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Una situazione bloccata

di Gianfranco La Grassa
 


l'articolo è stato pubblicato dalla rivista Indipendenza

1. Nessuno è evidentemente portatore di qualche verità incontrovertibile; tanto meno sosterrò di esserlo io. Tuttavia, esprimerò qui di seguito alcune opinioni, di cui sono comunque convinto, anche se provvisoriamente e con tutte le cautele del caso. Non nascondo di essere infastidito dall'atteggiamento di certe "sinistre": sia di quelle che si vorrebbero progressiste - e sono invece quanto di più clamorosamente reazionario si possa immaginare, per la loro supponenza, arroganza, volontà di prevaricazione, malafede, e chi più ne ha più ne metta - sia di quelle che si pretendono anticapitalistiche ed agiscono solo in base a stimoli primordiali, vociando e urlando scompostamente, senz'altra ipotesi che non sia quella di opporsi al neoliberismo[1]. Manca, in ogni caso, un tentativo di almeno reiniziare a pensare, teoricamente (e dunque semplicemente, perché la teoria deve essere semplice), la situazione venutasi a creare negli ultimi decenni, ed in particolare nell'ultimo. Da una parte, i "riformisti" (reazionari e inventori di presunte "terze vie") non pensano altro che al "potere", cioè in realtà a funzionare come servi politici delle classi dominanti capitalistiche; dall'altra, i "rivoluzionari" alimentano il giusto malcontento, e la giusta protesta, di settori sociali peraltro ancora largamente minoritari, onde galleggiare nel mondo politico e intellettuale grazie a certe iniziative, talvolta perfino foraggiate da alcune istituzioni di taluni Stati capitalistici avanzati o da alcuni organismi che hanno messo in piedi potenti strutture economiche multinazionali.
Confesso che il tutto è molto fastidioso e vagamente disgustoso, soprattutto per chi è di fatto costretto al silenzio perché non fa parte nemmeno di questo pur ristretto establishment intellettual-politico-economico. Poiché gli amici di Indipendenza mi hanno chiesto di dire qualcosa sulla situazione internazionale (imperialistica) odierna, ma rispettando esigenze molto rigide di spazio, metto termine alle lamentele e riferisco, in sintesi estrema, alcune conclusioni cui sono giunto; rinviando, per una trattazione un po' più distesa e comprensibile, ai miei testi degli ultimi anni[2].
Per cogliere almeno all'ingrosso le conclusioni in oggetto, debbo premettere alcune questioni teoriche molto astratte, che sono state sviluppate negli scritti appena indicati. Innanzitutto, ho mantenuto - sempre in base alle esigenze di semplicità proprie di una teoria - la schematica divisione della società moderna in tre grandi ambiti o sfere sociali: l'economica, la politica e l'ideologico-culturale, di cui la prima è considerata dominante nella "storicamente determinata" (cioè specifica) formazione sociale capitalistica, in specie per quanto concerne la sua struttura "fondante" costituita dal modo di produzione capitalistico e dai rapporti sociali in esso inscritti, che attribuiscono alla società in questione il suo carattere più pregnante, quello che di sé la informa nel suo insieme.
Concentrando in particolare l'attenzione sulle due prime sfere, ho pensato di assegnare la qualifica di "classi" (di ruoli e funzioni) dominanti a due ben definiti (e ristretti) gruppi sociali: 1) quello degli agenti (direttivi) delle imprese, non intese nel loro senso più limitato di organizzazione (dei "fattori") della produzione, ma come centri di irradiazione di strategie conflittuali (tese appunto alla competizione interimprenditoriale); strategie esplicantisi non soltanto nel luogo, più limitato, della circolazione e distribuzione dei prodotti (il mercato), bensì a tutto campo, cioè anche nelle sfere politica e ideologico-culturale; 2) quello degli agenti "politici" addetti alle strategie esterne di quel complesso di apparati che viene indicato come Stato; strategie da me denominate militari, ma in senso assai lato poiché non concernenti esclusivamente ciò che attiene solo a eserciti, armi, conflitti bellici, ecc.
