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1. Nessuno è evidentemente portatore di qualche verità
incontrovertibile; tanto meno sosterrò di esserlo io. Tuttavia, esprimerò
qui di seguito alcune opinioni, di cui sono comunque convinto, anche se
provvisoriamente e con tutte le cautele del caso. Non nascondo di essere
infastidito dall'atteggiamento di certe "sinistre": sia di quelle
che si vorrebbero progressiste - e sono invece quanto di più clamorosamente
reazionario si possa immaginare, per la loro supponenza, arroganza, volontà
di prevaricazione, malafede, e chi più ne ha più ne metta
- sia di quelle che si pretendono anticapitalistiche ed agiscono solo in
base a stimoli primordiali, vociando e urlando scompostamente, senz'altra
ipotesi che non sia quella di opporsi al neoliberismo[1].
Manca, in ogni caso, un tentativo di almeno reiniziare a pensare, teoricamente
(e dunque semplicemente, perché la teoria deve essere
semplice), la situazione venutasi a creare negli ultimi decenni, ed in particolare
nell'ultimo. Da una parte, i "riformisti" (reazionari e
inventori di presunte "terze vie") non pensano altro che al "potere",
cioè in realtà a funzionare come servi politici delle classi
dominanti capitalistiche; dall'altra, i "rivoluzionari" alimentano
il giusto malcontento, e la giusta protesta, di settori sociali
peraltro ancora largamente minoritari, onde galleggiare nel mondo politico
e intellettuale grazie a certe iniziative, talvolta perfino foraggiate da
alcune istituzioni di taluni Stati capitalistici avanzati o da alcuni organismi
che hanno messo in piedi potenti strutture economiche multinazionali.
Confesso che il tutto è molto fastidioso e vagamente disgustoso,
soprattutto per chi è di fatto costretto al silenzio perché
non fa parte nemmeno di questo pur ristretto establishment intellettual-politico-economico.
Poiché gli amici di Indipendenza mi hanno chiesto di dire
qualcosa sulla situazione internazionale (imperialistica) odierna, ma rispettando
esigenze molto rigide di spazio, metto termine alle lamentele e riferisco,
in sintesi estrema, alcune conclusioni cui sono giunto; rinviando, per una
trattazione un po' più distesa e comprensibile, ai miei testi degli
ultimi anni[2].
Per cogliere almeno all'ingrosso le conclusioni in oggetto, debbo premettere
alcune questioni teoriche molto astratte, che sono state sviluppate negli
scritti appena indicati. Innanzitutto, ho mantenuto - sempre in base alle
esigenze di semplicità proprie di una teoria - la schematica divisione
della società moderna in tre grandi ambiti o sfere sociali: l'economica,
la politica e l'ideologico-culturale, di cui la prima è considerata
dominante nella "storicamente determinata" (cioè specifica)
formazione sociale capitalistica, in specie per quanto concerne la sua struttura
"fondante" costituita dal modo di produzione capitalistico
e dai rapporti sociali in esso inscritti, che attribuiscono alla società
in questione il suo carattere più pregnante, quello che di sé
la informa nel suo insieme.
Concentrando in particolare l'attenzione sulle due prime sfere, ho pensato
di assegnare la qualifica di "classi" (di ruoli e funzioni) dominanti
a due ben definiti (e ristretti) gruppi sociali: 1) quello degli agenti
(direttivi) delle imprese, non intese nel loro senso più limitato
di organizzazione (dei "fattori") della produzione, ma come centri
di irradiazione di strategie conflittuali (tese appunto alla competizione
interimprenditoriale); strategie esplicantisi non soltanto nel luogo, più
limitato, della circolazione e distribuzione dei prodotti (il mercato),
bensì a tutto campo, cioè anche nelle sfere politica e ideologico-culturale;
2) quello degli agenti "politici" addetti alle strategie esterne
di quel complesso di apparati che viene indicato come Stato; strategie da
me denominate militari, ma in senso assai lato poiché non
concernenti esclusivamente ciò che attiene solo a eserciti, armi,
conflitti bellici, ecc.
