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Una risposta dall'interno dell'ideologia
a "Sull'Urss e sul Socialismo:
riapriamo il discorso" di Enrico Melchionda

di Germano Delfino
 

 

1.Morta l'Urss, viva l'Urss

Con questo titolo volutamente provocatorio. vorrei aprire un varco interpretativo di segno opposto sul socialismo, sull'Urss e sui suoi propositi, introiettati in Occidente a partire dal '17 da classe operaia ed intellettuale, ma lasciati cadere da entrambe nel nulla per eccesso di zelo, forse, o per mancanza di una tattica concreta da parte di una direzione politica in cui l'elemento "conciliatorio"[1] ha sicuramente prevalso su quello rivoluzionario.
Credo che oggi sia ovvio e difficile provare a parlare ancora (e non ritornare a parlare) di Urss e di socialismo (come fase intermedia?), poiché da colti occidentali ed esperti di socialismi e rivoluzioni, non abbiamo fatto altro da sempre fino alla liberazione definitiva del 1991 che ha esaurito quella spinta intellettualista e critico-distruttiva dei "numerosi interpreti" di progetti alternativi a quello sovietico. Mi sorge, tuttavia, un dubbio: non sarà per caso che quegli stessi che per trent'anni non hanno fatto altro che parlare di modello sbagliato, di rivoluzione tradita e quant'altro, una volta chiuso il capitolo Urss, non avendo più comunisti traditori da additare e non essendo, per loro parte, il capitalismo riusciti ad abbattere e neppure a trasformarlo si scoprono a corto di idee concrete (di punti di riferimento per la)sulla trasformazione in senso socialista della società? Mi stupisco dunque, che si dica che "l'evento del crollo del socialismo sovietico viene accuratamente rimosso dalla sinistra"[2], poiché a partire da quella famosa "enfasi verbale dell'89"[3], proprio a sinistra (tutte le sinistre), si è trionfato oltre ogni più rosea aspettativa per la vittoria ottenuta. Da un lato si brindava perché ci si liberava, finalmente, dell'ingombrante fardello sovietico e di un tipo di socialismo che obbligava a fare scelte concrete, anche controverse, ma antitetiche al mondo capitalista, e dall'altro perché si è pensato che la lotta aveva pagato e che, dunque, quel tipo di critica fosse stata mossa non senza qualche ragione. Due modi di liberarsi della questione all'interno della sinistra (a destra ed a sinistra) prodotto di un modo politico di fare che nel tentativo di estirpare il tumore stalinista dalla cultura del socialismo mondiale, ha finito per perdere di vista l'obbiettivo principale, quello della rivoluzione socialista, finendo per fiancheggiare (satellitare) le socialdemocrazie ed inconsapevolmente il capitalismo che si stava ristrutturando.
