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Decrescita e Politica

 (Bozza per una discussione)

di Mauro Bonaiuti

 

 

In questi ultimi anni, in cui incontri e dibattiti sul tema della decrescita si sono moltiplicati, una delle domande che ritornano più frequentemente è quella relativa al “che fare?” In altre parole ci si interroga su quale possa essere un programma politico per una società di decrescita.

La questione è molto delicata. Lo stesso Serge Latouche, sollecitato a prendere posizione, si è spesso affrettato a precisare che la decrescita è  innanzitutto uno slogan e che non esistono “ricette politiche chiavi in mano”. In effetti il superamento del modello attuale ed il  passaggio ad un'autentica società di decrescita, giusta, serena, sostenibile ed autonoma, solleva problemi  così vasti e complessi che occorre stare in guardia da chi propone ricette semplificanti.   La riflessione, tuttavia,  ha fatto notevoli passi avanti in questi ultimi anni e ormai non si può più affermare che la decrescita   rappresenti  solamente una critica dell'economia neo-liberista: alla pars destruens, si affianca ormai un orizzonte interpretativo ed alcune linee di azione politica.  Anche  Latouche, nel suo ultimo libro, di cui è  appena uscita la traduzione italiana, (La scommessa della decrescita,  Feltrinelli, 2007) dedica l'intera seconda parte del volume ad una ricca e dettagliata presentazione del Programma delle “otto erre”. Posso anticipare che  le conclusioni a cui giunge Latouche mi trovano sostanzialmente d'accordo.   Il percorso che propongo qui segue tuttavia un itinerario diverso. Esso si fonda su un approccio analitico che ho abbozzato in alcuni lavori precedenti e di cui mi limiterò a richiamare  alcuni passaggi chiave in quanto su di essi si innesta la proposta politica che seguirà.  

 Il mio punto di partenza è la teoria dei sistemi complessi. Come ricordava Edgar Morin non esiste un'unica via di accesso al tema:  per ovvie ragioni di spazio mi concentrerò qui sull'aspetto che ritengo fondamentale.

 

Sistemi complessi e anelli di retroazione (feedback)

 

Nell'ambito dei sistemi complessi le relazioni tra due o più sistemi assumono la forma di una relazione circolare.  A seconda se l'effetto di retroazione va a rinforzare oppure a smorzare l'input originario, avremo a che fare con sistemi a retroazione positiva o negativa. Come noto, l'evoluzione nel tempo di queste due tipologie sarà diametralmente opposta. Mentre infatti i sistemi a retroazione negativa sono autocorrettivi, i sistemi dotati di un anello di retroazione positiva presentano caratteristiche esplosive. I sistemi biologici ed ecologici non perturbati rappresentano un buon esempio  di sistema autocorrettivi. Anche l'impianto termico di un appartamento dotato di termostato rappresenta un esempio di sistema di questo primo tipo: se la temperatura esterna diminuisce, il termostato accende la caldaia fino a quando la temperatura non ritorna al livello precedente.  Qualcosa di simile avviene nell'organismo degli animali a sangue caldo, la cui temperatura corporea è mantenuta costante grazie alla variazione di molti altri parametri. Nei sistemi a retroazione negativa le variazioni avvengono sempre per assicurare la costanza di qualche variabile fondamentale, come la “sopravvivenza della specie” o la “conservazione del legame sociale”.
Viceversa i sistemi dotati di un anello di retroazione positiva presentano caratteristiche esplosive. La progressione esponenziale della popolazione o la spirale della violenza rappresentano buoni esempi di feedbacks positivi.  All'interno del sistema economico operano molteplici circuiti di questo genere: il processo di accumulazione del capitale  è sicuramente un esempio di questo tipo ed è quello su cui concentreremo la nostra attenzione.

 

Il processo di accumulazione capitalistica: crescita e decrescita

 

