La Benetton è oggi una delle più importanti multinazionali
del comparto tessile-abbigliamento; anche se oramai i sui interessi spaziano
in diversi settori: dalla ristorazione alle telecomunicazioni, dall'immobiliare
ai servizi. Molto interessanti sono il suo sistema di produzione, basato
sulla subfornitura, e l'integrazione di questo con la rete commerciale,
che ha consentito all'azienda di produrre quasi sul venduto. Sono caratteristiche
che hanno permesso all'impresa di affermarsi in un momento di profonda crisi,
qual era quello dei primi anni `70, conferendole quella flessibilità
che mancava alle grandi industrie fordiste e che il capitalismo odierno
richiede.
È innegabile che lo sviluppo della Benetton sia stato favorito da
alcune peculiarità socioeconomiche della realtà in cui essa
nata, il trevigiano; ma lo sono altrettanto la sua affermazione e quella
del suo sistema in condizioni socioeconomiche differenti. Questo fatto rende,
a mio avviso, piuttosto evidente che il successo del sistema Benetton non
possa essere attribuito solo ad alcune premesse locali, ma, soprattutto,
alla sua capacità di rispondere alle trasformazioni più generali
del sistema capitalista nell'ultimo squarcio del ventesimo secolo. Non credo
dunque di poter essere smentito se affermo che la Benetton, il suo sistema
di produzione e tutto ciò che dalla sua applicazione consegue, sono
espressione del capitalismo dei nostri giorni.
Le premesse dello sviluppo
Gli anni '70 sono stati caratterizzati da una profonda crisi del sistema
capitalista, figlia, contraddittoriamente, di quel periodo di grande sviluppo
che aveva fatto seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Esprimendosi
in modo molto sintetico, si può parlare di questa crisi come di una
"classica" crisi di sovrapproduzione: da un lato si verificò
una sproporzione evidente tra le capacità di produzione complessive
raggiunte, soprattutto dall'economia occidentale, rispetto alle relative
capacità di consumi solvibili; dall'altro, si rese evidente - il
che non è che un altro modo di esaminare la stessa relazione - la
crescita più che proporzionale dei mezzi di produzione costituiti
da materie prime e macchine rispetto al mezzo di produzione costituito dalla
forza-lavoro. Il risultato di questo doppio squilibrio fu un netto calo
dei profitti. Ed anche lì dove il rincaro dei salari era frenato
dalla disponibilità di un vasto "esercito di lavoratori di
riserva", ciò non bastò a
mitigare tale caduta.
Un modello d'impresa, come quello della Benetton, che si è sviluppato
ed affermato proprio in quegli anni, rappresenta dunque un'espressione dello
sforzo capitalista di superare tale crisi[1].
Quello della Benetton è, in effetti, un nuovo modello di grande industria
che si propone come valida alternativa a quello fordista, che aveva caratterizzato
le grande imprese sino a quegli anni ma che si dimostrava mancante delle
caratteristiche necessarie per affrontare la crisi. Il modello di fordista
non era in grado né di abbassare le quote di produzione, troppo alte
dato che i mercati andavano saturandosi, né di adattare la stessa
in tempi brevi, attraverso riconversioni e differenziazioni. Non era neppure
capace di operare delocalizzazioni o decentramenti, che avrebbero potuto
portare se non altro a un abbassamento del costo del lavoro. Il fordismo
si trovava nella paradossale condizione per cui l'abbassamento del costo
del lavoro o un massiccio ricorso ai licenziamenti finivano per acuire ulteriormente
la crisi dei mercati, facendo diminuire il numero dei potenziali consumatori,
quali esso stesso aveva contribuito a far diventare gli operai. E non poteva
nemmeno contare su un aumento della flessibilità del lavoro, vista
l'opposizione di un sindacato forte e agguerrito, favorita dalla socializzazione
tra lavoratori permessa proprio dalla fabbrica di grandi dimensioni ideata
da Ford.
L'inadeguatezza del fordismo al nuovo contesto capitalista ha fatto emergere
nuovi sistemi di organizzazione e direzione del lavoro e della produzione,
aventi caratteristiche conformi alle nuove esigenze capitalistiche. In Giappone
si è affermato il sistema toyotista, opera dell'ingegner Taiichi
Ohno. Risultato di un'applicazione puntuale ed efficace di alcuni meccanismi
che già Taylor aveva individuato[2],
il toyotismo risulta invece innovativo per quanto concerne l'organizzazione
della produzione, e la sua applicazione ha fatto le fortune della Toyota
Motor Company. Nato anch'esso sulla scia della crisi del fordismo ed in
funzione dei nuovi assetti capitalistici, ha molte similitudini con il sistema
rete della Benetton. Nonostante siano sorti in realtà molto lontane
e differenti, i due sistemi presentano notevoli caratteristiche affini che
hanno permesso alle imprese che li hanno applicati di primeggiare in un
periodo difficile come quello della crisi. Queste affinità rappresentano
tra l'altro una prova della falsità della teoria che vorrebbe questi
modelli peculiari delle aree geografiche dove sono nati e non esportabili.
Innanzi tutto in entrambi c'è un rovesciamento del processo di produzione:
la sua attivazione non è più, come per il fordismo, indipendente
dalla domanda, ma ne è la conseguenza. Ambedue i sistemi infatti
prevedono che a seconda delle richieste si metta in moto la produzione.
Il sistema Toyota ha addirittura eliminato i magazzini, e le merci vengono
prodotte dall'azienda su commessa senza che sia necessario lo stoccaggio.
Quello della Benetton, invece, prevede la permanenza di piccoli quantitativi
in magazzino che, anche se fanno lievitare leggermente i costi, assicurano
una risposta immediata ad improvvisi aumenti della domanda. I due metodi
sono accomunati anche dalla possibilità di offrire una produzione
più varia: per effetto della sincronizzazione, della divisione, della
coordinazione della produzione è possibile ottenere merci diversificate.
Con il sistema di Ohno si possono avere macchine di colore diverso, con
tappezzerie differenti, con o senza particolari accessori, senza dover effettuare
grossi cambiamenti nel processo produttivo. La Benetton, che utilizza filati
non tinti e provvede alla colorazione dei capi solo una volta che sono stati
completati, può variare i colori anche all'ultimo momento, a seconda
dei dettami del mercato, e presentare abiti variegati.
Ma le affinità più interessanti riguardano la flessibilità
e l'assenza di resistenze sindacali che i due metodi sono riusciti
ad assicurare, ambedue ricorrendo, sia pur in modo diverso, all'esercizio
dell'antica metodica latina del divide et impera. Il toyotismo, attraverso
forme di gratificazione, remunerazione e responsabilizzazione individuali
all'interno di un gioco di squadra ben controllato, illudendo i singoli
operai di possedere un potere decisionale che in realtà si riduce
all'autoattivazione, eliminando soltanto apparentemente la gerarchia, facendo
leva su uno spirito aziendale, alternativo a quello di classe, ha creato
una situazione in cui le decisioni della dirigenza non trovano sostanziali
opposizioni tra le maestranze. La Benetton, dal canto suo, grazie a una
produzione che viene fatta in gran parte ricorrendo a piccole imprese contoterziste,
che ha provveduto a mettere in concorrenza l'una con l'altra, può
sfruttare la rivalità tra i laboratori e ottenere spostamenti, aumenti,
diminuzioni della produzione senza trovare ostacoli. Questi due sistemi
sono riusciti anche a far nascere nei lavoratori, come auspicava Taylor,
la falsa convinzione che i loro interessi e quelli degli imprenditori non
siano antitetici ma coincidenti, e si possano identificare nella prosperità
dell'azienda.