Nonostante l'Urss ed il suo socialismo non ci siano più da tempo, il criterio con cui ci si riavvicina ad essi rimane essenzialmente il medesimo di un tempo, sia che parliamo di destri che di sinistri e vedo che il partere di discussione, se si eccettua per alcuni tratti Rita di Leo, è orientato su un tipo di approccio che da sempre ha tentato di interpretare le vicissitudini successive all'Ottobre '17 attraverso un superamento delle basi del leninismo classico operando vere e proprie torsioni politiche. Qualche maligno potrebbe perfino obiettare che all'interno di un certo modo di interpretare quei fatti, pesi ancora come una spada di Damocle il peccato originale trotskysta che inizialmente ha portato a combattere il bolscevismo come "deviazione giacobina" e che inconsciamente si è ripercosso durante tutti questi anni su tutti coloro i quali hanno cercato da sinistra di dare un senso alle proprie critiche di quell'Urss e di quel socialismo.Diversamente dalla vulgata comunista che definirei post-ungherese e post-praghese, io rimango ancora persuaso dagli insegnamenti universali della Rivoluzione del '17 poiché credo che l'Ottobre russo sia stato un laboratorio politico ricchissimo di indicazioni e lezioni per quell'Occidente industrialmente avanzato dal quale e senza il quale Lenin non avrebbe mai potuto trarre gli insegnamenti pratici per permettere alla sua strategia di diventare la pietra angolare del proletariato internazionale; il termine di paragone con cui il movimento operaio e popolare si è dovuto confrontare negli anni. In quello stesso colto Occidente dove le intellettualità avanzate e progressiste hanno preferito la sicurezza del kautskysmo, anziché operare su di un piano politico più avanzato. I grandi momenti in cui il proletariato occidentale ha potuto tentare l'assalto al cielo, sono stati soffocati dall'attendismo e dall'ambiguità di chi, da comunista, ha menscevicamente preferito che le masse popolari rimanessero a rimorchio della classe borghese. E così, per parlare della sola Italia, dalla Resistenza, alle grandi stagioni di lotta operaia, contadina e studentesca il perno intorno al quale le classi subalterne potevano prendere coscienza di se, della propria forza dirompente sulla scena politica, il Partito Comunista, l'organizzatore per eccellenza di quelle stesse masse, non ha trovato di meglio che difendere sterilmente ed ad oltranza le casematte fino all'erosione delle loro fondamenta ed all'indegna fuga dei suoi inquilini. I tentativi di correggere gli indirizzi politici compatibilisti delle dirigenze comuniste occidentali, istituzionalizzate ed extraistituzionali, per quanto volenterosi, hanno prodotto null'altro che frontismo tra chi si arrogava il merito di avere la ricetta migliore(quando andava bene) su come la classe operaia si sarebbe dovuta impossessare del potere.Al contrario di quanto ha fatto nel 1998 Aris Accornero(su cui comunque sarebbe preferibile stendere un velo pietoso visti gli esiti del suo percorso di intellettuale organico della sinistra )che si è interrogato sul perché la classe operaia non ce l'ha fatta, credo sarebbe più opportuno chiedersi innanzitutto perché non ce l'abbiamo fatta come comunisti occidentali a produrre una strategia politica rivoluzionaria nuova che raccogliesse quanto seminato dal leninismo. Quella dell'Urss e del suo socialismo è una storia che ha avuto dalla sua numerose congiunture sfavorevoli che hanno necessitato di scelte di campo concrete che altrimenti, e lo dico conscio dell'impopolarità, avrebbero impedito la stessa sussistenza del primo vero tentativo di stato socialista.
Con tutti i distinguo del caso, cubani, vietnamiti e cinesi ci sono stati sicuramente superiori dal punto di vista della teoria e della pratica. Chi ancora oggi discetta in Europa di Urss e di socialismo come di un tormentone da cui ancora non ci si riesce a liberare, dovrebbe avere la capacità di immedesimarsi nella ciclopicità dell'impresa di creare le condizioni migliori per edificare (nel senso più ampio del termine) uno Stato Socialista e nella gente che almeno ci ha provato e che, forse, meriterebbe un trattamento leggermente migliore soprattutto da quei teorici i quali, ancora oggi, sono gli stessi spettatori di tanto tempo fa.
A tal proposito mi viene in mente un paragone di tipo calcistico, forse irriguardoso da parte mia, ma che credo rende bene il senso di queste mie ultime. In realtà penso ci sia un rapporto stretto tra calcio e socialismo/comunismo. Infatti come per il calcio (parlo della sola Italia) ci sono circa 52.000.000 di commissari tecnici, così anche per il comunismo ci sono un numero altrettanto alto di teorici.

