Note
(18) Cfr. S. Bologna, Nazismo e classe operaia, Roma, Manifestolibri, 1996 (con una importante nota bibliografica); T. Mason, The workers' opposition in Nazi Germany, "History Workshop", n. 11, 1981, pp. 120-137; Id., La politica sociale del Terzo Reich, Bari, De Donato, 1980; K.H. Roth, Autonomia e classe operaia tedesca, Milano, Feltrinelli, 1977; E. Collotti, La Germania nazista, Torino, Einaudi, 1962 (in particolare il cap. 9), nonché la serie di "1999. Zeitschrift fur Sozialgeschichte des 20. und 21. Jahrhunderts", rivista della Fondazione per la storia sociale del 20deg. secolo di Amburgo. Non si deve dimenticare che nel corso della seconda guerra mondiale vennero fucilati, in quanto sospetti comunisti, oppositori o non zelanti esecutori degli ordini, ben 50.000 soldati della Wehrmacht.
(19) Di de-nazificazione farsa parla, tra gli altri, W. Abendroth, La socialdemocrazia in Germania, Roma, Ed. Riuniti, 1980, p. 82.
(20) Cfr. E. Collotti, Storia delle due Germanie 1945-1968, Torino, Einaudi, 1968; Istituto Gramsci-sezione emiliana, Modello Germania. Strutture e problemi della realtà tedesco-occidentale, Bologna, Zanichelli, 1978; K.H. Roth, L'altro movimento operaio. Storia della repressione capitalistica in Germania dal 1880 a oggi, Milano, Feltrinelli, 1976; J. Agnoli, La trasformazione della democrazia, Milano, Feltrinelli, 1969; EMIM (a cura di), Il sindacato tedesco tra cogestione e lotta di classe, Roma, Coines, 1975. E' stato un autentico bombardamento dei diritti dei lavoratori che fa il paio con i bombardamenti a tappeto degli anni di guerra, che gli "alleati" concentrarono sui quartieri operai delle città tedesche. Una forma di terrorismo insieme indiscriminato e discriminante, proprio come lo è stato l'autoritarismo post-bellico.
(21) Sulle radici storiche e teoriche della Mitbestimmung cfr. il saggio di S.G. Alf, Conflitti sociali e sindacato dal dopoguerra a oggi, in Istituto Gramsci-sezione emiliana, Modello Germania..., cit., pp. 112 e ss., e l'opera di F. Naphtali, Witschaftsdemokratie. Ihr Wesen, Weg und Ziel, Frankfurt a.M., Europaische Verlaganstalt, 1966.
(22) Cfr. P. Kammerer, Sviluppo del capitale ed emigrazione in Europa: la Germania federale, Milano, Mazzotta, 1976, pp. 125 ss. Sulla pesante condizione di discriminazione subìta dai proletari immigrati è da ricordare la testimonianza di G. Wallraff, Ganz Unten, Koln, Kiepenheuer&Witsch, 1985.
(23) A mio parere "Chronique internationale de l'IRES", che si è a più riprese occupata del problema, con saggi di U. Rehfeldt, di A. Hege e di altri ancora, tende a sottostimare l'obiettivo acuirsi delle tensioni tra il padronato e il proletariato, e perciò a dare per sostanzialmente immodificato il quadro d'insieme della Mitbestimmung. Questa medesima sottovalutazione è contenuta anche nello studio congiunto della Bertelsmann Stiftung e della Hans-Bockler Stiftung, Mitbestimmung und neue Unternehmenskulturen - Bilanz und Perspektiven. Bericht der Kommission Mitbestimmung, Gutersloh, Bertelsmann Stiftung, 1998, e non è difficile comprenderne le ragioni politiche.
(24) H.-P. Martin-H. Schumann, La trappola della globalizzazione, cit., p. 150.
(25) Cfr. Eurostat, Labour Force Survey. Results 1997, p. 168, tab. 73.