Ho invece trattato come fondamentalmente non dominanti - anche se
certamente nemmeno dominati, e caratterizzati da una complicata gerarchia
di funzioni che rende i ruoli più elevati della stessa assai vicini
a quelli dominanti - altri due gruppi sociali (pur sempre di carattere dirigente):
1) gli agenti tecnici (o manager) che sviluppano la loro attività
direzionale all'interno dell'impresa, intesa qui proprio nel senso di "complesso"
produttivo, di organizzazione dei "fattori" della produzione;
attività di coordinamento o dell'insieme delle partizioni (dipartimenti,
divisioni, ecc.) in cui è suddiviso ognuno di questi complessi produttivi
oppure di gruppi di dette partizioni o anche di una sola (si ha quindi,
appunto, una gerarchizzazione delle funzioni di direzione tecnica, quella
guidata dalla razionalità strumentale, dalla scelta più economica
per quanto concerne i mezzi adatti a conseguire un determinato fine); 2)
gli agenti politici che controllano e dirigono l'impiego dei mezzi dello
Stato in funzione economica (spesa pubblica, fisco, manovre di bilancio,
ma anche imprenditoria "pubblica"[3]
ecc.); agenti che hanno in fondo determinate funzioni strategiche, che li
portano a particolari relazioni (di alleanza e/o di contrasto) con quelli
"privati", ma che comunque agiscono all'interno di un dato ambito
"nazionale" (cioè di pertinenza di uno Stato).
2. Anche se assai schematicamente, e con alcune limitazioni (manca
per esempio completamente ogni accenno alla sfera ideologico-culturale),
ho elencato gli ingredienti minimamente indispensabili ad individuare le
caratteristiche essenziali della particolare situazione in cui ci troviamo
oggi.
Fino al 1989, la presenza di un'area a struttura sociale ancora non molto
conosciuta, quella considerata a "socialismo reale", provocava
una distorsione dell'analisi della "realtà" mondiale; per
un verso quest'ultima poteva sembrare abbastanza semplice, poiché
si supponeva l'esistenza di "tre mondi" (tre aree: capitalistica,
socialistica e "sottosviluppata", la terza essendo posta a cavallo
e sempre in bilico, in quanto zona contesa, tra le due prime). Oggi, caduto
il "socialismo" e ri-mondializzatosi il sistema capitalistico,
la situazione appare ancor più semplice; lasciando perdere i residui
"socialistici" (in realtà società in cui va sviluppandosi
una forma particolare di capitalismo) - di cui, d'altra parte, l'unico dotato
di importanza è costituito dalla Cina - l'intero mondo è "coperto"
da società capitalistiche o quanto meno orientate, più spesso
ancora controllate, da sistemi vari a modo di produzione capitalistico.
Mentre un tempo - in una formazione sociale mondiale considerata tripartita,
dove due parti erano comunque in antagonismo frontale per il controllo della
terza e, in prospettiva, dell'intero mondo - sembrava essere assurto a posizione
(sempre più) dominante lo Stato, trattato come esaustivo della sfera
politica e per di più quale "soggetto" compatto, rappresentante
le varie classi dominanti "nazionali" in forma praticamente unitaria
(e semplice), prendendo così il posto delle frazioni imprenditoriali
credute in via di progressivo e accelerato indebolimento, si è negli
ultimi anni passati velocemente ad una posizione polarmente opposta, dichiarando
finita (o comunque indebolita e vicina all'esaurimento) la funzione di detti
Stati, mentre si andrebbe accentuando il conflitto tra le grandi imprese
di carattere economico (produttivo e/o finanziario). In realtà, la
situazione non era semplice prima del 1989, e tanto meno si è semplificata
oggi.
In primo luogo, lo Stato non sarebbe mai dovuto essere considerato quale
organismo unitario, essendo questa una tipica distorsione feticistica (e
ideologica in quanto feticistica), poiché esso è un campo
(sfera) della società in cui si sviluppa, anche se con sue specifiche
modalità, una lotta per il potere tra diverse frazioni di classe
dominante; e dove anzi si costituiscono particolari gruppi di appartenenti
a queste ultime, che agiscono in collusione e attrito [4]
con quelli presenti nelle altre sfere. La grande crisi del '29 aveva già
indotto le classi dirigenti capitalistiche a prendere in attenta considerazione
il ruolo attivo dello Stato in quanto regolatore, e talvolta persino propulsore,
dell'attività economica, anche se nemmeno i "keynesiani di sinistra"
si spinsero fino a proporre un più pervasivo e diretto intervento
statale nella sfera imprenditoriale, che doveva restare appannaggio dei
"privati". Fu solo dopo la seconda guerra mondiale che - nel "mondo
occidentale" esterno agli USA, e in particolare nei paesi sconfitti
ma soprattutto confinanti con i paesi del campo "socialista",
area della più spinta e pressoché completa padronanza della
sfera economica da parte dello Stato (a sua volta ambito quasi esclusivo
della sfera politica e ideologica) - prese corpo un esteso intervento dello
Stato nell'economia e, più in generale, nella società, con
la formazione di quello che fu dettoWelfare State.
