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In una risoluzione del Comitato centrale del Pcus del 30 giugno 1956,
i dirigenti dell'Urss post-staliniana, tutti ascesi alle più alte
cariche del partito e dello Stato durante e grazie a quel regime che adesso
condannavano, vollero dare una spiegazione del perché era stato impossibile
per loro opporsi a Stalin: <<chiunque in questa situazione avesse
preso posizione contro Stalin, non avrebbe trovato alcun appoggio nel popolo>>
(riprendo la citazione da V. P. Naumov, N. S. Khrushchev i reabilitatsiia
zhertv massovykh politicheskikh repressii [N. S. Khrushchev e la riabilitazione
delle vittime delle repressioni politiche di massa], "Voprosy istorii",
4, 1997, p.32). Il popolo che quei dirigenti avevano sottoposto a tutte
le vessazioni possibili diventava ora responsabile del fatto che essi non
avessero potuto svolgere un ruolo più eroico, o più umano,
nella loro carriera politica.
Non voglio dire che le attuali deprecazioni sul "fallimento" della
classe operaia (il discorso, per una necessaria economia del ragionamento,
è limitato alla classe operaia dell'Urss, ma vale anche qui l'inciso
di Enrico Melchionda nel suo articolo su L'Urss e il socialismo,
"Cassandra", settembre 2001, sul fatto che queste considerazioni
potrebbero riguardare non solo quella sovietica, ma la classe operaia in
quanto tale) riproduca-no lo stesso meccanismo di scarico delle proprie
colpe, anche perché per fortuna non c'è proporzione tra i
crimini che la dirigenza sovietica post-staliniana condivideva con colui
che era stato per tanti anni "il padrone" e un cambiamento di
prospettiva analitica che potrebbe essere del tutto legittimo, a patto di
essere spiegato e motivato. Rimane il fatto che, se non Melchionda direttamente,
certamente alcuni degli autori ai quali egli fa più spesso riferimento
rilevano oggi che in Urss, come altrove, gli operai "non ce l'hanno
fatta" (cfr. per esempio il contributo particolarmente severo, e a
volte anche un po' sfottente, di A. Accornero, Perché non ce l'hanno
fatta? Riflettendo sugli operai come classe, in Classe operaia. Le
identità: storia e prospettiva, a cura di P. Favilli e M. Tronti,
Milano, FrancoAngeli, 2001, pp. 107-130), che non sono riusciti a porre
le basi e nemmeno a indicare le linee di un sistema sociale più avanzato,
che non si sono comportati da "classe generale", etc., dopo aver
sostenuto o condiviso per decenni la validità di un "uso operaio"
dello stalinismo e del sistema sovietico che consisteva soprattutto, per
usare le formulazioni di un testo che è citato nella bibliografia
di Melchionda (R. Di Leo, Operai e sistema sovietico, Bari, Laterza,
1970), nell'opporre il "punto di vista operaio" alla logica economica
di funzionamento del sistema e nell'identificare "l'ipoteca della
classe operaia sul partito e nel paese" con la mancata realizzazione
degli obiettivi del piano, con "la pianificazione in grandezze fisiche",
con il rifiuto dell'economia politica, in definitiva con la "estraneità
operaia al socialismo realizzato nel proprio paese" (p.20). Questa
estraneità agli obiettivi economici della costruzione del socialismo,
della quale l'autrice sopra citata è stata comunque obbligata a sottolineare
con sempre maggiore insistenza i costi, sarebbe stata compensata dal primato
politico della classe operaia nella società e il segretario generale
del partito sarebbe stato massimo garante "di stabilità politica
e di equilibri sociali mai raggiunti da altri sistemi politici" (R.
Di Leo, Il modello di Stalin, Milano, Feltrinelli, 1977, p.78) e
della non subordinazione degli operai sovietici alle leggi oggettive dell'economia
(cfr. le considerazioni sulle difese per la classe operaia che sarebbero
state rappresentate dai "metodi amministrativi, imperativi, empirici,
ideologici, di Stalin", in Operai e sistema sovietico, pp. 327-8).
In realtà - a parte i riconoscimenti ideologici per i quali sia Di
Leo che Melchionda si appoggiano scrupolosamente all'autorità indiscussa
di Mikhail Suslov, responsabile dell'ideologia del Pcus per oltre due decenni
- gli effetti del primato politico della classe operaia sovietica sono stati
soprattutto indicati nella sua possibilità di sottrarsi agli imperativi
della "triste scienza". Nell'Urss di Stalin, e anche dei suoi
successori, si sarebbe quindi creata una situazione specularmente opposta
a quella del mondo capitalistico occidentale, con una classe operaia forte
e padrona dei propri tempi di lavoro e di vita nei luoghi di produzione
e debole invece nella sfera sociale esterna alla produzione: "In Occidente,
ad una evoluzione in senso democratico della relazione fra lo Stato e il
cittadino, faceva eccezione la rigidità del sistema di lavoro in
fabbrica. Nel sistema sovietico un controllo insistente e globale sulla
vita quotidiana del cittadino contrastava con il comportamento elastico
dello Stato nel luogo di lavoro" (R. Di Leo, Operai e fabbrica in
Unione Sovietica, Bari, De Donato, 1973, p.13).
