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verso una teoria della trasformazione dello stato (Università del Sussex) |
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Questo articolo tratta la teoria dello stato nelle condizioni della globalizzazione.
Si basa sull'idea che la globalizzazione sia molto più della liberalizzazione
del mercato dell'ultimo quarto del ventesimo secolo e dei cambiamenti ad
essa associati, nonostante l'importanza di questa nuova fase. Si assume
qui che la globalizzazione non sia semplicemente o principalmente un fenomeno
economico o storicamente recente, anzi che non si tratti affatto di un singolo
processo. Esso può venire definito un insieme complesso di processi
distinti ma correlati - economici, culturali, sociali e anche politici e
militari - attraverso i quali i rapporti sociali si sono sviluppati sempre
più su scala globale e con un'estensione globale, durante un lungo
periodo storico. La globalizzazione si è andata sviluppando per alcuni
secoli, nel senso che quello che Mann chiama il processo di civilizzazione
originatosi in Europa ad opera di vari centri di potere occidentali [1] è arrivata a dominare più o
meno tutto il mondo. La globalizzazione in questo senso include lo sviluppo
di forme sia regionali e transnazionali che esplicitamente globali.
Anche l'attuale fase della globalizzazione, che si è compreso essere
dominata da processi economici, ha molte radici in complesse trasformazioni
politiche, militari e ideologiche. Il collasso del comunismo e la fine della
guerra fredda non solo hanno simbolizzato e drammatizzato i cambiamenti
socio-economici e culturali oggi in corso, ma devono avere un posto di primo
piano in ogni spiegazione dell'attuale fase della globalizzazione. Questo
articolo sfida il punto di vista convenzionale secondo il quale le recenti
tendenze nella globalizzazione sono state guidate da processi economici,
sociali e culturali, e ne propone una spiegazione storica sia politica che
militare.
Se consideriamo la globalizzazione da questo punto di vista, cambierà
anche il nostro modo di intenderla nel suo rapporto con lo stato. Questo
articolo sostiene che è completamente errato contrapporre la globalizzazione
allo stato, così come avviene in molti dibattiti sempre più
sterili nell'ambito delle scienze sociali. La globalizzazione non mina lo
stato, ma include la trasformazione delle forme di stato su cui si fonda
o che essa stessa produce. La falsa contrapposizione fra stato e globalizzazione
dipende dal fatto che la discussione si basa su teorie inadeguate dello
stato, come cercheremo di dimostrare. Questo articolo è perciò
diviso in due parti: prima di tutto cerco di individuare lo stato
contemporaneo, quindi cerca di spiegarlo in termini di teoria dello
stato.
1. Qual è lo stato della globalizzazione?
Una grande quantità di studi presume di sapere quale sia lo stato
contemporaneo: lo stato-nazione in un sistema di stati-nazione. In realtà
proprio perché gli stati non sono stati sempre stati-nazione, così
le loro trasformazioni in tempi recenti hanno prodotto forme di stato che
vanno ben al di là dello stato-nazione classicamente inteso. Così
l'errore di fondo nei dibattiti sulla globalizzazione, che questo articolo
cerca di correggere, è l'identificazione dello stato moderno con
lo stato-nazione.
In contrapposizione alla grande quantità di studi che danno per scontata
tale identità, si può mostrare abbastanza facilmente che anche
nel momento più alto dello stato-nazione classico, nella prima metà
del ventesimo secolo, la stato era ben lontano dal corispondere a questo
modello ideale. La forma prevalente di stato dal diciottesimo secolo a metà
del ventesimo era l'impero europeo - cioè un impero globale o regionale
centrato su varie forme di stato locale nelle zone europee centrali del
capitalismo mondiale - piuttosto che lo stato-nazione in genere.
Dalle prime fasi della globalizzazione - dal XV secolo in poi - la crescita
dell'influenza europea comportò la proiezione globale del potere
europeo sia sotto il profilo militare e politico che quello economico
e culturale. I primi tipici stati imperiali come la Spagna e il Portogallo
non erano stati-nazione nel senso moderno del termine. E' vero che le successive
fasi della globalizzazione, specialmente dalla fine del diciannovesimo all'inzio
del ventesimo secolo, accentuarono il carattere nazionale degli stati imperiali
europei. Considerando comunque l'esempio dell'impero britannico, il più
grande dell'ultimo periodo, si rileva che era uno stato molto complesso
che smentisce completamente qualunque semplice idea di stato-nazione sia
dal punto di vista dell'unità nazionale che di quella politica. Lo
stato imperiale britannico si basava sull'integrazione nello stato-nazione
"britannico" nato dopo l'Unione del 1707 delle nazioni interne
alle isole britanniche (particolarmente gli inglesi e gli scozzesi, benché
avessero ruoli importanti anche gli irlandesi, sia protestanti che cattolici,
e i gallesi). Incluse però anche una molteplicità di protonazioni,
sia colonizzatrici sia colonizzate, che vennero a far parte della nazionalità
britannica a differenti livelli. Lo stato imperiale era anche una struttura
estremamente complessa in cui si sviluppava una grande gamma di istituzioni
locali con un'autonomia ampia, ma molto variabile.
Solo con il crollo dello stato imperiale europeo durante il ventesimo secolo,
lo "stato-nazione" è diventato una forma politica più
o meno universale, che si è estesa prima al resto d'Europa, poi a
quello che divenne noto come "Terzo Mondo" e infine ai resti dell'Unione
Sovietica. Valutazioni di questo processo non riescono tuttavia a cogliere
il fatto che mentre la forma dello stato-nazione diventava sempre più
universale, veniva anche privata delle caratteristiche chiave della potenza
statale autonoma.
In quella che forse è la definizione classica dello stato moderno,
Max Weber specifica che: "Un'organizzazione politica di dominio, capace
di operare in maniera continuativa, può essere chiamata 'stato' se
il suo apparato amministrativo rivendica con successo il monopolio dell'uso
legittimo della forza per imporre il proprio ordine" [2].
