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La moltitudine perduta nell'impero

di Jacques Bidet
 

articolo pubblicato nella rivista Parages, Parigi, giugno 2002

Il riferimento alla "moltitudine" si è imposto attraverso gli scritti di Toni Negri, in particolare Impero, scritto in collaborazione con M. Hardt. Sarà qui trattata entro questo contesto, in cui rinvia a diverse filosofie e specificamente a quella di Spinoza, da cui trae un filosofema che mobilita per un nuovo discorso del marxismo e in cui, d'altra parte, associa tale concetto ad altri, come quello di "potere costituente" o quello di "impero", che ne determinano il significato [1].

1. La "moltitudine", che Negri saluta come l'"universale concreto", occupa il posto che una volta, nel discorso enfatico, era quello del "proletariato": designa, nell'epoca delle multinazionali, compresa come quella del trionfo della produzione immateriale e del general intellect, un mondo di produttori, prodotti e attori di una rivoluzionein corso. Questo discorso si propone, in termini di vita e di immanenza, come una rielaborazione di quello di Marx. La relazione è tuttavia paradossale, perché il capitale, secondo l'analisi marxiana, non ha come finalità produttiva la potenza comune, il benessere, ma il profitto, ricchezza astratta, "cattivo infinito" (Hegel) la cui logica s'impone a ciascun capitalista nella concorrenza universale, cioè, secondo uno schema ricorrente da Machiavelli e Hobbes (fino a Weber), l'ammasso di potere su potere, quali ne siano le conseguenze sulle persone, la cultura e la natura. Ma proprio su questo punto la problematica di Marx si rovescia e si allarga. Perché questa indifferenza non concerne specificamente una "classe", che sarebbe quella degli "sfruttati", ma una società nel suo insieme e nella sua totalità. E non si tratta solo di un "popolo", che ne è solo la rappresentazione politica, attraverso la quale è presunta capace di una volontà giuridicamente unificata. Un diverso concetto è qui richiesto, quello cui conviene il nome di "moltitudine", che designa al tempo stesso più della classe e più del popolo.
Più della classe, perché per costruire tale concetto non è sufficiente ampliare la categoria classista di sfruttato, includendovi tutti coloro che vivono del proprio lavoro o ne sono privati: occorre considerare il capitale non solo come sfruttatore razionale del lavoro salariato, ma nella sua logica produttiva, che concerne la totalità sociale. Più del popolo, perché bisogno guardare questa totalità sotto un'altra angolazione: vale a dire come "moltitudine", non nel senso politico che Hobbes ha dato a questo termine, ma con tutta la carica positiva di ontologia sociale che gli ha dato Spinoza. La razionalità mercantile (e il suo correlato, la razionalità burocratica) del capitale, che opprime ogni vita, non può, contraddittoriamente, mirare al profitto senza cercare di produrre - attraverso la mobilitazione di ogni vita - "valori d'uso", ricchezze concrete. E queste non sono solo il fatto dei loro produttori salariati, ma l'invenzione e l'esigenza della moltitudine sociale nella molteplicità delle sue reti, rizomi e connessioni. Valori d'uso, cioè di godimento e conoscenza, riferibili alla "moltitudine", in questo processo sociale globale di produzione-consumo in cui si sviluppa una potenza ribelle al regime dell'astrazione e portatrice della sua negazione rivoluzionaria. Non si tratta più della semplice figura politica e soggettiva di un "popolo", il cui orizzonte sarebbe il contratto sociale, ma di una massa umana, coinvolta e singolarizzata nell'intero meccanismo sociale sostanziale e oggettivo, provvista della sua imprescrittibile capacità concreta di invenzione e di irruzione, del suo potere costituente.
Il discorso di Negri, almeno così interpretato, partecipa - secondo modalità proprie, con i suoi concetti particolari della "classe" odierna, riferita al general intellect, dell'"epoca", quella delle "multinazionali", ecc. che si possono giudicare più o meno coerenti - del nuovo corso del marxismo che, resistendo a un orizzonte storico diventato indistinguibile, cerca, al di fuori di qualsiasi storicismo, nel presente dell'evento (sociale, culturale, ecc.), nel senso e non nel termine, nell'immanenza spinozista la presenza e la sicurezza della fine.

2. Ma c'è un altro uso della "moltitudine", che lega il suo destino alla discutibile categoria di "impero": un uso debole che, dissociando tale concetto da quelli di "classe", di "popolo" e di Stato, lo disarma.