A questi "amici della classe operaia" russa del `900 sarebbe giusto
chiedere almeno la stessa coerenza, nelle loro discutibili convinzioni,
che avevano dimostrato gli "amici del popolo" russo del secolo
precedente, o comunque di riconoscere apertamente il rovesciamento della
prospettiva da cui si pongono e di non prendersela con la classe operaia
per le stesse ragioni per cui avevano precedentemente esaltato la posizione
politica da questa raggiunta nella società sovietica.
Melchionda non può essere considerato direttamente corresponsabile
di quelle analisi, ma la loro eco è evidente, e del resto dichiarata,
nel discorso che viene fatto nel suo articolo a proposito della "egemonia"
di cui avrebbe goduto e che avrebbe esercitato la classe operaia in Urss,
così come - con l'affermazione di un presunto soddisfacimento degli
interessi corporativi degli operai attraverso "i tanti privilegi economici,
assistenziali e lavorativi" - nella ripresa della strana idea di uno
"scambio politico" che una classe operaia priva di qualsiasi possibilità
di organizzarsi e di agire autonomamente nella sfera pubblica avrebbe concluso
con il massimo rappresentante del potere, Stalin: <<In cambio del
sostegno alle sue azioni, gli operai si videro offrire la cogestione del
processo lavorativo in fabbrica, una elevata mobilità sociale, e
la cooptazione nelle istituzioni del potere>> (R. Di Leo, Vecchi
quadri e nuovi politici, Bologna, Il Mulino, 1992, p.33).
Sulle questioni della presunta "egemonia" della classe operaia
in Urss, l'intervento di Lillo Testasecca (Urss - Parabola di una rivoluzione,
"Cassandra", gennaio 2002) e l'ampia letteratura da lui citata
mettono bene in evidenza la rottura prodotta nella composizione e nell'esperienza
di questa classe operaia dalla fase drammatica della guerra civile e di
una generale regressione economica e sociale del paese; la condizione di
estrema frammentazione e debolezza organizzativa del proletariato di fabbrica
nell'epoca dei piani quinquennali, corrispondente al definitivo affermarsi
del potere di Stalin nel partito e alla totale cessazione di quel ruolo
di rappresentanza economica degli interessi operai che i sindacati, pur
con molte limitazioni, avevano ancora svolto durante gli anni '20 (è
significativo, per esempio, che nei rapporti ai congressi sindacali degli
anni '20 venissero regolarmente registrati gli scioperi e le altre forme
di proteste operaie, le loro cause, ecc. (cfr. A. J. Andreev - L. I. Borodin
- Ju. I. Kir'janov, Les conflits du travail en Russie soviétique
pendant le "communisme de guerre" et la NEP, "Le Mouvement
Social", Ndeg. 196, 2001, pp. 41-62); le antinomie, indicate in particolare
da M. Lewin, prodotte da un processo di industrializzazione accelerata nel
quadro di una "primitivizzazione" dell'insieme della società:
"un'acculturazione deturpata da un fenomeno inverso di `decul-turazione';
un balzo in avanti dell'industria gravemente ostacolato dalla stagnazione
dell'agricoltura; un massiccio processo di ascesa sociale accompagnato da
un non meno massiccio processo di degradazione sociale; un'alfabetizzazione
crescente in una situazione di generale perdita delle libertà individuali"
(Storia sociale dello stalinismo, Torino, Einaudi, 1988, p.365).
Questi elementi - insieme al peso di una catastrofe sociale come la collettivizzazione,
dalla quale emergevano molti di coloro che affluivano dalle campagne per
andare a formare la nuova forza lavoro industriale - dovrebbero far riflettere
sulla stranezza di una egemonia che mai nella storia sarebbe stata esercitata
fra tante sofferenze, umiliazioni, distruzioni delle più elementari
difese sindacali, civili, umane. La fine degli anni '20 è segnata
inoltre dall'introduzione del sistema del lavoro forzato, che, oltre a rappresentare
una quota comunque significativa della forza lavoro sovietica dagli anni
'30 agli anni '50, va inquadrato in un contesto generale di coazioni al
lavoro per l'insieme della popolazione (colonie di lavoro, corvées,
insediamenti speciali, ecc.: cfr. su ciò A. Graziosi, Stalin's
Antiworker "Workerism", 1924 - 1931, "International Review
of Social History, 2, 1995, pp. 223-258), che imprimono al lavoro forzato
il carattere di "elemento organico" e di "componen-te normale"
della struttura sociale sovietica, già rilevato subito dopo la seconda
guerra mondiale nell'opera di D. Dallin e B. Nikolaevsky, Forced Labor
in Soviet Russia, New Haven, 1947.
