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A proposito dell'URSS
e del "socialismo reale"

di Andrea Catone

 



articolo pubblicato nella rivista Cassandra

L'URSS e - certo, in minor misura - i paesi del "socialismo reale" sono stati oggetto di numerosissimi studi e analisi che ne hanno accompagnato l'esistenza già all'indomani della rivoluzione d'Ottobre, sino al crollo. In proporzione, le pubblicazioni militanti sull'argomento nell'ultimo decennio sono state di gran lunga minori, nonostante l'apertura degli archivi e la desecretazione di decine e decine di migliaia di documenti. L'URSS ha continuato ad essere oggetto del lavoro di studiosi professionisti, in particolare storici; ma, salvo un qualche interesse nei primissimi anni '90, scompare dall'orizzonte della ricerca militante - con alcune pregevoli, rare eccezioni - quella che era stata un tempo materia di appassionate contese ideologico-politiche, che avevano declinato tutta la gamma di possibili interpretazioni sulla "natura sociale", o, tout court, sulla natura della società - delle società - di tipo sovietico: era il socialismo realizzato nelle forme e modi che la storia aveva dato? era capitalismo di stato, o di partito? era la rivoluzione tradita da una casta - o classe? - di burocrati dagli interessi separati e/o contrapposti a quelli del proletariato che dichiaravano di rappresentare? era un ibrido destinato a non sopravvivere e impossibilitato a riprodursi? era un mammut sopravvissuto e spaesato nei tempi della rivoluzione hi-tech? era l'inferno del totalitarismo? una versione moderna del dispotismo orientale? era una parassitaria e stagnante forma di compromesso regressivo tra dominanti e dominati, tra manager aziendali e maestranze operaie? Era, ad onta dell'apparente immobilismo e staticità degli anni della "stagnazione" brezneviana, una società instabile, intimamente contraddittoria, in cui confliggevano elementi di capitalismo ed elementi di socialismo?
La questione di cosa fosse stato effettivamente partorito dalla rivoluzione d'Ottobre e di come la società postrivoluzionaria si fosse evoluta - o involuta? - rispetto agli assunti originari della rivoluzione, al progetto, tratteggiato, certo, a grandi linee, ma linee sufficientemente chiare, della società dei produttori associati, la società comunista, è stata parte integrante del movimento comunista del `900, tanto nella sua componente "ortodossa", che ha assunto l'URSS come modello da imitare o, comunque, quale punto di riferimento essenziale per qualsiasi progetto di trasformazione sociale in senso socialista, quanto nella sua componente "eretica", che l'ha assunta come modello negativo da rigettare, come esempio classico di tradimento e involuzione della rivoluzione (trockismo), di "restaurazione capitalistica" (maoismo), o della più elevata e al contempo più stagnante forma di capitalismo monopolistico di Stato che sia apparsa nella storia (bordighismo). La demolizione dell'URSS era la ragion d'essere degli eretici, quanto la sua difesa lo era degli ortodossi. Ma corposi lavori sull'URSS e i paesi socialisti sono stati prodotti anche dall'avversario di classe: si trattava di mostrare al mondo quanto violento, criminale, dispotico e inefficiente fosse il comunismo.
Ciò che fa problema non è tanto la cristallizzazione per diversi decenni della polemica ideologico-politica - condotta in alcuni casi ad alto livello, in altri con rozzezza e uso improprio e meccanico delle categorie marxiane - degli "ortodossi" e degli "eretici" su cosa fosse veramente e dove andasse l'URSS; è comprensibile (anche se non giustificabile), sulla base della ragione stessa di esistenza di "ortodossi" ed "eretici", il fatto che l'analisi della società sovietica si piegasse ad un fine immediatamente e strumentalmente politico. Ciò che fa problema è che dopo il crollo dell'URSS la questione sia stata semplicemente accantonata, rimossa, proprio da quanti dichiaravano di voler risollevare le bandiere ammainate del comunismo, e "rifondarlo". Non affronto in questa sede questo problema - il perché di questa rimozione (che Costanzo Preve in interventi e saggi precedenti ha posto con una radicalità che avrebbe meritato maggiore attenzione, indipendentemente dal fatto che si accolgano o meno le sue conclusioni).
Ma qualsiasi discorso che guardi alla prospettiva di una società comunista - o, anche solo a quella di una società non capitalistica, e superiore a quella capitalistica (l'indefinito "altro mondo possibile" dei no-global) - non può prescindere dal fare seriamente i conti con l'esperienza sovietica, indipendentemente dal giudizio - anche il più totalitariamente negativo - che su di essa si sia giunti a formulare. Qualsivoglia progetto politico di trasformazione sociale - che non limiti, quindi, la prospettiva politica alla battaglia quotidiana, giusta e necessaria, ma non sufficiente, della opposizione e della resistenza - non può illudersi di ripartire da un incontaminato grado zero, in cui tutta l'esperienza del comunismo del `900 sia annullata e vanificata. Si può discutere sugli errori, le involuzioni, o anche le aberrazioni di quell'esperienza, non la si può rimuovere.