L'impero, secondo Hardt e Negri, subentra all'imperialismo nel momento in cui si dissolvono gli Stati-nazione. Si impone come una nuova sovranità, al di là della forma Stato. Immanenza sovrana, che sostituisce le vecchie trascendenze. La debolezza di questa "visione del mondo", secondo me, sta nel fatto che essa rompe con i concetti che sono più necessari alla comprensione del mondo in cui viviamo: quello della struttura-di-classe capitalista, che il marxismo ha classicamente collocato nel quadro dello Stato-nazione, e quello del sistema-del-mondo, centro-periferie, sviluppato da Braudel a Wallerstein e diventato oggi un patrimonio largamente condiviso.
Attraverso le categorie della struttura sociale - quelle di classe, di sfruttamento, di Stato come rapporto di classe - il marxismo individuava il carattere degli Stati-nazione moderni nella tensione tra questo dispositivo di dominio e la sua negazione nell'istituzione pubblica, la quale dichiara di riconoscere esclusivamente individui ugnuali che contrattano liberamente tra loro. Pura negazione della realtà, si dirà, per il fatto reale strutturale che i dominati si trovano in una relazione, per nulla contrattuale, di subalternità indefinitamente (statisticamente) riprodotta. Si sa che la sociologia critica, di ispirazione weberiana, alla Bourdieu ha allargato la prospettiva all'altra forma di capitale, ugualmente riproducibile, il capitale culturale, che dè "competenza" al dominio burocratico organizzato. E si conosce la dialettica del moderno confronto di classe condotto in nome dell'universale, dell'accordo supposto universale su un ordine di diritto che i dominanti dichiarano stabilito e che la lotta dei dominati, entro spazi sociali (redditi, cultura, sanità, potere e dignità...) sempre nuovi, mira a realizzare. Il "popolo" è questo gioco contraddittorio della dichiarazione e della negazione, della provocazione e dell'insurrezione permanente. Questo è lo Stato-nazione, struttura dotata di una sovrastruttura statale, formazione sociale moderna, che la filosofia politica classica ha promosso a luogo del contratto sociale attraverso cui, come dice Hobbes, "la moltitudine diviene repubblica", civitas e, secondo Rousseau, cittadino sovrano. Il marxismo ne restituisce l'eredità sotto la forma di una critica della negazione, che è una teoria della struttura di classe. E lo declina, lo si è visto, secondo il senso forte, sociale e non semplicemente politico, della moltitudine.
Ma la "moltitudine" non tiene, nello "Stato-nazione", perché il mondo moderno non è soltanto (astrattamente) definito da questa struttura tipica, ma anche, correlativamente, in quanto forma (concretamente) sistema. E', a partire dalle sue origini medievali analizzate da Braudel, "sistema mondo", costituito geograficamente nella forma "centro/periferie". Perché il "libero mercato" non deriva da un ordine naturale, il capitalismo, che lo generalizza, presuppone il potere statale, supposto comune (progressivamente rivendicato come tale), di stabilirlo e controllarlo: potere organizzatore dotato in quanto tale della facoltà di creare, per volontà supposta libera, cioè comune, altre istituzioni oltre a quella del mercato, cioè una organizzazione fatta di regole fiscali, sociali, culturali, di servizi pubblici, ecc. E' ancora lo Stato-nazione, ma in quanto è sempre uno tra altri. La filosofia politica classica, che lo ha eretto a luogo della "società civile o politica" che si presume retta da un accordo uguale tra tutti in seno alla "moltitudine, ne ha sottolineato al tempo stesso la contropartita: gli Stati sono tra loro in "stato di natura", cioè in stato di guerra. Il problema si pone allora in questo modo: il capitalismo è struttura (di classi, nello Stato-nazione) e sistema (del mondo, tra nazioni). Il "sistema" è unificato dalle relazioni mercantili attraverso le quali si realizza un metabolismo generale, scambio di beni, di conoscenze e di cultura. Ma non presuppone alcuna volontà comune in seno alla moltitudine, suscettibile di essere verificata, assicurata o semplicemente dichiarata come tale, alcuna pretesa democratica. La critica marxista, che aveva saputo descrivere la struttura come sfruttamento, definiva il sistema come imperialismo (dall'origine). Nello Stato-nazione, struttura tipica, l'organizzazione che fa coppia con il mercato è supposta procedere da una volontà comune, è costretta a fornire qualche testimonianza dell'universale. Nel sistema mondo, non se ne fa nulla: si esplicita come rapporto di forza, appena velato dalle ideologie della superiorità culturale occidentale, del progresso universale di cui essa è portatrice, ecc. Gli Stati-nazione del centro sono così belli, armoniosi, potenti e pieni di sé che riducono l'Africa in schiavitù, la vecchia America all'annientamento, l'Asia a una soggezione secolare, senza parlare dell'asservimento delle semi-periferie europee. L'imperialismo, il cui ruolo è determinante nelle due guerre mondiali, unifica l'umanità sotto il regime della colonizzazione. Anche questo è il capitalismo, forma moderna del mondo, luogo della moltitudine. Non solo tipo astratto di struttura, ma configurazione concreta, sistema mondo.

