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Sfruttamento nel mondo.
I dati dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro

di Umberto Calamita
 



Questo articolo è stato pubblicato in La Contraddizione, n. 81, novembre-dicembre 2000

Sono stati pubblicati anche quest'anno i dati ufficiali relativi al mondo del lavoro internazionale, a cura dell'Oil (o Ilo, o Bit, struttura delle Nazioni Unite), ma essi sono, come sempre, presentati Stato per Stato con i valori espressi in moneta nazionale. Al che, il povero ricercatore dovrebbe trasformarsi in un impiegato di banca addetto ai cambi per ottenere un minimo d'omogeneità tra i dati espressi nello studio dell'Oil. Fortunatamente, ma solo per un ristretto numero di Paesi (poco più di venti), la stessa organizzazione pubblica un piccolo libro che fornisce ogni dieci anni una "chiave" di lettura con i valori espressi nell'unificante ed onnipresente dollaro Usa. Si possono così osservare - e confrontare - le cifre relative al costo del lavoro ed alla produttività nell'economia dei lavoratori di importanti nazioni.

Tab.1 - Costi salariali orari tra gli operai dell'industria manifatturiera

  Francia

 Rft (ovest)

 Irlanda

 Italia

 Spagna
 Regno Un.
Indice compensi orari (Usa=100) e compensi orari (in Us$)            

 1980

 91 (8,94) 125 (12,33)  60 (5,95)  83 (8,15)  60 (5,89)  77 (7,56)

 1990

 104 (15,98)  148 (22,03)  78 (11,66)  117 (17,45)  76 (11,38)  85 (12,70)

 1995

 116 (20,01)  187 (32,22)  79 (13,57)  94 (16,21)  75 (12,88)  80 (13,67)

 1997

 99 (17,97)  155 (28,28)  74 (13,57)   92 (16,74)  67 (12,16)  80 (14,13)

  Giappone

 Stati Uniti

 Corea sud

 Sri Lanka

 Singapore

 Messico
Indice compensi orari (Usa=100) e compensi orari (in Us$)            

 1980

 56 (5,52) 100 (9,87)  10 (0,96)  2 (0,22)  15 (1,49)  22 (2,21)

 1990

 86 (12,80)  100 (12,80)  25 (3,71)  2 (0,35)  25 (3,78)  11 (1,58)

 1995

 139 (23,82)  100 (23,82)  42 (7,29)  3 (0,48)  43 (7,33)  9 (1,51)

 1997

 106 (19,37)  100 (19,37)  40 (7,22)  3 (0,48)  45 (8,24)  10 (1,75)

Come si può vedere dall'interessante tabella dell'Oil, le considerazioni da porre al dibattito possono essere molteplici: gli operai dei Paesi più industrializzati costituiscono una vera e propria "aristocrazia" di classe, con una netta differenza con quelli dei Paesi più poveri [tab.1]; anche se il valore del salario andrebbe confrontato col costo della vita nelle sue diversità Paese per Paese, i salari operai hanno stridenza troppo netta tra Nord e Sud del mondo; impiegare capitali nei Paesi più poveri, a parità di prodotto, è fondamentale per le società multinazionali; il caso del Messico è rappresentativo della rovinosa politica di sfruttamento portata avanti dagli investitori Usa e dal Nafta; la compressione salariale negli Usa è fortissima, mentre in Germania (almeno fino al 1997) restano ben saldi lo "stato sociale" e le sue garanzie; il "miracolo" irlandese poggia le sue basi sul blocco dei salari (come, d'altronde, sta accadendo in Italia, Spagna e Regno Unito).
In particolare, può aiutare ulteriormente la comprensione di tali affermazioni notare che, a parità di potere d'acquisto, il Pil pro capite (in dollari Usa del 1994) in Messico è di 7.050 $, nello Sri Lanka ammonta a 3.150 $, mentre in Italia è di 18.610 $, in Germania di 19.890 $, in Giappone di 21.350 $, negli Usa di 25.860 $. Al cambio corrente (sempre in dollari Usa del 1994), il Pil pro capite del Messico e dello Sri Lanka precipitano a 4.010 $ e a 640 $ rispettivamente, mentre in Italia è di 19.270 $, in Germana di 25.580 $, in Giappone di 34.630 $ e negli Usa, ovviamente, sempre di 25.860 $.

Tab.2 - Produttività del lavoro, intera economia

  Francia

 Rft (ovest)

 Spagna

 Regno Un.