2. Perché non abbiamo fatto la Rivoluzione?

Per introdurmi a questo secondo paragrafo, riprendo, una frase letta qualche tempo fa e che riporta l'orologio della politica comunista in Italia al '64 allorquando un giovane militante di nome Adriano Sofri chiese a Palmiro Togliatti, in modo ironico ed aggressivo: "Perché non avete fatto la Rivoluzione?"[4] Non so cosa fu risposto al giovane Sofri, tuttavia posso solo supporre che una risposta di una qualche valenza politica avrebbe significato per il Nostro l'ammissione senza veli dell'incapacità sua e della direzione politica del Pci clandestino di vedere nella Resistenza l'inizio di un movimento realmente rivoluzionario di segno socialista in grado di prendere in mano le redini della trasformazione sociale ed economica di uno stato abbrutito dal ventennio fascista. In tal senso c'è anche da sottolineare la presa di coscienza(?) di tutta la vulgata che, come confermano e concordano molti storici e testimoni dell'epoca, pensa all'impossibilità di fare una rivoluzione perché "prima di essere impossibile, una rivoluzione, era impensabile[5].
Il dizionario di politica di cui dispongo dice che per Rivoluzione "si intende una profonda trasformazione, che si verifica in un tempo relativamente breve, dei rapporti e delle strutture politiche, sociali ed economiche di un regime. Questa trasformazione avviene di regola per via violenta e dall'interno del sistema stesso; ma è anche possibile il caso di radicali cambiamenti avviatisi in via pacifica e promossi dall'esterno"[6].
Ma allora chi doveva fare la Rivoluzione in Occidente? La risposta a questa domanda non è né scontata, né facile soprattutto se pensiamo che nel `21, in Italia, una minoranza politicamente avanzata del PSI decise che fossero maturi i tempi affinché si guardasse con maggiore serietà all'Ottobre russo e come controprova ne assunse i vessilli ed i programmi. La storia del ventennio che ne seguì la conosciamo tutti e senza dubbio possiamo sostenere che quel Partito Comunista in quelle condizioni politiche ha assolto pienamente alle sue funzioni. Ma dopo? A guerra finita, perché niente accadde? Dove finirono gli stimoli politici, e non emozionali, del '21?
Lenin nel suo celebre L'estremismo malattia infantile del comunismo indicava in modo perentorio che nonostante le grandi differenze della Russia rispetto ai paesi avanzati dell'Europa Occidentali "alcune principali caratteristiche della nostra rivoluzione hanno un'importanza non solo locale, specificatamente nazionale, esclusivamente russa, ma anche internazionale"[7]. La memoria, inoltre, ci dice che una delle caratteristiche generali che generarono la rottura del '17 fu il suo legittimo sorgere da una situazione rivoluzionaria che investiva sia i gruppi di potere non più all'altezza di governare, che i ceti inferiori ormai esausti di una vita di oppressione e di miseria: c'erano tutte queste caratteristiche nel '45? Chi doveva dirigere le masse? E la classe operaia poteva essere protagonista della trasformazione italiana?
S'impone allora di capire perché, com'è detto nel saggio, "[...]gli operai, la classe operaia e il movimento operaio non ce l'hanno fatta, né in Urss né nel nostro Occidente industrializzato[...]"[8], cercando di alleggerire il più possibile il peso di una "sconfitta" ormai diventata per molti un postulato da confermare e riconfermare all'infinito a seconda dei periodi di depressione in cui le varie sinistre piombano e ripiombano.
Credo innanzitutto sia opportuno riflettere sull'estrema riduttività con cui si cerca di accomunare le esperienze della classe operaia sovietica (P`amvh- Jj`pp) con quella italiana[9], perché nel primo caso - ce lo dice Rita di Leo - la classe operaia diventa egemone a seguito di una rottura rivoluzionaria di segno socialista, nel secondo caso, ce lo dicono invece i fatti, essa è rimasta in una sorta di eterno purgatorio politico: più volte pronta ad imporre la spallata decisiva, ma quasi sempre sottomessa alla ragione della lealtà democratica e degli ismi impostegli dai suoi referenti politici principali, Pci e sindacato. Chi oggi ritiene che accomunando gli esiti dell'esperienza operaia sovietica e di quella europea si riuscirebbe a ragionare meglio di questa cd. "sconfitta", è alla ricerca, io credo, non di una soluzione chiara dei Socialismi nel XX secolo, ma rischia addirittura di ridurre tutto ad un unico fascio d'erba tale permettere chiose del tipo: il socialismo prodotto da quella Rivoluzione era sbagliato e chi ha tentato di vedere in quello quantomeno un modello di prospettiva è caduto con lui sotto le macerie dell'`89. Sbaglio?