Il fatto che una parte dei profitti realizzati dalle imprese sia reinvestita andando ad accrescere la dotazione di capitale, la quale a sua volta diviene la base per realizzare nuovi e maggiori profitti rappresenta il tratto fondamentale dell'economia capitalista. Esso è alla base della crescita economica che ha caratterizzato, sin dalla rivoluzione industriale, queste economie. Tuttavia mentre fiumi di parole sono state spese per celebrare la natura autoregolativa dei mercati, ben poco, o nulla, è stato detto per sottolineare la natura autoaccrescitiva del processo di accumulazione.  Essa raggiunge la sua forma più pura, ed efficace, nell'ambito dei processi di speculazione finanziaria, in cui, attraverso i meccanismi moltiplicativi della moneta, prestata ad interesse, il denaro produce letteralmente altro denaro. Già gli economisti classici, e Marx in particolare,  avevano inteso perfettamente che questo era il tratto fondamentale del sistema economico capitalista. L'approccio sistemico consente tuttavia, come vedremo, di rileggere in modo nuovo questi processi, e soprattuto di offrire una chiave interpretativa per compensarne gli effetti autodistruttivi.
Per quanto l'analisi sistemica sia in grado di evidenziare una molteplicità di spirali autoaccrescitive di questo genere,  tuttavia il processo di accumulazione del capitale, sospinto dalla massimizzazione dei profitti, assume, nella mia prospettiva, un ruolo centrale nella dinamica del sistema mondo, e questo sia per la sua innegabile forza e  pervasività, sia perché, come ho mostrato, gli altri più significativi processi autodistruttivi - dalla spirale della crisi ecologica a quella della povertà/esclusione - risultano come conseguenze della prima.  Ovviamente non è possibile analizzare qui tutti questi fenomeni, ma, come si visto, non è nemmeno necessario: il processo di accumulazione capitalistica ci servirà come fondamento e come base esemplificativa per mettere a punto il  metodo che intendo proporre.
Ancora un passaggio logico è tuttavia necessario. Quale, in estrema sintesi, la ragione della crisi  tra la natura autoaccrescitiva del sistema capitalista e la biosfera? Come noto,  nelle concezioni economiche standard (compresa quella marxista) la crescita assume un carattere comunque positivo. Forse per questo motivo gli economisti neoclassici non hanno mai pensato che essa dovesse essere assoggettata a qualche limite: il di più, per loro, è sempre meglio. Senza entrare qui nei limiti antropologici di questa concezione, è evidente che essa è stata concepita in una fase  del processo capitalistico in cui la disponibilità degli stocks della biosfera era tale che i servizi da essi offerti (risorse, assorbimento rifiuti, ecc.) apparivano virtualmente illimitati. A ciò si è affiancata una concezione della scienza fondata sulla disgiunzione dei saperi dove, pertanto, l'economia veniva considerata come un sistema isolato. Ma così non è:  a partire dai fondamentali studi bioeconomici di Georgescu-Roegen sappiamo come il processo economico sia radicato nel sistema biofisico che lo sostiene e, dunque, soggetto a limiti di natura biologica e termodinamica. La conseguenza di tutto ciò è sintetizzabile nel tipo di andamento che caratterizza i processi  autoaccrescitivi in un ambiente limitato: come i biologi sanno bene, essi assumono la caratteristica forma a campana:  si ha prima una  crescita accelerata e poi, raggiunto un massimo, un andamento decrescente (curva logistica). Il più noto, ma non certo l'unico, tra i lavori che utilizzano un approccio sistemico, e che pertanto mostra andamenti di questo genere, è il classico studio del MIT, Limits to growth.
Quello che ci interessa sottolineare qui, non è tanto una previsione sulle date del picco delle diverse variabili, quanto il tipo di andamento che possiamo attenderci  per le variabili fondamentali del sistema (popolazione, speranza di vita, produzione industriale, etc.). A meno della comparsa di tecnologie “prometeiche” esso presenterà il classico andamento a campana: prima crescente e poi decrescente. Diciamo per inciso che la scala temporale del picco delle principali variabili,  per quanto non esistano ovviamente certezze al riguardo, è comunque estremamente ravvicinato, se si considera l'”inerzia,” o più propriamente, i ritardi feedback, che caratterizzano i sistemi antropo-economici.
Un approccio compiutamente sistemico non potrà tuttavia limitarsi a considerare, come nello studio del MIT, solamente variabili di natura economica ed ecologica: esso dovrà introdurre anche considerazioni di ordine sociale e simbolico.  Lo stato della ricerca ci consente di affermare che un compiuto approccio sistemico prevede almeno quattro dimensioni: economica, ecologica, sociale e culturale.

 

I quattro assi delle politiche di decresita

 

Fatta questa inevitabile premessa, quali possono essere i tratti fondamentali  di una politica di decrescita?
Suggerirò il seguente criterio generale: ogni politica che compensi, mediante opportuni anelli di feedback negativi, i processi autoaccrescitivi in atto, muove nella nella giusta direzione. Seguendo l'impostazione analitica qui brevemente richiamata, è possibile individuare quattro assi fondamentali per valutare una  politica di decrescita: economico, ecologico, sociale e simbolico. Una programma politico auspicabile dovrà pertanto muovere:

1.      dalla crescita alla decrescita

2.      dall'insostenibilità alla sostenibilità

3.      dalla disuguaglianza (competizione) all'equità (cooperazione/reciprocità)

