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Stadi, ciclicità, ecc.:
spunti veloci

di Gianfranco La Grassa
 

1. Penso si debbano accettare le critiche che mi sono state rivolte per avere troppo legato le ricorsività (che considero tuttora, in sé, un concetto da ritenere) al problema dei rapporti tra paesi capitalistici, in definitiva tra Stati. Tuttavia, ritengo che anche (ma non solo e non come elemento "essenziale") tale livello di analisi non possa essere minimamente trascurato. In effetti, ricordo molto brevemente che la grande stagnazione degli ultimi decenni del secolo scorso era il prodromo della fine del lungo periodo di "pace" tra il `71-72 e il `914, che cominciò già ad incrinarsi con la guerra tra USA e Spagna (per le Filippine) e tra Russia e Giappone (innesco della prima rivoluzione russa del 1905). La grande crisi del '29, a sua volta, fu "risolta" veramente e per alcuni decenni non, come si favoleggia, dal keynesismo, bensì dalla seconda guerra mondiale, che mise termine al lungo confronto indispensabile a trovare il nuovo centro del mondo capitalistico, dopo la fine del dominio inglese.
In definitiva, monocentrismo e policentrismo non possono rinviare al solo livello dei rapporti interstatali, ma è comunque evidente che un qualche "regolamento dei conti" è necessario se si deve passare da una fase policentrica ad una nuovamente monocentrica (di capitalismo relativamente organizzato[1]. Anche la fase che si è aperta da anni - e che adesso sembra andare verso momenti di crisi giudicati, persino da fonti non sospette, come i peggiori di questo secondo dopoguerra, crisi che non mi sentirei di prevedere deterministicamente come simile al '29 o invece alla fase di stagnazione della fine `800 o con caratteristiche intermedie o anche nuove e inaspettate - dovrà infine trovare una resa dei conti, non so se militare (per il momento sembra lontana) o economico-politica, ecc. Dubito comunque che tutto si risolva solo nella diffusione di nuove fasi di innovazione tecnica e organizzativa, di ristrutturazione dell'industria e di nuovi settori trainanti, di movimento centrifugo (verso i paesi di nuova industrializzazione) di ciò che è già maturo nei paesi capitalistici centrali, e via dicendo.
Certamente, si verificano anche questi processi, che molto spesso prendono il davanti della scena perché rappresentano la precipitazione più evidente e "materiale" di processi sociali, così come i vari dati economico-produttivi (costi, prezzi, ricavi, profitti, quote di mercato, ecc.) sono la precipitazione "economicistica" dei conflitti tra strategie intercapitalistiche. Se ci limitiamo a questi pur importanti processi, ricadiamo, in forme magari più raffinate, nella teoria dello sviluppo delle forze produttive, anche se si ha l'avvertenza di superare quella che sembra un'impostazione troppo soggettivistica alla Schumpeter (con le sue tesi relative agli spiriti animali degli imprenditori innovatori).
Il fatto è che, per troppo tempo, il marxismo critico del dopoguerra è stato tributario di due correnti importanti e anche meritorie ma troppo parziali: quella dei sottoconsumisti alla Baran-Sweezy (che già impoverivano la più complessa teoria keynesiana relativa alla carenza di domanda globale a partire soprattutto dal lato dell'investimento e non del semplice consumo); e quella degli operaisti (i migliori, quelli prima maniera) che focalizzavano la loro attenzione sui processi tecnico-organizzativi della produzione e le loro ricadute sulla "composizione di classe". La pur importante lezione di Althusser (che, non a caso, definiva incredibilmente Negri il più grande marxista del dopoguerra) non poteva che avvitarsi su se stessa ed isterilirsi. Le grandi analisi del vecchio marxismo dell'inizio del secolo, che facevano capire come andava sviluppandosi la competitività intercapitalistica, i vari blocchi sia di classe che interstatali, le fratture interne al capitale (tra grandi imprese, tra capitale produttivo e finanziario, tra sistemi produttivi nazionali, ecc.), non sono mai più state riprese [2].
Non intendo rinunciare alle critiche al vecchio marxismo con la sua teoria del valore, magari quella del crollo per tendenziale caduta del saggio di profitto, con il problema della "trasformazione", ecc. Oggi sarebbe veramente ridicolo se ripetessimo quei dibattiti, ma si deve trovare la strada per tornare, pur nella situazione odierna, alla corposità ed efficacia di allora. Quindi senza minimamente sottovalutare l'importanza dell'analisi dei cicli tecnologici od organizzativi, le ristrutturazioni dei settori del sistema economico, il mix di (e l'alternanza tra) organizzazione e mercato nella struttura imprenditoriale, ecc., bisogna vedere se siamo capaci di tornare alla dominanza della struttura dei rapporti sociali capitalistici (sullo sviluppo e strutturazione delle forze produttive).