L'impiego di manodopera prevalentemente femminile gioca un ruolo essenziale
nell'organizzazione della Benetton. La crisi industriale degli anni `70
ebbe forti ripercussioni sui bilanci delle famiglie operaie italiane: la
minaccia reale e generalizzata di licenziamenti e il peggioramento delle
condizioni salariali non rendevano più sufficiente un solo stipendio
per nucleo famigliare, ed è così che molte donne, per contribuire
al sostentamento della famiglia, hanno fatto il loro ingresso nel mercato
del lavoro. Spesso, essendo delegata pressoché esclusivamente a loro,
da una mentalità profondamente maschilista, la cura dei figli e della
casa, esse sceglievano lavori che permettessero di conciliare le varie mansioni.
È per questa ragione che molte optavano per lavori a domicilio, attività
di cui la Benetton si è giovata non poco. I subfornitori e, inizialmente,
anche l'azienda stessa facevano ampio uso di questa tipologia di lavoro,
che garantisce un risparmio sia sui costi di gestione, non richiedendo investimenti
per strutture e macchinari, sia su quello del lavoro, svolgendosi nella
quasi totalità dei casi in nero e, vista l'impossibilità di
coalizzarsi delle lavoratrici, con salari a quasi totale discrezione del
committente. La grande disponibilità di manodopera femminile e la
carenza di posti di lavoro sono state una componente essenziale del successo
della Benetton: hanno permesso all'azienda e ai laboratori del suo indotto
di imporre qualsiasi condizione di lavoro senza che le operaie potessero
efficacemente opporsi.
In una panoramica degli aspetti che hanno permesso la nascita e lo sviluppo
della Benetton, è importante soffermarsi anche sulla situazione economica
e settoriale locale. Pur ribadendo che la spiegazione del successo del sistema
Benetton non può prescindere da una visione internazionale dell'evoluzione
del capitalismo, né si può pensare che si possa considerarlo
primariamente una peculiarità dell'area dove è sorto, non
riproducibile altrove, sarebbe tuttavia erroneo non prendere in considerazione
la realtà regionale, perché significherebbe rinunciare all'individuazione
delle premesse locali che sono risultate essenziali per le fortune dell'azienda
trevigiana.
Alla fine della seconda guerra mondiale, in Veneto, il tessile tradizionale,
dopo un trend positivo di breve durata, dovuto principalmente ai
bassi costi della manodopera, ha conosciuto una profonda crisi. Non era
in grado di competere sui mercati internazionali con gli altri produttori
occidentali a causa di un gap tecnologico, né con quelli dei
paesi orientali per l'ancora minore costo della manodopera che questi riuscivano
ad ottenere, e non poteva confidare nell'effetto compensativo del mercato
interno che era stagnante. La crisi si faceva sentire maggiormente nel comparto
laniero, e dunque nel vicentino, dove si cercava di differenziare la produzione
dando spazio al cotoniero e al serico. L'altra importante area tessile,
il trevigiano, ne aveva visto invece attenuare gli effetti da uno sviluppo
del ramo dell'abbigliamento. La Marca, inoltre, possedeva una serie di imprese
dalle dimensioni piuttosto contenute, che vantavano un'ampia ripartizione
nei vari segmenti del settore. E sono stati proprio questi due elementi
a rilevarsi fondamentali nell'evitare alla provincia la profonda crisi.
Il gran numero di piccole imprese di vestiario e maglieria sorte nella provincia
di Treviso, ma anche in altre aree della regione, era stato favorito oltre
tutto dalla legislazione nazionale, che con la legge n. 635 del 29 luglio
1957 e con la n. 614 del 1966 aveva istituito agevolazioni ed incentivi
finanziari per le piccole aziende delle zone economicamente depresse del
Nord Italia. Le relativamente povere quantità e qualità dei
macchinari necessari per poter intraprendere questo tipo di attività
hanno poi fatto il resto, facendo nascere senza bisogno di forti interventi
uno stuolo di piccoli laboratori.
Ma la congiuntura negativa del 1963-1964, unita all'incremento del costo
del lavoro a seguito delle rivendicazioni sindacali, ha messo in atto un
processo di selezione all'interno del comparto. Negli anni '70 solo un numero
esiguo di aziende, quelle che potevano usufruire di investimenti da utilizzare
per una modernizzazione tecnologica e per un aumento delle proprie dimensioni,
è riuscita a ritagliarsi un importante spazio nel mercato; per le
altre è rimasta solo una posizione marginale. La maggior parte delle
aziende sono state relegate al ruolo di subfornitrici, e sono ricorse al
lavoro nero o a quello a domicilio, dai quali non erano loro a trarre i
maggiori benefici, bensì le aziende committenti. Il lavoro irregolare
e mal pagato usato da queste aziende permetteva loro di avere solo un minimo
ricavo tra i costi ed i bassi prezzi pagati dalle imprese che avevano commissionato
la produzione; chi invece realmente se ne giovava erano queste ultime, che
ottenevano costi medi del prodotto molto più bassi e margini di guadagno
più consistenti.
È stata questa situazione esistente in Veneto, e in particolare nel
trevigiano, che ha permesso alla Benetton di sviluppare, non a caso, il
suo sistema basato sul contoterzismo.
Organizzazione, struttura e strategia
Il sistema di produzione sviluppato dalla Benetton è imperniato
sul rovesciamento del rapporto tra produzione e commercializzazione e su
un massiccio ricorso alla subfornitura.
Per comprenderne l'efficacia bisogna cercare di capire, anzitutto, le caratteristiche
ed i vantaggi del ricorso alla subfornitura. Le imprese contoterziste facenti
capo alla Benetton sono di piccole o, al massimo, di medie dimensioni, ma
per lo più artigiane. Sono dislocate in aree piuttosto ristrette
nei pressi degli stabilimenti dell'azienda committente, per non far lievitare
troppo i costi dei trasporti. Formalmente sono indipendenti e la Benetton
le vincola esigendo l'esclusiva della produzione, o comunque una quota che
non scende mai al di sotto dell'80%. La gestione dei laboratori è
fatta generalmente da persone estranee all'azienda, anche se la Benetton
ha incentivato un certo numero di suoi dipendenti ad aprire, personalmente
o attraverso il coniuge, una di queste imprese. Ciò è stato
dettato dalla necessità di avere un maggior numero di imprese subcontractors,
ma anche da quella di imporre ad alcune di esse un vincolo maggiore. La
Benetton intendeva così garantirsi contro le possibilità -
per altro già remote - di coalizioni e rivendicazioni dei suoi terzisti.
Ad ogni impresa di subfornitura viene affidato il compito di svolgere una
fase specifica della produzione. Vi sono laboratori che si occupano della
stiratura, altri dell'assemblaggio, altri ancora del finissaggio, dell'imballaggio
e così via. In tempi più recenti, per ridurre il numero dei
trasporti verso e da le imprese subcontractors e conseguentemente
i costi, la Benetton ha cercato tuttavia, quando possibile, di far svolgere
almeno due fasi della produzione a ciascuna di queste imprese. Il far eseguire
alle singole imprese dell'indotto solo una o al massimo due lavorazioni
è per la Benetton un ulteriore modo di assicurarsi la dipendenza
dei laboratori, poiché li pone nella condizione di non essere in
grado di accedere direttamente alla commercializzazione.