Le considerazioni sopra richiamate andrebbero collocate, inoltre, all'interno
di una storia politica della classe operaia russa e poi sovietica, con le
sue diverse esperienze di lotta prima e dopo il 1917, con la varietà
delle tendenze in cui si è riconosciuta, con le sue divisioni, battute
d'arresto, sconfitte, ma anche con un patrimonio di memorie e di coscienza
di sé la cui eco è ancora percepibile nelle forme di resistenza
e di protesta oggi documentabili anche per gli anni dello stalinismo. Le
proteste operaie degli anni successivi all'Ottobre non sono delle esplosioni
spontanee, ma appaiono, oltre che come manifestazioni dello scontro politico
all'interno del movimento rivoluzionario russo, come il prodotto e la continuazione
di una tradizione di lotte sviluppatasi già negli ultimi anni dell'impero
zarista. Ancora alla fine degli anni '20 tra gli organizzatori delle lotte
operaie troviamo personaggi con una ricca esperienza politica e sindacale
risalente a prima del 1917, come il poeta operaio Kapiton Klepitov, già
organizzatore di scioperi nel 1907 e nel 1914 (cfr. J. Rossmann, Weaver
of Rebellion and Poet of Resistance: Kapiton Klepitov (1880 - 1933) and
Shop - Floor Opposition to Bolshevik Rule, "Jahrbücher für
Geschichte Osteuropas", 3, 1996, pp. 374-407). Lo stesso ruolo di parziale
difesa degli interessi operai che i sindacati sovietici continuano a svolgere
negli anni '20 si spiega con la consistente presenza, in queste organizzazioni,
di numerosi quadri dal passato politico molto diverso, ma accomunati dalle
esperienze di ripresa e sviluppo di istituzioni e lotte operaie negli anni
precedenti la prima guerra mondiale. Negli anni '30 i fili che continuavano
a legare alcuni quadri sindacali e di fabbrica alla complessa tradizione
politica del movimento operaio russo sembrano ormai completamente spezzati,
come viene riconosciuto amaramente dal capo dei menscevichi in esilio, Fedor
Dan: <<Le masse operaie, che oggi sono formate già nella loro
maggioranza dai contadini di ieri, devono fare di nuovo la loro scuola di
classe, cominciare con lo stesso abc dal quale è iniziata la formazione
del proletariato russo negli anni '90 del secolo scorso...>> (Zur
sozial-ökonomischen Entwic-klung Sowietrusslands, "Die Gesellschaft",
1932, p.319). E tuttavia lo scarto, che è possibile documentare per
le forme di protesta di questi anni, tra l'ideologia e il linguaggio ufficiali
(con il tributo a quella che Melchionda chiama "centralità operaia")
e la realtà delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, è
in quanto tale indicativo del peso che continuano ad avere una tradizione
e una memoria politica, per quanto disseccate ormai di ogni linfa vitale,
nel dare forma anche alle opposizioni e rivendicazioni più elementari.
Una analisi della classe operaia sovietica, anche negli anni dello stalinismo,
non può isolare questa classe dalla storia di cui faceva parte, così
come non può isolarla da tutto il suo contesto sociale, come se l'unica
cosa che contasse fosse il rapporto tra gli operai e il potere politico
concentrato in Stalin. La stessa legislazione del lavoro fortemente repressiva
degli anni '30, ricordata da Testasecca, è rimasta largamente priva
di effetti non per un presunto "scambio politico" tra gli operai
e "il padrone", ma per la resistenza ad applicare le direttive,
spesso semplicemente feroci, del centro da parte degli stessi manager industriali,
preoccupati anche di evitare l'esasperazione dei conflitti o il ridimensionamento
quantitativo della loro forza lavoro, e condizionati inoltre da quella che
è stata definita la "economia morale" di un processo produttivo
che si doveva sviluppare in contesti organizzativi difficili e spesso caotici
(cfr. su ciò V. Andrle, A Social History of Twentieth-Century
Russia, London, Edward Arnold, 1994, p.183). Infine, una storia sociale
della classe operaia sovietica non può non affrontare la questione
della sua stessa identità, messa continuamente in discussione da,
e obbligata a confrontarsi con, "le concezioni ufficiali della classe
operaia" (cfr. J.-P. Depretto, Les conceptions officielles de la
classe ouvrière en Urss, "Le Mouvement Social", Ndeg.
