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Paradossi della globalizzazione.
Appunti marxisti per un dibattito

di Angel L. Fanjul
 

Tratto da "Cuadernos de debate". Ediciones Foro de debate socialista. Buenos Aires, luglio 1999

Considerazioni preliminari

"Essere rivoluzionario credo che significhi prima di tutto saper guardare la realtà in faccia, anche quando questa ci contraddice" [1]. Richiamandoci a questa riflessione-guida del nostro vecchio compagno Lequenne, che sottolinea in tutta la sua tragicità, con riferimento all'antica leggenda di Procuste, la tendenza a sacrificare la realtà, squartandola o amputandola per farla rientrare nel letto "delle nostre quadrate concezioni", ci sforzeremo qui di comprendere le cause, la dialettica in movimento della globalizzazione, con la disponibilità a guardare in faccia questa realtà inaccettabile, il cui perdurare e aggravarsi minacciano di distruggere le conquiste della civiltà e trascinare l'umanità in uno stato di barbarie o alla sua estinzione.
Viviamo un fenomeno dello sviluppo capitalista cui si è dato il nome di "globalizzazione". Che cos'è la globalizzazione? È una nuova fase, è un passo avanti nel corso progressivo e ineluttabile dell'umanità verso una nuova èra? E in questo caso, verso un'èra di progresso? O, invece, la globalizzazione rappresenta una sorta di castigo divino che pende sull'umanità come le piaghe d'Egitto? Entrambe le ipotesi possono essere sostenute.
La cosa curiosa è che si discute di globalizzazione senza considerare cos'è ciò che si globalizza e i fattori sociali che l'hanno resa possibile. Una volta di più, il problema viene circoscritto alla validità delle leggi economiche astratte, come se potesse esistere un'economia al margine e al di là delle relazioni sociali che la sostengono. Per essere precisi, bisognerebbe parlare di globalizzazione di un sistema di produzione, il sistema capitalista, che è riuscito a mondializzarsi come risultato di una sconfitta inflitta alla classe lavoratrice.
A partire da questo punto di vista, la globalizzazione implica l'egemonia del sistema capitalista di produzione e un arretramento della lotta che stiamo portando avanti contro di esso. Deve quindi essere chiaro che il fenomeno della globalizzazione sancisce una sconfitta. Per coerenza con la nostra lotta non possiamo quindi considerarla come un trionfo del progresso, salvo che di questo non facciamo un culto, senza considerare le sue conseguenze sociali. Ci sovvengono i giudizi critici di Walter Benjamin nelle sue Tesi sul concetto di storia in cui sostiene: "Niente ha corrotto di più il movimento operaio tedesco della convinzione di star nuotando nel senso della corrente. Lo sviluppo tecnico venne preso come il senso della corrente. A partire da ciò, mancava davvero poco per immaginarsi che il lavoro industriale rappresentasse una conquista politica. A spese degli operai, la vecchia etica protestante del lavoro ha celebrato, in forma secolare, la sua resurrezione. [...] A tale concezione del lavoro non importa sapere in che misura i prodotti di questo lavoro servano agli stessi produttori, che non possono disporne. Tiene conto solamente del progresso nel dominio sulla natura e non del regresso della società."[2].
Per dissipare ogni sospetto di parzialità o di manipolazione delle conseguenze sociali della globalizzazione, riferiremo, sinteticamente, i dati del rapporto Onu sullo sviluppo umano, secondo il quale, oggi ci sarebbero sulla terra quasi sei miliardi di abitanti, con un aumento, dal 1960 in poi, di settanta milioni all'anno. I problemi sociali non sono originati dal numero di abitanti, ma dal sistema sociale imperante. Secondo le cifre del pogramma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, oggi, il 20% più ricco dell'umanità consuma l'86% di tutti i beni e servizi, contro il 70% degli anni Sessanta. Per il quinto più povero non rimane che un 1,3%, cioè quasi la metà di ciò che consumava trent'anni fa. Ci sono almeno 2 miliardi e 600 milioni di persone che non dispongono di strutture igieniche di base e oltre 1 miliardo e 100 milioni non può contare su una abitazione adeguata. Sempre secondo l'Onu, quanto posseggono le tre persone più ricche del mondo supera il PIL dei 48 paesi meno sviluppati messi insieme. Inoltre il rapporto tra le entrate del quinto più ricco e del quinto più povero della popolazione mondiale è passato da 30 a 1 nel 1970 a 74 a 1 nel 1997. La partecipazione al PIL globale delle duecento maggiori transnazionali è passato dal 24% nel 1982 a oltre il 30% nel 1995. Nel 1997 aveva raggiunto il 33%. Considerando le cinquecento transnazionali maggiori si arriva al 45%. Nei paesi in via di sviluppo, ci sono 800 milioni di persone disoccupate o sottoimpiegate, cifra questa superiore a tutta la forza-lavoro dei paesi industrializzati messi insieme. Ogni venti minuti nascono 3500 esseri umani ma scompaiono una o più specie complete di flora o di fauna. Il rapporto citato, inoltre, fa notare come l'avanzamento dei deserti e l'abbassamento della falda freatica in un terzo del pianeta contribuisca alla fame, all'inquietudine sociale e alle migrazioni. Uno statunitense consuma trenta volte di più di un indiano. I ricchi del mondo consumano il 45% della carne e del pesce, utilizzano il 58% del totale di energia prodotta e posseggono dell'87% dei veicoli. Gli statunitensi e gli europei insieme spendono ogni anno 17 miliardi di dollari in cibo per animali domestici, vale a dire una somma superiore a quella che l'Argentina deve pagare annualmente per gli interessi sul debito. Questa cifra è di poco inferiore a quanto nel mondo si spende di armi in una settimana ed è inferiore di soli 4 miliardi a quanto sarebbe annualmente necessario per offrire, qui in Argentina, servizi sanitari e scolastici di base [3].
La Banca Mondiale nel suo rapporto sulla crisi macro economica e la povertà, ha ricordato che, nel 1993, quasi un miliardo e 300 milioni di persone in tutto il mondo vivevano con meno di 1 dollaro al giorno e che, per l'anno in corso (1999), questa cifra aumenterà di 200 milioni, il che equivale a dire che un miliardo e mezzo di persone nel mondo, un quarto della popolazione mondiale, sopravvive con meno di un dollaro al giorno.
Nella riunione di Colonia del G7 si è fatto un gran parlare del condono di quella che è stata definita una gran parte del debito estero dei 36 paesi più poveri del mondo. Bisogna demistificare questa propaganda. Attenendoci alle risoluzioni, risulta che viene in realtà condonata solo una parte infinitesimale del debito di questi paesi, sottoposti, per tre o sei anni, all'applicazione di feroci piani di aggiustamento. Se questi piani venissero applicati, il debito condonato sarebbe superato da nuovi debiti e obbligazioni. Il Fmi e la Bm condonano solo l'inesigibile con la garanzia del pagamento di nuovi e maggiori debiti.
Il fatto evidente che la globalizzazione è il risultato di una sconfitta sociale inflitta dal capitalismo non deve tuttavia portarci a ignorare la realtà, a continuare a vivere e agire come se non esistesse o fosse solo una realtà virtuale.