 Giappone
 Stati Uniti
Valore aggiunto per lavoratore (1980=100) e
(in Us$)
           

 1980

 100 (36850) 100 (35073)  100 (29711)  100 (29166)  100 (27666)  100 (41034)

 1990

 121 (44534)  118 (41500)  124 (36782)  120 (35001)  133 (36669)  111 (45377)

 1995

 129 (47369)  128 (45032)  139 (41245)  132 (38419)  138 (38134)  118 (48493)

 1997

 ...  ...  ...  138 (41138)  ...  122 (49905)

  Corea sud

Messico

 India

 Thailandia

 Filippine
Valore aggiunto per lavoratore (1980=100) e
(in Us$)
         

 1980

 100 (11430) 100 (17099)  100 (2638)  100 (4943)  100 (7364)

 1990

 186 (21243)  108 (18397)  134 (3534)  153 (7550 )  85 (6275)

 1995

 234 (26787)  82 (13958)  164 (4325 )  215 (10630)  84 (6192)

 1997

 ... 77 (13169)  ...  ...  ...

Tab.3 - Produttività del lavoro, industria manifatturiera

  Francia

 Rft (ovest)

 Spagna

 Regno Un.

 Giappone
 Stati Uniti
Valore aggiunto per lavoratore (1980=100) e
(in Us$ 1990)
           

 1980

 100 (30746) 100 (31323)  100 (1713)  100 (16686)  100 (26890)  100 (37714)

 1990

 131 (40303)  117 (36796)  145 (2484)  158 (26433)  161 (43237)  140 (52614)

 1995

 150 (46014)  128 (40178)  156 (2677)  185 (30832)  168 (45108)  168 (63480)

  Corea sud

Messico

 India

 Thailandia

 Filippine
Valore aggiunto per lavoratore (1980=100) e
(in Us$ 1990)
         

 1980

 100 (7235) 100 (...)  100 (1353)  100 (...)  100 (...)

 1990

 190 (13766)  101 (...)  159 (2154)  125 (...)  99 (...)

 1995

 288 (20867)  121 (...)  199 (2698)  156 (...)  94 (...)

Fonte: Oil, The Key of Labour Statistics, 2000

Tra i dati pubblicati dall'Oil sono di uguale interesse quelli relativi alla produttività del lavoro nell'intera economia [tab.2] e nell'industria manifatturiera [tab.3]. Anche dalla lettura di questi dati è possibile enucleare subito alcune indicazioni. Se per "valore aggiunto" intendiamo riferirci al valore nuovo che scaturisce dal plusvalore creato dal lavoro nel corso del processo produttivo, è evidente la macroscopica differenza tra i lavoratori nel loro complesso e gli operai dell'industria manifatturiera. Questi ultimi hanno subìto un incremento di produttività enorme, soprattutto nei Paesi più industrialmente avanzati (vedi in particolare il Regno Unito, il Giappone, gli Usa, la Spagna, la Francia). Ma anche la Corea del Sud, il Messico, l'India e la Thailandia sono stati attraversati dalla ventata ristrutturativa piombata in fabbrica con l'abbandono del fordismo e l'arrivo del toyotismo.
Da una parte, nel complesso dei settori lavorativi, si assiste così ad una lenta deriva verso una maggiore produttività, dall'altra appare in tutta la sua evidenza l'avvenuto cambiamento dei rapporti di forza all'interno della produzione. È la fabbrica, l'impresa industriale, l'obbiettivo cui il capitale si rivolge per estrarre plusvalore anche e soprattutto nel momento della crisi recessiva. Ne è esempio palese il Messico che, nel pieno della crisi del peso svalutato del 15% tra la fine del `94 e l'inizio del `95, ha visto diminuire enormemente il valore aggiunto complessivo (e quindi il Pil, calato del 6,9% nel 1995), mentre il settore manifatturiero ha registrato ancora una volta un incremento produttivo.
Va ancora notato il dato della Spagna che, nel settore manifatturiero, ha un'arretratezza dovuta ad obsolescenti impianti ed una forte combattività operaia che non permettono di competere a livello industriale con gli altri Paesi più avanzati, ma relegano questo Stato al livello dell'India. La Corea del Sud ha invece l'incremento maggiore di produttività nell'intera economia e soprattutto nel settore industriale. La crisi politica e sociale che ha attraversato le Filippine per tutta l'ultima decade del secolo ha provocato il tracollo economico, che ha posto questa nazione come fanalino di coda dell'Asean.
L'Istituto Lambert ha pubblicato, nel 1996, una tabella comparativa tra le condizioni di lavoro in due fabbriche controllate dalla stessa impresa australiana, la AusCo. Nell'impianto di Sydney, il salario mensile minimo ammonta a 1.580 dollari australiani, mentre nella fabbrica sita in Cina (Shenzen) il salario è di 34 dollari australiani. Il salario mensile massimo, a Sydney, è di 2.472 dollari australiani, mentre equivale a soli 81 dollari quello in Cina. Gli orari settimanali, inoltre divergono enormemente: 38 ore in Australia e 60 ore in Cina. Infine, i diritti sindacali e le procedure di licenziamento sono fortemente differenti, a vantaggio degli operai australiani. La AusCo, dal 1996, ha proceduto ad una pesante ristrutturazione nella fabbrica di Sydney, tagliando il personale al 50%, aumentando la produttività e rinnovandosi tecnologicamente. Il risultato è stato una ripresa di competitività tra le due fabbriche.

