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Globalizzazione dell'economia:
caratteristiche principali e differenze
interpretative

di Paolo Barrucci
 



Questo testo è tratto dal volume Barrucci P., Economia globale e sviluppo locale. Per una dialettica della modernità avanzata, Pisa, Felici, 1998. Gli interessati possono richiedere il testo
alla libreria "Tra le righe", via Corsica 8, 56126 Pisa, tel. e fax 050.830177

Tra le discontinuità che caratterizzano il divenire della modernità, e il nesso modernità-globalizzazione, fondamentale sembra essere quella relativa alle strutture spazio-temporali. Il tempo e lo spazio si oggettivano attraverso processi materiali, ossia nelle esperienze e nelle rappresentazioni degli attori: non si dà un senso dello spazio (e del tempo) obiettivo e immutabile. Il controllo del tempo e dello spazio sociali rappresenta una risorsa decisiva del potere. Come per lo spazio e il tempo, anche la definizione di cosa siano il locale e il globale è socialmente costruita e storicamente determinata.
L'ipotesi proposta è che il locale, come spazio di relazioni sociali significative, non scompaia ma si trasformi, modificando la propria identità mantenendo una relativa autonomia. Questa possibilità appare fortemente connessa alla consapevolezza e alla conoscenza che gli attori sono in grado di sviluppare in ordine alla loro reciproca relazione e al contesto. Lo sviluppo locale come possibilità, come esito non scontato e non-determinato del mutamento, ha quindi come riferimenti fondamentali quelli della consapevolezza, del potere sociale e del conflitto.

Alcuni nodi problematici che caratterizzano storicamente il dibattito nelle scienze sociali: la non-autosufficienza del mercato come "modello di integrazione" sociale; il problema della incorporazione (embeddedness) dell'economia nella società, il rapporto di reciproco condizionamento tra le strutture e le sovrastrutture. È in relazione a questi nodi problematici che cercheremo qui di affrontare il problema dei significati e delle interpretazioni della globalizzazione dell'economia.

1. Globalizzazione economica: alcune linee generali

Prima di prendere in considerazione alcuni nodi teorici specifici, rispetto ai quali la letteratura presenta interpretazioni spesso anche marcatamente differenziate, appare congruo offrire un quadro generale-descrittivo delle caratteristiche e delle linee di tendenza della globalizzazione dell'economia, sul quale sembra possibile ravvisare - nell'ambito della teoria critica - un consenso diffuso, rendendo disponibili anche alcuni dati di fonte "ufficiale" su fenomeni salienti del panorama dell'economia mondiale, e sugli effetti più appariscenti del suo strutturarsi nelle differenti società.

L'indebolimento dello stato-nazione
Un primo elemento generalmente accolto nel dibattito riguarda la progressiva accelerazione - a partire dai primi anni '70 - di quella tendenza, iniziata già nel secondo dopoguerra, all'indebolimento del legame tra stato nazionale e capitale. Questa disgiunzione si manifesta soprattutto nella spiccata tendenza delle imprese - specialmente quelle più grandi - ad oltrepassare i confini nazionali, non più solo attraverso le esportazioni di merci o gli investimenti di portafoglio, ma trasferendo interi segmenti produttivi nelle più diverse aree del pianeta, alla ricerca delle migliori condizioni di produzione. Questo fenomeno rende sempre più complicato per i governi il controllo dell'economia nazionale e della gestione fiscale, con una conseguente crisi di legittimità e di sovranità degli stati nazionali.

Sviluppo delle imprese transnazionali e trasformazioni della divisione internazionale del lavoro
Le imprese transnazionali (d'ora in poi, TNC), attraverso gli investimenti diretti all'estero e l'apertura di filiali variamente collegate con le società-madri, accrescono progressivamente il proprio controllo sull'economia mondiale e sullo sviluppo tecnologico, spesso sostituendo alle forme tradizionali del commercio internazionale modalità di scambio intra-firm tra consociate. Un confronto (relativo al 1995) tra il fatturato annuo di alcune TNC e il PNL di alcuni paesi (in miliardi di dollari) può dare un'idea delle dimensioni economiche del fenomeno: Mitsubishi (361838), Australia (337909), India (319660), Belgio (250710); FIAT (46467), Romania (33488), Tunisia (16369), Bolivia (5905).
Si calcola che agli inizi degli anni '90 operassero nel mondo oltre 37.000 TNC, con oltre 200.000 filiali estere (escludendo dal novero tutte le alleanze strategiche inter-firm, i contratti per il trasferimento di tecnologie e quelli di franchising). Il 91% delle TNC ha come base le economie sviluppate di mercato; l'8%, i paesi "in via di sviluppo"; l'1%, le economie "in transizione". Tra le 100 maggiori società transnazionali non-finanziarie, le prime 10 controllano quasi un terzo delle attività totali e un terzo di quelle estere.
Nonostante abbiano esteso enormemente le loro attività, quadruplicando gli investimenti esteri negli anni '80, le società transnazionali hanno mantenuto invariato il numero dei propri occupati e, in diversi casi, lo hanno diminuito.
La diffusione delle imprese transnazionali (TNC) contribuisce altresì a trasformare il panorama della divisione internazionale del lavoro. Non esiste un unico modello di TNC: le differenze in termini di strategia e di organizzazione interna hanno a che fare con una molteplicità di fattori: la cultura imprenditoriale del paese di origine, dove ha sede la società-madre; l'"ambiente" che caratterizza i "paesi ospiti", dove si insediano le filiali; la conformazione dei mercati; il settore e i tipi di prodotto su cui opera l'impresa; ecc. In ogni caso, una prima, seppur schematica, distinzione può essere fatta sulla base del grado di complessità dell'organizzazione dell'impresa in funzione delle strategie: per le strategie di "integrazione semplice" si ha una struttura organizzativa per la quale la società-madre commissiona - fornendo anche tecnologia, know-how, materiali e capitali - ad una o più filiali (o a subcontrattisti) una determinata fase del ciclo produttivo, per poi importare (o commercializzare direttamente sui mercati esteri) il prodotto finito; nelle strategie a "integrazione complessa" invece le filiali non hanno solo il compito di produrre su commissione della società-madre, ma possono assolvere a differenti funzioni (R&S, progettazione, produzione di differenti componenti, assemblaggio, ecc.), sulla base di un'organizzazione a rete, i cui nodi possono collocarsi nelle più diverse (e distanti l'una dall'altra) aree del pianeta. Inoltre la crescita dell'integrazione delle reti di produzione e vendita a livello internazionale è dovuta anche alla diffusione di "alleanze strategiche" tra due o più società transnazionali (provenienti anche da differenti paesi), che in genere sono limitate nel tempo e hanno la funzione di affrontare la soluzione di problemi specifici (ad esempio, l'abbattimento dei costi di R&S in un determinato settore).

La "finanziarizzazione" dell'economia mondiale
La crisi da sovrapproduzione di merci e di capitali (il capitale eccedente che non riesce a collocarsi in investimenti remunerativi) provoca un rallentamento nella crescita complessiva e una più agguerrita competizione, e favorisce sia una centralizzazione del capitale finanziario attraverso fusioni e acquisizioni, sia una crescita del capitale fittizio (basata sulla moltiplicazione di operazioni di tipo speculativo). In campo finanziario e commerciale operano non solo banche, compagnie di assicurazione e società commerciali, ma anche società transnazionali che pur presenti in altri settori (industriale, petrolifero, ecc.) dispongono di una propria rete finanziaria e commerciale. Il giro di affari che si svolge in campo finanziario a livello internazionale è di gran lunga maggiore di quanto appaia dalle statistiche degli investimenti esteri. La deregolamentazione delle strutture finanziarie e monetarie, nel corso degli anni '80, ha aperto le frontiere a movimenti di enormi quantità di capitali che vengono continuamente spostati da un mercato all'altro, da un investimento all'altro, da una moneta all'altra, in base ai saggi di profitto, ai tassi di cambio e di interesse.

