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Le imprese transnazionali nell'economia globale

di Paolo Barrucci
 



Questo testo è tratto dal volume Barrucci P., Economia globale e sviluppo locale. Per una dialettica della modernità avanzata, Pisa, Felici, 1998. Gli interessati possono richiedere il testo
alla libreria "Tra le righe", via Corsica 8, 56126 Pisa, tel. e fax 050.830177

L'espressione "globalizzazione dell'economia" (Gde) risulta essere in definitiva piuttosto generica e non univoca. Infatti è utilizzata per connotare fenomeni differenti che presentano forti ambivalenze e che sono spesso contraddittori. Su questa base si propone - come prima approssimazione - di intendere con Gde tutti gli elementi che caratterizzano l'attuale fase di internazionalizzazione del capitale (il cui inizio può essere collocato intorno alla fine degli anni '60). Essa presenta contemporaneamente elementi di persistenza e di trasformazione e può essere interpretata come un processo che sviluppa contestualmente, ma in ambiti differenti, omogeneità ed eterogeneità. Non può essere analizzata come un fenomeno esclusivamente economico, né può essere interpretata esclusivamente attraverso gli strumenti conoscitivi delle discipline economiche. Infatti se si può sostenere che la Gde rappresenta una delle concrete determinazioni della dinamica di espansione e approfondimento del modo sociale di produzione capitalistico, allora essa non può non coinvolgere, insieme ad aspetti specificamente economici, tutti gli altri ambiti rilevanti nella produzione/riproduzione sociale (politica, cultura, ideologia, istituzioni e relazioni sociali, ecc.). L'economia, come gli altri ambiti, devono certamente essere analizzati anche nella loro specificità, ma non si può perdere di vista il rapporto di reciproca connessione/condizionamento che li lega (il che comporterebbe anche l'impossibilità di interpretare la totalità nella sua complessità). Anche per questo risulta indispensabile un approccio multidisciplinare.
Secondo diversi Autori alla Gde si assocerebbe una radicale trasformazione delle strategie produttive e dei processi lavorativi, alla quale dovrebbe corrispondere una trasformazione delle forme della regolazione sociale. Emerge su questo tema una generale condivisione, seppur da punti di vista anche radicalmente differenti, della tesi secondo la quale il mercato non rappresenta di per sé uno strumento di regolazione sociale sufficiente, quindi anche con la Gde continua ad essere necessario l'intervento di istituzioni politiche e sociali. Le posizioni ovviamente si divaricano in ordine all'ambito in cui si può collocare questo intervento (locale, regionale, nazionale, sovranazionale), ai suoi obiettivi contingenti e strategici, alle sue modalità.

Molto spesso, sia nella letteratura specifica che nella pubblicistica corrente, si tende a proporre una rappresentazione reificata: la Gde sarebbe una cosa che in un determinato momento storico nasce e si sviluppa imponendo le sue esigenze tecniche e oggettive agli attori sociali (locali e globali), i quali potranno perseguire il proprio interesse e contribuire allo "sviluppo globale" solo adeguandosi a questo processo mondiale irreversibile. La Gde è invece il risultato dinamico, dialettico e contraddittorio di scelte compiute da soggetti reali sulla base di una gerarchizzazione/selezione degli interessi materiali, in quanto prodotto essa tende ovviamente a sviluppare anche proprie logiche interne di funzionamento, logiche che però sono sempre, almeno potenzialmente, reversibili e modificabili dagli attori sociali. In altri termini, la Gde come attuale forma del modo sociale di produzione non è un fatto naturale, ma una determinazione storica dei rapporti sociali che in quanto tale è sempre modificabile, reversibile e, in definitiva, governata e diretta da soggetti reali.
D'altronde la non prevedibilità delle future traiettorie della Gde è confermata da diverse evidenze: il carattere contraddittorio del cosiddetto "declino" dell'egemonia statunitense; l'ambivalenza del fenomeno della "finanziarizzazione" dell'economia la quale sembra indicare sia la incapacità ad individuare investimenti adeguati per i capitali eccedenti, sia una accresciuta competizione tra i territori per attirare denaro e investimenti produttivi; la difficoltà di individuare stabili istituzioni sovranazionali in grado di regolare in forme cooperative e negoziali l'economia globale.
Su queste basi si può allora proporre l'ipotesi che la possibilità degli attori locali di progettare e gestire percorsi di sviluppo relativamente autonomi non è annientata dalla Gde. Questa possibilità e le caratteristiche assunte dallo sviluppo locale continuano ad essere connesse alla persistenza nella società di interessi e punti di vista eterogenei e quindi a dipendere dagli esiti, di per sé non definitivi, del loro conflitto. Si assume quindi che la categoria del conflitto - inteso come contraddizione, attuale o potenziale - sia centrale per offrire una rappresentazione adeguata del mutamento sia a livello globale che a livello locale.

