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Fabbrica Società Antagonismo |
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Introduzione
Al principio del 1990 i tiepidi ruggiti della Pantera studentesca sembrarono per un istante destare da un decennale torpore non solo l'Università ma tutta la società italiana. L'illusione troppo ottimistica e frettolosa di essersi lasciati definitivamente alle spalle la grigia rassegnazione degli anni Ottanta autorizzò le ipotesi più ardite e persino la speranza di trovarsi di fronte alla vigilia di un nuovo Sessantotto. Sull'onda di questo entusiasmo alcuni intellettuali radicali, provenienti da vari spezzoni del movimento antagonista degli anni Settanta, lanciarono dalle pagine del Manifesto un "Appello all'intellettualità di massa", la cui ambizione non stava tanto nella pretesa di valere come carta fondativa dei conflitti a venire, quanto nella presunzione di avere individuato la figura centrale della nuova stagione di lotte. Benché l'espressione "intellettualità di massa" fosse generica e maldestra secondo gli stessi estensori del documento, essa veniva però considerata la più precisa e concreta per sciogliere il nodo problematico rappresentato dalle trasformazioni produttive del decennio precedente:
Questa diffusa intellettualità, talvolta integrata in reti produttive avanzate, talaltra precaria e <<dai piedi scalzi>>, è il bandolo di tutte le matasse. Niente affatto marginale, essa sta al centro dell'accumulazione capitalistica, è il nervo scoperto di un modo di produzione in cui il sapere figura come il principale ingrediente (Bascetta, Bernocchi, Modugno 1990, p. 32).
Nonostante la Pantera tornasse dopo pochi mesi di libertà nella
cattività paludosa che l'aveva vista sorgere, il dibattito che si
era innescato in quei giorni non si esaurì e non cessò di
proseguire negli anni. Le critiche che piovvero sull'essenziale e persino
scarna ipotesi dell'intellettualità di massa si rivelarono molto
più numerose e pesanti dei consensi. Non si trattava però
di critiche inedite, elaborate sull'onda del movimento e della sua esperienza.
Riaffioravano invece da un passato cronologicamente vicino ma politicamente
estremamente remoto, ed insieme ad esse un fantasma tornava ad affacciarsi
e ad inquietare le attese dei militanti radicali.
Più o meno dalla metà degli anni Settanta uno spettro turba
infatti la serenità degli intellettuali di sinistra: lo spettro della
'centralità'. Per quanto il tramonto della classe operaia fosse uno
scenario già ambiziosamente evocato alla fine degli anni Cinquanta
da parte dei profeti della 'fine delle ideologie', soltanto dalla prima
grande ristrutturazione delle grandi fabbriche seguita all'Autunno Caldo
l'incubo della perdita del Soggetto forte e 'centrale' del conflitto iniziò
ad abbattersi sugli intellettuali italiani. Per gran parte dei marxisti
ingenui e storicisti di formazione togliattiana e populista, la scoperta
dell'imminente perdita delle mitiche radici fu il più efficace pungolo
per l'abbandono totale e repentino di una mitologia a favore di un'altra:
la 'Classe Operaia' irreale discesa dal Paradiso dell'Idealismo, termine
intangibile di ogni speranza di socialismo, trovò paradossalmente
il proprio erede nell'altrettanto irreale 'Mercato' glorificato dal nuovo
corso neoliberista. Per quanti invece rimasero lontani dalle mitologie e
dalle più ingenue mode culturali, il problema dell'esaurirsi della
centralità operaia iniziò ad assumere i toni sempre più
cupi della tragedia.
Via via che venivano emergendo nella società nuovi conflitti e nuovi
movimenti, intellettuali ottimisti o eccessivamente precorritori dell'avvenire
non esitavano a proclamarne la centralità finalmente svelata. Mentre
però gli studenti, i giovani del Settantasette, il movimento femminista,
gli ecologisti, insieme a tutti gli altri movimenti più o meno rilevanti
raggiunti per un attimo dai riflettori della politica nazionale, smentivano
invariabilmente le aspettative di cui erano stati investiti, le sconfitte
della gloriosa classe operaia di fabbrica e soprattutto del mitico "operaio
massa" gettarono un'ombra sempre più fitta di sconforto su militanti
e intellettuali radicali.
Nonostante allora non si fosse pienamente compresa la portata effettiva
dell'evento, l'occupazione di Mirafiori dell'autunno 1980 e la sconfitta
operaia seguita alla marcia dei quarantamila quadri acquistarono il valore
non solo simbolico di una cesura storica. Benché gli operai metalmeccanici
non fossero scomparsi quel 16 ottobre 1980, il giorno della 'resa' sindacale,
essi incominciarono proprio in quel momento a diventare 'invisibili'. Il
loro ruolo egemonico e la loro centralità politica iniziarono realmente
a scivolare tra le macerie del passato recente, lasciando orfani e senza
radici la sinistra tradizionale ed i suoi portavoce. Quanto più la
crisi e la ristrutturazione diventavano drammatiche e permanenti, tanto
più aumentavano le speranze della venuta di un nuovo soggetto centrale.
Quanto più la situazione pareva priva di sbocchi, tanto più
l'ansia della palingenesi sociale reclamava la discesa di una nuova centralità.
L'inquieta e quasi religiosa speranza di tanti è per molti versi
comprensibile, ma ciò non toglie che essa presti il fianco a critiche
anche piuttosto severe, di ordine politico e teorico. Per quanto abbia condiviso
l'ansia per quella sospirata venuta, ritengo che questo atteggiamento debba
essere condannato senza cautele. Questo articolo vuole affrontare criticamente
proprio la concezione tradizionale della 'centralità' del soggetto
conflittuale, considerando soprattutto la versione che di essa ha fornito
la tradizione teorica dell''operaismo' italiano[1].
