temi

 

Il bandolo della matassa.
Forza lavoro, composizione di classe e capitale sociale: note sul metodo dell'inchiesta

di Damiano Palano
 

1. Radici smarrite?

Oggi, dinanzi alla rivoluzione digitale, ha ancora senso riferirsi alla nozione di `composizione di classe'? Dopo il declino dell'operaio massa e della fabbrica fordista, esiste ancora un soggetto conflittuale potenzialmente `centrale'? E, se esiste, quali sono i suoi contorni, quali i settori in cui la sua azione di manifesta, quali i luoghi della sua ricomposizione? Queste domande rappresentano i nodi decisivi attorno ai quali la teoria radicale italiana si è arrovellata negli ultimi trent'anni. In qualche modo, si tratta però anche di questioni analoghe a quelle che si posero tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta i gruppi minoritari che iniziarono a rileggere Marx in modo creativo e non dogmatico e che diedero vita a riviste ormai classiche come Quaderni rossi e Classe operaia. L'idea di fondo dei giovani operaisti era infatti che la crisi interna al movimento operaio non fosse dovuta semplicemente o soltanto ad errori teorici o a `tradimenti' compiuti dalla dirigenza dei partiti di sinistra, ma piuttosto a trasformazioni intervenute nell'assetto dei processi produttivi e nella composizione della forza lavoro. Da questa ipotesi generale derivava allora la centralità del metodo dell'inchiesta, che avrebbe dovuto rivelare non solo la realtà della "nuova condizione operaia", ma soprattutto la realtà di nuovi soggetti conflittuali in grado di sostenere e trainare la ripresa delle rivendicazioni dei lavoratori.
Per quanto siano state condotte ricostruzioni rilevanti e spesso acute delle vicende legate a questo composito ed articolato filone di pensiero, mancano ancora riflessioni complessive sulle innovazioni, sugli strumenti e sui contributi che il cosiddetto `operaismo italiano' continua ad offrire ancora oggi all'analisi della realtà[1]. In questo breve intervento non intendo ovviamente supplire a queste lacune, ma mi propongo, molto più modestamente, di compiere una rilettura critica della nozione operaista di `composizione di classe'[2]. Lo scopo principale della mia operazione non sta nel tentativo di stabilire quale sia la definizione `corretta' di questa categoria analitica, né di sviluppare una filologia maldestra finalizzata ad introdurre una nuova ortodossia: il vero intento è invece di mostrare come la lezione operaista offra strumenti decisivi per analizzare i conflitti anche nell'era della cosiddetta "sussunzione reale". Le basi teoriche delle ricerche e delle intuizioni prodotte da `intellettuali-militanti' del tutto eccezionali come Romano Alquati, Sergio Bologna, Antonio Negri, Raniero Panzieri e Mario Tronti sono infatti tutt'altro che `relitti' del passato o residui ideologici di una stagione politica remota: il punto, però, è che quanti nel corso degli ultimi due decenni hanno raccolto il testimone dell'operaismo degli anni Sessanta e Settanta, nel tentativo spasmodico di rintracciare "il bandolo di tutte le matasse" [3], hanno sovente finito col cadere in una sorta di trappola deterministica che ha privato la categoria analitica di `composizione di classe' delle sue armi più affilate.
Non senza motivo l'operaismo italiano viene anche definito "scuola della composizione di classe" (con riferimento soprattutto ai suoi sviluppi storiografici) e, con un termine un più fantasioso, "composizionismo"[4]: a dispetto però della centralità teorica che viene riconosciuta alla nozione di composizione di classe, l'attenzione con cui si è tentato di ricostruirne la genesi, le implicazioni ed i possibili sviluppi non è stata adeguata alle esigenze. Queste lacune teoriche hanno condotto col trascorrere degli anni al graduale sfumarsi delle radici materialistiche che stavano alla base di questa ipotesi e i richiami ad essa sono pertanto divenuti puramente convenzionali e privi di sostanziale continuità metodologica con l'impostazione originaria. Privata delle sue basi materialistiche - radicate nell'idea della composizione di classe come struttura soggettiva dei bisogni, dei comportamenti e delle pratiche conflittuali - anche l'idea dell'inchiesta ha finito col perdere il significato che aveva avuto nel contesto del primo operaismo, rischiando così di essere appiattita al livello delle semplici indagini sociologiche sulla realtà del lavoro nel postfordismo[5.]
La distorsione di cui è stata oggetto nell'ultimo decennio la nozione di `composizione di classe' e le `tentazioni deterministe' che hanno preso corpo su queste radici smarrite mi sembrano allora motivi sufficienti per guardare indietro e tentare di compiere un breve bilancio. In questo articolo mi propongo perciò sostanzialmente tre obiettivi: in primo luogo, una ricostruzione della nozione di composizione di classe elaborata dagli operaisti degli anni Sessanta, in secondo, la critica dei residui di determinismo che si annidavano in quella nozione (ed in quella, connessa, di "operaio massa"), e, infine, l'esposizione di alcune idee che - riprendendo alcune ipotesi già enunciate alla fine degli anni Settanta - dovrebbero consentire di uscire dal `fabbrichismo' esplicito o implicito in molte interpretazioni del mutamento sociale.

2. Composizione di classe, inchiesta operaia e conricerca

Negli ultimi due decenni si è affermata una vera e propria `immagine trinitaria' dell'operaismo italiano. Complice il silenzio che dall'inizio degli anni Ottanta ha preso a gravare su ogni teoria sinceramente radicale, la ricca vicenda inaugurata dai Quaderni rossi nel '61 è stata costretta entro i confini di un grottesco trittico con al centro il `padre' Panzieri e, ai due lati, Negri e Tronti, a ciascuno dei quali, a seconda delle preferenze e delle posizioni politiche, era attribuito il ruolo del figlio fedele o quello più scomodo del luciferino sovvertitore delle ipotesi originarie. Per quanto suggestiva, l'immagine del trittico è però del tutto fuorviante; e non tanto perché a Panzieri non debba essere riconosciuto quel ruolo di "Socrate socialista" (per usare le parole dello stesso Negri[6]) che lo vide animatore di un'esperienza innovativa come quella dei Qr, o perché Tronti e Negri non siano stati tra i più importanti teorici che il marxismo italiano abbia mai prodotto, ma semplicemente perché in questo modo si finisce col dimenticare il peso che molti altri ebbero nel favorire e sviluppare alcune delle ipotesi più interessanti del filone. Questa rappresentazione semplificata risulta particolarmente discutibile proprio nel caso della ricostruzione della nozione di composizione di classe, la cui elaborazione va invece ascritta in gran parte a Romano Alquati.
La teoria della composizione di classe, benché sia legata a doppio filo con la vicenda operaista, almeno agli inizi non coincide completamente con quest'ultima, e soprattutto sulla questione dell'inchiesta, sui modi di concepirla e di attuarla, ci fu tutt'altro che un'omogeneità di vedute. Nonostante le rievocazioni `mitiche' che spesso vengono svolte dell'operaismo degli anni Sessanta, gli esordi non furono affatto contrassegnati dalla compattezza teorica e né dalla comunanza degli intenti. Fin dalla formazione del primo gruppo dei Qr emerse infatti una frattura piuttosto netta sul modo di condurre l'inchiesta operaia e sui fini che essa avrebbe dovuto proporsi: da un lato stava la componente, allora maggioritaria, dei "sociologi" (capeggiata da Vittorio Rieser), che intendeva l'inchiesta come uno strumento conoscitivo della mutata realtà operaia finalizzato a fornire lo stimolo per un rinnovamento teorico e politico delle istituzioni del movimento operaio ufficiale; dall'altro, stavano invece Alquati e pochi altri (Soave e Gasparotto), che sulla scorta di esperienze di fabbrica americane e francesi consideravano invece l'inchiesta come il presupposto di un intervento politico mirante ad organizzare la conflittualità operaia. Si trattava di una divergenza notevole dal punto di vista degli obiettivi concreti, ma ancora maggiore era la distanza che separava le due componenti sul piano del metodo: mentre infatti i primi `aggiornavano' la teoria marxista con temi e metodi elaborati dalla sociologia industriale nord-americana, Alquati proponeva nello studio della fabbrica una sorta di `inversione strategica', paragonabile per importanza a quella proposta qualche anno più tardi da Tronti per la teoria del valore. Proprio in questa intuizione di Alquati, incominciava a prendere forma l'idea della composizione di classe.
Il primo numero dei Qr, uscito nella primavera del '61, era dedicato interamente alle Lotte operaie nello sviluppo capitalistico e, nonostante la nascita dell'operaismo italiano venga spesso fatta risalire alla pubblicazione di quel fascicolo, solo i saggi di Panzieri e di Alquati anticipavano temi e metodi che più tardi avrebbero effettivamente costituito la base teorica del filone. L'obiettivo centrale del saggio di Panzieri sull'uso capitalistico delle macchine, in cui rileggeva la Quarta Sezione del Primo Libro del Capitale, era l'attacco alla tradizione marxista ortodossa che, confidando nella neutralità delle forze produttive, era giunta a scindere la questione dei rapporti di forza `politici' tra le classi dalla forma con cui le forze produttive venivano `plasmate' nel corso dello sviluppo capitalistico[7]. Puntando perciò sull'intuizione in base alla quale il dispotismo del piano di fabbrica (connesso inestricabilmente alla forma capitalistica della cooperazione produttiva) si trasferiva direttamente all'assetto del sistema automatico di macchine, Panzieri compiva il primo passo per comprendere il rapporto sociale di fabbrica come rapporto di forza e come risultato dello scontro quotidiano: su questa base la teoria del valore poteva iniziare ad essere letta non più come il portato di variabili `esterne' al rapporto di produzione, ma come esito variabile dello scontro tra capitale e forza lavoro[8].
Panzieri in realtà, pur segnando un notevole passo in avanti rispetto alla tradizione del marxismo italiano di matrice storicista, non sviluppò compiutamente le proprie intuizioni e soprattutto non giunse ad una vera e propria enunciazione della teoria della `composizione di classe'[9] e nella sua riflessione mancò sempre l'idea che i comportamenti conflittuali potessero conquistare una autonomia rispetto alla cooperazione capitalistica. L'azione e l'antagonismo operai furono dunque concepiti da Panzieri soltanto come fenomeni di `resistenza' al comando capitalistico, come risposte all'azione di dominio, e il suo discorso rimase privo di quell'idea di `autonomia operaia' che Alquati e in seguito Tronti e Negri utilizzarono come chiave privilegiata per la rilettura soggettivista di Marx[10].
Il merito principale nel superare questa ambiguità di Panzieri, stretto tra intuizioni proficue e soggezione alla teoria ortodossa (ed al movimento operaio ufficiale), fu invece proprio di Alquati, un allievo cremonese di Danilo Montaldi che si era trasferito nel 1960 a Torino e che impresse con le proprie ipotesi un marchio indelebile alla vicenda operaista. Spesso si sono rintracciate le matrici teoriche dei ]Quaderni in Pollock, in Adorno e nella scuola di Francoforte e, sull'onda di questa forzata genealogia, è stato talvolta ascritto ai giovani operaisti un esasperato `feticismo tecnocratico'. Se questa critica conserva una parziale validità per quanto concerne Panzieri, essa è invece del tutto fuorviante nel caso di Alquati: la sua formazione avvenne infatti in gran parte sui testi della sinistra trotzkista francese e statunitense e su quegli autori - come Daniel Mothé, Paul Romano e Martin Glabermann - le cui tematiche `operaiste' Montaldi aveva faticosamente tentato di introdurre nel dibattito italiano nel corso degli anni Cinquanta[11]. Si trattava di autori che avevano già maturato fin dagli anni Trenta l'esperienza della classe operaia `dequalificata' e radicale prodotta dal taylorismo, e Alquati, grazie a tali mediazioni, risultava immune, almeno parzialmente, dai pregiudizi ideologici della tradizione ortodossa e pronto a cogliere le conseguenze del mutato assetto produttivo e sociale. La "Relazione sulle Forze nuove", apparsa sul primo numero dei Qr, rappresentava la prima individuazione di quello che più tardi sarebbe stato definito come "operaio massa": per la prima volta in Italia la dequalificazione del lavoro prodotta dall'automazione, invece di essere avversata in quanto dissolutrice delle competenze operaie, veniva colta nei suoi risvolti conflittuali, come il terreno di lotta in cui maturavano su nuove condizioni di organizzazione `tecnica' della forza lavoro inedite pratiche di scontro e rivendicazione, spesso lontane dal clamore delle grandi manifestazioni politiche del Movimento Operaio ma ciononostante molto più radicali rispetto all'assetto del comando capitalistico[12]. L'intuizione metodologica più importante del discorso di Alquati, al di là del potenziale conflittuale che egli individuava nelle forze nuove, era la focalizzazione sul piano, per così dire, micro-conflittuale, sul livello della quotidianità dell'attività di lavoro.
A dispetto di una certa iconografia, la scelta della Fiat come punto strategico di analisi e di organizzazione non era dettata dalla forza della classe operaia torinese. Al contrario, per tutta la seconda metà degli anni Cinquanta gli stabilimenti della Fiat avevano rappresentato la conferma più incisiva delle tesi che sostenevano che il neocapitalismo e le concessioni della `società opulenta' avessero definitivamente integrato la classe operaia nella sistema economico. In realtà, dietro la pace sociale stavano sia la sconfitta subita dal sindacato all'inizio del decennio sia la feroce repressione che aveva condotto o all'espulsione delle vecchie avanguardie politicizzate o al loro `confino' in reparti marginali e dalle atroci condizioni di lavoro. La ristrutturazione tecnologica aveva rappresentato ovviamente il fulcro della controffensiva vallettiana e la progressiva automazione degli impianti era stata accompagnata da una serie di nuove assunzioni condotte con una accurata selezione. Alquati rivolgeva l'attenzione proprio a queste "forze nuove", prive di qualsiasi passato di militanza ed attratte dal miraggio del "paradiso-Fiat": si trattava in gran parte di `privilegiati' nel contesto della classe operaia torinese e italiana, perché il livello salariale era relativamente più elevato e le forme di tutela anche all'esterno della fabbrica piuttosto significative. Mentre le teorie tecnocratiche vedevano in quella nuova classe operaia semplicemente la testimonianza di uno strato sociale ormai `integrato' ed `imborghesito' o la realtà di une atroce `alienazione', Alquati ripercorreva il sentiero che conduceva gran parte di quei giovani a rovesciare nel breve arco di qualche anno (o persino di qualche mese) il loro originario entusiasmo e a rifiutare non solo la realtà del lavoro quotidiano ma anche il "mito Fiat" nella sua globalità.
Se la relazione sulla Fiat segnò senza dubbio una cesura importante, la ricerca su "Composizione organica di capitale e forza-lavoro all'Olivetti" che apparve sui numeri 2 e 3 dei Qr può essere considerata come il vero punto di partenza della teoria della composizione di classe[13]. Anche in questo caso Alquati considerava uno stabilimento presentato dalla retorica tecnocratica come modello di razionalizzazione del lavoro e `paradiso' delle relazioni industriali. Più che la gestione paternalistica e `comunitaria' di Adriano Olivetti, era stato in realtà l'isolamento geografico e politico della fabbrica a favorire la relativa docilità della classe operaia. Anche qui però, tra il '60 ed il `61, una serie di lotte spontanee aveva mostrato come sotto la coltre di un'apparente passività si celasse un potenziale conflittuale notevolmente radicale: Alquati tentava di penetrare questa realtà, di ricostruire il conflitto quotidiano e spesso invisibile che contrapponeva il singolo all'organizzazione produttiva. E, soprattutto, mostrava come le lotte che esplodevano improvvisamente contrapponendo operai e direzione non nascessero dal nulla ed avessero invece alle spalle una rete di comunicazione materiale che i lavoratori costruivano per fronteggiare quotidianamente la ferra organizzazione aziendale e per `rifiutare' il lavoro. Al tempo stesso però, come le eruzioni di rivolta improvvise e violente avevano radici solide affondate in una vera e propria `cooperazione antagonista', così esse non lasciavano dietro di sé il vuoto: ogni lotta comune, più o meno diffusa o radicale, `depositava' infatti una sorta di "residuo politico", che si consolidava nella struttura soggettiva della classe operaia e costituiva il presupposto delle lotte successive. Contemporaneamente, però, il capitale registrava quel mutamento prodottosi nella `composizione' della classe operaia e riplasmava la propria organizzazione tenendo conto delle nuove forze che doveva controllare. Sviluppando compiutamente le intuizioni panzieriane, Alquati vedeva così nella continua rivoluzione tecnologica e nella creazione di livelli gerarchici puramente `politici' non solo la logica del dominio del capitale ma soprattutto la lotta continua e spesso silenziosa condotta dagli operai contro l'organizzazione del lavoro. Secondo le sue parole,