Ho invece trattato come fondamentalmente non dominanti - anche se certamente nemmeno dominati, e caratterizzati da una complicata gerarchia di funzioni che rende i ruoli più elevati della stessa assai vicini a quelli dominanti - altri due gruppi sociali (pur sempre di carattere dirigente): 1) gli agenti tecnici (o manager) che sviluppano la loro attività direzionale all'interno dell'impresa, intesa qui proprio nel senso di "complesso" produttivo, di organizzazione dei "fattori" della produzione; attività di coordinamento o dell'insieme delle partizioni (dipartimenti, divisioni, ecc.) in cui è suddiviso ognuno di questi complessi produttivi oppure di gruppi di dette partizioni o anche di una sola (si ha quindi, appunto, una gerarchizzazione delle funzioni di direzione tecnica, quella guidata dalla razionalità strumentale, dalla scelta più economica per quanto concerne i mezzi adatti a conseguire un determinato fine); 2) gli agenti politici che controllano e dirigono l'impiego dei mezzi dello Stato in funzione economica (spesa pubblica, fisco, manovre di bilancio, ma anche imprenditoria "pubblica"[3] ecc.); agenti che hanno in fondo determinate funzioni strategiche, che li portano a particolari relazioni (di alleanza e/o di contrasto) con quelli "privati", ma che comunque agiscono all'interno di un dato ambito "nazionale" (cioè di pertinenza di uno Stato).

2. Anche se assai schematicamente, e con alcune limitazioni (manca per esempio completamente ogni accenno alla sfera ideologico-culturale), ho elencato gli ingredienti minimamente indispensabili ad individuare le caratteristiche essenziali della particolare situazione in cui ci troviamo oggi.
Fino al 1989, la presenza di un'area a struttura sociale ancora non molto conosciuta, quella considerata a "socialismo reale", provocava una distorsione dell'analisi della "realtà" mondiale; per un verso quest'ultima poteva sembrare abbastanza semplice, poiché si supponeva l'esistenza di "tre mondi" (tre aree: capitalistica, socialistica e "sottosviluppata", la terza essendo posta a cavallo e sempre in bilico, in quanto zona contesa, tra le due prime). Oggi, caduto il "socialismo" e ri-mondializzatosi il sistema capitalistico, la situazione appare ancor più semplice; lasciando perdere i residui "socialistici" (in realtà società in cui va sviluppandosi una forma particolare di capitalismo) - di cui, d'altra parte, l'unico dotato di importanza è costituito dalla Cina - l'intero mondo è "coperto" da società capitalistiche o quanto meno orientate, più spesso ancora controllate, da sistemi vari a modo di produzione capitalistico.
Mentre un tempo - in una formazione sociale mondiale considerata tripartita, dove due parti erano comunque in antagonismo frontale per il controllo della terza e, in prospettiva, dell'intero mondo - sembrava essere assurto a posizione (sempre più) dominante lo Stato, trattato come esaustivo della sfera politica e per di più quale "soggetto" compatto, rappresentante le varie classi dominanti "nazionali" in forma praticamente unitaria (e semplice), prendendo così il posto delle frazioni imprenditoriali credute in via di progressivo e accelerato indebolimento, si è negli ultimi anni passati velocemente ad una posizione polarmente opposta, dichiarando finita (o comunque indebolita e vicina all'esaurimento) la funzione di detti Stati, mentre si andrebbe accentuando il conflitto tra le grandi imprese di carattere economico (produttivo e/o finanziario). In realtà, la situazione non era semplice prima del 1989, e tanto meno si è semplificata oggi.