I marxisti interpretarono spesso in termini keynesiani (o similari) l'enorme
ampliamento della spesa pubblica (con corrispondente aumento del Debito
Pubblico e situazione di cosiddetta "crisi fiscale dello Stato")
richiesto dal Welfare, anche se tale spesa concerneva in particolare
l'armamento e le altre prerogative di tipo "militare" (in senso
lato) negli USA (in quanto "gendarme" del mondo occidentale in
conflitto con l'altro campo) e, invece, soprattutto la spesa sociale (pensioni,
sanità, ecc.) negli altri paesi capitalistici avanzati e di fatto
subordinati al paese centrale di quel campo (il primo mondo). Chi scrive
fu anch'esso influenzato da tale impostazione, che oggi ritiene in gran
parte errata.
In effetti, la posizione di gendarme del campo capitalistico (tradizionale)
implicò negli USA la formazione di un blocco sociale dominante costituito
dagli agenti delle strategie imprenditoriali e da quelli "politici"
delle strategie dello Stato aggressive verso l'esterno; mentre, nei gruppi
dominanti degli altri paesi capitalistici sviluppati, agli agenti (economici)
del primo tipo si aggregarono soprattutto quelli (politici) aventi poteri
di disposizione su apparati imprenditoriali in mano pubblica e su importanti
quote del reddito nazionale destinate alla spesa pubblica detta "sociale"
(lasciamo perdere con quali effetti di corruzione, sperpero, appropriazione
"indebita" di denaro pubblico, ecc.). E' importante far rilevare
che questo secondo tipo di agglutinamento di agenti dominanti "privati"
e "pubblici" portò alla formazione di apparati dirigenti
(quelli addetti alle strategie) delle grandi imprese particolarmente poco
competitivi e abituati a sopravvivere grazie a lauti finanziamenti statali[5].
Il crollo del "socialismo reale", come ho sostenuto altrove, non
è stata la débacle del comunismo (almeno non di quello
propugnato da tutti i "classici" del marxismo, da Marx a Lenin,
ecc.), bensì quella dello statalismo; o quanto meno di quel tipo
di statalismo, in cui determinati agenti dominanti di tipologia politica
erano convinti di potersi sostituire, senza trasformare da cima a fondo
il modo di produzione capitalistico, a quelli delle strategie imprenditoriali
di carattere "privato". Non a caso, al crollo del "comunismo"
- caratterizzato dal predominio incontrastato di ristrette oligarchie partitiche
vieppiù criminali con al seguito masse, sempre meno numerose del
resto, di dominati; alcuni talvolta anche ammirabili per abnegazione e dedizione
"alla causa", ma totalmente privi di capacità critiche
in merito alle problematiche della cosiddetta transizione al socialismo
e comunismo - è seguito in "occidente" l'esaurimento delle
tipiche funzioni delle formazioni politiche socialdemocratiche, un tempo
fautrici di un'attività economica comunque sostanziale da parte dello
Stato, anche se non sostitutiva di quella dell'imprenditoria "privata".
Oggi, le socialdemocrazie sembrano in piena salute, governando quasi tutta
l'Europa, ma in realtà hanno ormai abbracciato, chi più chi
appena un po' meno, le tesi del più vieto neoliberismo, e sono dunque
fallite in ogni caso in quanto forze politiche pur blandamente "riformiste",
indipendentemente dal fatto che siano o meno sostituite in futuro dalle
"destre" nella direzione dei vari paesi capitalistici avanzati
[6].