Seguendolo, Anthony Giddens definisce il moderno stato-nazione come "un
contenitore di potere confinato" [3].
I confini degli stati non sono semplici divisioni amministrative ma, almeno
potenzialmente, linee lungo cui può emergere la violenza. Gli stati
sono tipicamente centri autonomi di potere politico-militare i cui conflitti
possono evolvere in forme violente.
Se accettiamo questo come un carattere essenziale dello stato, lo stato-nazione
imperiale prevalente del diciannovesimo e inizio ventesimo secolo - che
era anche il classico stato militaristico - può dirsi "stato"
a pieno titolo. Comunque la maggior parte degli "stati-nazione"
contemporanei (intendendo il periodo successivo al 1945, in cui il numero
degli "stati nazione" si è drammaticamente moltiplicato)
possono difficilmente essere considerati stati in questo senso. Moltissimi
sono piccoli, deboli, con problematica coesione nazionale e soprattutto
minime capacità di ricorrere alla violenza e una limitata autonomia
in ogni senso. All'altro estremo, anche molti dei più forti stati-nazione
hanno perso o rinunciato alla capacità di ricorrere unilateralmente
alla violenza, senza i loro alleati. I confini fra questi stati - all'interno
dell'Alleanza nord atlantica, l'Unione europea e più ampiamente e
imprecisamente in seno al blocco degli stati occidentali - non sono più
confini di violenza.
Il paradosso è perciò che mentre attualmente la forma dello
stato-nazione è diventata universale, la maggior parte degli stati-nazione
non sono più autonomi in senso classico. La più recente fase
della globalizzazione, nella seconda metà del ventesimo secolo, ha
certamente implicato un declino dell'autonomia degli stati-nazione, come
teorie semplicistiche della globalizzazione sottolineano. Ma questa autonomia
è stata minata principalmente dai risultati delle proiezioni del
potere militare degli stessi stati-nazione, piuttosto che dalla globalizzazione
economica o anche culturale e sociale.
L'inizio della fine per gli stati-nazione è stata in realtà
la Seconda Guerra Mondiale. La vittoria delle "superpotenze"-
una nuova potenza mondiale, gli Stati Uniti, e una potenza regionale, l'Unione
Sovietica - ha determinato la caduta non solo degli Imperi europei, ma dello
stesso stato-nazione. Anche i più grandi stati-nazione imperiali,
Gran Bretagna e Francia, sono sopravvissuti o sono stati restaurati come
ombre di quel che erano stati in passato, per concessione della nuova potenza
mondiale e con una reale perdita di autonomia politico-militare. Stati sconfitti
come la Germania o il Giappone sono stati ricostruiti dai vincitori. Gli
stati occidentali minori cedettero tutta l'autonomia politico-militare,
riunendo i loro poteri sovrani in seno alle nuove istituzioni del blocco
occidentale. Certamente, alcuni processi della globalizzazione economica
negli ultimi decenni hanno reso più problematica la loro capacità
di gestire l'economia, ma lo "stato-nazione" già non era
più veramente tale.
E' stata la guerra, dunque, non la globalizzazione nella sua più
recente fase di liberalizzazione economica, a sconfiggere lo stato-nazione
classico. Ma se esso è stato superato, qual è stata la forma
di stato prevalente negli ultimi cinquant'anni? Possiamo definirla il blocco
di più stati, di cui sono esempi sia quello occidentale che quello
sovietico. Nel caso sovietico, tuttavia, gli "stati-nazione" subordinati
erano poco più che "satelliti". La natura coatta del blocco
- sia a livello interstatale che sociale - ha significato che la sua coesione
interna era tanto debole da poter essere difficilmente considerata luno
stabile esempio di una nuova forma di stato. Il blocco ha incominciato a
incrinarsi non appena sorto, alla fine degli anni '40: la violenza fra gli
stati comunisti si profilò fin dalla separazione nel 1949 fra Stalin
e la Jugoslavia di Tito, e scoppiò nella Germania dell'Est le settimane
subito successive alla morte di Stalin nel 1953. Nei tardi anni '50 c'è
stata una divisione fra le due più grandi potenze comuniste, l'Unione
Sovietica e la Cina, le cui frontiere erano irte di armamenti militari e
tensione intermittente. Più tardi queste tensioni sfociarono in una
guerra fra la Cambogia e la Cina che l'assisteva, da una parte, e il Vietnam,
assistito dall'URSS. Dalle rivoluzioni del 1956 in Ungheria e in Polonia
fino alla "Primavera di Praga" del 1968 e al movimento polacco
di Solidarnosc degli anni '80, un succedersi di rivolte ha costantemente
minacciato la stabilità del blocco.
Il blocco occidentale, invece, si è sviluppato nell'ultima metà
del secolo su una linea di crescente integrazione. Nonostante indubbie rivalità
economiche e tensioni politiche fra i gruppi dirigenti dei vari paesi e
profondi conflitti sociali, ciò non è mai sfociato in una
seria forma di violenza. La coesione e la stabilità del blocco degli
stati occidentali è stata problematica sia all'interno, nei rapporti
fra i singoli stati e nelle loro relazioni con la società, sia all'esterno,
nelle relazioni con gli altri centri di potere statale. Ma la sua coesione
si è sviluppata e la sua stabilità è stata governata,
complessivamente, con discreto successo.
