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I cammini della decadenza. |
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La crisi che si è aperta nel 1997 può essere vista come
l'evoluzione di un processo iniziato nei primi anni Settanta quando il tasso
di crescita del PIL dell'insieme dei paesi del G7 comincia a scendere (Beinstein,
1999) confermando una tendenza a lungo termine, destinata, con ogni probabilità,
a continuare nei prossimi anni.
Negli ultimi tre decenni l'economia mondiale ha visto un'accelerazione dei
processi di polarizzazione geografica (centro - periferia), delle imprese
e dei guadagni, che ha gettato nella miseria la maggior parte degli abitanti
delle regioni sottosviluppate e causato l'impoverimento di una porzione
significativa della popolazione dei paesi ricchi; la domanda globale ha
ridotto, di conseguenza, il suo ritmo di crescita, al contrario del potenziale
produttivo internazionale che ha continuato ad aumentare, spinto dal progresso
tecnologico, componente strategica della lotta per la conquista dei mercati.
Questo processo non poteva che provocare ulteriori squilibri: la sovrapproduzione
potenziale, con alterne vicende nazionali e settoriali, è divenuta
cronica finendo per costituire la base, il fondamento ultimo della crisi.
Si è scatenato un fenomeno di saccheggio delle forze produttive che
i neoliberisti hanno presentato come "distruzione creatrice" (strumento
della ricomposizione economica, sulla falsariga della darwiniana sopravvivenza
del più adatto): non esiste però alcun dubbio che la liquidazione
di imprese, di impiego e di mercati sia stata molto più vasta della
creazione di nuove aree di produzione e consumo.
La "concentrazione depredatrice globale" si è sommata alla
crescita del "parassitismo", centrato sulla speculazione finanziaria,
dovuto non al caso o a una deviazione malefica nel comportamento capitalista
ma alla logica di un sistema che è andato compensando le difficoltà
nell'area della produzione con benefici finanziari.
Rapina, società e apparati statali alla rovina, disoccupazione diffusa
e cronica, finanziarizzazione ecc. hanno reso caotico il sistema mondiale.
Questo ha prodotto fenomeni irreversibili che, dopo una fase iniziale di
espansione (negli anni Settanta e Ottanta), hanno generato metastasi negli
anni Novanta.
La crisi del 1997 ci appare come una conseguenza necessaria del processo
di globalizzazione: la sfera finanziaria non poteva crescere indefinitamente,
prima o poi doveva entrare in crisi; la sua sfrenata dinamica di appropriazione
di patrimoni e di mobilizzazione di capitali, rendeva sempre più
netta la separazione fra apparati produttivi dominati dal parassitismo e
masse crescenti di poveri e di esclusi.
A quasi tre anni dal crollo delle ex tigri asiatiche sono passati in secondo
piano i pronostici sul progresso illimitato del capitalismo liberale: il
succedersi di recessioni e collassi della periferia, la prolungata
stanchezza del Giappone, la debole crescita dell'Europa Occidentale (che
vede aumentare gli squilibri sociali ed economici) e l'imminente fine della
prosperità statunitense potrebbero essere l'annuncio di una vicina
crisi, molto più grave di quelle conosciute fino ad oggi.
La crisi del centro
Le economie del centro si organizzano intorno a tre poli, Stati Uniti (l'iperpotenza), Germania e Giappone, attraversati da trame transnazionali di affari, assecondate da soci minori più o meno potenti che sfruttano periferie più o meno prossime (ma che hanno anche sofferto l'impatto negativo della liberalizzazione). La "globalizzazione" ha moltiplicato gli interessi comuni dell'area sviluppata, ma non ha eliminato l'eterogeneità, la funzione specifica di ciascuna componente del triangolo egemonico; al contrario negli anni '90 abbiamo assistito all'acuirsi di pericolosi squilibri: negli Stati Uniti con la crescita del deficit commerciale si è accentuata la tendenza al consumo e alla "finanziarizzazione"; Giappone e Germania, che hanno mercati interni limitati, sono diventati sempre più dipendenti dall'industria per l'esportazione.
a) Stati Uniti
Tutto sembra dipendere dagli Stati Uniti unico megamotore che ancora funziona
a pieno ritmo, la cui futura decelerazione avrebbe forti conseguenze recessive
a livello planetario. Oltre al prevedibile collasso finanziario dobbiamo
considerarne altri non meno devastanti: le importazioni, per esempio, assorbivano
il 14% delle esportazioni mondiali nel 1991, balzando al 16.3% nel 1997
e al 18% nel 1999 (OECD, 1999): una loro forte diminuzione provocherebbe
un importante effetto negativo sull'insieme del commercio internazionale.
Il problema non sarà solo il momento e la portata dell'atteso "raffreddamento"
ma anche la sua velocità, il suo carattere più o meno disordinato:
il termine "atterraggio dolce" compare nei rapporti del Fondo
monetario internazionale (FMI), della Banca mondiale (BM), di esperti e
alti funzionari nordamericani, a volte come espressione di speranza, a volte
come sintesi di una strategia di sopravvivenza all'insegna del rischio.
E' importante tenere in considerazione che le conseguenze andranno a colpire
una società già erosa da un complesso processo di degrado,
molto diffuso, che si è accentuato negli ultimi anni.
Negli Stati Uniti l'euforia neoliberista degli anni Ottanta è andata
in crescendo, durante gli anni Novanta fino alla fine del decennio, quando
hanno cominciato a farsi notare chiari segni di deterioramento. Il "modello"
continua ad apparire come guida, esempio di successo, non solo per i paesi
ad alto livello di sviluppo ma anche per le periferie. Alcuni indicatori
sono stati pubblicizzati come dimostrazione di un miracolo, rimasto unico
dopo il crollo delle ex tigri asiatiche: i buoni tassi di crescita del PIL,
il basso livello di disoccupazione, l'auge del consumo, la crescita delle
borse e degli introiti di alcune grandi imprese.
La crescita media annuale del PIL nell'ordine del 2.8% nel quinquennio 1992-1997,
visibilmente superiore a quella di Germania (1.5%) e Giappone (1.2%), appare
modesta se comparata a quella degli anni Cinquanta e Sessanta.
La composizione del PIL, del resto, ha subito grandi trasformazioni: è
aumentato il peso relativo dei servizi a discapito del settore industriale
molto più rapidamente che negli altri grandi paesi sviluppati, con
conseguenze negative dirette sulle esportazioni (l'industria è
l'area dominante del commercio internazionale). Questa "terziarizzazione
eccessiva" spiega in parte la perdita di potere di vendita negli scambi
globali e l'aumento della sua importanza finanziaria (peso internazionale
del debito pubblico, acquisto di ogni tipo di titoli pubblici e privati
esteri con fondi pensione e di investimento ecc.). La prima potenza internazionale
appariva negli anni `90 come un superpolo finanziario più che produttivo:
negli ultimi trent'anni il peso relativo della sua economia è diminuito
rispetto al resto delle nazioni sviluppate e ancora di più è
scesa la sua importanza industriale. Già nel 1992 la produzione dell'industria
manifatturiera statunitense era circa pari a quella Giappone e rappresentava
il 31% del totale dei sei paesi più industrializzati di cui fa parte;
il suo prodotto manifatturiero pro capite era la metà di quello del
Giappone, circa il 60% di quello tedesco ed era inferiore a quello di Italia
e Francia (Tood, 1998).
E' cresciuta la disuguaglianza sociale: nel 1974 il 5% più ricco
assorbiva il 16,5% delle entrate nazionali, il 21,1% nel 1994, mentre il
20% più povero scendeva dal 4,3% al 3,6%.
Probabilmente uno dei migliori indicatori della "prosperità
statunitense" è il numero di poveri. Stando alle statistiche
ufficiali fino al 1977 c'erano negli USA 24,7 milioni di poveri, pari al
11,6% della popolazione; venti anni dopo il paese ne contava 35,5 milioni,
cioè il 13,3% della popolazione, in termini assoluti la povertà
è cresciuta approssimativamente del 43% (Dalaker J. e Naifeh M.,
1998).
Poveri negli USA*
in milioni
(*) Secondo le statistiche del U.S. Bureau of the Census.
(Fonte: Dalaker J. e Naifeh M., 1998).