Il capitale è sempre lavoro sociale accumulato, la macchina è sempre lavoro sociale incorporato. Ovvio. Ogni <<nuova>> macchina, ogni innovazione esprime il livello generale e la qualità dei rapporti di forza fra le classi in quel momento. Quando diciamo che al montaggio c'è molto più e molto meno della funzione di montare, ci richiamiamo al modo specifico in cui le funzioni sono state il prodotto storico delle lotte rivoluzionarie determinate dall'intrinseco carattere di sfruttamento di classe che guida la divisione capitalistica del lavoro[14].

Tutta la piramide aziendale, la moltiplicazione delle funzioni (presentate come portato inevitabile delle necessarie `competenze tecniche') e la costante trasformazione dei processi produttivi erano l'esito del tentativo del capitale di rispondere allo "scontro quotidiano di classe nei rapporti di lavoro"[15]. La "scienza operaia" doveva perciò "rifiutare e distruggere la piramide aziendale che la sociologia industriale [...] presenta[va]"[16], nel senso che doveva da un lato rifiutare l'oggettività dei livelli gerarchici e delle funzioni e dall'altro scoprire i movimenti spontanei della classe operaia (il livello materiale della sua composizione) per comprendere la logica `politica' dell'organizzazione produttiva. In quest'ottica ovviamente l'inchiesta e l'analisi di classe acquistavano un significato assolutamente originale. Per i "sociologi" esse equivalevano all'analisi della composizione sociale; per Alquati dovevano invece dare corpo ad indagini sulle forme conflittuali immediate attuate ed organizzate dagli operai a livello della produzione, sulle forme di comunicazione attraverso le quali quelle pratiche si diffondevano, e sull'individuazione degli obiettivi di lotta. Si trattava cioè di cogliere, nel processo della sua costituzione, il processo di "ricomposizione di classe".
In quei primi saggi pubblicati da Alquati sui Qr gli elementi fondamentali della teoria della composizione di classe - e cioè l'idea del conflitto sotterraneo e silenzioso condotto quotidianamente contro l'organizzazione del lavoro, la concezione della gerarchia aziendale come risposta alle lotte operaie e, soprattutto, l'intuizione che ogni ciclo di lotta lasciasse dei residui politici cristallizzati nella struttura soggettiva della forza lavoro - erano già tutti presenti. Queste ipotesi non erano però ancora formalizzate all'interno di un quadro teorico organico e molte delle implicazioni dovevano essere tratte. Il fatto stesso che Alquati non utilizzasse l'espressione "composizione di classe" era d'altronde la spia dell'influenza che continuava ad esercitare la tradizione teorica `idealistica' della sinistra comunista degli anni Venti e Trenta: infatti, all'idea della `composizione di classe' (in cui erano cristallizzati comportamenti, bisogni e tradizioni di lotta) Alquati preferiva ancora l'immagine della "ricomposizione", intesa come il momento culminante del processo attraverso cui il proletariato, uscendo dalla condizione di atomizzazione e di reificazione cui era costretta dal capitale, conquistava la propria unità politica ed una strategia di lotta generale[17].
Nonostante tale residuo `idealistico', era chiaro però che già in questa fase Alquati poneva come presupposto decisivo di tutta la propria riflessione l'idea che la forza lavoro fosse potenzialmente autonoma dal capitale. Questo implicava almeno due conseguenze. In primo luogo i conflitti di classe, manifesti o silenziosi che fossero, non erano semplicemente un fattore di `resistenza' che il singolo capitalista doveva fronteggiare nel corso della trasformazione tecnologica ma rappresentavano proprio il fattore propulsivo della continua modificazione tecnica e politica della piramide aziendale. In secondo luogo i tempi e i caratteri del processo di ricomposizione di classe, benché influenzati, ostacolati o favoriti da un determinato assetto organizzativo della cooperazione produttiva non potevano però in alcun modo essere considerati come il portato necessario di fattori `tecnici': si trattava cioè di un processo di comunicazione e di cooperazione sostanzialmente `autonomo' rispetto alla logica della cooperazione del capitale. Interpretarlo come prodotto `necessario', determinato dalla struttura tecnica del processo lavorativo, avrebbe significato travisare il significato principale della dinamica di consolidamento dei bisogni e delle pratiche conflittuali [18].
La formulazione organica della nozione di composizione di classe prese corpo solo qualche anno più tardi, sulle pagine di Classe operaia. Con il secondo anno di pubblicazione, infatti, il mensile, che fino ad allora aveva seguito le lotte più che altro secondo un'articolazione locale, si dava una nuova organizzazione per grandi tematiche e, accanto alla sezione dedicata all'ideologia, compariva anche la sezione "Composizione di classe", curata direttamente da Alquati. Da questo momento in avanti l'espressione entrò nel vocabolario operaista consolidandosi via via in modo più netto. Il breve articolo con cui Alquati illustrava il discorso che la rubrica intendeva portare avanti rimane ancora oggi una lezione metodologica di cui tenere conto. Il piano analitico era organizzato su due livelli: il primo consisteva nell'indagine sulla struttura della forza lavoro italiana nel quadro del capitale mondiale, il secondo intendeva invece considerare e descrivere la classe operaia italiana "come tale", cioè la sua composizione consolidata materialmente nelle lotte. Come scriveva Alquati, "oggi partendo dalle lotte operaie è possibile anche studiare la struttura della classe operaia, il suo tessuto, nella relativa autonomia dalla struttura oggettiva dei movimenti del capitale contro il quale lotta, e quindi anche dall'articolazione oggettiva della forza-lavoro"[19]. Ciò significava dunque che accanto e prima del ciclo del capitale doveva essere ricostruito un ciclo delle lotte operaie, da considerare sia sul piano della circolazione internazionale delle lotte, sia sul piano dell'"articolazione interna dei movimenti di lotta della classe operaia italiana":

Si potranno studiare in una prima approssimazione i movimenti della classe operaia come compatta massa sociale. Si tratterà innanzitutto di cominciare a sottrarre al mondo dei miti ciò che si nasconde dietro l'ambigua parola spontaneità. Si parla di compatta massa sociale non solo per indicare l'aspetto materiale quantitativo degli operai che scendono in sciopero aperto o vanno in piazza tutti insieme. Portare alla luce i processi di generalizzazione delle lotte operaie equivale a rilevare come si stabilisce la continuità molto complessa fra i vari meccanismi ed i vari livelli di socializzazione e di massificazione di tutti i movimenti e le azioni di lotta degli operai[20].