4.      dalla dipendenza all'autonomia

Certo il grado di astrazione implicito in questa rappresentazione è molto alto, tuttavia essa può esserci utile per mettere a fuoco alcuni aspetti. Se immaginiamo di costruire una matrice formata da questi assi (assumendo per semplicità, che la seconda dimensione, quelle ecologica, sia riassumibile nella prima), una prima ovvia considerazione che ne risulta è che le società occidentali   si collocherebbero tutte nella zona in alto a destra della matrice. Lo schema ci offre così un primo, semplice, criterio di giudizio: ogni politica in grado di riequilibrare la posizione di una società spostandola verso il “basso a sinistra” della matrice muove nella direzione per noi auspicabile.
Secondo aspetto: Così come non è difficile dimostrare - per i paesi occidentali - l'esistenza di una  correlazione tra crescita, competitività e dipendenza, così è importante notare l'esistenza di un  circolo virtuoso tra decrescita, sostenibilità, ed autonomia. Vediamo come potrebbe innescarsi questo importante circolo virtuoso. Innanzitutto una società di decrescita, una società, cioè, che ha ridotto il peso e la scala delle proprie megastrutture, favorirebbe il raggiungimento di una effettiva sostenibilità ecologica. La chiusura dei cicli bioeconomici è infatti possibile solo su scale regionali o locali, dove sono disponibili le informazioni e dove è possibile un qualche controllo partecipato della tecnologia. Parallelamente la decrescita è la condizione per l'equità sociale. Come è stato dimostrato (S. Latouche, 2003; G. Rist, 1998) ineguaglianze ed esclusione sono infatti, innanzitutto, figlie della crescita. Infine solo un'economia che ha ridotto la scala dei propri apparati può  dare luogo ad essere una società autonoma, nel senso attributo a questa parola da Cornelius Castoriadis. In altre parole solo una tecnica che abbia rinunciato alla sua volontà di potenza,  può essere gestita in modo partecipato, su scala locale, dalla collettività, dando quindi vita ad una società autonoma e conviviale. D'altra parte solo una società che avrà saputo trasformare il proprio immaginario, favorendo l'autonomia,  potrà generare istituzioni in grado di accompagnare  la trasformazione delle strutture economiche: in altre parole realizzare la decrescita. In questo circuito virtuoso è evidente che non ha molto senso domandarsi se debba cambiare prima l'immaginario o prima le strutture economico-sociali, l'uno accompagna e sostiene la trasformazione delle altre e viceversa.
Quale tipo di processi può favorire questo ribilanciamento?  E quali proposte concrete possiamo mettere in campo?
Se l'analisi che abbiamo esposto e corretta, se cioè il sistema capitalistico si caratterizza innanzitutto come sistema auto accrescitivo e se esso è responsabile,   delle diseguaglianze sociali e della devastazione della biosfera, immaginare una politica di decrescita significa innanzitutto individuare alcuni processi di feedback in grado di consentire al sistema, quantomeno, di evitare il superamento di  determinate soglie critiche. Si potrebbe anche, provocatoriamente, rovesciare la questione e domandarsi: come è possibile che il sistema capitalistico pur essendo, come abbiamo sostenuto, un sistema autoaccrescitivo, non abbia ancora dato luogo alla propria autodistruzione? Certo è vero che i sintomi di crisi sono molti e che ogni processo di crescita richiede un tempo imprecisato prima di distruggere la capacità di resistenza (resilienza) del sistema.  Tuttavia è certo che se, dopo oltre due secoli, il sistema capitalistico non è ancora giunto al collasso, per altro più volte annunciato,  ciò è dovuto all'operare simultaneo di significativi processi di natura autocorrettiva.
Inizierò illustrando alcuni casi classici che appartengono alla tradizione economico-politica  novecentesca, e che tuttavia non sono mai state interpretate in chiave sistemica.  Il caso probabilmente più rilevante è quello relativo alle tradizionali politiche di welfare di  matrice keynesiana. Viste in prospettiva sistemica, le tradizionali politiche ridistributive, che utilizzano ad esempio gli istituti ben noti della tassazione progressiva,  rappresentano un tipico esempio di feedback negativo. Probabilmente le politiche keynesiane hanno rappresentato,  nel loro complesso, il processo compensativo più rilevante che il Novecento ha saputo offrire agli squilibri sociali  dovuti all'accumulazione capitalistica. Allo stesso modo possiamo interpretare le lotte e le pressioni sindacali per il sostegno dei salari e delle condizioni di lavoro. E' proprio nei momenti di crisi (nel nostro caso la Grande Depressione) che si generano spontaneamente processi di natura compensativa. Potremmo quindi concluderne che  il sistema utilizza la crisi per garantire la propria sopravvivenza, ma anche vero che le crisi possono trasformare profondamente le strutture interne al sistema.
Va detto chiaramente, tuttavia, che le politiche keynesiane che hanno salvato il sistema economico dalla crisi del Ventesimo secolo,  non potranno costituire una risposta adeguata alle crisi del Ventunesimo secolo. Questo per la semplice ragione che le politiche keynesiane, fungendo da moltiplicatore dei consumi e dunque della crescita, in un tipico processo autoaccrescitivo, non possono che aggravare la crisi ecologica in corso. Certo gli economisti standard, sia di matrice neoclassica che keynesiana, obietteranno che, grazie al progresso tecnologico, è possibile,  aumentare la produzione aggregata riducendo l'impatto sugli ecosistemi (ecoefficienza). Si tratta tuttavia, come ho dimostrato altrove, di una via che nasconde alcuni tranelli sistemici:  nella realtà l'aumento della produzione si accompagna di fatto ad un aumento nei consumi di materia/ energia e dell'impatto sulla biosfera, come dimostrano chiaramente i dati a nostra disposizione (effetto rimbalzo).
Avviare a soluzione la crisi ecologica, ed immaginare un nuovo tipo di società, sostenibile, serena e possibilmente capace di assegnare una elevato grado di autonomia e autodeterminazione ai soggetti,  non può dunque prescindere da una decisa inversione di tendenza rispetto alle alla dinamica attuale del sistema economico globale, ossia non può che passare attraverso  politiche di decrescita.