In primo luogo, lo Stato non sarebbe mai dovuto essere considerato quale organismo unitario, essendo questa una tipica distorsione feticistica (e ideologica in quanto feticistica), poiché esso è un campo (sfera) della società in cui si sviluppa, anche se con sue specifiche modalità, una lotta per il potere tra diverse frazioni di classe dominante; e dove anzi si costituiscono particolari gruppi di appartenenti a queste ultime, che agiscono in collusione e attrito [4] con quelli presenti nelle altre sfere. La grande crisi del '29 aveva già indotto le classi dirigenti capitalistiche a prendere in attenta considerazione il ruolo attivo dello Stato in quanto regolatore, e talvolta persino propulsore, dell'attività economica, anche se nemmeno i "keynesiani di sinistra" si spinsero fino a proporre un più pervasivo e diretto intervento statale nella sfera imprenditoriale, che doveva restare appannaggio dei "privati". Fu solo dopo la seconda guerra mondiale che - nel "mondo occidentale" esterno agli USA, e in particolare nei paesi sconfitti ma soprattutto confinanti con i paesi del campo "socialista", area della più spinta e pressoché completa padronanza della sfera economica da parte dello Stato (a sua volta ambito quasi esclusivo della sfera politica e ideologica) - prese corpo un esteso intervento dello Stato nell'economia e, più in generale, nella società, con la formazione di quello che fu dettoWelfare State.
I marxisti interpretarono spesso in termini keynesiani (o similari) l'enorme ampliamento della spesa pubblica (con corrispondente aumento del Debito Pubblico e situazione di cosiddetta "crisi fiscale dello Stato") richiesto dal Welfare, anche se tale spesa concerneva in particolare l'armamento e le altre prerogative di tipo "militare" (in senso lato) negli USA (in quanto "gendarme" del mondo occidentale in conflitto con l'altro campo) e, invece, soprattutto la spesa sociale (pensioni, sanità, ecc.) negli altri paesi capitalistici avanzati e di fatto subordinati al paese centrale di quel campo (il primo mondo). Chi scrive fu anch'esso influenzato da tale impostazione, che oggi ritiene in gran parte errata.
In effetti, la posizione di gendarme del campo capitalistico (tradizionale) implicò negli USA la formazione di un blocco sociale dominante costituito dagli agenti delle strategie imprenditoriali e da quelli "politici" delle strategie dello Stato aggressive verso l'esterno; mentre, nei gruppi dominanti degli altri paesi capitalistici sviluppati, agli agenti (economici) del primo tipo si aggregarono soprattutto quelli (politici) aventi poteri di disposizione su apparati imprenditoriali in mano pubblica e su importanti quote del reddito nazionale destinate alla spesa pubblica detta "sociale" (lasciamo perdere con quali effetti di corruzione, sperpero, appropriazione "indebita" di denaro pubblico, ecc.). E' importante far rilevare che questo secondo tipo di agglutinamento di agenti dominanti "privati" e "pubblici" portò alla formazione di apparati dirigenti (quelli addetti alle strategie) delle grandi imprese particolarmente poco competitivi e abituati a sopravvivere grazie a lauti finanziamenti statali[5].
Il crollo del "socialismo reale", come ho sostenuto altrove, non è stata la débacle del comunismo (almeno non di quello propugnato da tutti i "classici" del marxismo, da Marx a Lenin, ecc.), bensì quella dello statalismo; o quanto meno di quel tipo di statalismo, in cui determinati agenti dominanti di tipologia politica erano convinti di potersi sostituire, senza trasformare da cima a fondo il modo di produzione capitalistico, a quelli delle strategie imprenditoriali di carattere "privato". Non a caso, al crollo del "comunismo" - caratterizzato dal predominio incontrastato di ristrette oligarchie partitiche vieppiù criminali con al seguito masse, sempre meno numerose del resto, di dominati; alcuni talvolta anche ammirabili per abnegazione e dedizione "alla causa", ma totalmente privi di capacità critiche in merito alle problematiche della cosiddetta transizione al socialismo e comunismo - è seguito in "occidente" l'esaurimento delle tipiche funzioni delle formazioni politiche socialdemocratiche, un tempo fautrici di un'attività economica comunque sostanziale da parte dello Stato, anche se non sostitutiva di quella dell'imprenditoria "privata". Oggi, le socialdemocrazie sembrano in piena salute, governando quasi tutta l'Europa, ma in realtà hanno ormai abbracciato, chi più chi appena un po' meno, le tesi del più vieto neoliberismo, e sono dunque fallite in ogni caso in quanto forze politiche pur blandamente "riformiste", indipendentemente dal fatto che siano o meno sostituite in futuro dalle "destre" nella direzione dei vari paesi capitalistici avanzati [6].