Contro la depressione il capitalismo mangia i salari

Il costo del lavoro e l'andamento salariale sono, com'è ovvio, la cartina di tornasole delle varie fasi di sviluppo dell'economia capitalistica. La busta paga dei lavoratori - e più ancora quella degli operai - si è modificata nel tempo notevolmente, anche in questa ultima metà del secolo.
Nella fase del boom economico (1960-73), i salari sono andati gradatamente aumentando, erodendo così quote di profitto in modo anche marcato. Considerando infatti i primi sei Paesi Ocse, tra il `60 e il `65 la quota dei profitti si è ridotta di circa l'1,1 per cento l'anno; tra il `65 ed il `70, dell'1,0 per cento; nel periodo tra il 1970 ed il `72 la riduzione è stata del 3,9 per cento; tra il `73 ed il `75 ha raggiunto ben il 24,4 per cento di calo l'anno, per tornare, tra il `75 ed il `79, a salire del 6 per cento annuo.
L'inizio della fase depressiva, che storicamente viene attestato in quel 1973 turbato dallo shock petrolifero, coincide con il primo grande divario a forbice tra i salari di prima fascia e quelli di ultima fascia. Infatti, ad esempio, se nel 1970 nei settori industriali degli Usa e del Regno Unito c'era una differenza tra i salari con paghe più alte dell'ordine rispettivamente dell'1,79 e dell'1,39 nei confronti dei salari più bassi, già nel 1979 (con Carter negli Usa ed il labour nel Regno Unito) tale differenza era portata al 2,22 ed all'1,43 rispettivamente. Nel 1993, la differenza raggiungeva il 2,82 ed il 2,39. La cura thatchereaganiana era stata assorbita dalle relazioni industriali.
Di pari passo con il boom e poi con la susseguente fase di crisi (con i vari "accorgimenti" tentati dai governi per arginarla) appaiono procedere i dati del Fmi e della Bm relativi all'inflazione ed alla disoccupazione nei Paesi Ocse. Alla sostanziale stagnazione dei prezzi al consumo registratasi negli anni `60 e fino ai primi `70, segue infatti una forte rincorsa tra salari e prezzi, con maggiorazione sempre più marcata di questi ultimi nei confronti dei primi. Ugualmente in forte crescita, come è noto, appare la disoccupazione della forza lavoro nei Paesi industrializzati dalla fine degli anni `70 in poi, con riduzioni dovute più che altro ad interventi "tecnici".
Negli Usa, ad esempio, c'era nel 1970 un'inflazione del 5,9% che rappresentava la crescita annua dei prezzi al consumo. Nel 1975, l'indice era giunto al 9,0, mentre nel 1980 si attestava sul 13,5. L'era reaganiana ed il trionfo del liberismo "democratico" riportavano il tasso al 3,6% (1985), poi al 5,4 (1990) ed al 2,8 (1995). La disoccupazione negli Stati Uniti risultava dell'8,3% (1975), del 7,0 (1980), del 7,1 (1985), del 5,6 (1990) e del 5,5 (1995). Ma c'è da aggiungere che i dati sull'occupazione statunitense includono anche i trimestrali, i lavori saltuari e quelli interinali che sono in rapidissima espansione. Inoltre, la popolazione che risulta vivere al di sotto della soglia di povertà è in forte aumento: 12% nel 1975, 18% nel 1980, 25% nel 1995.
Nel Regno Unito, l'andamento dell'inflazione è stato leggermente diverso: 6,4% (1970), 24,2 (1975), 18,0 (1980), 6,1 (1985), 8,1 (1990) e 2,8 (1995). La disoccupazione ha avuto una tendenza simile a quella statunitense, grazie alle cure del governo conservatore: 4,3% (1975), 6,4 (1980), 11,2 (1985), 6,9 (1990), 8,5 (1995). Assai simile è il caso dell'Italia, con un'inflazione del 5,1% nel 1970, giunta al 17,1 (1975), poi al 21,0 (1980), per regredire col 9,2 (1985), 6,5 (1990) e 5,4 (1995). La disoccupazione in Italia ha avuto invece una linea di incremento costante: 5,8% (1975), 7,5 (1980), 9,6 (1985), 10,3 (1990), 12,2 (1995).
Il tasso d'inflazione registrato in Giappone nel 1970 era del 7,7%, nel 1975 dell'11,8, nel 1980 del 7,7, nel 1985 del 2,0, nel 1990 del 2,8, per finire a -0,1 nel 1995, all'inizio della recessione economica. La disoccupazione giapponese s'è d'altronde mantenuta in costante leggera crescita: 1,9 % (1975), 2,0 (1980), 2,6 (1985), 2,1 (1990), 3,1 (1995). La crisi borsistica ha affrettato la tendenza all'impoverimento della popolazione, portando all'aumento dei disoccupati, ormai al 10% globale contando i posti in esubero, ma soprattutto tra le lavoratrici (quasi il 50% delle donne in attività non ha lavoro).
Ma è negli altri Paesi asiatici, africani e latinoamericani che i dati relativi all'inflazione ed alla disoccupazione appaiono lo specchio della crisi. È qui infatti che le tensioni vengono scaricate. Nel Messico, ad esempio, il tasso d'inflazione passava dal 15,2% del 1975 al 57,8 del 1985 ed al 52,0 del 1995, con una disoccupazione giunta a toccare la metà della popolazione attiva negli anni '90 e con il 60% dei cittadini che vive al di sotto della soglia di povertà.
In molti Paesi africani, le "cure" del Fondo e della Banca mondiale hanno accelerato il ritmo delle privatizzazioni e generato conseguenze gravissime sull'occupazione e sui diritti dei lavoratori. In Gabon, in Togo, nel Congo-Brazzaville ed in Nigeria, la dismissione da parte dello Stato di importanti pezzi della produzione nazionale ha provocato un'ondata di nuovi disoccupati per circa 50mila lavoratori nell'anno in corso. La costituzione di "zone franche" di produzione in Madagascar e nell'isola Mauritius ha creato lavoratori che sono costretti a subire orari di 15 ore il giorno, senza diritti sindacali, con salari spesso al di sotto del minimo garantito.