Le strategie neoliberiste, che alimentano l'emarginazione e "l'elitizzazione",
hanno provocato un aumento generalizzato della criminalità: dalle
manovre speculative e coinvolgimento in affari poco trasparenti da parte
di grossi gruppi, fino alla delinquenza tradizionale nei ghetti poveri.
La disintegrazione sociale iniziata negli anni Settanta, si è intensificata
negli anni Ottanta ed è accelerata nei Novanta. La risposta pubblica
a questo fenomeno non è stata l'espansione ma la contrazione dello
"stato sociale", lo smantellamento dei programmi di assistenza
ai gruppi più poveri e la crescita dello "stato penale",
cioè la proliferazione di forme repressive destinate a controllare
quei settori della popolazione considerati "pericolosi" (criminalizzazione
dei poveri e degli esclusi).
I dati forniti regolarmente dall'Ufficio delle statistiche giudiziarie degli
Stati Uniti non necessitano di ulteriori commenti. Nel 1975 si contavano
380.000 reclusi, divisi fra carceri statali, federali e locali; la cifra
è salita a 740.000 nel 1985, a 1,6 milioni nel 1995. Negli anni Novanta
il tasso di crescita annuale della popolazione carceraria è stato
dell'ordine dell'8%. Continuando con questa crescita nel 2005 le carceri
ospiteranno 3,5 milioni di detenuti. Inoltre, se contiamo anche le persone
sotto custodia cautelare, ossia detenuti, cittadini in libertà vigilata
e condizionale, avremmo 3 milioni nel 1985, 5,4 milioni nel 1995, superando
l'anno seguente i 5 milioni e mezzo, cioè il 2,8% della popolazione
adulta del paese. Se estrapoliamo il tasso di crescita medio di questo gruppo
durante gli anni Novanta, arriviamo per il 2005 a oltre 7 milioni di persone
(Bureau of Justice Statistics). Nel corso dell'ultimo quarto di secolo abbiamo
assistito all'espansione accelerata dell'universo carcerario all'interno
della società più ricca del mondo.
detenuti nelle carceri statali e federali USA tra il 1928 e il 1998
in migliaia
(Fonte: Sourcebook of Criminal Justice Statitics, U.S., 1999)..
Dal grafico è possibile osservare che per quasi mezzo secolo il
numero di detenuti è cresciuto lentamente accompagnando la crescita
demografica; nel 1930 c'erano 104 detenuti ogni 100.000 abitanti, 109.000
nel 1950, 96.000 nel 1970: ciò significa che i 129.000 detenuti del
1930 sono diventati 196.000 nel 1970. A partire dal 1974 però comincia
una crescita vertiginosa: 315.000 prigionieri nel 1980, 739.000 nel 1990
e quasi 1.200.000 nel 1997 (Ibid).
Questi indicatori sociali sembrerebbero in contraddizione con quelli relativi
alla crescita economica e del lavoro; non così se consideriamo il
contesto che ha accompagnato questi "successi".
Mentre il PIL cresceva la bilancia commerciale registrava un aumento del
deficit, risultato della perdita di competitività industriale.
Crescita del deficit commerciale statunitense
BILANCIA COMMERCIALE in miliardi di dollari *
* stima OECD
(Fonte: OECD Economic Outlook - 65, giugno 1999).
Maggior deficit esterno ma anche notevole crescita del debito pubblico,
la persistenza per lungo tempo di saldi fiscali negativi hanno fatto aumentare,
di quasi sette volte negli ultimi due decenni, l'indebitamento, una porzione
importante del quale è coperta con fondi esteri da Giappone ed Europa
Occidentale, ma anche dalla periferia. La società statunitense, lo
stato, i consumatori e le imprese dipendono sempre più da merci e
flussi monetari esteri e agiscono come parassiti del sistema globale in
un doppio modo: il pianeta sostiene il mercato statunitense, motore della
domanda mondiale, che se arrivasse al collasso trascinerebbe nel disastro
la maggior parte dell'economia globale, ma questo sostegno rafforza e amplifica
i lati deboli del gigante malato.
Da una prospettiva storica più ampia possiamo osservare che la prosperità
raggiunta, tra gli anni Quaranta e i primi anni Settanta dai paesi ricchi,
era centrata sulle dinamiche statunitensi fino alla rottura del 1973-74.
Da quel momento si blocca la loro crescita economica: la perdita di velocità
viene ammortizzata con l'aumento delle disuguaglianze e con la crescita
del parassitismo statunitense.
La crisi di sovrapproduzione degli anni Settanta ha trovato negli anni Ottanta
e Novanta un muro di contenimento importante nella spesa pubblica che ha
ammorbidito il calo della domanda causato dalla riduzione dei salari. I
guadagni delle imprese erano sorretti dal calo del costo del lavoro, l'aumento
della spesa pubblica non aveva come contropartita l'aumento delle imposte
ma la crescita del debito dello stato. A questo si sono accompagnati guasti
nella struttura industriale, il degrado di buona parte della cultura tecnica
e la precarizzazione del lavoro. L'integrazione sociale, una delle conquiste
dell'era "keinesiana", si è andata deteriorando mentre
è cresciuta l'esclusione.
D'altro lato la "burocratizzazione" pubblica ha generato
un fenomeno di finanziarizzazione generalizzato nella società statunitense,
che non ha coinvolto solo imprese, banche, fondi di investimento e pensione,
ma anche famiglie che avevano trovato nella borsa una miracolosa fonte di
prosperità. L'attesa di guadagni speculativi ha operato come "effetto
ricchezza" facendo scendere il risparmio privato fino alla quasi totale
estinzione nel 1999.
Stati Uniti: verso l'annullamento del debito privato
risparmio privato come percentuale del prodotto disponibile pro capite
dati mensili, da gennaio 1992 a settembre 1999
(Fonte: Bureau of Economy Analysis, U.S. Departement of Commerce, 1999).
La speculazione su azioni, titoli pubblici e altri crediti ha risucchiato
fondi esteri e nazionali, permettendo di sostenere l'euforia consumista
e la redditività delle imprese, ma già nell'ultimo trimestre
del 1998 erano evidenti i segni della fine di questo schema. La recessione
asiatica e il rallentamento latinoamericano sommati alle decelerazioni
dell'economia dell'Europa occidentale e al crollo dell'Europa orientale
con al centro la Russia, hanno dato a breve termine un effimero respiro
agli Stati Uniti, beneficiati da un afflusso di fondi alla ricerca di "sicurezza"
nella superpotenza, ma hanno influenzato negativamente le sue esportazioni
e la redditività globale delle sue imprese. La contraddizione fra
alti guadagni in borsa e minori profitti delle imprese non può essere
eterna; dalla fine del 1998 e con sempre maggior evidenza durante il 1999,
la fine della festa appare come un fatto inevitabile e si moltiplicano i
pronostici sul crollo della crescita. Da metà del 1999, l'FMI dopo
aver costatato un aumento reale del PIL degli Stati Uniti del 3.9% nel 1997
e 1998, prevedeva una crescita del 3.7% per il 1999 e del 2.6% per il 2000
(FMI, 1999). "The Economist" abbassava il pronostico al 2.2% (The
Economist, 1999) e la OECD al 2% (OECD, 1999) mentre numerosi esperti, come
Edward Yardeni (Deutsche Bank) lo azzeravano o gli davano valore negativo
(Yardeni, 1999). Queste previsioni si alternano a pronostici sulla fine
dell'euforia borsistica (quando? crack come nel 1929? Crisi graduale? etc.).
Lo sguardo sul futuro prossimo deve essere integrato con visioni di più
ampia prospettiva sostenute da spunti di riflessione. Ne segnalo tre:
I) L'insieme di indicatori economici, sociali, culturali e istituzionali, che mettono in allarme riguardo alla decadenza della società statunitense. Dimostrata da dati economici quali il rallentamento a lungo termine del tasso di crescita del PIL e della produttività lavorativa, la diminuzione tendenziale della partecipazione degli investimenti a tasso fisso nel PIL, l'eccessiva terziarizzazione del sistema economico, la quasi totale estinzione del risparmio individuale, il deficit commerciale cronico (e in aumento), la crescita del debito pubblico, l'espandersi della speculazione finanziaria. Si assiste inoltre al proliferare di fenomeni sociali e culturali come l'aumento del numero di poveri, la concentrazione dei guadagni e l'alto livello di disoccupazione reale, accompagnato da occupazione precaria, la criminalizzazione delle classi basse.