 

1. Dalla crescita alla decrescita

 

In quanto segue tenterò di offrire alcune proposte politiche di massima, articolate muovendo dalla scala globale a quella locale. Come vedremo la questione della scala è  fondamentale per almeno due motivi tra loro connessi. In primo luogo l'aumento quantitativo di una variabile,  per esempio una crescita dell'apparato produttivo, oltre una certa soglia, produce alterazioni in altri sistemi, come lacerazioni dei tessuti sociali ed ecologici.   In secondo luogo i processi della partecipazione politica sono legati anch'essi alla scala, in generale quanto più si riduce la scala quanto più aumenta la capacità di partecipazioe politica. E chiaro che se la scala a cui opera il processo economico non corrisponde in alcun modo (e sovraordinata) rispetto  a quella a cui si attua la parteciapazione politica, il sistema finisce per muoversi al  di  fuori da ogni controllo democratico. E' esattamente questa la situazione che viene denunciata da più parti: l'economia globale è come un treno lanciato a folle corsa verso l'ignoto, e senza pilota (Latouche, 2007). Da questo discende la necessità di una riduzione della scala dei grandi apparati.L’ideologia propria del pensiero politico economico ortodosso secondo cui sarà il mercato a definire la scala “ottimale” a cui si realizzano i vari processi economico-produttivi non tiene conto del fatto che il mercato, pur possedendo capacità autocorrettive,  non le include al proprio interno,  come ben noto, variabili in grado di fornire informazioni rispetto alle condizioni dei sistemi socio-politici, culturali ed ecologici.  Questo si traduce, di fatto, in un predominio della sola razionalità economica secondo cui “più grande è sempre meglio”, quanto meno sino a quando a ciò corrisponde una riduzione dei costi medi (economie di scala). Questa sorta di ideologia del bigger is better ha prodotto una tale deculturazione rispetto alle questioni legate alla scala, che si rende necessario un vero e proprio lavoro di alfabetizzazione. È vero, ad esempio, che ogni processo tecnologico implica una certa scala di produzione (ad es. è possibile farsi lo yogurt in casa ma non il computer). In generale possiamo ammettere  che un grado maggiore di complessità e varietà nell'offerta di beni e servizi richiede scale più ampie, tuttavia la quasi totalità dei processi economici primari (come la produzione di cibo) e gran parte della produzione di beni secondari sono possibili a scala regionale/locale, con evidenti vantaggi n termini di sostenibilità ecologica e sociale.

D'altro canto la partecipazione si riduce rapidamente al crescere delle scala a cui si prendono le decisioni. Anche qui occorre essere disposti a riconoscere che la partecipazione comporta costi crescenti (in termini di tempo e risorse) all'umentare della scala e della complessità dei processi, e dunque, mentre è possibile prendere certe decisioni a certe scale non lo è a certe altre  (è possibile, ad esempio, coinvolgere una comunità nel decidere come produrre energia per il proprio fabbisogno, ma non raccogliere tutti cittadini italiani a discutere il piano energetico nazionale).