Il mio tentativo di spostarmi sull'analisi dell'impresa - e non solo come unità di organizzazione della produzione, ma anche come unità di strategie in conflitto con altre - vorrebbe rispondere a tale questione. Certo, si tratta di risposta parziale e non ancora soddisfacente, lo ammetto, ma che insegue il fine secondo me corretto di superare le debolezze del marxismo critico di questo dopoguerra, ormai impossibilitato ad un'analisi efficace; e la cui obsolescenza si rivelerà vieppiù palese man mano che cresceranno i rumori di crisi e disorganizzazione del sistema. La mia risposta è forse insoddisfacente perché parte da un livello micro, facendo del macro l'interazione conflittuale delle varie microunità (le unità imprenditoriali di strategie), ma non credo che questo sia il difetto essenziale. Il problema più grave è che probabilmente viene eccessivamente semplificata la struttura del rapporto sociale capitalistico, che è molto di più di quello interimprenditoriale.
Tuttavia, non per difendermi, vorrei ricordare che una certa semplificazione è necessaria ad ogni teoria, in specie quando vuole uscire da un sistema teorico pregresso, ormai obsoleto, e tenta di avviarsi verso uno nuovo, che non si ha la forza, e forse nemmeno la possibilità in questo momento, di costruire. Dato che siamo sempre costretti a pensare il nuovo attraverso il vecchio, vorrei fare una riflessione sul vecchio marxismo.

2. A me sembra evidente che Lenin pose molti problemi fondamentalmente giusti, ma in modo parziale e soprattutto intuitivo, perché troppo invischiato nel marxismo della tradizione, soprattutto nella versione dominante di allora che faceva largo ricorso a Kautsky e, in subordine, a Engels. Quando Lenin formulò la teoria dell'imperialismo, ne elencò cinque caratteristiche, ma sostenne anche che, se si voleva sintetizzare (e semplificare) il carattere (essenziale) di tale struttura capitalistica, se ne doveva indicare il suo carattere monopolistico. In questo egli era appunto debitore, malgrado i tentativi di districarsene, delle tesi relative alla centralizzazione dei capitali, così com'essa era considerata dai teorici del capitalismo organizzato (o ultraimperialismo); e soprattutto era affascinato dall'idea dello stadio supremo (ormai finale) del capitalismo. Così, egli lasciò cadere la parte più essenziale della sua intuizione e non la sviluppò teoricamente (sarebbe però stupido, almeno credo, pretendere che lo potesse fare a quell'epoca).
In realtà, la caratteristica sintetica e supposta essenziale è proprio quella che va dimenticata. Lenin spesso lo comprese, poiché sostenne che il monopolio non aboliva la concorrenza ma la portava ad un livello più alto. Il passo da compiere è quello di capire che il gigantismo industriale e imprenditoriale va giudicato in rapporto all'ampiezza (anch'essa sempre più gigantesca) e all'organizzazione (caratterizzata da ricorsività di maggiore e minore accentramento, cioè di ]relativa organizzazione e di aperta manifestazione dell'immanente disorganizzazione) dei "mercati", cioè dei sistemi nati dall'intercompetitività tra unità di strategie capitalistiche (in particolare, tra quelle unità denominate imprese, e in specie tra quelle di grandi dimensioni, sia che la loro organizzazione produttiva sia centralizzata o decentrata a livello di sottounità produttive: ove il decentramento, ricorsivo, appare assai meno evidente qualora si considerino i collegamenti finanziari tra dette sottounità).
Le caratteristiche della leniniana teoria dell'imperialismo che mi sembrano oggi da rivitalizzare, anche se in nuovi contesti teorici, sono proprio le ultime due[3] lotta tra (grandi) imprese per la spartizione del mercato mondiale e conflitto (anche guerreggiato all'epoca) tra gli Stati per la ripartizione del dominio dell'orbe terracqueo o, come si direbbe oggi, per la redistribuzione delle sfere d'influenza. Con molta intelligenza, Lenin separò queste caratteristiche, le rese distinte, certo interdipendenti ma anche indipendenti, comunque non derivanti, secondo sequenze lineari e deterministiche, l'una dall'altra. Le due suddette caratteristiche indicano elementi centrali della struttura capitalistica (o, come si diceva allora, della base e della sovrastruttura dell'odierna formazione sociale). Ancora una volta ricordo che si tratta di una semplificazione di tale struttura, necessaria però per la teoria che non ha affatto lo scopo di cogliere la "complessità" del reale (una notte in cui tutte le vacche sono nere), ma di tracciarne la scheletrica tramatura onde individuare i suoi decisivi meccanismi autoriproduttivi e le eventuali direttrici di movimento.
Lo scheletro della formazione sociale capitalistica, che ne caratterizza la sua storica specificità, è appunto costituito dalla competizione interimprenditoriale, e dal conflitto tra quegli apparati politici che si condensano nell'analisi dello Stato. Per uscire, se possibile definitivamente o almeno in larga misura, dall'economicismo (con tutte le sue derivazioni nella tecnologia, nell'organizzazione del lavoro, e via dicendo), è indispensabile cogliere l'impresa al di là del suo aspetto di entità produttiva; è dunque utile comprendere che i dati economici e tecnici, che senz'altro indicano il suo successo o meno nell'ambito del mercato, sono la precipitazione di flussi decisionali, aventi quindi un carattere fondamentalmente politico (e indirizzati prevalentemente al conflitto o alle alleanze per il conflitto), che tuttavia, nel modo di produzione capitalistico, si imbricano strettamente nell'attività economico-produttiva, determinandone la direzione di movimento (anche se in modo impersonale, in quanto risultato di tante "volontà" in conflitto).