II) Diminuzione della partecipazione dell'apparato produttivo all'economia internazionale: sommando la produzione industriale di Giappone, Germania e U.S.A., si è passati dal 54% del 1961, al 44% nel 1974 e al 40% nel 1996 (IFRI-Ramses).
III) Il fenomeno del "sovradimensionamento strategico".
Il concetto è stato segnalato da diversi studiosi dei processi
di decadenza dei grandi imperi.
Paul Kennedy nella sua opera Auge e caduta delle grandi potenze (P.
Kennedy, 1998) ha tentato di spiegare le cause del declino di diversi imperi:
dalla Spagna asburgica del Seicento, all'Inghilterra dell'inizio del secolo,
alla Russia degli anni Settanta e Ottanta, fino agli Usa.
In quest'ultimo caso Kennedy considera che una delle spiegazioni del probabile
declino degli Stati Uniti sia che "hanno ereditato tutta una serie
di compromessi strategici, contratti nei decenni precedenti [...] Di conseguenza
ora corrono il rischio, tanto conosciuto dagli storici dell'apice e del
declino delle grandi potenze del passato, di quello che possiamo chiamare
"eccessiva estensione dell'impero": vale a dire che coloro
che prendono le decisioni a Washington devono affrontare lo spiacevole e
costante fatto che la somma degli interessi e degli obblighi mondiali degli
Usa è oggi molto maggiore della capacità del paese di difenderli
tutti simultaneamente" e aggiungo che risulta "appropriato il
paragone delle circostanze strategiche degli Stati Uniti di oggi con quelle
della Spagna imperiale o dell'Inghilterra edoardiana dei loro tempi. In
tutti questi casi la potenza numero uno in decadenza si è trovata
ad affrontare minacce non tanto alla sicurezza della propria patria (nel
caso degli Stati Uniti la prospettiva di essere conquistato da un esercito
invasore è molto remota) quanto agli interessi della nazione in terra
straniera, interessi così estesi che sarebbe difficile difenderli
tutti nello stesso momento e quasi altrettanto difficile abbandonarne uno
qualunque senza correre rischi anche maggiori" (op. cit., pp. 627 e
628).
Questo panorama, descritto dieci anni fa, nel corso degli anni Novanta si
è ulteriormente aggravato. La scomparsa della Urss ha significato
l'espansione repentina dell'area degli interessi strategici Usa che ora
non solo "possono" ma "devono" esercitare il loro potere
imperiale sopra la quasi totalità del pianeta, dalla Jugoslavia alla
Colombia, passando per Iraq, Nigeria, paesi dell'ex URSS, fino all'Estremo
oriente etc.
Ai tempi della guerra fredda l'Unione sovietica garantiva una sorta di equilibrio
strategico, controllando una parte del mondo, e stabilendo accordi con gli
USA che impedivano o frenavano numerosi conflitti regionali.
Con la scomparsa dell'URSS si è prodotto lo straripamento planetario
degli Stati Uniti, all'inizio percepito in modo trionfale dall'occidente.
L'allegria si è presto trasformata in un incubo: una moltitudine
di rotture, turbolenze e conflitti regionali, di piccoli e grandi sfide,
fuochi di ribellione etc. che formicolano intorno e sotto al gigante, lo
incitano a muoversi per affermare la sua supremazia, sperperando il suo
sistema, minando la sua razionalità, intorpidendo la sua lucidità
operativa. Questo dilagare senza controllo verso l'esterno si è combinato
con la destrutturazione interna e la crescita di molteplici componenti parassitarie.
b) Germania e Giappone
Gli altri due poli dell'economia globale, ciascuno nel proprio specifico
ambito regionale, si presentano oggi assai più deboli: Giappone e
Germania soffrirebbero duramente le conseguenze del possibile rallentamento
statunitense.
Il declino dell'economia giapponese si trova al centro della crisi asiatica.
La fine del "miracolo" può essere spiegata a partire dall'arresto
dei suoi due grandi motori storici: l'espansione verso l'estero (l'esportazione,
presto accresciuta da investimenti diretti o finanziari) e il ruolo attivo,
volontarista dello Stato. La crescita del PIL è stata accompagnata
per lungo tempo dall'aumento delle esportazioni, risposta ai limiti del
mercato interno.
Giappone: andamento delle esportazioni e del PIL
media annuale in dollari a prezzi e tassi di cambio del 1990
1960-1969 1970-1979 1980-89 1990-98
Exportaciones 15,7 % 8,6 % 5,1 % 3,1 %
Producto Bruto Interno 10,4 % 4,6 % 3,9 % 0,8 %
(Fonte: OECD, 1998, 1999).
La "soluzione esterna" al pericolo della sovrapproduzione industriale
si è concentrata nella vendita agli Usa: nel 1954 concentravano il
17% delle esportazioni giapponesi; nel 1967 il 28%; nel 1984 il 34% (Allen,
p. 199 e Beinstein, p. 48, 1988), il Giappone poteva sempre contare sui
grossi saldi favorevoli ottenuti dal commercio con questo paese per compensare
quelli negativi con i paesi produttori di petrolio o altri risultati positivi
ma modesti. In questo modo ha potuto mantenere per lungo tempo grandi attivi
commerciali generali, salvo rare eccezioni. Dalla metà degli anni
Ottanta, però, i vantaggi cominciano ad apparire insufficienti in
confronto alle dimensioni raggiunte dall'apparato produttivo, che genera
crescenti eccedenze finanziarie, spingendo ad aumentare gli investimenti
all'estero (provocando in alcuni casi delocalizzazioni industriali che eliminano
posti di lavoro e influenzano negativamente la domanda locale). Il dinamismo
delle esportazioni è andato affievolendosi negli anni Ottanta, vittima
del calo di competitività del paese, la rivalutazione dello yen vi
ha contribuito. Il Giappone aveva già superato in precedenza problemi
simili grazie a impulsi innovatori che incrementavano la produttività
e generavano nuove merci; questa volta la risposta è statadebole,
il sistema invecchia, perde i riflessi.
Fino alla metà degli anni '80 l'incidenza delle esportazioni sul
PIL ha seguito una tendenza ascendente, nel 1984 era intorno al 15%; nel
1986 scende bruscamente a 11,3% e comincia la fase discendente: nel 1995
è al 9,4%. Non possiamo non associare il cambiamento della metà
degli anni '80 con il manifestarsi di diversi sintomi di crisi, lo sviluppo
della speculazione finanziaria, e altre forme di parassitismo che hanno
minato la salute economica del paese.
Il Giappone ha dunque ripiegato sul suo spazio regionale, sommergendo i
paesi asiatici emergenti con merci, investimenti reali e finanziari, contribuendo
in modo decisivo al surriscaldarsi di queste economie sottosviluppate, amplificando
le distorsioni, spingendole verso la crisi.
L'offensiva giapponese verso l'Asia orientale può essere vista come
un dramma in due atti: nel primo (dalla fine degli anni '80 al 1997) il
Giappone ha venduto i suoi prodotti, installato imprese e distribuito crediti
contribuendo alla valanga di capitali che dai paesi sviluppati è
piovuta sul nuovo paradiso capitalista.
Il secondo atto inizia con la crisi del 1997: crollano le vendite, si paralizzano
gli investimenti e l'inflazione di prestiti li converte in una montagna
di crediti non esigibili: il paradiso diventa un inferno. Si approfondisce
il declino del Giappone, nel primo semestre del 1998 viene proclamata ufficialmente
la recessione. Nel frattempo continua a diminuire l'incidenza giapponese
sulle esportazioni mondiali.
partecipazione giapponese alle esportazioni mondiali
in percentuale
(Fonte: OECD, 1999).
Già negli anni Ottanta il tasso medio di crescita del PIL e delle
esportazioni era sceso. La diminuzione della partecipazione delle esportazioni
al PIL è parte di un processo più ampio di perdita di dinamismo.
