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Per una storia della classe operaia russa e sovietica

di Andrea Panaccione
 

Intervento pubblicato in Cassandra (N. 2, marzo 2002)

In una risoluzione del Comitato centrale del Pcus del 30 giugno 1956, i dirigenti dell'Urss post-staliniana, tutti ascesi alle più alte cariche del partito e dello Stato durante e grazie a quel regime che adesso condannavano, vollero dare una spiegazione del perché era stato impossibile per loro opporsi a Stalin: <<chiunque in questa situazione avesse preso posizione contro Stalin, non avrebbe trovato alcun appoggio nel popolo>> (riprendo la citazione da V. P. Naumov, N. S. Khrushchev i reabilitatsiia zhertv massovykh politicheskikh repressii [N. S. Khrushchev e la riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche di massa], "Voprosy istorii", 4, 1997, p.32). Il popolo che quei dirigenti avevano sottoposto a tutte le vessazioni possibili diventava ora responsabile del fatto che essi non avessero potuto svolgere un ruolo più eroico, o più umano, nella loro carriera politica.
Non voglio dire che le attuali deprecazioni sul "fallimento" della classe operaia (il discorso, per una necessaria economia del ragionamento, è limitato alla classe operaia dell'Urss, ma vale anche qui l'inciso di Enrico Melchionda nel suo articolo su L'Urss e il socialismo, "Cassandra", settembre 2001, sul fatto che queste considerazioni potrebbero riguardare non solo quella sovietica, ma la classe operaia in quanto tale) riproduca-no lo stesso meccanismo di scarico delle proprie colpe, anche perché per fortuna non c'è proporzione tra i crimini che la dirigenza sovietica post-staliniana condivideva con colui che era stato per tanti anni "il padrone" e un cambiamento di prospettiva analitica che potrebbe essere del tutto legittimo, a patto di essere spiegato e motivato. Rimane il fatto che, se non Melchionda direttamente, certamente alcuni degli autori ai quali egli fa più spesso riferimento rilevano oggi che in Urss, come altrove, gli operai "non ce l'hanno fatta" (cfr. per esempio il contributo particolarmente severo, e a volte anche un po' sfottente, di A. Accornero, Perché non ce l'hanno fatta? Riflettendo sugli operai come classe, in Classe operaia. Le identità: storia e prospettiva, a cura di P. Favilli e M. Tronti, Milano, FrancoAngeli, 2001, pp. 107-130), che non sono riusciti a porre le basi e nemmeno a indicare le linee di un sistema sociale più avanzato, che non si sono comportati da "classe generale", etc., dopo aver sostenuto o condiviso per decenni la validità di un "uso operaio" dello stalinismo e del sistema sovietico che consisteva soprattutto, per usare le formulazioni di un testo che è citato nella bibliografia di Melchionda (R. Di Leo, Operai e sistema sovietico, Bari, Laterza, 1970), nell'opporre il "punto di vista operaio" alla logica economica di funzionamento del sistema e nell'identificare "l'ipoteca della classe operaia sul partito e nel paese" con la mancata realizzazione degli obiettivi del piano, con "la pianificazione in grandezze fisiche", con il rifiuto dell'economia politica, in definitiva con la "estraneità operaia al socialismo realizzato nel proprio paese" (p.20). Questa estraneità agli obiettivi economici della costruzione del socialismo, della quale l'autrice sopra citata è stata comunque obbligata a sottolineare con sempre maggiore insistenza i costi, sarebbe stata compensata dal primato politico della classe operaia nella società e il segretario generale del partito sarebbe stato massimo garante "di stabilità politica e di equilibri sociali mai raggiunti da altri sistemi politici" (R. Di Leo, Il modello di Stalin, Milano, Feltrinelli, 1977, p.78) e della non subordinazione degli operai sovietici alle leggi oggettive dell'economia (cfr. le considerazioni sulle difese per la classe operaia che sarebbero state rappresentate dai "metodi amministrativi, imperativi, empirici, ideologici, di Stalin", in Operai e sistema sovietico, pp. 327-8). In realtà - a parte i riconoscimenti ideologici per i quali sia Di Leo che Melchionda si appoggiano scrupolosamente all'autorità indiscussa di Mikhail Suslov, responsabile dell'ideologia del Pcus per oltre due decenni - gli effetti del primato politico della classe operaia sovietica sono stati soprattutto indicati nella sua possibilità di sottrarsi agli imperativi della "triste scienza". Nell'Urss di Stalin, e anche dei suoi successori, si sarebbe quindi creata una situazione specularmente opposta a quella del mondo capitalistico occidentale, con una classe operaia forte e padrona dei propri tempi di lavoro e di vita nei luoghi di produzione e debole invece nella sfera sociale esterna alla produzione: "In Occidente, ad una evoluzione in senso democratico della relazione fra lo Stato e il cittadino, faceva eccezione la rigidità del sistema di lavoro in fabbrica. Nel sistema sovietico un controllo insistente e globale sulla vita quotidiana del cittadino contrastava con il comportamento elastico dello Stato nel luogo di lavoro" (R. Di Leo, Operai e fabbrica in Unione Sovietica, Bari, De Donato, 1973, p.13).