3. In un mondo tornato bruscamente, e senza scontri militari di eccessiva ampiezza, sotto il dominio del modo di produzione capitalistico nella sua piena esplicazione, si è manifestata invece una notevole vischiosità, e lentezza di mutamenti, per ciò che concerne i blocchi egemoni nei vari paesi capitalistici avanzati, le cui classi dominanti, con i loro contrasti, sono attualmente quelle che imprimono con vigore una ben determinata direzione allo sviluppo "storico" del sistema globale. Il fenomeno che è stato, in modo distorto, interpretato come progressivo esaurimento della funzione dei vari apparati statali "nazionali", è in effetti sintomo di questa vischiosità e lentezza delle trasformazioni che pure sono state messe in moto dalla fine del "socialismo reale" (qualunque cosa sia stato quest'ultimo).
I paesi capitalistici avanzati non centrali del vecchio "campo capitalistico", ove più ove meno, sono ancora diretti da gruppi dominanti costituiti, come già rilevato, da agenti delle strategie delle grandi imprese (ancora abituati ad essere ampiamente assistiti dallo Stato in vari modi) e da agenti politici che controllano, anche se in misura inferiore rispetto ad un tempo ormai trascorso (e credo irreversibilmente), la spesa pubblica a fini "sociali" e ancora, in specie nel nostro paese, quote dello stock di capitale imprenditoriale (in mano detta pubblica o almeno parzialmente tale). Questa costituzione del blocco dominante, in cui hanno poco rilievo gli agenti delle politiche statali aggressive verso l'esterno, rende questi paesi, per quanto ad alto livello di sviluppo e con notevoli potenzialità produttive e finanziarie, tuttora fortemente subordinati verso il paese già assurto a posizione centrale dopo la fine della seconda guerra mondiale, e che continua ad occuparla pur essendo caduta la scusa ideologica - la difesa del "mondo libero" dal pericolo "comunista" - che lo aveva favorito per quanto concerne la direzione complessiva del campo capitalistico.
Lo Stato del paese centrale - diventato centrale ormai per l'intero mondo nuovamente caratterizzato dalla prevalente influenza del modo di produzione capitalistico - mantiene pienamente le sue prerogative e funzioni, in particolare quelle "militari" connesse al particolare blocco egemone che detiene in esso le leve del potere. Ci sono una serie di contraddizioni e crepe nel suo dominio centrale, ma non tali, al momento, da far pensare alla prossima realizzazione di quel mondo capitalistico (e imperialistico) tripolare - USA, Giappone, Germania ed Europa - della cui esistenza ci si dichiarava convinti subito dopo gli avvenimenti del 1989-91[7]. Si è certo inasprita la competizione tra grandi colossi imprenditoriali dei vari paesi e aree capitalistiche - con loro alleanze trasversali in termini "nazionali" - ma non sussiste, attualmente, alcuna possibilità di vera conflittualità complessiva intercapitalistica per l'egemonia mondiale (o globale come si dice oggi); quest'ultima, per l'essenziale, spetta sempre agli USA e al suo specifico blocco di agenti dominanti ("economico-imprenditoriali" e "politico-militari"); così diverso, ed assai più efficace e competitivo, rispetto a quelli degli altri paesi capitalistici avanzati (Europa occidentale e Giappone), aventi una strutturazione del tutto peculiare, già sommariamente indicata, che si è indebolita ancora troppo poco.
L'ideologia (con distorsione della "realtà") dell'esaurimento delle funzioni degli Stati nasce quindi da: 1) fine del "socialismo reale" e della contrapposizione tra due campi (primo e secondo mondo), che fu nel contempo contrapposizione tra due superpotenze; 2) allargamento considerevole degli spazi mercantili che favorisce l'acuirsi della competizione tra i grandi colossi oligopolistici del mondo "occidentale" (cioè tra gruppi diversi di agenti dominanti di tipo strategico-imprenditoriale) e, nel contempo, amplia in questa parte di mondo le potenzialità di sviluppo dell'imprenditorialità piccola e media; 3) rivincita del neoliberismo sulle impostazioni dette "keynesiane", sintomo certo di una ristrutturazione dei blocchi dominanti (intreccio tra agenti "privati" e "pubblici" del tipo già considerato) nei paesi non centrali del "vecchio" campo capitalistico oggi ridiventato "padrone" dell'intero globo, ristrutturazione che, tuttavia, non arriva ancora a mettere drasticamente in discussione gli equilibri sociali e politici in detti paesi né consente in essi la decisa affermazione di una nuova grande imprenditoria non più legata all'assistenza dello Stato e, quindi, più aggressiva e competitiva; 4) sussistenza di un'unica superpotenza, forse in declino, ma che comunque mantiene un tipo di collegamento e intreccio tra agenti "privati" (delle strategie imprenditoriali) e "pubblici" (delle strategie statali aggressive verso l'esterno, "militari" in senso lato) nel blocco dominante, tale da determinare ancora, probabilmente a lungo (due-tre decenni almeno), la centralità del capitalismo statunitense.