Qui concentreremo l'attenzione sul ruolo delle imprese transnazionali (da ora in poi Tnc). Se esse sono, come sembrano essere, il principale vettore della Gde, è allora utile analizzarne caratteristiche e strategie per verificare come esse modifichino il (e siano modificate dal) contesto locale e le condizioni del suo sviluppo possibile. In particolare i problemi che si vogliono approfondire sono i seguenti: a) quali tipi di relazioni competitive e cooperative l'impresa transnazionale tende a costruire, con quali soggetti e in quali ambiti; b) quali legami si instaurano tra Tnc, paese d'origine e paese ospitante; c) come si caratterizza il processo di trasferimento e traduzione delle informazioni e delle conoscenze gestito dalle Tnc e in che misura questo processo coinvolge i diversi attori del contesto locale; d) la problematicità del riferimento alle "reti transnazionali", il rapporto tra Tnc e divisione del lavoro su scala mondiale, tra Tnc e diffusione delle tecnologie, nella dialettica tra locale e globale; e) la rilevanza delle strategie e dell'organizzazione interna della Tnc in ordine al tipo di relazione che essa può instaurare col contesto locale di insediamento.

Sembra allora utile prendere in considerazione alcune proposte teoriche in ordine all'interpretazione dei processi di multinazionalizzazione-transnazionalizzazione che, sebbene parziali e non prive di ambivalenze, possono offrire stimoli interessanti ai fini della presente ricerca. In particolare si metteranno a fuoco: i limiti di un approccio apologetico (la teoria dominante) che non permette di mettere in evidenza il carattere multiforme e gli effetti polarizzanti della diffusione delle multinazionali; l'importanza di connettere l'analisi della multinazionalizzazione nel quadro più complessivo delle trasformazioni e delle persistenze nel modo sociale di produzione capitalistico; il ruolo sempre più decisivo e contraddittorio della risorsa conoscenza nella globalizzazione dell'economia. Non si proporrà quindi un'analisi esaustiva e sistematica delle diverse interpretazioni della internazionalizzazione e del ruolo delle multinazionali, sia perché ci sposterebbe su un terreno troppo analitico di teoria economica non congruo con la prospettiva del presente lavoro, sia perché la conoscenza della realtà delle imprese multinazionali è in effetti ancora molto approssimativa e non ha permesso sino ad oggi di riunificare i molteplici aspetti in una teoria unitaria e coerente.

1. L'approccio dominante: l'impresa multinazionale come "motore dello sviluppo"

Le caratteristiche della multinazionalizzazione
Fuga propone di definire l'impresa multinazionale (im) come un "insieme di società ognuna delle quali opera secondo le norme dell'ordinamento giuridico del paese in cui è localizzata, essendo partecipate e coordinate con tutte le altre da un'altra società (la società madre), localizzata in un paese terzo (il paese d'origine), alle cui leggi, norme e regolamenti essa risponde".
La definizione mette in evidenza la possibilità di una contrapposizione di interessi tra im e paese ospite. Nel caso in cui il complesso delle norme del paese ospite limita o intralcia le attività, la società madre potrà trovare più conveniente investire in un altro paese (questa flessibilità è però limitata quando l'impresa operi nel settore delle materie prime). La sfera d'azione della im "più che uno spazio fisico è uno spazio tecnico-economico": attraverso l'internalizzazione delle transazioni di mercato (quando i mercati sono inesistenti o troppo rischiosi) la im assimila nel proprio spazio economico lo spazio geografico-istituzionale degli stati. L'internalizzazione, leggibile come risposta alla "rigidità" degli stati, crea un'economia "parallela" caratterizzata dai prezzi di trasferimento (differenti ovviamente dai prezzi di mercato) e dal commercio interaziendale. L'im rappresenta un momento di un più ampio processo di internazionalizzazione degli affari.
Fuga sottolinea che l'investimento diretto (Ide) è un elemento necessario per la multinazionalità. Se ne possono individuare due tipologie, relative alla forma e alle finalità. Rispetto alla forma gli Ide possono essere di tre tipi: a) greenfield ("pratoverde"), che consiste nella creazione di stabilimenti ex-novo e di nuovi posti di lavoro; b) acquisizioni, ossia attraverso l'assunzione del controllo di imprese già operanti; c) investimenti di portafoglio, che, essendo di natura meramente finanziaria, non rappresentano, secondo Fuga, una condizione della multinazionalità.
Spesso gli Ide vengono finanziati localmente attraverso differenti canali (reinvestimento di utili realizzati in loco, ricorso al mercato locale dei capitali, incentivazione finanziarie del paese ospitante, ecc.).
Rispetto alle finalità, gli Ide possono essere rivolti: a) ad assicurare l'approvvigionamento di materie prime (primary product investments); b) a rifornire i mercati esteri di prodotti manufatti (market oriented); c) a razionalizzare la funzione di produzione internazionale con spostamenti del ciclo di produzione, laddove si presentino condizioni più favorevoli (sono le im "runaway").
Fuga richiama inoltre la classificazione delle multinazionali proposta da Robinson che riguarda i meccanismi decisionali e gestionali, strutturati secondo una gerarchia, in ordine crescente, di coinvolgimento all'estero: "multinazionale", gestione a orientamento internazionale, processi decisionali concentrati nel paese d'origine; "internazionale", continua a prevalere la caratterizzazione nazionale, ma le attività all'estero sono gestite da un'apposita sezione internazionale; "transnazionale", il centro decisionale unico non è condizionato dal livello nazionale, la proprietà è ripartita tra diversi azionisti; "sovranazionale", l'internazionalizzazione gestionale è molto spinta e permette di operare al di là di qualsiasi limitazione, i dirigenti operano a livello mondiale, l'unico vincolo è quello di non entrare in contrasto con la politica estera del paese di origine.
