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miti e realtà |
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La questione che abbiamo di fronte è di quale sia la configurazione
attuale del capitale, quali i suoi movimenti. La tradizione che si rifà
a Marx ha sempre avuto tra le sue caratteristiche distintive quella di operare
una distinzione fra l'apparenza, o l'ideologia che il capitale naturalmente
produce, e la realtà dei rapporti sociali e di potere che quell'apparenza
nasconde. Tra l'apparenza e la realtà esisterebbe insomma, secondo
questo modo di vedere, un contrasto, al punto addirittura che la prima è
un rovesciamento della seconda.
La mia impressione è che la sinistra in Italia, un po' in tutte le
sue componenti, si sia resa subalterna ad un vero e proprio &laqno;pensiero
unico» degli ideologi del capitale - un pensiero unico che non rappresenta
affatto come stanno concretamente le cose, ma le distorce in modo essenziale.
Fa parte di questo pensiero unico un'interpretazione delle tendenze attuali
sotto l'ombrello della categoria pigliatutto di &laqno;globalizzazione»:
l'idea, cioè, che il capitalismo sarebbe ormai entrato in una fase
&laqno;inedita», una autentica &laqno;svolta epocale», dove
si realizza come capitale compiutamente &laqno;globale».
Si prenda come esempio la sinistra radicale - una volta si sarebbe detta
la sinistra di classe. Qui l'argomentazione più diffusa - egemonica
al punto di essere quasi solitaria - è la seguente. Sarebbe ormai
alle nostre spalle il modello &laqno;fordista-keynesiano», entrato
in crisi irreversibile per le intrinseche rigidità tecnologiche,
per l'improduttività della spesa pubblica, per l'emergere di limiti
naturali allo sviluppo capitalistico. Alla crisi del modello fordista-keynesiano
sarebbe seguita una risposta - appunto - in termini di &laqno;mondializzazione»,
o &laqno;globalizzazione», del capitale, dove imprese transnazionali,
prive di radici e di identità nazionale, investono secondo le convenienze
del momento, andando alla caccia dei fattori dal costo più basso
e di consumatori dislocati ormai sull'intero pianeta. Il capitale globalizzato
sarebbe il capitale determinato dalle dinamiche finanziarie, che si esprimono
al massimo grado nella mobilità pressoché perfetta del capitale
speculativo. Alla globalizzazione corrisponderebbe, sul terreno produttivo,
la ristrutturazione tecnologica e organizzativa dei processi di lavoro,
con il passaggio alla fabbrica snella e al cosiddetto &laqno;postfordismo»:
il nuovo ordine produttivo sarebbe caratterizzato dalla partecipazione subalterna
nell'impresa manifatturiera da parte dei lavoratori, dalla esternalizzazione
di funzioni fuori dal luogo classico della fabbrica, dal lavoro autonomo
di seconda generazione. L'accoppiata di mondializzazione e postfordismo
determinerebbe a sua volta un incremento di produttività del lavoro
talmente in eccesso rispetto all'aumento possibile della produzione vendibile
da dar luogo ad una riduzione del lavoro vivo nell'area capitalistica, e
perciò, all'emergere di una disoccupazione tecnologica di massa.
Ci troveremmo di fronte, per così dire, ad una sorta di eutanasia
del capitale portata avanti dal capitale medesimo, con la &laqno;fine del
lavoro» - e la permanenza del capitale soltanto come dominio immediatamente
politico. L'alternativa a questo quadro, certamente a prima vista cupo,
sarebbe peraltro inscritta nello stesso movimento reale e consiste nella
scelta tra, o nella sommatoria di, riduzione dell'orario di lavoro, terzo
settore e/o lavori socialmente utili, reddito minimo di cittadinanza. Ancora
una volta, il &laqno;progresso» tecnologico come premessa di una liberazione
dal lavoro.
Ognuno dei passaggi a cui ho fatto riferimento permette una doppia lettura:
una lettura &laqno;critica» - che è, ovviamente, quella cara
ai compagni che se ne fanno promotori da noi come altrove, soprattutto in
Europa - ma anche una lettura del tutto "conciliata" con l'esistente.