A questi "amici della classe operaia" russa del `900 sarebbe giusto chiedere almeno la stessa coerenza, nelle loro discutibili convinzioni, che avevano dimostrato gli "amici del popolo" russo del secolo precedente, o comunque di riconoscere apertamente il rovesciamento della prospettiva da cui si pongono e di non prendersela con la classe operaia per le stesse ragioni per cui avevano precedentemente esaltato la posizione politica da questa raggiunta nella società sovietica.
Melchionda non può essere considerato direttamente corresponsabile di quelle analisi, ma la loro eco è evidente, e del resto dichiarata, nel discorso che viene fatto nel suo articolo a proposito della "egemonia" di cui avrebbe goduto e che avrebbe esercitato la classe operaia in Urss, così come - con l'affermazione di un presunto soddisfacimento degli interessi corporativi degli operai attraverso "i tanti privilegi economici, assistenziali e lavorativi" - nella ripresa della strana idea di uno "scambio politico" che una classe operaia priva di qualsiasi possibilità di organizzarsi e di agire autonomamente nella sfera pubblica avrebbe concluso con il massimo rappresentante del potere, Stalin: <<In cambio del sostegno alle sue azioni, gli operai si videro offrire la cogestione del processo lavorativo in fabbrica, una elevata mobilità sociale, e la cooptazione nelle istituzioni del potere>> (R. Di Leo, Vecchi quadri e nuovi politici, Bologna, Il Mulino, 1992, p.33).
Sulle questioni della presunta "egemonia" della classe operaia in Urss, l'intervento di Lillo Testasecca (Urss - Parabola di una rivoluzione, "Cassandra", gennaio 2002) e l'ampia letteratura da lui citata mettono bene in evidenza la rottura prodotta nella composizione e nell'esperienza di questa classe operaia dalla fase drammatica della guerra civile e di una generale regressione economica e sociale del paese; la condizione di estrema frammentazione e debolezza organizzativa del proletariato di fabbrica nell'epoca dei piani quinquennali, corrispondente al definitivo affermarsi del potere di Stalin nel partito e alla totale cessazione di quel ruolo di rappresentanza economica degli interessi operai che i sindacati, pur con molte limitazioni, avevano ancora svolto durante gli anni '20 (è significativo, per esempio, che nei rapporti ai congressi sindacali degli anni '20 venissero regolarmente registrati gli scioperi e le altre forme di proteste operaie, le loro cause, ecc. (cfr. A. J. Andreev - L. I. Borodin - Ju. I. Kir'janov, Les conflits du travail en Russie soviétique pendant le "communisme de guerre" et la NEP, "Le Mouvement Social", Ndeg. 196, 2001, pp. 41-62); le antinomie, indicate in particolare da M. Lewin, prodotte da un processo di industrializzazione accelerata nel quadro di una "primitivizzazione" dell'insieme della società: "un'acculturazione deturpata da un fenomeno inverso di `decul-turazione'; un balzo in avanti dell'industria gravemente ostacolato dalla stagnazione dell'agricoltura; un massiccio processo di ascesa sociale accompagnato da un non meno massiccio processo di degradazione sociale; un'alfabetizzazione crescente in una situazione di generale perdita delle libertà individuali" (Storia sociale dello stalinismo, Torino, Einaudi, 1988, p.365). Questi elementi - insieme al peso di una catastrofe sociale come la collettivizzazione, dalla quale emergevano molti di coloro che affluivano dalle campagne per andare a formare la nuova forza lavoro industriale - dovrebbero far riflettere sulla stranezza di una egemonia che mai nella storia sarebbe stata esercitata fra tante sofferenze, umiliazioni, distruzioni delle più elementari difese sindacali, civili, umane. La fine degli anni '20 è segnata inoltre dall'introduzione del sistema del lavoro forzato, che, oltre a rappresentare una quota comunque significativa della forza lavoro sovietica dagli anni '30 agli anni '50, va inquadrato in un contesto generale di coazioni al lavoro per l'insieme della popolazione (colonie di lavoro, corvées, insediamenti speciali, ecc.: cfr. su ciò A. Graziosi, Stalin's Antiworker "Workerism", 1924 - 1931, "International Review of Social History, 2, 1995, pp. 223-258), che imprimono al lavoro forzato il carattere di "elemento organico" e di "componen-te normale" della struttura sociale sovietica, già rilevato subito dopo la seconda guerra mondiale nell'opera di D. Dallin e B. Nikolaevsky, Forced Labor in Soviet Russia, New Haven, 1947.