Lo stato occidentale, come propongo di definirlo, si è sviluppato
in un agglomerato di potere statale massiccio, istituzionalmente complesso
e disordinato, concentrato nel Nord America, nell'Europa occidentale, nel
Giappone e nell'Australasia, ma il suo ordine si è esteso durante
la Guerra Fredda anche all'America Latina, a parti del Medio Oriente e dell'Asia,
a molta parte dell'Africa assumendo per molti aspetti una portata autenticamente
globale. Lo stato occidentale può essere definito come un singolo
conglomerato statale perché all'interno di questo blocco i confini
della violenza sono stati largamente aboliti e sono stati spostati alle
sue frontiere. Durante la Guerra Fredda, è sorto un confine militarizzato
altamente pericoloso con il blocco sovietico, e al di fuori dei blocchi
c'erano confini con i vecchi stati-nazione, mentre movimenti di rivolta
aprivano nuovi confini di violenza al loro interno.
Era comodo per alcuni critici descrivere lo stato occidentale come un impero
mondiale degli Stati Uniti, e così poteva apparire negli anni '50
e '60 quando la potenza USA era al suo apice. Ma l'egemonia statunitense,
nel suo relativo declino, non è stata rimpiazzata da un vuoto egemonico
bensì dall'egemonia dell'intero occidente. Mano a mano che gli Stati
Uniti agiscono al di fuori della loro leadership politico-militare sul blocco
occidentale, diventa sempre più chiaro - nonostante le proteste dei
nazionalisti negli Stati Uniti - che il loro stato è inserito in
un blocco di istituzioni occidentali e globali. La relativa importanza sia
di altri centri nazionali di potere e delle stesse istituzioni multinazionali
e globali è cresciuta nel corso dell'ultima metà del secolo
e con loro l'interdipendenza e la legittimità dell'intero conglomerato.
Con la fine della Guerra Fredda, ulteriori cambiamenti nei confini della
violenza hanno drammaticamente mutato il ruolo dello stato occidentale così
come le altre forme di stato. I confini fra l'Occidente e i nuovi stati
emergenti dall'ex blocco sovietico sono diventati altamente permeabili.
Su scala mondiale, l'area pacificata è diventata molto estesa, nonostante
nuovi confini di violenza si siano sviluppati all'interno dei vecchi cosiddetti
stati-nazione (molti di questi come l'Unione Sovietica e la Jugoslavia erano
in realtà stati multinazionali; altri come molti stati post-coloniali
in Africa avevano un carattere assai poco autenticamente nazionale). Precedenti
strutture amministrative sono diventati centri organizzativi di conflitti
violenti, mentre nuovi confini caotici sono stati creati attraverso villaggi
e città, separando vecchi vicini.
In tale contesto, il ruolo globale dello stato occidentale ha subito ulteriori
importanti trasformazioni. In primo luogo, con la caduta del blocco e dello
stato sovietico, lo stato occidentale è [diventato] l'unico centro
globale e ha potuto utilizzare istituzioni globali riconosciute, particolarmente
l'Onu, a sostegno della propria proiezione globale di potenza. In secondo
luogo il ruolo politico-militare primario dello stato occidentale è
cambiato dalla rivalità con un centro mondiale simile, se non più
debole, alla gestione delle nuove spaccature di stati e società per
limitare i danni al sistema statale e anche - spesso sotto la pressione
dei media e della società civile - i danni sociali derivanti da nuove
guerre e nuovi confini.
La globalizzazione della potenza statale occidentale è così
entrata in una nuova fase. Paradossalmente essa si sta evolvendo nonostante
l'assenza di una chiara volontà politica da parte dei leader occidentali
di trasformare le loro istituzioni statali in chiari meccanismi di gestione
e leadership globale. Certamente i leader occidentali hanno sviluppato una
crescente retorica della responsabilità globale, ma c'è una
grande riluttanza a impegnare reali risorse e idee nella creazione di istituzioni
globali o di forme di cambiamenti sociali mondiali che potrebbero garantire
una maggiore stabilità. L'intervento statale globale si sviluppa,
comunque, nonostante ogni direttiva consapevole in questo senso da parte
dei gruppi dirigenti, come risultato di pressioni esercitate da una larga
varietà di forze.
Queste sono le condizioni che hanno permesso alla gran parte dello spazio
globale, diviso nella prima fase della globalizzazione dagli imperi mondiali
in competizione, stati-nazione e blocchi, di diventare uno spazio politico
sempre più integrato. La sua unificazione è il risultato di
un graduale processo durato alcuni decenni che ha portato alla istituzionalizzazione
di forme e standard comuni e allo sviluppo di istituzioni internazionali.
Non è difficile vedere, comunque, che l'unificazione politico-militare
della maggior parte del mondo - il centro occidentale dominante del capitalismo
mondiale insieme a gran parte della sua periferia, il cosiddetto "Terzo
Mondo" - ha avuto una grande importanza per il processo di globalizzazione
economica e culturale. Lo stato occidentale sviluppatosi attraverso la Seconda
Guerra Mondiale e la Guerra Fredda era la struttura politico-militare entro
cui si è sviluppata la globalizzazione (nel senso della recente liberalizzazione
economica).
Il 1945 - considerato come la fine della Seconda Guerra Mondiale e l'inizio
della Guerra Fredda - è stato perciò il più importante
punto di svolta nella storia della globalizzazione. Il gufo di Minerva vola
al tramonto, ed è solo alla fine della Guerra Fredda che possiamo
apprezzare il significato delle trasformazioni storiche che ha comportato.
Il manifesto pericolo di un annientamento nucleare e la formale parità
degli armamenti ha a lungo mascherato il latente sviluppo di un ordine globale
dominato dall'occidente. L'importanza del 1945 nel condurre a una profonda
riorganizzazione dello spazio globale politico-militare e perciò
anche socioeconomico e culturale è pienamente visibile solo oggi.
Dopo il 1989 è possibile cominciare a vedere lo stato occidentale
come una forma globaledi potenza statale. I cambiamenti politico-militari
che ne sono risultati hanno comportato importanti processi di globalizzazione
e hanno facilitato l'estendersi dei processi di globalizzazione su più
vasta scala. Benché la Cortina di Ferro fosse già ampiamente
permeabile, la sua rimozione ha posto fine alla divisione politico-militare
dello spazio globale in due campi e ha aperto assai più ampiamente
l'Est all'incorporazione nei processi di globalizzazione di ogni tipo.