Rammaricandoci delle catastrofi che provocano all'umanità le "sette piaghe d'Egitto" della mondializzazione o globalizzazione, non guadagneremmo niente e così pure se ci limitassimo a ripetere, "come pappagalli appesi all'albero secco dei principi", secondo l'espressione usata da Michel Pablo oltre mezzo secolo fa, vecchi slogan e vecchie idee corrispondenti a un mondo ormai scomparso.
Il nostro compito, in quanto marxisti critici, non è di tormentarci per la sconfitta, ma di individuare le nuove condizioni per riprendere la lotta.
Come dice André Gorz: "Bisogna imparare a discernere le opportunità non realizzate che dormono nelle pieghe del presente. Bisogna voler impadronirsi delle opportunità, impadronirsi di ciò che cambia. Bisogna osare rompere con questa società che muore e che non rinascerà più. Bisogna osare l'esodo" [4].
Quali sono, quindi, le opportunità non realizzate? Che cosa cambia? Che cosa deve essere rotto? Esodo o liberazione dal lavoro salariato?
Come vedremo più avanti, la globalizzazione tende a una nuova geografia mondiale in cui si fanno via via meno definite le frontiere edificate nella precedente fase dello sviluppo capitalista.
Fin dall'uscita del Manifesto del partito comunista ma anche prima, i militanti che lottavano per la costruzione di una nuova società hanno avuto tra le preoccupazioni fondamentali l'associazione internazionale dei lavoratori. Hanno denunciato chiaramente il carattere artificiale delle frontiere degli Stati-nazione e hanno rivendicato come uno degli obiettivi primari, l'unone di tutti i lavoratori, senza distinzione di nazionalità, sesso o razza, contro il nemico comune: il capitalismo. Dal Manifesto a oggi abbiamo già costruito varie internazionali per raggiungere questo obiettivo.
Attualmente, dopo aver inflitto forti sconfitte ai lavoratori, la borghesia ha affermato il suo dominio mondiale, relativizzando lo Stato-nazione. L'opportunità che si presenta e che deve essere colta è quella concreta della mondializzazione delle lotte contro il capitale. La mondializzazione della sovranità dei lavoratori, l'affermazione del principio della cittadinanza universale nella mappa del mondo che si viene delineando.
Questa opportunità, non realizzata nella mondializzazione, è riscontrabile in molteplici manifestazioni ma è maggiormente rilevabile nel principio della giurisdizione universale per giudicare i responsabili di delitti di genocidio, tortura e i crimini contro l'umanità. Questa spinta verso una cittadinanza universale, però, si esprime anche nelle mobilitazioni che, in paesi e continenti diversi, hanno avuto luogo contro l'aggressione della Nato alla Jugoslavia.
L'occasione è propizia per affermare un nuovo concetto di internazionalismo, che vada al di là delle strutture passate e che ci permetta di raccogliere la sfida della mondializzazione. Nel mondo globalizzato, probabilmente l'internazionalismo non sarà più solo il risultato dell'adesione di certe strutture politiche a un programma o a una linea politica specifica bensì la confluenza di organizzazioni e movimenti sociali, politici e culturali che rappresentano la cittadinanza universale.
Che cosa cambia? La mondializzazione è solo questo o è una nuova tappa nello sviluppo del capitalismo? Rappresenta una tappa diversa e superiore rispetto all'imperialismo che Lenin definiva "fase suprema del capitalismo"? È una conseguenza dello sviluppo storico che Ernest Mandel connota come "capitalismo tardivo"? In questa ipotesi, la globalizzazione sta mostrando l'esaurirsi del sistema? Quali conseguenze può avere tutto questo nella distruzione o ricostruzione delle istituzioni che il capitalismo si era dato durante il suo sviluppo? Questa e molte altre questioni dovranno essere dibattute per una migliore e più avanzata comprensione della realtà che vogliamo trasformare.
Con più dubbi che certezze, con più domande che risposte, con più angosce che ottimismo, ci addentriamo quindi nell'argomento. Per farlo dobbiamo affrontare e chiarire i paradossi che il fenomeno della globalizzazione ci presenta, in relazione alla validità dei principî che abbiamo sostenuto, in alternativa, nel corso della lotta di classe contro il capitale.
Concordiamo con Joachim Hirsch secondo cui "... bisogna ricordare che il capitalismo è un sistema globale fin dall'origine... La globalizzazione si riferisce essenzialmente a un processo economico. La domanda sarà dunque se stiamo assistendo a una modificazione strutturale storica del capitalismo che conferisce a questa forma sociale un volto e un significato completamente diversi e come ciò si realizza" [5].
Già nel Manifesto, Marx sosteneva che: "... spinta dall'esigenza di sempre nuovi sbocchi, la borghesia invade l'intero globo. È per questa necessario installarsi ovunque, sfruttare in ogni dove, stabilire relazioni dappertutto. Per lo sfruttamento del mercato globale, la borghesia dà un carattere cosmopolita alla produzione e al consumo in tutti i paesi".
In questo stesso senso, nella sua opera Che cos'è la rivoluzione permanente?, Leon Trotsky afferma: "Il trionfo della rivoluzione socialista è inconcepibile all'interno delle frontiere nazionali di un singolo paese. Una delle cause fondamentali della crisi della società borghese consiste nel fatto che le forze produttive da questa create non possono più conciliarsi con i limiti dello stato nazionale. Da qui hanno origine le guerre imperialiste da una parte e l'utopia borghese degli stati uniti d'Europa, dall'altra" - tesi 10 [6].
Da Marx, Lenin, Trotsky fino a oggi, nessun marxista che si definisca tale, tralascia di sottolineare, come una necessità inerente al sistema capitalista sia la sua tendenza a espandersi, imponendo su scala mondiale i suoi rapporti di produzione. Non può quindi apparire sorprendente né discutibile il fenomeno oggi chiamato "globalizzazione". Ed è certo che tale fenomeno è ben presente nelle analisi e nelle previsioni dei teorici marxisti, quali che fossero le loro posizioni politiche o le argomentazioni addotte. In altri termini, la globalizzazione è il risultato della dialettica mediante cui si esplica il dominio borghese.
Ma dire che essa venne predetta dai teorici del marxismo, non significa che sostenere che la realtà odierna sia quella di 150 anni fa e neppure che il fenomeno sia identico a quello studiato da Lenin nel suo Imperialismo fase suprema del capitalismo.
Effettivamente, Marx, oltre a prevedere l'espansione del sistema capitalista, sostiene che: "... la borghesia non può esistere senza rivoluzionare costantemente gli strumenti di produzione, vale a dire l'insieme delle relazioni sociali" [7].
Quindi, quando studiamo lo sviluppo del capitalismo contemporaneo e verifichiamo la sua estensione globale dobbiamo anche studiare le modificazioni o le trasformazioni prodotte da questa rivoluzione costante degli strumenti di produzione, dei rapporti di produzione e cioè "dell'insieme dei rapporti sociali".
Non basta definire o qualificare il fenomeno della globalizzazione, bisogna anche cercare di comprendere quali trasformazioni implica nelle relazioni sociali e quali modificazioni determina sull'"insieme dei rapporti sociali" e cioè nell'applicazione tecnica, nei progressi scientifici, nell'ordine politico, nei rapporti economici e in ambito culturale.

