[1] Questa è in realtà la cosiddetta possibilità di crisi, mentre la necessità della stessa dovrebbe esigere l'insorgere di ulteriori e più specifiche cause del suo manifestarsi. Tuttavia, credo che le condizioni della possibilità di una crisi siano molto più interessanti di quanto non sia loro assegnato dalla teoria; esse non mi sembra debbano essere considerate una pura potenzialità, che esige poi il verificarsi di un fatto attualizzante quest'ultima, bensì invece una permanente attualità, in quanto si tratterebbe di elementi sempre squilibranti, pur se contrastati da tendenze organizzative che ne smussano gli effetti più clamorosi e "catastrofici" anche per lunghi periodi di tempo.
[2] Tanto è vero che nel continente, e soprattutto in Germania, si affermavano altre correnti di pensiero che nel protezionismo (almeno temporaneo) vedevano il mezzo per affrancare il proprio capitalismo (sempre a base territoriale) dall'egemonia inglese.
[3]In definitiva, se tale tesi fosse stata vera - anche se non credo che all'epoca ci si rendesse conto di tali conseguenze - la formazione di un grande trust capitalistico mondiale, sintesi dei vari capitalismi nazionali, avrebbe significato sia la fine della decisività (ai fini dello sviluppo capitalistico) degli Stati nazionali, sia l'instaurarsi di quella che oggi viene denominata globalizzazione o mondializzazione; naturalmente, però, non fondata su una rinnovata competizione intercapitalistica, che era invece il carattere precipuo di quell'epoca policentrica (così come dell'attuale), bensì sull'egemonia su scala mondiale di una organizzazione capitalistica fortemente centralizzata e coesa, di carattere extranazionale (oggi si direbbe transnazionale), che avrebbe reso i vari Stati delle sue semplici appendici, dei suoi strumenti per politiche "regionali", in quanto parti differenziate di un'unitaria politica globale diretta da un unico centro, non più di carattere territoriale ma solo sociale ed economico.
[4]Per tutti vedi Quale marxismo in crisi, Dedalo 1979.
[5]Naturalmente, tale dominio non è cessato di colpo; anzi, forse, non siamo entrati ancora in un periodo decisamente policentrico, dato un certo vantaggio degli USA in molti campi. Tuttavia, sembra si possa sostenere con una certa tranquillità che siamo all'apertura di un'epoca policentrica.
[6]E' evidente che tale disseminazione si avvale della potenza dello Stato che rappresenta la sezione centrale e dominante. Tuttavia, la sola ìsfera d'influenzaî (politico-militare) di detto Stato non è sufficiente a determinare il periodo monocentrico del capitale.
[7]E' interessante notare che le impostazioni stadiali, caratteristiche anche di teorie nient'affatto marxiste, portavano vari economisti (di scuola non a caso keynesiana) a sostenere la sostanziale fine dell'epoca delle grandi innovazioni tecnico-economiche, con la conclusione che il capitalismo era ormai entrato in una fase di stagnazione difficilmente rimediabile. Le correnti marxiste, o in qualche modo influenzate dal marxismo (si pensi a Kalecki), vi aggiungevano la considerazione che la stagnazione era essenzialmente dovuta allo stadio monopolistico ormai irreversibilmente raggiunto dal capitalismo, stadio in cui le grandi imprese, controllando il mercato (potremmo ben dire in modo organizzato, con solidi accordi e collusioni fra loro), non erano più interessate a grandi e rivoluzionarie innovazioni, che sarebbero state tipiche invece dell'epoca concorrenziale.
[8]Mentre nelle epoche monocentriche, la stragrande maggioranza delle piccole imprese è di quest'ultimo tipo, in quelle policentriche si espandono, relativamente, di più le imprese di non grandi dimensioni capaci di occupare settori autonomi di attività mercantile. In ogni caso, sia per tali piccole imprese sia per quelle di carattere satellitare (dell'impresa oligopolistica), la concorrenza si fa sempre più aspra nel corso di dette epoche.
[9]Si ricordi la funzione che per almeno un trentennio, in questo dopoguerra, hanno svolto le grandi multinazionali statunitensi nell'ambito dell'area capitalistica complessiva; una funzione talmente decisiva, e prevalente rispetto alle grandi imprese di altri capitalismi territoriali, da condurre spesso ad analisi (per tutte cito quella dello Hymer, ma anche quella di un Poulantzas) di sapore ultraimperialistico.
[10]Malgrado si parli oggi tanto di globalizzazione dei mercati capitalistici, sottintendendo che in essi si muovono imprese puramente transnazionali, continuano a sussistere i capitalismi caratterizzati in senso territoriale e nazionale. I capitalismi giapponese, tedesco (o europeo) e statunitense non sono pure espressioni verbali; e la loro reciproca concorrenza - pur interconnessa senz'altro con molti accordi, trasversali, tra imprese delle varie aree capitalistiche - è piuttosto visibile. Il capitalismo giapponese, ad es., ha conquistato molti punti rispetto a quello USA nell'area asiatica; quest'ultimo, con il NAFTA, controlla più di prima l'area delle Americhe; il capitalismo tedesco ha una certa superiorità nell'area dell'ex "socialismo reale" europeo; e via dicendo.