Il ricorso al decentramento non riguarda tutte le fasi del ciclo produttivo
nella stessa maniera. Mentre quelle centrali, che richiedono una maggiore
intensità del lavoro e l'impiego di poche ed economiche macchine,
sono quasi totalmente soggette a questa sorte, lavorazioni quali la tessitura,
la tintura, il taglio, in particolare dei tessuti di cotone, o, per i jeans,
il post-lavaggio, lo sono solo in minima parte. Questo poiché queste
ultime lavorazioni richiedono l'investimento di somme cospicue per gli impianti
e i macchinari, il che fa sì che il loro eventuale decentramento
non comporti un abbattimento dei costi. Le imprese in grado di effettuare
queste lavorazioni sono, infatti, un numero piuttosto limitato proprio a
causa dei capitali necessari, e non sarebbe perciò possibile alla
Benetton creare e sfruttare, come abitualmente fa con le altre aziende del
suo indotto, un'accesa concorrenza. L'azienda trevigiana ha dunque reputato
più conveniente svolgere direttamente questo tipo di lavorazioni,
cercando di ridurre i costi attraverso il ricorso alla tecnologia, che le
ha permesso di diminuire i tempi di esecuzione attraverso un aumento dei
ritmi di lavoro.
La posizione dei terzisti nei confronti della Benetton, come spiegato in
precedenza, è assolutamente subalterna. Si potrebbe dire che i proprietari
dei vari laboratori non hanno più autonomia del caporeparto di un'azienda
tradizionale, salvo che per le facoltà di assumere e licenziare o
di decentrare ulteriormente. È la Benetton che fornisce i quantitativi
di materie prime o semilavorati, strettamente necessari, per la fase di
lavorazione decentrata. Ed è la Benetton che, ponendo tra loro in
concorrenza i terzisti, si pone di fatto nella condizione di stabilire i
prezzi. Ma soprattutto è da villa Minelli, l'edificio del `600, situato
a Ponzano Veneto che i Benetton hanno acquistato nel 1969 e destinato a
sede gestionale ed amministrativa, cioè da dove vengono effettuate
le commesse, che si stabiliscono i tempi necessari alla loro evasione.
La Benetton è solita non lasciare margini di tempo: anzi, tende a
diminuire i tempi quando si rende conto che i subfornitori riescono a rispettare
i termini di consegna. È per questa ragione che i suoi contoterzisti
sono costretti molto spesso a far svolgere, a loro volta, parte della lavorazione
ad altri laboratori più piccoli o a ricorrere al lavoro a domicilio.
Nasce così un secondo livello di subfornitura che non ha più
alcun legame diretto con la Benetton, ma del quale è comunque essa
a beneficiare. In questa seconda fascia vi sono le condizioni di lavoro
peggiori. In essa, più che nella prima, si registra con una certa
frequenza la presenza di lavoro nero.
Il decentramento produttivo è indubbiamente uno degli elementi alla
base del successo della Benetton: le ha conferito una grande flessibilità,
essenziale per emergere nel capitalismo odierno. Grazie ad una produzione
che per buona parte viene effettuata attraverso subfornitori, l'azienda
trevigiana può adattarsi prontamente agli andamenti della domanda,
senza particolari problemi. Può regolare la sua produzione semplicemente
aumentando o diminuendo il numero delle commesse e delle imprese terziste.
Questo le concede, inoltre, di evitare le resistenze delle operaie, che,
divise tra le piccole unità produttive messe in concorrenza tra loro,
non possiedono quella coesione che sarebbe necessaria per fare delle rivendicazioni.
Infatti, per effetto della competizione creata dalla Benetton tra i laboratori,
le lavoratrici di uno sono portate a sentire come rivali quelle di un altro.
Le dimensioni ridotte delle imprese subcontractors rendono inoltre
difficile la sindacalizzazione. È questo un'altro importante effetto
del decentramento produttivo, attraverso il quale l'azienda è riuscita,
infatti, ad ostacolare l'unità dei lavoratori, uno dei fattori che
avevano provocato la crisi del sistema fordista.
Non è solo grazie al ricorso alla subfornitura che la Benetton
è riuscita ad imporsi: altro punto cardine per il suo successo è
il rovesciamento del rapporto tra produzione e commercializzazione. Con
la realizzazione di negozi monomarca che sono costantemente in contatto,
attraverso una rete informatica, con villa Minelli, dove inviano gli ordini,
l'azienda trevigiana ha potuto, infatti, avere una percezione in tempo reale
degli orientamenti del mercato. Le è stato così possibile
far conseguire la produzione alla domanda, riuscendo a ottenere una produzione
praticamente sul venduto, che le ha permesso di risparmiare sui costi di
magazzino, anche se in realtà la Benetton preferisce mantenere delle
scorte di merce, sia pur molto limitate, per rispondere prontamente a eventuali
richieste improvvise della clientela.
Questa capacità deriva anche da un'altra importante innovazione che
concerne gli indumenti in lana: la tintura in capo. Grazie ad essa l'azienda
è in grado di colorare i capi alla fine del ciclo produttivo, adattando
all'ultimo momento i colori ai dettami della moda ed evitando di accollarsi
i costi di stoccaggio di quantitativi di merce invenduta.
L'organizzazione della commercializzazione ha per la Benetton altrettanto
peso del sistema di produzione: senza le sue peculiarità l'azienda
non avrebbe mai potuto effettuare l'inversione del rapporto tra domanda
e offerta. La rete commerciale della Benetton è composta in prevalenza
da negozi monomarca in franchising. Il vincolo principale di questi
con l'azienda non è comunque il contratto, che inizialmente non veniva
neppure stipulato, bensì l'esclusiva che l'impresa richiede. Il dover
rinunciare alle forniture della Benetton per loro significherebbe infatti
chiudere. I negozi sono indipendenti, anche se i Benetton, attraverso alcune
controllate del gruppo, possiedono quote di quelle società che ne
hanno un numero consistente, probabilmente per evitare che queste acquisiscano
peso all'interno della rete commerciale. Sono dislocati, previo consenso
dell'azienda trevigiana, nei centri urbani, cioè in luoghi dove il
flusso di persone è abbondante, spesso l'uno nelle vicinanze dell'altro,
così da essere facilmente rimpiazzabili. E per evitare che i negozianti,
per accaparrarsi i clienti, scatenino una corsa al ribasso dei prezzi, è
l'azienda stessa a stabilirli. Esistono varie tipologie di negozio, ognuna
studiata per attirare una specifica fascia di clientela, anche se le variazioni
tra i diversi modelli, in realtà, non sono eclatanti e riguardano
più che altro particolari quali la musica diffusa o l'intensità
delle luci. Un importante elemento che riguarda tutti, è invece l'assenza
del bancone che contraddistingueva i negozi tradizionali, che la Benetton
ha introdotto per prima. La rimozione del bancone è conseguente alla
scoperta che esso rappresentava una barriera psicologica per il cliente,
inibendone gli acquisti. È questa una riprova dell'attenzione ad
ogni aspetto con cui l'azienda trevigiana ha sviluppato e segue la sua rete
commerciale.