3. In un mondo tornato bruscamente, e senza scontri militari di
eccessiva ampiezza, sotto il dominio del modo di produzione capitalistico
nella sua piena esplicazione, si è manifestata invece una notevole
vischiosità, e lentezza di mutamenti, per ciò che concerne
i blocchi egemoni nei vari paesi capitalistici avanzati, le cui classi dominanti,
con i loro contrasti, sono attualmente quelle che imprimono con vigore una
ben determinata direzione allo sviluppo "storico" del sistema
globale. Il fenomeno che è stato, in modo distorto, interpretato
come progressivo esaurimento della funzione dei vari apparati statali "nazionali",
è in effetti sintomo di questa vischiosità e lentezza delle
trasformazioni che pure sono state messe in moto dalla fine del "socialismo
reale" (qualunque cosa sia stato quest'ultimo).
I paesi capitalistici avanzati non centrali del vecchio "campo
capitalistico", ove più ove meno, sono ancora diretti da gruppi
dominanti costituiti, come già rilevato, da agenti delle strategie
delle grandi imprese (ancora abituati ad essere ampiamente assistiti dallo
Stato in vari modi) e da agenti politici che controllano, anche se in misura
inferiore rispetto ad un tempo ormai trascorso (e credo irreversibilmente),
la spesa pubblica a fini "sociali" e ancora, in specie nel nostro
paese, quote dello stock di capitale imprenditoriale (in mano detta pubblica
o almeno parzialmente tale). Questa costituzione del blocco dominante, in
cui hanno poco rilievo gli agenti delle politiche statali aggressive verso
l'esterno, rende questi paesi, per quanto ad alto livello di sviluppo e
con notevoli potenzialità produttive e finanziarie, tuttora fortemente
subordinati verso il paese già assurto a posizione centrale
dopo la fine della seconda guerra mondiale, e che continua ad occuparla
pur essendo caduta la scusa ideologica - la difesa del "mondo libero"
dal pericolo "comunista" - che lo aveva favorito per quanto concerne
la direzione complessiva del campo capitalistico.
Lo Stato del paese centrale - diventato centrale ormai per l'intero mondo
nuovamente caratterizzato dalla prevalente influenza del modo di produzione
capitalistico - mantiene pienamente le sue prerogative e funzioni, in particolare
quelle "militari" connesse al particolare blocco egemone che detiene
in esso le leve del potere. Ci sono una serie di contraddizioni e crepe
nel suo dominio centrale, ma non tali, al momento, da far pensare alla prossima
realizzazione di quel mondo capitalistico (e imperialistico) tripolare -
USA, Giappone, Germania ed Europa - della cui esistenza ci si dichiarava
convinti subito dopo gli avvenimenti del 1989-91[7].
Si è certo inasprita la competizione tra grandi colossi imprenditoriali
dei vari paesi e aree capitalistiche - con loro alleanze trasversali in
termini "nazionali" - ma non sussiste, attualmente, alcuna possibilità
di vera conflittualità complessiva intercapitalistica per l'egemonia
mondiale (o globale come si dice oggi); quest'ultima, per l'essenziale,
spetta sempre agli USA e al suo specifico blocco di agenti dominanti
("economico-imprenditoriali" e "politico-militari");
così diverso, ed assai più efficace e competitivo, rispetto
a quelli degli altri paesi capitalistici avanzati (Europa occidentale e
Giappone), aventi una strutturazione del tutto peculiare, già sommariamente
indicata, che si è indebolita ancora troppo poco.
L'ideologia (con distorsione della "realtà") dell'esaurimento
delle funzioni degli Stati nasce quindi da: 1) fine del "socialismo
reale" e della contrapposizione tra due campi (primo e secondo mondo),
che fu nel contempo contrapposizione tra due superpotenze; 2) allargamento
considerevole degli spazi mercantili che favorisce l'acuirsi della competizione
tra i grandi colossi oligopolistici del mondo "occidentale" (cioè
tra gruppi diversi di agenti dominanti di tipo strategico-imprenditoriale)
e, nel contempo, amplia in questa parte di mondo le potenzialità
di sviluppo dell'imprenditorialità piccola e media; 3) rivincita
del neoliberismo sulle impostazioni dette "keynesiane", sintomo
certo di una ristrutturazione dei blocchi dominanti (intreccio tra agenti
"privati" e "pubblici" del tipo già considerato)
nei paesi non centrali del "vecchio" campo capitalistico
oggi ridiventato "padrone" dell'intero globo, ristrutturazione
che, tuttavia, non arriva ancora a mettere drasticamente in discussione
gli equilibri sociali e politici in detti paesi né consente in essi
la decisa affermazione di una nuova grande imprenditoria non più
legata all'assistenza dello Stato e, quindi, più aggressiva e competitiva;
4) sussistenza di un'unica superpotenza, forse in declino, ma che comunque
mantiene un tipo di collegamento e intreccio tra agenti "privati"
(delle strategie imprenditoriali) e "pubblici" (delle strategie
statali aggressive verso l'esterno, "militari" in senso lato)
nel blocco dominante, tale da determinare ancora, probabilmente a lungo
(due-tre decenni almeno), la centralità del capitalismo statunitense.