In effetti, la critica al modello fordista-keynesiano riprende gli argomenti
che ormai un trentennio fa furono portati dal Club di Roma (i limiti dello
sviluppo) o dalla controrivoluzione monetarista (improduttività dello
Stato) o dall'economia dell'offerta (rigidità dal lato del lavoro).
Il paradigma emergente sulla mondializzazione del capitale riprende a piene
mani da autori conservatori, come K.Ohmae, o ancora dalle tesi del segretario
del dipartimento del lavoro di Clinton, R.Reich; e prende per oro colato,
senza la dovuta distanza critica, i rapporti del Fondo Monetario Internazionale
o della Banca Mondiale. Analogamente, il postfordismo è ricostruito
secondo le indicazioni degli ultimi guru del management piuttosto che facendo
riferimento alle ricerche più serie (e, si deve aggiungere, tutto
meno che univoche) sull'argomento. Per quanto riguarda il terzo settore
come alternativa alla disoccupazione tecnologica di massa, basta sfogliare
il &laqno;Sole 24 Ore» per rendersi conto di quanto l'idea stia a
cuore alla nostra Confindustria.
Il quadro delineato dall'intepretazione che stiamo discutendo contiene elementi
di realtà: è però complessivamente inattendibile -
se questo giudizio fosse fondato, le conseguenze politiche che vengono tratte
da quell'interpretazione, e che costituiscono spesso il pane quotidiano
del pensiero e della prassi politica dell'area a cui facciamo riferimento,
sarebbero evidentemente da giudicare sbagliate, se non addirittura pericolose.
In questa sede metterò in questione soltanto il punto relativo alla
globalizzazione dei mercati e della finanza (la globalizzazione produttiva
meriterebbe un discorso a parte) e rimandando per una critica più
generale agli argomenti che ho svolto in un articolo pubblicato sulla rivista
&laqno;Politica ed economia» (n.6/1995).
Conviene partire da una distinzione che viene a volte opportunamente avanzata in alcuni studi recenti tra due possibili modelli idealtipici di economia mondiale: da un lato, l'economia &laqno;inter-nazionale»; dall'altro, l'economia autenticamente &laqno;globale». Un'economia internazionalizzata è quella basata sull'interconnessione su scala mondiale tra economie nazionali - le quali ultime, perciò, rimangono i soggetti di partenza. Vige un commercio specializzato per aree nazionali, e quindi, rispettando l'etimologia del termine, una vera e propria &laqno;divisione» internazionale del lavoro. Sono presenti multinazionali, che però hanno una base, un cuore nazionale: una quota significativa della produzione, e una quota significativa del commercio, hanno luogo su scala nazionale. Se sostituiamo all'aggettivo &laqno;nazionale» l'aggettivo &laqno;regionale» - e per regionale intendiamo sovranazionale, ma non mondiale: sicché area regionale non è il mercato mondiale &laqno;globalizzato» ma, per esempio, l'area europea a dominanza tedesca, o l'area est-asiatica a dominanza giapponese, o ancora l'area nord-americana a dominanza statunitense - il quadro rimane in sostanza sempre quello di un'economia inter-nazionale. All'altro estremo, un'economia globalizzata è quella in cui il livello dove si svolgono produzione e commercio, e dove ha luogo lo stesso mercato del lavoro, è quello immediatamente planetario. Non esiste qui una divisione ma una &laqno;diffusione» internazionale del lavoro, nel senso che le stesse merci sono prodotte e smerciate ovunque. Il processo economico è, per così dire, disincarnato e deterritorializzato, a immagine e somiglianza della mobilità estrema del capitale finanziario. La situazione che così si configura è, per definizione, ingovernabile dalla politica, o, per quel che conta qui la distinzione, dalla società: gli agenti sono considerati ormai compiutamente dissolti nell'individuo atomistico (la singola impresa come corpo organico) che è homo homini lupus: l'unica possibile opposizione a un capitale mondiale globalizzato potrebbe essere esclusivamente quella di un proletariato mondiale altrettanto globalizzato, quando invece ciò che il capitale produce è sempre meno lavoro, sempre più disintegrato. Di qui, la forza dell'idea che l'unica via d'uscita è una secessione dalla relazione capitalistica in quanto tale.