Al tempo stesso, intendo anche proporre una nuova nozione di centralità
fondata sulla categoria analitica di 'antagonismo sociale', più pluralista
ed in grado di cogliere sia l'estensione del dominio sia l'ampiezza delle
strategie di lotta messe in atto dai diversi settori sociali.
Più in particolare, tenterò di mostrare come l'ansia della
centralità che caratterizza molte odierne teorie del postfordismo,
nonostante venga presentata come 'soggettivista', costituisca solo una variante
del determinismo caratteristico del marxismo ortodosso (1) e sia costruita
sulla base del mito della centralità operaia. Questo mito, il cui
autentico padre è il Gramsci di Americanismo e fordismo (2),
è costruito sulla concezione deformata e viziata del rapporto tra
fabbrica e società che Mario Tronti espose fin dal 1963 (3) e che
Antonio Negri riprese e sviluppò coerentemente con la propria teoria
dell'operaio sociale (4); secondo questa idea, la fabbrica sociale sarebbe
semplicemente una socializzazione integrale del processo di produzione immediato:
tutto, compresa la classe, verrebbe inglobato nel capitale, con la conseguenza
di un ritorno ad un nuovo feticismo tecnologico (5). In alternativa a questa
concezione, nell'ultima parte (6) propongo di utilizzare la categoria analitica
di 'antagonismo sociale', in grado di comprendere la fabbrica sociale come
insieme di relazioni sociali capitalistiche e di dar conto, contemporaneamente,
della forza dei processi di autovalorizzazione antagonista.
1. L'ansia della centralità: cicli di lotta e determinismo tecnologico
La corrente di teorici marxisti che in Italia va sotto il nome di 'operaismo',
nel corso della sua storia, è stata spesso stigmatizzata dai molti
critici per l'eccessivo ricorso all'analisi della tendenza, alla previsione
di lungo periodo e, talvolta, alla profezia millenaristica. Sin dal primo
apparire delle analisi dei Quaderni rossi, i tradizionalisti non
tardarono infatti a segnalare come in realtà i giovani teorici raccolti
intorno a Panzieri considerassero gli squilibri tra Nord e Sud ormai completamente
superati e lo sviluppo economico italiano integralmente compiuto. Critiche
di questo tenore seguirono costantemente le riflessioni di Panzieri, Tronti,
Negri e degli altri operaisti, ma ciononostante proprio quella vocazione
profetica che gli avversari polemici rimproveravano al loro metodo si rivelò
la loro arma più affilata. Così, le ironie sul 'sociologismo
idealistico' dell'"operaio massa", dopo l'esplosione conflittuale
degli anni Settanta, lasciarono il posto ad una vera e propria accettazione
di quell''astrazione' anche da parte delle scienze sociali ufficiali, dando
luogo ad una sorta di legittimazione della vecchia eresia.
Il saggio di Romano Alquati (1962) sulla forza lavoro alla Olivetti di Ivrea
- un testo in cui venivano esposte le idee della "composizione di classe"
e dell'"operaio massa", insieme ad altre nozioni che sarebbero
risultate fondamentali negli anni seguenti - divenne ben presto un esempio
per molti di coloro che, nauseati dalle logoranti discussioni sull'Unione
Sovietica e sullo stalinismo, sentivano l'esigenza profonda di tornare a
riflettere sulla realtà concreta di fabbrica. Dapprima sommessamente
e poi con sempre maggiore nettezza iniziava ad emergere dagli scritti di
Alquati, Tronti, Panzieri e dagli altri membri dei QR l'ipotesi che
esistesse in Italia una nuova figura operaia, l'operaio massa, prodotto
dello sviluppo economico accelerato del Dopoguerra e delle massicce migrazioni
dal Sud verso le capitali industriali del Nord; l'operaio massa, tecnicamente
dequalificato rispetto al proprio predecessore, l'operaio professionale,
e politicamente privo di tradizioni, era però considerato capace
di esprimere una radicalità conflittuale ed antagonista fortissima
ed irriducibile: la rivolta di Piazza Statuto che nel '62 vide protagonisti
proprio questi soggetti ancora non ben definiti fornì una prima conferma
dell'ipotesi operaista, ma la definitiva prova venne solo alla fine degli
anni Sessanta.
Con l'ondata conflittuale culminata nell'Autunno Caldo del '69 e cominciata
almeno due anni prima, non soltanto l'ipotesi 'sociologica' avanzata dai
QR fu definitivamente convalidata, ma la stessa ipotesi politica
che i gruppi operaisti avevano costruito sull'operaio massa sembrò
trovare una formidabile conferma. L'operaio semiqualificato della grande
impresa, senza tradizioni politiche alle spalle, spesso di recente immigrazione
e perciò sradicato rispetto alla cultura d'origine, sembrava effettivamente
in grado sia di esprimere una insospettata potenza conflittuale, sia di
essere effettivamente l'avanguardia politica del movimento rivoluzionario
italiano. Al di là della sua consistenza numerica, esso in virtù
della posizione che occupava nell'ambito del ciclo produttivo era il 'soggetto
centrale' della lotta, la figura sociale emergente in grado di stabilire
la propria egemonia politica, la propria direzione e la propria guida su
tutto il movimento e su tutti i vari settori in lotta. La sua centralità
si rivelava sia nella potenza d'attacco sia nella possibilità di
agire da collante e da stimolo per la ricomposizione politica di classe.
Come nella società fordista la grande fabbrica occupava il centro
della strategia di sviluppo del capitale, così l'operaio massa veniva
a rappresentare il cardine di ogni strategia conflittuale, opponendo la
propria centralità politica a quella del capitale.