La rete commerciale composta da piccoli negozi in franchising ha
iniziato comunque negli ultimi anni a rivelarsi inadeguata. I costi necessari
per recapitare ai vari punti vendita i prodotti sono diventati troppo onerosi
e rischiano di ostacolare la politica di bassi prezzi che l'azienda da sempre
persegue, in un periodo, oltretutto, di recessione a livello mondiale che
la rende ancor più necessaria. La Benetton, che ha sempre puntato
su indumenti dai colori sgargianti, dalle fogge semplici e soprattutto dal
costo contenuto, a discapito anche della qualità, si è trovata
così nella necessità di modificare le modalità di commercializzazione,
dando vita ai megastore. Situati nei centri storici, spesso in edifici
di pregio architettonico, i megastore vendono ogni genere di prodotto
a marchio Benetton. Contrariamente ai negozi , la tendenza del gruppo è
quella di riservarsene la gestione, forse perché, dato il numero
più limitato, affidare la proprietà di una parte cospicua
di questi ad altri potrebbe voler dire permettere una loro ingerenza sull'intera
rete commerciale e, visto il suo stretto rapporto con la produzione, non
solo.
Rispetto ai negozi, i megastore consentono un notevole risparmio
sui trasporti, ma le ragioni della loro creazione sono anche altre. Ha contribuito,
ad esempio, la considerazione che la clientela ha sempre meno tempo per
effettuare acquisti e dunque le è più facile farlo trovando
tutto in un unico luogo. Ed è venuta meno, tra l'altro, la necessità
di avere molti punti vendita sparsi per farsi conoscere: il marchio Benetton,
infatti, è oramai noto in tutto il mondo. A favorire la scelta dei
megastore sono stati anche alcuni importanti studi comportamentali
che hanno evidenziato come le persone siano più predisposte all'acquisto
in presenza di una vasta scelta, di una impressionante varietà e
vivacità di colori e luci. Un altro importante fattore, sempre emerso
da queste ricerche, è lo stimolo all'acquisto impulsivo che ha il
consumatore se non messo di fronte a venditori: la presenza dei commessi
induce il cliente a riflettere sull'effettiva necessità di ciò
che sta per comperare[3] . Non a caso
i megastore Benetton hanno poco personale, che offre i propri servigi
esclusivamente su specifica richiesta dell'acquirente.
Quando si pensa alla Benetton, la si associa al decentramento, all'assenza
della grande unità produttiva tradizionale e forse per questo spesso
si cade nell'equivoco di ritenerla anche priva di una forte direzione centralizzata.
In realtà ogni attività produttiva e commerciale è
sottoposta ad un rigido controllo da Villa Minelli. Qui, grazie ad un sistema
informatico avanzatissimo, arrivano in tempo reale gli ordini dai più
di 7.000 negozi indipendenti, oltre che dai megastores di nuovissima
concezione, sparsi in 120 paesi: è da Ponzano che vengono date le
disposizioni al Centro di distribuzione di Castrette e agli 80 depositi,
sparsi in tutto il mondo ed ognuno competente di una specifica area geografica,
per la fornitura della merce. Questo sistema permette all'azienda di tenere
ben salde le redini della commercializzazione e soprattutto di avere una
percezione immediata e continua degli andamenti del mercato. Principalmente
ad esso è dovuta la capacità della Benetton di far conseguire
direttamente dalle vendite la fabbricazione. In questo modo dalla villa
alla periferia di Treviso è possibile dare gli input produttivi,
effettuare le commesse ai terzisti, a seconda della domanda, realizzando
una vera e propria inversione del rapporto tra produzione e commercializzazione
rispetto a quella che c'era sino agli anni `70, simile a quella toyotista:
indubbiamente, uno degli elementi che hanno decretato il successo dell'azienda
trevigiana.
Altrettanto puntuale e forte è il controllo da parte della Benetton
sulle fasi produttive, sia interne che esterne. Attraverso una precisa ed
ininterrotta conoscenza dei flussi di materiali e l'istituzione di numerosi
punti di controllo quantitativi e qualitativi, garantiti da un avanzato
livello tecnologico, le è infatti possibile avere in ogni momento
una percezione dello stato della produzione. L'azienda è in grado,
grazie all'automazione e all'informatizzazione dei magazzini tessuti, di
sapere in tempo reale la disponibilità effettiva di materie prime
o di semilavorati. Attraverso il centro di distribuzione automatizzato di
Castrette, un vero concentrato di tecnologia dove, dallo stoccaggio alla
spedizione, tutto viene fatto senza alcun intervento manuale, può
conoscere con esattezza assoluta la presenza di capi pronti per la distribuzione.
Decisivi, comunque, per consentire alla Benetton di mantenere salda la guida
del processo produttivo, sono i punti di controllo: presenti all'inizio
e alla fine di ogni fase, interna ed esterna, essi non sono solo degli indicatori
dello stato dei flussi di materiali, ma soprattutto dei mezzi con cui l'azienda
determina la produzione stessa. Avvalendosene, l'impresa stabilisce i quantitativi
ed i carichi sia interni che dei terzisti.
Lavorare per la Benetton
La maggior parte della produzione Benetton viene effettuata, come spiegato
in precedenza, attraverso l'indotto. Non avrebbe perciò senso incentrare
un'analisi sul lavoro su quello che si svolge all'interno delle fabbriche
di proprietà del gruppo, e non sarebbe logico neppure limitare l'attenzione
alle sole imprese terziste appartenenti alla prima fascia, cioè quelle
aventi un rapporto diretto con la Benetton: è necessario considerare
anche le condizioni di lavoro nei laboratori le cui commesse sono frutto
dell'ulteriore decentramento praticato dai subfornitori ufficiali dell'impresa
di Ponzano Veneto.
Anzitutto occorre sottolineare che le condizioni di lavoro nelle piccole
imprese, quali sono quelle che costituiscono l'indotto Benetton, sono molto
diverse da quelle della grande industria. Risultano generalmente più
scadenti per l'incapacità dei lavoratori delle piccole realtà
di avere tra loro una coesione e organizzarsi, tant'è vero che anche
la tutela legislativa è minore che per gli operai delle grandi aziende.
Fatto che non solo non è sfuggito alla Benetton nella scelta di un
sistema di produzione che si basa sul decentramento, ma che essa stessa,
mettendo in concorrenza i lavoratori di un impresa con quelli di un'altra,
favorisce.
Vediamo ora nel dettaglio quali sono le condizioni di lavoro nell'indotto
Benetton. Va tenuto presente che la stragrande maggioranza, se non la totalità,
degli impiegati nei laboratori sono donne, aspetto non secondario in un
mondo del lavoro dove l'appartenenza di genere non è indifferente.
L'indagine è necessariamente focalizzata sulla realtà italiana,
per una semplice questione di maggiore reperibilità di notizie, ma
bisogna ricordare che la Benetton ha decentrato lavorazioni in molti paesi
del Terzo Mondo.
Prendiamo innanzitutto in esame la durata della giornata lavorativa.
Subito si rende necessario un distinguo tra imprese subfornitrici della
prima e della seconda fascia.
Nella prima apparentemente vengono quasi sempre rispettate le 8 ore, con
una pausa di circa un'ora e mezza. Il ricorso allo straordinario è
frequente, anche se non sempre viene pagato come tale. Non viene invece
mai conteggiato come tempo di lavoro quello destinato alla pulizia delle
macchine e dei locali, svolta regolarmente dalle dipendenti. Nel computo
dell'ammontare delle ore di lavoro giornaliere manca inoltre il tempo necessario
al completamento della quota produttiva quotidiana, qualora le ragazze non
riescano a raggiungerla nelle 8 ore. Fatto che avviene di sovente, dato
che il calcolo dei tempi non prevede margini per errori, macchine che si
inceppano, o qualsiasi altro fattore che può rallentare la produzione
indipendentemente dalla volontà e dalla responsabilità di
chi lavora.