Dagli accordi di Bretton Woods al "declino" dell'egemonia statunitense
L'attacco decisivo alla sovranità della sterlina viene dispiegato da Roosvelt negli anni 1931-39, attraverso una politica protezionistica basata sulla flessibilità controllata dei cambi. Gli accordi siglati a Bretton Woods il 22 luglio 1944 segnano sostanzialmente, dietro l'apparenza della soluzione negoziata, la "reale centralizzazione del capitale mondiale intorno all'imperialismo Usa". In quella stessa occasione vengono creati il Gatt ("trattato generale per il commercio e le tariffe"), e due importanti organismi sovranazionali: la Banca Mondiale (Bm) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), sui quali è evidente il predominio statunitense (di fatto, fino al 1970, gli Usa in base alle quote sottoscritte, sono l'unico paese in grado di esercitare il diritto di veto sulle decisioni del Fmi). Nel secondo dopoguerra gli Usa impongono un regime di cambi fissi, sollecitando la dichiarazione ufficiale di "parità" fisse col dollaro da parte dei più importanti trentadue paesi del mondo (18 dicembre 1946). Il dollaro si avvia così ad affermarsi come unica moneta mondiale effettiva. Anche se formalmente veniva ripristinato un regime di "gold exchange standard", ancorato sia al dollaro che alla sterlina, si andava ormai direttamente verso un regime di "dollar standard". Tra il 1946 e il 1958 la convertibilità internazionale riguardò solo la valuta statunitense, ed è in quel periodo che gli Usa "consolidarono definitivamente il loro monopolio sul mercato mondiale dei capitali." L'epoca del dominio Usa - durante la quale si afferma la concezione di un mercato mondiale come spazio di esistenza, specifico e perfettamente integrato, dei monopoli multinazionali - si protrae fino alla fine degli anni '60, quando prende avvio quel processo di inflazione che esploderà nel decennio successivo. L'epoca del massimo splendore segna anche l'inizio della crisi: il "mercato mondiale andava rapidamente saturandosi, la sovrapproduzione eccedeva le possibilità di reinvestimento, il plusvalore non trovava più condizioni per essere prodotto e realizzato e il profitto cominciava la sua caduta ciclica. I principali indici dell'economia statunitense invertivano la tendenza fino ad allora seguita. Cosicché, anche alla superficie monetaria, la crisi di liquidità, che si andava sempre più evidenziando alla fine del grande sviluppo postbellico, mise in luce la mancanza di 'fede' nel capitale Usa."
A partire dal 1968, a fronte della crisi di liquidità, gli Usa rispondono con l'"economia di carta", aprendo così una fase di liquidità eccessiva. Nell'agosto del 1971 viene dichiarata l'inconvertibilità in oro del dollaro. Nel 1973 viene abbandonato il sistema dei cambi fissi. Nel gennaio 1976 a Kingston (Jamaica) si svolge il primo vertice tra i "paesi più industrializzati" (che di lì in poi fu meglio conosciuto come Gruppo dei Cinque: Usa, Giappone, Germania, Regno Unito e Francia), dove viene stabilita la definitiva eliminazione dell'oro come riferimento dei pagamenti internazionali e la costituzione di un fondo, vincolato prevalentemente al dollaro, per l'accensione di prestiti internazionali, dai quali avrà origine il cosiddetto problema del "debito estero". L'avvio di questi "vertici" rappresenta bene il passaggio dalla fase di gestione monopolistica Usa del Fmi e della Bm a quella di gestione tripolare dei medesimi organismi sovranazionali.
Il declino dell'egemonia assoluta degli Usa sulla scena mondiale, non sembra però permettere conclusioni troppo affrettate in ordine ad un prossimo passaggio della leadership mondiale ad un altra potenza. Se la capacità produttiva degli Usa diminuisce in termini relativi, in termini assoluti la sua economia continua a prevalere su scala mondiale, comunque si misurino le sue attività, anche rispetto al Giappone, alla Germania o alla Ce, pur mostrando tassi di crescita inferiori agli altri. Per fare un esempio: nel 1990 la percentuale del PIL spesa dal Giappone in R&S era (pari al 3,1%) maggiore di quella statunitense (2,8%), ma in termini assoluti gli Usa spendevano per la R&S più del doppio del Giappone (149 miliardi di dollari contro 67) e quasi il 30% in più dell'Unione europea (meno di 102 miliardi di dollari). Non solo, i dati dimostrano altresì che nella distribuzione regionale della spesa mondiale per la R&S la quota del Nord America (leggi Usa, dato lo scarso peso del Canada) è passata dal 32,1% del 1980 al 42,8% del 1990.
Un altro dato (1990) non secondario riguarda la bilancia dei pagamenti nel campo delle tecnologie: gli Usa sono in forte attivo (+ 10.475 milioni di ECU), la Ue in notevole passivo (- 4.220) e il Giappone in lieve passivo (- 177).
Alla crisi di egemonia dell'economia statunitense ha corrisposto una più acuta competizione tra i tre poli dell'economia mondiale: gli USA, l'Europa (la Germania, in particolare) e il Giappone. Nell'area della "triade" e all'interno di ciascun polo si concentra la maggioranza degli investimenti e degli scambi commerciali, e quindi della ricchezza complessiva. Su scala regionale, gli investimenti esteri dei maggiori paesi industriali si concentrano nell'Asia orientale e in America latina, mentre restano bassi nel resto dell'Asia e in Africa.

La crescita delle diseguaglianze e il "problema del debito": il ruolo degli organismi internazionali nati a Bretton Woods
Nel 1991 il 20% della popolazione mondiale deteneva l'84.7% del PIL, contro l'1.4% del 20% più povero. E la forbice della diseguaglianza mondiale tende sempre più ad allargarsi, soprattutto dopo la "crisi del debito" (scoppiata nel 1982 con la dichiarazione di insolvibilità del Messico), per affrontare la quale, il Fondo Monetario Internazionale ha assunto il compito di "caldeggiare" presso i governi dei paesi debitori l'attuazione dei cosiddetti "piani di aggiustamento strutturale" (SAP). Ciò dovrebbe permettere ai "paesi in via di sviluppo" di recuperare il gap che li separa dai paesi capitalistici avanzati. In realtà le funzioni dei SAP sono altre: offrire uno sbocco all'eccedenza di capitali attraverso sconsiderate politiche di privatizzazione; rendere più "flessibili", e quindi più attraenti per l'investimento di capitali, i mercati del lavoro locale; distogliere le risorse destinate ai bisogni della collettività a favore della creazione di infrastrutture che rendano "confortevole" l'ambiente per le imprese investitrici; infine perpetuare e approfondire il paradosso per il quale nei "paesi in via di sviluppo" (PVS) le uscite di fondi per il pagamento degli interessi sul debito, sopravanzano di molto le entrate nette relative ai prestiti ricevuti: in questo modo sono i PVS a finanziare, al netto, i paesi capitalistici del "centro".
Le banche commerciali e i governi creditori, riuniti nel Club di Parigi, subordinano la rinegoziazione dei termini dei debiti in scadenza, alla concessione di prestiti di stabilizzazione da parte del Fmi, per il cui ottenimento è appunto necessario che il paese debitore si impegni all'adozione di politiche restrittive. Le politiche deflattive servono per far emergere un surplus nelle bilance commerciali dei paesi debitori, col quale finanziare il pagamento almeno parziale degli interessi annuali sul debito. In questo modo i crediti internazionali continuano ad essere apparentemente esigibili e le banche evitano di accollarsene le perdite. Per questa via, tutti i costi della crisi ricadono sui paesi debitori.

2. Possibilità interpretative e nodi problematici

Tra i molti problemi teorici che attraversano il dibattito attuale sui significati e le tendenze della globalizzazione economica, due in particolare sembrano significativi per una ricerca sulle possibilità dello sviluppo locale.
Il primo riguarda la dialettica tra trasformazioni e persistenze che caratterizza la crescita estensionale e intensionale dell'economia capitalistica su scala mondiale. Si tratta, in altre parole, di valutare quali fenomeni effettivamente nuovi sembrino emergere rispetto al passato, quali si ripropongano uguali a sé stessi, e quali eventualmente, pur mantenendo la forma tradizionale, assumano significati sostanzialmente differenti rispetto ad epoche precedenti. Un'analisi delle trasformazioni e delle persistenze sembra necessaria per ottenere una rappresentazione adeguata del quadro entro il quale individuare le condizioni per progettare nuove possibilità dello sviluppo locale.
Il secondo, connesso col primo, ha a che fare con gli effetti di questa diffusione planetaria dell'economia capitalistica e con le forme che essa assume: nello specifico, interessa capire se la globalizzazione dell'economia comporti una crescita dell'omogeneità o viceversa dell'eterogeneità nei modi e nei significati dell'organizzazione/riproduzione dei rapporti e delle relazioni sociali. Le possibili manifestazioni dell'alternativa omogeneità/eterogeneità (sia nelle forme, sia negli effetti della globalizzazione) non sono però auto-evidenti come potrebbe apparire in prima battuta. Ossia, non è affatto detto che ad una maggiore omogeneità corrisponda necessariamente un restringimento delle possibilità per lo sviluppo locale, e viceversa. La questione fondamentale è andare alla ricerca di che cosa venga eventualmente reso più omogeneo o più eterogeneo: ad esempio, una crescita dell'omogeneità negli standard di vita dei popoli della terra non dovrebbe determinare un restringimento delle alternative, anzi al contrario, potrebbe, in ipotesi, offrire ai diversi contesti locali le risorse necessarie per progettare e gestire le proprie possibilità. È su queste ambivalenze che vorremmo in particolare concentrare l'attenzione.