Le esperienze "comunista" e "socialdemocratica", entrambe
nate con riferimento al cosiddetto movimento operaio, pur essendo fortemente
antagoniste fra loro, furono caratterizzate da forme, per quanto diverse
e diversamente accentuate, di "culto" per lo Stato in quanto rappresentante
dell'intera collettività (o strumento di emancipazione di una classe,
e tuttavia, tramite questa, dell'intera società). Quasi tutto il
`900 fu segnato da tali esperienze e, dunque, dallo "statalismo"[8]. E' curioso notare che proprio gli USA,
pur considerati culla delle politiche "keynesiane" (addirittura
ante litteram con il New Deal), sono stati il paese meno contraddistinto
dallo statalismo, mentre lo furono fortemente, nel secondo dopoguerra, i
paesi europei (e anche il Giappone, in fondo), in particolare quelli a struttura
sociale, e politica, considerata più instabile e più influenzabile
(spesso persino per vicinanza geografica) dall'esperienza "comunista"[9].
Siamo entrati nel XXI secolo con ampi lasciti di quello precedente, com'è
naturale che sia. E' esattamente questa eredità che rende assai differente,
al momento (un momento che rischia di essere lungo), la configurazione delle
contraddizioni interne alle classi dominanti rispetto a quella esistente
nell'epoca classica dell'imperialismo. E' fin troppo evidente che la situazione
di un secolo fa non si ripeterà in futuro con caratteristiche in
qualche modo simili. Tuttavia, l'empirico superficiale si limiterà
alle profonde differenze; un teorico deve però andare oltre e delineare,
con il pensiero, certe tramature non visibili [10
] (non afferrabili dai sensi in genere) che possono consentire di prevedere,
non certo gli aspetti più evidenti che presenterà la "realtà"
(presumibilmente ancora capitalistica) tra qualche tempo (forse anche decenni),
ma almeno la direzione di fondo delle contraddizioni che ]dovrebbero
esplodere (sempre di ipotesi si tratta evidentemente). Da un certo punto
di vista allora, pur con tutte le differenze enormi che esistono, e che
ancor più esisteranno tra 20-30 anni, credo si possa prevedere un
qualche "ritorno" ad una situazione di conflittualità acuta
di tipo intercapitalistico (interimprenditoriale e interstatale) o, come
si diceva un tempo, interimperialistico.
4. Naturalmente la previsione appena fatta non implica che si
possa, con lo stesso grado di probabilità, predire dove si andrà
formando un nuovo polo "imperialistico". In Europa e Giappone
sussistono alcune condizioni importanti per la sua possibile esistenza:
alto sviluppo economico e tecnologico (aspetto "cosale"), e dunque
presenza di importanti frazioni di agenti (dominanti) strategico-imprenditoriali.
La vecchia alleanza con gli agenti politici di tipo interno (diciamo così)
- cioè con quella "borghesia di Stato" assurta a posizioni
di potenza grazie al controllo di importanti quote di reddito nazionale
in funzione delle politiche dette "keynesiane" - non è
però ancora stata battuta in breccia e ciò comporta una debolezza
"strutturale" ed una faticosissima crescita di peso "imperialistico"
di tali aree pur a capitalismo molto sviluppato. Verso est (Russia, Cina,
India, ecc.) potrebbero sussistere migliori condizioni "politiche"
(e, in prospettiva, "militari"), ma certamente si è ancora
molto indietro nello sviluppo economico; che è sempre l'aspetto "cosale"
della difficoltà di formazione di importanti gruppi di agenti strategici
imprenditoriali.