Se però l'ipotesi dell'operaio massa incontrò tutto sommato
un accordo sostanziale tra i vari gruppi operaisti, una sorte ben diversa
accompagnò invece la sua crisi. Dopo il 1972-73 infatti il ciclo
di lotte operaie, e soprattutto quelle del settore dell'auto, entrò
nella fase discendente: pur rimanendo elevati i livelli di conflittualità,
la ristrutturazione e la repressione politica iniziarono gradualmente ad
erodere le basi su cui il movimento aveva costruito la propria forza. Molti
osservatori nella sinistra rivoluzionaria, pur consapevoli del processo
in atto, preferirono non attribuire ad esso un peso eccessivo e, forse per
leggerezza intellettuale, forse per malintesa fedeltà ai principi
rivoluzionari, continuarono a consolidare teoricamente il mito della Classe
Operaia, pur discostandosene sempre più marcatamente nella pratica
quotidiana. Altri, più temerari o forse più incoscienti, cercarono
invece di uscire dal vecchio quadro teorico, formulando ipotesi talora estemporanee,
talora più consistenti, sulla possibilità di nuovi soggetti
centrali. Vennero così coniate formule come 'proletariato giovanile',
'operaio sociale', 'proletariato intellettuale', formule che qualche volta
valevano come semplici slogan per identificare un movimento composito altrimenti
indefinibile, ma che altre volte avevano alle spalle solide e complesse
elaborazioni teoriche che non sempre riuscivano a trovare una concreta applicazione
politica.
L'ipotesi dell''operaio sociale', formulata in modo compiuto da Antonio
Negri e base della strategia politica di una parte dell'area autonoma nella
seconda metà degli anni Settanta, era probabilmente la più
ambiziosa tra le proposte avanzate in quel periodo. Il suo 'pregio' e la
sua ambizione stavano nella pretesa di aver individuato non solo uno dei
soggetti conflittuali dello scenario sociale, ma il vero proprio 'centro'
delle lotte future. In pratica, l'operaio sociale avrebbe dovuto scalzare
l'operaio massa dal suo trono, venendo ad occuparne il posto centrale e
conquistando l'egemonia politica su tutto il movimento antagonista. È
qui inutile ricordare che la teoria di Negri incontrò più
stroncature che sostegni e che le critiche si incentrarono quasi unanimemente
sulla pretesa della centralità del nuovo soggetto. Forse è
invece più interessante osservare che più o meno le stesse
osservazioni polemiche, animate quasi sempre dal medesimo spirito, riecheggiano
oggi a proposito della definizione dei caratteri del nuovo assetto sociale
'postfordista'. I due schieramenti che sono emersi negli ultimi anni a questo
proposito riprendono infatti per molti versi (anche se spesso con assai
minore raffinatezza teorica) i toni del dibattito svoltosi alla fine degli
anni Settanta intorno ai caratteri del cosiddetto operaio sociale.
Da un lato coloro che sostengono si sia prodotto un mutamento radicale,
una vera e propria cesura, rispetto alla precedente fase taylorista-fordista-keynesiana,
ritengono che stiamo assistendo al graduale emergere di un nuovo soggetto
centrale egemone, che viene definito, a seconda delle diverse prospettive,
come "lavoratore immateriale" (Lazzarato, Negri 1992, Lazzarato
1997), "intellettuale massa" (Virno 1990a) o "lavoratore
autonomo di seconda generazione" (Bologna 1992, 1993, 1997). Dall'altro,
si collocano invece i 'critici', le cui posizioni sono forse più
eterogenee rispetto a quelle dei loro avversari, ma che sono sostanzialmente
d'accordo nel rifiutare validità scientifica alla nozione di 'postfordismo'
(sia perché troppo vaga, sia perché il Fordismo sarebbe per
loro lontano dall'avere realmente esaurito le sue possibilità di
sviluppo) e nel contestare che stia emergendo qualsiasi soggetto centrale
paragonabile per forza e potenzialità all'operaio massa (Antignani
1990, Grisi 1998, Melotti 1996, Piccolo 1993, Turchetto 1995, 1996).
Di fronte al dilemma della nuova centralità, le due risposte che
vengono fornite, benché diano l'impressione di una radicale e totale
opposizione reciproca, condividono in realtà la stessa impostazione
di fondo. Nonostante tutto, infatti, entrambe ripropongono l'estrema rigidità
dello schema feticista secondo cui il livello economico e tecnologico determina
linearmente le forme della politica e della soggettività. Gli autori
delle ipotesi sul nuovo soggetto centrale quasi certamente respingerebbero
le accuse di feticismo e di determinismo ricordando l'importanza sostanziale
che essi, contro la tradizione del marxismo ortodosso, attribuiscono alla
soggettività, ma questo non toglie che nello schema post-operaista
come oggi viene riformulato il dato del salto tecnologico e dunque del passaggio
al postfordismo appaia spesso come l'agente del mutamento della composizione
di classe: come nella peggiore vulgata marxista, ad ogni nuovo livello dello
sviluppo capitalistico corrisponde un nuovo assetto della sovrastruttura
politica, o, in termini solo apparentemente più eleganti, il mutato
assetto della fabbrica postfordista sposta il centro del conflitto dalla
grande impresa alle reti della produzione sociale, evocando così
la potenza di una nuova figura conflittuale egemone.
Benché nelle analisi sul Postfordismo condotte in questi anni dagli
operaisti la speranza nella venuta di una nuova stagione di lotte abbia
alterato l'originario schema metodologico e dipinto con toni di attesa messianica
molte delle loro ipotesi, un certo feticismo deterministico si nascondeva
in nuce già nelle prime indagini sulla composizione di classe.