Il doppio blocco esterno-interno (tetto per le esportazioni e per il consumo
interno) ha costretto a deviare fondi verso l'estero (delocalizzazione industriale,
collocazione finanziaria) e verso canali speculativi locali, ha cambiato
l'austera immagine del Giappone; la speculazione immobiliare e borsistica
alimentata da crediti a breve termine si è rapidamente allargata,
in un paio di anni l'indice Nikkei è decuplicato, i valori delle
proprietà urbane e rurali hanno subito un'impennata. Nel 1987 il
Giappone deteneva il 42% del capitale borsistico mondiale, relegando al
secondo posto gli Usa. All'apice della febbre finanziaria la borsa di Tokio
"valeva" 3,6 miliardi di dollari. (Clairmont, 1993).
Alla fine degli anni Ottanta la bolla finanziaria è esplosa, segnando
l'inizio della decadenza: il disastro è stato mitigato con l'aumento
della spesa pubblica e con la crescita delle economie emergenti dell'Estremo
oriente. Dal canto loro gli altri paesi del "centro" avevano a
disposizione ancora qualche anno di crescita: il 1997 era ancora lontano.
La profondità della crisi è dimostrata da diversi indicatori
quali il commercio estero o la perdita della stabilità lavorativa
(fattore tradizionale d'integrazione), ma forse l'aspetto più sorprendente
è la vertiginosa crescita della corruzione e la proliferazione delle
reti mafiose.
La febbre speculativa, la valanga di crediti a breve termine, i grandi appalti
pubblici etc., uniti all'arresto della crescita della produzione sono serviti
durante gli anni Ottanta da fondamento alla corruzione che ha coinvolto
impresari, funzionari statali e politici, in un susseguirsi di scandali
ancora in atto. La cultura produttivista e austera comincia ad essere sostituita
da quella della velocità di scambio, che si fa beffe delle
norme. Quella che alcuni autori hanno definito "corruzione strutturale"
giapponese, dovuta alla stretta relazione tra la cupola dello stato e i
grandi gruppi industriali e finanziari è culminata negli anni Ottanta
in un processo di crescente degenerazione. La pressione delle imprese per
ottenere contratti e crediti pubblici si è esasperata con il declino
del dinamismo produttivo spazzando via tutte le frontiere legali. La collusione
politico industriale da motore della crescita si trasforma in fattore di
paralisi. Tanto nel primo ciclo dello sviluppo (1868-1945) come nel secondo
(1950-1990) il Giappone è stato vittima del suo proprio successo.
Ha travolto le frontiere locali appoggiato dal volontarismo dello stato,
ma l'espansionismo esterno ha sempre trovato dei limiti e il protezionismo
interno ha sempre generato parassiti (militarismo negli anni Trenta, finanziarizzazione
a partire dagli anni Ottanta). Negli anni Novanta l'industria giapponese
ha sofferto per lungo tempo di previsone di sovrapproduzione, la domanda
interna ha tentato di sostenerlo con l'aumento della spesa-debito pubblico
che ha finito sul medio termine per ampliare il disastro. Il mercato esterno
appare bloccato in conseguenza della crisi: decadenza e parassiti regnano
in modo stabile.
Giappone: potenziale sovrapproduzione industriale*
1990-1999 indice di utilizzo della capacità di produzione industriale,1990:100

*stima sulla base delle fonti citate
(Fonte: MITI, 1997, 1998; ...).
Mentre il Giappone rallentava, l'Europa occidentale sperimentava una
crescita debole, una forte disoccupazione e il collasso del versante orientale
(ben lontano dalle illusioni liberali dei primi anni Novanta).
È in Germania, considerata il motore economico dell'Europa, che si
deve ricercare il nucleo del problema. Già negli anni Ottanta appaiono
i primi sintomi del deterioramento del "miracolo". L'annessione
della Rdd che sembrava dovesse consentirle un grande balzo in avanti, al
contrario, ha esaltato, nel medio termine, le tendenze negative. Il tasso
reale di crescita della produttività del lavoro è andato scendendo
da una media del 5% annuo nel 1960, al 1.5% della seconda metà degli
anni Novanta. (Gave F., 1996). Questo ha comportato una perdita di competitività,
espressa negli anni Novanta da una lenta ma costante caduta della partecipazione
tedesca alle esportazioni mondiali. L'espansione verso est non è
stata sufficientemente significativa, anche a livello di soci europei ha
perso posizioni. Un esempio è dato dalle variazioni dei flussi commerciali
con la Francia sempre più favorevoli a quest'ultima.
Partecipazione tedesca alle esportazioni mondiali 1987-2000*
in percentuale
*anno 2000 stima OECD 1999
(Fonte: OECD e OMC, 1999).
A metà del 1999 la Germania contava 4 milioni di disoccupati, il tasso di disoccupazione è passato dal 4,5% del 1981, al 6,2% del 1990, all' 8,8% nel 1993, all' 11,6% nel febbraio del 1999 (OEDC, 1997, Deutsche Bundesbank, 1999). Se si analizza la popolazione disoccupata si osserva l'aumento relativo di quella di lungo periodo: nel 1974 era il 7% della popolazione, nel 1980 il 13%, a metà degli anni Ottanta era intorno al 24%, nel 1994 arriva al 33% (Gave, op. cit.). Il consenso sociale, uno dei pilastri dell' "economia sociale di mercato" alla tedesca, si deteriorava. Contemporaneamente negli anni Novanta, dopo un lungo periodo di crescita, si bloccano gli investimenti come parte di un processo più generale di decelerazione a lungo termine del tasso di crescita del PIL (Beinstein, 1999).
Calo degli "investimenti lordi a tasso fisso" in Germania 1982-1999*
(1982=100)

*1999 stima OECD 1999
(Fonte: OECD, 1997, 1999...).
L'annessione della Rdd non ha potuto bloccare l'evoluzione negativa; un'insistente propaganda (portata avanti dai circoli conservatori tedeschi) sottolinea anzi che l'unificazione ha danneggiato la RDF che avrebbe dovuto sostenere il peso della trasformazione dell'ex economia comunista. Le cose in realtà sono andate in maniera diversa:è stata la RDD a sostenere la RDF, con il trasferimento reale di ricchezze a beneficio di imprese e gruppi speculativi di quest'ultima. La boccata di ossigeno, però, non è durata a lungo e alla fine degli anni Novanta la Germania (ormai "unificata") non riusciva a superare i suoi problemi. L'assestamento del mercato interno è stato compensato, nella seconda metà degli anni Novanta, con l'aumento delle vendite all'estero, è stata così evitata la recessione, ma una contrazione importante del commercio internazionale (causata per esempio dalla caduta dei tassi di crescita USA) aggraverebbe la situazione dell'economia tedesca.
Previsioni sulla produzione industriale tedesca
in marchi - 1995=100
(Fonte: Deutsche Bundesbank, 1999).
Ritorno alle origini
E' possibile descrivere la traiettoria geografica della crisi: negli
anni Settanta ha colpito le economie del "centro" che hanno saputo
comunque ammortizzare il crollo e riprendere la crescita nei successivi
anni Ottanta e Novanta grazie a una combinazione di trasformazioni interne
(che hanno "elitizzato" e "finanziarizzato" la sua economia)
e periferiche: i grandi indebitamenti, l'appropriazione di patrimoni nazionali
(svendita di imprese statali etc.), la creazione di paradisi speculativi
(borse emergenti, effimeri boom di esportazione etc.) altro non sono state
se non massicce fughe di capitali verso i paesi sviluppati.
Il 1997 segna l'inizio del raffreddamento della periferia, il limone sottosviluppato
era stato spremuto, e come logico la crisi è tornata a installarsi
nel suo luogo di origine, il primo mondo. Il Giappone, paese pioniere dall'inizio
degli anni Novanta, subito dopo l'esplosione della bolla finanziaria entrò
in un lungo periodo di stallo.
L'Europa occidentale, con al centro la locomotiva tedesca, è riuscita
a resistere fra alti e bassi lungo gli anni Novanta, procedendo a passo
lento, accumulando contraddizioni, debolezze, punti vulnerabili: i pronostici
per il 2000 sono nel migliore dei casi mediocri e comunque peggiori di quelli
delle sue dirette periferie Europa dell'Est e Africa.