(26) Cfr. IPRAS, Allemagne: la flexibilisation forcée du temps de travail. La semaine de 35 heures dans la pratique entrepreneuriale et syndicale, in Raisons d'agir sur le lieu de travail, Temps de travail. Temps modernes, horaires antiques, Lausanne, 1999, p. 26. L'inchiesta effettuata dall'IPRAS per conto dell'IG Metall ha coinvolto 2388 imprese metallurgiche, ed ha accertato che ricorrono al tempo di lavoro "à la carte" il 51,1% delle imprese fino a 299 dipendenti, il 78,7% delle imprese fino a 599 dipendenti, il 79,4% delle imprese fino a 999 dipendenti e ben il 90,9% delle imprese oltre i 1000 dipendenti.
(28) Questa esposizione sul tema degli Zeitkonten è basata integralmente su una relazione (non pubblicata a stampa) di G. Mandarino, Il lavoro "normale" nella Germania d'oggi (1998), che passa in rassegna una ampia documentazione di fonte DGB. Per certi versi le "réglementations des 13/18" si possono ritenere una forma primordiale degli Zeitkonten.
(29) Cfr. la lunga intervista di O. Negt a "il manifesto", 15 novembre 1997.
(30) H.P. Martin-H. Schumann, La trappola della globalizzazione, cit., p. 151.
(31) Cfr. P. Hassenteufel, Allemagne: la mise en place de la troisième étape de la riforme de l'assurance maladie, "Chronique internationale de l'IRES", n. 49, novembre 1997, pp. 17 ss. Sugli antecedenti di queste contro-riforme cfr. Id., Les médecins face à l'Etat: une comparaison européenne, Paris, Presses de Sciences Po, 1997, pp. 297 ss., 330-340.
(32) Scrive A. Hege: "Les salariés allemands ont enregistré, en 1997, les augmentations salariales les plus basses depuis quarante ans. (...) L'évolution récente des salaires vient prolonger une tendance à la baisse des salaires réels que l'on observe dans les Lander occidentaux depuis 1990. La faible progression des salaires nominaux n'est pas seule en cause. Les salariés ont vu augmenter les impots et autres cotisations sociales et ont du accepter la révision à la baisse de certains compléments de salaires" (Allemagne: décentralisation de la négociation collective: éléments d'un debat, "Chronique internationale de l'IRES", n. 51, mars 1998, p. 23).
(33) Le risultanze dell'indagine di U. Beck sono commentate da A. Bonomi, Modello renano nel caos sociale, "Corriere della sera", 8 novembre 1999.
(34) Cfr. "Frankfurter Allgemeine Zeitung", 3 giugno 1996; "Frankfurter Rundschau", 2 dicembre 1995; "La Stampa", 12 agosto 1998. Piuttosto sbrigativo, il responsabile Cdu per la piccola e media industria, H. Doss, ha suggerito "un ritorno collettivo alle 40 ore" senza conguaglio salariale, perché "in Germania bisogna lavorare di più (c. m.) per far recuperare alla nostra industria competitività sui mercati internazionali e per migliorare sul mercato interno la competitività dei prodotti tedeschi rispetto a quelli d'importazione". Assolutamente logico. Un anno prima, a proporre il ritorno alle 40 ore per gli impiegati comunali era stato il socialdemocratico L. Ruschmeier, presidente della associazione dei datori di lavoro comunali ("Suddeutsche Zeitung", 27 ottobre 1997).
(35) Cfr. I. Artus, A l'Est, un paysage contractuel fragile, "Chronique internationale de l'IRES", n. 57, mars 1999, pp. 14-15. Si ricordi che il primo organismo di governo dell'industria da cui sono stati esclusi i rappresentanti sindacali è la Treuhand, ossia l'organismo costituito nel 1990 per smantellare l'industria, quasi integralmente di stato, della Germania est e riorganizzarla da cima a fondo. Dunque, la prima importante rottura formale della co-determinazione è avvenuta in una vicenda riguardante l'est ma, evidentemente, non soltanto l'est. E sempre ad est si segnala un accordo-pilota di ultra-flessibilità siglato dal piccolo sindacato cristiano CGB con l'Associazione degli industriali metallurgici ed elettrici della Sassonia che permette di contrattare a livello di stabilimento, senza alcun vincolo, lo "scambio" tra riduzione dei salari, flessibilizzazione del tempo di lavoro e mantenimento dei livelli di occupazione.