Le esperienze "comunista" e "socialdemocratica", entrambe nate con riferimento al cosiddetto movimento operaio, pur essendo fortemente antagoniste fra loro, furono caratterizzate da forme, per quanto diverse e diversamente accentuate, di "culto" per lo Stato in quanto rappresentante dell'intera collettività (o strumento di emancipazione di una classe, e tuttavia, tramite questa, dell'intera società). Quasi tutto il `900 fu segnato da tali esperienze e, dunque, dallo "statalismo"[8]. E' curioso notare che proprio gli USA, pur considerati culla delle politiche "keynesiane" (addirittura ante litteram con il New Deal), sono stati il paese meno contraddistinto dallo statalismo, mentre lo furono fortemente, nel secondo dopoguerra, i paesi europei (e anche il Giappone, in fondo), in particolare quelli a struttura sociale, e politica, considerata più instabile e più influenzabile (spesso persino per vicinanza geografica) dall'esperienza "comunista"[9].
Siamo entrati nel XXI secolo con ampi lasciti di quello precedente, com'è naturale che sia. E' esattamente questa eredità che rende assai differente, al momento (un momento che rischia di essere lungo), la configurazione delle contraddizioni interne alle classi dominanti rispetto a quella esistente nell'epoca classica dell'imperialismo. E' fin troppo evidente che la situazione di un secolo fa non si ripeterà in futuro con caratteristiche in qualche modo simili. Tuttavia, l'empirico superficiale si limiterà alle profonde differenze; un teorico deve però andare oltre e delineare, con il pensiero, certe tramature non visibili [10 ] (non afferrabili dai sensi in genere) che possono consentire di prevedere, non certo gli aspetti più evidenti che presenterà la "realtà" (presumibilmente ancora capitalistica) tra qualche tempo (forse anche decenni), ma almeno la direzione di fondo delle contraddizioni che ]dovrebbero esplodere (sempre di ipotesi si tratta evidentemente). Da un certo punto di vista allora, pur con tutte le differenze enormi che esistono, e che ancor più esisteranno tra 20-30 anni, credo si possa prevedere un qualche "ritorno" ad una situazione di conflittualità acuta di tipo intercapitalistico (interimprenditoriale e interstatale) o, come si diceva un tempo, interimperialistico.

4. Naturalmente la previsione appena fatta non implica che si possa, con lo stesso grado di probabilità, predire dove si andrà formando un nuovo polo "imperialistico". In Europa e Giappone sussistono alcune condizioni importanti per la sua possibile esistenza: alto sviluppo economico e tecnologico (aspetto "cosale"), e dunque presenza di importanti frazioni di agenti (dominanti) strategico-imprenditoriali. La vecchia alleanza con gli agenti politici di tipo interno (diciamo così) - cioè con quella "borghesia di Stato" assurta a posizioni di potenza grazie al controllo di importanti quote di reddito nazionale in funzione delle politiche dette "keynesiane" - non è però ancora stata battuta in breccia e ciò comporta una debolezza "strutturale" ed una faticosissima crescita di peso "imperialistico" di tali aree pur a capitalismo molto sviluppato. Verso est (Russia, Cina, India, ecc.) potrebbero sussistere migliori condizioni "politiche" (e, in prospettiva, "militari"), ma certamente si è ancora molto indietro nello sviluppo economico; che è sempre l'aspetto "cosale" della difficoltà di formazione di importanti gruppi di agenti strategici imprenditoriali.