Nella seconda fascia, dove sono presenti laboratori più piccoli,
anche a sola conduzione famigliare, e casi di lavoro a domicilio, il discorso
cambia. Qui, infatti, gli orari variano a seconda del numero e dell'entità
delle commesse ricevute, ma sono, comunque, nella stragrande maggioranza,
più lunghi di quelli delle imprese della prima. L'instaurazione di
stretti rapporti interpersonali tra dipendenti e proprietari e la precarietà
del posto di lavoro, infatti, favoriscono sostanziosi allungamenti della
giornata lavorativa.
Altro fattore fondamentale per valutare le condizioni di lavoro, oltre alla
durata, è l'intensità. Per dare un'idea di come stanno le
cose riferirò un'espressione usata da una giovane donna, che è
stata dipendente di un laboratorio dell'indotto Benetton per 7 anni, per
descrivermi il suo lavoro: "Testa bassa e via". I ritmi,
in effetti, sono elevatissimi. Le operaie con grande difficoltà riescono
a rispettarli e questo le sottopone, oltre che all'affaticamento fisico,
anche ad un notevole stress psicologico, come conferma la frase di una ragazza
che ha lavorato in due diversi laboratori di questo tipo per un totale di
ben 17 anni: "Diciamo che lavorando per Benetton sei stanca. No,
più che stanca sei stressata, perché hai sempre la paura di
non farcela".
L'intensità del lavoro è tale che difficilmente una ragazza
riesce a svolgerlo per un cospicuo numero di anni. Per indurre le operaie
ad accettare i ritmi forsennati i padroni ricorrono all'esplicita minaccia
di licenziamento o a ricatti più sottili. Non di rado, essi fanno
leva su un interesse comune tra loro e le dipendenti al buon andamento dell'impresa,
che sottintende che, se queste vogliono mantenere il posto di lavoro, devono
necessariamente adeguarsi ad ogni richiesta senza obiettare.
Occorre spiegare come e perché si determinano orari e ritmi davvero
difficili da sopportare: la risposta va indubbiamente cercata nelle modalità
con cui la Benetton assegna le commesse.
Le imprese che sono ufficialmente subfornitrici sono sottoposte alla supervisione
dei tecnici dell'azienda di Ponzano Veneto, addetti alla rilevazione dei
tempi e dei metodi. Questi stabiliscono con estrema pignoleria la durata
strettamente necessaria allo svolgimento delle varie operazioni, indicano
quali devono essere i movimenti necessari per effettuarle, mostrano dove
devono essere collocate le macchine e dispongono, se la ritengono opportuna,
la loro sostituzione. In realtà non fanno altro che quanto suggerito
da Taylor nel suo Principi di organizzazione scientifica del lavoro.
Sulla base delle relazioni dei tecnici, vengono forniti gli strettissimi
termini per l'evasione delle commesse.
Per poter mantenere o aumentare il profitto, visti tra l'altro i bassi prezzi
che la Benetton riesce a spuntare dai suoi terzisti mettendoli in concorrenza
tra loro, i proprietari delle imprese cercano di aumentare la produttività
del lavoro. Lo fanno, a scapito delle loro dipendenti, o prolungando il
tempo di lavoro a parità di compenso, o aumentando l'intensità
dello stesso. La Benetton però, non appena si rende conto che le
imprese subfornitrici riescono a rispettare i termini di consegna ed ha
sentore di poter realizzare un margine di guadagno superiore, negli ordini
successivi diminuisce la durata dei termini di consegna delle commesse.
A questo punto ai terzisti non rimane che ricorrere all'assunzione di lavoratori
in nero o a un ulteriore decentramento. Una testimonianza ce la fornisce
la notizia di una manifestazione di piccoli imprenditori in conto terzi
svoltasi davanti alla sede della Benetton, comparsa su "Il Manifesto"
del 28 giugno 1997: questi si lamentavano per le attese dei pagamenti, che
si protraevano sino a 180 giorni, per la scarsa attendibilità degli
ordini, che venivano fatti per telefono senza alcun contratto, per la mole
delle commesse in relazione alla brevità dei tempi, a cui erano sottoposti
da parte dei loro committenti, subfornitori diretti dell'azienda trevigiana.
Naturalmente il ricorso ad altri terzisti da parte di quelli ufficiali prevede
che i primi siano in grado di effettuare le lavorazioni a un costo inferiore
rispetto ai secondi, e naturalmente avendo un guadagno. Si possono immaginare,
quindi, le condizioni di lavoro a cui sono soggette le donne occupate nella
subfornitura di secondo livello, se già quelle delle lavoratrici
delle aziende subfornitrici di primo livello possono essere considerate
pessime. E non è certo difficile intuire che, per abbattere i costi,
il lavoro nero presso queste piccole realtà non sia l'eccezione ma
la norma, né è casuale che tra queste siano stati riscontrati
casi di lavoro minorile.
Le condizioni di chi lavora non sono certamente migliori quando il nuovo
decentramento, anziché riguardare piccole imprese, si avvale del
lavoro a domicilio. Quest'ultimo, infatti, è rigorosamente in nero,
e la quantità di produzione imposta è sproporzionata rispetto
al tempo concesso per l'esecuzione. Non mancano, poi, i casi in cui viene
svolto da bambine.
Per far capire meglio di che cosa sto parlando, citerò un episodio
assurto all'onore delle cronache, che non è che uno spaccato di una
situazione diffusa. Nel dicembre del 1997, un'indagine dei carabinieri su
piccole fabbriche tessili tra Bronte e Randazzo, ai piedi dell'Etna, in
provincia di Catania, ha riscontrato in 13 di queste la presenza di 170
lavoratrici in nero, di età compresa tra i 16 ed i 30 anni, in pratica
una dipendente ogni quattro, e quella di 15 bambine. Gli agenti hanno accertato
che queste aziende erano subfornitrici indirette della Benetton, ma non
solo: ad utilizzarle, assieme all'azienda trevigiana, erano altri importanti
marchi quali Rifle, Levi's, Replay, Armani, Jesus. Una conferma che il sistema
attuato dalla Benetton, essendo un'efficace risposta ai dettami del capitalismo
odierno, viene imitato da molti. Nelle fabbriche in questione i carabinieri
hanno riscontrato, sia per le bambine che per le adulte, in regola e non,
una durata del lavoro giornaliero di 8 ore ininterrotte, per uno stipendio
mensile che oscillava tra le 300 e 400 mila lire.
Indubbiamente i fatti riportati riguardano una zona che ha uno dei tassi
di disoccupazione più alti d'Italia e le dipendenti in questione
provengono per lo più da povere famiglie di braccianti. Non si pensi,
però, che episodi del genere non si verifichino anche in aree considerate
ricche, come ad esempio il Veneto, dove ha sede la Benetton. Dietro la facciata
dell'opulenza si nasconde una realtà ben diversa. È vero che
il numero degli occupati è molto alto, ma è altrettanto vero
che la maggior parte di essi (di esse) svolge mansioni ad alta intensità
e sottopagate. Sono condizioni che i lavoratori sono costretti ad accettare,
posti come sono sotto la minaccia di spostare la produzione altrove o di
preferire la manodopera immigrata, che in quanto soggetto debole del mercato
del lavoro può essere sottoposta ad alti livelli di sfruttamento
senza trovare particolari resistenze.
