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Il tema di discussione Sull'URSS e sul socialismo: riapriamo il discorso che la "rivista virtuale di analisi e critica materialista" Intermarx e la nostra piccola rivista cartacea Cassandra hanno proposto con la lunga riflessione di E. Melchionda (cfr. Intermarx e Cassandra n. 0) è di notevole interesse. Farò alcune considerazioni prendendo spunto dal saggio di Melchionda e dall'intervento di L. Testasecca (cfr. Intermarx; Cassandra, n. 1). I lettori troveranno qui, oltre che su Intermarx, anche l'intervento di A. Panaccione, e, su Intermarx, gli interventi di C. Preve e di G. Delfino.
Scrive Melchionda (richiamandosi spesso ai lavori di Rita Di Leo) : <<(...)
in Unione Sovietica gli operai sono stati classe centrale ed egemone a tutti
gli effetti: tra loro avveniva il reclutamento dell'élite politica;
in loro nome erano tenuti sotto controllo e repressi (...) gli altri strati
sociali (...); per assecondare i loro interessi corporativi erano istituiti
i tanti privilegi economici, assistenziali e lavorativi; per garantire la
loro sopravvivenza e riproduzione come classe si dilatava a dismisura la
base industriale (...)>>. Ma allora - egli si domanda (in polemica
con le "interpretazioni di sinistra") - come
mai la classe operaia si è "fatta espropriare del proprio
destino" e ha "dimostrato un consenso sostanziale verso
il presunto tradimento"? Perché - questa la risposta - "privilegiando
le proprie esigenze corporative, ha dimostrato di non essere in alcun modo
la `classe generale' profetizzata dal marxismo". (Detto qui per
inciso: quali fossero realmente <<i tanti privilegi
economici, assistenziali e lavorativi>>
di cui gli operai, non la "nomenklatura" di "origine
operaia"!, avrebbero goduto nell'URSS - per es.: di quale assistenza
sanitaria potessero usufruire, di quale qualità fosse in genere l'istruzione
che ricevevano, in quali abitazioni vivessero - è questione, quanto
meno, controversa. Comunque ...).
Giustamente, a mio parere, Testasecca ha mosso un'obiezione metodologica
importante: <<(...) Melchionda (...) non prende in considerazione
il fatto che nella storia russa (poi sovietica) abbiamo in realtà
due classi operaie ben distinte per origine, formazione, esperienza, psicologia
sociale e comportamento pubblico (...) Ebbene, se vogliamo impostare il
problema in modo rigoroso, dobbiamo partire dall'esistenza di queste due
differenti realtà storiche e sociologiche e non di una sola, indistinta,
"classe operaia">>. Ed ha sorretto questa obiezione
sulla base di fonti attendibili (dò per scontata la lettura dei testi,
che contengono entrambi anche utili riferimenti bibliografici). Condivido,
dunque, una delle sue affermazioni conclusive: <<(...) che vuol
dire essere "classe centrale e egemone" se poi quella stessa classe
produce un surplus economico di cui viene brutalmente espropriata? (...)
Qualcuno è disposto a credere che una classe sociale possa essere
contemporaneamente egemone e sfruttata?>>. Tuttavìa, ha
tralasciato <<qualsiasi riflessione sulla "classe operaia
come classe generale">> preferendo limitarsi al tema della
classe operaia russo-sovietica, pur riconoscendo alla fine (quasi di sfuggita)
che <<(...) Indubbiamente la classe operaia russa e sovietica (così
come quella italiana e europea) non è stata all'altezza delle aspettative
e dei sogni di varie generazioni che hanno investito molto di sé
nella politica>>.
La rivoluzione tradita (1936) è una delle opere
più importanti di Trotsky (cfr., ad es., la traduzione, e l'ampia
prefazione, di Livio Maitan, Schwarz Editore, Milano, 1956). Mi pare che
Melchionda ne condivida implicitamente (aggiornandola) la tesi di fondo:
l'URSS, negli anni Trenta, e nei decenni successivi fino alla sua implosione,
fu uno "Stato operaio degenerato". Però, "Stato
operaio" ("dege-nerato" o no) significa, anche, "Stato
socialista"? Melchionda non si pronuncia esplicitamente. Il suo
ragionamento, tuttavìa, sembra propendere per il sì, traendone
conclusioni "scoraggian-ti": <<(...) non capisco
come una classe possa essere giudicata
matura per la rivoluzione e non per
la ricerca, una volta insediata al potere, delle soluzioni più
adatte allo sviluppo dell'esperienza, che non consiste necessariamente nell'avanzata
verso il comunismo>>). Testasecca, invece, contesta la tesi secondo
la quale in URSS gli operai sarebbero stati <<classe centrale
ed egemone a tutti gli effetti>>,
ma qui si ferma.
Ora, la proprietà statale (che non significa pubblica)
dei mezzi di produzione può essere considerata non soltanto una tappa
probabilmente necessaria (e tuttavìa non certo sufficiente) della
transizione, ma il tratto distintivo, essenziale, di una società
"operaia" (alias socialista)? Questo, mi sembra, sottintendono
gli scritti di M. e T., pur con valutazioni e conclusioni diverse: di "resa",
in buona sostanza, l'uno; di "resistenza" l'altro. Al di là
della forma giuridica della proprietà (che peraltro in Russia
è oggi ritornata in mani private, anche nelle sue forme più
"classiche", e ciò non è avvenuto davvero per caso),
é il modo di produzione a marcare la natura di una società.