2. Teorizzando l'emergente stato globale
Come possiamo comprendere le emergenti forme di stato globale centrate
sul conglomerato dello stato occidentale? Finora, la teoria [dello stato]
tendeva a considerare il contesto globale della potenza statale in uno di
due modi limitati, che sottintendono entrambi la vecchia identità
dello stato come stato-nazione. Da un lato, le proiezioni mondiali della
potenza statale vengono classificate come "internazionali", il
che assume il nazionale come unità fondamentale di analisi. Lo studio
delle organizzazioni e dei sistemi internazionali, per esempio, le considera
estensioni dello stato-nazione.
Dall'altro lato ci sono nuovi studi, generalmente più radicali, che
vanno oltre le politiche che dall'internazionale vanno verso il globale,
ma ritengono che la globalizzazione riduce l'elemento statale della governance.
Le analisi della "governance senza governo" [4],
in un "ordine mondiale post-statale" [5],
si focalizzano su come oggi la regolazione si esercita attraverso le organizzazioni
internazionali e la società civile così come attraverso gli
stati-nazione. Mentre tali analisi colgono correttamente il fatto che la
governance oggi comprende qualcosa di più dello stato-nazione,
esse implicano erroneamente che ciò debba condurci a sostituire una
prospettiva "statale" con una prospettiva di governance
[senza stato]. Concludere dal relativo declino o superamento dello stato-nazione
che lo stato in quanto tale è diventato meno importante vuol dire
non capire il contesto centrale della globalizzazione discusso nella prima
metà di questo articolo.
Ho spiegato prima che la forma di stato contemporaneo pevalente a livello
globale deve essere considerato il conglomerato dello stato occidentale,
che sta assumendo una sempre maggiore potere globale e legittimazione nel
mondo del dopo guerra fredda. In modo forse provocatorio potrei andare oltre
e sostenere che dobbiamo considerare tale forma di stato come uno stato
globale emergente. Esso è indubbiamente frammentario e
forse instabile ma costituisce, comunque, un complesso più o meno
coerente di istituzioni statali con un qualche potere globale e legittimazione
e funziona come uno stato nel regolare economia, società e politica
su scala globale.
Una grande quantità di studi oggi riconosce la globalizzazione in
senso economico, sociale e culturale, e con essa la "società
globale" [6]. Perché allora è
così impensabile guardare alla globalizzazione del potere politico
e militare e con essa allo stato globale? Il concetto è certamente
insolito, ma molta di questa difficoltà dipende dal fatto che la
cultura delle scienze sociali è impregnata dell'idea dello stato
come stato-nazione centralizzato. In questo contesto uno stato globale puo'
essere compreso solo in termini di "governo mondiale", che ovviamente
non esiste né è probabile che esista. Qui si usa invece il
termine in un modo piuttosto differente, come cerco di spiegare e motivare
in seguito.
Un motivo che rende difficile cogliere gli sviluppi di uno stato globale
è che essi si manifestano in forme complesse, in rapido mutamento
e spesso molto contrastanti, tendono a evidenziare aspetti diversi di questi
sviluppi. Marxisti e terzomondisti, per esempio, hanno visto nella guerra
del Golfo una manifestazione dell'"imperialismo", finalizzata
al controllo strategico del petrolio. In contrapposizione, l'azione militare
occidentale per proteggere i rifugiati curdi, dopo la guerra, è stata
considerata da molti studiosi delle Relazioni Internazionali una nuova forma
di "intervento umanitario".
Questi e altri paradigmi competono fra loro nel tentativo di proporre una
rappresentazione semplificata della potenza statale globale. In realtà,
comunque, la potenza statale globale si cristallizza come "imperialista"
e come "umanitaria" e in altre forme. La spiegazione di Mann secondo
cui gli stati implicano "cristallizzazioni polimorfe" e che differenti
cristallizzazioni dominano differenti istituzioni, è particolarmente
importante in questo caso [7]. Egli fa l'esempio
dello stato USA, che si cristallizza "una settimana come conservatore-patriarcale
quando limita il diritto d'aborto, la settmana dopo come capitalista, quando
controlla lo scandalo bancario dei crediti e dei risparmi, quella successiva
come superpotenza, quando invia all'estero l'esercito per interessi diversi
da quelli economici nazionali. Queste varie cristallizzazioni sono raramente
in armonia o in opposizione dialettica l'una con l'altra, di solito sono
semplicemente differenti. Mobilitano reti di potere diverse, anche se sovrapposte
e intersecanti" [8].
Dobbiamo estendere questa analisi per comprendere l'emergente stato globale.
Nella guerra in Iraq nel 1991, la potenza statale occidentale e globale
si è cristallizzata come "imperialista" che "umanitaria",
così come in altre forme, a seconda dei vari stadi della crisi [9]. All'interno di questo tipo di crisi globale,
lo stato USA si è cristallizzato a volte come stato-nazione, altre
come centro dello stato occidentale, altre ancora come centro della potenza
statale globale. Senza capire questa diversità, cadremmo nell'unilateralità
o in una confusione assoluta e non riusciremmo a cogliere i cambiamenti
politici planetari.
Per poter comprendere lo stato globale che si cristallizza in queste diverse
forme, dobbiamo prima di tutto definire lo stato. In particolare bisogna
spiegare l'importanza che continua ad avere il potere politico-militare
come criterio primario per l'esistenza di "uno stato". Molte discussioni
sugli stati nelle scienze sociali hanno implicato uno slittamento da una
definizione centrata sul militare a una definizione basata sul ruolo economico
o giuridico. E' per questo slittamento che molti hanno concluso che lo stato
è indebolito dalla globalizzazione. Io parto invece dal presupposto
che la classica definizione [dello stato come centro] politico-militare
sia ancora rilevante: che le relazioni militari continuino a definire le
relazioni fra gli stati e quindi i parametri delle relazioni globali di
potere.