Purtroppo però diventa difficile ragionare in tal senso, poiché se è vero che "le classi dirigenti del mondo capitalistico hanno combattuto a fondo l'esperienza sovietica"[10], è vero anche che la lotta titanica del capitalismo all'Urss ed al suo socialismo, ha beneficiato della volontaria astensione dal campo di battaglia del mondo comunista occidentale che ha accettato in toto il sistema economico e militare del capitalismo (si pensi alla Nato ed agli accordi salaristi stipulati dai sindacato di classe con il padronato in tutt'Europa). Ma veramente si vuole credere che la classe operaia, il movimento operaio, gli operai, i partiti comunisti occidentali possono considerarsi partecipi di un fallimento progettuale come quello sovietico senza che essi siano stati protagonisti reali (non teorici) del benché minimo tentativo di trasformazione?
E' utile in tal senso pensare per es. al solito caso italiano, a quella classe operaia che oggi si vuole per forza compartecipe di un "fallimento" (che penso sia solo dei suoi teorici più avanzati), quando viceversa essa dal punto di vista della prospettiva è rimasta sempre la stessa fin dal periodo delle occupazioni delle fabbriche nel 1920. Di quegli anni è indicativo un fatto che si è poi perpetrato nei decenni a seguire e cioè che l'occupazione delle fabbriche fu proprio "[...]la dimostrazione del fatto che il movimento operaio italiano non ha una sua strategia rivoluzionaria, che non vi è nessun rapporto reale tra una progettazione come quella dei Soviet e quanto si fa nella pratica. [...] I consigli di fabbrica, ad esempio, sorgono in molte città ma non è loro indicato alcun obiettivo concreto di lotta[...]"[11]. Klara Zetkin, rivoluzionaria sensibile, senza mezzi termini disse che "[...] le masse che allora si erano sollevate in Italia non avevano fatto maggiori progressi dei loro capi, altrimenti, se le masse fossero state davvero animate da volontà rivoluzionaria, se fossero state coscienti esse avrebbero quel giorno fischiata la decisione dei loro capi-partito e sindacali esitanti e si sarebbero impegnate nella lotta politica[...]"[12], e Gramsci (non un Accornero qualsiasi), grande conoscitore della psicologia operaia, in una lettera a Zino Zini scrive "noi nel '20 non avremmo tenuto il potere se lo avessimo conquistato", perché " con un Partito com'era il socialista, con una classe operaia che in generale vedeva tutto roseo e amava le canzoni e le fanfare più dei sacrifici avremmo avuto dei tentativi controrivoluzionari che ci avrebbero spazzato via inesorabilmente"[13]. Avrebbe, chiedo, sbagliato se a proposito dell'occupazione della Fiat dell'80 un sovietico a caso, penso all'eminenza rossa del Pcus V. Suslov[14], si fosse espresso più o meno negli stessi termini della Zetkin? Sarebbe stata cosa diversa se un Fassino o un Berlinguer (Enrico) si fossero quantomeno pronunciati come Gramsci alla fine di quei fatti? Come possiamo perciò dire che questa classe operaia sia stata sconfitta o che abbia fallito nei suoi propositi se neppure chi li doveva dirigere è stato capace di organizzarne la lotta[15]?