Nel contempo, risulta certo decisiva, perché consustanziale a quell'attività decisionale-politica svolta in ambito imprenditoriale, l'attività del complesso degli apparati denominati Stato; non però nella loro corposità e materialità (gli AIS di althusseriana memoria), bensì nella loro differenziata (per settori di detto Stato) funzione rispetto alla riproducibilità dei rapporti specifici del modo di produzione capitalistico, ed in particolare di quelli che indicano il luogo ove si situa e agisce la classe dominante in tale modo di produzione, cioè gli agenti delle strategie di competizione interimprenditoriale o, detto più all'ingrosso, il complesso imprenditorial-finanziario.
In fondo, il mio ultimo saggio su Impresa e Stato [4] voleva essere un inizio nella direzione esplicitata in queste poche pagine, che mi sembrano dunque un utile complemento e guida alla sua lettura.

3. Sarei lieto se qualcuno si interessasse a questo progetto e vi apportasse il suo contributo; senza affatto dimenticare, non vorrei essere frainteso, tutto il lavoro di scavo e analisi più propriamente indirizzato a quelle entità che ho supposto essere la precipitazione e la materializzazione dei flussi decisionali, sia nell'ambito dell'attività (inter)imprenditoriale (i dati economici e tecnico-organizzativi ormai ben noti) sia nell'ambito della costituzione specifica del complesso degli apparati di Stato. Uscire dall'economicismo, dalla teoria dello sviluppo delle forze produttive, ecc. non significa certo mettere da parte certe analisi. Il problema è quello di un almeno iniziale quadro generale di riferimento teorico che consenta di andare oltre la realtà feticistica, la cosificazione dei rapporti sociali, per usare il linguaggio marxiano. Anche perché in questi ultimi anni ci si è troppo ritirati da un'attività, sia pure teorica, ma che consentisse di superare un certo accademismo. Sappiamo di non essere Marx o Lenin, che il comunismo è morto, il marxismo sta maluccio, noi ancora peggio. Tuttavia, ho l'impressione che ci si sia troppo ritirati a vita privata, di studiosi puri (del resto inascoltati). Nessuno ci darà spago egualmente, ma dovremmo almeno tentare di dire qualcosa di più sul complesso di canagliate che vengono sparate ormai a raffica dappertutto.
Inoltre, senza esagerare nell'ottimismo, avrei una qualche fiducia nel periodo duro, diciamo pure di "distruzione creatrice", che avanza. Non che questo abbia effetti di disvelamento automatico delle falsificazioni dei dominanti, coadiuvati da una "sinistra" - ma anche comunista o ex tale solo di nome, perché non è vero che il comunismo è morto, è uno zombie che azzanna e attacca la cancrena a ciò che morde - trasformatasi nel migliore apparato politico e idologico-culturale, illiberale e autoritario, che possa rappresentare i loro interessi. Soltanto per un determinato periodo, tuttavia, poiché è evidente che ciò che contraddistingue questa sinistra, nel suo complesso e salvo limitate eccezioni, è il suo inveterato statalismo, il suo costituirsi o intrecciarsi appunto con la cosiddetta borghesia di Stato. Alla lunga, non ce la faranno - quel tipo di statalismo di cui sono fautori, intrecciato e appesantito dal liberismo economico cui tutti ufficialmente si inchinano, è la peggiore delle soluzioni in un'epoca policentrica - e la situazione precipiterà rischiando però di travolgere anche noi. Una qualche forma di sia pur sotterraneo anticapitalismo attivo dovrà vedere la luce, altrimenti....
Come ha ricordato in un recente saggio Maria Turchetto, un operaista intelligente come Coriat si è trasformato da critico del capitalismo fordista in apologeta del capitalismo detto postfordista (toyotista). E pur non facendo nomi, credo che altri della stessa origine stiano, magari in modo più sfumato e cauto, seguendo la stessa via; anche i discorsi sul no profit, e persino quelli sulle reti, le nuove tecnologie, ecc. mi sembrano un po' come i discorsi di altri tempi sulla trasformazione, un buon percorso per andare in cattedra salvando il più possibile (solo nella forma) il proprio spirito presunto critico. Credo si debba tornare alla pregnanza del marxismo d'inizio secolo, pur nella consapevolezza che un periodo storico della "lotta di classe" è finito e deve essere, nella sostanza, archiviato. Soprattutto coloro che non hanno, o non hanno più, problemi di carriera accademica dovrebbero scendere su un diverso terreno di scontro (pur teorico) con le ideologie dei corifei della classe dominante, liberisti puri, statalisti, o liberal-mercantil-statalisti che siano.