Per capire cos'è uno stato - e viceversa quando uno stato non è
uno stato - ritorno alla definizione di Weber citata sopra, che si centra
sul monopolio della violenza legittima in un dato territorio. Prima del
1945, i capi di stato (e altri) spesso hanno agito come se la definizione
di Weber fosse vera e infatti mantenevano il monopolio della violenza legittima.
In un mondo di stati-nazione, la delimitazione di uno stato dall'altro era
il modo potenziale per lo scatenarsi della violenza fra loro. Ma che cosa
succede, come ci siano già chiesti, fra gli stati e della nostra
concezione dello stato, quando questo potenziale viene rimosso, come è
accaduto dal 1945 fra gli stati occidentali - e molto più probabilmente
dal 1989 fra gli stati occidentali e la Russia?
Il più importante cambiamento è che il controllo della violenza
sta cessando di essere diviso verticalmente fra i diversi stati-nazione
e imperi. Invece, è stato diviso orizzontalmente fra i differenti
livelli di potere, ognuno dei quali rivendica qualche legittimità
e così frammenta la natura dello "stato". Da un lato, c'è
l'internazionalizzazione della forza legittima. Dall'altro ci sono i processi
di "privatizzazione" (o "riprivatizzazione") della forza,
sempre più discussi negli anni '90, in base ai quali individui, gruppi
sociali e attori non statali usano sempre più largamente la forza
e rivendicano la legittimità del suo uso. Nello stesso tempo, alcuni
stati-nazione per lo meno mantengono parte del loro classico controllo della
violenza.
Questa situazione richiede una revisione della definizione di Weber. Fortunatamente
Mann, nel suo studio degli stati del diciannovesimo secolo, ci ha già
proposto una definizione più ampia. Secondo lui lo stato
(1) è una struttura differenziata di istituzioni e di funzionari
(2) incarna la centralità, nel senso che le relazioni politiche si
irradiano verso e da un centro, per coprire una
(3) area demarcata territorialmente sulla quale esercita
(4) alcuni gradi di legiferazione autoritaria e vincolante, sostenuta da
alcune forze politiche organizzate [10].
Come Mann mostra, questa è una definizione istituzionale piuttosto
che funzionale ed essa abbandona, cosa cruciale ai nostri fini, l'idea di
un monopolio della forza legittima. Uno stato, suggerisce Mann, include
semplicemente "alcuni gradi di legiferazione autoritaria" e "alcune
forze politiche organizzate".
Questa definizione si adatta particolarmente alle forme di potere statale
complesse e sovrapposte che esistono nel tardo ventesimo secolo nelle condizioni
della globalizzazione. Proprio basandomi sui criteri proposti da Mann, ritengo
che l'emergente stato globale possa essere considerato uno stato e che si
debba aggiungere un quinto criterio se vogliamo spiegare il sovrapporsi
di differenti livelli della potenza statale.
Gli stati, secondo il primo criterio esposto da Mann, implicano "una
struttura differenziata di istituzioni e di personale": differenziato,
intende dire, in rapporto alla società. La parola importante qui
è "struttura". Mann chiarisce che gli stati non sono necessariamente
istituzioni omogenee e strettamente integrate, ma consistono in apparati
più o meno divisi e spesso disgiunti. "Sotto il microscopio
gli stati si 'balcanizzano'", spiega, citando la chiara formula di
Abram secondo cui "Lo stato è il simbolo unificato di una reale
disunità" [11]. Mann afferma
che "Come i teorici del fallimento e del disordine, io credo che gli
stati siano più confusi e meno sistematici e unitari di quello che
ogni singola teoria spieghi" [12]. L'idea
che gli stati siano "confusioni" istituzionali piuttosto che strutture
omogenee del tipo ideale è di centrale importanza per la comprensione
dello stato globale.
Proprio come l'emergente società globale è tipica per la sua
caratteristica di "includere" un gran numero di società
nazionali, così per lo stato globale è insolito "includere"
un gran numero di stati-nazione. Tuttavia, questa non è una situazione
completamente senza precedenti. Gli stati multinazionali non sempre prendono
le forme relativamente pulite del Regno Unito o (in un senso differente)
dell'ex Unione Sovietica. Lo stesso Mann analizza le forme altamente complesse
(e, da un punto di visto idealtipico, del tutto anomale) dell'impero Austro-Ungarico.
Lo stato globale centrato nell'occidente, comunque, è un'aggregazione
di istituzioni di un genere e su una scala senza precedenti. Se lo esaminiamo
in azione, per esempio in Bosnia-Erzegovina, osserviamo una sorprendente
pletora di istituzioni statali, occidentali, nazionali (politiche, militari
e di welfare), integrate da un altrettanto complesso e sorprendente insieme
di organizzazioni della società civile. Come questo esempio sottolinea,
lo stato globale è davvero quello che presenta il più grande
"disordine istituzionale".
La seconda questione è se lo stato globale corrisponda al secondo
criterio di Mann secondo cui lo stato "incarna la centralità,
nel senso che le relazioni politiche si irradiano verso e da un centro".
Per mettere la questione in un altro modo, quando un disordine istituzionale
è tale da non poter essere considerato una unica struttura di istituzioni?
In che senso l'Onu, la NATO e le altre organizzazioni internazionali, insieme
con gli USA e i vari stati-nazione occidentali, possono ritenersi una unica
struttura di istituzioni?
Certamente non c'è un ordine costituzionale chiaro nello stato globale,
ma un ordine c'è ed ha elementi di una costituzione. Il centro -
Washington piuttosto che New York - sembra chiaro e il fatto che i rapporti
politici si irradiino verso e da questo centro è confermato da tutte
le serie crisi mondiali del periodo post-1989, dal Kuwait a Dayton. Ciò
è confermato dalla costante centralità degli USA nel controllo
della guerra e di tutti i più importanti tentativi di trovare "risoluzioni
pacifiche" dal Medio Oriente alla Jugoslavia, al Sud Africa e anche
all'Irlanda del Nord.