L'approccio del sistema-mondo: potenzialità e limiti
In relazione ai due ordini di problemi sopra richiamati si possono individuare, nell'ambito della teoria critica, stimoli interessanti all'interno del dibattito che si è sviluppato in relazione alle proposte teoriche del cosiddetto approccio del sistema-mondo, il quale è forse attualmente l'approccio più conosciuto e discusso tra quelli che hanno per oggetto le questioni connesse alla globalizzazione dell'economia.
Non è un'operazione semplice quella di proporre una sintesi dell'approccio del "sistema-mondo", in funzione delle due questioni messe a fuoco, al fine di valutarne limiti e capacità euristiche, per diverse ragioni. Innanzitutto perché i diversi Autori che vi si riconoscono sostengono ipotesi teoriche a volte piuttosto eterogenee tra loro; un secondo problema è rappresentato dal fatto che la proposta teorica dei singoli Autori si è spesso andata modificando, anche in relazione a questioni non di secondo ordine; infine, la terza ragione, in parte connessa anche con le due sopra richiamate, è che nel suo insieme l'approccio appare assai fluido, per cui rimane difficile identificare tutti gli elementi della sua struttura portante. Date queste premesse, e sperando di non far eccessivi torti ad un panorama teorico così "complesso", possiamo tentare di individuarne alcune linee interpretative, prendendo spunto anche da una sintesi recentemente proposta da Wallerstein, l'Autore più noto tra coloro che si riconoscono in questo approccio.

Un primo elemento di discussione è dato dalla scelta dell'unità di analisi per lo studio dell'agire sociale: questa, si sostiene, non deve essere - come in genere è per le scienze sociali - la "società", tipicamente connessa nella letteratura allo "stato-nazione", bensì il "sistema-mondo", che è un "sistema-mondo storico", con un inizio, uno sviluppo e una fine. Il processo storico sarebbe, da sempre, stato caratterizzato da un confronto tra differenti sistemi-mondo: gli imperi-mondo e le economie-mondo. Fino al 1500 d.C. gli imperi-mondo sono risultati più forti, assorbendo le economie-mondo circostanti; ma oltre un certo limite spaziale e temporale l'impero-mondo tendeva a disgregarsi, e iniziava un processo di contrazione. Lasciava così spazio allo sviluppo di nuove economie-mondo e minisistemi. Gli imperi-mondo di successo ebbero in genere una vita più lunga delle economie-mondo. Ma intorno al 1500 "avvenne qualcosa di strano, di cui non vi è stata finora, a mio avviso, alcuna spiegazione veramente soddisfacente: la forza relativa della forma economia-mondo e di quella impero-mondo conobbe un'inversione."
In quel periodo si sviluppò in Europa un'economia-mondo più resistente che, successivamente, si espanse nello spazio assorbendo gli imperi-mondo e i minisistemi circostanti, senza mostrare alcun limite spaziale intrinseco. "Essa sopravvisse e fu dunque in grado di servire come contesto per il pieno sviluppo di un modo di produzione capitalistico, che richiede e può esistere solo all'interno di una forma di economia-mondo."
Alla fine del XIX secolo un'economia-mondo capitalistica si estendeva, per incorporazioni successive, sull'intero globo, assorbendo tutti i sistemi storici esistenti. Contemporaneamente questa economia-mondo sviluppava una sua "sovrastruttura politica": un sistema interstatale composto di stati sovrani. Gli stati, sostiene Wallerstein, non vengono prima del sistema interstatale, ma ne sono il prodotto (il continuamente ri-prodotto), così come i gruppi etnici, le classi sociali, le nazioni, gli aggregati domestici.
La forza motrice di questo nuovo sistema-mondo è l'accumulazione incessante di capitale, basata, sin dai suoi inizi, su una "divisione assiale del lavoro" e su uno scambio ineguale tra centro e periferia, grazie al quale il primo si appropria del surplus della seconda. Tra il centro e la periferie esisterebbe una zona intermedia: la semiperiferia.

Nonostante alcuni meriti indiscutibili di questo approccio, tra i quali quello di aver riproposto con forza nelle scienze sociali la necessità di uno studio multidisciplinare (o come sostiene Wallerstein, "unidisciplinare") della globalità dei fenomeni sociali, antitetico al paradigma "sviluppista", esso è stato oggetto di diverse critiche, alcune delle quali assai penetranti.
Una prima perplessità, strettamente connessa alla prima delle due questioni poste precedentemente, ossia alla coppia trasformazione/persistenza, è relativa agli effetti di un'eccessiva enfasi sull'importanza di andare a ricercare nella storia ciò che nella sostanza "non è cambiato", o, analogamente, la ciclicità ricorsiva dei "cambiamenti discontinui". Se l'attenzione alle persistenze è certamente importante per evitare di venir abbagliati da presunte "novità", è altrettanto necessario riconoscere nel processo storico i salti qualitativi, le discontinuità (le trasformazioni) che modificano i significati anche di ciò che apparentemente non è cambiato. In questo senso non sembra accettabile il misconoscimento del ruolo della "rivoluzione industriale" nello sviluppo del capitalismo, o meglio, nello sviluppo del modo sociale di produzione specificamente capitalistico.
Questa sottovalutazione, criticata dallo stesso Amin, che pure sostiene di riconoscersi sostanzialmente in quell'approccio, può essere tematizzata più adeguatamente nell'ambito di un altra questione fondamentale su cui si sono concentrate diverse critiche: le condizioni sociali e materiali che hanno favorito lo sviluppo del capitalismo. Bonzio, ad esempio, critica la tesi del sistema-mondo secondo la quale il capitalismo centrale si sarebbe sviluppato solo grazie ad una preliminare subordinazione di alcune aree periferiche, alle quali - tramite forme di sfruttamento operanti esclusivamente nell'ambito della circolazione internazionale delle merci - venne estorto quel surplus necessario per dare avvio all'industrializzazione.
In realtà, sostiene l'Autore, la prima rivoluzione industriale è resa possibile dalla trasformazione dei rapporti sociali, ossia da una trasformazione qualitativa della struttura sociale (e tecnico-organizzativa) dei processi produttivi, e non da un semplice processo quantitativo di estorsione del surplus. L'Autore, in accordo con le critiche di Brenner, sostiene opportunamente che Wallerstein "definisce il sistema capitalistico mondiale sulla base del mercato, e dei flussi mercantili tra il centro e la periferia, lasciando del tutto impregiudicata la fondamentale questione della trasformazione delle relazioni socio-produttive nel processo di costituzione del modo di produzione capitalistico (e dunque di un'economia capitalistica mondiale fondata sulla predominanza di detto modo di produzione)."
Ciò non toglie, precisa Bonzio, che un certo grado di sviluppo del commercio sia indispensabile per l'innescarsi del processo relativo alla costituzione del modo di produzione capitalistico. Tuttavia, come Marx sostenne più volte, "la generalizzazione delle forme mercantili può avvenire soltanto sulla base del modo di produzione capitalistico, che presuppone la riduzione a merce della stessa capacità lavorativa (forza-lavoro) del produttore diretto. Il modo capitalistico di produzione - il cui fulcro è rappresentato dai suoi specifici rapporti sociali - costituisce dunque il fondamento di quello che Wallerstein definisce il mercato capitalistico mondiale."

Analoga sembra essere la posizione di Berberoglu, il quale, dopo aver criticato "l'impostazione liberale", sostiene che, rispetto "all'eclettismo astorico" di quest'ultima, l'approccio del sistema-mondo rappresenti certamente un progresso, ma soffra comunque di "parecchie manchevolezze". Soprattutto è da rifiutare, secondo l'Autore, la considerazione del sistema-mondo in termini strettamente circolatori, in base alla quale il capitalismo è concettualizzato in un contesto di rapporti di scambio.
È utile sottolineare il fatto che Wallerstein si cimenti di frequente nel tentativo di interpretare Marx in modi che siano coerenti con la sua proposta teorica, che è appunto di tipo circolazionista, che non riconosce nella rivoluzione industriale una vera e propria discontinuità, e infine che sembra assai distante dall'analisi marxiana delle classi e della lotta tra le classi. Questi tentativi appaiono così molto spesso insostenibili: ad esempio, per dimostrare le "prudenze e le ambiguità dello stesso Marx" nel sostenere la tesi della centralità del proletariato industriale Wallerstein cita un passo del cosiddetto Capitolo VI inedito. Quel passo è estratto da un paragrafo che, se fosse stato citato per intero, avrebbe non solo dimostrato che per Marx il proletariato industriale è centrale, ma anche la subordinazione del capitale mercantile al capitale industriale, ossia un'altra di quelle tesi marxiane in cui Wallerstein ritiene di vedere "prudenze e ambiguità". Si può ulteriormente mettere in evidenza come quello stesso passo possa essere citato per criticare le tesi di Wallerstein sul ruolo dei cosiddetti "aggregati domestici", nei quali confluiscono redditi di varia natura a sostegno della riproduzione della forza lavoro (il che comporta ovviamente un'esternalizzazione dei costi per il capitale). Secondo Wallerstein il processo di proletarizzazione (e quello di borghesizzazione) rappresenterebbe un paradosso, in quanto, distruggendo questi aggregati, indebolisce l'intero sistema nel lungo periodo, a dispetto della "volontà e degli interessi della borghesia come classe."
In realtà per Marx ciò non rappresenta un paradosso: il modo di produzione capitalistico nel suo sviluppo utilizza anche forme di produzione e riproduzione sociale differenti, quali forme transitorie, ossia fino al momento in cui esse risultano funzionali agli imperativi dell'accumulazione e del profitto.