Se un'economia mondiale del secondo tipo - del tipo &laqno;globale» - avesse effettivamente visto la luce negli ultimi anni, ci troveremmo davvero di fronte ad una fase inedita rispetto al capitalismo dei due secoli passati. Un capitalismo, peraltro, che è stato praticamente sempre, sin dai suoi inizi, un capitalismo mondiale nella prima accezione del termine, un capitalismo &laqno;internazionale». Tanto per prendere una fonte non sospetta nel Manifesto del partito comunista si trova una descrizione della natura mondiale del capitalismo che può essere impiegata senza alcuna difficoltà a descrivere proprio il capitalismo &laqno;inedito» che abbiamo di fronte. Qualche fautore della globalizzazione non avrà difficoltà a ribattere che quella descrizione è prova delle capacità profetiche di Marx. Per quel che mi riguarda, preferisco pensare che il capitale sia un modo di produzione cromosomicamente mondiale - che tende, per la sua essenza più profonda, ad una estensione mondiale della produzione e degli scambi. Da questo punto di vista, semmai, non sarebbe affatto assurdo sostenere che se un salto qualitativo si è verificato, esso ha avuto luogo non tanto attorno al 1970 quanto attorno al 1870: per dirne una, la discontinuità sul terreno della diffusione dell'informazione portata dal telegrafo e dai cavi intercontinentali fu forse più marcata di quella portata negli ultimi venticinque anni dalla rivoluzione microelettronica.
Quello che è sicuro è che la fase di internazionalizzazione
il cui inizio è contemporaneo alla pubblicazione del Capitale di
Marx e il cui termine coincide con lo scoppio del primo conflitto mondiale
- quella che potremmo definire l'età &laqno;aurea» del capitale,
se non altro perché fu la fase retta dal sistema di cambio aureo
(gold standard) nel suo fulgore - fu di estensione e profondità sconosciute
e regge ancora benissimo il confronto con la &laqno;globalizzazione»
di un secolo dopo. Tra il 1870 e il 1913, la crescita del commercio mondiale
procedette ad un tasso medio del 3,4% (addirittura al 3,9% tra il 1889 e
il 1911), mentre tra il 1914 e il 1950 si ridurrà all'1%, per risalire
poi nell'epoca keynesiana tra il 1950 e il 1973 al 9%, e tornare infine
tra il 1973 e il 1990 al 3,6%, un valore appunto comparabile con quello
del gold standard. Secondo numerose ricerche, il peso dei movimenti di capitali
sul prodotto interno lordo era addirittura maggiore all'inizio del secolo
che non negli anni '80 (il che è in parte dovuto alla crescente importanza
della quota di produzione che non risulta &laqno;destinata alla vendita»).
Per quel che riguarda il mercato del lavoro, si deve notare che qui è
tutto l'800 a battere il cosiddetto capitalismo globalizzato, con flussi
migratori di portata biblica che non hanno avuto da allora l'eguale. Certo,
i luoghi di provenienza e di destinazione erano ben diversi, e questo spiega
la ben diversa &laqno;apertura» delle due fasi (a tutto vantaggio,
si è detto, di quella più antica): tra il 1815 e il 1915 quasi
cento milioni di migranti (60 milioni di origine europea, 10 milioni di
russi, 12 milioni di cinesi, 6 milioni di giapponesi, 1,5 milioni di indiani)
si rivolgevano a paesi che, lungi dall'istituire rigidi controlli o barriere
insormontabili come avviene al giorno d'oggi negli Stati Uniti o in Europa
occidentale, li accoglievano quasi sempre con favore.