Parliamo ora dell'aspetto salariale. Considerando il salario nominale,
si registra una situazione alquanto infelice. Mediamente le operaie occupate
nelle imprese subfornitrici della prima fascia ricevono mensilmente da 800.000
al 1.500.000 lire: una cifra alquanto modesta. Se poi si tiene conto della
mole di lavoro che esse devono svolgere per ottenerla, se si fa riferimento
cioè al salario relativo, questa cifra diviene addirittura irrisoria.
Sono stati denunciati anche alcuni casi in cui la cifra riportata nelle
buste paga delle ragazze non corrispondeva alla cifra che esse realmente
percepivano, di molto inferiore, e che accettavano per paura di perdere
il posto di lavoro.
Ancora peggiore è la sorte spettante alle donne occupate nei laboratori
contoterzisti di secondo livello. Qui la pratica diffusa del lavoro nero
e il ricorso al lavoro minorile fanno si che i compensi siano davvero poca
cosa. Si va da un minimo di 400.000 lire al mese ad un massimo di 1.000.000,
oltretutto, come già detto in precedenza, con orari più lunghi
e ritmi più intensi.
Sulla questione salariale c'è da puntualizzare un'ultima cosa. Gli
impiegati nel settore tessile sono tra quelli che percepiscono le remunerazioni
più basse. Questo perché ad essere occupate in questo comparto
sono principalmente donne: nonostante la tanto propagandata parità
dei sessi, le donne, a parità di mansioni, percepiscono stipendi
inferiori agli uomini. Si calcola che nei paesi occidentali le donne percepiscano
stipendi inferiori dal 15% al 30% rispetto ai loro colleghi maschi.
Ma quella salariale non è che una delle discriminazioni a cui sono
soggette le donne che lavorano fuori casa. Pratica consueta, nei laboratori
contoterzisti della Benetton, ma non solo, è quella di far firmare
alle dipendenti al momento dell'assunzione un foglio di rinuncia all'impiego,
che nel caso rimangano incinte viene completato con la data, facendo passare
il licenziamento per volontario. È così che molti imprenditori
aggirano le leggi a tutela della maternità e si sottraggono ai relativi
oneri. È così che il donare la vita, per chi lavora diventa
una colpa.
Molte donne sono sottoposte anche ad un'ulteriore ingiustizia, che si perpetra
però in famiglia. A causa di una visione maschilista e assolutamente
infondata che attribuisce loro una predisposizione naturale, spettano loro
i lavori domestici e l'eventuale cura dei figli, con il marito che, nella
migliore delle ipotesi, funge da aiuto. Se ciò rappresenta già
una palese iniquità per le casalinghe, costrette, contrariamente
al coniuge, a lavorare sostanzialmente per l'intero arco della giornata,
ancora peggiore è la condizione delle donne che svolgono un'attività
fuori casa, poiché significa di fatto svolgere due lavori. In questa
condizione si trova un buon numero delle operaie dell'indotto Benetton,
anche se la maggior parte di esse appartiene alle fasce d'età più
giovani ed è perciò nubile. La stessa giovane donna che con
estrema ed efficace sintesi mi aveva descritto l'intensità del suo
lavoro, ad una mia precisa domanda su come trascorresse il tempo al termine
quando lasciava l'azienda, mi ha risposto: "A casa a lavorare di
nuovo".
Una ragazza che ha lavorato per 7 anni in un laboratorio contoterzista della
Benetton giustamente si chiede : "Il sindacato perché non
difende noi che siamo la categoria che in assoluto prende meno, cos'ha le
fette di salame davanti agli occhi? Non ci difende forse solo perché
siamo donne?". In effetti bisogna dire che il sindacato non fa
molto. A sua parziale discolpa va detto che nell'indotto Benetton la non
iscrizione al sindacato è spesso una discriminante per l'assunzione
e il mantenimento del posto di lavoro, per cui la sindacalizzazione è
quasi inesistente. Tuttavia, ciò non basta a giustificare da parte
sindacale la tendenza ad accontentarsi di accordi di facciata con la Benetton.
La soddisfazione con cui qualche dirigente sindacale ogni tanto annuncia
la cessazione di una situazione di sfruttamento, grazie alla sottoscrizione
di un codice comportamentale da parte dell'azienda trevigiana che di volta
in volta si impegna a far cessare nel suo indotto l'utilizzo di lavoro minorile,
di lavoro nero o gli episodi di discriminazione sessuale, farebbe sorridere,
se questo non significasse per molte giovani continuare ad avere una vita
d'inferno: tutti sanno che questi codici sono del tutto inefficaci, anche
perché il controllo sulla loro effettiva attuazione se lo assume
direttamente l'azienda, o addirittura non esiste. Né può bastare
a legittimare il sindacato il fatto di intervenire solo quando emergono
eclatanti casi di sfruttamento o vi sono denunce portate avanti con particolare
irruenza: la sensazione che si ricava da questo suo comportamento è
che la sua azione sia atta, più che a salvaguardare e ribadire i
diritti delle lavoratrici, ad evitare lo scontro tra queste ed il grande
imprenditore. Si ha l'impressione di un sindacato "pompiere",
a salvaguardia dell'ordine costituito.
Poche parole sulle condizioni di lavoro derivanti dalla delocalizzazione
produttiva effettuata dalla Benetton nei paesi poveri[4]
, su cui è molto più difficile avere un'informazione dettagliata.
Per darne almeno un'idea, utilizzerò due notizie di cronaca.
L'8 marzo 1997 a Cavite nelle Filippine, all'età di 35 anni e dopo
11 giorni di agonia, moriva Carmelita Alonso. La storia di questa giovane
donna, madre di 5 bambini, è diventata l'emblema dello sfruttamento
perpetrato dalle multinazionali della moda, e in particolare dalla Benetton,
nei confronti delle lavoratrici del terzo mondo. La morte è sopraggiunta
dopo che Carmelita ha lavorato ogni giorno dal lunedì al sabato per
14 ore, più 8 ore la domenica, per un salario corrispondente a 10.000
lire al giorno. Carmelita era impiegata nella VT Fashion, impresa di Taiwan,
dove il 90% dei dipendenti sono donne di età compresa tra i 17 ed
i 30 anni. L'azienda è risultata essere contoterzista della Benetton,
ma anche di Gap, Guess, Banana Republic. L'uccisione di Carmelita le è
costata solo un'ammenda di circa 200.000 lire.
In un articolo comparso sul "Corriere della Sera" del 12 ottobre
1998, a firma di Riccado Orizio, c'era la notizia dello sfruttamento del
lavoro minorile in Turchia da parte della Benetton. Si raccontavano le vicende
di Ozcan Badat, 12 anni, Mehmet Kocak, 11 anni, Econ Yildlirim, 13 anni,
bambini di origine curda, costretti a cucire jeans, per l'equivalente di
6.000 lire a giornata, in un'impresa, la Bermuda, che è subfornitrice
della Bogazici Azir Giyim, licenziataria locale della produzione Benetton.