[11]Inoltre, la concorrenza esige anche fondi da immobilizzare nel marketing, nella penetrazione nei vari mercati (anche esteri) a scapito delle imprese concorrenti, nel controllo dei media, nella corruzione politica e del ceto intellettuale, ecc.
[12]In realtà, la loro autonomia è variamente limitata dalla loro subordinazione al capitale creditizio e finanziario controllato dagli apparati politico-strategici delle grandi imprese e da strati di agenti capitalistici che gestiscono autonomamente tale capitale, anche su base speculativa. Tuttavia, si tratta di un controllo ben diverso, e che lascia margini di autonomia ben differenti, rispetto a quello che le grandi imprese esercitano sulle piccole imprese di subappalto - fortemente integrate al loro ciclo produttivo - come avviene prevalentemente nelle fasi monocentriche.
[13]Su questo punto aveva in fondo più ragione un Hobson che non, ad es., la Luxemburg.
[14]Ancora una volta ricordo che gli interventi statali, di per se stessi, non risolvono affatto la crisi e stagnazione di quel periodo, sono dei rimedi contingenti e asistematici. Ben diverso l'effetto della spesa pubblica in funzione bellica, che è molto più tradizionale e che, evidentemente, è tipica dei periodi policentrici di accentuato scontro intercapitalistico; e che non si fonda certo su calcoli relativi alla possibilità di conseguimento di un equilibrio tra offerta e domanda globali, essendo basata sull'impulso da dare all'industria degli armamenti, anche con pesanti riduzioni salariali e trasferimento di reddito dal lavoro al capitale industriale di quel tipo. Proprio la riconversione di tale apparato industriale, in un mondo capitalistico uscito dallo scontro con un suo centro dominante coordinatore, ha implicato la riconversione delle politiche economiche in senso assai più precipuamente "keynesiano". Tipico il caso dell'Italia, dove l'apparato industriale pubblico, messo in piedi dal fascismo, non è stato smantellato (lo si vorrebbe fare oggi, almeno a parole, in un'epoca appunto modificatasi in direzione policentrica), ma è diventato funzionale alla politica democristiana (e ai suoi numerosi "boiardi" di Stato) tendente ad attenuare gli squilibri e le tensioni sociali, con una certa redistribuzione di reddito verso il basso, con l'aiuto dato all'arricchimento di ampi strati di ceto medio, con il compromesso raggiunto con il grande capitale privato e familiare (quello stretto intorno alla Mediobanca), che è stato largamente assistito e foraggiato, producendo la distorsione completa dello sviluppo in direzione della schiacciante predominanza del trasporto su strada, con tutto ciò che ne consegue a livello della creazione delle infrastrutture a ciò necessarie, ecc. L'Italia, d'altronde, incontra ancor oggi, in un'epoca (policentrica) in via di rapidi mutamenti, grandi difficoltà ad abbandonare totalmente una simile strutturazione delle alleanze di classe, con grandi pericoli per il futuro, punto su cui tornerò in altro scritto.
[15]Dunque, il libero scambio fu la politica e l'ideologia del dominio centrale dell'Inghilterra. La nuova concezione dell'intervento dello Stato nella sfera economica a sostegno della domanda (concezione conseguente alle teorie stagnazioniste di derivazione keynesiana), e la creazione di un'area (l'intero mondo capitalistico) di libero scambio (convertibilità) tra le monete, con al centro il dollaro come moneta di riserva, sono state la politica e l'ideologia al servizio del dominio centrale degli Stati Uniti e degli apparati imprenditoriali multinazionali di tale paese.
[16]E non a caso, anche nella sinistra marxista tali tesi fecero breccia, pur se in forme particolari. La teoria del capitalismo monopolistico di Stato, quale stadio (ultimo) del capitalismo, risaliva certamente ad un periodo nettamente precedente; tuttavia, in questo dopoguerra si affermò via via, nel marxismo più tradizionale, la tesi secondo cui lo Stato non era più sovrastruttura ma ormai struttura (portante) del sistema capitalistico; tipiche le ripetute affermazioni in tal senso del mio maestro Pesenti, economista principale del PCI fino a tutti gli anni '60. A questa tesi economica si aggiungeva poi il corollario politico (togliattiano) che sarebbe stato sufficiente impadronirsi del potere statale, tramite libere elezioni, per poter controllare e indirizzare efficacemente, a fini socialisti, lo sviluppo del sistema economico e delle imprese, pur ancor in presenza di una larga proprietà privata e del mercato. Le tesi dell'estrema sinistra, marxisticamente eretica, ripetevano in forme mutate gli stessi principi. Il sistema delle imprese capitalistiche (private) non sarebbe più riuscito a produrre profitti, cioè ad estrarre il plusvalore dagli operai (prima massa e poi sociali), ormai in aperta e consapevole ribellione. Era lo Stato a garantire il profitto con il suo potere centrale di imposizione di tutta una serie di parametri al sistema nel suo complesso; in particolare, promuovendo con le politiche monetarie l'inflazione, che erodeva ciò che gli operai conquistavano in termini di salario diretto e differito. L'obiettivo del profitto era compito del potere centrale (statale), vero cuore del capitalismo, non dei singoli punti di accumulazione del capitale (le imprese) ormai in definitiva crisi di fronte alla montante forza dei proletari, la cui lotta era orientata dai loro immediati bisogni di comunismo. Da qui la necessità dell'attacco diretto (per alcuni armato, per altri di tipo sociale e di massa) al cuore dello Stato, a sua volta centro decisivo, ed ultimo baluardo, del dominio del capitale. Ecco un altro grave danno, per la sinistra, delle teorie stadiali (sempre ultimative in termini di sviluppo del capitalismo) e dell'incapacità di comprendere le varie fasi ricorsive, con andamento, e successione, assolutamente non finalizzati ad alcuno sbocco predisposto, predefinito, dalla Storia (da una sua presunta "Ragione immanente").