Più opportunamente credo sia corretto rifarci al Lenin del Che fare? quando parla di movimento spontaneo[16], per dire che, visti i risultati di settant'anni di lotte, la classe operaia occidentale organizzata dai vari partiti comunisti o socialisti post-Bad Godesberghiani ha prodotto solo tradunionismo, embrioni di lotta di classe. E' forse questo il vero fallimento, la tragedia della classe operaia, del movimento operaio, degli operai occidentali (altro che classe operaia sovietica)! Tale fallimento/tragedia è da considerarsi ancora più grave in quanto intervenuto/a in presenza di Partiti, di avanguardie politiche che da interpreti coscienti avrebbero dovuto trasformare l'istintivo muoversi delle masse operaie e popolari in operato di classe; invece...!

3. Tutti figli di un Pci minore

All'interno di un libro di storia utilizzato alle scuole medie, ricordo una riproduzione umoristica francese, mi sembra, che raffigurava da un lato un Bismark enorme ed in piedi intento a sorreggere il mondo, ed un Crispi piccolo, anch'egli in piedi (ma sui trampoli) che lo emulava (o intendeva farlo) sorreggendo lo stesso globo dalla parte opposta. E' un po' questa l'immagine che ho in mente quando penso al Pcus ed al Pci.
Se penso al Pcus, mi vengono in mente le tante "uscite" sul mondo che il socialismo di cui esso era espressione ha cercato di varcare nel tempo: dal leninismo fino alla perestroika. Se invece rivolgo il pensiero al Pci mi sovvengono soprattutto due cose: l'uscita dal tunnel del fascismo e quella non belligerante verso la Dc, una non uscita sull'Italia che il Pci ha cercato di varcare dal secondo dopoguerra fino alla bolognina.
Senza voler affondare il coltello nella piaga, sarebbe ora che si dicesse chiaramente che il Pci non era nato per fare una Rivoluzione, per incidere da determinante del divenire socialista del Paese; volendo fare l'ennesimo paragone ingeneroso con il cinema, direi che le medaglie conquistate nel tempo e giustamente sul campo, gli sono stati assegnate perlopiù in qualità di miglior attore non protagonista, che per altro![17]
Ancora oggi sia Rossanda che coloro che si intrattengono a parlare del `900, tentano un affannoso percorso intellettuale all'indietro per capire dove si è sbagliato o cosa c'era di sbagliato in quella Rivoluzione, senza che essi ci abbiano ancora mai chiarito tattiche e percorsi politici per un socialismo migliore di quelli realizzatisi ad Oriente dell'Occidente temporeggiatore. L'unica risposta che trovo pertinente l'ha data un illuminato Toni Negri che ha detto "le azioni e le pagine scritte da coloro che presero posizioni contro il terrore burocratico e i tradimenti del socialismo reale (da Rosa Luxemburg a Rossana Rossanda) non possono essere disincarnate: esse erano e restano il prodotto di una lotta per affermare un comunismo più giusto..."[18].
Anche loro, ed è un po' il senso del titolo di questo terzo paragrafo, sono sostanzialmente il prodotto di un modo sicuramente problematizzato ma minore di pensare a sinistra l'evento trasformativo, il momento di rottura. Ed in questo caso mi azzarderei ad assolvere (senza troppa convinzione) anche i leaders che si sono succeduti all'indomani della morte di Togliatti. Se l'impostazione generale, l'idea di fondo che il Pci togliattiano trasudava era quella della possibilità di un lungo periodo di collaborazione con la DC, quale unico percorso possibile per arrivare ad una concreta "democrazia progressiva", non dovremmo meravigliarci più di tanto se oggi, a tanti anni di distanza, gli eredi di quell'esperienza non trovano di meglio che costruire il loro agire politico a partire da quel tipo di approccio. Il modus minore ch'io intendo si alimenta anche di incomprensioni quotidiane come quelle giustamente indignate di Aldo Tortorella, che sostanzialmente lamenta la pochezza di cultura politica dei giovani dirigenti che traghettano il Pci nell'alveo del governismo a tutti i costi[19], il passaggio da un partito pesante ad uno leggero e sensale[20], l'impennata d'orgoglio di chi comunista dichiara di esserlo ancora ma, rifondanti o italioti, è ancora alle prese con il tatticismo ed il frontismo che sanno più di togliattismo che di nuovo percorso del comunismo[21]. Anche chi un tempo si pronunciava dicendo che "Il limite di Togliatti non è il gradualismo, è il tatticismo e il frontismo ", oggi, con stupore di chi la memoria non la usa solo per difendere i valori dei primi maggio o dei venticinque aprili, dice che è voterà per "Rifondazione....dovunque possa passare...", non la voterà "dove non potrebbe passare e metterebbe a rischio la possibilità di sconfiggere un candidato di destra", in quel caso voterà "il candidato di centro sinistra se appena sia figura moralmente accettabile"[22]. Domanda: come definire tutto ciò: un modo attuariato di interpretare il tatticismo e il frontismo o, per essere più chiaro e grave, la trasformazione di una tragedia culturale in sclerotica farsa intellettualista?