3. Ecco ciò che appunto sarebbe ormai superato nella forma della coppia impero/moltitudine, concetto coppia, forma di un mondo che si suppone post-moderno. Non è che siano spariti lo sfruttamento e il dominio. Né la lotta di classe, che al contrario è considerata, secondo l'assioma di Toni Negri, il motore generale del processo (ed ecco certamente un buon antidoto a quei marxismi tristi che assegnano ogni conquista sociale e ogni invenzione culturale all'attivo della classe dominante). Ma lo Stato-nazione sarebbe ora superato, e con lui anche tutte le categorie della modernità, quella di popolo politico, quella di rapporti di classe, quella di lotta nazionale di emancipazione. Le stesse nazioni del centro sarebbero prese nella logica di un nuovo potere sovranazionale, quello del mercato capitalistico e delle sue regolazioni immanenti attraverso le istituzioni del FMI e dell'OMC, quello delle transnazionali e del loro carico biopolitico, produttrici come sono delle cose stesse della vita. La moltitudine si troverebbe perciò immediatamente di fronte al mercato mondiale, e quest'ultimo "direttamente di fronte alla moltitudine senza mediazioni" (Impero, p. ). Fine di ogni trascendenza statale. Immanenza. Deterritorializzazione, fine dei territori, che segnavano e scandivano i rapporti di forza tra nazioni. Fine di ogni esteriorità, fine del nemico esterno: la lotta mortale è onnipresente, ma la guerra è finita, o fa ritorno come "guerra giusta", polizia etica. Siamo ormai di fronte a una "responsabilità etica globale" (p. ), ed è affare della moltitudine, "moltitudine di soggettività, produttive e creatrici, costellazione di singolarità e di eventi" (p. ), la cui pratica, al tempo stesso simbolica e planetaria, sgorga dalla potenza delle individualità associate, nell'imprevedibile dell'evento.
In realtà, tuttavia, gli obbiettivi concreti che gli autori le assegnano sono vicini a quelli più classici dell'emancipazione: cittadinanza mondiale, reddito minimo, riappropriazione dei mezzi di produzione e di comunicazione (pp. ). Questo discorso è evidentemente critico nei confronti del marxismo per tutte le sclerosi che l'hanno regolarmente pietrificato. Fa pensare, mobilitando, attraverso riferimenti a Spinoza, a Deleuze e a Foucault, risorse filosofiche di cui forse la tradizione hegeliana dominante nel marxismo non dispone, né a maggior ragione i paradigmi kantiani o analitici (anglosassoni) oggi di nuovo in voga. Mostra in particolare come la potenza sociale non possa ridursi all'astrazione del potere politico. Senza dubbio non ci sarebbe nulla da obbiettare all'"impero" se non si proponesse come sostituto in campo concettuale della struttura di classe e del sistema mondo, che hanno fatto finora la forza critica distintiva del marxismo, di fronte alle questioni di una alternativa e di "un'altra mondializzazione". Non ci sarebbe nulla da obbiettare all'"impero" se non si annunciasse come fine dell'"imperialismo", a partire dalla fine dello Stato-nazione che ne rappresenta la particella elementare. A ciò bisogna obbiettare, a mio avviso, che lo Stato-nazione al contrario aumenta vertiginosamente di potenza. E' sufficiente, per convincersene, guardare a quella maggior parte del mondo in cui la popolazione deve ancora uscire dai rapporti, familiari, tribali, comunitari o religiosi, che costituiscono il quadro della sua esistenza sociale. Vertigine collettiva che sbocca in guerre fratricide: quale etnia, quale gruppo imporrà la sua lingua, la sua religione, la sua rete allo Stato in formazione, e dominerà gli altri? Bisogna essere singolarmente miopi per non vedere che oggi nascono nazioni da ogni parte (e l'imperialismo, che sa d'istinto immischiarsi in questo gioco, lo volge regolarmente in catastrofe). D'altra parte, quando vecchie nazioni si federano e si sussumono in entità continentali, come l'Europa, prendono precisamente la forma di supernazioni centrali: dopo la moneta comune, verrà l'esercito comune, professionale, capace di colpire forte la periferia. Gli Stati del centro fanno fuori i territori altrui, ma proteggono molto bene i propri. Mostrano potenti capacità di politica economica. Il fatto che siano diventati meno sociali non li rende meno statali. Non sono affatto semplici agenti anonimi nello spazio "liscio" di una società mondiale in rete (fantasma della "rete" contro la realtà "mercato/organizzazione", di cui è al più il terzo termine). Non si vede dunque perché le lotte sociali dovrebbero trasferirsi, come suggeriscono gli autori, dal nazionale e dal locale verso uno spazio imperiale che sarebbe ormai la loro sede naturale.

