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I dati dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro |
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Sono stati pubblicati anche quest'anno i dati ufficiali relativi al mondo del lavoro internazionale, a cura dell'Oil (o Ilo, o Bit, struttura delle Nazioni Unite), ma essi sono, come sempre, presentati Stato per Stato con i valori espressi in moneta nazionale. Al che, il povero ricercatore dovrebbe trasformarsi in un impiegato di banca addetto ai cambi per ottenere un minimo d'omogeneità tra i dati espressi nello studio dell'Oil. Fortunatamente, ma solo per un ristretto numero di Paesi (poco più di venti), la stessa organizzazione pubblica un piccolo libro che fornisce ogni dieci anni una "chiave" di lettura con i valori espressi nell'unificante ed onnipresente dollaro Usa. Si possono così osservare - e confrontare - le cifre relative al costo del lavoro ed alla produttività nell'economia dei lavoratori di importanti nazioni.
| Regno Un. | ||||||
| Indice compensi orari (Usa=100) e compensi orari (in Us$) | ||||||
1980 |
91 (8,94) | 125 (12,33) | 60 (5,95) | 83 (8,15) | 60 (5,89) | 77 (7,56) |
1990 |
104 (15,98) | 148 (22,03) | 78 (11,66) | 117 (17,45) | 76 (11,38) | 85 (12,70) |
1995 |
116 (20,01) | 187 (32,22) | 79 (13,57) | 94 (16,21) | 75 (12,88) | 80 (13,67) |
1997 |
99 (17,97) | 155 (28,28) | 74 (13,57) | 92 (16,74) | 67 (12,16) | 80 (14,13) |
| Indice compensi orari (Usa=100) e compensi orari (in Us$) | ||||||
1980 |
56 (5,52) | 100 (9,87) | 10 (0,96) | 2 (0,22) | 15 (1,49) | 22 (2,21) |
1990 |
86 (12,80) | 100 (12,80) | 25 (3,71) | 2 (0,35) | 25 (3,78) | 11 (1,58) |
1995 |
139 (23,82) | 100 (23,82) | 42 (7,29) | 3 (0,48) | 43 (7,33) | 9 (1,51) |
1997 |
106 (19,37) | 100 (19,37) | 40 (7,22) | 3 (0,48) | 45 (8,24) | 10 (1,75) |
Come si può vedere dall'interessante tabella dell'Oil, le considerazioni
da porre al dibattito possono essere molteplici: gli operai dei Paesi più
industrializzati costituiscono una vera e propria "aristocrazia"
di classe, con una netta differenza con quelli dei Paesi più poveri
[tab.1]; anche se il valore del salario andrebbe confrontato col
costo della vita nelle sue diversità Paese per Paese, i salari operai
hanno stridenza troppo netta tra Nord e Sud del mondo; impiegare capitali
nei Paesi più poveri, a parità di prodotto, è fondamentale
per le società multinazionali; il caso del Messico è rappresentativo
della rovinosa politica di sfruttamento portata avanti dagli investitori
Usa e dal Nafta; la compressione salariale negli Usa è fortissima,
mentre in Germania (almeno fino al 1997) restano ben saldi lo "stato
sociale" e le sue garanzie; il "miracolo" irlandese poggia
le sue basi sul blocco dei salari (come, d'altronde, sta accadendo in Italia,
Spagna e Regno Unito).
In particolare, può aiutare ulteriormente la comprensione di tali
affermazioni notare che, a parità di potere d'acquisto, il Pil pro
capite (in dollari Usa del 1994) in Messico è di 7.050 $, nello Sri
Lanka ammonta a 3.150 $, mentre in Italia è di 18.610 $, in Germania
di 19.890 $, in Giappone di 21.350 $, negli Usa di 25.860 $. Al cambio corrente
(sempre in dollari Usa del 1994), il Pil pro capite del Messico e dello
Sri Lanka precipitano a 4.010 $ e a 640 $ rispettivamente, mentre in Italia
è di 19.270 $, in Germana di 25.580 $, in Giappone di 34.630 $ e
negli Usa, ovviamente, sempre di 25.860 $.