Monopolio imperialista e globalizzazione

È piuttosto comune, nella letteratura di sinistra, identificare la globalizzazione con il l'imperialismo monopolista analizzato da Lenin, come se il termine globalizzazione fosse semplicemente un eufemismo per riferirsi a una vecchia realtà, la realtà dell'imperialismo. È certo eccessivo sostenere che l'imperialismo è stato inglobato dalla mondializzazione, ma lo è altrettanto sostenere che nulla è cambiato e che, in ultima analisi, è solo una questione terminologica.
Prendendo a prestito una metafora di Robert Castel, diremmo che tra l'imperialismo e la mondializzazione attuale esiste una metamorfosi. "La metafora della metamorfosi è una maniera di spiegare una categoria dialettica tra ciò che rimane e ciò che cambia, di modo che esiste continuità nella differenza." [8].
L'imperialismo, come "fase suprema del capitalismo", è stata una conseguenza del suo sviluppo, una "specie dialettica" del capitalismo. P. Sweezy arriva persino a sostenere che il saggio di Lenin dovrebbe essere aggiunto come libro IV del Capitale, giacché approfondisce un argomento che Marx non è riuscito a sviluppare nonostante lo avesse previsto. In questo suo lavoro, Lenin precisava che cosa rimaneva e che cosa cambiava. L'imperialismo per lui non era esattamente la stessa cosa del capitalismo precedente, ma il risultato del suo sviluppo, l'organizzazione del monopolio e la concentrazione del capitale: una fase determinata della storia. Questo non significa che l'imperialismo abbia superato i rapporti sociali di produzione capitalistici bensì che tale concetto incorpora nuovi elementi di analisi e permette di dare una definizione politica concreta di questa "metamorfosi del capitale".
Nel saggio citato, Lenin sostiene che "...l'imperialismo, per la sua essenza economica, è il capitalismo monopolista. Questo determina già il luogo storico dell'imperialismo, poiché il monopolio, che nasce unicamente e precisamente dalla libera concorrenza, è il passaggio del capitalismo a una struttura economica e sociale più elevata. Bisogna risaltare particolarmente quattro varietà essenziali del monopolio o manifestazioni principali del capitalismo monopolista caratteristiche dell'epoca che ci riguarda." [9]
Riassumiamo queste quattro varietà. Primo: il monopolio è un prodotto della concentrazione della produzione in un grado molto elevato del suo sviluppo. Secondo: i monopolî hanno finito con l'esasperare la conquista della più importante fonte di materie prime... Terzo: i monopolî sono sorti dalle banche, le quali, da modeste imprese intermediarie che erano, hanno adesso l'esclusiva del capitale finanziario. Quarto: il monopolio è nato dalla politica coloniale.
Dopo aver analizzato questi quattro elementi, Lenin afferma: "Da tutto ciò che abbiamo finora detto, si deduce che bisogna qualificarlo come capitalismo di transizione o, più propriamente, capitalismo agonizzante."
Così scriveva Lenin tra il gennaio e il giugno 1916 nell'opuscolo pubblicato nell'aprile del '17, a Pietrogrado. Com'era consuetudine tra i marxisti, sempre mossi dall'ottimismo della volontà, egli considerò l'imperialismo come una categoria dialettica del capitalismo, come una transizione alla volta di una sua estinzione.
Secondo Marx, nessun sistema sociale abbandona volontariamente la scena della storia ma deve essere abbattuto dalla classe sociale antagonista. Una volta ancora, nella storia non c'è niente di fatale o di ineluttabile e il suo sviluppo sarà il risultato dei rapporti tra le classi sociali antagoniste.
Ora, per le ragioni che conosciamo, il capitalismo è sopravvissuto a se stesso, viviamo nell'epoca di un "capitalismo tardivo". Ma già Lenin osservava che l'imperialismo è caratterizzato dall'acuta contraddizione tra la socializzazione che esso implicava e l'obsoleto "involucro" della proprietà privata. Proprio a partire da questa contraddizione, traeva conclusioni ottimistiche per il futuro. Perché non fare lo stesso oggi?
Trarre conclusioni ottimistiche riguardo il futuro dall'analisi dell'imperialismo, riguardo il suo sbocco, non implicava per Lenin un'adesione a esso. Il capitalismo, in quanto sistema sociale, non essendo stato rovesciato, ha dato luogo non all'agonia dell'imperialismo ma alla sua metamorfosi in mondializzazione: occorre quindi indagare sulle possibilità che, a partire da questo punto, si aprono. "Tirare fuori da questo le opportunità irrealizzate", secondo l'espressione di André Gorz, non implica un'apologia della mondializzazione, ma un esercizio responsabile di marxismo critico.
Dei quattro elementi indicati da Lenin nell'analisi dell'imperialismo, due restano pienamente validi. Altri due sono cambiati sostanzialmente: il carattere nazionale della centralizzazione e concentrazione del capitale; il dominio del capitale sulle colonie. Oggi il capitale mondializzato, evoluzione delle multinazionali, non è radicato specificamente in uno Stato-nazione e lo sfruttamento e l'oppressione degli altri paesi non dipendono dal dominio politico su di essi, in quanto colonie o semicolonie, ma sono il risultato della globalizzazione capitalistica. L'appropriazione del plusvalore non avviene più solo attraverso l'estrazione di materie prime ma piuttosto attraverso l'attività economica globale.
Per Mandel, il centro di gravità del capitalismo della libera concorrenza "si situa nella giustapposizione di sviluppi e sottosviluppi regionali, in seno ai paesi che si industrializzano"; con l'imperialismo classico, il principale fattore dinamico è costituito dalla "giustapposizione dello sviluppo internazionale (nei paesi imperialisti) e del sottosviluppo (nei paesi coloniali e semicoloniali)". Nella terza età del capitalismo, il suo dinamismo è più autocentrato e assume la forma di una "giustapposizione di sviluppi e sottosviluppi di rami industriali in crescita e rami industriali in stallo o in declino nei paesi imperialisti e, in modo secondario, nelle semicolonie".
Il fenomeno della globalizzazione ci riporta al problema di determinare che cosa rimane del vecchio imperialismo, che cosa cambia e se esiste o meno continuità nelle differenze. Vediamo: nella mondializzazione permane tutto ciò che caratterizza i rapporti di produzione e di proprietà propri del sistema capitalista, così come accadeva per l'imperialismo. Più in generale, rimane il processo di crescente concentrazione monopolistica della proprietà e della ricchezza. Ci sono differenze per quanto riguarda i rapporti con lo Stato-nazione, come vedremo più avanti, o per quanto riguarda la politica del capitale tesa a garantirsi il suo tasso di profitto. Altrimenti detto, differiscono la congiuntura storica e i rapporti tra le classi in cui questo fenomeno si genera.
Ritornando alle riflessioni di André Gorz: "Occorre osare rompere con questa società che muore e che non rinascerà più". Osare rompere con l'ordine sociale esistente, senza dubbio. Rompere con il concetto di lavoro salariato, con l'ideologia di un'epoca che ha fatto del lavoro la base della dignità umana, la base dei suoi diritti. Rompere con questo, significa in ogni caso rompere con i pregiudizi, mettere fine ai feticismi, tra gli altri quello della moneta, dello Stato-nazione, del partito.
La globalizzazione porta alla luce i limiti degli elementi tipici della politica rivoluzionaria tradizionale, come l'antimperialismo, il valore del nazionalismo, la dimensione geografica del principio di autodeterminazione dei popoli, il principio della sovranità nazionale. Arrischiarsi a rivedere questi concetti costituisce uno degli elementi indispensabili per l'efficacia dell'azione volta a formare un nuovo soggetto sociale. Fino a oggi, l'autodeterminazione dei popoli e il principio di sovranità sono stati considerati nell'ambito delle frontiere di una nazione geograficamente determinata. Oggi, la globalizzazione ci pone di fronte alla sfida dell'autodeterminazione dei popoli come principio da far valere al di là dei limiti gelatinosi dello Stato-nazione e promuove il progetto della sovranità a diritto da esercitare a livello mondiale, ossia al principio della cittadinanza universale.
La rivoluzione permanente di cui parlava Marx nel conflitto tra la società politica e quella reale e le tesi della rivoluzione permanente di Trotsky acquistano oggi una dimensione e attualità tali da costringerci a ridefinire la portata e le proposte dell'arsenale politico marxista.
Ripetendo slogan della lotta antimperialista di inizio secolo, altrimenti, corriamo il rischio, di incoraggiare processi di frammentazione e di ritorno a vecchi nazionalismi che oggi, diversamente dalla fase della decolonizzazone sviluppatasi durante e dopo la Seconda guerra mondiale, alimentano tendenze conservatrici, fascisteggianti o xenofobe. La sfida che abbiamo di fronte è smisurata ma non possiamo eludere le contraddizioni e i paradossi che la realtà ci impone e, in particolare, la sorte della più parte delle nazioni che dopo aver ottenuto l'indipendenza oggi sono in realtà neo-colonie, costrette a mantenere la popolazione sottoposta allo sfruttamento del capitale globalizzato e in condizioni di estrema arretratezza economica, sociale e culturale. Alle guerre di indipendenza succedono lotte intestine, nazionaliste, religiose, etniche o tribali. La frustrazione del fervore rivoluzionario è il brodo di coltura del fondamentalismo.
Il fervore rivoluzionario non va però recuperato alzando le vecchie bandiere ormai decadute. La globalizzazione rende fluide le frontiere dello Stato-nazione coloniale ma anche quelle del potere imperialista. Sarebbe complesso, oggi, determinare da quale madrepatria si ottiene l'indipendenza, considerato il carattere mondializzato del capitale che opera sempre di più come un potere mondiale de facto, al di sopra delle istituzioni delle potenze coloniali di un tempo. C'è inoltre un'altra sfida. Non possiamo dimenticare che la globalizzazione implica regionalizzazione e frazionamento. Così come in passato la lotta contro una potenza coloniale è stata a volte scatenata da un'altra per rimpiazzare o spazzar via una rivale, oggi la lotta contro un blocco del capitale mondializzato può essere scatenata da un blocco concorrente. Ciò non significa rinunciare a combattere contro il blocco egemone ma aver chiaro che il vero obiettivo rivoluzionario consiste nell'indebolire le forme del dominio capitalista. Più che alimentare uno spirito nazionalista contro una potenza coloniale dominante, si deve porre l'accento sull'unità di interessi tra settori sfruttati e oppressi del paese dominato e gli stessi settori dei paesi egemoni.
La globalizzazione, alterando le relazioni tra paesi colonizzatori e colonie, rendendo fluide e fragili le frontiere, mette in luce che lo scontro fondamentale non è tra paese dominante e paese dominato ma tra sfruttatori e sfruttati: in altri termini che la liberazione è un problema sociale e risultante da rapporti sociali determinati, che non c'è liberazione nazionale senza liberazione sociale.
Capire le metamorfosi dell'imperialismo serve anche a mettere in guardia dalla tendenza a sostituire una piccola patria con una grande patria. Le tendenze nazionaliste che si levavano a difesa del cosiddetto interesse nazionale possono trasformarsi oggi nella tendenza a difendere l'interesse regionale [cioè di un'area comprendente più stati]. Per quanto importante, ciò rischia di far perdere di vista la vera questione della liberazione sociale.
La metamorfosi del capitalismo mondializzato ci impone di precisare la nostra politica antimperialista.

