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"Globalizzazione":
una questione astratta, ma non troppo.

di Roberto Finelli
 

Il saggio è statopubblicato nel numero 3 dell'Annuario del Centro Studi "Franco Fortini" di Siena

sintesi

Il saggio vuole aiutare a capire il lato ideologico del concetto di globalizzazione, categoria mitica del capitalismo contemporaneo. Partendo da una lettura di Marx che valorizza "il Marx dell'astrazone reale" piuttosto che "il Marx dell'alienazione e della contraddizione", l'autore sostiene che il primo - il Marx che mette a tema la legge dell'accumulazione capitalistica e della sua tendenziale onnipervasività quale principio costituzionale della società contemporanea - sta diventando sempre più praticamente vero : negli ultimi anni il problema dell'"atrazione reale" è passato dalla teoria alla prassi; lentamente ma progressivamente si è trasformato in un termine della nostra realtà esistenziale.
In termini di "astrazione reale" può essere letto il nuovo tipo di lavoro, da alcuni definito cognitivo, messo in campo dall'"economia dell'informazione". Alcune interpretazioni vedono i esso elementi liberatori: estinguendo tendenzialmente il lavoromanuale, la tecnologia informatica lascia spazio a un'attività creativa basata sull'uso dell'intelligenza e della conoscenza e sul confronto con un mondo di dati virtuali. In realtà, ciò che viene messo in gioco è un soggetto solo apparentemente autonomo e concreto, volontario e creativo, perché la sua pretesa individualità è invece l'esito di un processo di omologazione a competenze e forme del sapere già fortemente astratte e codificate o di innovazione-riflessione creativa su un ambito di lavoro già fortemente stereotipato. L'effetto feticistico di fondo della nuova organizzazione capitalistica del lavoro è dunque che un lavoro essenzialmente astratto assume le parvenze di un lavoro individualizzato e concreto, che la natura sostanzialmente autoritaria e determinata del processo di lavoro prenda la forma di un'autorganizzazione, presuntivamente ricca di variazioni e sperimentabilità.
Lo svuotamento del concreto da parte dell'astratto e l'effetto simulacro che ne consegue appartiene non solo alla sfera della produzione ma, sempre più, anche a quella del consumo. L'uscita da un'antropologia della sopravvivenza precaria, la moltiplicazione quantitativa delle merci e un'accessibilità ad esse sempre più diffusa s'accompagna ad un loro progressivo inaridimento qualitativo.
Al fondo del postmoderno e delle sue pretese discontinuità epocali c'è dunque la continuità del moderno, anzi la sua più piena realizzazione, almeno per chi riconosca l'essenza del moderno nel darsi, progressivamente più autonomo e libero, dell'economia capitalistica. In quest'ottica si può tentare di spiegare anche l'autorappresentazione, ossia l'immagine culturale e ideale, che la società "postmoderna" ha costruito di se stessa. L'autore critica, in particolare, quella che considera l'assunzione di fondo del " pensiero debole", ossia la sua rivendicazione, paradossalmente assai forte e monistica, della tesi che nulla vi sia d'extralinguistico.

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