Tab.2 - Produttività del lavoro, intera economia
| Stati Uniti | ||||||
| Valore aggiunto per lavoratore (1980=100) e (in Us$) |
||||||
1980 |
100 (36850) | 100 (35073) | 100 (29711) | 100 (29166) | 100 (27666) | 100 (41034) |
1990 |
121 (44534) | 118 (41500) | 124 (36782) | 120 (35001) | 133 (36669) | 111 (45377) |
1995 |
129 (47369) | 128 (45032) | 139 (41245) | 132 (38419) | 138 (38134) | 118 (48493) |
1997 |
... | ... | ... | 138 (41138) | ... | 122 (49905) |
| Valore aggiunto per lavoratore (1980=100) e (in Us$) |
|||||
1980 |
100 (11430) | 100 (17099) | 100 (2638) | 100 (4943) | 100 (7364) |
1990 |
186 (21243) | 108 (18397) | 134 (3534) | 153 (7550 ) | 85 (6275) |
1995 |
234 (26787) | 82 (13958) | 164 (4325 ) | 215 (10630) | 84 (6192) |
1997 |
... | 77 (13169) | ... | ... | ... |
| Stati Uniti | ||||||
| Valore aggiunto per lavoratore (1980=100) e (in Us$ 1990) |
||||||
1980 |
100 (30746) | 100 (31323) | 100 (1713) | 100 (16686) | 100 (26890) | 100 (37714) |
1990 |
131 (40303) | 117 (36796) | 145 (2484) | 158 (26433) | 161 (43237) | 140 (52614) |
1995 |
150 (46014) | 128 (40178) | 156 (2677) | 185 (30832) | 168 (45108) | 168 (63480) |
| Valore aggiunto per lavoratore (1980=100) e (in Us$ 1990) |
|||||
1980 |
100 (7235) | 100 (...) | 100 (1353) | 100 (...) | 100 (...) |
1990 |
190 (13766) | 101 (...) | 159 (2154) | 125 (...) | 99 (...) |
1995 |
288 (20867) | 121 (...) | 199 (2698) | 156 (...) | 94 (...) |
Fonte: Oil, The Key of Labour Statistics, 2000
Tra i dati pubblicati dall'Oil sono di uguale interesse quelli relativi
alla produttività del lavoro nell'intera economia [tab.2]
e nell'industria manifatturiera [tab.3]. Anche dalla lettura di questi
dati è possibile enucleare subito alcune indicazioni. Se per "valore
aggiunto" intendiamo riferirci al valore nuovo che scaturisce dal plusvalore
creato dal lavoro nel corso del processo produttivo, è evidente la
macroscopica differenza tra i lavoratori nel loro complesso e gli operai
dell'industria manifatturiera. Questi ultimi hanno subìto un incremento
di produttività enorme, soprattutto nei Paesi più industrialmente
avanzati (vedi in particolare il Regno Unito, il Giappone, gli Usa, la Spagna,
la Francia). Ma anche la Corea del Sud, il Messico, l'India e la Thailandia
sono stati attraversati dalla ventata ristrutturativa piombata in fabbrica
con l'abbandono del fordismo e l'arrivo del toyotismo.
Da una parte, nel complesso dei settori lavorativi, si assiste così
ad una lenta deriva verso una maggiore produttività, dall'altra appare
in tutta la sua evidenza l'avvenuto cambiamento dei rapporti di forza all'interno
della produzione. È la fabbrica, l'impresa industriale, l'obbiettivo
cui il capitale si rivolge per estrarre plusvalore anche e soprattutto nel
momento della crisi recessiva. Ne è esempio palese il Messico che,
nel pieno della crisi del peso svalutato del 15% tra la fine del
`94 e l'inizio del `95, ha visto diminuire enormemente il valore aggiunto
complessivo (e quindi il Pil, calato del 6,9% nel 1995), mentre il settore
manifatturiero ha registrato ancora una volta un incremento produttivo.