Neoliberismo e globalizzazione

Allo stesso modo in cui si identifica l'imperialismo con la globalizzazione, si tende a identificare la globalizzazione con il neoliberismo. Si confonde, a nostro avviso, la specie con il genere. La globalizzazione è il risultato dello sviluppo della dialettica del capitale. Il neoliberismo è una politica applicata in una specifica congiuntura storica. Anche una sconfitta della politica neoliberista non comporterebbe il ritorno alla struttura del mondo precedente, il pieno recupero dello Stato-nazione, la ricostituzione delle basi dei rapporti sociali, culturali ed economici propri dei cosiddetti " trent'anni gloriosi " del dopoguerra, con i loro welfare state.
In Capitalismo tardivo e Le onde lunghe dello sviluppo capitalista, Ernest Mandel ricorda il costo sociale e umano che si è dovuto pagare per entrare nella seconda onda lunga di questo secolo. Egli sottolinea come l'entrata in quest'onda lunga non sia il prodotto dello sviluppo endogeno del capitalismo ma dell'intervento di fattori esogeni. Il prezzo da pagare per superare la fase recessiva della prima onda lunga ed entrare nella seconda che ha portato allo Stato assistenziale, è stato, tra gli altri, quello di almeno 60 milioni di morti a seguito della Seconda guerra mondiale, con il nazismo, il fascismo, Auschwitz, Hiroshima...
La politica neoliberista di cui vediamo oggi le catastrofiche conseguenze in termini di disoccupazione di massa, esclusione sociale, crescente svalutazione della forza-lavoro ecc., è una politica adottata dal capitale una volta entrati nella fase recessiva della seconda onda lunga.
Possiamo dire che il ventesimo secolo conosce due onde lunghe, che qualcuno chiama cicli Kondratieff. Bisogna comunque segnalare la differenza tra le onde lunghe teorizzate da Mandel e i cicli Kondratieff. L'economista russo ritiene che i cicli siano inerenti alla struttura del capitalismo e che, quindi, a un ciclo di crisi ne seguirà uno espansivo e viceversa.
Nella sua analisi, invece, Ernest Mandel descrive i cicli economici che chiama onde lunghe come il risultato non solamente delle leggi economiche del sistema capitalista ma anche, e innanzitutto, dei rapporti sociali di classe e di lotta, e cioè prende il capitalismo nella sua globalità dialettica. Di conseguenza per Mandel, le onde lunghe non sono fatalità e sono strettamente legate ai rapporti di forza tra le classi. Riflette inoltre sul fatto che, sebbene non esistano situazioni senza via d'uscita, il problema è di considerare quale sarà il costo e chi lo pagherà.
Anche Michel Husson nel suo studio sulle onde lunghe finisce per concordare con Mandel che il termine designa un movimento a lungo termine dell'economia capitalista. Classificando le onde lunghe di questo secolo, Husson le divide in due fasi. Per la prima di queste, ne individua una espansiva, che chiama "belle époque" negli anni tra il 1890 e il 1924 e una recessiva dal 1925 al 1939. Situa invece la seconda onda lunga dal 1949 al 1973 per la sua fase espansiva, l'"età dell'oro", e dal 1974 a oggi, per la fase recessiva. L'autore specifica inoltre che questa successione di fasi può essere stabilita partendo dalla dinamica del tasso di profitto del capitale.
Lo studio di questa periodizzazione ci permetterà di capire, nella sua giusta dimensione, il significato e la portata dell'"età dell'oro" e ci spiegherà anche le cause della politica neoliberista, nella fase recessiva della seconda onda lunga del Novecento.
Non possiamo inoltre dimenticare che in seguito alla fase recessiva della prima onda lunga, la borghesia è ricorsa alla politica fordista tendente ad ampliare il mercato su cui collocare i prodotti non solo attraverso la lotta per le colonie e la spartizione del mondo, come nella fase analizzata dal Lenin, ma attraverso l'espansione del mercato interno dei vari paesi, con un aumento della capacità di consumo della classe salariata, con il criterio di distribuzione del valore aggiunto, l'efficacia del capitale, la produttività del lavoro ecc...
Il keynesismo però, nella prima fase della seconda onda lunga, non è stato solamente il risultato del calcolo politico-economico della classe dominanante ma anche la conseguenza diretta dell'azione del movimento di massa che rimetteva in questione l'esistenza stessa del sistema. Non va dimenticato che lo Stato assistenziale dell'"età dell'oro" nasce e si sviluppa nell'immediato dopoguerra con la presenza di potenti movimenti politici di lavoratori che, affermatisi nella resistenza contro il fascismo, la sua sconfitta e l'estensione della zona d'influenza dell'Unione Sovietica, hanno ottenuto dal capitale concessioni significative tanto nei paesi colonizzatori quanto nelle colonie. In queste ultime, il fenomeno si è sviluppato attraverso la cosiddetta rivoluzione coloniale e l'adozione del populismo, la variante locale del keynesismo.
È evidente che il limite alle concessioni è dato dal mantenimento del tasso di profitto, unito alla paura della borghesia di fronte all'emergere di forti movimenti sociali nelle madrepatrie e nelle colonie. Va anche detto, come dato empirico, che le concessioni fatte dalla borghesia le sono state strappate e non sono affatto il risultato di un suo atteggiamento condiscendente.
Michel Husson ricorda che lo stesso presidente francese, Valéry Giscard d'Estaing, dopo l'esplosione della crisi della seconda onda espansiva sostenne che se si fosse superato il 40% nei tassi di sconto (obbligazionari) sarebbe stato il socialismo. Avvertiva cioè il rischio a cui andava incontro il sistema capitalista a causa delle richieste sociali e della crescita delle protezioni sociali e del settore pubblico.
Nello stesso senso, correndo in appoggio alle politiche di privatizzazione del governo menemista, il dirigente conservatore Alvaro Alsogaray evocò il fantasma del socialismo, identificato con le statizzazioni e la politica populista di espansione del settore pubblico.
Quando l'applicazione della politica fordista cominciò a esaurirsi e lo stato keynesiano a minacciare i tassi di profitto del capitale - che non poteva compensare con la produttività le concessioni i lavoratori - vennero in aiuto alla borghesia alcuni eventi significativi che influirono nei rapporti tra le classi e che permisero al grande capitale di lanciare l'offensiva delle privatizzazioni. Tali eventi furono da un lato i sintomi inequivocabili della crisi e dello sgretolamento degli Stati burocratici, l'Urss e i suoi satelliti, dall'altro il ripiegamento dei movimenti di massa, insieme all'esaurirsi del populismo nelle colonie.
