particolare
forma delle interrelazioni esistenti fra le diverse imprese delle differenti
sezioni (anche territoriali) del capitalismo, forma cui è intrinseca
la gerarchia tra dette sezioni e tra dette imprese.
Nelle fasi policentriche, sono assai più verosimili le altre tipologie
della crisi riassunte nel primo paragrafo. Con una precisa avvertenza: che,
in realtà, l'ipotesi interpretativa più utile sembra essere
quella che pone in primo piano l'immanenza dello squilibrio connesso
a quella che la teoria più tradizionale pensa come mera possibilità
della crisi. Nell'ambito di tale ipotesi, il problema cruciale è
l'anarchia mercantile derivata dall'aspra conflittualita tra gruppi capitalistici
(tra singoli comparti del complesso imprenditorial-finanziario),
ognuno dei quali prende decisioni strategiche indipendentemente dagli altri,
ogni accordo e collusione tra alcuni di questi gruppi essendo funzionale
alla competizione con gli altri.
E' però evidente che, in base a quanto detto più sopra, l'aspra
conflittualità si traduce in una nuova ondata di innovazioni tecnico-organizzative[18], che esigono l'investimento di grandi
quantità di capitali non più facilmente mobilizzabili se non
nel loro aspetto di titoli (azionari, obbligazionari, ecc.) negoziati nei
mercati finanziari. In questo senso, trattandosi spesso di investimenti
in capitale fisso (quota decisiva del capitale costante), è ovvio
che possa verificarsi sia la sproporzione tra i settori, con eccesso di
velocità di sviluppo del primo settore relativamente al secondo,
sia, eventualmente, la stessa caduta (nient'affatto tendenziale,
però, bensì più semplicemente di fase, pur se
di una lunga fase) del saggio di profitto, specie in periodi di più
intensa competitività e di riduzione dei margini di profitto dei
gruppi imprenditoriali, periodi del tutto interni appunto alla fase policentrica.
Sembra allora possibile sostenere che in tali fasi hanno scarsa verosimiglianza
le teorie sottoconsumistiche[19]. In
esse, anzi, si palesa l'esigenza di ampi trasferimenti di reddito dal consumo
all'investimento in beni capitali, che incorporano le innovazioni, di vasta
portata, conseguenti al riacutizzarsi della competitività intercapitalistica
(interimprenditoriale in specie) in un sistema in cui progressivamente si
attenua la predominanza di una sezione (paese) centrale e si sfilaccia dunque
la precedente forma di relativo coordinamento. D'altronde, gli effetti più
acutamente depressivi del rallentamento della crescita, o persino dell'eventuale
restringimento, dei mercati di consumo nell'area ad alto sviluppo capitalistico,
possono essere a lungo rinviati grazie appunto all'aumento della domanda
concernente il primo settore (dei mezzi di produzione). L'accanita competitività
può ben restringere i margini, e dunque il saggio, di profitto, ma
può continuare ad accrescersi la massa di quest'ultimo per l'ampliarsi
dei mercati, in specie quelli dei beni relativi agli investimenti; i quali
inoltre, essendo specialmente effettuati in nuovi settori trainanti incorporanti
le innovazioni, conducono nei settori in questione - a differenza che in
quelli ormai maturi - ad abbassamenti dei prezzi sia dei beni di produzione
innovativi sia di una nuova gamma di prodotti di consumo[20].