Nel secondo dopoguerra si possono distinguere, secondo l'Autore, quattro diverse generazioni di im, relativamente alla strategia adottata: I) si basano su investimenti supply oriented, tesi ad acquisire soprattutto materie prime, gli Stati del "centro" e le imprese hanno un reciproco interesse nell'espansione all'estero (prevale fino alla fine degli anni '60); II) la concorrenza oligopolistica spinge le imprese verso nuovi mercati, sostituendo le esportazioni con Ide aggressivi (market oriented), i flussi di investimento si concentrano nei paese industrializzati (in particolare Usa-Europa), mentre nei "Paesi in via di sviluppo" (di seguito, Pvs) si sviluppa una polarizzazione tra aree di nuova industrializzazione e aree più fortemente periferizzate; III) all'internazionalizzazione delle attività industriali si accompagna quella dell'indotto, si sviluppano le im (soprattutto statunitensi) che forniscono servizi alle imprese (gli Ide nel settore dei servizi passano dal 25,2% del 1975, al 39,9% del 1985), il fenomeno interessa pochissimo i Pvs, salvo i "paradisi fiscali"; IV) lo spazio fisico "diventa ininfluente" agli effetti delle decisioni strategiche in materia di localizzazione industriale dei grandi gruppi e anche dei medi. Si tratta delle im "runaway": obiettivo strategico è la compressione dei costi aziendali attraverso il decentramento di segmenti del ciclo tecnico di produzione nei paesi che presentano le migliori opportunità di costo dei fattori utilizzati nella produzione. Si creano spazi aziendali integrati, con una distribuzione geografica strategica per l'impresa (ma non per il paese ospite). La produzione delle componenti delle consociate è scambiata nel commercio intrafirm. L'im si sgancia progressivamente dal paese d'origine e contribuisce alla continua trasformazione della divisione internazionale del lavoro.
Rispetto al rapporto tra sviluppo dell'investimento diretto e sviluppo del paese d'origine Fuga sottolinea che, mentre la correlazione positiva individuata da Dunning sembra contraddetta dall'esperienza statunitense (che dalla metà degli anni '80 sono diventati importatori netti di Ide), è più agevolmente dimostrabile una correlazione positiva a livello microeconomico di impresa tra Ide e Pnl del paese di destinazione, e tra propensione all'investimento estero e ristrettezza del mercato domestico.
Benché la multinazionalità sia appannaggio della grande impresa, sono numerosissime anche le im di media-piccola dimensione (in molti paesi sono la maggioranza), anche se si muovono su uno spazio economico limitato. In genere si ha un'internazionalizzazione graduale, poco diversificata, verso paesi limitrofi (prolungamento del mercato domestico), che evita localizzazioni in paesi a rischio politico (sono quasi assenti nei Pvs), e che tende a ridurre il rischio di investimento tramite joint-ventures.

Gli effetti della multinazionalizzazione
Secondo Fuga, le nuove forme di divisione internazionale del lavoro promosse dalla diffusione delle im hanno prodotto assetti organizzativi e funzionali che, "più che sulla divisione, si basano su una integrazione delle economie nazionali attraverso vincoli di interdipendenza all'interno dello spazio economico delle imprese. (...) il ruolo dell'impresa multinazionale ha registrato mutamenti sostanziali assumendo rilievo strategico nel riequilibrio di divari economici e diventando, come dice l'Onu, il motore dello sviluppo".
Questa funzione di redistribuzione di risorse e opportunità tra i diversi paesi sarebbe assolta dalle im in differenti campi. Le im creano occupazione: esse impiegano oggi all'estero (e quindi anche nei Pvs) un numero di addetti superiore a quello occupato nei paesi d'origine. Attivano la crescita economica dei Pvs: non tanto attraverso gli Ide market-oriented quanto con quelli trade-creating per mezzo dei quali si razionalizza la produzione nel paese di origine spostando settori labour intensive (attraverso im runaway) in paesi a basso costo di manodopera, dove quindi si crea lavoro e sviluppo industriale. Crescono le esportazioni dei Pvs, anche quelli ad intensità di ricerca e di tecnologia. Al movimento internazionale delle merci si sta lentamente sostituendo un movimento internazionale dei fattori, che rende sempre più interdipendenti le singole economie nazionali.
L'im sarebbe inoltre il principale strumento di diffusione dell'innovazione e di fertilizzazione tecnologica a livello internazionale. Emblematici sono, secondo Fuga, i dati sugli Ide in Italia: tra il 1980 e il 1987 le im operanti nel nostro paese hanno dimostrato una elevata propensione innovativa, nonché una capacità propulsiva autonoma delle filiali che smentirebbe la tesi dello svilimento delle attività innovative locali per effetto di centralizzazioni strategiche presso le case madri.
Inoltre le filiali esternalizzano alcune produzioni creando così nuove opportunità per l'imprenditoria locale. Se è vero che le im tendono ad esternalizzare i costi ambientali delle loro produzioni, è anche vero, sostiene Fuga, che esse sono le più attive nell'opera di difesa ambientale. In realtà secondo l'Autore i costi maggiori per i Pvs sono frutto di un processo "oggettivo": non sarebbe possibile provare l'esistenza di strategie tese a penalizzare i paesi più deboli.
In conclusione l'Autore propone un quadro molto ottimistico (quasi apologetico) nel quale l'unico attore rilevante, l'impresa multinazionale, assolve il compito di ristrutturare e riequilibrare l'economia mondiale secondo una logica oggettiva ed efficiente. Manca un'analisi della dialettica tra l'impresa multinazionale e gli altri attori locali e globali, un'analisi che invece è necessaria per mettere in evidenza i fattori critici che possono produrre contraddizioni anche forti tra le multinazionali e i contesti locali di insediamento.