In uno dei principali saggi dell'Autonomist Marxism, scritto da Sergio
Bologna alla fine degli anni Sessanta, veniva avanzata una delle ipotesi
più pregnanti di quel filone di ricerca: considerando i caratteri
del movimento dei consigli sorto in Germania dopo la Prima Guerra Mondiale,
Bologna formulava l'ipotesi che esso fosse la manifestazione politica dell'operaio
professionale, avanguardia delle lotte di quella fase e soggetto egemone
sul resto della classe operaia. L'operaio professionale infatti, tecnicamente
qualificato e posto nelle industrie meccaniche (cioè nei punti del
più elevato sviluppo tecnologico del capitale), rappresentava il
soggetto centrale dell'organizzazione sociale e perciò era in grado
di sviluppare il più alto potenziale antagonista; la sua composizione
tecnica, oltre ad essere il suo punto di forza, era però anche l'elemento
che ne determinava le modalità organizzative e le aspirazioni politiche,
cioè il modello consiliare e l'utopia autogestionaria:
Laddove l'industria meccanica (generica, fine e di precisione), l'industria elettromeccanica e ottica erano più concentrate, laddove esisteva cioè all'interno della forza-lavoro complessiva una predominanza dell'operaio d'industria altamente specializzato, là il movimento dei consigli acquisterà le sue più forti caratteristiche politico-gestionali. [...] La posizione dell'operaio dell'industria meccanica altamente specializzato, di elevate capacità professionali [...] era la posizione materialmente più suscettibile ad accogliere un progetto organizzativo-politico come quello dei consigli operai, cioè di autogestione della produzione" (Bologna 1972, pp. 15-16).
Bologna sosteneva che, nonostante l'utopia autogestionaria, spesso considerata
come riformista, il movimento dei consigli avesse avuto un carattere effettivamente
antagonista e rivoluzionario, in virtù del particolare assetto economico
tedesco; ma, al di là di questo, il nodo su cui riflettere è
costituito dal rischio cui Bologna in parte si esponeva definendo il rapporto
tra sviluppo del capitale, sviluppo della classe operaia ed assetto organizzativo.
Da un lato infatti, in un recupero soggettivista ed intelligente di Lenin,
egli sosteneva che le leggi della scienza della rivoluzione dovevano fondarsi
sulla giusta valutazione del "livello effettivo raggiunto dalla lotta"
e dello "stadio di sviluppo del partito" (Bologna 1972, p. 35),
subordinando così lo sviluppo organizzativo allo sviluppo della soggettività
antagonista; dall'altro però, risolvendo la diatriba tra Lenin e
Rosa Luxemburg sul partito sostenendo che essi si rivolgevano a due differenti
tipi di classe operaia, egli finiva anche per costringere la scienza del
partito ad inseguire le successive riorganizzazioni del sistema capitalistico:
in questo modo gli argini dell'organizzazione non erano più quelli
toccati dalla soggettività antagonista, ma quelli segnati dallo sviluppo
del capitale e la figura egemone tornava ad essere definita, seppur negativamente,
dall'assetto tecnologico della produzione.
L'ambivalenza che traspariva dall'articolo di Bologna sul movimento dei
consigli restava irrisolta anche nell'ipotesi che reggeva la teoria e la
pratica operaiste nell'età eroica degli anni Sessanta. L'operaio
massa, considerato dai QR in poi come l'avanguardia di ogni lotta
rivoluzionaria in Italia, pareva infatti talora 'ontologicamente autonomo'
dal capitale, talaltra prodotto della nuova fase taylorista-fordista-keynesiana:
in quest'ultima versione l'operaio semiqualificato delle grandi fabbriche
del Nord protagoniste delle lotte della fine degli anni Sessanta sembrava
infatti il prodotto involontario della controrivoluzione capitalistica,
che, liberatasi dell'operaio professionale degli anni Venti, aveva paradossalmente
dato corpo e anima ad un nemico ancor più spietato.
L'immagine che usciva da questa impostazione era quella del succedersi periodico
di differenti cicli di lotte, ognuno dei quali legato alle fasi di ascesa,
culmine e declino di una determinata figura operaia egemone situata nel
cuore della produzione capitalistica. Perciò non deve stupire che,
al principio del declino dell'operaio massa, gli sforzi maggiori degli operaisti
si siano concentrati quasi istericamente sulla previsione dei caratteri
che la figura protagonista del futuro ciclo conflittuale avrebbe posseduto.
Altrettanto scontato era che la ricerca del 'soggetto', da giusta reazione
alla concezione del 'processo senza soggetto' dello strutturalismo e del
marxismo idealistico, abbia finito per travalicare i limiti della previsione,
sfociando in un nuovo determinismo di segno invertito.
In questo senso, tra la prospettiva condivisa, ad esempio, da Maria Turchetto
- la quale sostiene che non siamo entrati ancora in una nuova fase dello
sviluppo capitalistico perché la rivoluzione micro-elettronica ha
solo fornito la base per l'esplosione del nuovo mercato dei beni immateriali
- e quella di chi ritiene che la nuova era telematica ci consegni un nuovo
soggetto rivoluzionario, la differenza sta solo in uno scarto di ottimismo.
In entrambi i casi il capitale resta autonomo, indipendente da quelle relazioni
sociali di cui invece si nutre. Da una parte si attende l'emergere di un
nuovo settore produttivo centrale, dall'altro si confida che il nuovo paradigma
produttivo partorisca il soggetto egemone, anch'esso centrale. La storia
della 'tecnica' e la storia dell'economia, il loro sviluppo e la loro crisi,
sono sempre distinti e scissi dalle vicende e dalla realtà della
classe e dei rapporti sociali.