Le considerazioni sopra richiamate andrebbero collocate, inoltre, all'interno di una storia politica della classe operaia russa e poi sovietica, con le sue diverse esperienze di lotta prima e dopo il 1917, con la varietà delle tendenze in cui si è riconosciuta, con le sue divisioni, battute d'arresto, sconfitte, ma anche con un patrimonio di memorie e di coscienza di sé la cui eco è ancora percepibile nelle forme di resistenza e di protesta oggi documentabili anche per gli anni dello stalinismo. Le proteste operaie degli anni successivi all'Ottobre non sono delle esplosioni spontanee, ma appaiono, oltre che come manifestazioni dello scontro politico all'interno del movimento rivoluzionario russo, come il prodotto e la continuazione di una tradizione di lotte sviluppatasi già negli ultimi anni dell'impero zarista. Ancora alla fine degli anni '20 tra gli organizzatori delle lotte operaie troviamo personaggi con una ricca esperienza politica e sindacale risalente a prima del 1917, come il poeta operaio Kapiton Klepitov, già organizzatore di scioperi nel 1907 e nel 1914 (cfr. J. Rossmann, Weaver of Rebellion and Poet of Resistance: Kapiton Klepitov (1880 - 1933) and Shop - Floor Opposition to Bolshevik Rule, "Jahrbücher für Geschichte Osteuropas", 3, 1996, pp. 374-407). Lo stesso ruolo di parziale difesa degli interessi operai che i sindacati sovietici continuano a svolgere negli anni '20 si spiega con la consistente presenza, in queste organizzazioni, di numerosi quadri dal passato politico molto diverso, ma accomunati dalle esperienze di ripresa e sviluppo di istituzioni e lotte operaie negli anni precedenti la prima guerra mondiale. Negli anni '30 i fili che continuavano a legare alcuni quadri sindacali e di fabbrica alla complessa tradizione politica del movimento operaio russo sembrano ormai completamente spezzati, come viene riconosciuto amaramente dal capo dei menscevichi in esilio, Fedor Dan: <<Le masse operaie, che oggi sono formate già nella loro maggioranza dai contadini di ieri, devono fare di nuovo la loro scuola di classe, cominciare con lo stesso abc dal quale è iniziata la formazione del proletariato russo negli anni '90 del secolo scorso...>> (Zur sozial-ökonomischen Entwic-klung Sowietrusslands, "Die Gesellschaft", 1932, p.319). E tuttavia lo scarto, che è possibile documentare per le forme di protesta di questi anni, tra l'ideologia e il linguaggio ufficiali (con il tributo a quella che Melchionda chiama "centralità operaia") e la realtà delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, è in quanto tale indicativo del peso che continuano ad avere una tradizione e una memoria politica, per quanto disseccate ormai di ogni linfa vitale, nel dare forma anche alle opposizioni e rivendicazioni più elementari. Una analisi della classe operaia sovietica, anche negli anni dello stalinismo, non può isolare questa classe dalla storia di cui faceva parte, così come non può isolarla da tutto il suo contesto sociale, come se l'unica cosa che contasse fosse il rapporto tra gli operai e il potere politico concentrato in Stalin. La stessa legislazione del lavoro fortemente repressiva degli anni '30, ricordata da Testasecca, è rimasta largamente priva di effetti non per un presunto "scambio politico" tra gli operai e "il padrone", ma per la resistenza ad applicare le direttive, spesso semplicemente feroci, del centro da parte degli stessi manager industriali, preoccupati anche di evitare l'esasperazione dei conflitti o il ridimensionamento quantitativo della loro forza lavoro, e condizionati inoltre da quella che è stata definita la "economia morale" di un processo produttivo che si doveva sviluppare in contesti organizzativi difficili e spesso caotici (cfr. su ciò V. Andrle, A Social History of Twentieth-Century Russia, London, Edward Arnold, 1994, p.183). Infine, una storia sociale della classe operaia sovietica non può non affrontare la questione della sua stessa identità, messa continuamente in discussione da, e obbligata a confrontarsi con, "le concezioni ufficiali della classe operaia" (cfr. J.-P. Depretto, Les conceptions officielles de la classe ouvrière en Urss, "Le Mouvement Social", Ndeg. 190, 2000, pp. 97-116) e i meccanismi che nel sistema sovietico legavano l'attribuzione delle qualifiche di classe a una specifica posizione nello Stato, all'esercizio di determinati diritti o privilegi, ecc., finendo con il configurare la "classe operaia" come il bacino di reclutamento di quella che una importante studiosa americana ha chiamato una nuova "nobiltà di servizio" (S. Fitzpatrick, Ascribing class: the construction of social identity in Sovet Russia, nel volume curato dalla stessa autrice, Stalinism. New Directions, London and New York, Routledge, 2000, p.39): il che è naturalmente cosa del tutto diversa da una eventuale ascesa sociale degli operai in quanto classe.