4. E' vero, c'è qualcosa di nuovo nel mondo, e qualcosa che interessa al più alto grado la moltitudine. E' la fine di una vecchia storia. Quella con cui cominciano i discorsi di Locke e di Kant, e fino a quello di Rawls per la verità. Il mondo è evidentemente ugualmente di tutti. Ma è utile a qualcuno solo a condizione di essere spartito, e dunque privatizzato in un mercato universale. Questo "ma", che apre tutto il loro ulteriore programma di ricerca, comporta una doppia difficoltà, che appare solo oggi, quando il mondo è diventato così piccolo che ciascuno può tenerlo nel palmo della propria mano e chiedersi, questa volta in modo realistico: cosa ne faremo? chi ne ha la responsabilità? il diritto di farne uso? a quale condizione? cosa pensare di coloro che dicono di detenerlo, detenendone individualmente o collettivamente questa o quella parte? In poche parole, che ne è della proprietà, individuale e nazionale? Il contratto sociale serviva classicamente alla moltitudine per affrontare questo genere di situazione. Ma c'era un doppio limite. Da un lato, in modo stravagante, sembrava appropriato solo a uno spazio nazionale: ma quale trascendenza aveva potuto attribuire una certa porzione del pianeta a una certa nazione? Il luogo ultimo, e non solamente primo, del contratto sociale non è "il mondo" nel suo insieme? Dall'altro lato, si risolveva con la finzione: finzione dell'accordo mercantile, o finzione di una forza morale che porta all'uguaglianza delle proprietà. Con Marx, è vero, si annunciava una variante realista: l'appropriazione comune dei mezzi di produzione, solo modo plausibile e tangibile di appropriarsi collettivamente il mondo stesso. In questo modo si profilavano, sotto la forma grezza delle loro supposte soluzioni, nuovi problemi, che suscitano nuove esigenze, ormai praticamente ineludibili.
Ma ecco che tutto si ingarbuglia perché "il mondo" stesso è al tempo stesso mezzo - riserva immensa e tuttavia finita di metalli e di minerali, di geni e giacimenti, di siti di tutti i generi - e possibile fine del nostro uso comune, per cui è in effetti meno urgente che venga appropriato piuttosto che semplicemente protetto dalla depredazione e dalla sua sparizione. E poiché il mercato capitalistico non assicura alcuna armonia tra le forze produttive-distruttive e la natura in generale, è chiaro che il mondo non può essere abbandonato a una "società civile" mondiale mercantile senza Stato, a un preteso ordine di "diritto senza Stato". Ed ecco che emerge all'orizzonte la figura ultima della modernità: quella di uno Stato mondiale. Stato senza diritto, nel senso almeno che un "diritto mondiale" (da non confondere con il "diritto internazionale") si abbozza in incognito, alle spalle della moltitudine. Questo futuro Stato è certamente ancora infinitamente debole, ma già presente, in gestazione. Per esempio, attraverso l'Organo di Regolazione che fa capo all'OMC e che detiene un potere ultimo, e capace di esercitarsi, in materia di vertenze commerciali.
I liberali si aspettano una "società civile mondiale" che sostituisca gli Stati . E deplorano il fatto che i piccoli Stati tardino ad accettare la legge del preteso non-Stato mondiale. Al tempo stesso esprimono orrore all'idea di uno Stato Mondiale, nella cui costruzione tuttavia il capitale neo-liberale è già impegnato: proprio su questo terreno affronta l'umanità come moltitudine, non "senza mediazione", "moltitudine contro mercato", ma attraverso dispositivi strutturali e sistemici, nel senso che qui abbiamo dato a questi termini, non risolvibili nell'impero.