Anche nel primo operaismo non mancavano alcune ambiguità, ma non
avevano certo il peso che hanno assunto oggi: la scissione tra "composizione
tecnica" e "composizione politica" nell'analisi della struttura
della forza lavoro poteva per certi versi rievocare il feticismo della contrapposizione
deterministica tra struttura e sovrastruttura, ma il costante riferimento
alla concretezza storica e alla materialità della lotta e dei comportamenti
consentiva che quell'apparente ambiguità trovasse coerente soluzione
nella nozione di "composizione di classe", in cui si riassumeva
il livello di sviluppo della classe operaia. Così, per quanto il
livello 'tecnico' e quello 'politico' potessero essere scissi analiticamente,
il radicamento nella concretezza storica li rendeva metodologicamente indivisibili.
Al contrario, tramutare la distinzione analitica in una separazione vera
e propria, come alcuni post-operaisti oggi fanno, significa tornare, da
un lato, all'analisi economica abbandonando la critica dell'economia politica
e, dall'altro, a considerare la cultura operaia e proletaria come il momento
sovrastrutturale della presa di coscienza e del passaggio dall'in sé
al per sé della classe. Da una parte si approda cioè
a Rostow e alla mitologia progressista degli stadi di sviluppo, dall'altro
al gramscismo storicista degli anni Cinquanta.
Il mito operaista della centralità, oltre ad avere molti discendenti,
ha anche molti padri, a volte dichiarati altre volte più nascosti.
La riscoperta del giovane Lukács e del marxismo eretico degli anni
Trenta (con l'esaltazione idealistica di una Classe Operaia come soggetto
collettivo razionale) ebbe certo una palese influenza su Panzieri, Tronti
e Negri, ma l'ansia della centralità è soprattutto italiana
e torinese: il padre della 'deformazione' fabbrichista, del mito della centralità
politica della grande industria e della sua classe operaia non è
il Tronti di Operai e capitale, ma, paradossalmente, uno dei suoi
nemici dichiarati, il Gramsci dei Quaderni del carcere.
Per quanto possa sembrare un'operazione paradossale o intellettualistica,
per sciogliere il nodo del soggetto centrale postfordista dobbiamo tornare
al Fordismo, rovesciando le fondamenta feticiste su cui, da Gramsci in poi,
è stata edificata la sua mitologia progressista. La vulgata sul Postfordismo,
dalla scuola della regolazione fino alle interpretazioni di Marco Revelli,
non è figlia né dell'operaio massa né della sua sconfitta,
ma discende dal sogno gramsciano di una società 'razionale' e dal
suo graduale tramutarsi nell'incubo della società-fabbrica.
2. La città fabbrica, ovvero "l'unico luogo americanista d'Italia"
Con una lucidità che appare oggi sorprendente, negli anni Trenta
Gramsci dalla cella del carcere in cui era tenuto prigioniero riuscì
ad intuire molti dei caratteri della nuova epoca 'fordista', allora soltanto
ai suoi stentati inizi. Nonostante la sua valutazione della controrivoluzione
capitalistica allora in atto fosse sostanzialmente positiva, in virtù
degli esiti progressisti che avrebbe dovuto avere, egli intuì con
una certa completezza che "l'Americanismo e il fordismo risulta[va]no
dalla necessità immanente di giungere all'organizzazione di un'economia
programmatica" (Gramsci 1977, p. 435) e che i problemi che sarebbero
derivati da questo mutamento non sarebbero stati di semplice ordine economico
ma avrebbero investito anche la sfera culturale, quella morale e politica,
cioè, in breve, quella che egli definiva come "societas hominum".
L'imperativo che Gramsci riteneva centrale per l'affermazione dell'Americanismo
anche in Europa e in Italia stava nel raggiungimento di una "composizione
demografica razionale", nel fatto che "non esist[essero] classi
numerose senza una funzione essenziale nel mondo produttivo, cioè
classi assolutamente parassitarie" (Gramsci 1977, p. 437). Ciò
che Gramsci intravedeva (e che in definitiva bramava) era la complessiva
ridefinizione della società in vista dell'ordine produttivo, l'eliminazione
degli elementi parassitari in contrasto con la razionalità geometrica
della fabbrica. Mentre gli Stati Uniti, per la loro mancanza di tradizioni,
offrivano da questo punto di vista il terreno ideale per la fabbrichizzazione
della societas hominum, "la vecchia e anacronistica struttura
social-demografica europea" pareva a Gramsci quasi inconciliabile con
"una forma modernissima di produzione e di modo di lavorare quale è
offerta dal tipo americano più perfezionato, l'industria di Enrico
Ford" (Gramsci 1977, pp. 436-437).
Se Torino, la città della Fiat, restava per Gramsci l'esempio più
vicino di Americanismo in Europa, Napoli era invece la testimonianza dell'esistenza
delle classi parassitarie: l'industriosità di Napoli "non [era]
produttiva e non [era] rivolta a soddisfare i bisogni e le esigenze di classi
produttive" (Gramsci 1977, p. 438), cioè, il fatto che l'industria
produttiva (di merci) avesse un peso così scarso ed un ruolo così
marginale rispetto alle altre attività economiche della città
(commercio, servizi, ecc.) faceva sì che anche le classi "produttive",
capitalisti e operai, fossero marginali. Al contrario, la razionale distribuzione
demografica ('razionale' in quanto strutturata sulla base degli imperativi
della fabbrica), rendendo centrale l'attività industriale della produzione
di merci, spingeva al centro del proscenio anche lo scontro delle due classi
"produttive".
Il termine del processo era l'assorbimento di tutte le attività della
fabbrica e l'eliminazione di quelle 'inutili': in breve, la trasformazione
della società in appendice della fabbrica, il suo assoggettamento
totalitario ed integrale all'ordine della produzione. È da qui, da
questa idea della "città fabbrica", della razionalizzazione
produttiva e dello sviluppo economico che nasce la concezione della centralità
politica della grande fabbrica e della sua classe operaia, la convinzione
che ogni ipotesi rivoluzionaria non possa che affidare il ruolo di avanguardia
all'operaio della Fiat. Secondo la celebre formula gramsciana, sostanzialmente
sottoscrivibile dagli operaisti degli anni Sessanta,
L'egemonia nasce dalla fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell'ideologia (Gramsci 1977, p. 442).