In questa situazione si notano due apparenti anomalie, che spiegano probabilmente
buona parte della confusione teorica al riguardo. La prima è data
dal fatto che il centro dello stato globale occidentale ed emergente è
costituito primariamente dal centro di uno stato-nazione, gli USA. In secondo
luogo, le relazioni politiche si irradiano verso e da questo centro attraverso
differenti strutture istituzionali. Ci sono le stesse Nazioni Unite, che
conferiscono legittimità globale allo stato USA (e in cui tale stato
ha un ruolo costituzionale come membro permanente del Consiglio di Sicurezza
e un ruolo de facto che va ben oltre). C'è la NATO, sempre più
confermata come l'organizzazione effettiva del potere militare occidentale
su scala sia globale che locale. Ci sono le numerose organizzazioni mondiali
economiche guidate dall'Occidente, dall'esclusivo G7 al più ampio
OCSE, al sempre più globale WTO. E, ultimo ma non ultimo, ci sono
le relazioni bilaterali degli USA virtualmente con tutti gli altri stati-nazione.
Tuttavia tutti questi sistemi si sovrappongono, e il punto cruciale è
dato dal fatto che il ruolo dell'amministrazione statunitense in ciascuno
di essi è determinato non solo dai suoi interessi "nazionali"
ma dalle esigenze di leadership globale. Certamente, anche altri stati-nazione,
specialmente il Regno Unito e la Francia ma in modi diversi la Germania
e il Giappone e anche la Russia e la Cina, così come organizzazioni
regionali, in particolare l'UE, hanno ruoli molto importanti nello sviluppo
dello stato globale. La sua struttura interna è incerta e in evoluzione.
I ruoli dei vari stati e le reti di potere sono tutti contrastati, problematici
e in cambiamento e, nei casi russo e cinese, specialmente instabili. Tuttavia
il loro sviluppo è governato non solo dall'azione reciproca degli
interessi nazionali ma dalle richieste della gestione della politica e della
economia mondiale.
Anche il terzo criterio di Mann, che uno stato possiede "un'area demarcata territorialmente" sulla quale esercita un qualche grado di legiferazione autoritaria e vincolante, sostenuta da alcune forze politiche organizzate, è ovviamente problematico, ma non mi sembra che porti a negare il concetto di uno stato globale. L'area demarcata territorialmente dalle reti dei sistemi globali interdipendenti è, in linea di principio, il mondo. Il fatto che altre organizzazioni statali rivendichino giurisdizioni territoriali minori, regionali nel caso dell'UE, nazionali nel caso degli stati-nazione, sub-nazionali nel caso di autorità locali statali, non vi contraddice. L'idea di giurisdizioni territoriali sovrapposte non è nuova pur avendo un particolare rilievo oggi. C'è una sistematica condivisione di sovranità che sta relativizzando la precedentemente unica sovranità dello stato-nazione.
Questo ci porta al quarto criterio di Mann, l'esistenza di "alcuni
gradi di legiferazione autoritaria, vincolante" sostenuta da "alcune
forze politiche organizzate". La legiferazione globale autoritaria
attualmente assume molte forme diverse. Ci sono le disposizioni istituzionali
che legano fra di loro gli stati nelle varie organizzazioni interstatali,
così che regolano la struttura interna dello stato globale e i ruoli
degli stati-nazione al suo interno. C'è il corpo della legge internazionale
che vincola gli individui e le istituzioni della società civile come
le istituzioni statali. C'è la l'ampia gamma delle convenzioni e
degli accordi internazionali che regolano l'economia mondiale e la società.
Questa legiferazione è certamente incompleta e in alcune aree incoerente,
ma sta procedendo velocemente. Il "qualche grado" di Mann sembra
particolarmente indicato.
La legiferazione dello stato globale chiaramente ha l'appoggio di "alcune
forze politiche organizzate": le forze armate di USA, Regno Unito,
Francia, in alcuni casi Russia e molti altri stati sono state dispiegate
in nome della NATO e dell'ONU. Sempre più anche la legge internazionale
sta dotandosi di corti, tribunali, polizia, anche se resta pesantemente
dipendente dagli stati-nazione e ha un'applicazione selettiva e una capacità
di reale costrizione limitata.
Lo stato globale sembra rispondere alla definizione di stato proposta da
Mann. Tuttavia, pur permettendo una concettualizzazione dei vari livelli
sovrapposti della potenza statale, non ci dice niente di specifico riguardo
alla situazione della sovrapposizione e a come i differenti "stati"
si articolano in questo senso. Occorre aggiungere un nuovo criterio:
5. uno stato (particolare) deve essere inclusivo e costitutivo ad un livello significativo di altre forme o livelli di potere statale (ad es. di potere statale in generale in un particolare tempo e spazio).
Questo criterio è essenziale. Chiaramente gli stati-nazione, nel
periodo presente, continuano ad essere generalmente inclusivi e costitutivi
di forme sub nazionali, sebbene forse meno che nel recente passato (nell'UE,
per esempio, stanno costituendo regioni sia dall'Unione Europea che da singole
potenze statali nazionali). Anche gli stati-nazione costituiscono in grado
considerevole forme di stato regionali e globali, così come (per
definizione) internazionali. In contrapposizione, forme di stato locali
e regionali all'interno degli stati-nazione sono in genere solo debolmente
inclusive o costitutive.