Si tratta di una questione che è esplicitamente connessa con il problema del rapporto tra omogeneità ed eterogeneità e dei suoi significati. Molto schematicamente si può affermare che secondo Wallerstein l'economia-mondo capitalistica tende, riproducendo la polarizzazione centri-periferie, a riprodurre l'eterogeneità tra i due poli, ma contemporaneamente, tende ad omogeneizzare le condizioni alla periferia, attraverso la diffusione dei processi di proletarizzazione e borghesizzazione, che progressivamente distruggono i rapporti non (o pre-) capitalistici: questo processo minerebbe le basi del sistema stesso e rappresenterebbe il preludio alla nascita di un "sistema-mondo socialista".

Diversamente, l'approccio di Bonzio permette di porre in modo diverso la dialettica tra omogeneizzazione ed eterogeneizzazione. L'unità d'analisi scelta dall'Autore non è l'economia-mondo bensì il modo di produzione capitalistico. Bisogna rompere, secondo Bonzio, con quelle concezioni che considerano il sistema economico mondiale come un intreccio di modi di produzione distinti: capitalistico al centro, non capitalistici alla periferia. In realtà il modo di produzione capitalistico avrebbe ormai stabilito la propria diretta dominazione all'interno (piuttosto che "dall'esterno", tramite il mercato mondiale) di tutte le formazioni sociali costituenti il sistema economico mondiale. Non si tratta però di un processo lineare ed estensivo: ogni nuovo stadio del modo di produzione capitalistico determina una riarticolazione delle relazioni capitalistiche internazionali attorno a nuovi paesi dominanti e trainanti. Ogni tappa di ristrutturazione si concretizza in un perfezionamento dei metodi di estorsione del plusvalore relativo, cosicché "nei periodi di trapasso da uno stadio all'altro dello sviluppo del capitalismo si verifica una valorizzazione accelerata nei nuovi settori trainanti della società capitalistica (...) cui fa riscontro una valorizzazione deficitaria, o addirittura una vera e propria caduta del saggio del profitto, negli altri settori della formazione sociale (già dominati nella precedente fase di sviluppo del capitalismo) con il conseguente aumento della tendenza alla sconnessione e allo squilibrio di insieme."
Da ciò alcuni studiosi, tra cui Wallerstein, ricaverebbero una concezione "catastrofistica" secondo la quale il capitalismo avrebbe raggiunto ormai il "limite ultimo" del suo sviluppo. L'errore, secondo Bonzio, sta nella sottovalutazione degli intensi processi di trasformazione (qualitativa) che vanno maturando nell'ambito dell'attuale fase di transizione interna al capitalismo, processi che, prevedibilmente, "sfoceranno con l'emergere di una nuova strutturazione del processo di produzione capitalistico articolata attorno a nuovi settori produttivi dominanti e trainanti."
Il predominio del modo di produzione capitalistico comporterebbe allora, principalmente, la riproduzione (allargata) della forma di produzione capitalistica e nel contempo provocherebbe "disgregazione e crisi" delle forme capitalistiche caratteristiche degli stadi precedenti. Queste ultime, ad ogni stadio, prima di venire dissolte, vengono ristrutturate e sussunte alle nuove forme dominanti di produzione capitalistica. Quindi non vengono a rappresentare forme residuali in via di sparizione, ma forme subordinate a quelle dominanti. Diversamente da quanto sostenuto da Braudel, nella misura in cui il modo di produzione capitalistico accresce il suo dominio all'interno di una determinata formazione sociale, sviluppandosi per fasi successive, le forme socio-produttive precapitalistiche tendono (definitivamente) a scomparire, mentre "si differenziano sempre più le forme di produzione capitalistiche".
Pur non negando la presenza residuale di forme socioproduttive precapitalistiche, secondo Bonzio, il problema è quello di un dominio della dinamica capitalistica del lavoro (il nucleo invariante) a livello mondiale, in una serie di paesi dislocati ai più diversi stadi dello sviluppo di detto modo di produzione. Ogni stadio non elimina i precedenti, "ma li spinge dal centro alla periferia del sistema capitalistico mondiale, subordinandoli alla propria riproduzione su scala allargata". Si può allora ipotizzare, continua l'Autore, che "il modo di produzione capitalistico, nel corso della sua espansione su scala mondiale, tende effettivamente, così come pensava Marx, a rendere omogenea la forma sociale dei rapporti di produzione ma, al tempo stesso, tende a conservare una notevole eterogeneità per quanto riguarda le forme di produzione capitalistiche (a cui corrispondono strutture sociali e tecnico-organizzative differenti)."
Secondo Bonzio inoltre, Wallerstein non spiega in modo soddisfacente come certi paesi modifichino la loro posizione strutturale nell'ambito dell'economia-mondo (ad esempio il passaggio da una posizione periferica ad una semiperiferica). Ciò sarebbe connesso al limite più evidente della scuola dell'economia-mondo, ossia "quello di non rendere intellegibile il processo di internazionalizzazione dei rapporti capitalistici di produzione, processo che, attraverso il veicolo degli investimenti di capitale, i mutamenti della divisione internazionale del lavoro dovuti al decentramento di certi settori industriali, modifica la struttura dei rapporti tra le formazioni sociali a sviluppo ineguale, in quanto accelera il predominio del modo di produzione capitalistico sulle formazioni sociali meno sviluppate."
La teoria di Wallerstein, presupponendo la persistenza sin dagli inizi della storia dell'economia-mondo capitalistica di una netta divaricazione tra centri e periferie, finisce col sostenere la tesi secondo la quale lo sviluppo diseguale dipenderebbe sostanzialmente dalla persistenza di forme socio-produttive precapitalistiche.
Peraltro, la cosiddetta "industrializzazione del Terzo Mondo" e le recenti trasformazioni nella divisione internazionale del lavoro, sembrano aver indotto, nei sostenitori dell'approccio dell'economia-mondo una maggiore cautela nell'uso di distinzioni rigide tra centro, periferia e semiperiferia. Ciò non toglie che le tesi di Wallerstein non sembra che si siano modificate significativamente: lo sviluppo dei "centri" continua ad essere spiegato sostanzialmente sulla base dell'estorsione di surplus dalle "periferie".
La proposta di Bonzio è radicalmente differente. Egli individua nella dinamica del capitalismo, accanto a un movimento prevalente di tipo "centripeto" - che spiegherebbe perché i differenziali nei livelli di sviluppo economico tra i diversi paesi siano andati crescendo -, un movimento centrifugo del capitale (un'espansione mondiale del modo capitalistico di produrre), in funzione nettamente subordinata al primo.
Il movimento centrifugo, dopo una prima fase, ha riguardato essenzialmente il decentramento verso i paesi periferici "sia di parti del ciclo produttivo controllato dalle imprese capitalistiche del centro, sia di interi settori industriali ormai superati quanto a metodi produttivi adottati e prodotti ottenuti". Il movimento centrifugo quindi è prodotto da quello centripeto: a ogni balzo in avanti del modo di produzione capitalistico nell'ambito dei paesi centrali (movimento centripeto) fa riscontro un'espansione capitalistica a livello internazionale tramite il decentramento di interi settori industriali verso la periferia del sistema (movimento centrifugo). In questo modo, sostiene l'Autore, è possibile verificare l'esistenza di formazioni sociali poste a differenti gradini dello sviluppo capitalistico, con le conseguenti gerarchizzazioni. Il movimento centripeto del capitale può così provocare la crescente "periferizzazione" di alcune regioni (il cosiddetto "Quarto Mondo"), rendendo obsolete e superate (rispetto alle esigenze autoproduttive del capitalismo centrale) i prodotti e/o le materie prime precedentemente fornite da dette formazioni sociali. Invece le "semiperiferie" sarebbero rappresentate da quelle formazioni sociali che, per effetto del movimento centrifugo del capitale, hanno conservato (o acquistato) una specifica funzione "nell'ambito della divisione capitalistica del lavoro che via via si stabilisce nel quadro dell'economia capitalistica mondiale."
Concludendo, su questo punto, secondo Bonzio lo sviluppo diseguale dipende, fondamentalmente, da un dominio della dinamica capitalistica del lavoro a livello globale che "coinvolge nel suo mulinello il complesso delle varie formazioni sociali centrali, periferiche e semiperiferiche". In questo senso si può affermare che "lo sviluppo diseguale - derivante dal duplice movimento (centripeto/centrifugo) del capitale - risulta strutturalmente funzionale alle esigenze autoriproduttive del capitalismo centrale. Ma si tratta, per essere chiari, di una "funzionalità sistemica" nel senso preciso che non è lo sviluppo ineguale (e neppure il "sottosviluppo" della periferia) che regge il capitalismo centrale ma è proprio la forza autopropulsiva di quest'ultimo a provocare, tramite salti a nuove epoche socio-produttive, uno sviluppo sempre più distorto e piramidale con differenziazioni crescenti tra i vari paesi costituenti il sistema mondiale capitalistico".