Il ruolo delle Organizzazioni sovranazionali
Non bastando, con tutta evidenza, le politiche di compressione salariale diretta (minor potere di contrattazione per i sindacati, maggiore corresponsabilizzazione consociativa, forte riduzione di garanzie previdenziali e di salario sociale) ed indiretta (flessibilizzazione del rapporto di lavoro, aumento dei carichi produttivi, incremento del controllo e della repressione sul posto di lavoro, aumento di rischi e nocività) attuate dagli industriali e dai governi, è andato crescendo il potere degli enti sovranazionali come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l'Organizzazione mondiale del Commercio (già Gatt fino al 1995).
Non che queste organizzazioni non fossero presenti già da tempo sullo scenario economico internazionale, ma il loro ruolo, dagli anni `40 al 1973, è stato di attesa e di discreto ausilio alle politiche degli Stati, bloccati dal contenzioso tra le superpotenze e tra le rispettive aree di influenza. Dopo lo shock petrolifero e l'involuzione del burocratismo economico dell'area socialista, i grandi enti sovranazionali assumono un ruolo determinante nell'economia internazionale, dominata sempre maggiormente dagli interessi delle grandi società multinazionali. A cosa servono infatti Fmi, Bm e Omc se non a determinare e condizionare le politiche economiche degli Stati ormai incapaci di dare risposte alla crisi internazionale?
Per superare o, meglio, tentare di arginare la fase depressiva dell'economia non bastano infatti le applicazioni, Stato per Stato, delle politiche di compressione salariale di cui si parlava prima. C'è bisogno chiaramente di far saltare i chiavistelli che tengono imprigionata la forza lavoro produttiva a livello internazionale, senza gli orpelli nazionalistici legati agli interessi della gretta e retrograda borghesia nazionale. A questo fine lavorano alacremente le organizzazioni sovranazionali, tese quindi a concatenare i vari popoli del mondo in un unico grande calderone di interessi, alieno da blocchi e condizionamenti soprattutto per i movimenti di capitale. Determinare da una parte la caduta dei confini nazionali e dall'altra la libertà di investire e ricavare profitto in tutto il mondo è divenuto il verbo di Fmi, Bm e Omc. Questo tentativo, iniziato da un quarto di secolo, ha portato gli Stati a mettere in pratica nuove politiche di condizionamento della manodopera, con una flessibilizzazione mai raggiunta precedentemente nella società capitalistica. In questa fase il costo del lavoro viene compresso e diversificato in tutto il mondo.