Uno scenario più realistico e maggiormente critico del ruolo delle multinazionali (un attore tra gli altri) nella trasformazione dell'economia mondiale è quello offerto da Michalet.

2. La multinazionalizzazione come prodotto e causa della dinamica del modo di produzione capitalistico

Nell'ambito dell'approccio critico, il contributo di Michalet, per quanto a distanza di vent'anni alcune sue descrizioni delle forme della multinazionalizzazione possano oggi apparire inadeguate, continua a rappresentare un punto di riferimento importante per i tentativi di offrire nuove interpretazioni del ruolo delle imprese multinazionali (o transnazionali) nell'economia mondiale.
Secondo l'Autore, permane immutata la tendenza del modo di produzione capitalistico a divenire mondiale, ma si vanno trasformando le su forme di esistenza. La teoria dello scambio internazionale è ormai inadeguata: il tema dominante non è più l'interdipendenza, bensì il progressivo decentramento delle produzioni industriali e lo sviluppo di un'economia mondiale. L'internazionalizzazione della produzione implica che gli spazi economici nazionali non coincidono più con i confini politici; che la dimensione mondiale informa di sé le attività nazionali; che è necessario riconoscere il primato della sfera della produzione su quella della circolazione; che la divisione internazionale del lavoro subisce una totale ristrutturazione. Il dibattito si concentra sul nuovo protagonista della scena mondiale: l'impresa multinazionale (Imn è l'abbreviazione utilizzata da Michalet). Ma il "riconoscimento della specificità dell'economia mondiale esige che si stabilisca un legame tra la multinazionalizzazione delle imprese e l'internazionalizzazione del capitale. Il passaggio ci sarà offerto con l'analisi del decentramento della produzione, inteso come spostamento del luogo di formazione del valore. (...) Le Imn costituiscono il supporto principale del decentramento. (...) Ma esse giocano anche un ruolo attivo, partecipando alla formazione di questo stesso sistema."
La Imn, sottolinea opportunamente Michalet, non è un'entità separata: il processo di multinazionalizzazione va letto nella logica dell'internazionalizzazione del capitale; esso ne è sia il prodotto che la riproduzione, ed indica la metamorfosi dell'economia internazionale in economia mondiale.
La Imn può essere definita come una "grande impresa nazionale che possiede o controlla più filiali di produzione in altrettanti paesi". In genere, essa appartiene a settori ad alta concentrazione di capitale (quindi legata al carattere monopolistico dell'economia di origine) ed è inizialmente esportatrice (e in parte continua ad esserlo). L'Autore preferisce il termine "multinazionale" rispetto a "transnazionale", in quanto quest'ultimo finisce con l'indicare un'impresa ormai completamente sradicata dal proprio paese d'origine, tesi che sarebbe poco difendibile visto che "la distribuzione nazionale delle Imn segue fedelmente la gerarchia dei prodotti nazionali lordi", anche se taluni aspetti della gestione delle Imn presentano una connotazione transnazionale.
La diffusione delle Imn rafforzerebbe un processo di omogeneizzazione dei modelli di produzione e consumo su scala mondiale. Il fenomeno della multinazionalizzazione non è nuovo, inizia alla fine dell'800 e si sviluppa negli anni che precedono la prima guerra mondiale, ma la sua accelerazione a partire dagli anni '50 è dovuta essenzialmente all'aumento rapidissimo degli investimenti americani nel mondo. Già nel 1970 negli Usa la metà delle esportazioni e un terzo delle importazioni erano da attribuire alle Imn.
Un elemento importante è, per Michalet, la presenza, a prescindere dalla varietà delle forme organizzative, di un rapporto gerarchico tra società-madre e filiali della Imn: "Lo spazio gerarchizzato dell'Imn permette di creare le condizioni di una omogeneità che è essa stessa preliminare all'utilizzazione efficace e redditizia delle differenze nazionali e regionali. E' in questo senso che l'Imn non può essere considerata etnocentrica, né policentrica, né geocentrica: essa è, volta a volta, ognuna di queste cose, a seconda che l'ottica sia orientata verso la ricerca delle diversità o verso quella delle identità. Resta il fatto che la natura profonda del fenomeno della multinazionalizzazione è di essere simultaneamente sfruttamento e negazione delle diversità. Questa dialettica dell'omogeneo e dell'eterogeneo impronta di sé tutte le caratteristiche specifiche di funzionamento delle Imn."
Il fenomeno della multinazionalizzazione costituisce allora il vettore principale dell'estensione su scala mondiale del rapporto sociale specifico al modo di produzione capitalistico: la forma del lavoro salariale. Quindi, il processo di internazionalizzazione del capitale (che sottende quello di multinazionalizzazione) è un movimento di riproduzione su una base allargata del modo di produzione capitalistico.