(36) Cfr. M. Promberger-J. Rosducher-H. Seifert-R. Trinczek, Weiniger Geld, kurzere Arbeitszeit, sichere Jobs?. Soziale und okonomische Folgen beschaftigungssichernder Arbeitsverkurzungen, Berlin, Ed. Sigma, 1997.
(37) Cfr. Ibid., pp. 152 ss.; K. Jurgens-K. Reinecke, Zwischen Volks- und Kinderwagen. Auswirkungen der 28,8-Studen-Woche bei der VW AG auf die familiale Lebensfuhrung von Industriearbeitern, Berlin, Edition Sigma, 1998, pp. 158 ss.; W. Scherer, Un modèle en trompe-l'oeil, "Page deux" n. 3, juillet-aout 1996, che dà notizia anche di una significativa agitazione sindacale sviluppatasi ad Hannover contro l'accordo.
(38) Cfr. F. Giulietti-K. Gotnich-S. Palumbo, Il castello infranto, cit., p. 55 (corsivo mio).
(39) Cfr. M. Promberger-J. Rosducher-H. Seifert-R. Trinczek, Weiniger Geld..., cit., pag. 39, tab. 1.1. In totale quelli che si dichiarano soddisfatti o molto soddisfatti sono il 49%, gli in parte soddisfatti sono il 35%, gli insoddisfatti il 16%.
(40) Cfr. K. Jurgens-K. Reinecke, Zwischen Volks- und Kinderwagen, cit., passim; B. Kraatz, La fabbrica che respira, "il manifesto", 14 febbraio 1999.
(41) Cfr. U. Jurgens, Il caso Volkswagen, nel Quaderno sindacale a cura della 5^ Lega Fiat Auto e della 7^ Lega Collegno contenente gli Atti del seminario sindacale Strategie di prodotto, di globalizzazione e di fornitura delle grandi aziende automobilistiche: lo scenario internazionale, Torino, aprile 1997, pp. 34 ss.; W. Scherer, Un modèle en trompe-l'oeil, cit.; "Handelsblatt", 1 dicembre 1999.
(42) Del resto si consideri che il § 3 della nuova legge tedesca sull'orario di lavoro entrata in vigore nel luglio 1994 (in sostituzione del regolamento sugli orari del 1938 a firma Goring) prevede che sia possibile estendere l'orario di lavoro fino ad un massimo di 10 ore giornaliere e 60 ore settimanali, con compensazioni da conseguire entro 6 mesi. Se ho capito bene, con il metodo "rivoluzionario" proposto da Hartz, salta lo stesso principio della compensazione.
(43) Cfr. Eurostat, Labour Force Survey. Results 1997, p. 168, tav. 73; Travailler au-delà de la durée habituelle, "Insee Première", n. 591, juin 1998.
(44) Cfr. G. Filoche, Le travail jetable non. Les 35 heures oui, Paris, Ed. Ramsay, 1999, p. 16. Di questo testo sono di particolare interesse i capp. 1 (intitolato "Ils nous rallongent notre temps de travail...") e 2.
(46) La sua dichiarazione è nel "Corriere della sera", 6 marzo 2000.
(47) Cfr. G. Filoche, Le travail jetable..., cit., pp. 21-22. Scrive D. Mothé: "Una legge che limitasse la settimana di lavoro a 35 o a 32 ore non avrà alcuna possibilità di essere rispettata nelle piccole e medie imprese se datori di lavoro, salariati e popolazione circostante non vi si impegnano realmente"(L'utopia del tempo libero, cit., p. 81). Ma per quel che si è detto finora l'unico modo per far impegnare realmente i piccoli padroni sarebbe quello di costringerli con la forza della pressione e dell'organizzazione operaia, esattamente ciò che Mothé esclude. E poiché la faccenda non può essere in alcun modo risolta con l'intervento degli ispettori del lavoro, che sono in Francia, tra l'altro, assai meno numerosi che nel nord-Europa (cfr. "Santé et travail", n. 28, juillet 1999, p. 9), ecco che il suo stesso argomentare mette in luce il bluff delle 35 ore per legge, che "non avrà alcuna possibilità di essere rispettata nelle piccole e medie imprese", come già accade per le 39 ore.