Nella fase di cui sto parlando, data la necessità di investire notevoli
quantità di capitali in innovazioni, e negli altri vari aspetti della
rinnovata e acutizzantesi competitività, diventano dannose (per il
sistema capitalistico in questa sua nuova configurazione strutturale, ben
s'intende), e tendono ad essere progressivamente abbandonate - o comunque
subiscono sempre più fortemente gli attacchi di un liberismo rivitalizzatosi
- le politiche dette keynesiane, comunque le politiche incentrate sulla
spesa pubblica di sostegno alla domanda, che concernono soprattutto, come
già rilevato, quella dei consumatori, e in specie del lavoro dipendente
(salariato). Diventa sempre più insistente la richiesta che lo Stato
si ritiri dalla sfera economica, almeno per quanto concerne le politiche
in questione. Diventa nuovamente un principio irrinunciabile, come nell'epoca
prekeynesiana, la riduzione della spesa in deficit di bilancio (con la riduzione,
dunque, del debito pubblico) che, in una situazione come questa, provocherebbe
prevalentemente effetti inflazionistici. Inoltre, si richiede che la maggior
parte del reddito prodotto resti in mani private (sottinteso: quelle degli
apparati imprenditoriali), a causa appunto delle nuove esigenze di investimento
in funzione della rinnovata conflittualità tra detti apparati.
Lo Stato deve quindi tornare alle sue funzioni di un tempo, che non sono
solo quelle politiche (e ideologiche), ma investono anche la sfera economica,
però in modo più indiretto, in modo tale che il sostegno all'economia
passi attraverso l'intermediazione degli apparati di cui sopra. Sono questi
ultimi a doversi assumere i compiti economici principali connessi alla nuovamente
inaspritasi competitività generale; gli Stati debbono sostanzialmente
essere dei coadiutori rispetto ai compiti in oggetto. Dubito che si verificherà
una progressiva svalutazione della funzione degli Stati detti nazionali,
in nome della cosiddetta globalizzazione capitalistica transnazionale, così
come si ripete stucchevolmente oggi da ogni parte, e in particolare "a
sinistra". Ci si accorgerà relativamente presto che tali Stati
avranno ancora una notevole funzione da svolgere: in primo luogo, essi si
affanneranno a stabilire, e a garantire, una serie di accordi generali tesi
a contrastare la crescente anarchia[21];
ma poi, in modo contraddittorio, l'accentueranno con accordi parziali miranti
all'ampliamento di determinate aree territoriali (economiche e socio-culturali)
di insediamento principale di date sezioni del capitalismo mondiale[22]. In tempi appena un po' più lunghi,
temo ci si accorgerà di un'altra funzione di tale tipo di Stati,
il cui rafforzamento diventerà, purtroppo, difficile da evitare,
sussistendo l'attuale reinasprirsi della conflittualità intercapitalistica:
la funzione militare di sostegno alla propria sezione capitalistica che,
per l'appunto, non ha affatto ancora superato il suo carattere di insediamento
territoriale, e socio-economico-culturale[23].
Tuttavia, queste funzioni dello Stato non sono più quelle del periodo
monocentrico del dopoguerra, quelle connesse all'importanza assunta dalla
spesa pubblica (con deficit di bilancio) di sostegno alla domanda.
In ogni caso, lo Stato (o il gruppo di Stati fra loro coordinati) tenderà
in futuro, in un periodo di tempo di media lunghezza, a reimpostare funzioni
e politiche assai più simili a quelle della prima parte del secolo,
cioè del precedente periodo policentrico; politiche comunque più
vicine a quelle predicate dal liberismo economico che a quelle praticate
nel periodo monocentrico dominato dagli USA. Lo Stato dovrà assorbire,
e gestire e impiegare, il minimo indispensabile delle "risorse",
cioè del reddito prodotto capitalisticamente. Il massimo dovrà
rimanere appannaggio degli apparati imprenditoriali in reciproco conflitto;
con effetti anche, come già detto, di inasprimento di detto conflitto
tra le varie sezioni del capitalismo mondiale. In questa fase, dunque, ridiventa
preminente la pressione della crisi (immanente al sistema) connessa all'anarchia
mercantile, pur contrastata dai vari accordi intercapitalistici e interimprenditoriali.