Perché essa è stata il primo tentativo significativo per durata ed estensione - diversamente dalla Comune di Parigi o di altre meno rilevanti esperienze di piccole comunità autogestite - di trasformazione rivoluzionaria consapevole dei rapporti sociali esistenti; il primo tentativo di lunga durata di applicare le indicazioni che i giovani rivoluzionari Marx ed Engels davano nel II capitolo del Manifesto del partito comunista: per la posizione subalterna che il proletariato occupa nella società, la trasformazione dei rapporti sociali non può intervenire in misura significativa prima della conquista del potere politico, come avvenne con la borghesia nella Francia prerivoluzionaria, ma solo dopo, con l'adozione, da parte del proletariato al potere che esercita la sua dittatura di classe, di misure che, in un processo di transizione, portino alla trasformazione della società in senso comunista. La rivoluzione sociale del proletariato, a differenza di quella borghese - assunta, e a volte assolutizzata, a paradigma nell'analisi, nella propaganda e nella polemica comunista del `900 (si pensi alle categorie di bonapartismo e Termidoro; agli studi degli storici marxisti sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo; e alle analogie suggerite dallo stesso Marx) - non può non essere prima di tutto (proprio nel senso letteralmente temporale di questo "prima") politica: non può realizzarsi che attraverso un uso sapiente delle leve del potere statale. Il successo di questa rivoluzione dipende dalla sfera politica non solo prima della conquista del potere politico, ma, soprattutto, dopo.
Quindi, la questione della direzione politica, del modo in cui funziona il meccanismo di elaborazione, assunzione e messa in atto delle decisioni politiche, diviene essenziale. Come essenziale è il modo in cui interviene la formazione politica, o, più ampiamente, la formazione culturale e morale dei quadri dirigenti e delle masse. Il passaggio al comunismo non potrà mai essere meccanico o automatico, per il concetto stesso di comunismo, che implica proprietà collettiva dei mezzi di produzione, e quindi, capacità e volontà dei soggetti di esserne effettivamente proprietari collettivi, con meccanismi decisionali e di controllo sul modo in cui si dispone della proprietà comune, tali da consentirne effettivamente l'esercizio (meccanismo difficilissimo, se solo pensiamo a come non funzionano oggi la gran parte delle cooperative qui da noi, o più banalmente un condominio...). Il ruolo della politica è di gran lunga più importante nel comunismo che non nel capitalismo, che implica, certo, l'esistenza di uno Stato e di un diritto borghese di proprietà, ma non dipende dalla politica dello Stato, tanto che ha funzionato altrettanto bene sotto regimi parlamentari che in assenza di questi. Per questo ruolo determinante della politica, il comunismo, oltre che un nuovo modo di produzione, non può che essere anche una nuova civiltà, caratterizzata, come scriveva Gramsci nei Quaderni, da un progresso intellettuale di massa, da una qualità umana elevata - intellettuale e morale - non di ristrette élites dirigenti, ma di tutti gli individui che compongono la società. Cosa molto più facile a dirsi che a farsi. E tanto difficile a farsi anche oggi, nella misura in cui il capitalismo mondializzato tende a conformare individui culturalmente passivi e subalterni, nonostante il maggior tempo libero dal lavoro necessario (tempo che - nelle condizioni del capitalismo attuale - è di gran lunga minore delle potenzialità che la rivoluzione tecnologica consentirebbe).
Indagare materialisticamente sui processi di formazione culturale e politica dei comunisti russi, su come abbia effettivamente funzionato (o non abbia funzionato) il meccanismo di assunzione e messa in atto delle decisioni politiche, su quale fosse il retroterra culturale che ha portato a delineare un determinato modello di economia pianificata (scegliendo il piano "teleologico", piuttosto che quello "genetico"[1]) e una determinata concezione dello sviluppo economico (grande industria ed economia di scala) mi sembra prioritario se si vuole riprendere un discorso militante sull'esperienza sovietica e del "socialismo reale". Sui problemi della pianificazione in particolare, bisognerebbe ritornare con grande attenzione. Nella sua fase iniziale, la pianificazione sovietica - nonostante tutti i limiti e le contraddizioni che la caratterizzarono - colse comunque successi significativi e non credo che possa ridursi nella gabbia semplificatrice della industrializzazione dall'alto. Fu ben altro, nel suo tentativo embrionale di realizzare una produzione "cosciente e secondo un piano", sottratta all'anarchia della concorrenza capitalistica. Nell'attuazione della pianificazione dell'intera economia del paese (e non solo di una singola fabbrica o di un singolo settore industriale) i comunisti russi si muovevano su un terreno affatto nuovo e inesplorato, privi di ogni riferimento o modello nei classici del marxismo. Quell'esperienza andrebbe studiata e ristudiata attentamente da parte di chi si propone un superamento del capitalismo. Altre esperienze (piccole comunità autogestite, "bilanci partecipativi", e tutto quanto è diventato di moda tra i no global) appaiono ben poca cosa a fronte della pianificazione sovietica e degli altri paesi del "socialismo reale".
E' su questi due grandissimi nodi intimamente interconnessi nel progetto sovietico - i meccanismi della decisione politica; l'organizzazione di un'economia pianificata - che dovremmo concentrare essenzialmente l'attenzione in un progetto di studio militante (rivolto a cogliere le lezioni da un passato che non può essere confinato nell'archeologia o nell'accademia) di questa grandissima esperienza nella storia dell'umanità.