Gli Stati Uniti arrivano al massimo della febbre consumista finanziaria,
all'inizio del 1999 l'euforia della borsa si ingigantiva, scompariva il
risparmio privato, mentre il debito privato raggiungeva livelli molto alti,
la corda non poteva essere tirata ancora molto a lungo.
Crisi delle periferie
Dalla metà del 1997 i circoli neoliberisti hanno diffuso la teoria
del "contagio" per spiegare l'estensione e la persistenza della
crisi. I mezzi di comunicazione hanno divulgato questa teoria e numerosi
esperti hanno descritto ogni fase del disastro con il minor numero possibile
di riferimenti a fattori strutturali, centrando l'attenzione su alcuni squilibri
finanziari, soprattutto sulla cosiddetta "volatilità dei flussi
di capitale" che sa ne andrebbero in giro per il mondo trasmettendo
la peste: la Tailandia contagia Hong Kong, che ammorba il Giappone o l'Indonesia,
che dal canto loro farebbero soffiare venti burrascosi sulla Russia per
poi lanciarsi tutti insieme contro il Brasile etc.
Il gioco è chiaro, i sistemi nazionali o regionali si scaricano reciprocamente
le responsabilità principali, e se dobbiamo cercare i colpevoli originari,
questi non saranno le ex tigri asiatiche (le prime a cadere) bensì
"la turbolenza dei mercati" i cui stati d'animo sarebbero capricciosi
e imprevedibili. Si tratta di un vero e proprio circolo vizioso che incatena
una crisi all'altra in onde amorfe, anonime, senza volto, "virtuali",
diaboliche che vanno e vengono castigando governi innocenti e bravi impresari...e
ovviamente i poveri. La stessa metafisica semplicistica usata dieci anni
fa per descrivere la vittoria del capitalismo liberale viene oggi utilizzata
per decolpevolizzarlo in termini concreti, tutti gli attori reali sono presentati
come vittime.
Se torniamo al 1997 e prendiamo in considerazione in maniera isolata le
aree periferiche in crisi, possiamo osservare che in ciascuna di esse sussistevano
numerosi fattori economici, sociali e istituzionali particolari che spingevano
queste stesse società verso l'abisso. Grande debito pubblico e privato,
debolezza tecnologica combinata con selvaggia apertura economica, collasso
del mercato interno, corruzione statale etc., sono fenomeni che in maggior
o minor grado erano presenti in ognuna.
Né Brasile né Russia né Indonesia né Corea del
sud avevano bisogno di essere contagiate: erano economie gravemente malate
già dalla metà degli anni Novanta.
Comunque la quasi totale simultaneità della crisi, che ha in ogni
caso garantito un aggravarsi reciproco delle situazioni sottese, non è
stata opera del caso ma di una causalità più generale, visto
che il capitalismo funziona, a seconda del bisogno, a scala mondiale, transnazionale,
specifica o locale, intorno agli interessi dei super stati imperiali (G7)
e delle megaimprese globali, che spremono di volta in volta quelle zone
periferiche che, a partire dalla particolare storia nazionale e regionale,
sono state messe in riga nella direzione eterogenea del sistema globale,
di modo che riproducano, in maniera amplificata, sviluppo e sottosviluppo.
L'ultimo periodo di questo lungo processo si è caratterizzato per
la distruzione di forme di difesa di autonomia e integrazione dei paesi
poveri. Un esempio lampante è lo smantellamento dei modelli di industrializzazione
che tendono a sostituire l'importazione e sostenere lo sviluppo nazionale
con l'appoggio della pubblica impresa, di barriere protezionistiche e il
sostegno alla crescita dei consumi delle classi basse, con contenuto ideologico
nazionalista (America latina, buona parte del mondo arabo), un altro caso,
vero e proprio zoccolo duro del tentativo di autonomia periferica, è
stato quello dei paesi socialisti del blocco sovietico.
In tutti una congiuntura di forze disgreganti ed "elitarie" interne
e di pressioni (occidentali) esterne ha messo a terra le resistenze nazionali
imponendo sistemi di economia aperta, liberale, sottomessi ai gruppi economici
globali. Queste congiunture hanno assecondato crisi di origine interna
(corruzione sovietica, declino delle imprese pubbliche latinoamericane,
corruzione dello stato nel mondo arabo, etc.) e forze economiche e politiche
senza controllo, alimentate, nei paesi del centro, dallo sviluppo delle
crisi degli anni Settanta e dalle riconversioni che ne seguirono (finanziarizzazione,
enorme spesa militare statunitense negli anni Ottanta, etc.). Non si è
trattato di un "insieme di coincidenze" ma di un fenomeno totale,
avvolgente, sovradeterminante, delle dinamiche del capitalismo mondiale
(planetario ma eterogeneo).
Distrutte le barriere di contenzione il capitale finanziario universale
ha potuto funzionare a pieno ritmo combinando la crescita del centro (sempre
più squilibrato, lento e parassitario) e lo sfruttamento selvaggio
della periferia, pagato il più delle volte con la concessione di
abbuffate speculative, di esportazioni e consumi (delle élites locali).
I limiti del mercato dei paesi sviluppati hanno spinto le imprese e i gruppi
finanziari a compensare i minori benefici locali con investimenti a breve
termine e elevata rendita nella periferia, "giustificati" dall'instabilità
e/o piccolezza relativa di questa economie (solitamente associato a un curioso
"coefficiente di rischio/paese"); i flussi di fondi esteri sono
apparsi in compagnia di programmi di aggiustamento e di riforma strutturale
monitorati da FMI e BM che promettevano di stabilizzare questi paesi eliminando
le barriere protezionistiche, lo stato sociale, l'impresa pubblica. Il sistema
di super guadagni della periferia ha reso ancora più disordinate
queste economie, ha fatto collassare il mercato interno, ha stimolato la
corruzione dello stato e spinto la classe dirigente pubblica e privata in
una folle corsa al saccheggio, che ha fatto crescere il disordine con lo
stesso ritmo dei guadagni degli affari speculativi.
La crisi messicana della fine del 1994 è stato un anticipo, un primo
passo interpretato in quel momento dai neoliberisti come un'anomalia passeggera,
geograficamente limitata, lungo la marcia trionfale dell'economia del mercato
globale. Ma nel 1996 in varie parti della periferia erano ben visibili fuochi
di tormente potenziali. La domanda ragionevole da porsi in quel momento
sarebbe stata: dove scoppierà la crisi?. Non sarebbe stato facile
dare una risposta dal momento che non mancavano pretendenti: il Brasile
divorato dalla finanziarizzazione aveva annullato i suoi margini di manovra;
la Russia procedeva a vele ammainate ed era ormai evidente il fracasso della
transizione capitalista nell'insieme dell'Europa dell'est; alcune tigri
asiatiche presentavano preoccupanti segni di esaurimento dei propri fragili
sistemi di esportazioni e di aumento a scala esponenziale della speculazione
finanziaria. Non si è udita risposta perché il ronzio assordante
dei liberali non permetteva di ascoltare domande, e inoltre i dubbi venivano
accolti con disprezzo dall'arroganza totalitaria trionfante. Ma il disastro
fu, e nel giro di due anni la periferia, dalla Tailandia al Brasile, passando
per Russia, Algeria, Nigeria, Messico e ritornando dall'Indonesia, si è
trasformata in un immenso pantano.
La nota stonata è stata finora la Cina
Negli anni Ottanta le valutazioni occidentali sottostimavano il potenziale
di sviluppo della Cina, e all'inizio dei Novanta le auguravano un'evoluzione
simile a quella dell'Unione sovietica. Al contrario ciò che è
accaduto è stata una crescita economica che ha causato verso la fine
degli anni Novanta una marea di aspettative su una sua possibile ascesa
al rango di prima o seconda potenza mondiale.
Il parallelo con l'URSS era superficiale e quando fu evidente il boom, gli
"esperti" del primo mondo hanno immaginato questa nazione come
una sorte di super tigre in corsa dietro al modello capitalista esportatore
asiatico. Ma se la "Cina sovietica" era stata una pura fantasia
la "Cina sudcoreana" era un delirio ancor maggiore.