Sfruttando questi fatti e sempre con il proposito di garantire il suo tasso di profitto, la grande borghesia ha allora cominciato a praticare la cosiddetta politica neoliberista basata su una lenta ma persistente azione tendente a erodere gradualmente quanto era stato costruito nella prima fase espansiva della seconda onda lunga del secolo, cioè a disarticolare quegli elementi del welfare state che pregiudicavano i suoi profitti.
Tanto nella prima fase espansiva della seconda onda lunga quanto nella seguente fase recessiva, il capitalismo continua a muoversi secondo la logica del sistema, che si riduce al conflitto capitale-lavoro. Oltre a ciò, la politica neoliberista non avrebbe potuto prodursi se non avesse potuto contare su elementi sviluppatisi nel periodo precedente come per esempio l'organizzazione e la generalizzazione delle multinazionali. Queste erano cresciute già durante la fase dello Stato assistenziale, grazie all'aumento dei tassi di profitto, garantiti dalla crescente produttività del lavoro e del capitale.
La costituzione delle multinazionali ha messo in evidenza i limiti dell'attuale Stato-nazione rispetto alle esigenze della riproduzione allargata del capitale prennunciando la globalizzazione. Per questo sosteniamo che non è legittimo identificare globalizzazione e neoliberismo e che la sconfitta di quest'ultimo non apre la strada a un neoregolazionismo.
Basandosi sull'esistenza delle due onde lunghe che si sono succedute durante il ventesimo secolo, alcuni nutrono la speranza che l'attuale fase recessiva e il neolilberismo si esauriscano e che subentri una terza onda, nella sua fase espansiva. È questa l'ipotesi delle correnti cosiddette neoregolazioniste: un keynesismo di nuovo tipo, ossia con la libertà di mercato, che assorbirebbe l'esperienza delle due fasi della seconda onda. SI tratta per esempio della cosiddetta "terza via" promossa da Tony Blair.
Accreditare questa prospettiva vorrebbe dire cadere in un'interpretazione fatalistica della teoria delle onde lunghe, in un determinismo meccanicistico. Non c'è nulla che indichi che questa prospettiva possa trovare attuabilità. L'odierna fase recessiva è caratterizzata per lo più dalla svalutazione della forza-lavoro dato il minor costo del suo rimpiazzamento, la cosiddetta flessibilizzazione, la precarizzazione, la disoccupazione e l'esclusione sociale. Oggi, i profitti derivanti dalla maggior produttività non vengono investiti in capitale produttivo bensì destinati in larga parte agli investimenti finanziari.
La prospettiva della "terza via" si baserebbe sulla possibilità illimitata del capitale di incorporare nel sistema elementi per così dire esogeni, cioè le nuove scoperte scientifiche, le nuove applicazioni tecniche, nuove istituzioni che gli permettano di perpetuarsi.
La domanda che allora si pone è la seguente: è l'applicazione tecnica dei progressi scientifici che genera la mondializzazione o, al contrario, è la mondializzazione che determina tali progressi? In realtà, esiste un condizionamento reciproco. Ma la capacità di assorbire i progressi tecnici al fine di permettere o garantire lo sviluppo del capitale, tende sempre più, per usare un'espressione di Mandel, a banalizzarli. Ne sono un chiaro esempio il progresso in campo informatico e in quello dell'utilizzo dei microcomponenti, rapidamente assorbiti dal capitale che li ha banalizzati.
Senza cadere in posizioni catastrofiste, dobbiamo rimarcare i limiti del capitalismo. Non possiamo considerarlo a prescindere dallo sviluppo storico e sociale. Il capitalismo è solo una tappa dello sviluppo della società. La sua capacità di assorbire e sviluppare i nuovi progressi scientifici e tecnici, che fanno da motore alla crescita delle forze produttive, non è illimitata. La mondializzazione si va mostrando oggettivamente in contraddizione con il progresso della società. Si tratta di sconfiggere il neoliberismo non per ritornare al keynesismo quanto per progredire verso la socializzazione della ricchezza.
Come già osservava Lenin studiando l'imperialismo: "Si avverte che i rapporti di economia e proprietà privata costituisce un involucro che non corrisponde più al contenuto, che questo involucro deve inevitabilmente disfarsi se si rimanda artificialmente la sua soppressione, che può permanere in stato di decomposizione per un periodo relativamente lungo (nel peggiore dei casi, se la cura del tumore opportunista si prolunga troppo) ma che con tutto questo verrà ineluttabilmente soppresso."
Se allora Lenin intuiva la contraddizione tra l'involucro della proprietà privata e i rapporti sociali di produzione, oggi tale contraddizione è resa molto più evidente e più generale con la globalizzazione.
Ci siamo prima riferiti al prezzo che l'umanità ha dovuto pagare per uscire dalla crisi tra le due guerre ed entrare nella fase espansiva dei "gloriosi trent'anni". Secondo Mandel, una delle condizioni che potrebbero venirsi a creare per uscire dalla fase recessiva ed entrare in una nuova onda lunga espansiva sarebbe forse il passaggio dall'attuale produzione semi-automatizzata a una produzione completamente robotizzata.
Questa possibilità non è però esente da certe difficoltà sia per quanto riguarda la "redditività" (mantenimento del tasso di profitto) che il capitalismo potrebbe ottenere dagli enormi investimenti richiesti per robotizzare la produzione, sia per quanto riguarda la sua capacità di infliggere alla società, a tutti i lavoratori e alla loro avanguardia, una nuova sconfitta tale da obbligarli ad accettare un mondo di esclusione generalizzata.
Mandel ritiene che, perché diventi possibile una nuova fase di sviluppo, il capitale dovrebbe ricorrere a un autoritarismo di nuovo tipo, a forme inedite di dittatura e disarticolare le organizzazioni politiche e sindacali dei lavoratori nel loro insieme e la loro avanguardia in particolare.
Questa è una possibilità certo presente ma niente ci autorizza a dire che questa sia l'unica via e che l'umanità sia disposta a pagare un simile prezzo. Quanti puntano, nella crisi della politica neoliberista, sulla apertura di una nuova onda lunga espansiva del capitale devono essere coscienti dei costi sociali che ciò comporta.
Risulta più coerente, per dirla con Gorz, tirar fuori dalle pieghe della globalizzazione le opportunità non realizzate e puntare non a rilanciare una nuova fase espansiva del capitale ma a far avanzare l'eliminazione degli involucri obsoleti che soffocano lo sviluppo armonioso dell'umanità.