[17]E proprio per questa inconsapevolezza, sarebbe semplicistico pensare che detta teoria venga formulata esattamente all'interno di un periodo monocentrico. Questo, fra l'altro, generalmente non avviene, anche perché la distinzione tra le diverse fasi ricorsive (il passaggio dall'una all'altra) non è perfettamente indicata da una data ben precisa, puntuale; e inoltre, le teorie mai riflettono direttamente una determinata realtà, nella sua concreta purezza fattuale, ma si innestano su altre teorie formulate antecedentemente, magari in epoche diversamente caratterizzate con riguardo all'alternarsi di mono e policentrismo.
[18]A cui debbono essere aggiunte quelle che si incentrano sul lancio di nuovi prodotti. Va inoltre ricordato che - nell'ambito della competizione intercapitalistica di tipo comunque ormai oligopolistico - le varie frazioni del complesso imprenditorial-finanziario debbono necessariamente investire forti somme per intervenire nelle altre sfere, politica e ideologica, della formazione sociale, onde poterle condizionare ai fini del conseguimento dei propri obiettivi.
[19]Riferendosi alla teoria economica "accademica", in dette fasi appaiono dotate di maggior potere conoscitivo le tesi schumpeteriane piuttosto che quelle keynesiane, la cui produttività, teorica e pratica, sembra invece superiore nei periodi di monocentrismo capitalistico.
[20]Si tenga poi presente che, nelle fasi policentriche, si verifica generalmente lo sviluppo di nuove sezioni (paesi) della formazione sociale mondiale capitalistica; ed anche questo, se intensifica la competizione e l'anarchia dei mercati, porta nel contempo ad un ampliamento di questi ultimi; ancora una volta, con particolare riguardo a quelli dei beni di investimento, ma anche, in misura pur inferiore, a quelli dei beni di consumo. Si consideri inoltre che tali beni di investimento e tali beni di consumo sono generalmente quelli ormai maturi nelle aree avanzate, per cui, anche per questi beni, possono aprirsi nuove occasioni di smercio. In definitiva, la crisi, certo sempre immanente, non si verifica facilmente per una mancanza di sbocchi delle varie merci. Sottoconsumo (e sovrapproduzione) non appaiono allora quali vere cause scatenanti l'eventuale crisi; semmai sono l'effetto, come vedremo più sotto, della rottura dei circuiti mercantili connessa all'anarchia provocata dalla nuova aspra conflittualità policentrica.
[21]Si pensi ai vari organismi monetari internazionali - e alla loro (almeno al livello delle dichiarazioni di principio) funzione di controllo complessivo - e agli ultimi accordi generali in tema di commercio mondiale, che del resto sembrano aver favorito soprattutto alcune sezioni (in particolare gli USA) del capitalismo mondiale.
[22]Ci si riferisce al tentativo (coronato da successo?) di "costruire" l'Europa, o al NAFTA, ecc.
[23]Malgrado si sia già entrati da anni, dal punto di vista più prettamente economico, nell'epoca del policentrimo capitalistico, si stenta ad installarvisi pienamente, e si sta constatando una notevole ripresa del capitalismo statunitense; in parte certo per la maggiore facilità con cui ha rilanciato le politiche liberiste, ma anche perché ha piazzato dei ìbuoni colpiî militari con l'impresa del Golfo e con l'intervento in Bosnia., senza parlare poi del fatto che, imploso il sistema sovietico e disintegratasi l'URSS come superpotenza rivale, esso ha stabilito accordi preferenziali prima con Gorbaciov e poi con Eltsin. E' indubbio che tutto ciò, ad es., ha ampiamente smorzato la spinta tedesca verso l'est europeo; sono questi fatti, e non soltanto i costi connessi all'assorbimento della DDR, ad aver messo in forte difficoltà il capitalismo tedesco.
[24]Per tutti ricordo: La fine di una teoria, scritto con Preve, Unicopli 1996, e Lezioni sul capitalismo, Clueb 1996.
[25]Per giocare con una vecchia terminologia, diciamo pure che si tratterebbe di contraddizioni non antagonistiche.
[26] In questo secondo dopoguerra, si sono denominate recessioni le crisi periodicamente ricorrenti, ma di tipo non drammatico come lo furono alcune delle precedenti.