Gramsci sottolineava con particolare enfasi l'elemento della razionalità
produttiva cui avrebbe condotto l'Americanismo e condivideva anche gli sforzi
per la creazione di una "nuova etica" e di un "nuovo tipo
umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo" (Gramsci
1977, p. 442), perché nella sua visione storicistica del progresso
questa nuova fase avrebbe creato le basi per lo scontro finale e per l'avvento
del socialismo. Al di là di questa marcata connotazione lavoristica,
che sarà invece rovesciata totalmente dagli operaisti degli anni
Sessanta, è importante notare come l'ipotesi gramsciana sull'egemonia
nel Fordismo sia fondata integralmente sull'idea dell'egemonia della fabbrica
e della produzione immediata sulla società e sull'idea del progressivo
assorbimento della società (circolazione) nella produzione. Strategicamente
questo significava che il punto di vista migliore per interpretare e comprendere
il mondo si avesse a Detroit o dietro i cancelli della Fiat di Torino.
Le suggestioni che Gramsci evocò in Americanismo e fordismo rimasero
a lungo inascolate e, paradossalmente, vennero riprese soltanto all'inizio
degli anni Sessanta proprio dai giovani teorici dei QR, in pieno
boom economico e perciò con una ben diversa consapevolezza.
Nonostante alcune analogie, il discorso operaista rappresentava una svolta
radicale non solo rispetto al gramscismo ma anche rispetto al pensiero dello
stesso Gramsci. Il rapporto di subordinazione fra societas rerum e
societas hominum che emergeva dalle pagine del pensatore sardo veniva
dissolto insieme alla distinzione tra economia e politica, tra lotta di
classe e lotta culturale. Le categorie feticiste del marxismo ortodosso
venivano rovesciate e lette dal punto di vista della classe operaia, della
sua storia e della sua composizione. Nonostante tutto però, il centro
del mondo rimaneva sempre a Torino, alla Fiat e alla porta 54. I Quaderni
rossi scoprivano la lotta di classe dentro la fabbrica, sulla catena,
ma fuori continuava a vivere sempre soltanto l'individuo atomizzato, consumista
ed impotente di fronte allo spettacolo delle merci e alla seduzione del
capitale. Se dentro la fabbrica il consumismo svelava il volto rivoluzionario
della "rude razza pagana" senza valori ed ideali, desiderosa di
incrementi salariali ed irrispettosa verso l'ascesa della produttività,
nella società l'operaio si scopriva come l'inerme abitante del Mondo
nuovo di Huxley (1991), vittima di un capitale onnipotente ed irresistibile.
In effetti la dicotomia fabbrica-società costituisce un termine essenziale
della riflessione operaista fin dal suo sorgere e già dalle sue primissime
elaborazioni traspariva quel nodo problematico che, irrisolto e spesso neppure
intravisto, sta ancora oggi alla base delle tante ambiguità proprie
delle varie ipotesi sul nuovo soggetto centrale.
Sul secondo numero dei Quaderni rossi, uscito nel 1962, Tronti tracciò
un quadro di riferimento teorico che sarebbe rimasto fondamentale per tutta
l'esperienza successiva e che tentava di comprendere, "dal punto di
vista operaio", il processo di terziarizzazione e di proletarizzazione
dei ceti medi che incominciava allora a offrire le prime anticipazioni.
L'obiettivo polemico principale dei QR erano ancora le teorie allora
imperanti sulla "società opulenta" e sulla "fine delle
ideologie", che, pur con toni eterogenei, concordavano che il raggiungimento
di un livello elevato di benessere e l'innalzamento dell'istruzione media,
prodotti del virtuoso processo di sviluppo economico postbellico, avrebbero
gradualmente contribuito ad eliminare dalle società industrializzate
gli accesi conflitti sociali e le contrapposizioni ideologiche della prima
metà del Novecento. Corollario di questo teorema progressista era
che il diffondersi di impieghi 'intellettuali', come quelli del terziario,
a scapito dei classici lavori di fabbrica avrebbe col tempo eliminato tanto
l'"alienazione" del lavoro (intesa come 'noia' e assenza di partecipazione
all'attività lavorativa) quanto la lotta di classe: evidentemente
l'argomentazione si presentava come particolarmente insidiosa per i giovani
teorici operaisti.
Panzieri nel suo seminale articolo sull'uso delle macchine nel neocapitalismo
(1961) aveva già attaccato nelle sue fondamenta il feticismo progressista
per la tecnologia, ma il fenomeno della progressiva 'socializzazione' del
capitale rimaneva ancora inesplorato e così Tronti, rileggendo Marx,
tentò di offrire una prima soluzione alla questione. Tutto il discorso
di Tronti si fondava sulla dicotomia irresolubile tra Fabbrica e Società:
la stessa sostanziale distinzione, ripresa ovviamente da Marx, tra 'processo
lavorativo' e 'processo di valorizzazione' veniva ricondotta alla contrapposizione
di fabbrica e società. Se la logica capitalistica (ed anche la logica
espositiva adottata da Marx nel Capitale) li vedeva e li voleva uniti
come un'unità organica, ciò non significava che essi lo fossero
necessariamente: al contrario, il punto di vista operaio pretendeva che
ognuno di essi venisse inteso come momento unitario, perché, se nel
processo di valorizzazione l'operaio era impotente e atomizzato, nel processo
lavorativo esso non era più mera forza lavoro inerme e passiva, ma
elemento dinamico e antagonista. Mentre il capitale voleva vedere i due
processi come armonici, tentando di integrare la forza lavoro nel capitale
come elemento passivo, li si doveva intendere come contrapposti e conflittuali:
Nella mistificazione borghese dei rapporti capitalistici, questi due processi ultimi camminano insieme e parallelamente, appaiono ambedue come oggettivi e necessari. Si tratta invece di vederli distinti nella loro unità, fino al punto da contrapporsi l'uno all'altro come processi contraddittori che si escludono a vicenda: leva materiale di dissoluzione del capitale piantata nel punto decisivo del suo sistema" (Tronti 1962, p. 39).