Un'analisi microeconomica sulle ragioni per cui un'impresa si fa multinazionale deve basarsi, secondo l'Autore, su una teoria dell'investimento diretto (ide), la quale rimanda a quattro fattori considerati centrali nel dibattito corrente: A) l'esistenza di disparità nazionali: l'ide, sostituendo l'esportazione, consente di abbattere i costi di trasporto e di infrangere le barriere protezionistiche; B) la struttura oligopolistica dei mercati: la concorrenza oligopolistica ormai proiettata su scala mondiale favorisce la scelta dell'investimento diretto; C) il vantaggio tecnologico e il "ciclo del prodotto" (elemento considerato da Michalet poco significativo, in quanto la teoria del ciclo del prodotto di Vernon sottovaluterebbe il problema della disparità dei costi di produzione tra paese di origine e paese ospitante); D) la disparità nei costi di produzione: i differenziali salariali sono considerati dall'Autore il fattore più importante (ma non può essere considerata una spiegazione esclusiva, perché non dà ragione dei flussi di Ide tra economie che si collocano allo stesso livello di sviluppo).
La spiegazione del fenomeno della multinazionalizzazione deve allora essere cercata, secondo Michalet, non tanto a livello microeconomico, bensì nel rapporto tra strategie di multinazionalizzazione e contraddizioni del capitalismo. I primi tre fattori (A, B, C,) corrispondono ad una "strategia commerciale" (realizzazione del plusvalore) tesa a penetrare i nuovi mercati ("sostituzione di esportazione" attraverso "filiali relé"), è una strategia che però non svela la dinamica propria dell'economia mondiale. Il quarto fattore (D) corrisponde invece alla "strategia produttiva" (creazione del plusvalore). Questo rappresenta, secondo Michalet, la spiegazione più importante, in quanto consente di connettere il fenomeno della multinazionalizzazione all'interno del movimento del modo di produzione. Infatti, secondo L'Autore, l'utilizzo su scala mondiale (attraverso l'internazionalizzazione) di una forza-lavoro di minor valore, consente di aumentare il saggio di plusvalore e quindi contrastare la tendenza alla caduta del saggio del profitto, la quale si manifesta, secondo l'Autore, nella crisi da sovraccumulazione del capitale.
L'analisi di Michalet sulla tipologia e l'organizzazione interna delle Imn appare oggi datata in ordine ad alcuni aspetti specifici (quindi nella sua articolazione, più che nelle sue linee portanti), ma vengono messi in evidenza alcuni fenomeni che risultano ancora oggi significativi: la minore autonomia delle "filiali reparto", ossia di quelle filiali che producono beni (intermedi) non per il mercato locale (come le "filiali relé") ma per altre filiali; la maggiore uniformità delle strutture di produzione, distribuzione e consumo delle Imn specializzate nella produzione di beni di consumo di massa; la possibilità che con l'integrazione mondiale delle attività dell'Imn (specializzazione internazionale delle filiali) vi sia un decentramento di responsabilità (per la produzione corrente) verso le direzioni regionali o per prodotto e, contestualmente, un aumento della standardizzazione e una riduzione di autonomia delle filiali, "sempre più simili a reparti di una fabbrica planetaria"; la crescente tendenza alla formazione e al reclutamento di quadri locali per il management delle filiali; l'inadeguatezza delle organizzazioni sindacali su scala mondiale.
Un ulteriore elemento significativo riguarda la diffusione della tecnologia: Michalet sostiene che le Imn rappresentano il principale veicolo di trasferimento di tecnologia, la quale da una parte circola all'interno della Imn e dall'altra "fuoriesce in direzione dei potenziali scientifici e tecnici nazionali (Pstn)". Per quanto riguarda la circolazione interna di tecnologia si ha un'omogeneizzazione del sapere e delle tecniche indipendentemente dal grado di sviluppo delle singole economie, e contemporaneamente si riproduce la gerarchia nel controllo delle e nell'accesso alle conoscenze. Le tecniche di produzione utilizzate nelle filiali sono ampiamente indipendenti dalla dotazione in fattori presenti a livello locale, e la standardizzazione è più forte nel caso delle "filiali reparto". La circolazione esterna di tecnologia in rari casi finisce per arricchire il potenziale scientifico e tecnologico complessivo del paese ospitante, mentre sono possibili arricchimenti a livello di settore.
A questo proposito Annerstedt e Gustavsson sottolineano opportunamente come le multinazionali abbiano un controllo sempre più esclusivo delle tecnologie, anche attraverso il sistema dei brevetti. Inoltre evidenziano come l'ide permetta alla multinazionale la "vendita in blocchi" di tecnologia al paese ospitante, il quale è messo di fronte all'aut-aut: prendere o lasciare. I paesi della periferia devono acquistare, oltre a tecnologie e brevetti, anche il know how, inteso qui come la capacità di utilizzare e applicare una determinata tecnologia. Secondo i due Autori ciò che è specifico nel capitalismo è l'estensione che la produzione e la riproduzione della conoscenza hanno raggiunto, la loro importanza per la crescita economica, e la loro concentrazione in un numero sempre più ristretto di istituzioni.
Infine Michalet mette in evidenza alcune delle contraddizioni che accompagnano la "riproduzione dello sviluppo ineguale" nell'estensione del modo di produzione capitalistico su scala mondiale. È in particolare la diffusione di strategie basate sulle filiali reparto che riproduce il sottosviluppo: da una parte viene impiegata una certa quantità di salariati locali, dall'altra vengono disgregate le culture tradizionali, creando così una massa di disperati e di esclusi che pesano sui salariati. Si tratta di una delle tante disparità che contraddicono la tendenza all'omogeneizzazione: la produttività del lavoro viene livellata, ma ciò non si accompagna ad un livellamento delle remunerazioni. Ciò mantiene diseguali i saggi di plusvalore e favorisce il decentramento delle unità di produzione.