Ulteriori spunti di riflessione relativamente ai rapporti problematici trasformazione/persistenza, omogeneità/eterogeneità possono pervenire da un'analisi di un recente lavoro di Arrighi, altro importante esponente dell'approccio del sistema-mondo.
L'Autore sostiene la tesi secondo la quale alcune aree prima periferiche hanno ridotto il loro divario rispetto ai "centri organici" in termini di tasso di industrializzazione, ma non quello relativo ai redditi. Di per sé quindi lo sviluppo dell'industrializzazione non garantirebbe una mobilità ascendente "nella gerarchia del valore aggiunto". L'eccezione a questa regola sarebbe rappresentata dallo sviluppo delle "Quattro Tigri" (Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong, Singapore) dell'Asia orientale, che sono riuscite a spostarsi dal gruppo di "stati a basso reddito" al gruppo di "stati a medio reddito".
La spiegazione fondamentale di questa eccezione è da ricercare, secondo l'Autore, nelle scelte geopolitiche degli Usa nei confronti del Giappone, a partire dall'immediato dopoguerra. L'esplosione della guerra fredda, e poi della guerra di Corea, indussero gli Stati Uniti ad offrire enormi aiuti militari ed economici al Giappone, ma anche a Taiwan e alla Corea del Sud. Negli anni '60, date le più severe restrizioni finanziarie, gli Usa decisero di favorire l'integrazione commerciale tra i tre Paesi asiatici. Tra il 1964 e il 1974 triplicarono le importazioni giapponesi negli Usa. Queste ed altre evidenze dimostrerebbero che, storicamente, la mobilità ascendente dell'economia giapponese nella gerarchia del valore aggiunto dell'economia-mondo capitalistica è stata basata su un rapporto di "scambio politico" che ha permesso alla classe capitalistica giapponese di esternalizzare i costi di produzione e di "specializzarsi nella ricerca del profitto", rifornendo il "welfare-warfare" state americano di prodotti industriali a basso prezzo. Secondo Arrighi "fu questo fenomenale avanzamento dell'economia giapponese che divenne l'elemento principale dell'espansione industriale e dell'integrazione economica dell'intera regione dell'Asia orientale. (...) Il modello istituito dall'espansione dell'economia 'nazionale' giapponese negli anni cinquanta e sessanta è stato riprodotto negli anni settanta e ottanta su scala (regionale) allargata. E la principale caratteristica strutturale del regime emergente rimane l'approvvigionamento dei mercati ricchi con prodotti che incorporano lavoro a basso costo dei paesi poveri."
La spiegazione offerta dall'Autore del "miracoloso" avanzamento economico dell'Asia orientale, per quanto verosimile, non appare del tutto convincente, almeno per due ragioni: a) perché tende ad essere sostanzialmente monocasuale, sottovalutando l'importanza di altri elementi, "interni" a quei paesi, che molto probabilmente hanno avuto un ruolo non secondario in questo "miracolo": i rapporti tra impresa capitalistica e istituzioni statali, le caratteristiche specifiche assunte dalla sviluppo della lotta di classe, l'esistenza di peculiari culture del lavoro e culture imprenditoriali, ecc.; b) per il suo carattere eccezionalistico: non è affatto scontato che simili meccanismi di crescita possano essere individuati in altre aree del pianeta e in altri paesi che storicamente non sono stati "protetti" tramite "scambi politici" dagli Stati Uniti.
Un altro elemento, connesso col precedente, che non convince nella proposta di Arrighi, è quello relativo alle prospettive attuali. Secondo l'Autore, proprio a causa di questo "irregolare" balzo in avanti di un'area economica prima marginale, saremmo oggi di fronte ad una "svolta epocale": per la prima volta nella storia non saremmo in presenza di una potenza in grado di esercitare egemonia sia sul piano economico che su quello militare. Il Giappone e gli altri paesi dell'arcipelago capitalistico avrebbero conquistato il "quasi-monopolio della liquidità mondiale", mentre gli Usa conserverebbero il "quasi-monopolio dell'uso legittimo della violenza su scala mondiale".
Il punto debole sembra stare nel fatto che il riferimento alla "liquidità mondiale" rimanda ancora una volta, come opportunamente messo in evidenza da Amin, a una teoria della regolarità ciclica dei processi di "finanziarizzazione", col rischio di cancellare la loro specificità nei differenti stadi dello sviluppo capitalistico e nei differenti paesi. Ora, al di là della opportunità di un confronto storico con altre fasi di "finanziarizzazione", l'attuale fase non sembra interpretabile, come vorrebbe Arrighi, in base alla tesi secondo la quale "il capitale tende a fare ritorno a forme più flessibili di investimento, soprattutto alla sua forma denaro. (...) gli agenti capitalistici 'preferiscono' la liquidità, e una parte straordinariamente alta delle loro disponibilità finanziarie tende a rimanere in forma liquida."
Piuttosto essa sembra segnalare il perpetuarsi della crisi mondiale da sovrapproduzione di merci e, soprattutto, di capitali che non trovano possibilità di investimento adeguatamente remunerativo. Diversamente Arrighi ritiene che il capitale tenda sempre a preferire la "forma denaro", e quindi "ad accumularsi in maniera più diretta, come nella formula abbreviata di Marx D-D'." In realtà, per Marx, con la formula D-D' non si ha letteralmente "accumulazione", ossia crescita del capitale complessivo, quanto piuttosto "centralizzazione", ossia il rastrellamento (attraverso ad esempio fusioni e acquisizioni) da parte di alcuni del plusvalore precedentemente estorto da altri agenti capitalistici alle rispettive forze lavoro, ossia si ha una differente distribuzione dei capitali tra i capitalisti. Ora, la "centralizzazione" può essere sia un mezzo per sostenere con maggior forza il capitale industriale nei suoi investimenti, e quindi indica che siamo in presenza di una fase di crescita dell'economia capitalistica; sia il segno della mancata soluzione al problema dell'eccedenza di capitali. Nella fase attuale sembra più verosimile la seconda ipotesi.
Rispetto quindi alla "peculiarità" della situazione attuale individuata da Arrighi, i paesi più potenti sul piano economico non saranno probabilmente quelli in grado di controllare semplicemente la maggiore "liquidità", bensì quelli in grado di risolvere meglio e prima il problema di trovare sbocchi produttivi alle eccedenze di capitali.

Non possedendo elementi sufficienti per sbilanciarsi in ipotesi in merito agli equilibri futuri, è comunque utile segnalare come potrebbe risultare affrettato un giudizio su un indebolimento irreversibile del potere economico statunitense, il quale metterebbe il mondo, come sostenuto da Arrighi, di fonte ad alternative radicali. Probabilmente è più verosimile l'ipotesi di una riproposizione, per un periodo non breve, di una conflittualità inter-imperialistica tra i tre poli economici dominanti (Europa, Giappone, Usa), sotto il "controllo" del potenziale militare statunitense. D'altra parte, oltre alle ricerche che mettono in dubbio la radicalità del "declino" statunitense , vi sono anche Autori che non condividono neppure la tesi della "deindustrializzazione" degli Stati Uniti. Estall ad esempio afferma che gli addetti all'industria manifatturiera negli Usa hanno cominciato a diminuire fin dal 1953, ma il valore della produzione industriale è cresciuto. Tra il 1960 e il 1987 il contributo del settore secondario al PNL è diminuito a vantaggio del terziario, ma si è trattato di una diminuzione relativa: contemporaneamente si è avuta una crescita della produzione industriale in valori assoluti (+150%), mentre gli addetti all'industria sono calati del 14%. Più che di "declino industriale", secondo l'Autore, si deve parlare di forte aumento della produttività.
Si potrebbe quindi affermare che ci troviamo oggi di fronte più che a una radicale trasformazione, alla persistenza, seppur in forme nuove, di quella crisi da sovrapproduzione, iniziata a metà degli anni '60, alla quale i diversi poli capitalistici non sembrano in grado di trovare una soluzione.

Approcci critici al concetto di globalizzazione
Una critica interessante alle tesi che enfatizzano la radicalità della trasformazione che sarebbe rappresentata dall'attuale fase di "globalizzazione" è quella di Bellofiore. Oltre ai dubbi sul presunto passaggio dal fordismo al postfordismo e sul potere assoluto delle imprese transnazionali ritenute ormai da molti "deterritorializzate", l'Autore critica l'idea secondo la quale saremmo in presenza di una svolta epocale del capitalismo, ormai divenuto compiutamente "globale". Ossia, un capitalismo caratterizzato da un processo economico "disincarnato e deterritorializzato", in una situazione non più governabile dalla politica e dalla società.
In realtà, sostiene l'Autore, in epoche passate, da un certo punto di vista, il mondo è stato più "globale" di quanto lo sia oggi. La fase di internazionalizzazione retta dal sistema del "gold standard" (1870-1913) fu di estensione e profondità sconosciute, e reggerebbe benissimo il confronto con l'attuale fase di "globalizzazione": la crescita del commercio mondiale procedette in quegli anni ad un tasso medio del 3,4%, contro il 3,6% della fase 1973-1990. Per quanto riguarda il mercato del lavoro si sono avuti, a cavallo dei due secoli, flussi migratori mai più eguagliati; e l'autonomia degli stati era forse allora più ridotta di quanto lo sia oggi. La fase attuale sarebbe caratterizzata in realtà da un mercato non mondiale ma tripolare, dove le tre aree sono ancora relativamente "chiuse" dal punto di vista dei commerci e dove gli scambi inter-area continuano ad essere contrattati "politicamente". Inoltre, sostiene l'Autore, la parola d'ordine della "deregolazione" è stata sempre meno praticata in questi ultimi dieci anni, a favore di una politica di ri-regolazione (gli accordi all'hotel Plaza del 1985 per un controllo concertato sugli andamenti valutari; la gestione cooperativa della crisi borsistica di New York del 1987 - che era di dimensioni ben più gravi di quella che determinò il crollo del 1929).
Se si vuole individuare gli elementi di novità della fase attuale essi, sostiene Bellofiore, vanno ricercati altrove, e precisamente nel fatto che: a) rispetto all'epoca del gold standard il traino dell'economia internazionale è rappresentato non dal commercio ma dagli investimenti diretti all'estero (Ide), i quali, in contrasto con le tesi sulla "globalizzazione", si concentrano sempre più nelle aree della "triade"; b) gran parte di questi Ide è costituita da fusioni ed acquisizioni: non viene quindi creata nuova capacità produttiva; c) i movimenti di capitale prevalenti sono di breve termine, e perciò di natura eminentemente speculativa; d) crescono progressivamente consistenti aree di rendita, fenomeno che modifica notevolmente la struttura di classe e il conflitto distributivo; e) il commercio attuale intra e infra-regionale ha, in buona misura, natura regolata: ciò dimostra ulteriormente la natura non deterritorializzata delle multinazionali, in quanto la base nazionale rimane ancora il luogo di competenze specifiche, relazioni, mercati e indotti; f) i flussi migratori sono oggi tendenzialmente tutti diretti verso "l'interno" della "triade" h) si è interrotta nell'ultimo quindicennio la tendenza più che secolare alla riduzione del tempo di lavoro individuale, sostituita dall'allungamento e dall'intensificazione della giornata lavorativa effettiva.