L'economia &laqno;internazionale» a cavallo tra '800 e '900 crolla
- per motivi su cui non mi soffermerò - con la Grande Guerra: tra
i due conflitti mondiali, l'interscambio commerciale e le esportazioni crollano,
lasciando il passo ad una fase di protezionismo e di disintegrazione dell'economia
mondiale. Tornando per un attimo ancora al capitalismo del gold standard,
se è certo vero che non si trattava affatto, come vuole la leggenda
liberista, di un capitalismo &laqno;automatico» me di un capitalismo
anch'esso &laqno;governato» (soprattutto dal punto di vista della
banca centrale del paese egemone, l'impero britannico, in grado con variazioni
minime del proprio tasso di sconto di regolare l'offerta di moneta mondiale
secondo i bisogni del commercio), è però altrettanto vero
che, una volta fatta la scelta di aderire al sistema aureo, l'autonomia
degli stati nazionali era ridotta non meno, e forse ancor più, di
quanto sia al giorno d'oggi. A conferma, basti qui un riferimento alla facilità
con cui paesi come l'Italia o l'Inghilterra nel settembre 1992 sono usciti
dal sistema monetario europeo riacquisendo quei margini di libertà
per le proprie (peraltro sciagurate) politiche economiche che avevano perso
&laqno;legandosi le mani» con la Bundesbank, senza d'altra parte incorrere
nelle catastrofi preconizzate un giorno sì e l'altro pure dai fautori
dell'Europa &laqno;di Maastricht» o dell'ineluttabile destino &laqno;globale»
del capitale.
Da quanto detto è già possibile tirare una prima conclusione:
forse gli autori che parlano di globalizzazione del capitale sbagliano pietra
di paragone. Come la stessa sigla di &laqno;post»-fordismo icasticamente
mette in evidenza, il confronto è da essi effettuato con l'era cosiddetta
keynesiana, o al più - nel migliore dei casi - si considera l'arco
del novecento come &laqno;secolo breve». Non andando più indietro,
sfugge loro che un modello altrettanto internazionale di quello che abbiamo
di fronte fu l'epoca del gold standard. E' così loro possibile -
istituendo un paragone, dapprima, con una fase, quella protezionistica,
di crisi e regressione della natura mondiale del capitale, e poi con una
fase, quella keynesiana, di ricostruzione del quadro internazionale - sopravvalutare
gli elementi di discontinuità della fase attuale, sino ad affermarne
addirittura l'unicità &laqno;inedita».
Le considerazioni che precedono sollecitano qualche precisazione ulteriore
sul &laqno;fordismo» (espressione che anch'io impiegherò come
sinonimo dell'era keynesiana: benché tanto l'una che l'altra denominazione
si prestino a più di una qualificazione). Nell'interpretazione dominante,
l'epoca keynesiana è in sostanza presentata come fondata sulla dominanza
dello Stato-nazione. Ora, anche in questo caso siamo di fronte, più
che a una legittima semplificazione, a una grossolana falsificazione. Il
modello keynesiano fu anch'esso, a suo modo, un paradigma su scala mondiale,
un altro modello del capitale &laqno;internazionale»: altro rispetto
a quello del gold standard, alla cui dissoluzione cercò di mettere
rimedio; e altro rispetto a quello attuale, di cui costituì la premessa.
Il sistema di Bretton Woods era fondato su presupposti intrinsecamente fragili,
e destinato a crollare proprio in ragione del suo funzionamento &laqno;normale»,
per vari motivi: mi limiterò a ricordare i conflitti intercapitalistici
(inesistenti, da principio, come portato stesso della guerra e dell'indiscussa
egemonia statunitense) e il conflitto industriale (emerso, infine, per il
perseguimento stabile di politiche di piena occupazione). Era, comunque,
un mondo che, finché durò, si fondava su un unico paese dominante
tanto sul terreno politico-militare quanto su quello economico e tecnologico,
la cui moneta fu davvero, di fatto (in una misura inedita tanto prima che
dopo) moneta &laqno;mondiale».
L'epoca keynesiana era basata su cambi fissi, integrazione commerciale,
controllo dei movimenti di capitale. Quella che le è seguita vede,
al contrario, cambi fluttuanti, integrazione finanziaria, libertà
massima per i movimenti di capitale. Questa differenza ne nasconde un'altra,
che in fondo giustifica la prima: durante il fordismo - checché ne
dica la sinistra di tutti i colori, che ha finito con l'aderire a un antikeynesismo
un po' volgare - il pareggio nei bilanci nazionali e internazionali era
la norma. L'equilibrio nella bilancia commerciale degli altri paesi era,
in particolare, un risultato che stava a cuore agli Stati Uniti, in quanto
essi non intendevano intrattenere un avanzo con l'estero di lungo periodo,
non intendevano cioè dover esportare capitali per finanziare i disavanzi
dei propri concorrenti. Dagli anni '70 vige l'esatto contrario. Se prendiamo,
per così dire, i &laqno;vincenti» sino alla fine degli anni
'80, Germania e Giappone, il loro modello di sviluppo economico prevede
avanzi commerciali persistenti i quali, per essere ottenuti appunto su base
stabile, richiedono che i partner mantengano nel tempo disavanzi commerciali.