In sostanza, ciò che è decisivo, secondo Michalet, per la comprensione dell'economia mondiale e del ruolo delle Imn, è l'esistenza simultanea e contraddittoria dell'unità e della disparità: "la sopravvivenza di un'economia precapitalistica è la condizione che garantisce il basso valore della forza-lavoro, ciò che permette di utilizzare una piccola parte di essa nei settori integrati al capitalismo mondiale e pesare sul mercato del lavoro nelle economie industrializzate nella misura in cui il decentramento di interi settori industriali vi accresce la disoccupazione. La diffusione delle tecnologie moderne e dei modelli di consumo obbedisce alla stessa logica contraddittoria. Al movimento di uniformizzazione che abbiamo già discusso corrisponde lo sviluppo fortemente ineguale delle conoscenze scientifiche e tecniche. Il luogo della loro produzione, generalmente, non segue il movimento del processo produttivo; essa resta assegnata alle economie più sviluppate."
Questo ultimo riferimento alle contraddizioni merita alcune annotazioni specifiche. Intanto va sottolineato come la tesi qui esposta sembra differente sia da quella di Bonzio che da quella di Wallerstein: in contrasto col primo Michalet sostiene che la persistenza di forme precapitalistiche è alla base del mantenimento di un differenziale nel saggio di plusvalore, e quindi della possibilità dello scambio ineguale; in contrasto col secondo ritiene che l'elemento precapitalistico non consista nella persistenza di "aggregati domestici" a sostegno dei redditi da salario (minoritari), bensì nella loro distruzione, la quale produce una massa di diseredati che "pesano" sui salariati. Il significato non è chiaro, ma sembra riferito alla riproduzione del meccanismo "esercito di riserva", non solo verso i salariati delle periferie, ma anche verso quelli dei centri. Si ritiene però, come messo in evidenza dallo stesso Michalet, che questa proposta, a differenza di quella di Bonzio, non riesce a dare conto dell'esistenza di flussi di Ide nei paesi più "sviluppati", un fenomeno che peraltro negli ultimi vent'anni (il testo di Michalet è del 1976) sembra essere notevolmente cresciuto.
Ciononostante, il contributo di Michalet sembra essere di grande importanza in quanto consente di connettere le caratteristiche e l'agire dell'impresa multinazionale con le complesse dinamiche del capitalismo e di evitare così considerazioni riduttive, decontestualizzate e, in definitiva, moralistiche sulla "bontà" o la "malvagità" dell'impresa multinazionale.

3. L'impresa transnazionale nell'economia della conoscenza

Secondo Grandinetti e Rullani la "teoria eclettica" delle imprese multinazionali proposta da Dunning rappresenta un tentativo di sintesi che in realtà "ratifica la crisi" degli approcci sino allora dominanti e segna il passaggio alle "teorie della globalità".
Negli anni '80, secondo i due Autori, viene affermandosi un diverso modello di internazionalizzazione, la quale si caratterizza come un fenomeno di divisione del lavoro (operativo e cognitivo) che utilizza le forme di comunicazione e di relazione proprie dell'economia globale.
Il significato della divisione del lavoro si fa più complesso, una molteplicità di relazioni transnazionali efficienti, oltre al tradizionale scambio di mercato, possono essere allacciate: A) all'interno della singola impresa; B) attraverso rapporti cooperativi; C) attraverso la mediazione di reti internazionali. Il vantaggio competitivo dei paesi, delle regioni e dei distretti si basa sempre di più sulla varietà e la diversità organizzate nella divisione internazionale del lavoro. Gli ambienti nazionali e locali, e le loro diversità, giocano un duplice ruolo importante nella competizione internazionale: in "uscita", come incubatori del vantaggio competitivo delle imprese endogene che diventano internazionali; in "entrata", come attrattori nei confronti delle strategie internazionali delle imprese esterne.
I sistemi nazionali e locali sono in grado di apprendere e di evolvere, attraverso una co-evoluzione dove le trasformazioni dei diversi contesti sono interdipendenti. La problematica dell'evoluzione transnazionale costituisce lo spazio logico appropriato per inquadrare il concetto di globalità. Nella contaminazione transnazionale tra sistemi nazionali e locali è centrale la circolazione transnazionale delle conoscenze: quando l'evoluzione dei sistemi nazionali/locali che entrano a far parte dell'economia internazionale è alimentata da consistenti contaminazioni culturali e conoscitive provenienti dal circuito internazionale, si può dire che l'evoluzione assume una forma globale. Il "villaggio globale" è allora il luogo dove le varietà stanno direttamente a contatto l'una con l'altra, e le contaminazioni, così come le occasioni per la specializzazione e l'evoluzione, diventano dunque massime.
I due Autori assumono il concetto proposto da Porter di "catena del valore", attraverso il quale si può suddividere l'impresa nelle diverse attività che essa svolge quando progetta, produce, vende e distribuisce i suoi prodotti. Nella strategia internazionale la catena del valore ha due dimensioni: a) la localizzazione delle attività della catena; b) il coordinamento delle attività dislocate nei diversi paesi. Nell'impresa transnazionale la configurazione delle attività (risorse, responsabilità, decisioni) risulta diffusa, non solo per sfruttare meglio i differenziali nazionali, ma anche per offrire risposte migliori alle domande specifiche dei mercati locali; in questa configurazione diffusa vi è la tendenza alla specializzazione delle risorse e delle capacità, e prevalgono le interdipendenze reciproche e l'interazione cooperativa tra le parti del sistema. La cooperazione inter-firm è un fenomeno in forte crescita e può essere rappresentato come una nuova modalità competitiva per affrontare la complessità.