Un approccio in parte differente, in ordine all'attuale rapporto tra trasformazioni e persistenze, è quello di Pala, il quale rifiuta il concetto di "globalizzazione", ritenuto troppo ambiguo, proponendo invece la categoria di "imperialismo transnazionale". Egli sostiene che sebbene all'interno della persistente non soluzione della crisi da sovrapproduzione, siamo oggi di fronte ad un altro grande passaggio d'epoca: "da un lato con la fine del monopolio imperialistico Usa, dall'altro con il già consolidato passaggio dalla forma prevalentemente nazionale a quella transnazionale dell'imperialismo stesso - con tutto ciò che comporta per le questioni politiche istituzionali circa il ruolo degli stati nazionali, sullo sfondo di una ridefinizione della divisione internazionale del lavoro basata sulla seconda grande rivoluzione industriale, quella dell'automazione del controllo, per una nuova organizzazione della produzione e del lavoro."
Sul piano della potenzialità dei processi produttivi questa nuova svolta epocale sarebbe sostenuta sia dall'unificazione del mercato mondiale dei capitali (esteso per la prima volta su tutto il pianeta), sia dalla seconda grande rivoluzione industriale telematica, "l'automazione del controllo". In una fase critica in cui l'attività produttiva si preoccupa soprattutto della razionalizzazione qualitativa di "processi, prodotti e lavoro" è la speculazione finanziaria che fa valere le "proprie leggi di classe: (...) essa è la legge inesorabile della fase discendente della crisi ciclica scatenata dall'eccesso di sovrapproduzione".
La "tripolarità imperialistica" delineatasi agli inizi della crisi, si sarebbe in un certo senso assestata, continuando purtuttavia a generare contraddizioni. Da una parte, la fine dell'egemonia economica assoluta degli Usa e la loro permanente dominanza politico-militare, determina un arroccamento delle principali tre potenze imperialistiche come poli di riferimento all'interno delle loro aree e zone di influenza, caratterizzando su basi rinnovate il ruolo dei loro stati nazionali in quanto dominanti. Dall'altra parte, si è venuta recentemente articolando, in funzione di quell'assestamento, una certa pervasiva trasversalità agli stati nazionali stessi, più rispondente alla diversificazione per interessi della collocazione di classe del capitale finanziario nel mercato mondiale.
La borghesia finanziaria internazionale, non potendo costruire uno "stato mondiale" (con ruoli analoghi a quelli svolti dallo stato per il capitale nazionale) tende a sviluppare due modelli di stato: nella forma dominante la tendenza è all'aggregazione sovranazionale di figure e funzioni prima distinte; in quella dominata la tendenza è alla disgregazione delle vecchie formazioni nazionali verso forme sub-nazionali, regionali, territoriali. In questo quadro il ruolo delle istituzioni sovranazionali (prime fra tutte, Bm e Fmi) è quello di mediare "tra gli interessi reciprocamente conflittuali dei capitalisti transnazionali e tra questi e i non ancora soppressi (...) interessi localistici "nazionali". Sono queste le esigenze della polarizzazione di classe del mercato mondiale".
Secondo l'Autore staremmo attraversando una fase di costruzione di un "nuovo ordine mondiale corporativo" (progettato, come tentativo di risposta alla crisi, attraverso il Piano Kissinger - 1974-75 - che avrebbe predisposto il piano trilaterale di spartizione del mercato mondiale), nell'ambito della contraddizione tra universalità e conflittualità dei capitali finanziari transnazionali, dove le contraddizioni interimperialistiche vengono mediate dalle contraddizioni tra stati nazionali. Oggi la produzione di livello mondiale si presenterebbe, secondo Pala, "nella forma immediata del capitale transnazionale, svincolato formalmente dai vincoli statuali e integrato su scala planetaria. O meglio: i vincoli sono quelli posti e determinati dal capitale stesso per servirsi spudoratamente dell'apparato finanziario, fiscale e militare dello stato. Di tale apparato esso ha ancora grande necessità, anche nelle sue forme nazionali, ma dopo che lo abbia reso in tal modo passivo e subordinato direttamente a sé senza bisogno dei vecchi orpelli".
Questa visione, secondo la quale si può ormai dare per scontato un ruolo ancillare dello stato e delle politiche nazionali rispetto al dominio incontrastato del capitale transnazionale, sembra non fare adeguatamente i conti con la pluralità delle forme statuali esistenti e sottovalutare troppo la possibilità di un ruolo relativamente autonomo dell'agire (e del conflitto) politico, rispetto alle esigenze "economiche" del "grande capitale"; esigenze che continuano ad essere condizionate dalle differenti mediazioni della politica (nonché dell'ideologia e dei processi culturali egemonici), nei differenti stati.
D'altra parte, anche analizzando il rapporto tra globalizzazione e crisi del welfare state, si può notare una consistente diversificazione nei tipi di risposta alla crisi, diversificazione che a sua volta contribuisce a mettere in evidenza come lo Stato sembri rimanere un importante luogo di scontro tra le diverse forze in competizione (sia globali, sia della "triade") "sovranazionali, nazionali, regionali e locali", nonché il fatto che "la coesione sociale dipende sempre dalle capacità dello stato di gestire questi conflitti".
Questo riferimento alla coesione sociale sembra assai importante in quanto, se è vero che determinati settori del capitale transnazionale appaiono in grado di portare avanti i "propri affari" nonostante, o addirittura, grazie all'instabilità politico-sociale (si pensi ad esempio alla straordinaria importanza dell'economia criminale transnazionale), altri settori, quelli che più hanno bisogno di una vasta e specializzata rete di strutture e servizi, e di un'integrazione non irrilevante nel complesso tessuto politico-sociale locale, hanno la necessità di "ambienti stabili" dove, non solo i conflitti siano tenuti sotto controllo e adeguatamente mediati, ma dove sia anche possibile attuare strategie tese a sviluppare una pervasiva egemonia sociale dell'impresa nel contesto locale.

Per concludere, sembra utile fare un riferimento alla linea interpretativa proposta da alcuni economisti i quali, sebbene non sussumibili nell'ambito dell'approccio critico alla globalizzazione, sembrano prendere in parte le distanze dalla fede neo-classica nelle capacità regolative del mercato o, meglio, nella sua "autosufficienza", e contrastano le tesi relative al progressivo aumento della omogeneizzazione come portato della globalizzazione economica, la quale invece comporterebbe una progressiva valorizzazione della varietà e della diversità.
All'interno di questo approccio sono individuabili due linee. La prima associa alla nuova economia globale un tendenziale declino della sovranazionalità, per cui ritornerebbe centrale la specificità del sistema-paese in un'ottica di "cooperazione competitiva" tra i differenti Stati e tra le differenti imprese. La seconda sottolinea invece il deperimento della capacità regolativa degli Stati a cui però non corrisponde lo sviluppo di una regolazione sovranazionale di cui invece ci sarebbe grande bisogno al fine di limitare i danni di un mercato assolutamente non organizzato. Il processo di internazionalizzazione sarebbe oggi mosso prevalentemente da un nuovo integratore (oltre al mercato e alle gerarchie): la conoscenza.

