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... ma l'URSS era una società socialista?

di Mario Ronchi
 

Intervento pubblicato in Cassandra (N. 2, marzo 2002)

Il tema di discussione Sull'URSS e sul socialismo: riapriamo il discorso che la "rivista virtuale di analisi e critica materialista" Intermarx e la nostra piccola rivista cartacea Cassandra hanno proposto con la lunga riflessione di E. Melchionda (cfr. Intermarx e Cassandra n. 0) è di notevole interesse. Farò alcune considerazioni prendendo spunto dal saggio di Melchionda e dall'intervento di L. Testasecca (cfr. Intermarx; Cassandra, n. 1). I lettori troveranno qui, oltre che su Intermarx, anche l'intervento di A. Panaccione, e, su Intermarx, gli interventi di C. Preve e di G. Delfino.

Scrive Melchionda (richiamandosi spesso ai lavori di Rita Di Leo) : <<(...) in Unione Sovietica gli operai sono stati classe centrale ed egemone a tutti gli effetti: tra loro avveniva il reclutamento dell'élite politica; in loro nome erano tenuti sotto controllo e repressi (...) gli altri strati sociali (...); per assecondare i loro interessi corporativi erano istituiti i tanti privilegi economici, assistenziali e lavorativi; per garantire la loro sopravvivenza e riproduzione come classe si dilatava a dismisura la base industriale (...)>>. Ma allora - egli si domanda (in polemica con le "interpretazioni di sinistra") - come mai la classe operaia si è "fatta espropriare del proprio destino" e ha "dimostrato un consenso sostanziale verso il presunto tradimento"? Perché - questa la risposta - "privilegiando le proprie esigenze corporative, ha dimostrato di non essere in alcun modo la `classe generale' profetizzata dal marxismo". (Detto qui per inciso: quali fossero realmente <<i tanti privilegi economici, assistenziali e lavorativi>> di cui gli operai, non la "nomenklatura" di "origine operaia"!, avrebbero goduto nell'URSS - per es.: di quale assistenza sanitaria potessero usufruire, di quale qualità fosse in genere l'istruzione che ricevevano, in quali abitazioni vivessero - è questione, quanto meno, controversa. Comunque ...).
Giustamente, a mio parere, Testasecca ha mosso un'obiezione metodologica importante: <<(...) Melchionda (...) non prende in considerazione il fatto che nella storia russa (poi sovietica) abbiamo in realtà due classi operaie ben distinte per origine, formazione, esperienza, psicologia sociale e comportamento pubblico (...) Ebbene, se vogliamo impostare il problema in modo rigoroso, dobbiamo partire dall'esistenza di queste due differenti realtà storiche e sociologiche e non di una sola, indistinta, "classe operaia">>. Ed ha sorretto questa obiezione sulla base di fonti attendibili (dò per scontata la lettura dei testi, che contengono entrambi anche utili riferimenti bibliografici). Condivido, dunque, una delle sue affermazioni conclusive: <<(...) che vuol dire essere "classe centrale e egemone" se poi quella stessa classe produce un surplus economico di cui viene brutalmente espropriata? (...) Qualcuno è disposto a credere che una classe sociale possa essere contemporaneamente egemone e sfruttata?>>. Tuttavìa, ha tralasciato <<qualsiasi riflessione sulla "classe operaia come classe generale">> preferendo limitarsi al tema della classe operaia russo-sovietica, pur riconoscendo alla fine (quasi di sfuggita) che <<(...) Indubbiamente la classe operaia russa e sovietica (così come quella italiana e europea) non è stata all'altezza delle aspettative e dei sogni di varie generazioni che hanno investito molto di sé nella politica>>.