Si pone dunque un conflitto, una sorta di trade-off tra complessità e varietà nell'offerta di beni es servizi da un lato e controllo partecipato della tecnologia dall'altro. In generale maggiore varietà di offerta (e costi economici più bassi) implicano un minore controllo democratico della tecnologia. Al lettore non sarà sfuggiuto il carattere eminentemente polico di questo genere di dilemma. L'idea qui suggerita va dunque nella direzione di avvicinare la scala a cui si situa il baricentro del processo economico a quella in cui si esprime la partecipazione politica. Riducendo la scala del primo ed ampliando la seconda è possibile immaginare una sorta di convergenza verso una società capace di prendere decisioni responsabili circa il “come” e il “cosa” produrre su un determinato territorio. Questo consentirebbe alle imprese libertà di movimento, ma entro una precisa cornice, democraticamente condivisa, che tuteli gli imprescindibili principi di sostenibilità ecologica e sociale: è questo che immagino parlando di una società di decrecita autonoma e conviviale.

Decrescita, a livello economico, significa dunque innanzitutto una riduzione del peso e delle dimensioni dei grandi apparati finanziari e produttivi, e più in generale delle grandi organizzazioni (tecnocrazie, sistemi di trasporto, di cura, di svago, ecc.). Su scala globale una politica di decrescita condivisa dovrebbe quindi prevedere in generale: 

 

          Limiti ai movimenti di capitale in particolare di natura speculativa,

         Un programma politico di riduzione della scala dei grandi apparati,

         decentrare una parte rilevante delle attività economiche a scala  regionale o locale.

 

E' evidente che questo comporta una radicale revisione delle istituzioni finanziarie internazionali e delle politiche di governo della moneta, tese  non solo ad offrire un controllo democratico di queste istituzioni (ora essenzialmente governate dagli interessi del capitale privato) ma anche ad affiancare ai meccanismi del sistema finanziario internazionale  strumenti di controllo complemantari nelle mani delle realtà locali (ad esempio monete complementari a circolazione locale). Il principio della riduzione della riduzione della scala messo in luce per l'economia finanziaria andrà applicato  naturalmente all'economia della produzione.

Lo spostamento del baricentro dell'economia dalla scala globale ad una prevelentemente regionale o locale è anche il modo più efficace di avviare a soluzione la questione ecologica. Una autentica  sostenibilità è infatti pensabibile solo a livello locale. Questo  non solo a causa della riduzione dei trasporti, ma in quanto solo a livello locale si può disporre di quelle informazioni  che consentano di realizzare prima e di controllare poi l'effettiva sostenibilità dei processi produttivi. Il ribilanciamento del secondo asse è quindi, in buona misura, implicito nel primo.

 

2.  Dalla insostenibilità alla sostenibilità

 

Questo naturalmente non significa che non sia importante elaborare politiche ambientali ad hoc per avviare il sistema verso la sostenibilità ecologica, ed in particolare:

 

         Una applicazione rigorosa del principio “chi inquina paga”

         Trasferimento progressivo della tassazione dai redditi alle risorse naturali/energetiche,

         Limiti al commercio/produzione di beni che non rispettano criteri di sostenibilità “forte”

 

Come noto queste misure  prevedono forme di pagamento (tasse, canoni)  per chi arreca un danno agli ecosistemi (esternalità negative) o, al contrario, offre incentivi a chi attua comportamenti ecologicamente virtuosi. Un modo per rendere più efficaci questi strumenti, e più accettabili per l'opinione pubblica,  sarebbe quello di trasferire direttamente le quote di reddito provenienti dalle imposte ecologiche (es. Carbon tax) a chi pone in essere comportamenti ecologicamente virtuosi (lo stato che non deforesta, la regione che si rende autosufficiente dal punto di vista energetico, il singolo cittadino che usa la bicicletta invece dell'auto), potrebbero divinire beneficiari diretti degli incentivi. All'amministrazione pubblica rimarebbe il compito di definire gli strumenti e  garantire la correttezza del processo. Faccio notare che questi strumenti rientrano a pieno titolo nella scatola degli attrezzi dell'economia standard. La ragione per cui si è fatto sino ad ora un uso estremamente limitato di questi strumenti è dovuto al fatto che queste misure, se parametrate su criteri di autentica sostenibilità,  sarebbero sicuramente efficaci e quindi costringerebbero le imprese (ed i consumatori) a rivedere in modo significativo i propri sistemi produttivi e i propri stili di vita.  Il sistema energetico sarebbe spinto a convertirsi passando dalla produzione concentrata basata su fonti fossili a forme decentrate basate sul risparmio e sulle rinnovabili.  In altre parole l'applicazione del principio “chi inquina paga”, se correttamente applicato, consentirebbe una netta riduzione dell'impatto sulla biosfera rispetto alle condizioni attuali. Si tratta quindi di strumenti auspicabili, in particolare nella fase di transizione verso una società di decrescita, in cui i costi di riconversione sono ampiamente diversificati da impresa a impresa e da regione a regione.