In questo quadro teorico, secondo cui la società si esauriva nel
mercato, l'inversione prospettica, la rivoluzione copernicana di Tronti
si risolveva nel semplice rovesciamento della prospettiva canonica delle
scienze sociali: in Tronti il momento particolare, la fabbrica, diventava
il paradigma antagonista del momento generale ed il punto di osservazione
'parziale' ma ideale per la demistificazione. Rispetto al marxismo ortodosso
il salto era immenso, ma il rovesciamento, se riusciva a ricostruire un
modello antagonista della gerarchia di fabbrica, si limitava ad assumerne
per poi rifiutare l'immagine della società dipinta dalla sociologia
borghese.
Proseguendo su questa linea, Tronti giungeva a formulare una suggestiva
ed entusiasmante lettura della fabbrichizzazione della società: solo
con il passaggio dalla produzione del plusvalore assoluto a quella del plusvalore
relativo, iniziava ad affermarsi (come già aveva detto Marx) il modo
di produzione capitalistico e, soprattutto, solo con questo passaggio iniziava
a trasformarsi il rapporto tra la produzione e le altre sfere. Utilizzando
il quadro tracciato da Marx nell'Introduzione del '57 (Marx 1968,
I, pp. 3-40), Tronti sosteneva che,
quanto più avanza lo sviluppo capitalistico, cioè quanto più penetra e si estende la produzione del plusvalore relativo, tanto più necessariamente si conchiude il circolo produzione - distribuzione - scambio - consumo, tanto più, cioè, si fa organico il rapporto tra produzione capitalistica e società borghese, tra fabbrica e società, tra società e Stato" (Tronti 1962, p. 51).
A questo stadio di sviluppo, quando il rapporto tra fabbrica e società si fa più stretto ed organico, paradossalmente la fabbrica sembra sparire: si tratta evidentemente del processo di terziarizzazione ed 'intellettualizzazione' del lavoro di cui Tronti intendeva svelare il carattere contraddittorio ed il lato oscuro.
Quanto più il rapporto determinato della produzione capitalistica si impadronisce del rapporto sociale in generale, tanto più sembra sparire dentro quest'ultimo come suo particolare marginale. [...] Quando il particolare si generalizza, si universalizza, appare rappresentato dal generale, dall'universale. Nel rapporto sociale di produzione capitalistico, la generalizzazione della produzione si esprime come ipostatizzazione della società. Quando la produzione specificamente capitalistica ha tessuto ormai l'intera rete dei rapporti sociali, appare essa stessa come un rapporto sociale generico (Tronti 1962, p. 49).
Nonostante la società appaia come momento generale e tenda ad offuscare il particolare della fabbrica, in realtà è proprio quest'ultima ad estendersi e ad assorbire e funzionalizzare tutto l'ambito esterno. Per Tronti, come d'altronde per tutto il gruppo dei QR, sviluppo capitalistico significava infatti principalmente fabbrichizzazione della società:
Al livello più alto dello sviluppo capitalistico, il rapporto sociale diventa un momento del rapporto di produzione, la società intera diventa un'articolazione della produzione, cioè tutta la società intera vive in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio esclusivo su tutta la società (Tronti 1962, p. 51).
In questa frase c'è tutto l'operaismo successivo, con pregi, intuizioni,
equivoci ed errori. In questo passo, breve e piuttosto schematico, ci sono
in nuce tanto gli approdi dell'"autonomia del politico"
quanto le tesi negriane sull'operaio sociale e quelle più recenti
sul lavoro immateriale.
Rispetto a Gramsci il capovolgimento era quasi totale, 'copernicano', appunto:
come ha osservato Sergio Bologna, i "Quaderni rossi avevano
scaraventato l'egemonia sotto le presse di Mirafiori" (Bologna 1974,
p. 2). I due livelli della societas hominum e della societas rerum
venivano ridotti ad uno solo e lo spazio dell'egemonia, lo spazio del 'politico',
era eliminato ed assorbito completamente nel livello della fabbrica. In
modo ancor più significativo, il recupero del concetto scientifico
di fabbrica, ripreso dalle intuizioni del giovane Lenin di Lo
sviluppo del capitalismo in Russia, aveva consentito di non cadere nelle
trappole del fabbrichismo e nella mitizzazione di una determinata figura
storica della classe operaia (accortezza che invece non dimostrò
mai il lavorista e produttivista Gramsci).
