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Una situazione bloccata

di Gianfranco La Grassa
 


l'articolo è stato pubblicato dalla rivista Indipendenza

sintesi

Entro le coordinate del secondo dopoguerra, in cui il mondo veniva considerato tripartito (con il Primo e il Secondo Mondo in antagonismo frontale per il controllo del Terzo), veniva assegnato un ruolo centrale all'azione dello Stato, negli ultimi anni si è passati velocemente ad una posizione polarmente opposta, dichiarando finita (o comunque indebolita e vicina all'esaurimento) la funzione di detti Stati, mentre si andrebbe accentuando il conflitto tra le grandi imprese di carattere economico (produttivo e/o finanziario). In realtà, la situazione non era semplice prima del 1989, e tanto meno si è semplificata oggi.
L'enorme ampliamento della spesa pubblica nei paesi del Primo Mondo è stata generalmente interpretata in modo omogeneo in termini di Welfare. In realtà, la spesa pubblica aveva diverse destinazioni negli USA negli altri paesi capitalistici avanzati e di fatto subordinati agli USA: negli USA tale spesa concerneva in particolare l'armamento e le altre prerogative di tipo "militare" (in senso lato), negli altri paesi, invece, soprattutto la spesa sociale (pensioni, sanità, ecc.). In effetti, la posizione di gendarme del campo capitalistico (tradizionale) implicò negli USA la formazione di un blocco sociale dominante costituito dagli agenti delle strategie imprenditoriali e da quelli "politici" delle strategie dello Stato aggressive verso l'esterno; mentre, nei gruppi dominanti degli altri paesi capitalistici sviluppati, agli agenti (economici) del primo tipo si aggregarono soprattutto quelli (politici) aventi poteri di disposizione su apparati imprenditoriali in mano pubblica e su importanti quote del reddito nazionale destinate alla spesa pubblica. E' importante far rilevare che questo secondo tipo di agglutinamento di agenti dominanti "privati" e "pubblici" portò alla formazione di apparati dirigenti (quelli addetti alle strategie) delle grandi imprese particolarmente poco competitivi e abituati a sopravvivere grazie ai finanziamenti statali.
Il crollo del "socialismo reale", come ho sostenuto altrove, non è stata la débacle del comunismo, bensì quella dello statalismo.
In un mondo tornato bruscamente, e senza scontri militari di eccessiva ampiezza, sotto il dominio del modo di produzione capitalistico, o Stato del paese centrale - diventato centrale ormai per l'intero mondo nuovamente caratterizzato dalla prevalente influenza del modo di produzione capitalistico - mantiene pienamente le sue prerogative e funzioni, in particolare quelle "militari" connesse al particolare blocco egemone che detiene in esso le leve del potere. Ci sono una serie di contraddizioni e crepe nel suo dominio centrale, ma non tali, al momento, da far pensare alla prossima realizzazione di quel mondo capitalistico (e imperialistico) tripolare - USA, Giappone, Germania ed Europa - della cui esistenza ci si dichiarava convinti subito dopo gli avvenimenti del 1989-91.
L'ideologia (con distorsione della "realtà") dell'esaurimento delle funzioni degli Stati nasce quindi da: 1) fine del "socialismo reale" e della contrapposizione tra due campi (primo e secondo mondo), che fu nel contempo contrapposizione tra due superpotenze; 2) allargamento considerevole degli spazi mercantili che favorisce l'acuirsi della competizione tra i grandi colossi oligopolistici del mondo "occidentale" (cioè tra gruppi diversi di agenti dominanti di tipo strategico-imprenditoriale) e, nel contempo, amplia in questa parte di mondo le potenzialità di sviluppo dell'imprenditorialità piccola e media; 3) rivincita del neoliberismo sulle impostazioni dette "keynesiane", sintomo certo di una ristrutturazione dei blocchi dominanti (intreccio tra agenti "privati" e "pubblici" del tipo già considerato) nei paesi non centrali del "vecchio" campo capitalistico oggi ridiventato "padrone" dell'intero globo, ristrutturazione che, tuttavia, non arriva ancora a mettere drasticamente in discussione gli equilibri sociali e politici in detti paesi né consente in essi la decisa affermazione di una nuova grande imprenditoria non più legata all'assistenza dello Stato e, quindi, più aggressiva e competitiva; 4) sussistenza di un'unica superpotenza, forse in declino, ma che comunque mantiene un tipo di collegamento e intreccio tra agenti "privati" (delle strategie imprenditoriali) e "pubblici" (delle strategie statali aggressive verso l'esterno, "militari" in senso lato) nel blocco dominante, tale da determinare ancora, probabilmente a lungo (due-tre decenni almeno), la centralità del capitalismo statunitense.

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