L'approfondimento di una storia sociale e politica della classe operaia sovietica, della quale ho cercato solo di indicare alcuni nodi rilevanti, mi sembra necessario anche per superare le secche di una "transitologia" (scienza della transizione), che si è sviluppata soprattutto nella intellettualità marxista e che ha anche dei meriti, ma che, nel concentrare ossessivamente tutta la propria analisi sulla questione della continuità dei rapporti di produzione di tipo capitalistico e facendo sostanzialmente della forma della prestazione lavorativa l'unico oggetto del suo interesse, da una parte rischia di ridursi a una esegesi delle analisi fondamentali contenute nei testi marxiani e dall'altra di isolare la sfera della produzione da tutto il resto che compone la storia di una società. La storia della Russia del `900, che si apre con un grande e diversificato processo rivoluzionario, del quale gli operai sono solo una delle componenti, e che rimane strettamente intrecciata e condizionante per tutte le maggiori vicende del secolo a livello mondiale, meriterebbe di essere trattata almeno come qualsiasi altra storia che si rispetti e non ridotta a una verifica/esemplificazione di alcuni costrutti teorici che i loro stessi autori avevano lasciato volutamente nel vago. La povertà dei riferimenti alla storia reale appare inoltre particolarmente sconcertante in una fase come l'attuale, nella quale la "immane raccolta di fonti" che è emersa dalla fine stessa di quel sistema, consente approcci nuovi e particolarmente ricchi, anche per quanto riguarda la condizione e le lotte operaie.
Il fatto di aver dedicato buona parte di questo intervento ad alcuni rilievi critici sull'articolo di Enrico Melchion-da non toglie a mio parere che egli esprima anche dei punti di vista assolutamente condivisibili e che in alcuni casi mi sembrano importanti per andare avanti in una riflessione critica sull'esperienza dell'Urss. Tra questi vorrei sottolineare il rifiuto di ricondurre l'esito dell'esperienza dell'Urss principalmente a "cause esogene", che è un ottimo principio di metodo e particolarmente opportuno contro una certa tendenza, che riproduce a mio parere le peggiori paranoie dello stalinismo, ad attribuire prioritariamente la responsabilità del fallimento del socialismo reale alla perfidia dei suoi nemici. Tutto questo non esclude affatto, nello stesso articolo di Melchionda, il legame con le vicende del movimento operaio occidentale e, come ho già accennato, il grande posto dell'Urss nella storia del `900, un tema sul quale vorrei rimandare, anche per il complesso e ricorrente "gioco di specchi" tra Russia e Occidente, a un ottimo articolo di Moshe Lewin su "Le monde diplomatique" del novembre 1997: Pourquoi l'Union soviétique a fasciné le monde.
Proprio l'importanza della storia sociale e politica dell'Urss sia per noi, che per i popoli che hanno vissuto in quella particolare formazione sociale o che devono farsi carico della sua eredità, motiva i rilievi critici svolti in quest'intervento verso alcuni indirizzi di ricerca che finiscono col mettere in secondo piano i problemi di una storia così terribile e così affascinante. I riferimenti in particolare alle opere della Di Leo - ricche peraltro anche di spunti analitici molto interessanti, per esempio per quanto riguarda il rapporto tra i quadri politici e quelli dell'economia o la storia e la rapida impasse delle riforme dell'età brezhneviana - hanno soprattutto lo sco-po di evidenziare la continuità e la necessità di fare i conti con una linea di pensiero che, per quanto pesantemente ironica sulle vecchie "questioni ideologiche" della "degenerazione del socialismo di Marx e di Lenin", ha posto al centro della ricerca la questione operaia in Urss o, per usare la formulazione di Melchionda, "l'intimo rapporto esistito tra gli operai e l'esperimento sovietico". Per quan-to riguarda invece i cultori della transizione, credo che di per sé non ci sia nulla di male a partire dalle domande su che cosa è, o dovrebbe essere, il socialismo; l'importante è non fermarsi qui e fare magari anche di quelle domande uno strumento di ricerca storica.