Globalizzazione e Stato-nazione

Lo Stato-nazione è un rapporto sociale imposto dalla borghesia per garantire il proprio sviluppo al di là dei limiti della struttura feudale precedente. Lo Stato-nazione è una condizione per lo sviluppo della borghesia, per il controllo delle materie prime, della forza-lavoro, dell'"uomo libero" emancipato dal vassallaggio verso i signori feudali.
Anche lo Stato-nazione è una conquista politica. È l'area in cui vigono le leggi della borghesia, la giurisdizione territoriale necessaria per lo svolgimento dei suoi affari. È il suo mercato, soggetto ai suoi interessi, che consente la circolazione delle sue merci, la realizzazione del suo plusvalore, che le assicura la riproduzione allargata del capitale, e la sua parte di profitto.
Paradossalmente, lo Stato-nazione è anche il terreno in cui si sono manifestati i rapporti di forza tra le classi antagoniste. Come istituzione, lo Stato è lo strumento della borghesia per dominare e opprimere il proletariato non in maniera arbitraria e astratta ma in base ai concreti rapporti di forza esistenti fra queste due classi. La difesa dell'interesse dominante del capitale richiede anche di cedere, facendo concessioni, di fronte alla mobilitazione delle classi sfruttate. Diversamente, lo Stato in quanto tale non avrebbe senso.
Curiosamente lo Stato, pur essendo strumento di dominio, è anche la struttura attraverso cui si esercitano i diritti civili dell'"uomo universale". Qui si fa evidente un nuovo paradosso: anche l'indebolmento dello Stato-nazione e la sua sostituzione con il "potere mondiale de facto" priverebbe i cittadini dei diritti conquistati e lascerebbe la classe dominante senza uno strumento insostituibile per risolvere la conflittualità sociale e mantenere la sua egemonia.
Schematicamente, questi sono i tratti con cui il marxismo ha definito il carattere dello Stato-nazione. Di fronte alla formazione dello Stato borghese, i marxisti hanno sempre sostenuto la necessità di combatterlo e il carattere internazionale della lotta degli oppressi e sfruttati per la loro liberazione.
La costituzione dello Stato-nazione non si è realizzata in maniera armoniosa e pacifica. Nella storia del dominio borghese si sono prodotte annessioni, secessioni, nascite di nuovi Stati-nazione e distruzione di altri. Come si è detto in precedenza, il consolidamento dello Stato-nazione, laddove la borghesia ha avuto uno sviluppo significativo, ha dato luogo all'imperialismo come fase suprema del capitalismo. La globalizzazione del capitale che stiamo analizzando e che si opera a prescindere delle frontiere ha avuto come conseguenza il suo indebolimento.
In un suo recente lavoro, Chomsky ha relativizzato - secondo noi a ragione - questa messa in questione dello Stato-nazione da parte della globalizzazione dell'economia, rilevando come le grandi piovre del capitalismo internazionale abbiano ancora bisogno di ricorrere allo Stato-nazione per assicurarsi i propri tassi di profitto o risolvere i propri problemi. Ciò riconferma il ruolo dello Stato nella riproduzione allargata del capitale. Questo risulta evidente ovunque ma senza riuscire a far venir meno l'esaurirsi delle funzioni tradizionali dello Stato quale superstruttura giuridica corrispondente a un determinato processo di sviluppo.
Lo Stato-nazione soffre l'urto dell'economia globalizzata, il vertiginoso spostamento del capitale finanziario a livello mondiale e lo sviluppo, anch'esso vertiginoso, delle nuove enclave industriali.
Poco a poco lo Stato-nazione sta perdendo le sue specifiche funzioni a favore degli organismi sovranazionali. Perde aspetti essenziali della sua "sovranità" tra cui addirittura la funzione di emissione e controllo della moneta, delle banche centrali ecc. Senza dilungarci troppo, ci limiteremo a ricordare il trattato di Maastricht in cui si sono stabiliti persino i limiti massimi del deficit finanziario ammissibile per ogni Stato-membro. Al marco, al franco, alla peseta, alla lira ecc. si sostituisce l'euro.
Ci troviamo a confrontarci con un analogo fenomeno nel continente americano con il trattato de libre comercio tra Canada, Stati Uniti e Messico o con il Mercosur o il progetto ALCA. Le frontiere nazionali, ieri tanto gelosamente difese dal capitalismo, oggi vengono da esso stesso relativizzate per difendere quegli stessi interessi che ieri lo portavano a chiuderle con il filo spinato. Le relativizza in quanto costituiscono un ostacolo allo sviluppo dei suoi interessi e alla libera circolazione di denaro-merce-denaro.
Paradossalmente, l'obiettivo che si erano posti i rivoluzionari di costituire la federazione europea, americana o mondiale per il superare il capitalismo viene adesso raggiunto da quest'ultimo per rafforzarsi e combattere il suo antagonista. È chiaro che per la borghesia la globalizzazione si riduce alla libera circolazione del suo capitale, del suo denaro, delle sue merci mentre essa mantiene le frontiere per la circolazione degli esseri umani che regola in funzione dei propri interessi e in base alle necessità di capitale variabile.
Anche se lo Stato delega alcune delle sue "facoltà sovrane", ne mantiene tuttavia altre essenziali al funzionamento del sistema capitalista, tra cui, in particolare, le misure di oppressione per imporre la disciplina alla forza-lavoro. Anche da questo punto di vista, però, delega in parte attribuzioni che sono state proprie dello Stato-nazione: si sono infatti formati organismi sovranazionali di repressione con il pretesto della lotta al terrorismo.
Poco a poco, gli Stati-nazionali cominciano a operare come una sorta di amministrazione o gestione locale di un "potere mondiale de facto": ciò è evidente, per esempio, con l'intromissione aperta e sfacciata dei delegati del Fmi per regolare il rapporto capitale-lavoro nel nostro paese.