Non è facile determinare l'inclusività e la costitutività
delle varie forme di stato transnazionale. Chiaramente le istituzioni statali
globali del sistema dell'ONU sono state, in linea di principio, inclusive
dell'intera gamma degli stati-nazione, anche se in pratica stati importanti
sono stati esclusi o si sono autoesclusi da tutto o parti del sistema. Fino
ad oggi, comunque, il sistema dell'ONU è stato solo debolmente costitutivo
degli stati-nazione suoi componenti. Lo stato occidentale, d'altra parte,
è diventato altamente costitutivo degli stati-nazione suoi membri
durante la Guerra Fredda, e in larga parte rimane così. Lo Stato
Europeo (l'Unione Europea) ha gradualmente rafforzato sia la sua inclusività
che la sua costitutività degli stati-nazione membri - nonostante
ciò sia soprattutto oggetto di polemica - ma il suo rapporto con
lo stato occidentale transatlantico è problematico.
In base a questo criterio, lo stato globale è evidentemente un livello
problematico del potere statale. Per molti aspetti il suo nucleo occidentale
rimane più forte della sua stessa forma globale. E' evidente, tuttavia,
che lo stato occidentale opera globalmente, in risposta a imperativi globali
e al bisogno di legittimazione globale. Lo stato occidentale ha cominciato
a essere costituito all'interno di parametri più ampiamente globali
piuttosto che strettamente occidentali. Il livello globale, piuttosto che
strettamente occidentale sta cominciando anche ad essere costitutivo
degli stati-nazione componenti. Tuttavia, è meglio definire lo stato
globale una realtà emergente, ancora contingente e problematica,
più di quanto lo siano una società e una cultura mondiali.
Il fatto che lo stato occidentale si comporti come uno stato globale è
dovuto alle molteplici pressioni e contraddizioni del governo globale. Queste
includono non solo minacce agli interessi occidentali (come il petrolio
del Kuwait o il pericolo di una più vasta guerra balcanica), ma anche
gli imperativi dei principi legittimati a livello globale, le richieste
dei gruppi ribelli e vittimizzati (come i kurdi e i bosniaci), le contraddizioni
delle campagne di informazione dei media e le richieste di una emergente
società civile globale. Il fatto che l'occidente abbia continuato
in genere ad essere unito, nonostante la fine della Guerra Fredda, e che
abbia assunto ruoli globali nonostante la manifesta riluttanza dei principali
stati occidentali aperseguire un ruolo di leadership globale, testimonia
l'importanza fondamentale di queste tendenze nella società globale.
In rari momenti, come in occasione della guerra del Golfo, degli interventi
in Somalia e ad Haiti o della risoluzione di Dayton, i governi occidentali
sembrano aver scelto un ruolo di leadership. La scarsità di questi
momenti rispetto alle occasioni in cui sembravano voler rinunciarvi, induce
tuttavia a ritenere che tale leadership sia stata loro imposta. Alla fine
è la logica della nuova situazione politico- militare globale, incluso
il legame delle politiche interne con problemi globali, che ha costretto
l'occidente e soprattutto gli USA ad agire come centro di un emergente stato
globale.
Queste pressioni hanno l'effetto di tenere insieme, più o meno, uno
stato globale centrato nell'occidente, proprio come le pressioni della guerra
mondiale e della Guerra Fredda hanno costituito il contesto delle prime
fasi di sviluppo di uno stato occidentale coeso. Il fatto che queste pressioni
siano più diffuse non significa necessariamente che siano inefficaci,
nonostante questo sollevi un punto di domanda sullo sbocco di questo processo.
Se le crisi globali accelerano il processo di formazione dello stato globale
e lo rendono visibile, mettono anche a nudo la sua debole coesione e le
sue contraddizioni, compresi i conflitti interni del nucleo occidentale.
Pur essendosi mostrato relativamente stabile durante la Guerra Fredda, è
possibile che le sfide derivanti dal suo nuovo ruolo globale possano in
definitiva minacciare la sua stabilità. E' dunque possibile su un
piano teorico che lo stato globale possa semplicemente frammentarsi, e che
il mondo possa tornare nel medio periodo quanto meno a una anarchia di istituzioni
statali regionali e nazionali in sostanziale contrasto con la globalizzazione
dell' economia, della società e della cultura. Un tale esito è
comunque improbabile, ma riconoscerne la possibilità significa rimanrcare
l'incertezza e l'incoerenza delle attuali forme di stato globale. Può
anche implicare la necessità di una teoria costitutiva relativa al
loro sviluppo.
Finora tutto sommato le tendenze di cui abbiamo parlato hanno lavorato per
mantenere la coesione generale dello stato globale-occidentale. Nonostante
importanti disaccordi temporanei, sembra che gli interessi comuni alle varie
forme di stato nazionali e regionali che compongono l'occidente favoriscano
la sua stabilità a lungo termine. Le maggiori contraddizioni dello
stato globale che ha il suo centro nell'occidente sono la sua relativamente
debole capacità di controllare la violenza e la sua relativamente
povera legittimazione rispetto a gruppi dirigenti statali e società
non occidentali. Il legame fra lo stato occidentale e le NU come istituzione
legittimante è manifestatamente fragile. Nel lungo periodo, potrà
sopravvivere solo se riesce ad ottenere maggiore efficacia e legittimità,
il che richiederà una sostanziale trasformazione sociale come pure
la creazione di istituzioni.
Ci sono, inoltre, seri problemi nel rapporto dello stato globale con gli
stati regionali e nazionali che in parte include e costituisce. Queste relazioni
sono plurali e variabili. Un'analisi completa dello stato contemporaneo
deve considerare queste forme di stato, insieme al potere statale occidentale
globalizzato.
Per spiegare la natura degli "stati-nazione" contemporanei e le
loro relazioni con il potere statale globale, occorre cogliere la grande
differenza esistente fra i vari "stati". Robert Cooper ha proposto
di dividerli in tre categorie: "postmoderni", "moderni"
e "pre- moderni" [13]. Se questa
terminologia ha implicazioni teoriche discutibili propone tuttavia una divisione
utile per la nostra analisi.