Va ancora notato il dato della Spagna che, nel settore manifatturiero, ha
un'arretratezza dovuta ad obsolescenti impianti ed una forte combattività
operaia che non permettono di competere a livello industriale con gli altri
Paesi più avanzati, ma relegano questo Stato al livello dell'India.
La Corea del Sud ha invece l'incremento maggiore di produttività
nell'intera economia e soprattutto nel settore industriale. La crisi politica
e sociale che ha attraversato le Filippine per tutta l'ultima decade del
secolo ha provocato il tracollo economico, che ha posto questa nazione come
fanalino di coda dell'Asean.
L'Istituto Lambert ha pubblicato, nel 1996, una tabella comparativa tra
le condizioni di lavoro in due fabbriche controllate dalla stessa impresa
australiana, la AusCo. Nell'impianto di Sydney, il salario mensile minimo
ammonta a 1.580 dollari australiani, mentre nella fabbrica sita in Cina
(Shenzen) il salario è di 34 dollari australiani. Il salario mensile
massimo, a Sydney, è di 2.472 dollari australiani, mentre equivale
a soli 81 dollari quello in Cina. Gli orari settimanali, inoltre divergono
enormemente: 38 ore in Australia e 60 ore in Cina. Infine, i diritti sindacali
e le procedure di licenziamento sono fortemente differenti, a vantaggio
degli operai australiani. La AusCo, dal 1996, ha proceduto ad una pesante
ristrutturazione nella fabbrica di Sydney, tagliando il personale al 50%,
aumentando la produttività e rinnovandosi tecnologicamente. Il risultato
è stato una ripresa di competitività tra le due fabbriche.
Contro la depressione il capitalismo mangia i salari
Il costo del lavoro e l'andamento salariale sono, com'è ovvio,
la cartina di tornasole delle varie fasi di sviluppo dell'economia capitalistica.
La busta paga dei lavoratori - e più ancora quella degli operai -
si è modificata nel tempo notevolmente, anche in questa ultima metà
del secolo.
Nella fase del boom economico (1960-73), i salari sono andati gradatamente
aumentando, erodendo così quote di profitto in modo anche marcato.
Considerando infatti i primi sei Paesi Ocse, tra il `60 e il `65 la quota
dei profitti si è ridotta di circa l'1,1 per cento l'anno; tra il
`65 ed il `70, dell'1,0 per cento; nel periodo tra il 1970 ed il `72 la
riduzione è stata del 3,9 per cento; tra il `73 ed il `75 ha raggiunto
ben il 24,4 per cento di calo l'anno, per tornare, tra il `75 ed il `79,
a salire del 6 per cento annuo.
L'inizio della fase depressiva, che storicamente viene attestato in quel
1973 turbato dallo shock petrolifero, coincide con il primo grande
divario a forbice tra i salari di prima fascia e quelli di ultima
fascia. Infatti, ad esempio, se nel 1970 nei settori industriali degli
Usa e del Regno Unito c'era una differenza tra i salari con paghe più
alte dell'ordine rispettivamente dell'1,79 e dell'1,39 nei confronti dei
salari più bassi, già nel 1979 (con Carter negli Usa ed il
labour nel Regno Unito) tale differenza era portata al 2,22 ed all'1,43
rispettivamente. Nel 1993, la differenza raggiungeva il 2,82 ed il 2,39.
La cura thatchereaganiana era stata assorbita dalle relazioni industriali.