La formulazione della nozione di composizione di classe si fondeva ovviamente con l'opzione teorica del `punto di vista operaio' e con la "rivoluzione copernicana" di Tronti. In questo senso, l'idea che i comportamenti di lotta e le pratiche di rifiuto del lavoro si potessero consolidare nella struttura soggettiva della forza lavoro era il presupposto per affermare che la classe, anche nei periodi di crisi e di apparente passività, conservava una propria rigidità: la conquista della rigidità della classe era un risultato storico che non veniva meno nei periodi di riflusso ma produceva invece effetti irreversibili. Accanto e prima della composizione del capitale, e accanto e prima della storia del suo continuo sviluppo, si doveva perciò assumere come metodo materialistico di ricerca, l'ipotesi di una storia della composizione di classe:

l'idea di una storia interna della classe operaia, che ricostruisca i momenti della sua formazione, i cambiamenti nella sua composizione, la crescita della sua organizzazione, secondo varie le varie successive determinazioni che la forza-lavoro assume in quanto forza produttiva del capitale, secondo le diverse, ricorrenti e sempre nuove esperienze di lotta che la massa operaia sceglie in quanto unica antagonista della società capitalistica[21].

Secondo la sintesi di Tronti la storia interna della classe operaia, la storia della sua "composizione in classe" imponeva dunque due compiti paralleli ma parzialmente distinti: da un lato la storia delle "varie successive determinazioni che la forza-lavoro assume in quanto forza produttiva del capitale", e dall'altro la ricostruzione delle "diverse, ricorrenti e sempre nuove esperienze di lotta che la massa operaia sceglie". Si trattava di una distinzione analitica che nel quadro teorico del giovane Tronti di ]Operai e capitale aveva però un senso preciso: l'espressione "forza-lavoro" stava cioè ad indicare l'esigenza capitalistica di rappresentare gli operai come semplice e passivo `fattore di produzione'; "classe operaia", all'opposto, indicava la conquista di una forza politica collettiva da parte della massa operaia ottenuta proprio al rifiuto di erogazione di lavoro, cioè al rifiuto di essere passivo fattore di produzione. Quella stessa distinzione tra forza lavoro e classe operaia costituiva anche il presupposto per la distinzione metologica tra composizione tecnica e composizione politica, i cui esiti si sarebbero rivelati piuttosto ambigui.

3. Il peso dell'operaio massa

Benché Alquati nei propri saggi degli anni Sessanta avesse già individuato i tratti principali dell'"operaio massa", questa espressione venne coniata solo in un secondo tempo ed è infatti assente nelle pagine dei Quaderni rossi e in quelle di Classe operaia: di essa non si fa cenno né nelle analisi di Alquati, né nelle ricerche teoriche di Tronti e Panzieri, anche se il riferimento al processo di `dequalificazione' ed `astrazione' del lavoro aveva un ruolo centrale. Il successo della formula è invece legato alle lotte del '69 e alla diffusione che ne fecero i gruppi extraparlamentari che nell'estate di quell'anno accorsero da tutta Italia ai cancelli della Fiat[22]. La prima formulazione esplicita e completa di questa ipotesi storiografica e politica venne quando l'esperienza dei gruppi minoritari degli anni Sessanta si era già sostanzialmente conclusa e furono infatti Sergio Bologna e Antonio Negri - in un seminario tenuto a Padova nel dicembre del 1967 e dedicato a chiarire il rapporto tra composizione di classe e trasformazione della struttura statale tra il '17 ed il New Deal - ad offrire un primo quadro storico e teorico della figura dell'operaio massa[23].
Nel suo saggio su "Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare", Bologna sviluppava una serie di intuizioni che erano già state alla base del lavoro degli anni precedenti, ma le inquadrava però in un nuovo contesto: in particolare, l'attenzione tendeva a spostarsi dalla dimensione della fabbrica a quella delle relazioni sociali e, soprattutto, al ruolo dello Stato nel processo di pianificazione e di regolazione del ciclo. La stessa espressione "operaio massa" - peraltro assente nel testo di Bologna - tradiva d'altronde fin troppo esplicitamente questa nuova sensibilità e, dietro quella nozione, si intravedeva proprio il tentativo di cogliere i nessi tra organizzazione del lavoro e organizzazione sociale che si venivano a stabilire nel processo di costruzione del mercato di beni di consumo di massa e nella stessa edificazione della `società di massa' cui gli Stati Uniti avevano assistito già prima della Seconda Guerra Mondiale. L'operaio massa, in sostanza, non era soltanto l'operaio che si trovava inserito in un processo di lavoro massificato, ma anche l'operaio occupato in un processo produttivo di beni standardizzati e di massa, beni di cui egli stesso - secondo la famosa formula di Henry Ford - era destinato ad essere il primo acquirente.
L'elemento chiave (e che più avrebbe pesato sulla successiva riflessione operaista) su cui si fondavano sia il lavoro di Bologna sia gli altri saggi poi raccolti in ]Operai e Stato era però costituito dalla ipotesi storiografica secondo cui ogni specifica struttura tecnica della forza lavoro producesse `necessariamente' determinate forme di azione conflittuale e ben precise impostazioni ideologiche ed organizzative: molto in sintesi, ad ogni determinata `composizione tecnica' della forza lavoro doveva corrispondere una altrettanto determinata `composizione politica' della classe operaia. Questa ipotesi conduceva allora a rappresentare lo sviluppo capitalistico come un processo scandito da tappe definite, ognuna con al centro una figura determinata della classe operaia. In particolare, Bologna nel suo saggio cercava di esplicitare questa ipotesi con riferimento al ciclo di lotte dei primi decenni del Novecento e soprattutto tentava di mettere in luce il nesso tra il ruolo di avanguardia assunto in quei movimenti dalle "aristocrazie operaie" e l'ideologia consiliarista che emerse da quei conflitti. La struttura dell'industria tedesca nel periodo precedente alla Prima Guerra Mondiale era ancora piuttosto arretrata, le industrie trainanti dell'economia nazionale - e dunque l'industria meccanica (generica, fine e di precisione) e le industrie elettromeccanica ed ottica - non avevano subito significativi processi di razionalizzazione e la specializzazione dei compiti era ancora piuttosto scarsa. Ciò comportava che un ruolo importante nell'industria tedesca fosse ancora giocato da quella figura di operaio fortemente qualificato e specializzato che altrove, soprattutto negli Usa, era stato già soppiantato dalla ristrutturazione taylorista: secondo Bologna era proprio quell'operaio altamente qualificato ad aver costituito la spina dorsale del movimento consiliare e, non a caso, proprio nelle regioni in cui era concentrata questa specifica forza lavoro, la diffusione del conflitto fu più massiccia. Più importante ancora, nel discorso di Bologna, era però l'accento che egli poneva sul legame tra struttura tecnica ed ideologia consiliare: come scriveva nitidamente infatti,

La posizione dell'operaio dell'industria meccanica altamente specializzato, di elevate capacità professionali, che lavorava di precisione sul metallo, conosceva a perfezione i propri utensili, manuali o meccanici, che collaborava col tecnico e con l'ingegnere alla modificazione del processo lavorativo, era la posizione materialmente più suscettibile ad accogliere un progetto organizzativo-politico come quello dei consigli operai, cioè di autogestione della produzione. [...] La concezione gestionale del controllo coglieva proprio l'operaio come produttore autonomo e la forza-lavoro di fabbrica come entità autosufficiente[24].

A dispetto della propria ideologia `autogestionaria', concentrata sul terreno della fabbrica e diffidente invece delle questioni più direttamente `politiche', il movimento consiliare aveva avuto però un carattere sostanzialmente `rivoluzionario', perché, puntando sulla rigidità del sistema economico tedesco, aveva ostacolato la ristrutturazione del capitale in Germania. Il punto però era che il movimento consiliare era l'espressione di una figura della forza lavoro ormai al tramonto [25] e perciò l'intero dibattito sull'organizzazione rivoluzionaria che, da Rosa Luxemburg fino a Lenin, si era sviluppato in Europa nei primi decenni del secolo era nato vecchio: esso era cresciuto cioè sulla realtà arretrata dell'operaio professionale e perciò tutte le proposte che nel contesto di quel dibattito furono avanzate risultavano spiazzate dalla nuova realtà dell'operaio comune non qualificato che sorgeva dalla ristrutturazione capitalistica. Obiettivo implicito di tutta la ricostruzione di Bologna erano i tentativi di riproporre nell'Italia degli anni Sessanta il modello organizzativo leninista come guida per l'azione politica: quel modello secondo Bologna non era da scartare perché scarsamente `democratico' ma perché inadatto alla composizione di classe dell'operaio massa. Se infatti tanto il leninismo quanto le ideologie consiliari avevano avuto come riferimento l'operaio professionale[26], per la nuova struttura della forza lavoro occorrevano formule differenti, come quella proposta dagli Iww e da Daniel De Leon negli Stati Uniti degli anni Venti.
Più del risvolto `organizzativo' del discorso di Bologna sarebbe stato però lo schema di ricostruzione dell'evoluzione del movimento operaio ad avere un effetto duraturo sulla successiva riflessione operaista. Dalle pagine di Bologna prendeva corpo infatti quella "storia interna della classe operaia" che Tronti aveva auspicato in Operai e capitale, ma l'immagine che emergeva era quella di una successione storica di figure egemoni, ciascuna delle quali risultava `centrale' in una determinata fase: ad ogni tappa di questa storia corrispondeva una manovra di ristrutturazione del capitale e dunque una nuova composizione tecnica della forza lavoro, e ogni struttura tecnica della forza lavoro finiva col determinare una nuova composizione politica della classe operaia, e cioè nuove modalità di lotta, nuove ideologie e nuove formule organizzative.
Lo stesso Negri pochi anni dopo, nel dizionario di Scienze politiche che curò per l'Enciclopedia Feltrinelli-Fischer, avrebbe contribuito a formalizzare in termini ancora più netti la scansione delle diverse figure di classe operaia: dal giugno `48 fino alla Comune di Parigi era stata protagonista la prima figura, sorta dall'urbanizzazione e dal passaggio alla grande industria; dopo il 1871 e la violenta repressione capitalistica avrebbe invece preso corpo l'operaio professionale, su cui i primi partiti socialdemocratici avrebbero fondato il loro successo. Successivamente, dopo il '17 e la stagione consiliare, la ristrutturazione fordista avrebbe fatto nascere una nuova figura massificata della forza lavoro che avrebbe raggiunto il culmine del proprio sviluppo politico negli anni Sessanta. Lo schema di interpretazione storiografica era nitido, ma ancor più definito era il metodo d'analisi della composizione di classe che emergeva da quella ricostruzione: la definizione della realtà storica del movimento diventava possibile solo all'interno della "composizione tecnica della forza-lavoro", solo cioè alla luce "dell'analisi delle interrelazioni dialettiche fra determinazione capitalistica della forza-lavoro complessiva ed insorgenza della classe operaia, fra composizione tecnica (tutta dentro il capitale) e composizione politica (tutta fuori dal capitale) di classe operaia"[27].
Alcune delle tesi di Bologna sul movimento consiliare tedesco vennero riprese - in modo in parte più schematico e con una differente accentuazione polemica - da Massimo Cacciari in un saggio del 1972 [28] e la diffusione in Germania di queste due ricerche provocò una vivace polemica tra i teorici della nuova sinistra[29]. La risposta forse più organica e netta venne probabilmente da Karl Heinz Roth ed Elizabeth Behrens e dal loro celebre studio sull'"altro movimento operaio": contestando soprattutto la tesi di Cacciari - secondo cui il Partito socialdemocratico tedesco avrebbe saputo comprendere già all'inizio degli anni Venti la centralità che la figura dell'operaio massificato stava conquistando nell'industria tedesca - i due teorici mettevano in luce attraverso una puntuale e vivace ricostruzione delle varie ondate di scioperi come l'operaio massa `multinazionale' fosse stato il protagonista di lotte assolutamente radicali e anche l'oggetto privilegiato di feroci repressioni, condotte tanto dai sindacati socialdemocratici quanto dalle squadre nazionalsocialiste. Al di là delle precisazione e delle correzioni di tiro suggerite da Roth, anche il suo lavoro non faceva però che confermare l'impostazione generale fornita dall'operaismo: in sostanza, la distinzione netta tra composizione tecnica e composizione politica, tra struttura della forza lavoro e composizione di classe, rimaneva un pilastro dell'indagine ed il criterio con cui studiare l'avvicendarsi delle figure storiche `egemoni' e `centrali' nella storia della lotta di classe.
Il limite di questa impostazione non stava ovviamente nei risultati immediati che essa consentiva di raggiungere: infatti, l'individuazione dell'operaio massa come soggetto conflittuale radicale, effettivamente centrale nell'architettura sociale produttiva fordista, aveva trovato una conferma straordinaria nel ciclo di lotte culminato nell'autunno caldo. Il punto però era che, sulla base di quella specifica figura, venne elaborata una ipotesi generale di interpretazione storiografica che avrebbe finito per costringere la ricerca successiva in una gabbia claustrofobica e tendenzialmente determinista. L'assunzione del caso dell'operaio massa come paradigma da cui ricavare le `leggi di movimento della classe operaia' e la stessa distinzione metodologica tra `composizione tecnica' e `composizione politica' portavano in eredità al dibattito successivo le forzature `fabbrichiste' da cui quei criteri storiografici avevano in gran parte preso origine. In questo modo, le ipotesi sulla nuova figura `centrale' che avrebbe dovuto raccogliere le bandiere lasciate cadere dall'operaio massa finirono per essere filtrate proprio da quella prospettiva fabbrichista ed indirizzate verso schemi esplicativi semplicistici e distorti.
Dalla fine degli anni Sessanta e dalle prime sintesi di Bologna e Negri, il criterio metodologico che raccomandava di considerare la storia del conflitto di classe alla luce delle "interrelazioni dialettiche" fra composizione tecnica e composizione politica si era affermato come pilastro della ricerca operaista. Lapo Berti, ad esempio, proprio compiendo una sintesi critica del dibattito condotto a metà degli anni Settanta sul nuovo "operaio disseminato", rilevava come l'analisi della composizione di classe avesse "sempre individuato, come momento privilegiato, quello del rapporto di interazione fra ]struttura concreta del processo produttivo e comportamenti (antagonistici) della forza-lavoro"[30]. Ovviamente, l'esemplificazione più lineare di questa ipotesi era proprio fornita dal ciclo dell'operaio massa:

L'insorgere della figura politica dell'operaio massa è concepito come il portato (necessario) della trasformazione del processo produttivo che si realizza con l'introduzione delle catene di montaggio e con la semplificazione del lavoro nelle grandi produzioni di massa. Questa nuova struttura del capitale fisso plasma a sua volta una nuova composizione della forza-lavoro e, soprattutto, impone un nuovo rapporto con il lavoro. Cambia la qualità del lavoro che deve essere erogato, cambia la forma in cui deve essere applicato al sistema delle macchine, cambia, in definitiva, il rapporto tra lavoro vivo e lavoro morto, cambiano le forme in cui la forza-lavoro deve ogettivarsi. Di qui scaturiscono una serie di comportamenti operai nuovi che esprimono la reazione a questa nuova stabilizzazione capitalistica del processo di valorizzazione e che poi [...] diventano la manifestazione politica di un nuovo soggetto politico che per questa via si costituisce[31].

Lo schema alla base di questa ipotesi interpretativa era fin troppo chiaro nella sua estrema linearità: come riassumeva lo stesso Berti, "ad una determinata composizione tecnica della forza-lavoro, [...] corrisponde necessariamente un sistema di comportamenti sociali [...] che può essere considerato tipico"[32]. Ad una determinata configurazione della struttura tecnica della forza lavoro, `deve' corrispondere una specifica modalità di espressione `politica' della soggettività operaia. In questo schema era implicita una notevole serie di rischi, e ciascuno di essi finì per indirizzare la ricerca verso direzioni opposte rispetto a quelle da cui l'intuizione dei primi anni Sessanta aveva preso le mosse.
Innanzitutto, la distinzione netta tra composizione tecnica e composizione politica suggeriva un'idea diversa da quella implicita nella divaricazione individuata da Tronti tra "forza-lavoro" e "classe operaia". Nella formulazione di Tronti era infatti certamente implicito un residuo `idealistico' che faceva rappresentare il passaggio da forza lavoro a classe operaia come un processo in qualche modo dialettico: il cammino mediante il quale i lavoratori, negando la loro funzione di semplici fattori di produzione (forza lavoro), si affermavano come `classe operaia', cioè come soggetto politico antagonista al capitale, poteva essere interpretato anche come la progressiva conquista di una unità e una coscienza - benché in realtà nel discorso di Tronti l'accento fosse posto nettamente sui caratteri materiali (e per niente `ideali' o `ideologici') della "composizione in classe". Ben più pesante era invece la conclusione suggerita dalla distinzione tra composizione tecnica e composizione politica. L'espressione costituiva chiaramente un esplicito calco dell'idea marxiana della composizione organica di capitale: come quest'ultima risultava dal nesso tra composizione tecnica e composizione di valore[33], così anche la composizione di classe risultava dal nesso storicamente esistente tra la composizione `tecnica' della forza lavoro e la sua composizione `politica'. L'intuizione chiave stava perciò nell'inversione strategica che conduceva a considerare la composizione di classe come il dato storicamente consolidato con cui il capitale doveva confrontarsi in un determinato momento storico ed in una determinata zona geografica. Il riferimento `ambiguo' alla politica poteva però suggerire implicazioni assolutamente più drastiche sul terreno dell'analisi. Un primo esito fu in effetti quello di intendere il rapporto tra l'una e l'altra faccia della composizione di classe come i due poli di un effettivo processo di trasformazione dialettica, in uno schema secondo cui la struttura tecnica della forza lavoro avrebbe prima o poi linearmente `determinato' l'esplosione `politica' di quelle condizioni strutturali: in questo caso si trattava ovviamente di una nuova filosofia della storia che da un lato rinverdiva su basi strutturaliste e deterministe la vecchia rappresentazione ortodossa del passaggio dalla classe in sé alla classe per sé, mentre dall'altro abbandonava completamente l'impostazione materialistica con cui Alquati aveva fondato l'idea della composizione di classe nei comportamenti, nei bisogni e nelle pratiche di conflitto delle soggettività concrete.
Il secondo risultato cui conduceva l'ambiguo riferimento alla `politica' era invece, se possibile, ancora più distante dalle intenzioni con cui la distinzione era stata formulata. Negri infatti, nella voce del proprio dizionario, aveva inteso attribuire all'espressione "composizione politica" un significato sostanzialmente materialistico: la composizione politica doveva cioè andare ad identificare tutti quei comportamenti, quelle tradizioni di lotta, quelle pratiche concrete di rifiuto del lavoro che, in una determinata fase storica ed in uno specifico contesto economico e sociale, definivano la composizione della classe, cioè la sua rigidità storica di "variabile indipendente" nel processo di accumulazione capitalistica e così il livello del lavoro socialmente necessario. Negri usava dunque il termine `politica' nella sua accezione meno forte, riferendosi con quell'aggettivo semplicemente ai rapporti di potere che si determinavano all'interno della fabbrica: nella composizione `politica' dovevano essere comprese in qualche modo anche le forme di organizzazione comunemente definite come `politiche', ma solo nella misura in cui esse avessero un ruolo reale al livello della composizione soggettiva della classe operaia. In ogni caso, comunque, tali organizzazioni non offrivano, solo in virtù del loro carattere propriamente `politico', vantaggi particolari al potenziale antagonista della forza lavoro[34].
Questa non era però l'unica interpretazione possibile e in effetti alcuni ricercatori incominciarono ad attribuire un significato ben più connotato all'espressione `composizione politica'. Il gruppo raccolto intorno a Tronti iniziò dalle pagine di Contropiano un profondo lavoro di revisione sulla teoria della composizione di classe: un lavoro in cui si distinse soprattutto Massimo Cacciari e che mirava a mostrare come nella stessa dimensione della lotta di fabbrica si dovesse rintracciare il primo gradino di una lunga serie di mediazioni `politiche' culminante nello Stato. In questo senso, la composizione politica non coincideva più con la realtà dei comportamenti operai e la `politicità' non discendeva dal fatto di incidere materialmente sulle relazioni di potere in fabbrica: il riferimento alla `politica' avveniva infatti sotto l'egida del significato tradizionale, `borghese', di questo termine. La `politica' era cioè, in senso propriamente `weberiano', l'area in cui partiti nazionali dotati di strutture organizzative formali e diffuse sul territorio competevano per giungere alla gestione del potere statale o per influire su di esso: la composizione `politica' non era più dunque il prodotto della sedimentazione di comportamenti e tradizioni di lotta, ma soltanto il prodotto della mediazione che il movimento operaio ufficiale era in grado di esercitare sulla base della realtà della forza lavoro, sulla base della composizione tecnica[35]. Come notava Giovanni Bossi, il percorso di Cacciari e di Contropiano giungeva a considerare il momento politico "come sovrastruttura nei confronti della articolazione della mobilità e della qualità della forza lavoro e, di conseguenza, la sua adeguatezza [era] determinata dalla corrispondenza al grado di sviluppo della combinazione sociale della forza lavoro"[36]. Si giungeva per questa via ad una sorta di "istituzionalismo" diverso nelle basi teoriche da quello della tradizione riformista della socialdemocrazia ma sostanzialmente analogo ad esso quanto a risultati: la nozione di composizione di classe veniva in qualche modo "pacificata, sussunta nello sviluppo capitalistico, vista come motore lineare di questo sviluppo"[37], nel senso che la composizione `tecnica' veniva da un lato a coincidere con la base dello sviluppo capitalistico in un determinato momento, mentre dall'altro la `composizione politica' indicava l'azione di mediazione che le organizzazioni del movimento operaio, a partire dalla quella base materiale, dovevano esercitare.
L'approdo di Contropiano in questo senso conduceva alla sostanziale liquidazione della categoria di composizione di classe: se la distinzione metodologica tra composizione tecnica e composizione politica, tra struttura della forza lavoro e composizione di classe, poteva indurre l'impressione di un passaggio lineare, strutturale e `deterministico', la soluzione proposta da Cacciari consisteva nell'elevare quella distinzione metodologica ad una vera separazione storica. Così, l'affermazione di Cacciari secondo cui il rapporto tra struttura della forza lavoro, composizione e organizzazione non poteva essere inteso in senso deterministico - affermazione in realtà coerente con l'originaria impostazione operaista - era semplicemente funzionale all'affermazione secondo cui la composizione `politica' e l'organizzazione erano dimensioni relativamente `autonome' dalla struttura tecnica della forza lavoro. La composizione `politica' veniva perciò ad essere il primo anello della mediazione partitica, il primo gradino in cui si sperimentava l'autonomia del politico[38].
La conclusione di Cacciari operava ovviamente una `forzatura', ma si trattava in ogni caso di un approdo implicito nella distinzione tra struttura della forza lavoro e composizione politica: una volta trasformata questa coppia da strumento analitico nella descrizione di fasi storiche concrete, gli esiti possibili erano due, e l'unica via di fuga dal rischio di determinismo era rappresentata dal ricorso al volontarismo politico. In sostanza, se da un lato si interpretava la composizione tecnica come il `presupposto' che doveva determinare linearmente forme e soggetti del conflitto, dall'altro si poteva invece giungere alla completa separazione dei due momenti e all'affermazione della loro reciproca autonomia. Questa opzione teorica conduceva però da un lato alla riduzione della forza lavoro a puro fattore economico e, dall'altro, all'attribuzione di una sostanziale identità tra il partito (e perciò le ideologie e l'organizzazione del movimento operaio) e la composizione `politica'[39]: in breve, l'autonomia del politico - intesa nella sua accezione più tradizionale e weberiana - finiva col privare del tutto la pregnanza teorica della nozione.
Al di là delle implicazioni che Cacciari traeva dalla propria riflessione, era chiaro però che la dissoluzione del concetto di composizione di classe che egli operava aveva delle basi nella distinzione tra dimensione `tecnica' e dimensione `politica'. In sostanza, benché il recupero della dimensione `statuale' non potesse in alcun modo risolvere i nodi della questione, la critica di Cacciari era parzialmente fondata: l'idea che la strutturazione tecnica della forza lavoro e la sua articolazione del processo lavorativo potessero `determinare' linearmente le forme della lotta ed i contorni del soggetto conflittuale aveva avuto una conferma straordinaria nel caso dell'operaio massa. Quella stessa straordinaria conferma rischiava però di bloccare la ricerca su quelle ipotesi di partenza: in questo modo, una generalizzazione eccessivamente disinvolta dello schema composizione tecnica-composizione politica trasformava l'analisi di classe nell'attesa apocalittica dell'avvento di un nuovo soggetto centrale, in grado di raccogliere il testimone abbandonato dall'operaio massa.