Si modificano i compiti dello Stato

Anche l'attuale ridefinizione dei compiti dello Stato, propugnata dai "neoliberisti", è tendente al risollevamento del capitale privato. Le "riforme" istituzionali e dello "stato sociale" servono in tutti i Paesi - avanzati economicamente o arretrati che siano - a rilanciare gli investimenti con le privatizzazioni, a risparmiare denaro dal bilancio pubblico, a privare "tutti" di alcuni privilegi per ridarli solo ad "alcuni", a governare meglio la spesa sociale, ad accentrare poteri e controlli, a trasferire nuove quote di denaro pubblico nelle casse dei privati attraverso incentivi e sgravi fiscali.
Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale per il commercio e Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sono gli interpreti ufficiali del verbo liberistico. L'attacco al costo del lavoro ed ai "privilegi" del welfare state è continuo da parte di questi enti internazionali, così come la richiesta costante di apertura dei mercati nazionali al capitale mondiale, veicolo per l'abbattimento delle barriere protezionistiche.
L'opzione del liberismo economico, oggi come ieri, è ancora una volta l'unica possibile per ridare fiato all'accumulazione capitalistica e per garantire spazi di profitto all'interno di una crisi sempre più grave. La sovrapproduzione di merci e soprattutto di capitali impone anche scelte radicali e veloci, sia nei confronti della classe proletaria (un maggiore e più raffinato metodo di sfruttamento, con un'elevazione di ritmi e modalità produttive, con la crescita della nocività sul lavoro e con l'abbassamento delle garanzie economiche, normative e di sicurezza), che riguardo agli stessi capitali, investiti dall'obbligo di "mangiarsi l'un l'altro".
Il liberismo, anche se in teoria non lo vuole, è portato "naturalmente" a creare i monopoli, contro cui combatte una lotta impari. Le contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico infatti si acutizzano man mano che la crisi avanza. Assistiamo così alla curiosa battaglia tra l'autorità antitrust ed il monopolio della Microsoft, come se i due elementi in conflitto non appartenessero alla stessa classe borghese. Inoltre, l'autorità antitrust è lì a tutelare il "corretto" gioco tra imprenditori e aziende e non certo a garantire che essi non sfruttino i lavoratori...
Lo Stato moderno quindi partecipa con tutti i suoi strumenti all'attacco contro il salario ed il costo del lavoro per dare fiato all'asfittica accumulazione capitalistica. Esso stesso si fa strumento del capitale internazionale e se da una parte apre frontiere e stipula accordi di cooperazione e sviluppo economico, dall'altra coercizza i lavoratori all'interno dei confini nazionali. Ma le contraddizioni che questi processi aprono sono numerose.
L'Omc, come sappiamo, sta tentando di abbreviare al massimo i tempi dell'omogeneizzazione mondiale rispetto ai mercati dei beni, dei capitali, della manodopera. Con una serie impressionante di accordi, l'organizzazione contestata a Seattle con tanto baccano multimediale è riuscita ad aprire allo sfruttamento del capitale internazionale mercati nazionali che si facevano forti del protezionismo e degli incentivi alla produzione. Basti pensare alle "cadute" dei muri - quelli reali, quelli economici - della Cee negli anni `90 nei confronti di numerosi beni (automobili, frutta, cereali, tessili) provenienti dall'America e dall'Asia.
La forza emergente del capitale transnazionale si sta scontrando non con i manifestanti verdi rossi bioregionalisti anarchici e cattolici, ma con le borghesie nazionali orfane del protezionismo anteriore alla grande crisi depressiva. E i manifestanti anzidetti rischiano il collo a Seattle, a Washington, a Genova, nella svizzera Davos o a Praga per difendere, oggettivamente, gli interessi del capitalismo nazionale. Essi non hanno nulla di rivoluzionario e mirano, esplicitamente, ad un capitalismo "buono".