Centralità del "sistema-paese" e della "cooperazione tra imprese" nell'economia globale
Vaccà sostiene la tesi secondo la quale lo sviluppo dei sistemi economici nazionali e delle imprese tende ad essere sempre più condizionato da confronti competitivi a livello mondiale e anche da relazioni transnazionali fra imprese che cooperano su basi complementari per conseguire obiettivi convergenti. Le economie nazionali e le imprese sono sempre più interdipendenti, e sempre meno autosufficienti.
Lo sviluppo dei processi di globalizzazione e di transnazionalizzazione può anche comportare (come negli Usa) l'impoverimento della base produttiva del Paese e quindi favorire "pericolose tendenze" verso politiche protezionistiche.
I processi di globalizzazione produttiva sottolineano, secondo l'Autore, il ruolo insostituibile degli Stati e degli accordi di collaborazione tra Stati per il governo delle iniziative in cui "si dispiega la vitalità del mercato e del sistema capitalistico a livello mondiale". Mentre le intese tra imprese negli anni '50 e '60 miravano sostanzialmente ad "amministrare" la concorrenza (oligopolio collusivo), le nuove forme di accordo e cooperazione complementare tra imprese sarebbero il portato della globalizzazione dell'economia e delle nuove e pressanti modalità di sviluppo del progresso scientifico-tecnologico. Le potenzialità della globalizzazione offrono opportunità a tutti i paesi, mentre la loro utilizzazione e traduzione in specifici comportamenti "globali" avviene in modo differenziato e con intensità diverse da un sistema all'altro.
I processi reali di globalizzazione sono il risultato, afferma Vaccà, della interazione tra quattro fattori: il sistema dell'offerta (le risorse endogene non sono più sufficienti), il sistema scientifico-tecnologico (sviluppo più pluralistico e flessibile), il sistema della domanda (insostituibile ruolo attivo e creativo dei consumatori-utilizzatori), il sistema istituzionale e socio-culturale che caratterizza ogni ambiente nazionale: la globalità si alimenta delle differenze e ne genera sempre di maggiori, in quanto la valorizzazione dei differenti ambiti istituzionali ed economico-produttivi sviluppa nuove capacità di confronto competitivo e di collaborazione su base complementare.
La fase precedente, dell'"economia internazionale", si caratterizzava per la crescita dell'omogeneità tra i diversi sistemi, per il deperimento del ruolo degli Stati nel promuovere e sostenere lo sviluppo economico, per lo sviluppo delle istituzioni sovranazionali sotto il ruolo guida degli Usa. La attuale transizione verso l'"economia globale" coinciderebbe invece col sostanziale ridimensionamento, nell'ultimo quindicennio, della tendenza alla sovranazionalità.
Questa nuova fase si sarebbe aperta nel 1971, quando viene abbandonata la convertibilità del dollaro e la politica monetaria di ogni paese diviene un fattore divaricante nei processi di internazionalizzazione dell'economia. Ciò che sembra più difficile conseguire nella trasformazione dei sistemi economici verso la globalizzazione è la riconversione ad una logica della globalità delle istituzioni socio-politiche e della cultura di quei paesi che non hanno avuto esperienza adeguata di apertura ai mercati internazionali e che si sono sviluppati in condizioni di relativa autosufficienza.
Si modifica anche l'evoluzione della divisione internazionale del lavoro: il modello tipico di terziarizzazione/de-industrializzazione non potrà espandersi ulteriormente nel lungo periodo, in quanto in un'economia globale la dotazione di risorse "intelligenti" si associa sempre di più con l'esperienza diretta nella progettazione-produzione industriale, man mano che aumenta il contenuto di informazioni e tecnologia.
Le nuove forme di internazionalizzazione sarebbero caratterizzate dalla progressiva diffusione di accordi di cooperazione fra imprese.
Il confronto competitivo e cooperativo fra imprese di diversi Paesi spinge ogni sistema economico nazionale ad adottare politiche di modernizzazione dell'ambiente, al fine di procedere a quegli
aggiustamenti strutturali che permettono di accettare il confronto internazionale fra sistemi diversi.
Il progressivo consolidarsi di un'economia globale si gioca quindi in misura significativa in termini di autonomia e consapevole modernizzazione dei contesti ambientali nazionali. L'Autore precisa come non si tratti di un processo spontaneo. Può e deve essere invece il risultato progressivo di una consapevole ed efficace politica degli Stati intesa a rendere i sistemi-paese capaci di supportare e incentivare lo sviluppo globale delle imprese.
Nel complesso la proposta di Vaccà sembra più di carattere normativo, come dovrebbe funzionare un'economia globale, che interpretativo della realtà esistente. Presuppone una coesistenza tra competizione e cooperazione, senza rilevare che probabilmente la cooperazione si sviluppa tra soggetti forti per eliminare dalla scena competitiva altri soggetti che non hanno la possibilità o la capacità di costruire alleanze e quindi di rafforzarsi sul mercato. Analogamente non si tiene nel dovuto conto che la scena mondiale è caratterizzata dallo squilibrio tra Stati forti e Stati deboli, per cui solo i primi saranno in grado di organizzarsi adeguatamente, come raccomanda Vaccà, per favorire lo sviluppo delle imprese nell'economia globale.
In un'economia mondiale caratterizzata da risorse scarse, mercati sempre più saturi e sovrapproduzione di capitali risulta assai difficile pensare ad uno sviluppo caratterizzato da una competizione subordinata a comportamenti reciprocamente cooperativi.