4. Composizione di classe e capitale sociale

Il determinismo non era però l'unico inconveniente che l'operaio massa lasciava in eredità alla ricerca operaista. L'idea di intendere la struttura tecnica del processo lavorativo come il presupposto che determinava i contorni del soggetto operaio spingeva la ricerca verso la semplice registrazione delle trasformazioni tecnologiche; un rischio addirittura maggiore proveniva però dalla stessa prospettiva `fabbichista' che aveva condotto alla genesi della categoria "operaio massa". Da questo punto di vista Bologna e Negri, gli `inventori' di quella formula, furono tra i primi a rendersi conto dei suoi limiti. Il punto cruciale era che, riducendo la fenomenologia dei comportamenti e dei bisogni operai alla semplice dinamica interna alla fabbrica e alle relazioni di lavoro, la società veniva completamente trascurata: ciò significava che il lavoro di riproduzione, il mercato del lavoro, la gerarchizzazione sociale, il sistema di assistenza, e cioè, in una parola, tutte quelle dimensioni che costituivano il `presupposto' della genesi della lotta di fabbrica, venivano considerate come dimensioni non conflittuali (e perciò non rilevanti) della vita sociale[40].
All'origine di quella impostazione stava la rigida dicotomia tra fabbrica e società su cui, a partire dai Quaderni rossi, l'operaismo italiano aveva sviluppato le proprie ipotesi principali. La formulazione più esplicita e dagli effetti più duraturi di quella dicotomia era stata fornita da Tronti sul secondo numero della rivista, nel suo giustamente celebre saggio intitolato proprio La fabbrica e la società: secondo Tronti la distinzione tra quei due ambiti dell'organizzazione capitalistica aveva il significato di una vera ed irriducibile contrapposizione tra due modelli distinti di sintesi sociale. Da un lato stava la relazione sociale produttiva - che si realizzava quando gli operai, entrati in fabbrica, venivano organizzati dal capitale all'interno di una ferrea cooperazione -, dall'altro la relazione sociale `borghese' fondata sullo scambio mercantile. Da un lato perciò la fabbrica come produzione, dall'altro la circolazione, lo scambio e il consumo. L'idea cardine di Tronti consisteva nell'individuare proprio nella cooperazione produttiva del capitale il cavallo di Troia che consentiva agli operai di conquistare una forza collettiva e rivoluzionaria: se nell'area del mercato i lavoratori erano ancora dispersi, frammentati, privi di una forza politica organizzata, proprio l'entrata in fabbrica e l'organizzazione sotto la cooperazione del capitale consegnavano loro la possibilità storica di diventare un soggetto collettivo dotato di forza rivendicativa. Solo lo sviluppo della cooperazione capitalistica all'interno della fabbrica, poteva trasformare perciò la classe operaia nella "leva materiale di dissoluzione del sistema piantata nel punto decisivo del suo sistema"[41]. Secondo Tronti lo sviluppo capitalistico avrebbe determinato una estensione sempre più massiccia della fabbrica verso la società ed il circolo fra produzione, distribuzione, scambio e consumo avrebbe così finito con lo stringersi sempre più fortemente. Anche nel punto più elevato di questo processo, anche cioè quando la fabbrica avrebbe finito per inglobare completamente la società, la contraddizione irriducibile tra quelle due sfere (tra quei due opposti criteri della sintesi sociale) non avrebbe avuto soluzione e, come sintetizzava la formula trontiana, il punto più elevato della lotta di classe sarebbe consistito proprio nello "scontro frontale tra la fabbrica come classe operaia e la società come capitale"[42].
Lo schema teorico trontiano avrebbe avuto conseguenze su molti aspetti della ricerca operaista[43], ma uno dei principali esiti cui diede origine fu quello di chiudere la fenomenologia dell'operaio massa all'interno delle mura della fabbrica. Dietro questa ipotesi teorica e politica stava quella stessa immagine di Torino, della città della Fiat, su cui Gramsci aveva edificato la propria idea del fordismo: Torino però era (e sarebbe rimasta) l'unica città fabbrica d'Italia, cioè l'unica realtà in cui tutta l'organizzazione sociale era il semplice prolungamento delle linee di Mirafiori. Così mentre negli anni Sessanta gli operaisti italiani interpretavano la città fabbrica torinese come la più fedele anticipazione della fabbrichizzazione totale della società, "le lotte dei ghetti americani", come scrisse Bologna, "venivano a scardinare gran parte della sociologia del materialismo storico e soprattutto le nozioni di povero, sottoproletario, donna - rispetto a quelle dell'operaio della grande fabbrica che, qualcuno, in vena di battute spiritose, aveva definito operaio-massa"[44]. L'ottica fabbrichista non rappresentava però un ostacolo solo per la comprensione dei contorni che assumeva negli anni Settanta il nascente `post-fordismo': il quadro teorico fondato sulla irriducibile contrapposizione tra fabbrica e società distorceva la stessa immagine dell'assetto fordista, nel senso che, considerando la società come ambito costituzionalmente privo di conflitto, travisava completamente la logica su cui si fondava lo Stato sociale keynesiano. Perciò, come notò Negri all'inizio degli anni Ottanta, la categoria dell'operaio massa era nata ad un tempo ricca, in quanto approssimazione dei livelli della soggettività operaia, e povera, perché incapace di cogliere le dimensioni conflittuali nella sfera riproduttiva:

Quando noi introducemmo il concetto di operaio massa e, implicitamente, la critica della categoria forza-lavoro a vantaggio del dinamismo della classe operaia [...] il capitale [...] era già riuscito a spostare molto più avanti la propria pratica del rapporto di forza e la sua teoria del dominio. [...] la coscienza capitalistica già rispondeva in termini sociali complessivi [...].
Il concetto di operaio massa, a fronte di questi sviluppi della coscienza capitalistica delle articolazioni del comando, non solo era nati in ritardo - ma, soprattutto, si dimostrava ora incapace di svilupparsi in una teoria adeguata alle dimensioni nuove del comando. I vecchi operaisti sostenevano bensì che andava superato il concetto <<empirico>> di fabbrica, che l'operaio massa doveva distendere la sua azione sull'intero arco della fabbrica sociale; ma la genesi e i contenuti fabbrichisti del concetto impedivano che l'auspicio teorico divenisse realtà pratica[45].

I limiti della genesi fabbrichista del concetto di operaio massa furono in parte superati da ricerche storiografiche che, studiando il caso statunitense, ebbero il merito di svelare il nesso tra lavoro salariato e lavoro non salariato nella sfera della riproduzione. Soprattutto Gisela Bock, una ricercatrice tedesca in parte debitrice di Roth ma fortemente influenzata dai lavori teorici di Tronti e Negri, mise in luce nel suo testo sull'"altro" movimento operaio negli Usa [46] come le lotte di fabbrica avessero spesso avuto alle spalle una rete di relazioni sociali che andava ben oltre lo specifico luogo di produzione. In questo modo la stessa nozione di composizione di classe veniva "privata della sua restrizione a una determinazione di classe relativa alla situazione salariale e del posto di lavoro"[47] e si apriva la strada per un ripensamento complessivo sulla figura dell'operaio massa. Se però la ridefinizione del concetto di composizione di classe condusse anche ad una rilettura delle ipotesi tradizionali sull'imperialismo, delle dinamiche dell'emigrazione, della stratificazione del mercato del lavoro e del meccanismo delle crisi economiche[48], molte distorsioni non cessarono di esercitare una influenza deleteria sul piano della ricerca e le conferme più evidenti vennero proprio dal dibattito che prese corpo a metà degli anni Settanta a proposito della "nuova composizione di classe".
A fornire l'ipotesi teoricamente più organica sul `nuovo soggetto' fu senza dubbio lo stesso Negri. Infatti, benché l'idea di un "operaio sociale" fosse stata abbozzata da Alquati in una ricerca sulla proletarizzazione del lavoro intellettuale, solo nelle pagine del teorico padovano il passaggio dall'operaio massa alla nuova composizione di classe veniva presentato compiutamente[49]. Il discorso di Negri era complesso e si muoveva su diversi piani: il punto di partenza era però costituito dalla realtà della crisi capitalistica, determinata dall'ondata conflittuale delle grandi fabbriche, e dal realizzarsi della tendenza storica alla caduta del saggio di profitto; di fronte a questa situazione il capitale tentava la consueta via della ristrutturazione produttiva, ristrutturazione che, uscendo dalla cittadella della fabbrica, doveva investire il territorio, socializzando il processo produttivo. Il punto decisivo nell'argomentazione di Negri era però che questa ristrutturazione, pur portando avanti il processo di astrazione e socializzazione del lavoro, non riusciva a produrre un ristabilimento dei margini di profittabilità degli investimenti, perché l'estensione della fabbrica alla società era preceduto da un processo di estensione dell'operaio massa, cioè dei suoi comportamenti antagonisti, agli altri strati proletarizzati:

La legge della caduta del saggio di profitto assume dunque questa paradossale figura: da un lato il capitale è costretto a spingere il processo di socializzazione perché solo in questo modo il comando capitalistico sulla produzione può oggi essere mantenuto [...] Ma contemporaneamente, dentro questa socializzazione capitalistica, si abbassano la proporzione e il valore del lavoro vivo erogato perché il processo di socializzazione e il processo di lotte operaie (di attacco al comando) crescono assieme [50].

Il discorso di Negri implicava una certa dose di ambiguità rispetto alla genesi dell'operaio sociale. Infatti, da un lato pareva che il fattore determinante nel passaggio del testimone dall'operaio massa all'operaio sociale fosse rappresentato dalla socializzazione del processo produttivo, e così scriveva ad esempio che la nuova figura fosse un prodotto della via via più massiccia realizzazione della "linea rossa dell'astrazione del lavoro": "Dopo che il proletario si era fatto operaio, ora il processo è inverso: l'operaio si fa terziario, operaio sociale, operaio proletario, proletario" [51]. Dall'altro invece l'accento era posto sul processo di socializzazione delle lotte, cioè sul processo di consolidamento della composizione di classe anche al di fuori della fabbrica: in questo senso riflettere sulla nuova composizione di classe significava abbandonare proprio l'idea che fosse la `composizione tecnica', cioè l'assetto delle forze produttive, a determinare i contorni della `composizione politica'; significava cioè riconoscere un processo di consolidamento sociale del sistema di bisogni antagonista al modo di produzione capitalistico:

Su questo tornante del processo storico della dialettica della composizione di classe tutto si modifica. Di qui in avanti quella particolare utilità che è propria del lavoro vivo può solo consolidarsi in una composizione di classe sociale che nella lotta, e solo nella lotta, verifica la propria intensità. Al sistema dei bisogni si sostituisce il sistema delle lotte: un sistema alternativo di lotte che sa essere riappropriazione antagonista delle forze produttive al soggetto proletario, come lavoro vivo sociale [52].