Di pari passo con il boom e poi con la susseguente fase di crisi
(con i vari "accorgimenti" tentati dai governi per arginarla)
appaiono procedere i dati del Fmi e della Bm relativi all'inflazione ed
alla disoccupazione nei Paesi Ocse. Alla sostanziale stagnazione dei prezzi
al consumo registratasi negli anni `60 e fino ai primi `70, segue infatti
una forte rincorsa tra salari e prezzi, con maggiorazione sempre più
marcata di questi ultimi nei confronti dei primi. Ugualmente in forte crescita,
come è noto, appare la disoccupazione della forza lavoro nei Paesi
industrializzati dalla fine degli anni `70 in poi, con riduzioni dovute
più che altro ad interventi "tecnici".
Negli Usa, ad esempio, c'era nel 1970 un'inflazione del 5,9% che rappresentava
la crescita annua dei prezzi al consumo. Nel 1975, l'indice era giunto al
9,0, mentre nel 1980 si attestava sul 13,5. L'era reaganiana ed il trionfo
del liberismo "democratico" riportavano il tasso al 3,6% (1985),
poi al 5,4 (1990) ed al 2,8 (1995). La disoccupazione negli Stati Uniti
risultava dell'8,3% (1975), del 7,0 (1980), del 7,1 (1985), del 5,6 (1990)
e del 5,5 (1995). Ma c'è da aggiungere che i dati sull'occupazione
statunitense includono anche i trimestrali, i lavori saltuari e quelli interinali
che sono in rapidissima espansione. Inoltre, la popolazione che risulta
vivere al di sotto della soglia di povertà è in forte aumento:
12% nel 1975, 18% nel 1980, 25% nel 1995.
Nel Regno Unito, l'andamento dell'inflazione è stato leggermente
diverso: 6,4% (1970), 24,2 (1975), 18,0 (1980), 6,1 (1985), 8,1 (1990) e
2,8 (1995). La disoccupazione ha avuto una tendenza simile a quella statunitense,
grazie alle cure del governo conservatore: 4,3% (1975), 6,4 (1980), 11,2
(1985), 6,9 (1990), 8,5 (1995). Assai simile è il caso dell'Italia,
con un'inflazione del 5,1% nel 1970, giunta al 17,1 (1975), poi al 21,0
(1980), per regredire col 9,2 (1985), 6,5 (1990) e 5,4 (1995). La disoccupazione
in Italia ha avuto invece una linea di incremento costante: 5,8% (1975),
7,5 (1980), 9,6 (1985), 10,3 (1990), 12,2 (1995).
Il tasso d'inflazione registrato in Giappone nel 1970 era del 7,7%, nel
1975 dell'11,8, nel 1980 del 7,7, nel 1985 del 2,0, nel 1990 del 2,8, per
finire a -0,1 nel 1995, all'inizio della recessione economica. La disoccupazione
giapponese s'è d'altronde mantenuta in costante leggera crescita:
1,9 % (1975), 2,0 (1980), 2,6 (1985), 2,1 (1990), 3,1 (1995). La crisi borsistica
ha affrettato la tendenza all'impoverimento della popolazione, portando
all'aumento dei disoccupati, ormai al 10% globale contando i posti in esubero,
ma soprattutto tra le lavoratrici (quasi il 50% delle donne in attività
non ha lavoro).
Ma è negli altri Paesi asiatici, africani e latinoamericani che i
dati relativi all'inflazione ed alla disoccupazione appaiono lo specchio
della crisi. È qui infatti che le tensioni vengono scaricate. Nel
Messico, ad esempio, il tasso d'inflazione passava dal 15,2% del 1975 al
57,8 del 1985 ed al 52,0 del 1995, con una disoccupazione giunta a toccare
la metà della popolazione attiva negli anni '90 e con il 60% dei
cittadini che vive al di sotto della soglia di povertà.