(48) Cfr. S. Beaud-M. Pialoux, Retour sur la condition ouvrière, Paris, Fayard, 1999, pp. 419-420; F. Caron, Place et importance des PME dans le système productive française, Lyon, Document Glysi, 1992; J. Bunel, Le patronat français, in J. Kergoat-J. Boutet-H. Jacot-D. Linhart (sous la direction de), Le monde du travail, Paris, La Découverte, 1998, pp. 401-402.
(49) Cfr. G. Balbastre-S. Binhas, Una fabbrica così moderna..., in "Le Monde diplomatique" (ed. it.), gennaio 2000. Questi ricercatori descrivono la Renault di Douai come una sorta di istituzione totale, "uno spazio ermeticamente chiuso, che impone le sue regole al riparo della legge del silenzio".
(50) Cfr. M. Gollac-S. Volkoff, Citius, altius, fortius, l'intensification du travail, in "Actes de la recherche en sciences sociales", n. 114, 1996; J. Hodeburg, L'évolution des conditions de travail, in J. Kergoat-J. Boutet-H. Jacot-D. Linhart (sous la direction de), Le monde du travail, cit., pp. 146 ss.; l'intero ricco Dossier Travail et Santé a cura di Raisons d'agir sur le lieu de travail, Lausanne, novembre 1998; l'altro Dossier Chiffrer la santé au travail in "Santé et Travail", n. 27, avril 1999 e i nn. 23 e 27 del 1999 di "Premières informations-Premières synthèses" della DARES, dedicati rispettivamente a Les troubles du sommeil, l'age et le travail ed a Travail et charge mentale.
(51) Cfr. S. Beaud-M. Pialoux, Retour sur la condition ouvrière, cit., soprattutto l'Introduction, la première partie et la conclusion. Già R. Linhart, in L'établi, Paris, Ed. de Minuit, 1978, aveva notato che "la paura fa parte della fabbrica, ne è una rotella essenziale". Anche C. Dejours sottolinea come "Aujourd'hui, le premier élément structurant pour le travail est la peur, la menace de licenciement, la menace de précarisation" (entretien a "Critique communiste", n. 152, été 1998, p. 14). La fabbrica capitalistica, per il capitale regno della libertà, è per il lavoro salariato il regno del dispotismo.
(52) Cfr. M. Husson, Le temps de travail, in J. Kergoat-J. Boutet-H. Jacot-D. Linhart (sous la direction de), Le monde du travail, cit., p. 185.
(53) Cfr. l'entretien de l'ergonome S. Prunier-Poulmaire a "Santé et travail", n. 25, octobre 1998, pp. 22-24 sur les conditions de travail des caissières de grande surfaces, un lavoro "où les contraintes de rythme de travail sont intenses, les possibilités de repos sont restreintes, et souvent compromises par les modalités d'organisation et de gestion des magasins". E' interessante l'intero Dossier Repos et récupération, che si occupa anche di lavori poco studiati, come quello dei marin-pecheurs.
(54) Per i dati statistici sugli scioperi cfr. J. Kergoat, Les conflits du travail, in J. Kergoat-J. Boutet-H. Jacot-D. Linhart (sous la direction de), Le monde du travail, cit., p. 380, tab. I.
(55) Cfr. A. Touraine-F. Dubet-D. Lapeyronnie-F. Khosrokhavar-M. Wieviorka, Le Grande Refus. Réflexions sur la grève de décembre 1995, Paris, Fayard, 1996.
(56) Cfr. C. Aguiton-D. Bensaid, Le retour de la question sociale, Lausanne, Ed. Page deux, 1997 e S. Beroud-R. Mouriaux, Le souffle de décembre, Paris, Syllepse, 1997.