Dalla "deregolamentazione" dell'economia transnazionale al ruolo fondamentale della conoscenza
Si assiste, secondo Rullani e Grandinetti, ad una progressiva perdita di sovranità degli Stati nazionali usciti dal precedente ordine fordista, senza che il deperimento della forza regolatrice dello Stato venga compensato da un corrispondente sviluppo di istituzioni di livello sovranazionale. L'internazionalizzazione produce una divergenza tra gli interessi dell'economia e quelli della politica: le imprese sono spinte a distaccarsi da una protezione pubblica divenuta ormai più un onere che un vantaggio, la politica deve far fronte al crescente dislivello tra le aspettative che ha finora alimentato e i mezzi che la nuova economia transnazionale le assegna. L'internazionalizzazione scompone il blocco di interessi maturato intorno allo Stato fordista attraverso il suo potere deregolatorio: "Si tratta di avviare le economie nazionali lungo un percorso evolutivo che, per l'immediato, richiede meno Stato. Sostituire la regolazione nazionale dello Stato con quella transnazionale del mercato può dunque essere un modo rapido ed efficace per uscire dal fordismo. Il problema è semmai quello di dar mano, contemporaneamente, a un recupero post-fordista della regolazione e dell'organizzazione".
L'instabilità del mercato internazionale incentiva i comportamenti opportunistici e scoraggia ciò che più serve: nuovi investimenti in conoscenza, "legami fiduciari, recupero di un senso condiviso per la comune interdipendenza creata dall'internazionalizzazione". Per quanto riguarda gli Stati è necessario costruire "isole" di cooperazione transnazionale sulla base delle quali prefigurare anche principi generali per moltiplicare nel mondo le esperienze di cooperazione. Per quanto riguarda i sistemi locali bisogna agire sapendo che è possibile accoppiare globale e locale: l'economia globale va intesa come l'insieme delle varietà locali che diventano compresenti l'una all'altra.
La concorrenza elimina effettivamente alcune varietà, ma le diversità di partenza possono evolvere in specializzazioni che alimentano ulteriormente un sistema transnazionale di divisione del lavoro. I luoghi devono però rimanere contesti vitali, è necessaria allora un'autonomia istituzionale dei sistemi locali. L'assenza di questo ruolo auto-organizzatore delle istituzioni endogene resta una delle maggiori carenze strategiche degli attuali sistemi locali. La cooperazione tra imprese e tra stati non implica l'assenza di asimmetrie: "Ciò che distingue l'agire cooperativo dalla dominazione gerarchica o dall'indifferenza mercantile non è dunque la perfetta simmetria nel potere, ma l'uso che se ne fa". Con lo sviluppo della transnazionalità i rapporti tra imprese - quando diventano durevoli e reciprocamente attenti - devono essere visti non solo come rapporti economici, ma anche come relazioni sociali: che implicano fiducia e impegno reciproci.
Tra gli Stati il rischio è che si diffondano forme di concorrenza distruttive, basate prevalentemente sul differenziale nei costi del lavoro. Per evitarlo è necessario che l'Europa riesca a mantenere l'occupazione nei segmenti "superiori" della produzione e che il dislivello nei costi del lavoro non rappresenti per i paesi emergenti un vantaggio competitivo permanente e irrecuperabile. Queste due condizioni non sono garantite dall'automatismo di mercato. Non c'è alternativa alla cooperazione: "L'interdipendenza generata dalla divisione transnazionale del lavoro va governata creando un tessuto interculturale che permetta di conoscere i rispettivi punti di vista e di progettare insieme un percorso di evoluzione sostenibile. Una parte dei guadagni economici conseguiti grazie alla divisione transnazionale del lavoro va insomma investita per mantenere e riprodurre i presupposti cooperativi (di tipo sociale e politico) su cui essa si regge. Non arrendersi ai mercati e al loro diktat significa ristabilire il principio che i rapporti transnazionali devono essere negoziati entro una cornice consensualmente accettata dai diversi paesi. In definitiva, la concorrenza non può governare il pianeta (Petrella, 1995). Essa è un criterio efficace di selezione se le sue premesse e i suoi esiti sono gestiti entro le linee di una cooperazione consensuale, da cui discendono la sua legittimazione e la sua sostenibilità pratica a lungo andare".
Mercati, imprese e conoscenze sono i tre integratori - sviluppatisi in successione - su cui si regge la divisione del lavoro. L'attuale mondializzazione cumula gli effetti dei tre integratori. Le conoscenze che utilizziamo si formano in un contesto che già in partenza contiene la rete delle connessioni transnazionali.
L'internazionalizzazione dei processi comunicativi si caratterizza per: a) l'interazione comunicativa e cooperativa in una rete di operatori che non sono legati da rapporto meramente mercantile, né dipendono gerarchicamente da un unico centro; b) l'esposizione diretta dei singoli contesti di esperienza alla contaminazione transnazionale. L'internazionalizzazione utilizzerebbe, secondo Rullani, forme di comunicazione aperte a chiunque interagisca cooperativamente nella rete. Fattori moltiplicatori sono: la base tecnologica data dall'elettronica (computer, telematica, automazione flessibile); la possibilità di codificare una quota crescente di conoscenze. La codificazione è decisiva per la mondializzazione: le informazioni - una volta codificate - possono liberamente fluire da un contesto all'altro mantenendo costante il loro significato.
Una rete mondiale è articolata in molti nodi locali: è l'interazione tra il contesto e la rete che determina il modo in cui viene definito il senso dell'agire sociale, i significati dell'esperienza, le informazioni utili alla produzione di valore. Il rischio della colonizzazione del mondo della vita è legato alla possibilità di una partecipazione passiva di individui e comunità. Per rovesciare la passività in attività occorre che i codici e i linguaggi artificiali dell'interconnessione non siano vissuti come estranei, ma vengano appresi in profondità, metabolizzati, fino a farli parte integrante dell'interazione comunicativa interna al contesto locale. Questa nuova dimensione dell'esperienza cognitiva è la globalization: "Il globale è un luogo di con-presenza e di mediazione tra diversi, non (ancora) di sintesi". La globalizzazione nascerebbe quindi dal corto circuito che nell'esperienza quotidiana si stabilisce tra il locale e il mondiale.
Il processo di internazionalizzazione in tutte le sue fasi può essere interpretato, secondo Rullani, come espressione di un'economia della conoscenza che ha bisogno di estendere e intensificare la divisione del lavoro nella produzione e nell'uso delle conoscenze. L'internazionalizzazione mercantile trasferisce conoscenze incorporate nei prodotti; quella gerarchica governata dall'impresa multinazionale trasferisce conoscenze lungo i canali organizzativi interni all'impresa; quella comunicativa mette in rete la pluralità dei mondi locali che presiedono alla produzione della conoscenza.
L'impulso alla mondializzazione risponde alla necessità economica di estendere nella misura massima possibile la replicazione della conoscenza impiegata nella produzione. La replicazione permette di abbattere i costi e/o aumentare i rendimenti della conoscenza. La velocità di produzione/accumulazione di conoscenza dipende dalle economie di replicazione e dunque dal grado di mondializzazione raggiunto. L'industria spinge l'economia a mondializzarsi per sfruttare fino in fondo i vantaggi della riproducibilità. Il "modo industriale di produzione" usa come forza produttiva il sapere scientifico-tecnologico e le macchine: due risorse che si reggono sulla logica della riproducibilità.
Importante, nella proposta di Rullani, è la distinzione tra conoscenza contestuale e conoscenza codificata. La conoscenza contestuale è prodotta da un apprendimento condizionato al contesto di origine; in parte dipende da un processo inconsapevole di apprendimento adattivo che le persone hanno di fatto sviluppato con l'esperienza. Apprendimento che ha dato origine a un rapporto che "contiene" informazioni stratificate (embedded) nel contesto e non separabili da esso, sotto due forme: a) informazioni contenute nelle conoscenze tacite; b) quelle contenute nelle relazioni che organizzano il contesto in funzione delle prestazioni che devono essere fornite in risposta all'ambiente.
La conoscenza nasce contestuale e quando passa da un contesto all'altro deve venire rielaborata. Per rendere alcune conoscenze trasferibili occorre estenderne il campo di validità attraverso un appropriato processo di codificazione. La conoscenza diventa codificata quando viene espressa in un codice o linguaggio che si riferisce ad un contesto astratto (virtuale). La codifica fornisce un controllo sulla validità della conoscenza (sul suo uso affidabile); ovviamente circolano anche le conoscenze non codificate.
La globalità è allora rappresentabile come doppia traduzione delle conoscenze impiegate nella produzione: una prima traduzione dal locale al globale (dal contesto al codice), e una seconda dal globale al locale (dal codice al contesto). Questi due processi cognitivi generano l'effetto "villaggio globale".
Oggi, secondo i due Autori, la crisi della centralizzazione e della programmazione fordista si intreccia con la crisi dei sistemi cognitivi chiusi, interni alla singola azienda. Emerge un altro modo di organizzare il sistema cognitivo della produzione è quello delle reti che sviluppa diverse varianti: a) reti esterne (tra aziende) e interne (alla singola impresa); b) reti centrate (intorno a un'impresa leader), multicentriche (con diversi poli) o del tutto acentriche (tra aziende di peso e influenza simili); c) reti informali, basate sulla condivisione di esperienza, o reti formali, basate sulla codificazione delle conoscenze e sulla loro utilizzazione a distanza.
Nelle reti la questione della fiducia è essenziale, è necessario che le tentazioni opportunistiche siano allontanate e i conflitti gestiti. Ciò avviene molto efficientemente nelle reti locali (tipo distretti industriali). Nelle reti transnazionali la fiducia deve essere costruita consapevolmente. Nella rete è più facile espandere l'outsourcing e la propria specializzazione, conseguendo economie di replicazione non possibili sul mercato.
La rete si afferma dove la divisione del lavoro non è programmabile in modo rigido ex-ante, dove l'integrazione tra le parti richiede a ciascuna un certo spirito di iniziativa, insieme a un rilevante intento cooperativo.
Per allargare la divisione del lavoro cognitivo dal contesto locale a un circuito che connette luoghi distanti occorrono efficienti media comunicativi, che sono: i beni, i servizi, le informazioni codificate. Usare l'impresa come integratore cognitivo costa. La centralizzazione delle informazioni e delle decisioni finisce per sacrificare informazioni rilevanti e trascura l'intelligenza di chi sta sulle linee operative; il coordinamento centralizzato è progettato ex-ante e non permette correzioni nel corso dell'azione.
Nella rete le parti possono rimanere tanto più autonome, dal punto di vista operativo, quanto più efficacemente si mettono in grado di governare unitariamente la loro interdipendenza semantica, ossia la condivisione del codice inter-contestuale che media tra le loro rispettive sfere cognitive: la rete è l'integratore più appropriato per l'uso dell'informazione codificata come "medium transcontestuale".
Con lo sviluppo post-fordista delle forme di interazione a rete l'internazionalizzazione è divenuta di tipo comunicativo e ha cominciato a utilizzare massicciamente le informazioni codificate in forme non preordinate, ma attivate dall'utente a seconda delle circostanze e dei suoi bisogni. Anche nei rapporti interni alle multinazionali, le relazioni tra le filiali hanno cominciato a configurarsi come relazioni tra business unit dotate di autonomia: lo scambio di informazioni diventerebbe così supporto all'interazione tra un produttore e un utente dotati di larghi margini di indipendenza.

In conclusione va rilevato come vi sia, nella più recente letteratura, una forte enfasi su questo concetto di rete attraverso il quale, se, da una parte, si mette in rilievo la qualità di determinate e specifiche trasformazioni organizzative, dall'altra, si finisce con il generalizzare all'intero universo organizzativo queste trasformazioni e ad occultare, ancora una volta, l'esistenza di rapporti gerarchici che si riproducono, anche in forme più estese e approfondite, nella stessa struttura a rete. Inoltre si ha l'impressione che si presupponga una libera circolazione entro le reti (interne ed esterne all'impresa) del bene conoscenza, quasi in analogia alle chat conviviali scambiate reciprocamente su Internet. Ovviamente non si tratta di negare la possibilità che anche il bene conoscenza venga scambiato tramite meccanismi di reciprocità, ma sembra innegabile che questo bene, tanto prezioso, sia nella maggioranza dei casi scambiato secondo i meccanismi prevalenti nel modo di produzione capitalistico: la gerarchia e il mercato.
Si può affermare allora che le proposte di questi economisti "non neo-classici", pur ricche di spunti interessanti, finiscano per offrire una rappresentazione della globalizzazione un po' troppo "pacificata" e tendenzialmente idilliaca, dove le contraddizioni vecchie e nuove sembrano trovare la possibilità di un definitivo superamento. Emblematico è il riferimento alla dialettica omogeneizzazione/varietà: i processi di produzione e riproduzione, in molti campi sempre più omogenei, garantirebbero la valorizzazione e la moltiplicazione delle varietà. Ma su quali basi e chi decide quali devono essere le varietà, le differenze, le eterogeneità, degne di riprodursi? In realtà i processi di globalizzazione sembrano aver approfondito, su scala mondiale, i processi di esclusione/inclusione, ossia il potere di pochi nel determinare i criteri e gestire la selezione tra i molti.