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Contro il neoromanticismo economico (e sociale)

di Gianfranco La Grassa

 

sintesi

Il “romanticismo economico” di cui parlava Lenin a proposito degli “amici del popolo” esprimeva la “nostalgia” del passato – e la paura, il timore, del futuro – di strati sociali travolti dallo sviluppo capitalistico. Il “romanticismo” odierno esprime ben altre paure e su queste fa leva per ottenere comunque vantaggi a favore delle classi dominanti.
Il problema della grande industria italiana è costituito dalla sua irreversibile decadenza poiché essa è formata da grandi imprese di settori che non sono più quelli della nuova ondata innovativa (come, nel dopoguerra, furono quelli fordisti, ad es. il metalmeccanico): una grande industria tendenzialmente decotta o comunque attiva per lo più in settori non di punta, non relativi alle branche della più recente ondata innovativa. Oggi, incredibilmente, la subordinazione dell’Italia all’egemonia imperiale statunitense è ancora maggiore di quella esistente nelle disastrose condizioni susseguenti ad una guerra in fondo persa (malgrado le giravolte dell’ultima ora). La dipendenza (meglio detto: subdominanza) italiana è caratterizzata dal predominio del grande capitale finanziario – anch’esso legato e subordinato alla finanza del paese centralmente preminente – il quale usa la sua influenza politica per piegare gli apparati di Stato ad una azione di sostanziale “rapina”. Abbiamo a che fare con meccanismi di trasferimento di una parte del reddito (già prodotto) e con il suo accentramento verso il vertice della piramide sociale, ottenuto tramite il funzionamento degli apparati finanziari e di quelli statali (comunque “pubblici”, compresi quelli “locali”), complessamente intrecciati fra loro.
In queste condizioni i gruppi subdominanti del nostro paese non sono in grado di produrre una reale “egemonia”. Possiamo prevedere un periodo assai lungo, e difficilmente reversibile, di totale incapacità egemonica di tali gruppi, agenti ai vertici delle varie sfere sociali. Come operano allora tali gruppi onde resistere il più possibile nelle loro posizioni di preminenza? Non sono in grado di svolgere una positiva funzione di coesione dei vari segmenti e strati sociali, o almeno di una loro consistente parte, attraverso l’azione ideologica. L’unica alternativa è quella di impedire che sorgano contro di loro determinati organismi in grado di raccogliere il diffuso malessere popolare, di dargli la forma necessaria a innescare un’azione dirompente nei confronti di “classi” preminenti ma non più veramente dirigenti. Il vero impedimento al coagulo di forze in grado di sbrecciare il potere dei subdominanti è rappresentato dal diffondersi di una vera e propria costellazione di “neoromanticismi”.
Tra questi, abbiamo le “teorie” (sto usando un termine pomposo per “stati d’animo” confusi e velleitari) della decrescita e della sfiducia nei confronti della disprezzata tecno-scienza, stati d’animo che a volte osano spingersi fino a propositi di “sviluppo sostenibile” (dizione assai generica dove ci può stare di tutto). Da simili posizioni scaturiscono attività politiche di programmatico minoritarismo, prive della possibilità di influenzare e trascinare dietro di sé il grosso delle popolazioni dei paesi capitalistici avanzati.

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