Tuttavia, quanto abbiamo appreso dall'esperienza passata - ed è su questa che si debbono necessariamente basare delle previsioni che non vogliano solo essere espressione di avvenirismi profetici, frutto di semplici desideri - ci dice che dovrebbero sorgere nuovi poli di competizione intercapitalistica. Quest'ultima però, al contrario di quanto messo sempre in luce da analisi marxiste gravemente carenti ed economicistiche, non si può basare esclusivamente sulla forza contrapposta di ampie unioni di grandi imprese; occorre una strutturazione adeguata dei blocchi egemonici, in cui abbiano risalto pure le funzioni degli agenti delle strategie statali aggressive verso l'esterno. Per il momento abbiamo migliori condizioni "economiche" - cioè presenza di consistenti gruppi di direzione strategica delle imprese - in Europa e Giappone, dove però sono ancora carenti le condizioni "politiche", cioè la presenza di settori cospicui degli appena nominati agenti statali proiettati nell'attività esterna, mentre prevalgono ancora "residui", ma non irrilevanti, di vecchie frazioni di "borghesia di Stato" con potere di disposizione sulla spesa pubblica (e sulla leva fiscale), anche se è diminuito il loro controllo di grosse quote dello stock di capitale interno. Le condizioni "politiche" sono presenti, o almeno potrebbero esserlo in un periodo "storico" non eccessivamente lungo, in altri paesi (già sopra nominati), che tuttavia sembrano abbastanza arretrati per quanto riguarda gli altri presupposti della competizione interimperialistica.
Tuttavia, lo ripeto, nell'ambito di un modo di produzione capitalistico - fondato sul conflitto, e sulla cooperazione di alcuni soltanto per meglio confliggere con altri - ormai predominante in tutto il globo, non sembra probabile la situazione di "eterna" centralità di un capitalismo, di un paese capitalistico, di un polo imperialistico; l'ultraimperialismo - presunto portato di un capitalismo supposto come sostanzialmente organizzato e, dunque, fondamentalmente strutturato in termini cooperativi - si è ormai rivelato una bella ideologia, supporto indispensabile di tutti gli opportunismi (compreso quello apparentemente ultrarivoluzionario di certi gruppetti ben noti) del "fu" movimento operaio ("socialdemocratico" e "comunista"). Dobbiamo liberarcene e ripensare l'antagonismo interno alle classi dominanti, in condizioni storiche che sono "nuove" soprattutto a causa proprio dell'esperienza sia della "rivoluzione proletaria" sia del "riformismo" del "movimento dei lavoratori" (cioè, sia dello statalismo totalmente pervasivo della società civile sia del Welfare state); queste esperienze si stanno però illanguidendo sempre più, i loro esiti cadono vieppiù a pezzi, le loro vestigia saranno via via conservate sotto forme tendenzialmente cristallizzate e da "museo della Storia". Si tratta certo di processi molto lenti, ma abbastanza evidenti ormai. Le convulsioni statalitistiche dei "vecchi comunisti" o quelle solidaristico-religiose dei "nuovi comunisti", malgrado le speranze dure a morire, sono destinate a restare testimonianza e segno di "ciò che fu" [11]; e lasceranno purtroppo tante macerie sulla via lungo la quale si dovranno infine incamminare nuove leve anticapitalistiche.
Logicamente, i mutamenti storici che dovrebbero maturare, secondo quanto qui previsto, non potranno che implicare la formazione di determinati "soggetti" politici della trasformazione (è appena il caso di ricordare che non sto parlando di quella del capitalismo in comunismo). Tale formazione richiederebbe un discorso piuttosto lungo che rinvio, se se ne darà il caso, ad una futura occasione. Credo, del resto, che il lettore attento sia in grado di afferrare, nelle sue linee molto generali, la direzione che potrebbero assumere in futuro i mutamenti dei quadri politici, in specie nelle aree che dovessero infine assurgere a nuovo polo imperialistico antagonista degli USA. Non aggiungo comunque altro, per evitare di buttare là certe affermazioni non suffragate da argomentazioni adeguate.

Conegliano dicembre 2000