Anche le spinte a demolire le grandi aggregazioni politiche e statuali (vedi l'Urss con i suoi satelliti, l'ex Jugoslavia di Tito, ma pure la Cina, l'India e l'Indonesia sono nel mirino), favorite dal Fmi, dalla Bm e dall'Omc oltre che dall'unica superpotenza economica e militare rimasta, sono indirizzate alla frantumazione di grossi centri economici o politici non del tutto allineati con gli interessi del capitale transnazionale. È evidente il contrasto che s'apre quotidianamente con gli interessi della borghesia nazionale "resistente".
Altra contraddizione dei nostri recenti giorni è quella scaturita dall'assalto allo sfruttamento "libero" della manodopera mondiale, portato avanti dalle organizzazioni sovranazionali in nome del capitale transnazionale, che anela a non avere freni di sorta (confini nazionali, tassazioni, protezionismi, reinvestimento dei profitti nello stesso Paese di produzione, garanzie sindacali, rigidità di orari, illicenziabilità ecc.). Si tende infatti ad abolire la "diversità nazionale", ma così facendo si unifica ed omogeneizza indirettamente anche la classe dei lavoratori e degli operai in particolare.
La competitività cioè sta portando, in tutto il mondo, ad unificare i comportamenti economici sia tra gli sfruttatori sia tra gli sfruttati. I tempi saranno senza dubbio lunghi perché ciò accada, ma la tendenza è necessariamente quella descritta. Il capitale fonda la sua valorizzazione sul contrasto, sulla diversità, sulla competizione, ma, nello stesso tempo, tende alla necessaria omogeneizzazione mondiale. La classe operaia internazionale si trova così ad essere sfruttata con tecniche sempre più simili, mentre le frontiere cadono con sempre maggiore frequenza. Questa tendenza capitalistica all'omologazione mondiale (viene chiamata correntemente "globalizzazione") favorisce oggettivamente l'unità dei lavoratori. La globalizzazione economica è un movimento di tipo progressivo, il "popolo di Seattle" costituisce un movimento di tipo regressivo.
La globalizzazione dei mercati non ha favorito certamente una crescita omogenea delle varie società. Nei Paesi industrializzati - o, semplicemente, più avanzati - il Pil ha complessivamente rallentato la sua corsa: se mediamente esso cresceva del 3,1 per cento l'anno negli anni Ottanta, s'è ridotto al 2,3 annuo negli anni Novanta. Nei Paesi del Sud del mondo, il Pil è aumentato lentamente, passando dal 3,3 al 3,5 per cento nel corso dei due decenni predetti. Nonostante questo, i cittadini - o, meglio, il "sistema impresa" - del Nord del globo hanno visto aumentare la propria ricchezza ben al di sopra di quanto non sia cresciuta quella dei Paesi più poveri.
Cos'è successo allora? È semplicemente accaduto che, attraverso la "globalizzazione" ed il drenaggio operato dalle borse e dalle banche, le società transnazionali sono riuscite a portare "a casa" gran parte delle risorse prodotte nei Paesi del Sud. S'è quindi di fatto accresciuto in modo esponenziale il divario tra le nazioni più ricche e quelle più povere. Ma, guardando i dati forniti dalla Banca mondiale sullo stato sociale nei Paesi avanzati, si può notare che il divario che già esisteva tra i cittadini più agiati e quelli meno abbienti, all'interno della stessa nazione, è andato aumentando negli ultimi venti anni.
Proprio il già menzionato esempio degli Usa (con una crescita del Pil dal 3 per cento negli anni Ottanta al 3,2 per cento negli anni Novanta ed un contemporaneo aumento della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà) può far riflettere sulle conseguenze "distorte" della globalizzazione. Se nel 1980 gli Usa rappresentavano una ricchezza complessiva di 22 volte più grande di quella degli abitanti dell'Africa subsahariana, alla fine degli anni Novanta gli statunitensi erano ricchi ben 86 volte di più dei cittadini africani.
È grazie ai meccanismi della mondializzazione, alla cui strumentazione si sono dedicate le potenti Organizzazioni sovranazionali, che ciò può accadere. Ed è proprio sulla diversificazione dei mercati, sulle differenti esigenze e possibilità dei popoli (anche al loro stesso interno), sul variegato tasso di sfruttamento, sul totale dominio del modo di produzione capitalistico e sulla mancanza di organizzazioni internazionali del proletariato che questa lunga fase di crisi ha puntato le sue speranze di sopravvivenza.