Sempre nell'ambito della stessa prospettiva, si potrebbe giungere, come ha da tempo suggerito Herman Daly, ad  un progressivo trasferimento della tassazione dai redditi alle risorse naturali. L'applicazione di questi strumenti  potrebbe accompagnare  il sistema  verso un assetto futuro in cui sia realisticamente possibile limitare o addirittura bandire la produzione ed il commercio di beni che non rispettano standards di sostenibilità forte.

 

3.  Dalla competizione alla cooperazione: per una economia di giustizia

 

Uscire dalla ossessione per la crescita e lo sviluppo è anche l'unica via per affrontare seriamente  la questione dell'equità. E' ormai evidente che la polarizzazione della ricchezza tra Nord e Sud e dunque la tragedia della miseria e dell'emarginazione che investe almeno la metà della popolazione del pianeta, sono connessi all'attuale modello di sviluppo fondato sulla crescita competitiva. Secondo l'economia ortodossa solo i comportamenti competitivi hanno diritto di esistenza nella sfera economica.  Questo principio estremo poteva, forse, avere un senso in un contesto economico e sociale in cui  l'obiettivo preminente era la produzione di quantità sempre crescenti di beni e servizi. Ma già oggi, nei paesi occidentali, questo obiettivo non può più essere ragionevolmente sostenuto,  poiché, come sappiamo, raggiunta una certa soglia,  all'aumentare del reddito pro capite, non corrisponde alcun aumento del  benessere.  Come la biologia e l'antropologia economica hanno dimostrato, in contesti non espansivi, quali quello a cui ci andiamo inevitabilmente approssimando, sono i comportamenti cooperativi ad essere premianti. Muovere dalla competizione alla cooperazione è dunque l'asse strategico per perseguire in modo efficace l'obiettivo dell'equità. Un programma politico in questo senso potrebbe essere articolato nei seguenti punti:

 

Scala Globale:

 

         Passaggio da politiche fondate sulla  potenza a politiche fondate sulla  nonviolenza (No guerra)

         Riforma Istituzioni Internazionali (ONU, WTO, IMF)

         Libera circolazione delle conoscenze (No  Brevetti)

 

3.1 Decrescita e nonviolenza

 

Avviare un percorso verso una società di decrescita rappresenta probabilmente il solo  modo per affrontare alla radice il problema dei conflitti e delle guerre, vecchie e nuove, che assillano il nostro tempo. La storia ci insegna infatti che una civiltà fondata sull’espansione è incompatibile con la conservazione della pace. La decrescita, cioè la (ri)organizzazione del processo economico secondo modalità autosostenibili, dunque non predatorie, in particolare di quelle risorse possedute da altri popoli/nazioni, è la premessa indispensabile per non fare della guerra il solo modo possibile per la risoluzione dei conflitti.  Ma al di la di generico “no alla guerra” l'attuale  crisi della politica ci induce ad un ripensamento ben più radicale  che metta in discussione l'idea stessa di potenza e di monopolio nell'uso della forza come statuto fondativo della politica, a favore di logica fondata sulla non violenza e sulla cooperazione (Revelli, 2003). Per quanto il presente contributo intenda limitarsi ad un analisi del “che cosa”senza entrare nelle importantissime questione del “come,” sono profondamente convinto che la transizione verso una nuova economia ed una nuova società  dipenda, prima ancora che dai contenuti, dalle modalità che saprà assumere la politica. Essa non potrà  prescindere da una profonda riflessione critica, a partire dalle  forme dell'agire politico (partecipazione, rotazione delle cariche, ecc.),  dalla messa in discussione dei suoi privilegi  e del suo  narcisismo (ampia partecipazione delle donne, ecc.).(P. Ginsborg, 2006). 

 

3.2 La questione del lavoro

 

Il passaggio da relazioni competitive a relazioni cooperative, su scala europea e/o nazionale potrebbe articolarsi in due punti essenziali:

Per comprendere appieno questo passaggio fondamentale farò riferimento a quella che probabilmente rappresenta la politica di decrescita più rilevante in questo ambito: la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro.