In molti Paesi africani, le "cure" del Fondo e della Banca mondiale
hanno accelerato il ritmo delle privatizzazioni e generato conseguenze gravissime
sull'occupazione e sui diritti dei lavoratori. In Gabon, in Togo, nel Congo-Brazzaville
ed in Nigeria, la dismissione da parte dello Stato di importanti pezzi della
produzione nazionale ha provocato un'ondata di nuovi disoccupati per circa
50mila lavoratori nell'anno in corso. La costituzione di "zone franche"
di produzione in Madagascar e nell'isola Mauritius ha creato lavoratori
che sono costretti a subire orari di 15 ore il giorno, senza diritti sindacali,
con salari spesso al di sotto del minimo garantito.
Il ruolo delle Organizzazioni sovranazionali
Non bastando, con tutta evidenza, le politiche di compressione salariale
diretta (minor potere di contrattazione per i sindacati, maggiore corresponsabilizzazione
consociativa, forte riduzione di garanzie previdenziali e di salario sociale)
ed indiretta (flessibilizzazione del rapporto di lavoro, aumento dei carichi
produttivi, incremento del controllo e della repressione sul posto di lavoro,
aumento di rischi e nocività) attuate dagli industriali e dai governi,
è andato crescendo il potere degli enti sovranazionali come il Fondo
monetario internazionale, la Banca mondiale, l'Organizzazione mondiale del
Commercio (già Gatt fino al 1995).
Non che queste organizzazioni non fossero presenti già da tempo sullo
scenario economico internazionale, ma il loro ruolo, dagli anni `40 al 1973,
è stato di attesa e di discreto ausilio alle politiche degli Stati,
bloccati dal contenzioso tra le superpotenze e tra le rispettive aree di
influenza. Dopo lo shock petrolifero e l'involuzione del burocratismo
economico dell'area socialista, i grandi enti sovranazionali assumono un
ruolo determinante nell'economia internazionale, dominata sempre maggiormente
dagli interessi delle grandi società multinazionali. A cosa servono
infatti Fmi, Bm e Omc se non a determinare e condizionare le politiche economiche
degli Stati ormai incapaci di dare risposte alla crisi internazionale?
Per superare o, meglio, tentare di arginare la fase depressiva dell'economia
non bastano infatti le applicazioni, Stato per Stato, delle politiche di
compressione salariale di cui si parlava prima. C'è bisogno chiaramente
di far saltare i chiavistelli che tengono imprigionata la forza lavoro produttiva
a livello internazionale, senza gli orpelli nazionalistici legati agli interessi
della gretta e retrograda borghesia nazionale. A questo fine lavorano alacremente
le organizzazioni sovranazionali, tese quindi a concatenare i vari popoli
del mondo in un unico grande calderone di interessi, alieno da blocchi e
condizionamenti soprattutto per i movimenti di capitale. Determinare da
una parte la caduta dei confini nazionali e dall'altra la libertà
di investire e ricavare profitto in tutto il mondo è divenuto
il verbo di Fmi, Bm e Omc. Questo tentativo, iniziato da un quarto di secolo,
ha portato gli Stati a mettere in pratica nuove politiche di condizionamento
della manodopera, con una flessibilizzazione mai raggiunta precedentemente
nella società capitalistica. In questa fase il costo del lavoro viene
compresso e diversificato in tutto il mondo.
Si modificano i compiti dello Stato
Anche l'attuale ridefinizione dei compiti dello Stato, propugnata dai
"neoliberisti", è tendente al risollevamento del capitale
privato. Le "riforme" istituzionali e dello "stato sociale"
servono in tutti i Paesi - avanzati economicamente o arretrati che siano
- a rilanciare gli investimenti con le privatizzazioni, a risparmiare denaro
dal bilancio pubblico, a privare "tutti" di alcuni privilegi per
ridarli solo ad "alcuni", a governare meglio la spesa sociale,
ad accentrare poteri e controlli, a trasferire nuove quote di denaro pubblico
nelle casse dei privati attraverso incentivi e sgravi fiscali.
Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale
per il commercio e Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico
sono gli interpreti ufficiali del verbo liberistico. L'attacco al costo
del lavoro ed ai "privilegi" del welfare state è
continuo da parte di questi enti internazionali, così come la richiesta
costante di apertura dei mercati nazionali al capitale mondiale, veicolo
per l'abbattimento delle barriere protezionistiche.