(57) Cfr. l'intervista di M. Aubry a "Le nouvel Observateur", 9-15 octobre 1997.
(58) Cfr. J. Decoster, Les 35 heures intensifient la course à la productivité, "La Tribune", 22 juin 1999.
(59) Cfr. G. Filoche, Le travail jetable..., cit. p. 61.
(60) Ibid.; L. Maurin, Comment mesurer le temps de travail?, "Alternatives économiques", n. 164, novembre 1998, pp. 24-25. Anche i più ben disposti verso le mistificazioni dell'Aubry sanno che "la baisse de la durée légale ne se traduit pas obligatoirement par une baisse de la durée effective" (E. Heyer-X. Timbeau, 35 heures: pas une seconde à perdre, "Lettre de l'OFCE", n. 188, 19 juillet 1999, p. 4), salvo guardarsi dall'indagare in profondità sulla cosa.
(61) Cfr. G. Duval, 35 heures. Pourquoi ça marche mal, pourquoi il faut continuer, "Alternatives économiques", n. 171, juin 1999, p. 27.
(62) L. Cremieux ha definito la loi Aubry 1 "un formidable levier pour le développement de la flexibilité", pour "la généralisation de la flexibilité", o semplicemente "la loi de la flexibilité" (cfr. Loi Aubry: les travailleurs ne lui disent pas merci!, in Raisons d'agir sur le lieu de travail, Temps de travail, cit., pp. 28-30).
(63) Cfr. C. Yerochewski, Intérim: la dérive, "Alternatives économiques", n. 173, septembre 1999, p. 30. Nella sua intervista a "Le nouvel Observateur" l'Aubry ammette che l'85% delle nuove assunzioni "se font avec des contracts précaires", assai utilizzati in primis dallo stato, e scusate se è poco.
(64) Sulla seconda legge Aubry, cfr. M. Bulard, Menaces sur les 35 heures: la création d'emplois sacrifiée, "Le Monde diplomatique", septembre 1999; P. Le Moal, Contenu et enjeu du second projet de loi des 35 heures, "Carré rouge", n. 12, octobre 1999.
(65) Dovrebbe servire di monito al proletariato francese quanto accadde nel 1936-1938. Anche allora, con un'iniziativa da "buon padre di famiglia" che pensa al benessere dei suoi (presunti) figli lavoratori, il governo Blum introdusse le 40 ore, ottenendo per lo stato una sorta di delega per il miglioramento delle condizioni di esistenza dei lavoratori. Senonché, nel giro di soli due anni il governo Daladier soppresse la legge sulle 40 ore ed un movimento sindacale più esteso di quello attuale, ma minato dalla stessa folle fiducia nella neutralità dello stato, se non della sua benevolenza verso i lavoratori, non fu assolutamente in grado di parare il colpo.
(66) Della ricezione del toyotismo in Italia mi sono occupato nell'edizione italiana di questo libro (alle pp. 254 ss.), sia in relazione alla Fiat che in generale.
(67) Cfr. M. Paci, Tempo, occupazione e benessere, in Tempo vincolato e tempo liberato. La riduzione del tempo di lavoro e le ambiguità del tempo libero, "Sociologia del lavoro", n. 54, 1994, pp. 11-12. Dalla ricerca sul lavoro delle donne compiuta a Bologna, Palermo e Torino dalla Fiom nazionale risulta che la quantità di tempo che le donne salariate debbono dedicare al lavoro di riproduzione familiare è tutt'oggi enorme: se per il 20,6% si tratta "solo" di una-tre ore al giorno, per il 36,2% è di quattro-cinque ore, per il 40,4% di oltre sei ore, mentre per il 15% si arriva addiruttura alle sette-otto ore (cfr. Esplorare il lavoro, cit., p. 13). Una recente indagine, presentata a Roma nel dicembre 1999, svolta dal Dipartimento di economia dell'università di Modena a cura di A. Picchio, ha accertato che le donne italiane lavorano in media il 71% del loro tempo totale e quasi la metà del loro tempo di lavoro, circa 35 ore a settimana, è tempo di lavoro non pagato.