La rivoluzione tradita (1936) è una delle opere più importanti di Trotsky (cfr., ad es., la traduzione, e l'ampia prefazione, di Livio Maitan, Schwarz Editore, Milano, 1956). Mi pare che Melchionda ne condivida implicitamente (aggiornandola) la tesi di fondo: l'URSS, negli anni Trenta, e nei decenni successivi fino alla sua implosione, fu uno "Stato operaio degenerato". Però, "Stato operaio" ("dege-nerato" o no) significa, anche, "Stato socialista"? Melchionda non si pronuncia esplicitamente. Il suo ragionamento, tuttavìa, sembra propendere per il sì, traendone conclusioni "scoraggian-ti": <<(...) non capisco come una classe possa essere giudicata matura per la rivoluzione e non per la ricerca, una volta insediata al potere, delle soluzioni più adatte allo sviluppo dell'esperienza, che non consiste necessariamente nell'avanzata verso il comunismo>>). Testasecca, invece, contesta la tesi secondo la quale in URSS gli operai sarebbero stati <<classe centrale ed egemone a tutti gli effetti>>, ma qui si ferma.
Ora, la proprietà statale (che non significa pubblica) dei mezzi di produzione può essere considerata non soltanto una tappa probabilmente necessaria (e tuttavìa non certo sufficiente) della transizione, ma il tratto distintivo, essenziale, di una società "operaia" (alias socialista)? Questo, mi sembra, sottintendono gli scritti di M. e T., pur con valutazioni e conclusioni diverse: di "resa", in buona sostanza, l'uno; di "resistenza" l'altro. Al di là della forma giuridica della proprietà (che peraltro in Russia è oggi ritornata in mani private, anche nelle sue forme più "classiche", e ciò non è avvenuto davvero per caso), é il modo di produzione a marcare la natura di una società.
"Modo di produzione" è un concetto che non indica esclusivamente i "rapporti di produzione", ma comprende <<le forme di società e relazioni e ideologie che formano una "civilisation">> (cfr. Rossana Rossanda, "La politica della teoria", la rivista del manifesto, n. 25 - febbraio 2002). Piaccia o no (ed ovviamente non piace) credo si debba dire che il modo di produzione sovietico ha riproposto, già dagli "anni Venti", il modo di produzione capitalistico (chi volesse capirne di più potrebbe incominciare leggendo, ad es., Charles Bettelheim, Le lotte di classe in URSS 1917/1923, Milano, Etas Libri, 1975). E che la ragione prima dell'implosione "indolore" dell'URSS va individuata qui: quel tipo, particolarissimo, di società capitalistica alla lunga non poteva reggere, ed infatti non ha retto, nel corso della competizione con il mondo capitalistico avanzato.
Va anche detto che gli "interessi corporativi" e, per riprendere ancora un'espressione di M., i "tanti privilegi" degli "operai" quanto meno dal secondo dopoguerra sono stati tutelati, meglio che nell'URSS, dai sindacati e dai partiti socialisti (socialdemocratici) e "comuni-sti" dell'Europa occidentale, dove non è mai stato tentato "l'assalto al cielo" (e, forse, perfino negli USA). Neanche in Occidente, però, la "classe operaia" si è proposta come "classe generale" (e non perché "non ce l'ha fatta"). Allora, non converrà tornare a riflettere sul fatto che la classe operaia, <<in se stessa considerata>>, non va oltre una coscienza tradunionistica, sindacale (come diceva il vecchio Lenin) ed è <<in grado di condurre solo una lotta meramente redistributiva, con la piena accettazione dei meccanismi riproduttivi dei rapporti cruciali inerenti al modo di produzione capitalistico>> ? Ho riportato qui, da un'e-mail di Gianfranco La Grassa (uno scritto in cui l'a. discute le Tesi congressuali della maggioranza di Rifondazione Comunista), un'osservazione che mi pare pertinente; se poi, come egli afferma, l'individuazione del soggetto rivoluzionario nella classe operaia non sia riferibile a Marx, ma sia una <<reinvenzione di Engels e Kautsky>>, poiché quel soggetto Marx lo aveva invece individuato nel <<lavoratore collettivo cooperativo, che comprendeva in sé tutte le figure del lavoro (intellettuale come manuale, direttivo come esecutivo) implicate dai ruoli che si vanno formando all'interno dei differenti processi lavorativi, a seguito di varie innovazioni tecnico-organizzative>>, è questione che non mi sento di affrontare. Comunque, non sarebbe utile ripensare un pò (o, quanto meno, precisare) anche il nostro vocabolario ("classe operaia"/ "movimento operaio", per es., che cosa indicano oggi, in concreto)?
Certo, la contraddizione di fondo resta quella capitale/lavoro. Chi sono, però, i possibili soggetti della rivoluzione socialista e comunista (oltre, naturalmente, quanto rimane degli "operai tradizionali")? Il "lavoro dipendente" (tutto?)? Il "proletariato" sfruttato (e schiavizzato) nei quattro/quinti del pianeta? E quale è (o dovrebbe) essere oggi il ruolo di un partito comunista (di un partito comunista non tra "virgolette")? A partire da queste domande sarebbe utile, credo, che il discorso andasse avanti.

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1 Si può obiettare che, per es., considerare un tratto essenziale del modo di produzione capitalistico il rapporto "dominanti/dominati" (nell'organizzazione del lavoro e, in genere, nella società) è sbagliato. Dominanti e dominati, in effetti, ci sono sempre stati. In ogni società. Ma, salvo (forse) che agli albori dell'umanità è esistita insieme, in ogni società, anche la proprietà privata. Bene: la proprietà "privata" feudale, per es., era uguale alla proprietà capitalistica? E oggi è uguale, per es., in Svezia o (dico volutamente a casaccio) in Uganda? E i "dominanti" e i "dominati" di oggi sono uguali, per es., ai "dominanti" e ai "dominati" dell'impero romano o della società feudale? Certo che no. Per questo l'obiezione non mi sembra decisiva: nell'URSS c'è stata (secondo me) una forma particolare e inedita di proprietà "privata". Un "ceto" (non chiamiamolo "classe", neppure classe sui generis, come la definisce Testasecca) aveva la disponibilità di tutte le risorse e della ricchezza prodotta nel paese, poteva decidere (da "padrone", fuori da ogni controllo, al sicuro da ogni minaccia) su cosa farne e su come distribuirla. Non poteva, però, trasmettere questa disponibilità direttamente. Si realizzava, così "il capitalismo spinto all'estremo" (Engels), un capitalismo senza capitalisti "privati"? Non so. Fatto sta che in Russia è poi avvenuto anche un ritorno alla proprietà privata "tradi-zionale" (intendendo, com'è ovvio, l'aggettivo "tradizionale" nel senso in cui lo si intende ai nostri giorni in Occidente).