L'opzione del liberismo economico, oggi come ieri, è ancora una volta
l'unica possibile per ridare fiato all'accumulazione capitalistica e per
garantire spazi di profitto all'interno di una crisi sempre più grave.
La sovrapproduzione di merci e soprattutto di capitali impone anche scelte
radicali e veloci, sia nei confronti della classe proletaria (un maggiore
e più raffinato metodo di sfruttamento, con un'elevazione di ritmi
e modalità produttive, con la crescita della nocività sul
lavoro e con l'abbassamento delle garanzie economiche, normative e di sicurezza),
che riguardo agli stessi capitali, investiti dall'obbligo di "mangiarsi
l'un l'altro".
Il liberismo, anche se in teoria non lo vuole, è portato "naturalmente"
a creare i monopoli, contro cui combatte una lotta impari. Le contraddizioni
interne al modo di produzione capitalistico infatti si acutizzano man mano
che la crisi avanza. Assistiamo così alla curiosa battaglia tra l'autorità
antitrust ed il monopolio della Microsoft, come se i due elementi
in conflitto non appartenessero alla stessa classe borghese. Inoltre, l'autorità
antitrust è lì a tutelare il "corretto" gioco
tra imprenditori e aziende e non certo a garantire che essi non sfruttino
i lavoratori...
Lo Stato moderno quindi partecipa con tutti i suoi strumenti all'attacco
contro il salario ed il costo del lavoro per dare fiato all'asfittica accumulazione
capitalistica. Esso stesso si fa strumento del capitale internazionale e
se da una parte apre frontiere e stipula accordi di cooperazione e sviluppo
economico, dall'altra coercizza i lavoratori all'interno dei confini nazionali.
Ma le contraddizioni che questi processi aprono sono numerose.
L'Omc, come sappiamo, sta tentando di abbreviare al massimo i tempi dell'omogeneizzazione
mondiale rispetto ai mercati dei beni, dei capitali, della manodopera. Con
una serie impressionante di accordi, l'organizzazione contestata a Seattle
con tanto baccano multimediale è riuscita ad aprire allo sfruttamento
del capitale internazionale mercati nazionali che si facevano forti del
protezionismo e degli incentivi alla produzione. Basti pensare alle "cadute"
dei muri - quelli reali, quelli economici - della Cee negli anni `90 nei
confronti di numerosi beni (automobili, frutta, cereali, tessili) provenienti
dall'America e dall'Asia.
La forza emergente del capitale transnazionale si sta scontrando non con
i manifestanti verdi rossi bioregionalisti anarchici e cattolici, ma con
le borghesie nazionali orfane del protezionismo anteriore alla grande crisi
depressiva. E i manifestanti anzidetti rischiano il collo a Seattle, a Washington,
a Genova, nella svizzera Davos o a Praga per difendere, oggettivamente,
gli interessi del capitalismo nazionale. Essi non hanno nulla di rivoluzionario
e mirano, esplicitamente, ad un capitalismo "buono".
Anche le spinte a demolire le grandi aggregazioni politiche e statuali (vedi
l'Urss con i suoi satelliti, l'ex Jugoslavia di Tito, ma pure la Cina, l'India
e l'Indonesia sono nel mirino), favorite dal Fmi, dalla Bm e dall'Omc oltre
che dall'unica superpotenza economica e militare rimasta, sono indirizzate
alla frantumazione di grossi centri economici o politici non del tutto allineati
con gli interessi del capitale transnazionale. È evidente il contrasto
che s'apre quotidianamente con gli interessi della borghesia nazionale "resistente".