(68) Cfr. B. Ugolini, I tempi del lavoro, cit., pp. 168-169; T. Treu-T. Geroldi-M. Maiello, Italy: Labour Relations, in J. Hartog-J. Theeuwes (eds.), Labour market contracts and institutions, London, Elsevier Publisher, 1993.
(69) Cfr. P. Busetta-E. Giovannini (a cura di), Capire il sommerso, Napoli, Liguori, 1998. In Italia, al 1996, il 47% dei salariati risultava occupato in imprese con meno di 10 dipendenti, e il grosso della creazione di nuovi impieghi continua ad avvenire proprio in queste piccole-piccolissime imprese (cfr. Ministero del lavoro e della previdenza sociale, Piano d'azione nazionale per l'occupazione 1999, Roma, 1999, pp. 22, 32).
(70) N. Cacace, uno dei pochissimi studiosi che si è preso cura di ricostruire delle statistiche storiche (le più importanti) sul tempo di lavoro, stima in 1.800 ore il tempo di lavoro medio annuo in Italia per il 1994, 100 ore in più della media dei decenni 1961-1971 e 1981-1991, 150 in più rispetto al periodo 1971-1981 (cfr. la sua tabella 107 anni di lavoro italiano 1891-1997; Id., Ridurre l'orario di lavoro si può, anzi si deve, "L'Unità", 5 maggio 1997; Id., Riduzione di orario e occupazione, "Finesecolo", n. 3-4, dicembre 1996, p. 237). La sua stima dell'incremento degli orari in Italia è assai vicina a quella elaborata da J. Schor per gli Stati Uniti, che era di un incremento di 158 ore in media nel periodo 1969-1989.
(71) Cfr. I. Diamanti-D. Martini, Il Nordest: una società laburista, "Il Progetto", seconda serie, anno II, n. 12, novembre-dicembre 1996, pp. 7-14. A. Bonomi (Il capitalismo molecolare, Torino, Einaudi, 1996) sintetizza così la propria analisi: "il Nord-Est tira, anche sul piano della creazione di posti di lavoro, ma si tratta di un boom costruito su forme di sfruttamento e di auto-sfruttamento intensive, di decentramento produttivo, di flessibilità selvaggia, di arretratezza tecnologica" (intervista al "Corriere della sera", 10 novembre 1997). Se si eccettua quest'ultimo elemento, che può esserci e -più spesso- non esserci, sono questi i tratti salienti del processo produttivo proprio dell'"era della flessibilità".
(72) Cfr. P. Perulli, Sindacato, politiche degli orari e organizzazione del lavoro, in Istituto Gramsci-Sezione veneta, L'orario di lavoro tra fabbrica e società, cit., pp. 47-48 (i corsivi sono miei).
(73) E' detto proprio così nel testo dell'accordo, firmato tra la Cisal e l'Anilf, una piccola associazione padronale. L'accordo è quello per le lavorazioni a façon.
(74) Cfr. S. Bologna-A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione, Milano, Feltrinelli, 1997. Per gli orari, anch'essi proibitivi, dei lavoratori falsamente autonomi a partita Iva, v. G. Polo, Il mestiere di sopravvivere, Roma, Editori Riuniti, 1999 e Ires-Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, Le nuove forme di lavoro: opportunità, caratteristiche e problemi regolativi del lavoro coordinato e continuativo, Roma, 1998, pp. 143 ss.
(75) Cfr. F. Belussi (a cura di), Nuovi modelli d'impresa, gerarchie organizzative e impresa rete, Milano, Angeli, 1992; F. Belussi-M. Festa, L'impresa rete del modello veneto: dal post-fordismo al toyotismo? Alcune note illustrative sulle strutture organizzative dell'indotto Benetton, "Oltre il Ponte", n. 31, 1990. In molte cittadine del Veneto è abituale la mezza giornata di lavoro alla domenica mattina.