Quelli di Carmelita e dei bambini curdi sono solo due esempi di come la
Benetton approfitti delle condizioni di miseria di molti paesi del Terzo
Mondo. Permettendosi, dato l'estremo bisogno di lavoro esistente in quei
luoghi, di ignorare anche i diritti più elementari. Qualcuno, per
questo, l'ha definita una impresa schiavista. Chi possedeva schiavi, però,
si preoccupava di garantirne almeno la sopravvivenza, in quanto le loro
vite erano parte integrante del suo patrimonio. Per la Benetton, invece,
la vita di coloro da cui ottiene lavoro non ha alcun valore di per sé
e può essere sacrificata al perseguimento di un maggior guadagno.
La posizione degli operai è quindi, per certi versi, anche peggiore
di quella degli schiavi.
Alcuni sostengono che l'azienda trevigiana non ha particolari responsabilità
per queste aberranti forme di sfruttamento praticate nel suo indotto dei
paesi più poveri, al massimo si potrebbe ammettere che essa se ne
giova. Costoro, dimostrando di non conoscere la storia, pensano (o fingono
di pensare) che tale fenomeno sia imputabile ad antichi retaggi culturali
che producono un'alterazione del sistema capitalista, che altrimenti fuggirebbe
da tali "eccessi". A queste persone sfugge, probabilmente, la
pretesa della Benetton di ottenere costi di produzione irrisori, al fine
di aumentare i suoi profitti. La loro analisi non tiene conto che è
questa esigenza e volontà dell'azienda veneta a far ricorrere i suoi
subfornitori a tale pratica. Dimenticano, inoltre, che l'industrializzazione,
sin dalle sue origini nella "civilissima" Inghilterra, è
sempre ricorsa a forme estreme di sfruttamento e che l'ottenimento di diritti
quali la riduzione dell'orario di lavoro o la cessazione del lavoro minorile
è stato il frutto di lunghe lotte del proletariato contro i capitalisti.
Anche se può sembrare forse sorprendente, tra coloro che danno questa
interpretazione vi sono anche dirigenti sindacali. Per avere comunque un'idea
più precisa della posizione del sindacato è sufficiente prendere
in esame alcune dichiarazioni rilasciate all'indomani della notizia dell'impiego
di bambini nell'indotto Benetton in Turchia:
"...Ma il problema va soprattutto affrontato a livello di sistemi Paese: fino al punto di negare rapporti di fornitura a quelle aree del mondo che non danno sufficienti garanzie sul rispetto dei diritti dei lavoratori." (Pierluigi Cacco, Segretario generale della Camera del lavoro di Treviso.)
"Questo episodio conferma la fondatezza di quanto da noi da tempo denunciato: abbiamo parlato di trecentomila minori impegnati al lavoro in Italia e ovviamente assai di più nelle aree dei Paesi sottosviluppati. È una piaga connaturata al processo della globalizzazione, e per scongiurarla bisogna rilanciare politiche sindacali e un'attività legislativa nei rapporti con i paesi terzi, con acquisizioni come il certificato di qualità globale e il marchio dei diritti..." (Agostino Megale, Segretario generale FILTEA nazionale.)
"Si verifica quello che già sapevamo: che la struttura economica delle nostre imprese all'estero si nutre dello sfruttamento del lavoro debole. Noi abbiamo realizzato accordi importanti con alcune aziende, ma questo evidentemente non basta, e ci vuole un'azione politica di sostegno. Oltretutto questo tipo di accordi deve essere ben governato, se non si vuole correre il rischio di assegnare patenti non ben meritate. E si arriva in casi estremi (ma non è certamente il caso della Benetton) a forme di rapporto collusivo..." (Luigi Agostini, Responsabile del Dipartimento Cittadinanza ed economia sociale della CGIL nazionale.)[5]
La visione del sindacato è davvero preoccupante, soprattutto se
si tiene conto che viene da chi si dichiara rappresentante dei lavoratori.
Emerge, infatti, otre ad un'analisi priva di fondamenti, una matrice di
ragionamento francamente razzista. Non vedo in quale altro modo possa essere
interpretato l'atteggiamento con cui si ritiene che i soli giudici e garanti
dei diritti umani debbano provenire dalla nostra società, e che uno
di tali giudici-garanti possa essere addirittura proprio l'azienda trevigiana,
artefice e beneficiaria della loro negazione. Non vedo come spiegare questa
convinzione senza l'implicita presunzione che quella occidentale sia una
civiltà superiore.
Questo orientamento del sindacato danneggia tanto i lavoratori delle altre
parti del mondo quanto quelli occidentali, perché impedisce loro
di accorgersi dell'esistenza di una comunione di destini. E non promuove
la loro unità, che è il vero e unico mezzo con cui si può
resistere allo sfruttamento capitalista.
La disponibilità di manodopera a basso costo e la relativa incapacità
di sottrarsi alle condizioni di lavoro peggiori in alcune parti del mondo,
permettono alla Benetton, come a molte altre aziende, non solo di usufruire
di ciò, ma anche di ricattare gli operai in Occidente. Non è
inconsueta la minaccia di portare la produzione dove vi sono condizioni
più favorevoli per l'impresa se gli operai non si rendono disponibili
a rinunciare a diritti acquisiti o ad accettare sostanziali peggioramenti
delle loro condizioni di lavoro. Tra l'altro questo comportamento produce
effetti particolarmente gravi nell'indotto Benetton. La sua combinazione
con la competizione in cui il sistema di subfornitura pone i laboratori
terzisti genera situazioni per i dipendenti spesso proibitive.
Mi sembra dunque piuttosto evidente l'interesse che dovrebbero avere i lavoratori
di ogni parte del mondo nell'avversare ogni forma di sfruttamento, dovunque
si verifichi. Il razzismo è un pregiudizio che essi non si possono
permettere, pena la qualità stessa della loro esistenza. Così
come mi sembra esplicito ormai che non si possono più considerare
i diversi mercati del lavoro nazionali distinti tra loro. E ritengo che
il sindacato dovrebbe iniziare a riflettere seriamente su queste tematiche.
Si è finora parlato della delocalizzazione della Benetton nei
paesi più poveri e dei suoi esiti e risvolti. Ma non si è
ancora detto, sempre in riferimento alla mondializzazione del mercato del
lavoro, quale impiego in Occidente, ed in particolare in Italia, essa faccia
della manodopera immigrata.
Anzitutto è conclamata la presenza di numerose operaie immigrate
sia nel primo che nel secondo livello di imprese terziste: le condizioni
di lavoro infelici, di cui si è parlato nel paragrafo precedente,
rendono infatti relativamente poco appetibile alla manodopera indigena questi
impieghi. Le lavoratrici immigrate, invece, a causa della loro maggior debolezza
sul mercato del lavoro, dovuta a una cultura locale ostile e a leggi che
spesso le pongono in una condizione di illegalità, sono costrette
ad accettare le mansioni peggiori. Per la stessa ragione, inoltre, sono
preferite dagli stessi datori di lavoro che trovano in esse una minore capacità
di resistere allo sfruttamento.
