La globalizzazione, l'imperialismo, lo stato. Alcune proposte di lettura
nota di Walter Peruzzi

 

Imperialismo e internazionalismo nell'epoca della "globalizzazione" è uno dei temi più "frequentati" su "Intermarx" e i nove articoli (più il contributo alla discussione) messi finora in rete sono sicuramente cospicui.
Benché si tratti di testi scritti in circostanze diverse, che affrontano argomenti anche lontani o da angolazioni diverse e che non interagiscono direttamente fra loro, essi offrono ampia materia di riflessione specie su tre temi cruciali e connessi - la globalizzazione, l'imperialismo e lo stato - sui quali mi sembrerebbe interessante cercare di focalizzare la discussione.
A questo scopo ritengo opportuno proporre i saggi che seguono, sicuramente non omogenei, magari neppure condivisibili, o non in toto, ma ricchi di informazioni e elementi di analisi sulle tre questioni ricordate. Si tratta di saggi recenti (Jorge Beinstein, Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza; Boris Kagarlistky, Il crepuscolo della globalizzazione; Angel L. Fanjul, I paradossi della globalizzazione. Appunti marxisti per un dibattito; Odile Castel, La nascita dell'ultra-imperialismo. Una interpretazione del processo di mondializzazione) o abbastanza recenti (Michael Mann, La globalizzazione ha posto fine al continuo sviluppo degli stati-nazione?; Martin Shaw, Lo stato della globalizzazione: verso una teoria della trasformazione dello stato ) eccetto uno, scritto vari anni fa ma ripubblicato nel 1999 dall'autore (Gianfranco Pala, Stati di disgregazione).
La prima questione riguarda la cosiddetta "globalizzazione" (per la quale mi sembra che siano da tenere particolarmente presenti, fra i testi già messi in rete, Globalizzazione: miti e realtà di Bellofiore, Intendere correttamente le coordinate attuali e Una lezione sull'imperialismo di La Grassa e l'intervento di Baracca I meccanismi della globalizzazione, ma anche i due capitoli tratti dal libro di Barrucci, Globalizzazione dell'economia: caratteristiche principali e differenze interpretative e Le imprese transnazionali nell'economia globale, specie il primo). Dato qui per scontato l'uso ideologico che si fa solitamente di questo termine per accreditare come novità assoluta o come passaggio a un nuovo modo di produzione post-capitalista quella che è in effetti la rimondializzazione del capitalismo, resta da capire se essa sia un fenomeno privo di sostanziali novità, la fase terminale dell'imperialismo (come sembra sostenere Beinstein); se possa ridursi, come è diventato quasi d'uso comune, al "neoliberismo" (vedi anche Beinstein e Kagarlitstky); o se rappresenti una fase complessa e specifica dello sviluppo capitalistico (cosa su cui insiste Fanjul, ma anche altri, come Shaw) e quali ne siano i carratteri essenziali.
Tale questione ne implica un'altra, già sollevata dagli interventi di La Grassa, specie il secondo, e centrale nei testi qui proposti di Pala e Castel, cioè il significato che mantiene una categoria come quella di "imperialismo", se e come vada ripensata nella fase attuale anche con riguardo alle contraddizioni interimperialistiche.
L'altra questione (o l'altro versante della stessa) è quella dello "stato", affrontata in precedenza soprattutto da Piccin (Stato-nazione, militarizzazione, terzo settore) e Hirsh (Stato-nazione, regolazione internazionale e questione democratica). Anche qui, dando per scontate la critica delle tesi ricorrenti sulla "fine dello stato" e l'ipotesi di una ristrutturazione del sistema degli stati, è da discutere secondo quali linee tale ristrutturazione procede, con quali effetti per gli stati-nazione, per diversi gruppi di stati o per le contraddizioni inter-statali (su questo si vedano in particolare i due saggi di Mann e Shaw o il secondo di Kagarlitstky ma anche quasi tutti gli altri scritti proposti).
Vorrei rilevare da ultimo il contrasto, avvertibile sia in questi testi sia nell'insieme di quelli messi in rete precedentemente - salvo forse quelli di Petras (Il neoliberismo "dal basso". Le ambiguità dell'azione delle ONG) e Wiseman (L'alternativa alla globalizzazione oppressiva? Pensare e agire strategicamente a livello globale, regionale, locale e nazionale) - fra la ricchezza delle analisi e la carenza delle proposte su come costruire risposte alla mondializzazione capitalistica. Ma penso che questo limite non certo irrilevante si potrà superare solo sul medio-lungo periodo, come risultato non soltanto di una comprensione teorica più adeguata ma di nuove pratiche politiche, allo stato appena delineate.