Imperialismo e internazionalismo nell'epoca della "globalizzazione"
è uno dei temi più "frequentati" su "Intermarx"
e i nove articoli (più il contributo alla discussione) messi finora
in rete sono sicuramente cospicui.
Benché si tratti di testi scritti in circostanze diverse, che affrontano
argomenti anche lontani o da angolazioni diverse e che non interagiscono
direttamente fra loro, essi offrono ampia materia di riflessione specie
su tre temi cruciali e connessi - la globalizzazione, l'imperialismo e lo
stato - sui quali mi sembrerebbe interessante cercare di focalizzare la
discussione.
A questo scopo ritengo opportuno proporre i saggi che seguono, sicuramente
non omogenei, magari neppure condivisibili, o non in toto, ma ricchi di
informazioni e elementi di analisi sulle tre questioni ricordate. Si tratta
di saggi recenti (Jorge Beinstein, Scenari della crisi globale. I cammini
della decadenza; Boris Kagarlistky, Il crepuscolo della globalizzazione;
Angel L. Fanjul, I paradossi della globalizzazione. Appunti marxisti
per un dibattito; Odile Castel, La nascita dell'ultra-imperialismo.
Una interpretazione del processo di mondializzazione) o abbastanza
recenti (Michael Mann, La globalizzazione ha posto fine al continuo sviluppo
degli stati-nazione?; Martin Shaw, Lo stato della globalizzazione:
verso una teoria della trasformazione dello stato ) eccetto uno, scritto
vari anni fa ma ripubblicato nel 1999 dall'autore (Gianfranco Pala, Stati
di disgregazione).
La prima questione riguarda la cosiddetta "globalizzazione" (per
la quale mi sembra che siano da tenere particolarmente presenti, fra i testi
già messi in rete, Globalizzazione: miti
e realtà di Bellofiore, Intendere correttamente
le coordinate attuali e Una lezione sull'imperialismo
di La Grassa e l'intervento di Baracca I meccanismi
della globalizzazione, ma anche i due capitoli tratti dal libro di Barrucci,
Globalizzazione dell'economia: caratteristiche
principali e differenze interpretative e Le
imprese transnazionali nell'economia globale, specie il primo). Dato
qui per scontato l'uso ideologico che si fa solitamente di questo termine
per accreditare come novità assoluta o come passaggio a un nuovo
modo di produzione post-capitalista quella che è in effetti la rimondializzazione
del capitalismo, resta da capire se essa sia un fenomeno privo di sostanziali
novità, la fase terminale dell'imperialismo (come sembra sostenere
Beinstein); se possa ridursi, come è diventato quasi d'uso comune,
al "neoliberismo" (vedi anche Beinstein e Kagarlitstky); o se
rappresenti una fase complessa e specifica dello sviluppo capitalistico
(cosa su cui insiste Fanjul, ma anche altri, come Shaw) e quali ne siano
i carratteri essenziali.
Tale questione ne implica un'altra, già sollevata dagli interventi
di La Grassa, specie il secondo, e centrale nei testi qui proposti di Pala
e Castel, cioè il significato che mantiene una categoria come quella
di "imperialismo", se e come vada ripensata nella fase attuale
anche con riguardo alle contraddizioni interimperialistiche.
L'altra questione (o l'altro versante della stessa) è quella dello
"stato", affrontata in precedenza soprattutto da Piccin (Stato-nazione, militarizzazione, terzo settore) e Hirsh
(Stato-nazione, regolazione internazionale e questione
democratica). Anche qui, dando per scontate la critica delle tesi ricorrenti
sulla "fine dello stato" e l'ipotesi di una ristrutturazione del
sistema degli stati, è da discutere secondo quali linee tale ristrutturazione
procede, con quali effetti per gli stati-nazione, per diversi gruppi di
stati o per le contraddizioni inter-statali (su questo si vedano in particolare
i due saggi di Mann e Shaw o il secondo di Kagarlitstky ma anche quasi tutti
gli altri scritti proposti).
Vorrei rilevare da ultimo il contrasto, avvertibile sia in questi testi
sia nell'insieme di quelli messi in rete precedentemente - salvo forse quelli
di Petras (Il neoliberismo "dal basso".
Le ambiguità dell'azione delle ONG) e Wiseman (L'alternativa
alla globalizzazione oppressiva? Pensare e agire strategicamente a livello
globale, regionale, locale e nazionale) - fra la ricchezza delle analisi
e la carenza delle proposte su come costruire risposte alla mondializzazione
capitalistica. Ma penso che questo limite non certo irrilevante si potrà
superare solo sul medio-lungo periodo, come risultato non soltanto di una
comprensione teorica più adeguata ma di nuove pratiche politiche,
allo stato appena delineate.