Dal momento che i paesi con una bilancia commerciale in attivo danno luogo
a esportazioni di capitale, mentre quelli con bilancia commerciale in passivo
a importazioni di capitale, era interesse dei primi come dei secondi una
liberalizzazione dei movimenti di capitale, quale poi effettivamente si
è verificata. D'altra parte, gli anni '70 e '80 sono anni che vedono
emergere con prepotenza il problema del &laqno;disavanzo», e quindi
del suo finanziamento, su più di un terreno: citando un po' alla
rinfusa, basti pensare al disavanzo dovuto al doppio shock petrolifero nel
1973-4 e nel 1979, con la questione conseguente del riciclaggio dei petrodollari;
al cosiddetto &laqno;doppio disavanzo» (nella bilancia commerciale
e nel bilancio pubblico: frutto quest'ultimo, si direbbe, più delle
politiche monetariste di Reagan che non retaggio ritardato delle politiche
keynesiane di Kennedy o Johnson) che esplode negli anni '80 e che ancora
affligge gli USA, con i movimenti di capitale ad esso connessi; al disavanzo
che in quello stesso decennio colpisce l'America latina, frutto avvelenato
della politica delle banche americane; o ancora, nei primi anni '90, all'emergere
di disavanzi nella stessa virtuosissima Germania in conseguenza della riunificazione,
che spinsero la Bundesbank all'aumento del tasso d'interesse, con conseguente
recessione in Europa e inversione dei flussi di capitale.
Dietro il fenomeno apparentemente più &laqno;globale» di tutti, la liberalizzazione dei movimenti di capitale, vediamo materializzarsi interessi di agenti sociali, addirittura di aree geo-economiche precise. Il mercato mondiale del &laqno;capitale» apre un nuovo terreno di scontro, dove i (temporanei) vincitori di ieri possono divenire i (temporanei) perdenti di oggi, in un conflitto di politiche oltre che di monete, di Stati-nazione oltreché di mercati. Proprio qui, forse - una volta lontani dal mito del capitale &laqno;globalizzato» - è possibile rinvenire una prima autentica novità della fase attuale a confronto con l'epoca del gold standard o con quella fordista-keynesiana: essa consiste, paradossalmente, nel fatto che l'una e l'altra erano, per ragioni diverse, più e non meno globali dell'epoca attuale in cui l'universo capitalistico è diviso in tre poli. Non ci troviamo oggi tanto di fronte ad un mercato propriamente mondiale quanto ad un mercato tripolare, e al rapporto talora conflittuale talora cooperativo tra i paesi leader USA, Germania e Giappone - una situazione dove le tre aree di riferimento sono ancora relativamente &laqno;chiuse» dal punto di vista dei commerci, e dove gli interscambi tra l'una e l'altra continuano a essere contrattati &laqno;politicamente».
Un'altra caratteristica distintiva degli ultimi anni rispetto alla vulgata corrente sulla globalizzazione è relativa alle dinamiche in atto all'interno del processo di allontanamento dall'epoca fordista. Si tratta di ciò: mentre dalla metà degli anni '70 sino alla metà degli anni '80 la parola d'ordine delle politiche economiche, così come dell'ideologia spicciola, è stata quella della deregolazione, ormai da una decina di anni le istituzioni di comando capitalistiche (così come la teoria economica più avvertita) si sono mosse in senso opposto, verso la pratica (e la giustificazione) di una riregolazione - tendenza che, come è ovvio, non coinvolge uno per uno i singoli paesi, ma le aree e le grandi potenze del mondo tripolare. Di questa dinamica fanno parte alcune date storiche. Ne rammento solo due: l'accordo del Plaza del 1985, che segna una rinnovata volontà di controllare gli andamenti valutari, confermata da successivi incontri; la crisi borsistica di New York nel 1987, di dimensioni più gravi del grande crollo del 1929 e però riassorbita senza troppe scosse proprio perché gestita cooperativamente. Il che dimostra, tra l'altro, l'approccio pragmatico di governi e banche centrali, attenti - alla bisogna - a non irrigidirsi in dogmatici richiami al &laqno;libero mercato» quando ciò conduca a tensioni insopportabili. Il passo indietro rispetto al governo unitario dei processi che fu tipico del mondo di Bretton Woods vi è dunque stato, ma non è stato totale e ha consentito il mantenimento di organismi di governo intermedi, organismi intermedi di cui si è sentito il bisogno proprio perché l'economia mondiale è lungi dall'essere completamente globalizzata.