Citando Jean Marie Vincent, potremmo dire che "lo Stato non è il difensore di un ideale interesse generale quanto l'interprete privilegiato e l'esecutore dell'interesse nazionale (mantenere l'inclusione e l'esclusione) che va ben al di là del confronto tra i partiti e i movimenti d'opinione".
In sintesi, se lo Stato è "l'interprete privilegiato e l'esecutore dell'interesse nazionale" (della classe dominante) questo significa che la sua esistenza, in quanto sovrastruttura di rapporti sociali di produzione caratterizzati dal dominio e dallo sfruttamento, non è cambiata anche se cambia "l'interesse dominante che difende".
Paradossalmente, mentre ciò avviene è frequente incontrare nella letteratura di sinistra posizioni di difesa o di appoggio allo Stato-nazione, in nome dell'autodeterminazione dei popoli e della lotta antimperialista. Così come si confonde la globalizzazione con la politica concreta e congiunturale del neoliberismo, si confonde la lotta contro il neoliberismo con la difesa dello statismo. Ciò non sorprende. È da molto tempo che si incorre in tale confusione, scambiando il privato con il pubblico o beni di proprietà privata con quelli di proprietà pubblica, identificando senza ragione questi ultimi con la proprietà statale. Ma proprietà sociale o beni di pubblica proprietà e proprietà dello Stato non sono la stessa cosa.
Questa confusione già criticata da Antonio Gramsci quando denunciava nei suoi Quaderni dal carcere, questa statolatria, ha origine da una deformazione del pensiero marxista opera in primo luogo della social-democrazia e poi dello stalinismo. Non dimentichiamo che già a partire da Berstein, una corrente della II Internazionale dissertava sul carattere etico dello Stato. In seguito, con la controrivoluzione stalinista, si è teorizzato il ruolo dello Stato operaio e contadino.
Al proposito Henry Lefebvre [10] sottolinea la deformazione implicita in questo modo di porre la questione dello Stato come se lo Stato diventasse "solida garanzia" per il fatto di essere uno Stato operaio, contadino o uno Stato proletario. La critica marxista mette in discussione inevitabilmente "ogni Stato, qualsiasi esso sia, poiché ogni Stato quale che fosse, persino il più democratico è anche una macchina posta sopra la società che si erige sopra di essa e che include elementi di oppressione..." Lefebvre accusa lo stalinismo non solo di aver abbandonato la teoria marxista-leninista dello Stato ma di averla convertita in ideologia, "...in filosofia dello Stato mentre il pensiero marxista era una critica di ogni filosofia o una critica di ogni Stato, una teoria di superamento della filosofia, come una teoria dell'estinzione dello Stato." Nello stesso testo, egli stabilisce una interessante relazione fra ideologia e religione, Stato e Società civile, e culto della personalità: "Lo Stato politico ha stretto con la società civile una relazione così spirituale come il cielo con la terra... Lo Stato è nella sua essenza della stessa natura della religione,... ogni ideologia dello Stato è cioè una sorta di religione ed ecco perché tale è stato il culto della personalità di Stalin in quanto in effetti non era il culto della personalità di Stalin ma dello Stato."
Trascurando le conquiste del materialismo dialettico, trascurando in modo acritico le conclusioni di Marx, Engels, Lenin, Trotsky e altri, alcuni settori della sinistra - influenzati dalla tradizione della socialdemocrazia e dello stalinismo - reagiscono di fronte alla globalizzazione e al neoliberismo ergendosi a difesa dello Stato-nazione e delle statizzazioni. Si dichiarano così, indirettamente, fedeli praticanti della religione dello Stato e di tutte le sue conseguenze, come vedremo più avanti, con la difesa della sovranità (per esempio le Malvinas) o con la difesa della territorialità (criticando la giurisdizione attribuita al giudice spagnolo Baltazar Garzón per il processo a Pinochet e ai genocidi argentini).
L'abbandono, senza critica, della teoria marxista dello Stato ha portato anche a considerarlo atemporale, a estrapolarlo dai rapporti sociali, in altre parole a non concepirlo come la loro "forma".
Per Engels, "lo Stato non è in nessun modo un potere imposto alla società dal di fuori; non è neppure la realtà dell'idea morale, né "l'immagine e la realtà della ragione", come afferma Hegel. È piuttosto un prodotto della società quando arriva a un grado di sviluppo determinato; è la confessione che questa società si è annodata (è rimasta invischiata) in un'irrimediabile contraddizione con se stessa ed è divisa da antagonismi inconciliabili, che è impotente al fine di evitarli. Ma, affinché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto non si divorino tra sé e non consumino la società in una lotta sterile, si rende necessario un potere situato apparentemente al di sopra della società e chiamato ad ammortizzare lo scontro, a mantenerlo entro i limiti dell'ordine. E questo potere, nato dalla società ma che si colloca al di sopra di questa e se ne separa sempre più, è lo Stato" [11].
Nella lotta contro il fondamentalismo del mercato, alcuni settori della sinistra appaiono impegnati nella difesa di uno stadio precedente dello sviluppo sociale. Difendendo lo Stato-nazione e le statizzazioni cadono nel feticismo dello Stato nazionale e del ruolo dello Stato.
Nel momento in cui lo Stato-nazione perde le sue caratteristiche e le sue frontiere diventano - per usare un termine gramsciano - "gelatinose", per meglio favorire la circolazione e la realizzazione del capitale, non possiamo rimetterci a difenderle e a rafforzare ciò che abbiamo sempre combattuto. Nel momento in cui lo Stato-nazione rinuncia ad aspetti costitutivi della "sua sovranità" a un dato livello dei rapporti sociali, sarebbe assurdo raccogliere le bandiere della sovranità e della protezione delle frontiere che oggi la borghesia abbandona.

