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una questione astratta, ma non troppo. |
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sintesi
Il saggio vuole aiutare a capire il lato ideologico del concetto di globalizzazione,
categoria mitica del capitalismo contemporaneo. Partendo da una lettura
di Marx che valorizza "il Marx dell'astrazone reale" piuttosto
che "il Marx dell'alienazione e della contraddizione", l'autore
sostiene che il primo - il Marx che mette a tema la legge dell'accumulazione
capitalistica e della sua tendenziale onnipervasività quale principio
costituzionale della società contemporanea - sta diventando sempre
più praticamente vero : negli ultimi anni il problema dell'"atrazione
reale" è passato dalla teoria alla prassi; lentamente
ma progressivamente si è trasformato in un termine della nostra realtà
esistenziale.
In termini di "astrazione reale" può essere letto il nuovo
tipo di lavoro, da alcuni definito cognitivo, messo in campo dall'"economia
dell'informazione". Alcune interpretazioni vedono i esso elementi liberatori:
estinguendo tendenzialmente il lavoromanuale, la tecnologia informatica
lascia spazio a un'attività creativa basata sull'uso dell'intelligenza
e della conoscenza e sul confronto con un mondo di dati virtuali. In realtà,
ciò che viene messo in gioco è un soggetto solo apparentemente
autonomo e concreto, volontario e creativo, perché la sua pretesa
individualità è invece l'esito di un processo di omologazione
a competenze e forme del sapere già fortemente astratte e codificate
o di innovazione-riflessione creativa su un ambito di lavoro già
fortemente stereotipato. L'effetto feticistico di fondo della nuova organizzazione
capitalistica del lavoro è dunque che un lavoro essenzialmente astratto
assume le parvenze di un lavoro individualizzato e concreto, che la natura
sostanzialmente autoritaria e determinata del processo di lavoro prenda
la forma di un'autorganizzazione, presuntivamente ricca di variazioni e
sperimentabilità.
Lo svuotamento del concreto da parte dell'astratto e l'effetto simulacro
che ne consegue appartiene non solo alla sfera della produzione ma, sempre
più, anche a quella del consumo. L'uscita da un'antropologia della
sopravvivenza precaria, la moltiplicazione quantitativa delle merci e un'accessibilità
ad esse sempre più diffusa s'accompagna ad un loro progressivo inaridimento
qualitativo.
Al fondo del postmoderno e delle sue pretese discontinuità epocali
c'è dunque la continuità del moderno, anzi la sua più
piena realizzazione, almeno per chi riconosca l'essenza del moderno nel
darsi, progressivamente più autonomo e libero, dell'economia capitalistica.
In quest'ottica si può tentare di spiegare anche l'autorappresentazione,
ossia l'immagine culturale e ideale, che la società "postmoderna"
ha costruito di se stessa. L'autore critica, in particolare, quella che
considera l'assunzione di fondo del " pensiero debole", ossia
la sua rivendicazione, paradossalmente assai forte e monistica, della tesi
che nulla vi sia d'extralinguistico.