(76) Cfr. "Liberazione", 11 febbraio 1997.
(77) Cfr. I. Zanchetta, Una fabbrica di sogno senza luce e libertà, in AA.VV., Il nuovo macchinismo..., cit., pp. 53-54.
(78) Così M. Agostinelli, Le radici economiche della Lega, "Finesecolo", cit., pp. 281-284. Un'importante inchiesta della Fiom di Brescia, i cui risultati sono stati presentati il 5 novembre 1999, ha evidenziato lo sferzante paradosso davanti a cui si trova il movimento sindacale, anche per sue enormi responsabilità: "Parliamo di riduzione, e abbiamo perso addirittura il controllo sull'orario. C'è un aumento degli straordinari, delle ore lavorate sui turni, c'è totale saturazione: le ore effettive sono ormai uguali a quelle teoriche (il 98,97% nel 1997). Da questi soli numeri trapela un peggioramento della condizione materiale, a cominciare dai rischi per la stessa incolumità e sicurezza dei lavoratori" ("il manifesto", 22 ottobre 1999).
(79) Cfr. l'inchiesta Viaggio nel tessile da Praia a Prato, "L'Unità", 26 ottobre 1997.
(80) Del resto sarebbe davvero difficile vincere il confronto con la Fiat di Melfi, se è vero che l'ultima inchiesta alla Fiat e nell'indotto ha messo in evidenza che il 76% dei lavoratori Fiat considerano pessime le proprie condizioni di lavoro, solo il 24% le considera normali, mentre è disposto a considerarle buone uno stupefacente 0% dei lavoratori (materiali ricevuti direttamente dalla Fiom di Potenza; l'inchiesta sta per essere pubblicata in "Finesecolo").
(81) Cfr. "Crescere insieme", n. 20, novembre-dicembre 1996 (il tasso medio di assenze dal lavoro è in Giappone del 5%, e negli Stati Uniti del 3,5%). Per tacere delle condizioni di lavoro nei campi dove tutt'oggi le giornate di raccolta vanno, trasporto incluso, dalle 3 del mattino alle 7 della sera (cfr. A. Leo-L. Limoccia-N. Piacente, Vite bruciate di terra, Potenza, Ega, 1997).
(82) Gli operatori Telecom del servizio informazioni elenco abbonati, per esempio, hanno, per rispondere ad ogni utente, un tempo massimo di 44 secondi.
(83) E' stato M. Ambrosini a sottolineare come il crescente ricorso al lavoro immigrato nell'industria in tutto il Nord si spiega appunto con la crescente richiesta di orari di lavoro "atipici", particolarmente pesanti e nocivi per la salute: cfr. Fondazione Cariplo-ISMU, Primo rapporto sulle migrazioni in Italia, Milano, Angeli, 1995, pp. 153-155, 163-164.
(84) L'ultimissima, mentre sto ultimando queste righe, è la decisione della Pininfarina, azienda del settore auto, di rimandare a casa, di disfarsi dei lavoratori che a causa di malattie contratte in azienda risultino inidonei a stare alla catena.
(85) Di 43-44 ore settimanali parla, per l'industria, il vice-segretario della Fiom-Cgil Cerfeda ("La Stampa", 14 novembre 1997), una stima confermata anche di recente dalla Fiom nazionale ("il manifesto", 12 gennaio 2000). Di 44-46 ore parla, per l'industria del Nord-Est, il giornale confindustriale ("il sole-24 ore", 25 ottobre 1997). Di 40-55 ore, alcuni dirigenti della Confindustria ("Corriere della sera", 13 ottobre 1997). Di 45,4 ore settimanali, come media per l'insieme dell'economia, un'inchiesta di Datamedia ("Panorama", 25 novembre 1999). Di frequente sfondamento dello stesso tetto delle 50 ore parla, invece, una inchiesta della Cgil di Torino, che denunzia anche la ripetitività del lavoro, riscontrata nel 70% dei casi e la crescita degli episodi di violenza sul posto di lavoro ("il manifesto", 5 aprile 2000).