Globalizzazione-regionalizzazione-frammentazione

La storia non segue un corso rettilineo né lineare. Essa procede per fratture, salti, regressioni. Anche la globalizzazione, come parte della storia umana, è contradditoria e presenta fratture. Mentre si globalizza l'economia, si atomizza la società. Mentre incorpora il mondo intero sotto il suo dominio, il capitale espelle e schiaccia chi lo combatte.
In base all'analisi dello Stato svolta finora si deve concludere che esso, in quanto tale, non si estingue gradualmente, né muore ma cambia la sua forma e la sua struttura per corrispondere all'attuale stadio di sviluppo dei rapporti sociali.
Se lo Stato è una sovrastruttura giuridica prodotta dalla società e non ad essa imposta dall'esterno come pensava Hegel, e se la sua funzione basilare è quella di difendere gli interessi dominanti di un rapporto sociale determinato, esso tenderà a porsi al di sopra della società per cercare di dirimere gli antagonismi di classe che in essa si generano. Nella misura in cui con la globalizzazione tali antagonismi, lungi dall'estinguersi, si acutizzano, siamo lontani dall'assistere all'estinzione dello Stato. Quello che diventa "gelatinoso" è lo Stato-nazione e non lo Stato borghese. Ciò che accade è che lo Stato-nazione borghese, con gli attributi che gli sono propri, risulta stretto per il capitale, per promuovere e mantenere la sua riproduzione allargata.
Ma sebbene lo Stato-nazione gli risulti stretto, il capitale non può prescindere da esso come organo di difesa privilegiata dei suoi interessi. Proprio per questo si hanno da un lato la globalizzazione e dall'altro il frazionamento.
Per questo stesso motivo, insieme alla globalizzazione si produce la regionalizzazone. Mediante questa, si cerca di dissolvere lo Stato-nazione entro un protostato regionale. Non è altra cosa il NAFTA, il trattato de libre comercio tra Stati Uniti, Canada e Messico, alla base del progetto di un unico mercato di libero commercio in tutto il continente americano, dall'Alaska alla Terra del Fuoco, che si chiamerà ALCA.
A sua volta, nel continente europeo, questo processo è culminato nell'Unione Europea, attraverso i trattati di Roma, Maastricht e Amsterdam. Questa entità si è dotata di una sua Banca Centrale e di una moneta unica (l'euro). Una dinamica analoga, anche se con uno sviluppo più limitato,osserviamo nel Sudest asiatico con asse in Giappone.
La regionalizzazione non implica la sostituzione tout court dello Stato-nazione. Questo coesiste con la regione, anche se sempre più gelatinoso e spogliato di alcuni attributi in passato fondamentali.
Quanto alla speranza che la globalizzazione avrebbe inaugurato una nuova fase di sviluppo del capitale, superando le vecchie contraddizioni e aprendo la strada a un lungo processo di pace e di progresso, possiamo dire che essa è già contraddetta dai segnali inequivocabili di conflitto o di competizione tra le diverse regioni. Viene rimesso in discussione l'accordo sul dollaro come moneta mondiale e si propone l'euro o almeno una sorta di "coesistenza pacifica" tra queste due monete. Vi sono indizi di una lotta per l'egemonia e di una competizione intercapitalista che si traducono in misure protezionistiche a livello regionale. Per il momento, il braccio di ferro si limita a negoziati diplomatici ma non è da escludersi un'acutizzione della competizione e del conflitto.
Ideologi e dirigenti di ognuna di queste regioni hanno già messo in evidenza la necessità di superare le organizzazioni sorte nel dopoguerra come il Fmi e la Bm o di cambiare la struttura e il funzionamento dell'Onu per adeguarla all'attuale fase di sviluppo. Il crollo dell'Unione Sovietica e dei suoi satelliti ha favorito l'emergere delle contraddizioni non più con il "campo socialista" ma come competizione fra le regioni del mondo capitalista.
Ma il carattere globale del sistema capitalista, pur manifestandosi in campo tecnico e scientifico, politico e culturale, è ancora lontano dal manifestarsi in campo sociale. Alla globalizzazione capitalista si accompagna la frammentazione della società resa visibile dall'acutizzarsi dei conflitti, delle guerre civili dei processi di disgregazione di vecchi stati nazionali, così come da quella che è stata definita "società duale".
Esempi del primo caso sono i conflitti tra le vecchie Repubbliche "federate" nell'ex Unione Sovietica; la guerra tra le repubbliche dell'ex Jugoslavia, oggi in Kosovo, o le guerre civili nei paesi africani. Nel secondo caso, ci basti riferirci al "dualismo" prodotto da disoccupazione, flessibilità e precarietà del lavoro, flussi migratori, e dall'escusione sociale in tutte le sue forme.
Né possiamo esimerci dal segnalare come altra faccia o rovescio della mondializzione, la riapparizione delle misure protezionistiche del vecchio Stato-nazione contro le correnti migratorie con leggi di esclusione verso il lavoratore straniero. Mentre si aprono le frontiere nazionali alla circolazione del capitale e delle sue merci proliferano le leggi e le misure volte a escludere il lavoratore straniero. Non sono casuali i progetti di legge in materia di immigrazione e la caccia ai clandestini che già provocano conflitti tra paesi confinanti. Va inoltre ricordato che, di recente, il governo socialdemocratico tedesco ha dovuto recedere dal progetto di riconoscere la doppia nazionalità ai lavoratori stranieri.
Per concludere, riteniamo importante sottolineare che il fenomeno della globalizzazione ha rimesso in discussione i principi fondamentali del diritto internazionale come lo jus solis e lo jus sanguinis riproponendo così, a nostro avviso, il valore di un altro principio: quello dello jus universalis.

(Trad. Lisa Gibiino)

ossi della globalizzazione.
Appunti marxisti per un dibattito

di Angel L. Fanjul

Tratto da "Cuadernos de debate". Ediciones Foro de debate socialista. Buenos Aires, luglio 1999

Sintesi

Pur sottolineando che il capitalismo tende per sua natura a svilupparsi su scala globale, l'autore sostiene che la globalizzazione rappresenta una nuova fase specifica dello sviluppo capitalistico. Essa non è riducibile all'imperialismo classicamente inteso ma è piuttosto una sua metamorfosi derivante dalla sconfitta del movimento operaio, che non ha saputo farne realmente la "fase finale" del capitalismo, cioè rovesciarlo. Analizza quindi, con riferimento alle analisi di Mandel, quali caratteristiche dell'imperialismo permangono e quali mutano nell'epoca della globalizzazione, negando che essa possa identificarsi con il neoliberismo che ne costituisce solo un momento interno - nel quadro delle due onde lunghe che caratterizzerebbero per l'autore lo sviluppo capitalistico novecentesco. Per quanto riguarda lo stato, sostiene che la sua forma nazionale entra in contraddizione con la globalizzazione: essa non porta all'eliminazione dello stato ma tende a sostituire gli stati-nazione con stati regionali, riducendo i primi a strumenti di amministrazione e repressione di un potere de facto mondiale. Le contraddizioni e i conflitti sia all'interno degli stati sia fra gli stati regionali si intensificano ma perde di senso o diventa regressiva la lotta per l'indipendenza nazionale mentre diventa centrale quella per la socializzazione della ricchezza che non va confusa con il keynesismo o lo statalismo in campo economico. Vende anzi questa confusione come risultato dell' abbandono della critica marxista dello stato, abbandono tipico della socialdemocrazia e dello stalinismo.