A differenza di quanto accaduto alle tigri, lo sviluppo cinese non è
stato il risultato di un processo indotto dall'esterno, ma di una rivoluzione
sociale che ha generato un fenomeno di crescita endogeno che è culminato
a metà degli anni Settanta in una struttura socialista statale con
importanti tracce di decentralizzazione, dalla quale è partita una
seconda tappa su cui si è andato strutturando il modello del "socialismo
di mercato".
Quest'economia è cresciuta a un tasso medio reale annuale dell'8%
dal 1978. Dal punto di vista delle raccomandazioni e dei paradigmi impiegati
da FMI o da BM si tratta di un vero e proprio antimodello che avrebbe dovuto
fallire: ma mentre i paesi elogiati dalle istituzioni internazionali, le
tigri, sono crollati, l'economia cinese è emersa con successo.
Il paese è stato sottoposto a pesanti pressioni da parte delle organizzazioni
internazionali (FMI, BM, etc.), delle potenze del centro (in particolar
modo degli Stati Uniti) e dei gruppi transnazionali per un'apertura e una
liberalizzazione dell'economia. La penetrazione incontrollabile di capitale
straniero, l'eliminazione delle barriere protezionistiche, la destatalizzazione
e decollettivizzazione dell'apparato produttivo e altre misure porterebbero
il paese a una situazione simile a quella dei paesi emergenti dell'Asia
o alle economie in transizione del defunto blocco sovietico. Il risultato
catastrofico di entrambe le esperienze ha tolto legittimità a queste
pressioni che continuano comunque ad essere esercitate con meno superbia
e trionfalismo, ma con la stessa intensità (gli USA per primi fanno
pesare il proprio ruolo di grandi importatori di prodotti cinesi).
Inoltre, anche le dinamiche economiche e sociali interne producono contraddizioni
significative.
Un primo problema è la crescita dell'incidenza della esportazioni
sul PIL, passato tra il 1985 e il 1995 dal 10 al 22%. Il suo peso non è
opprimente rispetto al totale dell'economia nazionale, ma se consideriamo
la componente industriale (maggioritaria) delle esportazioni osserveremo
che nel 1985 l'industria esportava l'11% della sua produzione, nel 1995
arrivava al 37% (BM Cina, 1997). Esiste il pericolo che l'industria cinese
resti impigliata nelle fluttuazioni dei mercati globali, su cui il suo potere
sarà debole, in ragnatele di turbolenze finanziarie, di tecnologie
e di prodotti che sarà costretta a importare (a condizioni non sempre
favorevoli) per non perdere competitività. Lo schema attuale potrebbe
convertirsi a medio termine in una macchina di importazioni e di debiti
che porterà a una maggior apertura agli investimenti stranieri, all'aumento
delle disuguaglianze e alla perdita di autonomia.
Un secondo problema dovuto alla crescita economica è l'incremento
delle disuguaglianze il cui aggravarsi potrebbe, prima o poi, rompere la
coesione sociale.
Il terzo è la corruzione che si estende a partire dall'intricata
rete di vincoli tra potere centrale, amministrazioni locali e imprese pubbliche,
collettive e private. La corruzione cresce grazie alla convergenza delle
disuguaglianze (ascesa di gruppi privilegiati) con la "globalizzazione"
del tessuto impresariale e l'anchilosarsi della macchina statale (inadeguata
alla velocità del cambiamento). La pressione neoliberista sulla Cina
punta all'eliminazione dei meccanismi di controllo per dare via libera a
tutti i tipi di affari. L'esperienza russa ha mostrato dove porta questo
cammino, illustrato bene anche da molti esempi periferici (come l'America
latina) dove le privatizzazioni e la liberalizzazione hanno ridotto in modo
drastico il vecchio statalismo creando sistemi in cui la corruzione è
cresciuta a scala esponenziale.
Il quarto problema, legato a tutti i precedenti, è il deterioramento
dell'identità ideologica e della legittimità sociale del regime.
Questi temi si agganciano alla perdurante crisi internazionale le cui conseguenze
si faranno sentire sempre di più. La svalutazione del yuan pronosticata
dal 1997 fa parte di quegli interrogativi creati dalla complessità
della situazione.
Economia politica e crisi
La crisi si è andata estendendo, approfondendo ed è arrivata a toccare la totalità del sistema mondiale. Il riduzionismo economico (specialmente la sua versione neoliberista) è incapace di dare spiegazione della maggior parte delle sue stesse turbolenze finanziarie, produttive, etc.; adduce responsabilità a "fattori esogeni" (politici, religiosi, sociali...) che si inseriscono inaspettatamente in territori che gli esperti dicono di conoscere bene. La crisi russa, per esempio, può essere ben analizzata attraverso l'indicatore della caduta persistente del PIL (in un decennio si è ridotto a meno della metà), ma questo indice può essere realmente interpretato solo se lo leghiamo al più ampio processo di degrado (sociale, culturale, politico..) del sistema sovietico e alla sua relazione con fenomeni globali irreversibili (crescita soffocante del parassitismo finanziario, sovrapproduzione potenziale cronica in occidente, predominio ideologico del neoliberismo,..).
Evoluzione del PIL reale russo
1998=100

(*) stima per il 1998
fonte: UN/ECE, 1999; Goskmstat, 1999; BM, 1996
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, unica superpotenza rimasta, non
possiamo trascurare che l'euforia finanziario consumista, la terziarizzazione
estrema dell'economia, il sentimento di impunità e di vertigine imperiale
della cupola dirigente, il crescente distacco intellettuale dalla realtà
sono sintomi di declino sociale molto più significativi dei recenti
(effimeri) soddisfacenti tassi di crescita del PIL.
Il 1999 è iniziato con le turbolenze economiche in Brasile e la guerra
della NATO contro la Jugoslavia e si è concluso con la rinuncia di
Eltsin e l'impantanamento russo in Cecenia, segnali multipli (finanziari,
militari, politici..) dell'avanzare della crisi globale.
Capitalismo senile
La teoria dell'imperialismo è stata elaborata oltre ottant'anni
fa; oggi, la vecchia feroce disputa tra potenze capitaliste è stata
sostituita da "un'alleanza strategica" diretta dagli Stati Uniti,
nella quale convivono parecchie contraddizioni.
Diversi fattori hanno contribuito a questa nuova realtà: la presenza
per oltre mezzo secolo di un blocco anticomunista guidato dagli USA che
ha forgiato solidarietà, interessi comuni, etc.; il processo di interpenetrazione
economica, associazione e fusione di imprese transnazionali al cui vertice
si trova un sistema finanziario-speculativo che domina nei paesi del centro
condizionando stati e strutture produttive, travalicando le frontiere nazionali.
Questo non significa l'inizio di una nuova tappa "superiore" (ultraimperialista)
del capitalismo, in primo luogo perché l'egemonia statunitense si
staglia su un panorama di ipertrofia finanziaria che affonda sempre più
il sistema nel pantano di parassiti che ha cominciato a svilupparsi da poco
più di un secolo. Non c'è stato il superamento capitalista
della degenerazione finanziaria attraverso il nuovo ordine produttivo mondiale,
al contrario la finanziarizzazione è divenuta generale, la sua "cultura"
ha penetrato tutti i livelli della vita sociale dei paesi del centro generando
forme mafiose e altre espressioni decadenti che stanno avvolgendo tutto.
D'altro canto la periferia è oggi molto meno malleabile che non un
secolo fa: per oltre settant'anni una superpotenza periferica, l'URSS, ha
sfidato l'occidente, ha resistito a un lungo assedio, incluso un tentativo
di sterminio e sebbene alla fine sia crollata sotto la ruggine della sua
stessa burocrazia, il mondo del dopo guerra fredda non è tornato
alla situazione coloniale dell'inizio del secolo XX.
Le decolonizzazioni e le rivoluzioni scoppiate a partire dalla Rivoluzione
russa e dalla seconda guerra mondiale, oltre a successi e sconfitte, hanno
lasciato un' eredità duratura che non può essere eliminata
con un soffio. La proliferazione nucleare (India, Pakistan, Cina, Corea
del nord..), la presenza di eserciti piuttosto ben armati in zone sottosviluppate,
l'emergere di culture periferiche che esprimono radicalmente una volontà
di indipendenza e d'altro lato le difficoltà che hanno avuto fino
ad ora i governi dei G7 per trascinare le proprie popolazioni in avventure
militari ad alto costo di vite, frenano i tentativi di ricostruzione di
vasti protettorati militari nelle zone povere del pianeta.