Il pericolo di crisi nasce perciò dalla rottura dei circuiti mercantili,
non più, o comunque non tanto, dall'insufficienza della domanda complessiva
(al cui interno sarebbe prevalente la funzione di quella di beni di consumo)
in rapporto alle potenzialità produttive del sistema capitalistico;
potenzialità ora impegnate allo spasimo nella competitività,
e quindi nel trasferimento di reddito dal consumo agli investimenti, e soprattutto
dai settori produttivi maturi a quelli innovativi, dalle imprese rimaste
indietro in termini tecnico-organizzativi ed economico-finanziari a quelle
avanzate, dalle sezioni (territoriali) prima predominanti a quelle emergenti
e che lottano per l'affermazione di nuove strutture gerarchiche all'interno
del capitalismo mondiale. Il tutto, però, nell'ambito della competizione
- che si avvale di un variegato complesso di strumenti, solo in parte (anche
se importante) d'ordine tecnico-economico, ma anche politico-ideologico,
relativo al problema della quantità di potere conquistato entro il
sistema - tra i vari comparti del complesso imprenditoriale. La macroeconomia,
la considerazione del sistema nella sua interezza e delle sue variabili
secondo la loro entità globale, sarà quindi obbligata a lasciare
ampio, e forse prevalente, spazio a considerazioni più "frammentarie",
relative alle diverse sezioni - territoriali, settoriali, imprenditoriali
- del sistema produttivo capitalistico.
7. Quanto sostenuto è però semplicemente una prima
approssimazione al problema. Se il lettore ricorderà, ho affermato
che le epoche policentriche sono epoche di finanziarizzazione del capitale.
Non certo nel senso che, nelle fasi monocentriche, non esista il capitale
finanziario, ma che quest'ultimo acquista ben diversa visibilità,
importanza ed efficacia nelle epoche in questione, proprio perché
in esse si verifica la sua più ampia autonomizzazione dal ciclo produttivo.
Anche su tale punto è necessario essere chiari. E' ormai evidente
che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico non comporta l'enuclearsi
di una classe dominante di puri rentier, di parassiti, che sfrutterebbe
tutto il resto della società, costituito da lavoratori sia di tipo
direttivo che di tipo esecutivo. Non insisto sul punto, già più
volte trattato nei miei testi[24]. Ricordo
solo che la classe dominante del capitalismo è il complesso imprenditorial-finanziario,
costituito da due differenti settori di ruoli sociali (di direzione strategico-politica
di diverse entità produttive coordinate nell'impresa e di controllo
degli strumenti finanziari), che possono essere ricoperti dagli stessi soggetti
empirici o da soggetti diversi. Nell'un caso e nell'altro - anche se, evidentemente,
con maggior nettezza nel secondo - l'attività e le funzioni svolte
da tali soggetti, nei due diversi settori di ruoli, soggiacciono a tipologie
differenti di estrinsecazione, ma sono comunque intrecciate a causa di quello
"Scilla e Cariddi", già ricordato, tipico delle fasi policentriche:
da una parte, l'esigenza di colossali investimenti in nuova tecnologia,
in nuova organizzazione, in nuovi prodotti, ecc., esigenza connessa alla
rinnovata conflittualità e alla tendenziale nuova anarchia dei mercati;
dall'altra, la necessità di disporre di grande liquidità onde
far fronte a nuove direzioni di investimento, a nuove spese di vario genere,
anche per l'intervento nelle sfere politico-ideologiche, tutt'altro che
inessenziali ai fini della competitività policentrica.
Sia che le attività strategico-politiche, più strettamente
correlate alla produzione, e quelle finanziarie siano svolte da soggetti
diversi, sia che esse vengano esercitate dagli stessi soggetti, si verifica
comunque - più nettamente nel primo caso - l'autonomizzazione e il
distacco della finanza rispetto alla produzione, con contraddizioni[25] tra le due; e con la possibilità
che nell'attività finanziaria abbia largo spazio la pura speculazione.