Delusioni conclusive

Come si evince da queste pagine, si tratta di uno scritto non ortodosso nell'ortodossia, forse a tratti, direbbe a giusta ragione qualcuno, delirante, banale. Tuttavia c'è qualcosa che mi mette in un'agitazione maggiore rispetto a quella che mi ha pervaso nel mettere insieme queste parole pensando al percorso parabolico che il pensiero socialista/comunista ha fatto in Europa nel XX secolo. In primis la lucida analisi sulla sinistra italiana che Melchionda ha ultimamente articolato parlando di sconfitta che "viene da lontano e che rischia di portare lontano"[23], a cui associo, solo per motivi temporali il cassandrico e realistico "fine di un ciclo" della Mafai[24]. In secondo luogo, il fatto che a 153 anni dall'uscita del Manifesto di Marx ed Engels, nonostante le profetiche parole di quel libro in cui si coglievano gli sviluppi estremi della logica del capitale, le motivazioni all'accumulazione ed al profitto escono indenni se non rafforzate dall'attacco portatogli dalle varie esperienze politiche che in un modo o nell'altro sono state ispirate dalla traiettoria dell'uguaglianza e della giustizia sociale. La cosa imbarazzante è che dopo le epopee rivoluzionarie dell'Ottobre russo, della lunga marcia cinese, di quella cubana, vietnamita, etc.., queste stesse pare abbiano improvvisamente lanciato messaggi opposti, o così sono stati recepiti in Occidente. Ciò che a loro nome è stato fatto, o è diventato parte integrante della fase dello sviluppo biologico e fisico dell'individuo (un pò come il morbillo e la varicella), o si è trasformato in qualcos'altro che della parola socialismo/comunismo ha via via conservato solo il suffisso ismo, fino al funesto e tutto italico pentitismo. Chi ancora oggi chiede al socialismo di tipo sovietico chiavi di lettura per il futuro come se fosse al cospetto dell'oracolo di Delfi, io credo, si reimmette all'interno dello stesso percorso che oggi porta ancora una volta appunto a Delfi. Se fino ad oggi abbiamo avuto la capacità di esprimere una critica forte a questo sistema è, forse, perché è parte del nostro vissuto, di un modo di essersi confrontati (anche duramente) con la realtà del capitale che ci ha permesso di analizzarne e scardinarne anche le progettualità più recondite, ma non la marcia. Purtroppo l'esserci dentro però non ha significato contestualmente l'elaborazione pratica di una strategia culturale e politica autonoma che andasse oltre l'interdizione ed il contenimento. Nei tanti anni di storia del pensiero socialista, mai, dopo il '17, si sono visti tanti medici intorno ad un individuo collettivo (l'Urss ed il suo socialismo) intenti a studiare/curare una semplice influenza scambiata per una grave malattia per ricavarne salutari anticorpi. E così può capitare che mentre il medico studia, l'ammalato (l'influenzato) se ne muore: speriamo si tratti solo di morte apparente!