Ma esistono forti indizi di un ricorso ben più ampio di quello che
risulta ufficialmente. Oltre ai due livelli di subfornitura già descritti,
sembra, infatti, che ne esista un terzo, composto da laboratori clandestini
dove gestori e lavoratori sono immigrati cinesi, frutto di un ulteriore
decentramento delle imprese terziste di seconda fascia. In questi laboratori
si lavora giorno e notte, in spazi molto ridotti, dove anche si mangia e
si dorme, unici momenti di sosta durante la giornata. La dipendenza dai
datori di lavoro è assoluta, sia per la mancanza di conoscenza della
lingua locale, sia perché lo stato di clandestinità che non
permette alcuna resistenza. I bassi compensi sono a cottimo e per la maggior
parte servono a ripagare le spese del viaggio in Occidente. Lavorano soprattutto
donne, giovani ragazzi e in qualche caso anche bambini.
Indicazioni in tal senso vengono dal ritrovamento da parte delle forze dell'ordine
di numerosi laboratori di confezioni irregolari cinesi, proprio nelle aree
dove si sviluppa l'indotto Benetton. Non esiste in realtà alcuna
certezza che tali laboratori clandestini producano per l'azienda trevigiana:
nonostante in alcuni di essi siano state rinvenute etichette della Benetton,
non si può infatti escludere che servissero per la produzione di
capi contraffatti. Un indizio molto più attendibile è piuttosto
la scoperta di rapporti tra i gestori di questi laboratori e piccoli imprenditori
subfornitori indiretti dell'azienda di Ponzano Veneto. Inequivocabile è
invece l'impiego di manodopera cinese, per lo più irregolare, in
aziende tessili contoterziste venete, secondo particolari modalità
che descrive molto bene, in un'intervista, il segretario della FILTEA del
Veneto, Rocco Campana:
<<Ci stiamo ormai abituando alla scoperta di laboratori, dove operano in nero interi gruppi familiari di cinesi, compresi i figli minori, che fanno parte di una catena a ciclo continuo: quando "smontano" i lavoratori regolari, alle 17,30, subentrano questi fino alle sette o alle otto del mattino. In questo modo, vengono rispettati i tempi di consegna, anche se manca agli imprenditori il tempo per rispettare i diritti di chi lavora.>>[6]
La Benetton e il fenomeno Nord-Est
Si parla spesso di fenomeno Nord-Est con riferimento allo sviluppo industriale
che ha interessato quest'area dell'Italia a partire dagli anni `70. Lo si
indica come una rivincita della piccola-media impresa sulla grande industria
fordista, che non era in grado di fronteggiare efficacemente la crisi da
sovrapproduzione perché priva di flessibilità. Si dice che
sia il frutto e, al contempo, la prova della laboriosità delle genti
di queste regioni, sottintendendo in questo modo che le ragioni per cui
altre zone, come il Sud, non hanno avuto lo stesso sviluppo siano la scarsa
iniziativa e la poca voglia di lavorare della popolazione locale. Solo un'accurata
analisi delle origini e delle caratteristiche di questo fenomeno può
confermare o smentire queste interpretazioni.
È indubbio che, nel momento in cui si manifestò la crisi degli
anni `70, la piccola-media impresa fosse piuttosto diffusa nel Nord-Est,
più che in ogni altra area del Paese. La sua produzione era piuttosto
varia e a seconda delle zone vi era una prevalenza assoluta di una rispetto
alle altre. È il caso del tessile nel trevigiano e nel vicentino
o del comparto calzaturiero nel montebellunese e nel padovano. Si erano
creati insomma dei veri e propri distretti in cui, a seconda della tradizione
che risaliva spesso ancora alle antiche botteghe artigiane, si affermava
la produzione di un certo genere di merce. Va detto però che sino
a quel momento queste attività non avevano generalmente garantito
grande ricchezza, né posti di lavoro sufficienti ad assorbire la
manodopera locale. Va rammentato infatti che quest'area era prevalentemente
agricola e piuttosto povera, tant'è vero che molte persone erano
costrette ad emigrare, definitivamente o stagionalmente.
La presenza di un buon numero di piccole-medie imprese nel Nord-Est era
il risultato di scelte politiche precise e non, come vorrebbe far intendere
qualcuno, di un innato spirito imprenditoriale di quelle genti. Nel secondo
dopoguerra la politica italiana, preso atto dell'enorme squilibrio esistente
tra il cosiddetto Triangolo industriale e le restanti parti del paese, decise
di intervenire per sanarlo. A causa della forte emigrazione interna, infatti,
nell'area industriale nascevano problemi di sovrappopolazione, mentre altre
intere zone rischiavano lo spopolamento. Per lo sviluppo del Sud si puntò
sulla grande industria, con l'istituzione della "Cassa del Mezzogiorno",
che di fatto favorì i grandi imprenditori del Nord che beneficiarono
dei fondi elargiti senza assicurare un reale sviluppo industriale al Meridione.
Per quello del Nord-Est si puntò invece sulla piccola-media impresa,
con contributi economici e sgravi fiscali. È così che molti
in quest'area furono aiutati a diventare piccoli imprenditori, spesso anche
solo per assicurarsi il denaro messo a disposizione dallo stato[7].
Se queste erano le premesse, resta da spiegare in quale modo una realtà
marginale, come quella descritta sopra, si sia potuta trasformare in quella
trainante l'economia dell'intero paese.
Tra i piccoli imprenditori del Nord-Est c'era chi poteva disporre, a vario
titolo, di quantitativi di denaro superiori rispetto agli altri. Con la
crisi dei consumi, i cui primi sentori si ebbero già a partire dalla
prima metà degli anni `60 e che non colpì solo la grande industria
ma anche e in modo più pesante le piccole imprese, la disponibilità
di denaro rappresentò l'occasione per assumere, nel panorama della
piccola-media imprenditoria locale, un ruolo preminente: permise di effettuare
investimenti per l'acquisto di macchinari tecnologicamente avanzati e per
aumentare le dimensioni delle aziende, che erano assolutamente impossibili
agli altri. Queste imprese beneficiarono di un notevole vantaggio sul mercato
rispetto a quelle più piccole, alle quali non restò che porsi
in posizione subalterna: ed era possibile farlo, continuando così
a sopravvivere, proprio perché le imprese più forti, al fine
di ottenere quella flessibilità che è mancata al sistema fordista,
si stavano orientando al subappalto.
Si crea in tal modo un sistema fortemente gerarchizzato, con un'azienda
principale e tante imprese più piccole la cui produzione per la maggior
parte faceva capo ad essa. Si tratta, insomma, di uno sviluppo dell'azienda
per linee esterne, che permette di risparmiare sui costi di gestione e di
rispondere prontamente alla flessione o all'aumento della domanda. Ma ciò
non significa che non si possa parlare di grande industria solo perché
non si ricorre ai grandi stabilimenti tradizionali: si tratta piuttosto
di una nuova forma che la grande industria ha assunto per rispondere
alle esigenze del capitalismo odierno, cioè di una forma di organizzazione
della produzione che ha consentito e favorito, come mostrano non solo il
caso-Benetton, ma anche i casi Luxottica, Stefanel, ecc., la nascita di
nuove grandi imprese, più capaci di "interpretare"
i nuovi bisogni del mercato, del capitalismo.
In questo senso, non credo sia corretto parlare di fenomeno Nord-Est come
di un fenomeno esclusivamente o prevalentemente di piccola-media impresa:
lo vedo piuttosto come un esempio di formazione di un nuovo tipo di grande
industria. E mi sembra evidente che questa interpretazione del fenomeno
Nord-Est vi faccia rientrare a pieno titolo la Benetton: anzi la Benetton,
essendo stata la prima ad avvalersi sistematicamente di un indotto, ne rappresenta
il precursore.