Tuttavia, quanto abbiamo appreso dall'esperienza passata - ed è su
questa che si debbono necessariamente basare delle previsioni che non vogliano
solo essere espressione di avvenirismi profetici, frutto di semplici desideri
- ci dice che dovrebbero sorgere nuovi poli di competizione intercapitalistica.
Quest'ultima però, al contrario di quanto messo sempre in luce da
analisi marxiste gravemente carenti ed economicistiche, non si può
basare esclusivamente sulla forza contrapposta di ampie unioni di grandi
imprese; occorre una strutturazione adeguata dei blocchi egemonici, in cui
abbiano risalto pure le funzioni degli agenti delle strategie statali aggressive
verso l'esterno. Per il momento abbiamo migliori condizioni "economiche"
- cioè presenza di consistenti gruppi di direzione strategica delle
imprese - in Europa e Giappone, dove però sono ancora carenti le
condizioni "politiche", cioè la presenza di settori cospicui
degli appena nominati agenti statali proiettati nell'attività esterna,
mentre prevalgono ancora "residui", ma non irrilevanti, di vecchie
frazioni di "borghesia di Stato" con potere di disposizione sulla
spesa pubblica (e sulla leva fiscale), anche se è diminuito il loro
controllo di grosse quote dello stock di capitale interno. Le condizioni
"politiche" sono presenti, o almeno potrebbero esserlo in un periodo
"storico" non eccessivamente lungo, in altri paesi (già
sopra nominati), che tuttavia sembrano abbastanza arretrati per quanto riguarda
gli altri presupposti della competizione interimperialistica.
Tuttavia, lo ripeto, nell'ambito di un modo di produzione capitalistico
- fondato sul conflitto, e sulla cooperazione di alcuni soltanto
per meglio confliggere con altri - ormai predominante in tutto il
globo, non sembra probabile la situazione di "eterna" centralità
di un capitalismo, di un paese capitalistico, di un polo imperialistico;
l'ultraimperialismo - presunto portato di un capitalismo supposto come sostanzialmente
organizzato e, dunque, fondamentalmente strutturato in termini cooperativi
- si è ormai rivelato una bella ideologia, supporto indispensabile
di tutti gli opportunismi (compreso quello apparentemente ultrarivoluzionario
di certi gruppetti ben noti) del "fu" movimento operaio ("socialdemocratico"
e "comunista"). Dobbiamo liberarcene e ripensare l'antagonismo
interno alle classi dominanti, in condizioni storiche che sono "nuove"
soprattutto a causa proprio dell'esperienza sia della "rivoluzione
proletaria" sia del "riformismo" del "movimento dei
lavoratori" (cioè, sia dello statalismo totalmente pervasivo
della società civile sia del Welfare state); queste
esperienze si stanno però illanguidendo sempre più, i loro
esiti cadono vieppiù a pezzi, le loro vestigia saranno via via conservate
sotto forme tendenzialmente cristallizzate e da "museo della Storia".
Si tratta certo di processi molto lenti, ma abbastanza evidenti ormai. Le
convulsioni statalitistiche dei "vecchi comunisti" o quelle solidaristico-religiose
dei "nuovi comunisti", malgrado le speranze dure a morire, sono
destinate a restare testimonianza e segno di "ciò che fu"
[11]; e lasceranno purtroppo tante macerie
sulla via lungo la quale si dovranno infine incamminare nuove leve anticapitalistiche.
Logicamente, i mutamenti storici che dovrebbero maturare, secondo quanto
qui previsto, non potranno che implicare la formazione di determinati "soggetti"
politici della trasformazione (è appena il caso di ricordare che
non sto parlando di quella del capitalismo in comunismo). Tale formazione
richiederebbe un discorso piuttosto lungo che rinvio, se se ne darà
il caso, ad una futura occasione. Credo, del resto, che il lettore attento
sia in grado di afferrare, nelle sue linee molto generali, la direzione
che potrebbero assumere in futuro i mutamenti dei quadri politici, in specie
nelle aree che dovessero infine assurgere a nuovo polo imperialistico antagonista
degli USA. Non aggiungo comunque altro, per evitare di buttare là
certe affermazioni non suffragate da argomentazioni adeguate.
Conegliano dicembre 2000