In questa riconsiderazione dei diversi stadi attraversati dal capitale come modo di produzione mondiale siamo partiti dal capitalismo del gold standard, per passare all'era keynesiana, per poi chiederci quali fossero le differenze fra l'epoca attuale e la fase fordista. Senza troppa fantasia, e per amor di simmetria, vale la pena interrogarsi anche su ciò che distingue l'economia internazionale di oggi da quella di fine '800. Qualcuno potrebbe essere infatti indotto a interpretare quello che ho detto come una sorta di ritorno al passato dove il sistema capitalistico, attraverso un percorso pieno di peripezie e tutto meno che lineare, finisce col tornare, dopo un secolo, esattamente là dove era partito. Le cose non stanno così: novità ve ne sono e sono importanti. Ma la chiacchiera generica sulla globalizzazione, vedendo novità ovunque, nasconde le nuove realtà invece di rivelarle.
Una prima novità sembra essere che nel mondo attuale il traino
all'economia internazionale non viene, come ai tempi del gold standard,
dal commercio mondiale ma dagli investimenti diretti all'estero. Questi
investimenti sono d'altra parte, e di nuovo in contrasto con la tesi della
globalizzazione, concentrati ancor oggi nella triade - anzi, nei primi anni
'90 la tendenza appare verso una maggiore, e non una minore, concentrazione
nelle aree già sviluppate. Inoltre, seconda nota di cautela, la gran
parte di questi investimenti diretti all'estero è costituita da fusioni
e acquisizioni; non ha, in altri termini creato nuova capacità produttiva.
Il rimando alla crescente finanziarizzazione del capitale è ovvio,
e mette in luce una seconda novità: mentre i movimenti di capitale
del capitalismo dell'epoca &laqno;liberale» classica erano a lungo
termine, quelli del capitalismo contemporaneo sono piuttosto di breve termine,
e perciò di natura eminentemente speculativa.
Di qui, a cascata, una terza novità: in parte per questa natura speculativa
dei movimenti di capitale, in parte come esito del conflitto tra le aree
capitalistiche (e cioè banche centrali e governi con nomi e cognomi),
si è determinato un livello stabilmente elevato di quello che alcuni
economisti amano chiamare il &laqno;prezzo del denaro», il tasso d'interesse
a lungo termine, con la conseguenza non tanto laterale di dar vita a consistenti
aree di rendita. La progressiva estensione di queste aree di rendita ha
finito col modificare la struttura di classe (soprattutto) nei paesi di
capitalismo di vecchia industrializzazione, incluso il nostro, modificando
i termini del conflitto distributivo. Per limitarmi alla considerazione
più ovvia, si è creato un contrasto tra chi paga le tasse
e chi percepisce gli interessi: ciò significa, evidentemente, che,
visto che tra chi paga le tasse vi sono anche dei lavoratori - verrebbe
voglia, pensando al caso italiano, di dire che vi sono soltanto i lavoratori
- e visto che soprattutto per i lavoratori l'aumento dell'imposizione fiscale
è diventato insostenibile, si diffonde progressivamente nello stesso
mondo del lavoro una spinta a ridurre le spese di Stato, qualcosa che complica
naturalmente la difesa dello Stato sociale (parte del consenso &laqno;popolare»
alla Lega o a Berlusconi è venuto di qui).