"Modo di produzione" è un concetto che non indica
esclusivamente i "rapporti di produzione", ma comprende
<<le forme di società e relazioni e ideologie che formano
una "civilisation">> (cfr. Rossana Rossanda, "La
politica della teoria", la rivista del manifesto, n. 25 - febbraio
2002). Piaccia o no (ed ovviamente non piace) credo si debba dire che il
modo di produzione sovietico ha riproposto, già dagli "anni
Venti", il modo di produzione capitalistico (chi volesse capirne di
più potrebbe incominciare leggendo, ad es., Charles Bettelheim, Le
lotte di classe in URSS 1917/1923, Milano, Etas Libri, 1975). E che
la ragione prima dell'implosione "indolore" dell'URSS va individuata
qui: quel tipo, particolarissimo, di società capitalistica alla lunga
non poteva reggere, ed infatti non ha retto, nel corso della competizione
con il mondo capitalistico avanzato.
Va anche detto che gli "interessi corporativi" e, per riprendere
ancora un'espressione di M., i "tanti privilegi" degli
"operai" quanto meno dal secondo dopoguerra sono stati tutelati,
meglio che nell'URSS, dai sindacati e dai partiti socialisti (socialdemocratici)
e "comuni-sti" dell'Europa occidentale, dove non è mai
stato tentato "l'assalto al cielo" (e, forse, perfino negli USA).
Neanche in Occidente, però, la "classe operaia" si è
proposta come "classe generale" (e non perché "non
ce l'ha fatta"). Allora, non converrà tornare a riflettere
sul fatto che la classe operaia, <<in se stessa
considerata>>, non va oltre una coscienza tradunionistica, sindacale
(come diceva il vecchio Lenin) ed è <<in grado
di condurre solo una lotta meramente
redistributiva, con la piena accettazione
dei meccanismi riproduttivi dei rapporti
cruciali inerenti al modo di produzione
capitalistico>> ? Ho riportato qui, da un'e-mail di Gianfranco
La Grassa (uno scritto in cui l'a. discute le Tesi congressuali della maggioranza
di Rifondazione Comunista), un'osservazione che mi pare pertinente; se poi,
come egli afferma, l'individuazione del soggetto rivoluzionario nella classe
operaia non sia riferibile a Marx, ma sia una <<reinvenzione di
Engels e Kautsky>>, poiché quel soggetto Marx lo aveva
invece individuato nel <<lavoratore collettivo cooperativo, che
comprendeva in sé tutte le figure del lavoro (intellettuale come
manuale, direttivo come esecutivo) implicate dai ruoli che si vanno formando
all'interno dei differenti processi lavorativi, a seguito di varie innovazioni
tecnico-organizzative>>, è questione che non mi
sento di affrontare. Comunque, non sarebbe utile ripensare un pò
(o, quanto meno, precisare) anche il nostro vocabolario ("classe operaia"/
"movimento operaio", per es., che cosa indicano oggi, in concreto)?
Certo, la contraddizione di fondo resta quella capitale/lavoro.
Chi sono, però, i possibili soggetti della rivoluzione socialista
e comunista (oltre, naturalmente, quanto rimane degli "operai tradizionali")?
Il "lavoro dipendente" (tutto?)? Il "proletariato" sfruttato
(e schiavizzato) nei quattro/quinti del pianeta? E quale è (o dovrebbe)
essere oggi il ruolo di un partito comunista (di un partito comunista non
tra "virgolette")? A partire da queste domande sarebbe utile,
credo, che il discorso andasse avanti.
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1 Si può obiettare che, per es., considerare un tratto essenziale del modo di produzione capitalistico il rapporto "dominanti/dominati" (nell'organizzazione del lavoro e, in genere, nella società) è sbagliato. Dominanti e dominati, in effetti, ci sono sempre stati. In ogni società. Ma, salvo (forse) che agli albori dell'umanità è esistita insieme, in ogni società, anche la proprietà privata. Bene: la proprietà "privata" feudale, per es., era uguale alla proprietà capitalistica? E oggi è uguale, per es., in Svezia o (dico volutamente a casaccio) in Uganda? E i "dominanti" e i "dominati" di oggi sono uguali, per es., ai "dominanti" e ai "dominati" dell'impero romano o della società feudale? Certo che no. Per questo l'obiezione non mi sembra decisiva: nell'URSS c'è stata (secondo me) una forma particolare e inedita di proprietà "privata". Un "ceto" (non chiamiamolo "classe", neppure classe sui generis, come la definisce Testasecca) aveva la disponibilità di tutte le risorse e della ricchezza prodotta nel paese, poteva decidere (da "padrone", fuori da ogni controllo, al sicuro da ogni minaccia) su cosa farne e su come distribuirla. Non poteva, però, trasmettere questa disponibilità direttamente. Si realizzava, così "il capitalismo spinto all'estremo" (Engels), un capitalismo senza capitalisti "privati"? Non so. Fatto sta che in Russia è poi avvenuto anche un ritorno alla proprietà privata "tradi-zionale" (intendendo, com'è ovvio, l'aggettivo "tradizionale" nel senso in cui lo si intende ai nostri giorni in Occidente).