In questo modo ovviamente Negri si lasciava alle spalle i molti inconvenienti che erano derivati da quella schematica distinzione tra composizione tecnica e composizione politica, ma il determinismo che discendeva dall'aver assunto l'operaio massa come paradigma di ogni composizione di classe finì quasi fatalmente per spostare il dibattito sulla nuova figura conflittuale su una pista completamente distante da quella imboccata dalle ipotesi di ]Proletari e Stato. Una prima critica che venne mossa a Negri consisteva infatti nell'attribuire al suo discorso una impostazione fortemente determinista, secondo cui sarebbe stata la ristrutturazione produttiva (cioè la modificazione della struttura tecnica della forza lavoro) a dare alla luce l'operaio sociale: in realtà, come si è detto, si trattava di un'ambiguità che senza dubbio esisteva nelle pagine di Negri, ma solo una lettura superficiale o polemicamente orientata poteva sottovalutare il peso determinante che veniva attribuito alla dinamica di socializzazione delle lotte `autonoma' dal capitale [53].
Una seconda critica rovesciava invece l'argomentazione della precedente e, soprattutto, recuperava l'indicazione metodologica che proveniva dalla relazione fra composizione tecnica e composizione politica. Alberto Battaggia, ad esempio, misurava l'efficacia dell'ipotesi dell'operaio sociale sulla base delle analogie che questa figura presentava con quella `classica' dell'operaio massa. In questo senso, il fattore determinante nella genesi del ciclo di lotte che aveva condotto dalle rivendicazioni contrattuali radicali del '62 fino all'esplosione dell'autunno caldo era individuato proprio in quella composizione `tecnica' che aveva consentito agli operai di conquistare una vera e propria omogeneità di comportamenti politici, e cioè nel fatto di essere "una sezione di forza-lavoro resa materialmente omogenea da un determinato rapporto con la tecnologia del capitale (la catena di montaggio)" [54]. Se questa ipotesi era stata alla base del discorso operaista negli anni Sessanta, secondo Battaggia era allora necessario verificare se anche la "nuova composizione di classe" di cui parlava Negri fosse individuata dagli stessi elementi, e perciò da "un certo rapporto oggettivo col modo di produzione" e da "una conseguente omogeneità di comportamenti ed obiettivi politici"[55]. Partendo da queste premesse, che riprendevano ed amplificavano l'impostazione fabbrichista e per molti versi determinista che aveva guidato la genesi della categoria `operaio massa', non si poteva che giungere ad una sostanziale liquidazione delle ipotesi sulla nuova composizione di classe. Ciò che mancava era infatti proprio quel nesso determinato (e deterministico) tra composizione tecnica e composizione politica, tra struttura della forza lavoro e comportamenti antagonisti. Come concludeva lo stesso Battaggia,

Non si vede [...] un'omogeneità materiale che sorregga internamente la nuova composizione di classe così come sembra essere formulata. Le sue componenti fisiche non appaiono infatti legate né da condizioni materiali di sfruttamento né da obiettivi politici immediati. Essa racchiude una pluralità di spezzoni di classe spesso lontanissimi tra loro: operai decentrati, proletariato giovanile disoccupato, emarginati dei quartieri popolari, casalinghe, donne, studenti senza casa, intellettuali sottoccupati... Insomma: dei soggetti con motivazioni immediate completamente autonome[56].

Le critiche di Battaggia rappresentavano pur nella loro sobria organicità l'esito di entrambe le distorsioni che avevano presieduto all'elaborazione del concetto di `composizione di classe'. Infatti Battaggia assumeva l'operaio sociale come potenziale `erede' dell'operaio massa, ed interpretava perciò quella "nuova composizione di classe" come l'ultimo anello della catena temporale che Bologna e Negri avevano delineato alla fine degli anni Sessanta: ad ogni fase storica dello sviluppo capitalistico doveva corrispondere una `determinata' composizione di classe, centrale ed egemone rispetto ad ogni altro strato proletario. Dopo la massa degli operai urbanizzati (1848-1871), dopo l'operaio professionale (1871-1917), e dopo l'operaio massa (1917-1969), avrebbe dovuto essere finalmente la volta dell'operaio sociale. In questo modo però l'ipotesi negriana era completamente travisata ed il determinismo di Battaggia era semplicemente il portato del fabbrichismo con cui gli operaisti continuavano a considerare il rapporto tra fabbrica e società: seguendo le lontane suggestioni di Tronti, il processo di astrazione del lavoro doveva condurre alla progressiva estensione della fabbrica, cioè della produzione immediata, alla società. L'operaio sociale veniva così concepito come il prodotto delle realizzazione storica della tendenza al capitale sociale: questo processo veniva però inteso (come già aveva fatto Tronti) come pura e semplice estensione e concentrazione della produzione immediata, con il risultato che l'area della riproduzione era semplicemente espunta dal quadro analitico. A questo punto, una volta concepita la penetrazione sociale del modo di produzione capitalistico secondo un'ottica esclusivamente fabbrichista, era scontato che si dovessero cercare delle radici materiali alla "nuova composizione di classe": radici analoghe a quelle delle altre figure `centrali' ma che ovviamente non potevano essere trovate perché l'ipotesi dell'operaio sociale si muoveva su un piano differente.
L'individuazione dell'operaio sociale come realtà concreta significava sicuramente porsi sul livello del capitale sociale, ma finalmente al di fuori della prospettiva fabbrichista che gravava sull'analisi della composizione di classe. La dimensione del "capitale sociale" veniva infatti ad indicare non solo l'area della produzione immediata tendenzialmente socializzata ma, più propriamente, l'ambito complessivo della produzione e riproduzione capitalistica. La tendenza del capitale sociale complessivo a diventare, da semplice categoria analitica, una realtà concreta e materiale era confermata, ma essa veniva ripensata come processo di progressiva integrazione tra le diverse sfere della produzione e della riproduzione. In questo quadro la figura dell'operaio sociale poteva trovare un significato non puramente ipotetico: essa però non era l'ultimo anello della catena dei `soggetti centrali' ma l'invito a rovesciare e a ripensare la stessa nozione di composizione di classe. Come scriveva Negri nel 1980, quasi nessuno, nel corso del dibattito sull'operaio sociale, era riuscito a cogliere l'effettiva "portata ontologica, totalizzante della definizione dell'operaio sociale come asse portante della nuova composizione di classe":

Non ci si trovava, come in altre fasi della lotta e dell'analisi, di fronte al risultato di un processo - l'operaio-massa - che si trattava di riconoscere e di imporre nella strategia e nella tattica del movimento comunista, rinnovandone la tradizione [...]. Non ci si trovava di fronte a uno schema di riqualificazione politica di una sezione della composizione di classe ma a fronte di una di una proposta di lungo periodo della lotta di classe [...]. L'operaio massa è un elemento parziale della soggettività di lungo periodo dell'operaio sociale. [...] Invece di comprendere questa portata della categoria e dei suoi risvolti teorici e politici - rapporto di produzione/riproduzione, trasformazione del lavoro intellettuale, valorizzazione nella circolazione - si è continuato a cincischiare su vecchi dommatismi: centralità operaia o meno? Senza capire la verità ormai elementare che l'operaio sociale era anche al centro dello sfruttamento diretto di fabbrica, sul livello nazionale d'impresa come su quello delle multinazionali. [...] Una centralità storica totale, l'opposto militante della crisi del mercato: questo è l'operaio sociale, il movimento del valore d'uso [57].

L'intuizione negriana valeva ovviamente tanto come risposta alle critiche quanto come elemento di autocritica rispetto alle prime formulazioni dell'ipotesi. Lungo questa via Negri arrivava in qualche modo a `fondere' l'idea dell'operaio sociale con la proposta dell'autovalorizzazione antagonista, proposta su cui Negri si concentrò soprattutto tra il '77 e l''82 e che costituisce senza dubbio uno dei suoi maggiori contributi teorici. Il fulcro della `ridefinizione' dell'operaio sociale come "figura di lungo periodo" era naturalmente solo il primo passo di una riflessione che avrebbe dovuto condurre alla trasformazione di quella "categoria concettuale" in una "categoria storica": si trattava cioè di una sorta di ipotesi di lavoro che avrebbe dovuto condurre alla definizione di "un nuovo concetto storico di classe", corrispondente "alla complessità, alle differenze, alla molteplicità delle lotte e dei comportamenti antagonistici" [58].
Le intuizioni di Negri furono però lasciate cadere e l'ipotesi di lavoro profilata dai suoi scritti sull'operaio sociale precipitarono nell'oblio non solo teorico degli anni Ottanta. Quando però sul finire di quel decennio l'idea dell'operaio sociale iniziò ad essere ripresa e rinnovata dall'analisi delle ristrutturazioni `postfordiste' e della produzione immateriale, ciò avvenne spesso all'insegna di una riproposizione schematica ed assolutamente impoverita della nozione di composizione di classe. Le varie definizioni della "nuova composizione di classe" proposte per impostare il dibattito - e cioè quella fondata sulla nozione di "lavoro immateriale", quella incentrata invece sull'idea di una "intellettualità di massa" e quella, infine, focalizzata sull'ipotesi della `centralità' del "lavoratore autonomo di seconda generazione" - condividevano contemporaneamente il merito di incoraggiare l'analisi a spostarsi sul terreno della ricerca concreta ed il limite di focalizzarsi quasi esclusivamente sul livello delle trasformazioni tecniche [59].
Molte delle nuove ipotesi venivano formulate sulla implicita scorta metodologica dello schema storiografico delineato da Bologna e Negri alla fine degli anni Sessanta ed imperniato sulla distinzione tra composizione tecnica e politica. Quella distinzione analitica veniva interpretata però come la descrizione di un vero e proprio passaggio dialettico: in sostanza, la composizione tecnica veniva a svolgere la funzione che nel contesto del marxismo ortodosso era assolta dalla `classe in sé', mentre la `composizione politica' veniva a coincidere necessariamente con la `classe per sé', coesa al proprio interno grazie alla conquista della coscienza della propria forza. Inoltre, come nel marxismo ortodosso il destino inevitabile dell'avvento della `classe per sé' era scritto nella legge dello sviluppo delle forze produttive, così alcuni epigoni dell'operaismo iniziarono ad intravedere nella socializzazione estrema della cooperazione produttiva la molla che avrebbe condotto meccanicamente alla nascita di una nuova figura conflittuale egemone. In questo modo, trasformando una categoria analitica nello strumento di una nuova teoria determinista, la composizione `politica' venne interpretata non più come una componente (storicamente inscindibile) della composizione di classe, ma come il portato necessario di una determinata composizione `tecnica' della forza lavoro [60]. L'impoverimento della nozione di composizione di classe diveniva quasi un luogo comune interpretativo che, paradossalmente, si affermava come uno sviluppo delle originarie ipotesi operaiste. Ma, se il metodo di indagine si riduceva ormai alla semplice fenomenologia della logica del capitale postmoderno, il riferimento rituale e retorico alla "soggettività antagonista nell'era della sussunzione reale" non poteva in alcun modo sorreggere `materialisticamente' una ricerca i cui risultati erano `predeterminati' in partenza da un ambiguo richiamo allo sviluppo delle forze produttive.
Se però molti epigoni del postoperaismo degli anni Settanta assumevano in modo spesso (consapevolmente) semplificato il metodo della composizione di classe, essi trovarono nella riflessione dello stesso Negri un pilastro su cui poggiare le loro ipotesi. In effetti, nella sua riflessione degli anni Novanta il teorico padovano arrivò a fornire una nuova definizione dell'operaio sociale, una definizione che, abbandonando in gran parte gli spunti abbozzati negli anni Settanta, riformulava l'idea della nuova composizione di classe proprio nei termini che i critici avevano allora ravvisato nelle sue ipotesi. La rilettura negriana si muoveva su due piani, nel senso che da un lato riconduceva la trasformazione alla sola produzione immediata, mentre dall'altro reintroduceva elementi di determinismo nel proprio discorso. Dal primo punto di vista infatti egli considerava la genesi dell'operaio sociale come il prodotto della ristrutturazione produttiva e, insieme a Micheal Hardt, così sintetizzava la genesi di quella figura dopo l'esplosione conflittuale del 1968:

Sul terreno della produzione è emersa una nuova figura, dapprima, certo, come tendenza, ma negli anni successivi essa è andata a collocarsi in una posizione egemone. Le nuove condizioni e forme della produzione, insieme con la nuova composizione della forza lavoro, hanno determinato l'emergere di quello che chiamiamo <<operaio sociale>>, ovvero il soggetto caratterizzato da un intreccio di attività lavorative materiali e immateriali, collegate in reti sociali e produttive da una cooperazione lavorativa altamente sviluppata [61].