Bisogna tenere anche conto che una quota - non la più consistente,
che va a banche e imprese; ma una percentuale non irrilevante - di chi riceve
interessi sta tra le &laqno;famiglie», cioè nelle fasce intermedie,
e non solo in quelle elevate, del mondo del lavoro: la percezione di un
interesse è divenuta, per costoro, una frazione crescente del reddito,
complementare a un reddito da lavoro in via di riduzione, contribuendo ad
attenuare gli effetti recessivi sulla domanda di consumi (secondo alcuni
studi, in Italia l'acquisto di titoli di Stato ha svolto il ruolo di sostituto
della previdenza integrativa). Insomma, la composizione di classe si complica
- è stata complicata, per così dire, &laqno;dall'alto»,
così come fece la Thatcher che trasformò la classe operaia
inglese in un ceto di &laqno;piccoli» proprietari. E questa complicazione
rende più difficile una unificazione di quel mondo del lavoro che
le dinamiche produttive e commerciali del capitalismo contemporaneo tendono
per conto loro a frammentare. Mentre il capitalismo del sistema aureo vedeva
crescere nel suo seno un antagonista sociale coeso, il quadro degli attori
sociali che abbiamo di fronte è molto più complicato, rendendo
problematica un'azione politica in contrasto con le tendenze contraddittorie
del capitale.
Altre due novità rispetto all'epoca del gold standard si possono
accennare velocemente dato che ad esse ho già fatto riferimento in
precedenza. La quarta novità è che il commercio attuale ha
in buona misura natura regolata, tra aree regionali come anche dentro esse.
Dentro questa economia &laqno;internazionale» però non è
affatto vero, come è stato detto, che agiscano multinazionali ormai
&laqno;deterritorializzate». La multinazionale ha ancora bisogno di
una patria, da asservire ai propri scopi, se possibile, ma che comunque
ci si guarda bene dall'abbandonare, nonostante le minacce e i ricatti, anche
in presenza di costi più elevati o di regolazioni di cui si farebbe
volentieri a meno, perché quella &laqno;base» è comunque
il luogo di competenze e di relazioni, di mercati e di indotti. La quinta
novità riguarda le migrazioni che questa volta premono dall'esterno
e non verso l'esterno, e che la gestione politica cerca di ridurre o regolare.
Quale in conclusione il giudizio da dare sulla &laqno;globalizzazione»
del capitale? Come ho già detto, a me pare che il discorso sulla
globalizzazione svolga oggi, se ne sia coscienti o meno, il ruolo del paravento
ideologico per una ridefinizione favorevole al capitale dei rapporti di
forza tra le classi in un contesto che vede una ridislocazione su scala
internazionale di parte importante della produzione manifatturiera - una
ridislocazione che non cancella ma anzi approfondisce le gerarchie tra capitalismi,
e nella quale soltanto i capitalismi dipendenti come il nostro, quelli caratterizzati
da una &laqno;industrializzazione di secondo grado», fantasticano
di una economia integralmente terziarizzata, o integralmente ridotta alla
dimensione della piccola impresa. Questa ripresa di potere da parte del
capitale fa seguito alla &laqno;grande paura» degli anni '60 e '70:
è anche il risultato di interventi politici, mentre proprio la tesi
della globalizzazione la presenta come un processo spontaneo e ineluttabile.
Come ogni ideologia, la globalizzazione deforma la realtà, sì
da far credere - come appunto sembra credere la nostra sinistra &laqno;antagonista»
- ad una tendenza alla riduzione del lavoro vivo su scala, appunto, &laqno;globale»,
quando invece nei rapporti sociali di produzione ciò che avviene
è una estensione e una intensificazione del tempo di lavoro. Un aumento
del tempo di lavoro che è il portato della ristrutturazione tecnologica
e organizzativa. Basta guardare agli orari di fatto, che indicano una inversione
netta della tendenza secolare negli anni '80. Ma non si tratta soltanto
di questo, ma anche di una vera e propria esplosione della dimensione del
lavoro eterodiretto al di là della sfera che gli è propria,
sino a cancellare quasi la distinzione tra tempo di lavoro e tempo di non
lavoro.
Si pensi alla coppia lavoro-formazione, o anche alla coppia lavoro-riproduzione.
Qui e là, la tendenza di parte capitalistica è quella di scaricare
fuori di sé i costi massimizzando i ritorni. Sul mercato del lavoro,
chi vuole avere qualche opportunità di restarci deve dedicare un
tempo crescente ad acquisire le abilità adeguate a una struttura
economica in rapida e ormai continua rivoluzione. La riduzione della dinamica
salariale obbliga, per attutirne gli effetti sul consumo reale, a spendere
più tempo per acquistare prodotti sotto il vincolo di un reddito
calante. L'attacco al Welfare state equivale a una pressione sul lavoro
domestico, e quindi sulle donne, per provvedere a prestazioni sostitutive.