Una competizione globale più aperta fa diventare, secondo Porter, la base domestica non meno, ma più importante, secondo Reich invece si avrebbe il risultato opposto: progressiva perdita di importanza della nazionalità delle aziende. Grandinetti e Rullani sostengono che una risposta adeguata alle tesi di Reich deve spostare l'analisi sul piano delle conoscenze e sul rapporto dialettico tra le sfere cognitive del locale e del globale. Allo stesso modo rifiutano la "tesi estrema" di Levitt secondo il quale l'impresa globale può estendere a livelli prima impensabili la standardizzazione, le economie di scala e la produzioni di massa, data la progressiva omogeneizzazione del mercato e l'imporsi del consumatore globale. Al contrario, la varietà non viene ridotta e l'intensità della concorrenza favorisce le politiche di differenziazione (anche geografica) dei prodotti.
Un modello che sembra convincere i due Autori è quello proposto da Bartlett e Ghoshal. La crescente complessità impone alle imprese di adottare un modello organizzativo transnazionale; l'impresa transnazionale (Tnc) sotto il profilo organizzativo si configura nella forma di una rete integrata; le filiali all'estero sono entità specializzate e interdipendenti, entro una logica sistemica "evoluta", sotto i due profili del coordinamento e dell'apprendimento. La capacità di apprendere in modo diffuso e di trasferire conoscenze diventa una leva competitiva sempre più importante per le imprese che operano nei settori globali. La specializzazione implica la differenziazione dei ruoli e delle responsabilità delle consociate, recuperando in tal modo sia i benefici della divisione internazionale del lavoro, sia una superiore flessibilità nell'operare in diversi mercati-paese comunque globalmente interdipendenti. Secondo Bartlett e Ghoshal la differenziazione interna e l'integrazione non gerarchica delle parti sono le fondamentali risposte strategiche e organizzative dell'impresa multinazionale alla sfida della complessità/globalità.
In definitiva il modello di Bartlett e Ghoshal riconosce che è la varietà dei paesi il dato da organizzare, attraverso il coordinamento di consociate autonome che possono attingere a tale varietà e alimentare con questa le competenze e le strategie dell'intera organizzazione multinazionale.
Il dibattito attuale, secondo Grandinetti e Rullani, sembra polarizzarsi su due posizioni: a) quella dell'organizzazione multidomestica, che riconosce autonomia alle filiali o alle consociate su base territoriale (con un'autonomia strategica delle unità nazionali o continentali); b) quella dell'impresa globale (secondo la lettura di Levitt) che identifica centri globali di responsabilità per funzione, i quali hanno autorità sulle attività delle imprese ovunque localizzate, relativamente alla funzione in cui sono specializzati.
Rispetto a questa polarizzazione la soluzione "transnazionale" di Bartlett e Ghoshal rappresenterebbe il superamento della rappresentazione dicotomica locale-globale, prendendo così le distanze sia dal modello che valorizza in modo unidimensionale le autonomie locali, sia da un modello riduttivamente "globale".
Fondamentale, secondo i due Autori, diventa il riferimento alle economie di scala a livello di conoscenza. La scelta di concentrare le conoscenze in un unico punto significa legare le innovazioni possibili al sapere contestuale di un singolo paese. Mentre va sottolineato che la conoscenza contestuale prodotta nei diversi paesi è una risorsa, sia come arricchimento delle conoscenze già codificate, sia per la ri-contestualizzazione e l'utilizzazione del sapere codificato nei diversi paesi. D'altra parte un frazionamento nelle autonomie locali sarebbe incompatibile con la logica delle economie di scala globali.
L'autonomia locale può allora entrare in gioco in due modi: a) diventando una specificazione interna della posizione globale, ossia di reti che sono unificate globalmente per competenza distintiva, ma articolate in una varietà di soluzioni che utilizzano il sapere contestuale delle consociate. Il criterio globale risponde alla logica della rete dove i nodi centrali possono risiedere nelle consociate e non necessariamente nella casa-madre. b) le consociate sono collegate in una rete come un insieme di "business unit autonome", le quali costruiscono le loro linee di divisione del lavoro con altre consociate estere, ma anche con imprese indipendenti. A queste business unit è affidata la funzione comunicativa e relazionale con il contesto nazionale.
In questo modo, il modello organizzativo transnazionale, superando la dicotomia centralizzazione/decentramento, opera innanzitutto all'interno dell'organizzazione una distribuzione selettiva del processo decisionale, e quindi dei luoghi in cui si gestisce il coordinamento, attraverso sistemi formali e informali.
Quando la densità delle relazioni di scambio nell'ambito dell'insieme organizzativo locale della consociata è alta, ad essa deriva un potere nei confronti della casa-madre alla quale risulta difficile rispondere in base al principio gerarchico. D'altra parte, un'elevata densità nel network esterno corrisponde tipicamente a un elevato livello di interazioni tra le consociate della multinazionale, e a un'attenuata centralità relazionale della casa madre.