Altra contraddizione dei nostri recenti giorni è quella scaturita
dall'assalto allo sfruttamento "libero" della manodopera mondiale,
portato avanti dalle organizzazioni sovranazionali in nome del capitale
transnazionale, che anela a non avere freni di sorta (confini nazionali,
tassazioni, protezionismi, reinvestimento dei profitti nello stesso Paese
di produzione, garanzie sindacali, rigidità di orari, illicenziabilità
ecc.). Si tende infatti ad abolire la "diversità nazionale",
ma così facendo si unifica ed omogeneizza indirettamente anche la
classe dei lavoratori e degli operai in particolare.
La competitività cioè sta portando, in tutto il mondo, ad
unificare i comportamenti economici sia tra gli sfruttatori sia tra gli
sfruttati. I tempi saranno senza dubbio lunghi perché ciò
accada, ma la tendenza è necessariamente quella descritta. Il capitale
fonda la sua valorizzazione sul contrasto, sulla diversità, sulla
competizione, ma, nello stesso tempo, tende alla necessaria omogeneizzazione
mondiale. La classe operaia internazionale si trova così ad essere
sfruttata con tecniche sempre più simili, mentre le frontiere cadono
con sempre maggiore frequenza. Questa tendenza capitalistica all'omologazione
mondiale (viene chiamata correntemente "globalizzazione") favorisce
oggettivamente l'unità dei lavoratori. La globalizzazione
economica è un movimento di tipo progressivo, il "popolo
di Seattle" costituisce un movimento di tipo regressivo.
La globalizzazione dei mercati non ha favorito certamente una crescita omogenea
delle varie società. Nei Paesi industrializzati - o, semplicemente,
più avanzati - il Pil ha complessivamente rallentato la sua corsa:
se mediamente esso cresceva del 3,1 per cento l'anno negli anni Ottanta,
s'è ridotto al 2,3 annuo negli anni Novanta. Nei Paesi del Sud del
mondo, il Pil è aumentato lentamente, passando dal 3,3 al 3,5 per
cento nel corso dei due decenni predetti. Nonostante questo, i cittadini
- o, meglio, il "sistema impresa" - del Nord del globo hanno visto
aumentare la propria ricchezza ben al di sopra di quanto non sia cresciuta
quella dei Paesi più poveri.
Cos'è successo allora? È semplicemente accaduto che, attraverso
la "globalizzazione" ed il drenaggio operato dalle borse e dalle
banche, le società transnazionali sono riuscite a portare "a
casa" gran parte delle risorse prodotte nei Paesi del Sud. S'è
quindi di fatto accresciuto in modo esponenziale il divario tra le nazioni
più ricche e quelle più povere. Ma, guardando i dati forniti
dalla Banca mondiale sullo stato sociale nei Paesi avanzati, si può
notare che il divario che già esisteva tra i cittadini più
agiati e quelli meno abbienti, all'interno della stessa nazione, è
andato aumentando negli ultimi venti anni.
Proprio il già menzionato esempio degli Usa (con una crescita del
Pil dal 3 per cento negli anni Ottanta al 3,2 per cento negli anni Novanta
ed un contemporaneo aumento della popolazione che vive al di sotto della
soglia di povertà) può far riflettere sulle conseguenze "distorte"
della globalizzazione. Se nel 1980 gli Usa rappresentavano una ricchezza
complessiva di 22 volte più grande di quella degli abitanti dell'Africa
subsahariana, alla fine degli anni Novanta gli statunitensi erano ricchi
ben 86 volte di più dei cittadini africani.
È grazie ai meccanismi della mondializzazione, alla cui strumentazione
si sono dedicate le potenti Organizzazioni sovranazionali, che ciò
può accadere. Ed è proprio sulla diversificazione dei mercati,
sulle differenti esigenze e possibilità dei popoli (anche al loro
stesso interno), sul variegato tasso di sfruttamento, sul totale dominio
del modo di produzione capitalistico e sulla mancanza di organizzazioni
internazionali del proletariato che questa lunga fase di crisi ha puntato
le sue speranze di sopravvivenza.