5. Contro gli autori di Impero, bisogna dunque proporre, in coppia con quello di moltitudine, il concetto di "popolo globale", vale a dire di "cittadinanza mondiale". Ma in senso proprio. Perché, con questo termine, essi si limitano a riprendere il "diritto cosmopolitico" kantiano. Lo fanno, è vero, sotto la forma di un significativo rovesciamento: diritto per ciascuno, ma questa volta si tratta specificamente del lavoratore migrante di decidere di stabilirsi in qualsiasi luogo, e di godervi diritti di cittadinanza. Molto bene, certamente! E questo è senza dubbio essenziale rispetto a ogni altra conquista giuridica. Ma non ci sono cittadini del mondo se il mondo non è riconosciuto come città, ossia come luogo di una possibile volontà comune e di una politica comune.
Si impone dunque, oggetto di un lungo conflitto futuro, una "politica dell'umanità", con le istituzioni che la rendano possibile. Non per rimpiazzare le istanze nazionali o locali, ma per impedire che gli appetiti dei più potenti facciano sparire gli Stati del Sud, i piccoli popoli e altro. Che la cosa sia urgente, si vede dal fatto che una certa statalità mondiale esiste già. Non al posto dell'imperialismo, di cui i Centri dettano oggi più che mai la legge: eppure, contraddittoriamente, possono farlo sempre meno senza passare attraverso una legge comune, santificata da istituzioni apparentemente comuni. Da cui la tesi che propongo, secondo la quale la contraddizione principale, nell'epoca dell'ultimodernità che si apre, è quella che allea-e-oppone Centro sistemico (centralità imperialista del sistema-mondo) e Centro strutturale ultimo (centralità globale dello Stato-mondo). La stessa forza armata imperialista colpisce tanto più forte quanto più riesce a procurarsi una sorta di mandato di un potere mondiale supposto comune, di cui non può evitare totalmente il giudizio. Occorre dunque investire tutta questa dialettica perversa e feconda tra centralità sistemica e centralità strutturale ultima, che ricrea lo Stato-nazione in scala mondiale. Da un lato, gli Stati imperialisti "manipolano" gli elementi mondiali, sovranazionali in quanto strumenti globali di un potere che è il loro potere privato (la loro armata privata mascherata da polizia comune, la loro potenza finanziaria privata mascherata da fondo internazionale). Dall'altra, non possono pretendere il carattere universale-comune di questo potere senza suscitare nella moltitudine la pretesa di diritti uguali per tutti, di controllo e di regolazione democratici. Tutto è fatto perché non se ne faccia niente. La "debolezza" dell'ONU è lo strumento della sua potenza istituzionale occulta. E' significativa della forma di Stato che cova: Stato mondiale subordinato all'imperialismo. E' così che il comportamento del Consiglio di Sicurezza, che esclude qualsiasi intervento contro i potenti, non è sintomo di paralisi, ma costituisce un fattore di efficacia per l'imperialismo: qualifica l'ONU come strumento di carattere statale (globale) sotto l'influenza del Centro sistemico, che non ha la forma di uno Stato.
Senza dubbio Negri accetterebbe una parte di questi ragionamenti. Ma resta il fatto che il tipo di promozione che dà alla nozione di moltitudine finisce con lo squalificare i concetti che essi presuppongono . E' vero che ha creduto di scoprire nei Grundrisse sia"Marx oltre Marx", cioè di trovare in questo geniale abbozzo di un Marx che non è ancora "Marx" perché non ha ancora elaborato la sua teoria il punto in cui l'avrebbe addirittura superata (è chiaro tuttavia che l'autore del famoso "frammento sulle macchine" che serve a documentare questa credenza non dispone dei concetti fondanti la teoria del Capitale). Da questo punto di partenza, la relazione tra la concettualizzazione di Negri e quella di Marx, sempre rivendicata, resta piuttosto enigmatica. In ogni caso, non permette di ricostruire criticamente questa rete della struttura e del sistema (sussumibile in questo Stato-mondo a lungo termine che non è sistema), in cui la moltitudine oggi concretamente si produce. Non solo come popolo, in tutta la gamma, dalla dimensione locale a quella globale, delle sue lotte emancipatrici, ma come l'irrapresentabile che precede e supera ciò che la politica può realizzare.