Aumentano, insomma, il tempo per la formazione, il tempo per il consumo,
il tempo per il lavoro domestico. Tutti elementi che entrano in ciò
che Marx chiamava &laqno;lavoro necessario», e che oggi il capitale,
se può, non intende pagare né direttamente né indirettamente:
e non pagandoli, abbassa la sussistenza e aumenta il pluslavoro. Stanno
crescendo all'unisono plusvalore assoluto e plusvalore relativo: e possono
farlo anche perché il discorso sulla globalizzazione è un'arma
potente a favore dell'idea che lo stesso capitale è alla mercé
del &laqno;libero» mercato - un'arma che disarma, perché nasconde
il braccio che la muove, e perché disorienta chi viene colpito.
La mia opinione, se dovessi sintetizzarla, è che la situazione attuale,
lungi dall'essere una fase di &laqno;fine del lavoro», vede ancora
la condizione lavorativa al centro. E', sicuramente, una situazione segnata
dalla precarizzazione: se uno scambio viene proposto, è tra maggiore
incertezza (direttamente, sul posto di lavoro; indirettamente, nelle prestazioni
sociali) e minore disoccupazione. La precarizzazione, come sempre, da luogo
a diseguaglianze crescenti. Ciò avviene nei diversi tipi di capitalismo
che hanno segnato la crisi del fordismo: non soltanto quello di segno anglosassone,
ma anche quello centro-europeo. Il crollo del socialismo reale ha aperto
una crisi del modello tedesco come modello fondato su un lavoro qualificato
e garantito, dentro e fuori la fabbrica - una crisi che è esplosa
proprio per la presenza di lavoro qualificato e non garantito a poche centinaia
di chilometri a Est.
Sicché, a ben vedere, il confronto tra il capitalismo del gold
standard e il capitalismo vincitore della guerra fredda, potrebbe essere
riformulato così: mentre il capitalismo di fine '800 vedeva crescere
insieme l'internazionalizzazione dell'economia e la forza del movimento
operaio, di cui si cercava l'integrazione, il capitalismo di fine '900 accoppia
internazionalizzazione e disintegrazione del movimento operaio. Abbiamo
di fronte un capitalismo &laqno;internazionale» quanto il capitalismo
del sistema aureo, con i caratteri di novità di cui si è detto:
ma questi caratteri - che sono frutto della modernità tecnologica,
organizzativa, finanziaria del capitale odierno - riconducono la società
a valori e realtà da capitalismo manchesteriano. Echeggiando Thompson,
possiamo dire che viviamo una fase di &laqno;ri-formazione» della
classe operaia, dove però la precarizzazione si traduce in segmentazione
rigida tra inclusi, sempre meno garantiti, ed esclusi.
In questo quadro spinte autoritarie potrebbero venire non dall'alto ma dal
basso. Sarebbe, d'altra parte, sbagliato per quel che rimane della sinistra
- o comunque la si voglia chiamare - illudersi di poter cavalcare vuoi la
&laqno;globalizzazione» vuoi la &laqno;regionalizzazione» del
capitale contemporaneo. La prima tendenza, nella misura in cui è
reale, rischia di sfociare ancora una volta in una qualche forma di crisi
generalizzata e, soprattutto, di regressione protezionistica, come negli
anni '30 di questo secolo. La seconda tendenza difende comunque il privilegio
non soltanto di frazioni del capitale ma anche di frazioni di mondo del
lavoro, alle prime solidali, e configura pur sempre un capitalismo di guerra,
commerciale prima che politica e militare. Se una via d'uscita esiste, essa
sta in una &laqno;globalizzazione», questa volta autentica dal lato
del mondo del lavoro; politicamente costruita anch'essa, certo, ma di cui
forse proprio la nuova rivoluzione tecnologica e organizzativa a cui è
stato dato il nome un po' vacuo di postfordismo sta ponendo le basi. Ma
questa è tutta un'altra storia.