La vecchia teoria dell'imperialismo ha giustificato quella che potremmo
qualificare come la tappa emergente, nascente del fenomeno, in cui il dominio
del capitale finanziario coesisteva con una civiltà borghese ancora
impregnata del "produttivismo" e del nazionalismo forgiati lungo
il diciannovesimo secolo; verso l'anno 2000 la cultura della produzione
materiale è stata rimpiazzata da quella del parassitismo finanziario
e il patriottismo imperialista è stato affogato dal consumismo e
dall'ultraindividualismo.
In sintesi l'epoca dell'egemonia emergente, giovanile del capitalismo finanziario
che hanno conosciuto Lenin e Bujarin è rimasta molto indietro nel
tempo; quella che conosciamo ora è la sua tappa senile, decadente.
Dobbiamo dunque stabilire la differenza tra le vecchie crisi di vigorosa
sovrapproduzione, incontrollabili (da cui il capitalismo ancora giovane
si liberava spingendosi più in là in nuove crisi, di livello
economico sempre più alto) dalla crisi attuale che si produce in
un organismo vecchio, corroso da molti decenni di parassitismo finanziario
(esasperato negli ultimi vent'anni).
Concetto utile quello di "capitalismo senile" (Dangeville R. 1978,
p.217), sempre più penetrato dal cancro finanziario. Facendo il parallelo
con l'essere umano Dangeville segnalava che "le malattie infantili
hanno effetti spettacolari, l'angina provoca al bambino febbri molto alte
che lo lasciano a terra, ma si riprende molto bene senza conseguenze fisiche
e problemi nella crescita, mentre la patologia senile diminuisce le capacità
del corpo, arriva a paralizzarlo, l'organismo si degrada" (ibid).
Dopo il 1970 non abbiamo vissuto catastrofi simili a quella del 1929, ma
ci sono stati diversi scossoni, affrontati in generale con grande dispendio
di mezzi di controllo, dopo i quali il sistema riprendeva la sua marcia
con sempre minor vigore, con più cicatrici dovute a parassiti; non
c'è stato crollo, ma un avanzare irresistibile della decrepitezza.
D'altra parte l'esperienza storica del Ventesimo secolo ci permette di abbracciare
una visione del mondo più ampia, di largo respiro, meno "europea",
e procedere oltre l'affermazione dalla specificità capitalista-finanziaria
dell'imperialismo contemporaneo per includerla in una traiettoria multisecolare
dell'occidente, dalle crociate che hanno aperto il passato millennio fino
ai bombardamenti su Iraq e Jugoslavia che lo hanno chiuso, passando attraverso
la conquista delle Americhe, dell'India, dell'Africa, la guerra del Vietnam,
etc.. In questo caso l'idea dell'imperialismo come tappa superiore, finale
della civiltà borghese può essere sostituita da un interpretazione
secondo cui l'imperialismo occidentale fa la sua comparsa alla nascita della
civiltà borghese (durante il basso medioevo europeo) e che, nel suo
lungo cammino di depredazione planetaria, ha finito per generare, verso
la fine del Diciannovesimo secolo, una forma parassitaria, che è
diventata egemone e ha bloccato tutte le possibilità di ulteriore
crescita del capitalismo: la vittoria del cancro segna il destino del sistema
che l'ha generato. Detto in altro modo, potremmo formulare la seguente ipotesi:
la civiltà borghese è la tappa superiore dell'imperialismo
occidentale e l'egemonia totale del capitale finanziario (economica, culturale,etc.)
ha inaugurato l'ultimo capitolo, senile, della civiltà borghese.
L'immagine della "distruzione creatrice" utile per descrivere
il capitalismo del Diciannovesimo secolo non appare più adeguata
per interpretare il sistema globale presente. Un segnale molto evidente
è la tendenza prolungata, negli ultimi trent'anni, alla decelerazione
del tasso di crescita del PIL dei paesi del centro. A causa del cospicuo
trasferimento netto di capitali dalla periferia e dell'aumento della spesa
pubblica e del potenziale scientifico richiesto, le economie dominanti si
stancano, il Giappone sembrerebbe indicare il cammino a tutti i paesi ricchi.
Un altro aspetto significativo è l'avanzata distruttrice della "finanziarizzazione".
Quando alla fine del Diciannovesimo secolo è comparso il capitale
finanziario come polo dominante del capitalismo doveva convivere con un
discorso produttivista, industriale, che legittimava la cultura occidentale.
Così è stato fino agli anni Settanta quando la valanga finanziaria
ha seppellito le strutture della produzione materiale e ha accelerato la
"terziarizzazione" delle economie ricche, soprattutto degli Stati
Uniti. Si è trattato di uno sviluppo colossale delle dinamiche parassitarie
con tutte le varianti speculative, mafiose, consumiste, etc. che ha prodotto
una frattura culturale decisiva: nell'immaginario borghese l'ingegnere industriale
è stato sostituito dal consulente finanziario e la sua grossolanità,
la sua immediatezza, il suo mondo dei prodotti tangibili si è dissolto
in quello "dell'economia virtuale".
Ipotesi, interrogativi, possibili scenari
Prendiamo come base per le riflessioni sul futuro il quadro generale
appena descritto, per formulare ipotesi di lavoro che combinate e integrate
con altre osservazioni possono costituire un apporto utile per l'elaborazione
di scenari possibili.
Qui mi limiterò a presentare sommariamente alcuni interrogativi e
a tracciare un numero limitato di linee di riflessione, senza nessuna velleità
di essere esaustivo.
Due sono gli eventi economici centrali da considerare sul breve periodo:
il raffreddamento dell'economia statunitense e la svalutazione della moneta
cinese. Per quanto riguarda gli Stati Uniti esistono tre alternative possibili:
l'atterraggio morbido; il "crack" finanziario e il "prolungarsi
della febbre".
Riguardo "all'inevitabile aggiustamento e decelerazione degli USA"
in una pubblicazione recente l' FMI segnalava che "non ci sono dubbi
sulla necessità nel prossimo periodo di una significativa decelerazione,
è in dubbio solo il suo ritmo" (FMI, 1999, p.9), facendo eco
ai ripetuti avvertimenti di Alan Grenspan e alle simili conclusioni di BM
e altri organismi. I tentativi della Riserva generale di concedere col contagocce
la crescita dei tassi d'interesse durante il 1999 cercavano precisamente
di sgonfiare poco alla volta la febbre della borsa e del consumo, e di promuovere
incrementi graduali del risparmio, poiché un suo aumento brusco e
significativo (causato da un crollo di borsa o da altro evento negativo)
spingerebbe molto in basso i consumi con prevedibili effetti recessivi.
Non è sicuro che questa strategia abbia successo, fatti economici
e politici di diversa natura, interni o esteri, da alcune crisi periferiche
importanti fino a una ricaduta del Giappone etc., potrebbero farla fallire.
Su questo scenario si apre la seconda ipotesi, quella del "crack"
finanziario, con il suo amplio seguito di varianti possibili, dal "nuovo
1929" fino a qualcosa di simile all'esplosione della bolla finanziaria
giapponese dell'inizio degli anni Novanta. Quest'ultima, che potremmo chiamare
"l'ipotesi giapponese", non avrebbe conseguenze molto diverse
da quelle dell'atterraggio morbido visto che entrambe, la prima nella realtà,
la seconda nell'immaginazione dei tecnocrati, non porterebbero al caos ma
a una sorta di raffreddamento relativamente ordinato.
La terza ipotesi, basata sulla continuazione infinita della febbre attuale
non sembra avere molti proseliti, tranne alcuni guru, che non se la sono
sentiti di scendere dal "treno della felicità" partito
all'inizio degli anni Novanta, o speculatori, che aiutati da certi mezzi
di comunicazione cercano di "bloccare il pessimismo" e continuare
il circo.