Ridurre in modo ampio e diffuso l'orario di lavoro non solo rappresenta un modo significativo  per   liberare l'essere umano dalla spirale dello stress, della mercificazione e dell'alienazione, ma rappresenta probabilmente l'unica politica efficace per ridurre drasticamente la disoccupazione e precarietà.  Ciò detto, come sappiamo, l'orario di lavoro è di fatto aumentato significativamente nei paesi occidentali negli ultimi vent'anni (ben al di sopra dei limiti sindacalmente riconosciuti), come effetto della maggiore competitività richiesta al sistema produttivo nel contesto della globalizzazione. Ci sono stati alcuni tentativi,  particolarmente noto quello francese, di ridurre l'orario di lavoro, senza successo: chi per primo aveva mosso in questa direzione è stato costretto a ritornare sui sui passi. Ma è ovvio che le cose siano andate in questo modo: in un sistema competitivo, infatti, poiché una riduzione dell'orario di lavoro comporta, a parità di altre condizioni, un aumento dei costi unitari per le imprese, chi muove per primo ne ha una uno svantaggio in termini di competitività. In altre parole il mercato si incaricherà presto di “mettere in riga” quei paesi che mostrassero particolari ambizioni  di ridurre l'orario di lavoro o, più i generale, di tutelare i diritti e l'ambiente.

Questo esempio illustra molto bene perché un autentica politica di decrescita non è realizzabile in un contesto competitivo. Accordi di cooperazione economica - ad es. su scala europea - e politiche di difesa dell'ambiente e dei diritti sono impensabili l'uno separatamente dalle altre. E' questo un punto molto importante. Esso spiega, tra l'altro, i  fallimenti sistematici a cui sono andate sinora soggette le politiche di difesa del welfare (e dell'ambiente) messe in atto dai governi occidentali. Costrette nelle  acque basse del social liberismo, le politiche riformiste non dispongono in realtà dei margini economici per riforme strtturali, in quanto ogni autentica riforma comporta dei costi significativi che vengono automaticamente esclusi dall'imperativo della competitività.  In conclusione senza una messa in discussione del principio della competitività come asse fondamentale di regolazione dei rapporti economici internazionali, ed un passaggio, seppure graduale, a politiche fondate sulla cooperazione, non sarà possibile mettere mano a efficaci politiche di lotta alla disoccupazione ed alla precarietà del lavoro ed, analogamente, di tutela dei diritti e dell'ambiente.

 

3.3 Valorizzazione dei territori ed economia solidale

 

Se a livello nazionale e sovra nazionale la decrescita implica un ripensamento delle forme della politica, a livello locale decrescita significa innanzitutto:

         Valorizzazione auto sostenibile dei territori

         Diffusione delle Reti di Economia Solidale

Ma quali forme economiche possono favorire l'affermarsi, nei territori, di un'economia più giusta? L'idea qui suggerita passa attraverso la creazione di realtà economiche fondate sul principio di cooperazione e reciprocità. È questa la via che potremmo definire dell’economia solidale. Com’è noto questo universo comprende al suo interno un’estrema varietà di esperienze e forme di scambio, che vanno dalle relazioni neoclaniche, caratteristiche delle famiglie allargate africane (che dunque non  prevedono alcuno scambio monetario), allo scambio di beni “relazionali” caratteristico delle imprese del cosiddetto “terzo settore” (le quali vendono i propri servizi sul mercato), passando per molteplici forme “ibride” come ad esempio quelle caratteristiche dei sistemi di scambio locale (dove un mercato esiste, ma è vincolato da principi etici assai restrittivi e da scambi di prossimità). In ogni caso, ciascuna di queste forme di scambio, sottraendo quote crescenti di domanda dai mercati internazionali a favore dell'economia locale, rappresenta una sorgente di decrescita, oltre che  laboratorio di un’altra economia e di un’altra società. Affinché questo mondo possa avere la forza di sostenersi e di “gemmare” altre esperienze consimili, anziché essere assorbito dalla logica mercificante del mercato capitalistico, è importante essere consapevoli che la tradizionale strategia del “terzo settore” non è sufficiente: risulta fondamentale adottare una “strategia delle reti” che consenta di mantenere le risorse prodotte secondo criteri “solidali e sostenibili” all’interno della rete stessa. E’ questa caratteristica, le cui potenzialità non sono ancora state sufficientemente capite e studiate, a distinguere le reti di economia solidale (RES), facendone un promettente laboratorio di decrescita.