In sintesi Grandinetti e Rullani sostengono che "le reti globali rappresentano un modo di organizzare il sistema cognitivo della produzione internazionale, un integratore specifico (diverso dai mercati e dalle gerarchie) su cui può reggersi la divisione del lavoro cognitivo su scala internazionale. In particolare, nell'internazionalizzazione dell'epoca post-fordista (che abbiamo qualificato con il termine "comunicativa"), la divisione del lavoro si appoggia a reti transcontestuali, che trasferiscono direttamente la conoscenza tra i tanti mondi locali che partecipano all'economia globale."
Da una recente analisi di alcuni gruppi multinazionali europei emergerebbe un quadro in qualche misura coerente con l'approccio dei due Autori: non sarebbe individuabile un unico modello di internazionalizzazione; si hanno invece soluzioni organizzative differenziate, all'interno delle quali variano i compiti affidati alle consociate. Queste avrebbero maggiore autonomia nella gestione delle risorse umane e nello stesso tempo assumerebbero comportamenti più omogenei sulla base dell'accelerata internazionalizzazione del management. L'omogeneità aumenta nelle effettive modalità di funzionamento delle organizzazioni, in quanto la spinta competitiva alla maggiore efficienza rivaluta il ruolo delle economie di scala e la capacità di ottimizzare su scala globale la divisione del lavoro. Aumenta l'importanza delle divisioni verticali e quindi della capacità di gestire e valorizzare le differenze in un'ottica globale. Da ciò deriverebbe la necessità per l'impresa di sviluppare un management con un forte radicamento locale, al fine di connettere più culture regionali e creare la rete di rapporti sui quali costruire i vantaggi competitivi dell'internazionalizzazione.
Ciononostante i due Autori (così come nella interpretazione della globalizzazione), anche in riferimento alla specifica analisi del processo di transnazionalizzazione, sembrano prospettare una troppo facile e pacifica convergenza tra le morfologie e le strategie transnazionali, da una parte, e le caratteristiche e le possibilità di auto-direzione dei contesti locali, dall'altra. In questo modo, nonostante l'enfasi sulla varietà, vengono di fatto sottovalutate le differenze sia tra i processi di transnazionalizzazione, sia tra i contesti locali, i quali presentano in realtà differenti concentrazioni di capacità e risorse con le quali affrontare gli attori e i processi transnazionali.
Un altro limite ricorrente della proposta è riscontrabile nel modo con cui è tematizzato il ruolo della conoscenza. La conoscenza e le informazioni che in un determinato contesto sono valutate come "rilevanti" rappresentano indubbiamente nell'attuale fase dello sviluppo capitalistico un bene fondamentale. Certamente questo bene trova nelle "reti" transnazionali un canale di circolazione preferenziale. Ma che nell'economia transnazionale la conoscenza rappresenterebbe il meccanismo di integrazione più adeguato (rispetto alla gerarchia e al mercato) è un'affermazione difficilmente sostenibile. I due Autori sostanzialmente suggeriscono la tesi secondo la quale la conoscenza è un "integratore" al pari della fiducia, della reciprocità, delle relazioni tipo clan. Al contrario la conoscenza, proprio in quanto bene prezioso, è trattata come una merce, oppure circola incorporata nelle merci (forza-lavoro compresa). In quanto merce è scambiata sul mercato con denaro e il suo prezzo dipende dal suo livello di standardizzazione/innovatività e da altri fattori (ad esempio i rapporti di forza tra i contraenti). Ovviamente all'interno della Tnc la conoscenza, oltre a poter assumere la forma di merce scambiata nel mercato interno tra filiali e tra queste e la casa-madre, è un fattore di produzione che, al pari degli altri fattori di produzione, viene collocato nei modi più adeguati per massimizzare le performance dell'impresa stessa. Ma anche in questo caso la conoscenza rimane un bene: non diventa un meccanismo di integrazione.
La questione quindi sta in termini radicalmente diversi rispetto a come è prospettata dai due Autori: il controllo della conoscenza è un terreno di conflitti assai aspri sia nella dialettica locale/globale (nella relazione tra Tnc e contesto locale), sia nei rapporti di produzione. Nella dialettica locale/globale è verosimile che le forze globali dispongano di maggiori risorse rispetto ai soggetti locali, per cui per le prime sarà più facile tradurre le "conoscenze contestuali" (frutto dell'esperienza) in conoscenze astratte e formalizzate, viceversa i secondi incontreranno maggiori difficoltà, pur avendo acquistato una determinata merce-conoscenza, a tradurre il suo contenuto astratto nello specifico contesto di utilizzazione. Non a caso le Tnc riescono - nel commercio di tecnologie -a imporre ai contraenti più deboli l'acquisto di interi pacchetti di conoscenza, in quanto all'utente manca spesso il know-how necessario per sfruttare a pieno le potenzialità di un singolo segmento di conoscenza.
Nell'ambito dei rapporti di produzione il capitalista e i suoi agenti hanno bisogno - per legittimare il loro potere sociale - di mantenere il più alto controllo possibile del processo lavorativo, di conseguenza alla forza-lavoro verranno "cedute" esclusivamente le conoscenze e le informazioni necessarie per garantire determinati risultati produttivi (e questo vale sia nella "vecchia" organizzazione taylorista, sia nella "nuova" organizzazione toyotista), viceversa attraverso le più "moderne" e "sofisticate" tecniche di gestione delle risorse umane (paternalismo, coercizione, ricatto, ecc.) la direzione di impresa cercherà di ottenere gratuitamente le conoscenze e le informazioni che vengono costantemente prodotte e fatte circolare sulle linee di produzione dalla forza-lavoro.