Un avvenimento esterno che potrebbe far precipitare il morbido atterraggio
statunitense sarebbe l'eventuale svalutazione della moneta cinese. Questa
alternativa viene annunciata (per essere subito negata, e riannunciata e
rinegata...) dal 1997 quando molti esperti si aspettavano che il yuan seguisse
il destino delle altre monete dei paesi asiatici emergenti. Contro i pronostici
ha mantenuto la parità, dimostrando che il comportamento di questa
economia e le decisioni dei suoi dirigenti non sono in nulla simili a quelle
delle ex tigri. In ogni caso una forte contrazione del mercato regionale
(causata da turbolenze socio politiche, come in Indonesia, una maggior recessione
del Giappone, una ricaduta della Corea del sud..) o internazionale (l'aggravarsi
delle crisi descritte, il crollo degli Stati Uniti, etc.) potrebbero spingere
la Cina alla svalutazione. Tutti questi elementi concorrono a far crescere
le contraddizioni e i conflitti potenziali interni.
Ma il futuro a breve termine appare sempre più impregnato di potenziali
fratture sociali, politiche, militari. A questo nuovo livello di analisi
i due eventi descritti (la svalutazione cinese, e il raffreddamento statunitense)
restano sommersi nell'oceano della crisi globale.
Le diverse ipotesi segnalate devono essere integrate con valutazioni su
prospettive di lungo periodo che potrebbero strutturarsi intorno ad alcuni
temi centrali di riflessione.
Prima linea di lavoro: il perdurare per lungo tempo (quasi dieci anni) della
situazione attuale in cui gli Usa possono subire colpi finanziari tollerabili,
riduzioni non troppo drammatiche della tassa di crescita del PIL, aumento
ragionevole della disoccupazione /ufficiale) etc., con il Giappone stanco
(con deboli e sporadici recuperi), l'UE che trascina i suoi squilibri sociali
con crescita del PIL pari a quella degli anni Novanta, la Russia che va
alla deriva (ma senza arrivare a spaccature decisive), la Cina che
magari rallenta la sua espansione ma deve aprirsi sempre più al capitale
straniero e ridurre le sue aree a partecipazione statale e collettiva, la
restante periferia che cerca di arrangiare le varie economie nazionali.
Si tratta di una sorta di coazione a ripetere, poggiata sul peso opprimente
del presente (e del passato più prossimo), un'illusione conservatrice
per nulla originale che fotografa la realtà e la proietta senza cambiamenti
in avanti sottostimando la proprietà cumulativa delle trasformazioni
che prima o poi finiscono per causare cambi qualitativi, catastrofi, rotture.
È importante demitizzare questa ipotesi attraverso un utile lavoro
di raccolta e valutazione di fenomeni come la finanziarizzazione globale
generalizzata, la caduta sul lungo termine del PIL mondiale (con al centro
i G7), la recessione in estese aree della periferia, l'evoluzione del debito
pubblico nel primo mondo e l'indebitamento con l'estero delle nazioni sottosviluppate,
la relazione tra crisi e i sistemi di presa delle decisioni politico-militari
nel centro (principalmente negli Stati Uniti), il significato di fuochi
e spazi di ribellione e autonomia della periferia, etc..
Seconda linea di lavoro: il culmine apocalittico delle tendenze irreversibili
attuali in una decomposizione generalizzata senza possibilità di
ricostruzione a medio lungo termine. Ci troviamo di fronte alla decadenza
senza ritorno dell'occidente e del pianeta (irreversibilmente occidentalizzato).
Esiste una letteratura pessimista fatalista che poggia su questo possibile
scenario, per esempio quella che si riferisce alla crescita irrefrenabile
delle "zone grigie" (che vegetano, fuori da ogni controllo, nella
degradazione): parti di megalopoli, interi paesi, che gravitano intorno
a poli di alto e medio sviluppo (Minc A. 1993).
L'arresto nella variazione del PIL ne annullerebbe il significato. Le tendenze
negative segnalate nella prima linea di lavoro darebbero un salto qualitativo
nefasto che nulla potrebbe impedire: le alternative di ricostruzione minate
dalla decadenza sarebbero totalmente impotenti
L'elaborazione di questo scenario appare come una vera e propria sfida alla
volontà del progresso umano.
Terza linea di lavoro: l'imposizione di strategie liberali di aggiustamento
molto dure, tanto nella periferia (dove sono già praticate) come
nel centro, che aumenterebbero la recessione per preservare e incrementare
il potere di un settore ristretto di grandi gruppi finanziari globali. Sono
disposte ad affrontare le forti resistenze sociali nelle economie ricche
(come si è visto in Francia alla fine del 1995) e le ribellioni di
milioni di affamati nel mondo sottosviluppato. È difficile immaginare
che sia praticabile senza la presenza di forti apparati repressivi interni
o stranieri. Assisteremmo alla proliferazione di neofascismi liberali in
versione sviluppo e sottosviluppo, alla costituzione di differenti sistemi
di "apartheid sociale", dalle "democrazie poliziesche"
fino alle dittature aperte.
Questa alternativa presenta molti punti di contatto con le seconda.
Quarta linea di lavoro: la messa in atto di strategie neokeynesiane per
cercare di rompere il circolo vizioso del raffreddamento produttivo attraverso
la riabilitazione del mercato interno che presuppone necessariamente un
certo protezionismo.
L'acuirsi della crisi trasformata in recessione generalizzata asseconderebbe
questa opzione, ma sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri non si riescono
a scorgere protagonisti di peso a livello dei grandi gruppi economici (avvolti
dalla dinamica parassito-finanziaria) capaci di accompagnare questi programmi.
Nel centro gli interessi finanziari hanno costruito un'egemonia molto solidale,
nella periferia la maggior parte delle borghesie e burocrazie nazionali
sono sottomesse ai grandi gruppi finanziari globali (e ai loro governi)
e convertite in bande di predoni. In entrambe le parti del mondo si tratterebbe
di saggi di capitalismo sociale, integratore senza, o quasi, capitalisti.
Senza dubbio l'approfondirsi della crisi dovrebbe in certi casi scardinare
le stesse classi dominanti cosa che aprirebbe il gioco a forme popolari,
pragmatiche, articolate intorno a nuclei di potere emergenti.
Quinta linea di lavoro: basata sull'impraticabilità delle precedenti
e focalizzata nella periferia (anche se non limitata a quella) e nelle crescenti
difficoltà del capitalismo, finanziarizzato, sempre più escludente,
che si avvia verso una fase di riproduzione ultraparassitaria. Lo schizzo
di questo scenario si articola intorno alla resurrezione del fantasma che
l'ondata neoliberista degli anni Novanta credeva di aver eliminato per sempre:
il socialismo, come bandiera di sistemi di sopravvivenza radicati nella
ribellione delle grandi maree umane il cui orizzonte non sarebbe la lussuosa
società del primo mondo ma la costruzione di forme solidarie, egualitarie,
capaci di soddisfare le necessità primarie. Forme eterogenee, plurali,
corrispondenti a spazi culturali e socioeconomici molto diversi. Metodi
di consumo austero e di ricostruzione, dal basso, del tessuto sociale.
Conclusioni
"Non è difficile rendersi conto del fatto che stiamo vivendo un'epoca di gestazione e di transizione verso una nuova epoca. Lo spirito ha rotto con il mondo del suo essere e della sua rappresentazione precedenti e si appresta ad affondarli nel passato, consegnandosi al destino della sua stessa metamorfosi. Lo spirito, certamente, non resta a lungo sopito, è sempre in movimento incessantemente in progresso. Però come il feto, dopo un lungo periodo di silenziosa incubazione, rompe bruscamente la gradualità del processo puramente accumulativo con un salto qualitativo, e il bimbo nasce; così anche lo spirito che si forma va mutando lentamente, in silenzio, verso una nuova forma, si disperde da una particella all'altra della struttura del suo mondo anteriore e i rantoli di questo mondo si annunciano solamente attraverso sintomi isolati; la frivolezza e il tedio che dominano l'esistente, il vago presentimento dell'ignoto, sono i segni premonitori del fatto che qualcosa di diverso si sta avvicinando. Questi rari segnali, che non alterano la fisionomia generale, sono bruscamente interrotti dall'aurora che di punto in bianco illumina l'immagine del mondo nuovo". G.W.F. Hegel Fenomenologia dello spirito
(trad. Marina Vallatta)
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