In primo luogo, all'interno dell'Occidente, gli "stati-nazione"
non sono più gli stati nazione classici. Sono "postmoderni"
nel senso che sono davvero pienamente collegati con le reti di potere transnazionali
occidentale e globale. Ovviamente gli stati variano moltissimo nella misura
in cui imitano le caratteristiche degli stati nazione classici. Sia gli
USA, sia la Gran Bretagna postimperiale, sia la Francia, conservano una
buona la capacità di condurre in alcune circostanze una significativa
azione militare indipendente - sebbene anche nel caso statunitense la dipendenza
dalla più ampia struttura delle reti di potere occidentale e globale
sia aumentata. All'altro estremo il Canada, il Benelux e gli stati scandinavi
hanno ampiamente ceduto la loro capacità di azione indipendente alla
NATO e all'ONU. Gli stati occidentali sono anche diversamente inseriti,
in posizioni più o meno dominanti, nell'ampia varietà di istituzioni
economiche mondiali, che rafforzano fortemente l'integrazione politico-militare
degli stati occidentali.
All'interno dell'Occidente, è importante notare il posto particolare
occupato dallo stato europeo, che è una forma statale unica e una
componente chiave dello stato occidentale in generale. Anch'essa risponde,
in alcuni casi meglio dell'intero stato globale-occidentale, a tutti i criteri
di Mann tranne uno. La questione è che l'UE ha limitate forze sia
militari che politiche e una debole capacità di iniziativa militare,
per affrontare questioni militari. La situazione europea è l'esempio
più evidente dell'organizzazione dello stato moderno di cui abbiamo
parlato. Nel prossimo futuro è verosimile pensare in Europa a numerosi
distinti livelli di organizzazione statale, a livello nazionale, europeo,
occidentale (transatlantico) e globale, per non dire di forme statali regionali
subnazionali [14].
Oltre lo stato occidentale si estende una terra di nessuno costituita da
stati minori, come gli stati dell'Europa centrale e dell'Est, i più
piccoli stati dell'Est asiatico e molti stati dell'America Latina e dell'Africa,
che hanno anch'essi uno scarso potere autonomo. Benché alcuni - specie
quelli che solo recentemente hanno dichiarato l'indipendenza - si vantino
del loro status di "stato-nazione", non sono realmente tali nel
senso classico. Vivono al riparo della potenza occidentale: anche se attualmente
sono meno integrati in essa degli stati occidentali, non hanno altra scelta
che rafforzare le relazioni con lo stato globale occidentale. Nel contesto
europeo, questa realtà si traduce nell'aspirazione degli stati più
piccoli centrali e dell'est a entrare nell'UE, nella NATO ecc.
I rapporti dei paesi europei e degli "stati-nazione" alleati con
le forme di stato regionale, occidentale e globale sono sempre più
istituzionalizzati. Mann ha definito il periodo successivo al 1945 "l'epoca
degli stati-nazione istituzionalizzati" in parte perché gli
stati si basano su compromessi istituzionalizzati fra classi e anche - cosa
più rilevante ai fini del nostro discorso - perchè sono fortemente
istituzionalizzati i rapporti fra loro [15].
Il ruolo di ciascuno stato-nazione è definito da una complessa struttura
di accordi e sistemi di regolazione in seno a tutto l'Occidente.
Il secondo principale gruppo di stati è costituito da centri di potere
statale indipendenti maggiori, che corrispondono meglio al classico modello
degli stati-nazione "moderni". Oltre l'occidente e la sua periferia
vi sono i grandi stati non occidentali: India e Brasile, Russia e Cina e
potenze minori come l'Iraq, l'Iran e la Serbia. Questi stati riconoscono
la realtà del dominio globale occidentale soprattutto attraverso
una parziale incorporazione nelle istituzioni globali guidate dall'occidente
ed evitando potenziali confronti militari con esso. Dall'altro lato, molti
di questi stati hanno un consistente potere militare che potrebbero usare
in scontri fra loro e con stati minori o con movimenti di rivolta interni,
e che potrebbero quindi metterli in conflitto con il centro occidentale-Onu.
Sul lungo periodo i problemi più gravi per lo stato globale emergente
a occidente sono i rapporti con tali stati. La loro piena integrazione nelle
istituzioni dello stato globale neutralizzerebbe ogni pericolo di una seria
guerra interstatale.
Il terzo gruppo di paesi è costituito da territori dove lo stato
non raggiunge neppure il livello di uno stato-nazione stabile e tanto meno
pienamente integrato nelle istituzioni globali. Qui le condizioni per forme
stabili di stato di qualsiasi tipo sono scarse. Il potere statale è
frammentario, si basa spesso su una crudele violenza e la sua legittimità
è logora. In alcuni casi è degenerato in una dittatura militare
e nel gangsterismo. Questo è un modello sempre più comune
in parti dell'Africa e dell'ex Unione Sovietica (per non parlare della Jugoslavia).
Cooper etichetta questi stati come "pre-moderni", benché
si tratti di un termine inadeguato. Nonostante in essi sia possibile mobilitare
"antichi" odii etnici o tribali, ciò avviene spesso servendosi
delle tecnologie della comunicazione e degli armamenti più avanzati,
o sfruttando reti di potere globale basate sulla diaspora. Negli anni '90,
gestire la violenta disintegrazione di stati di questo gruppo ha costituito
un'enorme sfida che ha generato pressioni per procedere allo sviluppo dello
stato globale.
Questa spiegazione del rapporto dei diversi tipi di "stati-nazione"
con gli sviluppi dello stato globale, mostra l'interdipendenza continua
e la mutua costitutività di queste due forme principali. Questo è
il problema che la teoria dello stato del ventunesimo secolo dovrà
trattare e che la teoria della globalizzazione avrà bisogno di capire
se vuole uscire dalla sterile contrapposizione fra globalizzazione e stato.
(trad. Ariele Agostini, Anna Desimio)