Si manifesta quell'aspetto, ampiamente rilevato dal marxismo, del gonfiarsi
del capitale detto fittizio (di carattere nominale) rispetto a quello reale
(investito nella produzione); il valore delle transazioni finanziarie -
espresso nella sua rappresentazione monetaria - diventa un multiplo, e sempre
maggiore, del valore (pure monetario) delle transazioni di merci, ecc. I
circuiti degli scambi riguardanti le entità di carattere monetario
sembrano collocarsi in uno spazio diverso rispetto a quello dove si verificano
gli scambi delle vere merci, che anch'essi, certo, implicano la circolazione
monetaria, ma di moneta contro, appunto, le merci, non di moneta contro
moneta (o titoli di credito), di moneta contro titoli rappresentativi di
date merci o rappresentativi di date quote (in genere proprietarie) delle
entità produttive, ecc.
Sia chiaro che dire spazio diverso non deve mai implicare la dimenticanza
del fatto che comunque i due circuiti, pur magari in tensione fra loro (tensione
anche fra i portatori dei ruoli relativi ai due tipi di attività),
sono inestricabilmente intrecciati e che, per le due esigenze contraddittorie
della fase policentrica già messe in luce, la tensione non può
sciogliersi a favore dell'uno o dell'altro; le due frazioni della classe
(di ruoli) dominante, cioè del complesso imprenditorial-finanziario,
possono essere in conflitto a volte anche acuto, senza che però mai
si abbia il netto e definitivo prevalere dell'una sull'altra, poiché
di entrambe il modo di produzione capitalistico ha bisogno ai fini della
sua riproduzione nella fase (ricorsiva) in questione.
Se quanto sin qui argomentato, sia pure assai schematicamente, è
verosimile, appare del tutto probabile che la rottura dei circuiti mercantili
di cui ho detto riguardi in modo particolare proprio i circuiti finanziari.
Certamente, il disordine dei mercati finanziari dipende dalla più
generale anarchia dei vari mercati, conseguente al riesplodere dell'aspra
conflittualità interimprenditoriale caratterizzante la ristrutturazione
policentrica del sistema mondiale capitalistico. Tuttavia, la causa "fenomenica"
dell'apertura dell'eventuale crisi - cioè il venire in superficie,
l'aperto manifestarsi, dello squilibrio sempre immanente al modo di produzione
capitalistico - sembra essere rappresentata dalla rottura dei circuiti finanziari.
Naturalmente, non voglio sostenere che una crisi sia imminente. Da vent'anni,
e più, stiamo entrando in una nuova epoca policentrica; eppure si
ha la sensazione che ancora quest'ultima non si sia aperta pienamente ed
esaustivamente. Gli Stati Uniti godono per il momento di alcuni vantaggi
- fra cui quello di essere rimasti l'unica grande superpotenza - che ritardano
il loro declino e l'emergere di altri centri capitalistici di più
o meno eguale potenza economica e politica. Gli organismi internazionali
preposti ad una certo coordinamento economico globale hanno ancora ampi
margini di intervento e inoltre, come appena rilevato, al loro interno l'egemonia
statunitense è intaccata ma non definitivamente scalzata; e è
proprio per questo che essi hanno tali margini di intervento. Inoltre, la
vischiosità della storia, le difficoltà, maggiori o minori
in paesi ed aree capitalistiche differenti, di superare i vecchi modelli
di sviluppo e le vecchie politiche economiche e sociali, sembrano franare
la possibile competitività aggressiva di alcuni capitalismi concorrenti
degli USA; basti pensare alle convulsioni della politica e dell'economia
europee, generalmente attardate, a parte il caso inglese, per quanto concerne
l'esplosione del liberismo che, a mio avviso, tenderà ineluttabilmente
a caratterizzare una nuova fase policentrica; così come lo statalismo
interventista nel campo economico e sociale, tramite le politiche di spesa
pubblica con tendenziale indifferenza al deficit di bilancio (politiche
dette keynesiane), contrassegnò - in modo del tutto particolare,
assai più di quanto non fosse accaduto negli anni trenta - l'intero
campo capitalistico durante il periodo monocentrico postbellico.