 

 

 

4. Dalla Dipendenza all'Autonomia

   “Il consumatore è sovrano”: così recita un noto apologo dell'economia ortodossa. Indubbiamente all'homo consumens è lascita una certa libertà di scelta, tuttavia, secondo Bauman (2007), egli può operare le proprie scelte solo all'interno di un set predefinito, non può determinare ex ante l'insieme delle cose fra cui possiamo scegliere. E fra queste c'è senz'altro la tecnica. In altre parole il sistema di mercato promette libertà, ma veicola dipendenza. Immaginare una società autonoma richiede  dunque una profonda trasformazione dei valori e della cultura dominante. Si tratta senz'altro di un aspetto di importanza prioritaria.  In particolare occorrerebbe ripensare il sistema educativo e in-formativo verso:

         Politiche educative tese a  favorire: consapevolezza, autonomia, capacità critica,  ozio creativo, ben-essere vs ben-avere

         Riforma dei media

         Politiche formative rivolte al cambiamento degli stili di vita e di consumo

 

Il primo punto si traduce essenzialmente nel mantenimento dei sistemi ecologici, sociali e  delle conoscenze presenti in un determinato territorio. Non stupirà scoprire che questi sistemi hanno tra i loro elementi i così detti “beni comuni” (acqua, aria, territorio, biodiversità, saperi condivisi, ecc.) per difendere i quali, come noto, le comunità locali sono ovunque mobilitate, in particolare nei paesi del Sud del mondo. Il sistema formativo della modernità tutta è stato plasmato per produrre consumatori docili e tecnici affidabili. La scuola, in questa prospettiva, aveva essenzialmente il compito di  trasferire nozioni strumentali alle mansioni richieste ai futuri  operatori del sistema della tecnica. Questa concezione specialistica e strumentale della formazione è già entrata in crisi. Nella società del rischio e dell'incertezza  crescenti quanto più sono rigide e strumentali le nostre conoscenze quanto più aumenta il rischio soggettivo e la dipendenza nei confronti del sistema. Il ruolo dell'educazione, nella civiltà della decrescita, dovrebbe dunque rovesciare completamente questo paradigma. Essa dovrebbe  fornire piuttosto  un quadro delle relazioni sistemiche che consentano di orientarsi consapevolmente, di apprendere ad apprendere, e dunque, a fronte di situazioni imprevedibili, di  sviluppare le capacità a ricercare, anche collettivamente, le risposte adattive migliori.  In altre parole alimentare una cultura dell'autonomia (Castoriadis).  Inutile dire che l'attuale sistema informativo, in particolare attraverso i media, svolge un'efficacissima azione in senso opposto. Si rende necessaria quindi una profonda riforma del sistema dei media che non si faccia scrupolo di porre, tra l'altro, limiti alla pubblicità.

            Certo è opportuno proporre nuovi valori alternativi a quelli dominanti, autonomia al posto della dipendenza, il senso del limite al posto dell’arroganza, la reciprocità al posto dell’egoismo, il ben-essere e la sobrietà al posto del ben-avere ecc., tuttavia deve essere chiaro che non è possibile sperare in una trasformazione ampia e diffusa dei valori senza modificare le condizioni sociali di produzione della ricchezza. In altre parole, anche i valori hanno un carattere sistemico.  Si tratta, cioè, dopo una inevitabile opera di decolonizzazione, di pensare forme di organizzazione sociale ed economica in cui i valori che riteniamo desiderabili risultino generati all'“interno” del sistema. Nessun sistema di controllo “esterno,” infatti, sarà mai in grado di far rispettare, nel tempo lungo, norme e valori estranei rispetto alla logica di funzionamento del sistema di produzione sociale della ricchezza.

Vi sono oggi molti che, all’interno dei movimenti, mettono l’accento sulle buone pratiche individuali (consumo critico, autoproduzione, commercio equo, ecc.). Queste pratiche rivestono un indubbio valore, in particolare come esercizio di trasformazione del sé (e dunque dell’immaginario). In alcuni casi essi dimostrano la concreta fattibilità di (alcune) pratiche economiche. Tuttavia sarebbe un’illusione credere che il solo agire a livello individuale, o di piccolo gruppo, consenta di trasformare le ferree leggi che regolano l’economia capitalista. Questo ci chiama ad essere ben consapevoli – a fianco dell’importanza delle buone pratiche – della centralità della dimensione politica del cambiamento. Ci auguriamo quanto meno che i continui fallimenti registrati, sull’uno e sull’altro fronte, da chi ha voluto assolutizzare l’uno o l’altro di questi approcci, servano a comprendere come, in una prospettiva sistemica, l’eterno interrogativo se debbano cambiare prima le strutture economiche o prima l’immaginario collettivo, serva solo a ritardare il cambiamento... è evidente che entrambi sono necessari e le une accompagnano e sostengono la trasformazione dell’altro.