190, 2000, pp. 97-116) e i meccanismi che nel sistema sovietico legavano
l'attribuzione delle qualifiche di classe a una specifica posizione nello
Stato, all'esercizio di determinati diritti o privilegi, ecc., finendo con
il configurare la "classe operaia" come il bacino di reclutamento
di quella che una importante studiosa americana ha chiamato una nuova "nobiltà
di servizio" (S. Fitzpatrick, Ascribing class: the construction
of social identity in Sovet Russia, nel volume curato dalla stessa autrice,
Stalinism. New Directions, London and New York, Routledge, 2000,
p.39): il che è naturalmente cosa del tutto diversa da una eventuale
ascesa sociale degli operai in quanto classe.
L'approfondimento di una storia sociale e politica della classe operaia
sovietica, della quale ho cercato solo di indicare alcuni nodi rilevanti,
mi sembra necessario anche per superare le secche di una "transitologia"
(scienza della transizione), che si è sviluppata soprattutto nella
intellettualità marxista e che ha anche dei meriti, ma che, nel concentrare
ossessivamente tutta la propria analisi sulla questione della continuità
dei rapporti di produzione di tipo capitalistico e facendo sostanzialmente
della forma della prestazione lavorativa l'unico oggetto del suo interesse,
da una parte rischia di ridursi a una esegesi delle analisi fondamentali
contenute nei testi marxiani e dall'altra di isolare la sfera della produzione
da tutto il resto che compone la storia di una società. La storia
della Russia del `900, che si apre con un grande e diversificato processo
rivoluzionario, del quale gli operai sono solo una delle componenti, e che
rimane strettamente intrecciata e condizionante per tutte le maggiori vicende
del secolo a livello mondiale, meriterebbe di essere trattata almeno come
qualsiasi altra storia che si rispetti e non ridotta a una verifica/esemplificazione
di alcuni costrutti teorici che i loro stessi autori avevano lasciato volutamente
nel vago. La povertà dei riferimenti alla storia reale appare inoltre
particolarmente sconcertante in una fase come l'attuale, nella quale la
"immane raccolta di fonti" che è emersa dalla fine stessa
di quel sistema, consente approcci nuovi e particolarmente ricchi, anche
per quanto riguarda la condizione e le lotte operaie.
Il fatto di aver dedicato buona parte di questo intervento ad alcuni rilievi
critici sull'articolo di Enrico Melchion-da non toglie a mio parere che
egli esprima anche dei punti di vista assolutamente condivisibili e che
in alcuni casi mi sembrano importanti per andare avanti in una riflessione
critica sull'esperienza dell'Urss. Tra questi vorrei sottolineare il rifiuto
di ricondurre l'esito dell'esperienza dell'Urss principalmente a "cause
esogene", che è un ottimo principio di metodo e particolarmente
opportuno contro una certa tendenza, che riproduce a mio parere le peggiori
paranoie dello stalinismo, ad attribuire prioritariamente la responsabilità
del fallimento del socialismo reale alla perfidia dei suoi nemici. Tutto
questo non esclude affatto, nello stesso articolo di Melchionda, il legame
con le vicende del movimento operaio occidentale e, come ho già accennato,
il grande posto dell'Urss nella storia del `900, un tema sul quale vorrei
rimandare, anche per il complesso e ricorrente "gioco di specchi"
tra Russia e Occidente, a un ottimo articolo di Moshe Lewin su "Le
monde diplomatique" del novembre 1997: Pourquoi l'Union soviétique
a fasciné le monde.
Proprio l'importanza della storia sociale e politica dell'Urss sia per noi,
che per i popoli che hanno vissuto in quella particolare formazione sociale
o che devono farsi carico della sua eredità, motiva i rilievi critici
svolti in quest'intervento verso alcuni indirizzi di ricerca che finiscono
col mettere in secondo piano i problemi di una storia così terribile
e così affascinante. I riferimenti in particolare alle opere della
Di Leo - ricche peraltro anche di spunti analitici molto interessanti, per
esempio per quanto riguarda il rapporto tra i quadri politici e quelli dell'economia
o la storia e la rapida impasse delle riforme dell'età brezhneviana
- hanno soprattutto lo sco-po di evidenziare la continuità e la necessità
di fare i conti con una linea di pensiero che, per quanto pesantemente ironica
sulle vecchie "questioni ideologiche" della "degenerazione
del socialismo di Marx e di Lenin", ha posto al centro della ricerca
la questione operaia in Urss o, per usare la formulazione di Melchionda,
"l'intimo rapporto esistito tra gli operai e l'esperimento sovietico".
Per quan-to riguarda invece i cultori della transizione, credo che di per
sé non ci sia nulla di male a partire dalle domande su che cosa è,
o dovrebbe essere, il socialismo; l'importante è non fermarsi qui
e fare magari anche di quelle domande uno strumento di ricerca storica.