Tuttavia, la mia convinzione è che, alla fine, entreremo in questa
nuova epoca di aperta competitività intercapitalistica, anche se
il suo definitivo installarsi non sembra imminente. L'attuale cosiddetta
globalizzazione - economica, ma ancor più finanziaria, e questo è
significativo - è solo il periodo antecedente il policentrismo vero
e proprio, è l'alba della nuova fase. Per il momento, non traggo
da queste note nessuna particolare previsione per l'epoca che si preannuncia.
Volevo solo ricordare che, se la crisi è sempre immanente nel modo
di produzione capitalistico - è squilibrio permanentemente attuale
in esso, anche se contrastato a lungo e con forza da tentativi di riorganizzazione
e di smussamento dei vari attriti e contrasti più devastanti - essa
sembra assumere connotati differenti, rispondere a sollecitazioni diverse,
nelle opposte fasi (ricorsive) caratterizzanti lo sviluppo del modo di produzione
in oggetto. Se, come ritengo pressoché ineluttabile, nel capitalismo
si affermeranno, certamente nel giro di un bel po' d'anni, aspetti di sempre
più aperta conflittualità policentrica, credo che lo squilibrio
in questione premerà per una sua "apparizione in superficie"
tramite la rottura dei circuiti mercantili, più precisamente di quelli
finanziari, che rappresentano la manifestazione più evidente di quell'anarchia
che sempre sottende il sistema una volta che questo sia definitivamente
entrato nella fase di cui sto parlando.
Mi sembra abbastanza evidente che se - in un tempo futuro, a mio avviso
non prossimo - dovesse verificarsi una crisi del genere, essa porterà
in superficie anche tutti gli altri aspetti relativi alle differenti tipologie
brevemente considerate nel primo paragrafo; dal sottoconsumo (e sovrapproduzione
relativa) per l'impoverimento di vasta parte della popolazione, allo squilibrio
intersettoriale, alla caduta (di fase) del saggio (e, nell'ambito della
crisi, anche della massa) di profitto, ecc. Il problema è capire
qual è, nella fase policentrica, il fenomeno di superficie che ha
carattere innescante detta crisi, perché poi, logicamente, tuot
se tient. D'altra parte, come già più sopra rilevato,
se la crisi è sempre immanente al sistema, quest'ultimo ha maggiori
possibilità di contenerla, di controllarla, di smorzarla[26], nell'epoca in cui una sezione (o paese)
capitalistico domina e coordina l'intero campo. Tali possibilità
dovrebbero ridursi di molto quando ci si trovasse, come credo si verificherà
in futuro, in piena epoca policentrica, di cui oggi siamo appena agli inizi,
in una sorta di pre-fase. Se quanto sostenuto è verosimile, la crisi
che avrà le maggiori possibilità di farsi strada - dall'immanenza
comunque sempre attuale alla vera e propria manifestazione fenomenica -
sarà quella connessa all'anarchia del sistema, la cui struttura interrelazionale
è fondata sulla ipercompetitività intercapitalistica e interimprenditoriale,
con particolare riferimento all'aspetto finanziario di essa eccessivamente
autonomizzatosi da quello produttivo. La crisi tipica dell'epoca monocentrica,
invece, incontra ormai, per i motivi già considerati, molte difficoltà
nel venire alla superficie con caratteri troppo dirompenti.
Nulla più che queste note, essenzialmente teoriche, intendo consegnare
agli eventuali lettori, che spero vogliano poi percorrere da soli un ulteriore
pezzo di cammino, anche politico oltre che teorico, le cui coordinate sono
qui soltanto sottintese, ma non del tutto mascherate. In ogni caso, la discussione
di questo testo, se qualcuno mi degnerà di un po' d'attenzione, potrà
rendere più esplicite le sue implicazioni.
Giugno 1997