Dal secondo punto di vista, passando a considerare il lato della `soggettività' di questa nuova figura, sosteneva che la nuova fase era "segnata dalla sproporzione tra la ristrutturazione capitalistica e la nuova composizione della classe operaia, ovvero, la nuova forza lavoro socializzata" [62]. Il punto dolente stava tutto nell'ambiguità che si nascondeva nella formula oppure: composizione della classe operaia e struttura della forza lavoro, elementi ben distinti nella tradizione operaista, venivano qui assunti come equivalenti. Il fatto che questo `impoverimento' della nozione preludesse ad una lettura per molti versi determinista della costituzione delle soggettività antagoniste pareva inoltre essere confermato dall'espressione "prerequisiti del comunismo" cui Hardt e Negri ricorrevano per descrivere una serie di comportamenti in cui erano accumulati e cristallizzati "i risultati e le tendenze della lotta contro il lavoro da parte di coloro che, nel lavoro, sono sfruttati"[63] : in questo caso Hardt e Negri riprendevano un'idea chiave della scuola della composizione di classe, un'idea che era abbozzata già nei "residui politici" di cui aveva parlato Alquati nella sua inchiesta all'Olivetti. Le radici materialiste di questa ipotesi erano però rese ambigue dall'espressione "prerequisiti del comunismo", espressione che evidentemente suggeriva l'idea di un passaggio dialettico che avrebbe dovuto condurre i nuovi soggetti dalla potenzialità (testimoniata dai "prerequisiti") alla effettività dell'antagonismo. Portata alle estreme conseguenze, questa terminologia ambigua - che in parte era dettata anche dal fatto che Hardt e Negri in quell'opera dovevano sintetizzare talvolta in modo didattico e schematico le tesi fondamentali del filone operaista - poteva tradursi in una restaurazione del vecchio schema ortodosso della trasformazione della `classe in sé' in `classe per sé', oltre che nell'attesa che prima o poi questo passaggio, determinato dallo sviluppo delle forze produttive, si avverasse.
Ovviamente in tutta l'argomentazione di Negri non veniva mai persa del tutto la forte impostazione materialista che caratterizza l'intera riflessione del teorico padovano. L'impressione che però le armi della sua critica allo Stato postmoderno apparissero in parte spuntate trovava diversi punti appoggio. Sandro Mezzadra scrisse che nel modello di Hardt e Negri "tutto tornava", almeno apparentemente, ma quel che in realtà mancava era "proprio la politica, intesa come concreta individuazione di spazi di contraddizione e mediazione progettuale realisticamente praticabile"[64]. E se la critica di Mezzadra era forse troppo severa, la risposta di Hardt e Negri non poteva però che confermare le perplessità sul loro discorso. Quando infatti scrivevano che "le lotte non nascono dalla teoria ma dagli antagonismi immanenti alle relazioni di produzione e sfruttamento"[65], certo riprendevano un punto ovvio del metodo operaista; però nel momento in cui rispondevano al rilievo di Mezzadra sostenendo che nel loro libro mancava effettivamente la politica, introducevano un elemento nuovo, del tutto contraddittorio: affermare infatti che l'assenza di "una matura figura soggettiva dell'antagonismo, incarnata in precise lotte politiche" implicasse necessariamente l'impossibilità di una "teoria rivoluzionaria", significava avallare l'immagine della composizione di classe come prodotto di un processo dialettico di trasformazione della `classe in sé' in `classe per sé'. La stessa idea dei `prerequisiti del comunismo" (oltre a richiamare implicitamente la concezione del comunismo come `stadio' superiore da raggiungere mediante una `rottura' rivoluzionaria) correva il rischio di indirizzare l'analisi sulla strada di una semplice fenomenologia della ristrutturazione produttiva, cui aggiungere, come appendice, la rassegna delle "vecchie e nuove soggettività antagonistiche". In questo modo, mentre l'analisi della composizione di classe si riduceva alla ricostruzione dei diversi tipi di lavoro immateriale, lo studio della vera e propria `composizione politica' veniva rimandato all'eterno domani del processo di ricomposizione.
L'operazione, a dispetto della continuità rivendicata con l'operaismo degli anni Sessanta, si fondava invece su una nozione fortemente impoverita della nozione di composizione di classe: da categoria storica, concreta, essa veniva trasformata nella semplice descrizione della struttura della forza lavoro oppure nell'approdo di un processo dialettico. E così (nel discorso dei suoi epigoni ben più che in quello di Negri) essa non era più il `presupposto' materialistico dell'analisi, ma il suo risultato sociologico o, peggio, la sua appendice retorica.

5. Capitale sociale, composizione di classe, ricomposizione: spunti per una ricostruzione teorica

Nonostante tutti i limiti del dibattito condotto negli anni Novanta sul lavoro immateriale e sulla "nuova composizione di classe", sarebbe però ingenuo ed affrettato scartare le intuizioni che da esso sono scaturite in virtù del loro `deficit materialistico'. In questo senso, la critica che ho condotto nelle pagine precedenti è ovviamente eccessivamente severa e consapevolmente colpevole di `forzature' che non rendono giustizia ai meriti di quelle ricerche. Ritengo però che la prima fase del dibattito si sia chiusa e che, per evitare che l'indagine si areni sulla semplice riconferma del punto di partenza, le ipotesi di lavoro debbano essere sottoposte ad un vaglio molto serio. Solo in questo modo i progetti di inchiesta potranno iniziare a colmare quel vuoto di determinazione antagonista di cui le riflessioni sulla società postfordista hanno spesso sofferto.
Per iniziare ad articolare questa critica ho tentato di compiere una rilettura della nozione operaista di `composizione di classe' e ho cercato di dimostrare come questa nozione sia, prima ancora che il prodotto, il presupposto della rilettura `soggettivista' di Marx e della `rivoluzione copernicana' intrapresa negli anni Sessanta. A dispetto dei meriti, l'idea della composizione di classe porta però con sé, per così dire, la pesante eredità dell'operaio massa: il fatto cioè di avere elaborato quella categoria analitica sulla base di una figura storicamente determinata della composizione di classe (e cioè l'operaio semiqualificato, bianco, adulto, padre di famiglia a monoreddito ed impiegato della grande impresa taylorista e fordista) ha prodotto, insieme a notevoli intuizioni, anche conseguenze piuttosto deleterie, e cioè in primo luogo una concezione `determinista' del rapporto tra la struttura materiale della forza lavoro e i comportamenti antagonisti e, in secondo luogo, la focalizzazione pressoché esclusiva sul terreno della fabbrica come arena del conflitto di classe. Entrambi questi limiti furono riconosciuti ed ampiamente sottoposti a critica nella seconda metà degli anni Settanta: il dibattito degli anni Novanta ha però in gran parte trascurato quelle intuizioni e ha così finito col replicare, talvolta amplificandole, le distorsioni della prima stagione operaista. Penso perciò che una buona base per riprendere il dibattito consista proprio nel ripartire da quelle ipotesi così rapidamente lasciate cadere.
Il punto forse più importante da rivedere, anche al di là delle tentazioni `deterministe', penso sia costituito dall'impostazione `tardo-fabbrichista' che molte analisi hanno ereditato: in molti contributi il determinismo era infatti un portato diretto di una paradossale restaurazione del fabbrichismo. Si trattava ovviamente di un fabbrichismo dilatato e irriconoscibile, nel senso che i luoghi verso i quali si dirigeva non erano affatto i vecchi stabilimenti fordisti di Torino ma le `fabbriche immateriali' in cui lavorava l'intellettualità di massa: questa immensa e totale fabbrica comunicativa connessa dalle reti informatiche che penetravano fin nel profondo della vita privata veniva semplicemente considerata la realizzazione della previsione formulata da Tronti nell'estate del 1961: "quando tutta la società viene ridotta a fabbrica, la fabbrica - in quanto tale sembra sparire" [66]. In questo modo il programma di ricerca sulla nuova composizione di classe enunciato da Negri alla fine degli anni Settanta veniva di fatto abbandonato, perché il recupero dell'immagine trontiana equivaleva anche alla ripresa di una rappresentazione schematica dei rapporti tra fabbrica e società, una nozione che intendeva la `produzione' essenzialmente come `produzione immediata' e che abbandonava invece il terreno della `riproduzione' come sfera di conflitti.
Alla base di questa riduzione stava una ben precisa idea del capitale sociale come portato dell'estensione della produzione immediata all'intera società. Il processo di astrazione e socializzazione del lavoro - tendenza che costituisce per molti versi il filo rosso che accomuna tutta la riflessione operaista - veniva interpretato semplicemente come progressiva estensione del lavoro di fabbrica e salariato: in questo modo però non solo veniva ignorata la `specificità' del lavoro (non salariato) di riproduzione, ma si trascurava anche il fatto che il processo di astrazione del lavoro si è affermato storicamente nella forma della gerarchizzazione di strati differenti di forza lavoro, una gerarchizzazione la cui linea principale è proprio quella tra salariati e non salariati. La realizzazione concreta della figura del capitale sociale complessivo - sviluppata da Marx nel Capitale come semplice somma teorica del movimento dei capitali individuali - non deve perciò essere intesa nel senso schematico della estensione meccanica della produzione immediata, ma piuttosto come esito di una progressiva e crescente integrazione di produzione `immediata' e riproduzione (integrazione che peraltro non può giungere all'assorbimento del secondo termine nel primo). In questo senso il processo di astrazione del lavoro non deve essere inteso solo nel suo aspetto di riduzione di ogni lavoro a lavoro semplice e non qualificato: l'astrazione del lavoro deve essere interpretata soprattutto come continua creazione di lavoro astratto, cioè di forza lavoro. L'astrazione del lavoro non è dunque un processo che si riduce alla dimensione della fabbrica e che indica il `contenuto' del lavoro effettivamente erogato: essa corrisponde invece al processo con cui vengono continuamente creati i `presupposti' dell'accumulazione capitalistica, con cui viene riprodotto costantemente il lavoro astratto come lavoro imposto, alienato ed illimitato, e come norma della vita sociale[67].
Tentare di articolare l'idea della composizione sociale al livello della realizzazione storica della tendenza al capitale sociale (o al livello della "sussunzione reale della società al capitale"), non significa semplicemente pensare ad un processo secondo cui la forza lavoro dispersa in differenti rami lavorativi ed in diversi rami merceologici si organizza attorno ad obiettivi comuni, rompendo la separazione in cui si trovano [68]. Significa invece considerare la composizione di classe come il sedimento storico delle lotte precedenti: un sedimento che è appunto `sociale', diffuso cioè in un determinato contesto capitalistico, e dunque tanto nell'ambito della produzione immediata, quanto in quello delle attività riproduttive di forza lavoro e del lavoro non salariato. L'immagine della composizione di classe in quanto prodotto delle trasformazioni tecnologiche riceve allora un primo colpo, perché è il suo ambiguo `fabbrichismo' - cioè la focalizzazione esclusiva sul terreno della produzione immediata - ad essere abbandonato.
Un secondo colpo deriva invece dalla molteplicità delle figure della composizione di classe: implicita nell'ipotesi delle serie storiche della lotta di classe era infatti l'idea che in ogni determinata fase dello sviluppo capitalistico dovesse corrispondere una altrettanto precisa figura `centrale' del conflitto, figura che assommava nella propria struttura tecnica e politica il paradigma della stessa composizione di classe in quel determinato periodo. Pertanto, se la composizione di classe dei primi decenni del Novecento corrispondeva a quella dell'operaio professionale e se quella degli anni Cinquanta e Sessanta coincideva invece con quella dell'operaio massa, allora si doveva ricercare per la fase successiva una nuova figura `egemone', che doveva coincidere la "nuova composizione di classe". In realtà, però, se cessiamo di focalizzarci esclusivamente sulla dimensione della produzione immediata, possiamo anche sbarazzarci dell'idea del soggetto centrale: in questo senso, la composizione di classe può essere compresa come l'esito di un processo portato avanti da più soggetti dislocati in diversi ambiti e diventa allora necessario parlare di differenti figure della composizione di classe non più solo in termini diacronici, ma anche sul piano esplicitamente diacronico. In questo modo, figure della composizione di classe possono essere, oltre ai lavoratori salariati (e di fatto salariati), anche figure soggettive esterne all'ambito della produzione, come gli studenti o i disoccupati: ciò significa che le lotte che si sviluppano in questi ambiti, consolidandosi a livello della struttura soggettiva, contribuiscono all'affermazione della composizione di classe, cioè alla rigidità del fattore forza lavoro `in determinati settori' della riproduzione. Ovviamente gli elementi di rigidità che questi strati della forza lavoro sviluppano `non coincidono' con la composizione di classe, ma semmai con un segmento di quest'ultima. Quasi per definizione essa è infatti una categoria analitica `sociale', nel senso che identifica il livello dei bisogni, delle tradizioni di lotta e dei comportamenti antagonisti consolidati sul piano dell'intera società: identifica cioè, in termini marxiani, la giornata lavorativa sociale[69].
La teoria dell'autovalorizzazione proletaria enunciata in alcuni testi fondamentali da Negri tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta procedeva proprio in questa direzione. L'intuizione secondo cui l'antagonismo non si limitava alla sfera della produzione ma investiva la stessa area della riproduzione equivaleva proprio a concepire la possibilità che nella sfera della riproduzione, esterna alla fabbrica, si potessero consolidare bisogni e pratiche di lotta tali da incidere sulla stessa composizione e tali soprattutto da innalzarne il valore. Come scriveva Negri, estendendo il significato della concezione operaista del "rifiuto del lavoro", quest'ultimo non si arrestava alle soglie della fabbrica ma si affermava anche al di fuori della cooperazione immediatamente produttiva, come sviluppo di pratiche antagoniste alle dinamiche di riproduzione della forza lavoro e come affermazione di bisogni e comportamenti:

La liberazione dal lavoro inizia a configurarsi quando, ad un certo livello dello sviluppo capitalistico, la mediazione capitalistica del rapporto di produzione e riproduzione va sistematicamente in crisi: la mediazione, il rapporto di capitale è incapace di chiudersi. Ma qui allora la vita non si ferma: ciò che la classe operaia non cede al capitale, essa lo sviluppa come autovalorizzazione, come liberazione di se stessa. Essa arricchisce la sua composizione, cioè il valore del lavoro necessario, la sua capacità di lotta, la sua forza di resistenza, la sua forza-invenzione [70].

La teoria negriana dell'autovalorizzazione venne criticata proprio perché, rispetto alla teoria della composizione di classe, si sarebbe fondata non su una concreta e materiale realtà di classe e su una effettiva omogeneità di lotte, ma semplicemente sulla somma `astratta' e `teorica' di comportamenti conflittuali totalmente distinti e frammentati. Guido De Masi, ad esempio, considerava l'operazione implicita nella proposta di Negri un semplice trucco logico, che non rappresentava affatto un "salto qualitativo rispetto alla ricomposizione di classe, ma la sua disintegrazione punto e basta"[71]. In realtà in questo modo De Masi rimaneva prigioniero della concezione `fabbrichista' della composizione classe e così dell'idea del processo ricompositivo come processo `dialettico' di conquista di una unità della classe sotto l'egida di una organizzazione e di una ideologia definite. In questo senso egli era costretto ad ancorare la ricomposizione di classe all'esistenza di un movimento collettivo reso omogeneo non dalla solidità dei comportamenti antagonisti ma dall'esistenza di una leadership omogenea e compatta [72].
Ovviamente la teoria dell'autovalorizzazione andava in una direzione completamente opposta, una direzione che invitava a considerare la composizione di classe come il prodotto di molteplici azioni e pratiche di antagonismo che conquistavano una loro compattezza ed omogeneità nel fatto di essere socialmente radicate e consolidate a livello di massa. Se perciò l'idea della ricomposizione, con i suoi richiami all'idea di una unità di classe, presentava ancora residui idealistici, l'autovalorizzazione veniva a descrivere invece - del tutto coerentemente con l'impostazione materialistica del filone operaista - la composizione come il risultato di pratiche esclusivamente materiali portate avanti da soggetti molteplici: in questo senso la `composizione' in classe stava ad indicare il livello raggiunto dall'antagonismo a livello sociale, in tutti gli strati della forza lavoro sussunta al capitale. Queste intuizioni, di fronte alle nostalgie delle `centralità' ormai definitivamente perdute e alla ricerca di nuove ambigue centralità nella dinamica delle trasformazioni produttive, sono l'antidoto probabilmente più efficace. L'idea della composizione di classe come prodotto storicamente accumulato e sedimentato dalle lotte precedenti e, al tempo stesso, come il risultato costantemente rinnovato dal processo di autovalorizzazione radicato nella materialità di molteplici soggetti, rappresenta la guida metodologica decisiva.
Da questa impostazione derivano infatti implicazioni decisive sul terreno della metodologia dell'inchiesta. A partire da Alquati, svolgere un'indagine sulla composizione di classe è un'operazione ben diversa dal condurre invece un'inchiesta sulla trasformazione del lavoro e sugli effetti di questa sulla forza lavoro. Si tratta di una differenza principalmente di metodo, perché in quest'ultimo caso - che coincide in larga parte con quello di una normale inchiesta sociologica - l'assetto dei rapporti di produzione e la struttura dell'organizzazione capitalistica del lavoro (e del non-lavoro) vengono considerati come presupposti che definiscono la situazione della classe lavoratrice: l'inchiesta in questo caso si limita a considerare gli `effetti' che le trasformazioni produttive hanno sui lavoratori, sulle loro condizioni fisiche e psicologiche, sulla loro situazione finanziaria e su altri particolari aspetti della loro vita. I risultati sono predeterminati fin dal principio, perché (soprattutto se l'indagine non viene svolta in una fase di mobilitazione) i lavoratori appaiono sfruttati e privi di qualsiasi coscienza collettiva e `politica'. Nel caso invece di una inchiesta che miri a sondare e a ricostruire la composizione di classe, il metodo è completamente diverso, nel senso che viene rovesciato l'ordine delle variabili: la realtà della classe non viene più ad essere il portato della ristrutturazione produttiva ma la sua principale determinante; ciò non significa, semplicemente, che ogni mossa del capitale viene ad essere determinata dalla classe operaia - come sostengono molti critici del filone operaista - ma comporta invece che il capitale (e cioè ogni singolo capitalista ed i `gestori' di quelle istituzioni `politiche' e `sociali' che dipendono in modo più o meno diretto dalla prosecuzione del processo di accumulazione) deve assumere come presupposto la realtà storicamente consolidata della composizione di classe, e cioè la rigidità dei bisogni e della stessa giornata lavorativa sociale. Per questo motivo, invece che affrontare la forza lavoro nei punti in cui la sua "composizione in classe" è più elevata, tenterà di aggirare l'ostacolo, non solo agendo sui settori di classe più frammentati (nei settori in cui cioè i comportamenti di lotta ed i bisogni sono meno consolidati) ma creando gerarchie e barriere affinché ogni potenziale ricomposizione sia ostacolata e la forza lavoro risulti più facilmente controllabile.
In questo secondo caso dunque il metodo della composizione di classe impone di partire dal livello consolidato dell'antagonismo (e soprattutto dai punti in cui questo antagonismo è più forte e in cui è più elevato il livello del lavoro necessario). L'inchiesta sulla composizione di classe non equivale però solo alla semplice attestazione di un dato storico e consolidato, ma comporta anche la necessità di seguire il continuo processo della `composizione in classe' radicato nelle lotte sotterranee e spesso invisibili che si sviluppano quotidianamente. Partire dalla composizione di classe significa assumere, come sostenevano i vecchi operaisti degli anni Sessanta, il punto di vista "operaio": significa cioè seguire il processo secondo il quale ogni segmento della forza lavoro afferma la propria rigidità ed i propri bisogni dapprima nel contesto in cui esso è inserito.

Conclusione. "Il bandolo di tutte le matasse"?

In questo articolo ho tentato di svolgere una breve ricostruzione della riflessione sviluppata dal filone teorico operaista sulla nozione di "composizione di classe". L'obiettivo di queste pagine non consisteva ovviamente in una puntigliosa quanto per molti versi pedantesca operazione di scavo `filologico' sulla teoria radicale italiana: il mio proposito era invece di individuare quegli elementi di metodo che penso possano essere ancora centrali per un lavoro di inchiesta sui movimenti e sulle `talpe' nell'era della globalizzazione. In questo senso, ho cercato di mettere l'accento su due punti critici che, nella ridefinizione della categoria analitica, mi sembrano decisivi, e cioè sul `fabbrichismo' e sul `determinismo' che, dai primi anni Sessanta, non hanno cessato di gravare in modo contraddittorio sull'idea della composizione di classe. In particolare, ad essere presa di mira dalla mia rilettura è stata la visione che rappresenta la storia della composizione di classe come la successione nel tempo di diverse figure `centrali', la cui centralità deriverebbe dall'assetto della struttura produttiva. In questa prospettiva, l'inchiesta sulla composizione di classe diventa una semplice ricognizione delle trasformazioni produttive da cui dovrebbe emergere la realtà di una "nuova composizione" e l'ipotesi di un nuovo `potenziale' soggetto conflittuale egemone. Se da questo punto di vista l'attesa (talvolta millenaristica) della nuova composizione centrale diventa "il bandolo di tutte le matasse", penso invece che il discorso vada ricondotto sui binari materialisti da cui era partito e che ogni ipotesi sui nuovi e potenziali movimenti conflittuali debba essere radicato nella realtà di quegli antagonismi che continuano a scavare costantemente sotto il terreno dei rapporti di produzione. Come scriveva Alquati negli anni Sessanta, non si deve accettare la rappresentazione della società postmoderna e della metamorfosi del lavoro che viene fornita dalla sociologia postindustriale: anche in questo caso bisogna rifiutarla per ricomporla con altre ipotesi, che partano dall'analisi della lotta quotidiana e del rifiuto consolidato nelle molteplici e convergenti figure della composizione di classe.
L'idea della composizione di classe continua perciò a rimanere un cardine fondamentale per ogni lavoro d'inchiesta e resta così il "bandolo della matassa" per ogni analisi dell'antagonismo sociale. Questo significa però che i mille fili di quella matassa devono essere dipanati e seguiti, perché è solo seguendo quei percorsi spesso silenziosi e sotterranei che i `presupposti' di futuri movimenti antagonisti cessano di essere semplici profezie e cominciano a diventare ipotesi materialisticamente fondate.