Nonostante tutto questo, la linearità razionale e progressiva dell'Americanismo
dipinto da Gramsci continuava però a rivivere, pur mutata di segno,
nell'ipotesi trontiana della fabbrica sociale. Ad accomunare due ipotesi
così diverse era proprio il mito della centralità della fabbrica,
che in entrambe le versioni continuava a valere non solo come cardine attorno
al quale girava tutta la società esterna, ma anche come unità
in grado di fagocitare ed assorbire tutto il resto. Il mito della centralità
politica della fabbrica era il portato dell'implicito 'produttivismo' trontiano
e comportava che - riprendendo le stesse categorie utilizzate da Marx (1968,
pp. 3-40) - lo stringersi dei momenti della produzione, della distribuzione,
dello scambio e del consumo avvenisse sostanzialmente come estensione del
primo momento a danno degli altri. Se Marx aveva distinto due diversi livelli
a cui considerare la produzione, uno 'particolare', accanto agli altri momenti
particolari (distribuzione, scambio e consumo), ed uno 'generale', che comprendeva
sia la produzione come momento singolo sia gli altri tre in un'unità
organica, Tronti eludeva invece la distinzione e considerava perciò
la 'fabbrichizzazione' come generalizzazione del momento particolare della
produzione. Da ciò discendevano tutta una serie di elementi che limitavano
fortemente le sue intuizioni. In primo luogo, l'estensione della fabbrica
veniva considerata come "riduzione di ogni lavoro a lavoro industriale"
(Tronti 1962, p. 53) e perciò come generale salarizzazione, con il
risultato che ogni lavoro di riproduzione non salariato veniva di fatto
escluso dal campo dell'analisi. In secondo luogo, lo spazio del politico
non era eliminato e lo Stato pianificatore veniva inteso propriamente come
gestore diretto dello sviluppo economico e come agente della razionalizzazione
e dell'eliminazione degli squilibri tra le varie zone geografiche (Tronti
1962, p. 72).
Soprattutto, però, l'assunzione della centralità della fabbrica,
cioè della produzione come momento particolare, faceva sì
che ogni ipotesi politica rimanesse ancorata alle mura della fabbrica, al
luogo della produzione immediata ed alle prospettive della sua estensione.
Ricalcando paradossalmente le orme di Gramsci, con quell'opzione teorica,
si era inchiodato ogni processo di rinnovamento del movimento operaio, ogni rottura strategica con le vecchie organizzazioni, ogni ricostruzione di una storia operaia, ai lavoratori della Fiat ed al rapporto città - fabbrica di cui Torino è espressione (Bologna 1974, p. 3).
Ancora una volta si era preso come esempio e come modello per ipotizzare
tendenze e sviluppi futuri l'unico luogo "americanista" d'Italia
e l'unico luogo in cui la "composizione demografica razionale"
di cui aveva scritto Gramsci trovava rispondenza nella realtà concreta.
Torino e la Fiat erano la rappresentazione materiale tanto dell'Americanismo
di Gramsci quanto della fabbrica sociale di Tronti, ma in entrambi i casi
l'ipotesi della centralità politica della grande fabbrica e della
sua classe operaia, proprio perché formulata sulla base di quel modello,
costituiva una forzatura teorica fin troppo evidente e dalle conseguenze
deleterie. A Torino negli anni Sessanta il 'livello politico' ed ogni autonomia
sociale erano effettivamente assorbiti dentro il livello della fabbrica,
ma ciò costituiva un caso del tutto particolare (che presupponeva
peraltro un bacino di sottosviluppo a cui approvvigionarsi) e costruire
su di esso una ipotesi teorica forte ed una strategia politica rivoluzionaria
rappresentò un errore per alcuni versi gravissimo. Elevare Torino
e la Fiat a centro del conflitto servì finché l'operaio massa
fu in grado di svolgere un ruolo di avanguardia, ma a lungo andare il mito
della fabbrica totale si svelò come chiusura totalitaria sugli orizzonti
multiformi dell'antagonismo sociale.
La concezione trontiana della fabbrica come unico centro del possibile antagonismo
operaio aveva come risvolto necessario l'idea della società come
luogo dello scambio, come momento a-conflittuale in cui gli operai si muovevano
come atomi: a differenza di altri teorici, per Tronti la classe esisteva
anche prima del suo ingresso in fabbrica, nella società, ma dato
che in questo ambito non esisteva un rapporto salariale tra classe operaia
e capitalisti, era di fatto impossibile qualsiasi ipotesi di conflitto e,
a maggior ragione, qualsiasi eventualità di ricomposizione.
Centralità della fabbrica e della produzione immediata significava
per Tronti, in fondo, centralità del salario: perciò, dato
che egli non ammetteva altro tipo di lotta se non quella sul salario diretto,
era scontato che venisse a contrapporre irriducibilmente la società,
luogo dello scambio, alla fabbrica, luogo della relazione salariale e produttiva.
Anche nel momento più alto dello sviluppo capitalistico, per Tronti
fabbrica e società, benché integrate fino all'indistinzione,
continuavano così a contrapporsi reciprocamente: secondo la celebre
formula contenuta in Operai e capitale, "uno dei punti più
alti e maturi della lotta di classe sarà dato proprio dallo scontro
frontale tra la fabbrica come classe operaia e la società
come capitale" (Tronti 1966, p. 235), nel senso che anche al più
elevato grado di fabbrichizzazione, fabbrica e società non cessano
di contrapporsi, o meglio, non cessano di contrapporsi i due modelli di
relazione sociale che secondo Tronti le istituiscono, e cioè, da
un lato il rapporto salariale della produzione immediata, dall'altro il
rapporto di scambio mercantile fondato sul denaro.
Da questa irresolubile contrapposizione nasceva anche il blocco feticistico
della riflessione trontiana: l'incapacità di cogliere la differenza
tra il livello particolare della produzione immediata e quello generale
della produzione come unità organica dei momenti parziali, spingeva
Tronti, da un lato, a riassorbire la politica integralmente nella lotta
economica e salariale della fabbrica, dall'altro, sul piano sociale, verso
l'alternativa tra la passività e la restaurazione di un livello di
mediazione - ipotesi quest'ultima che egli avrebbe sviluppato negli anni
Settanta.
3. Gli indiani di Mirafiori e la società
Il ciclo di lotte che nella primavera del 1973 aggredì in tutta
Europa il settore dell'auto sembrò confermare in un primo momento
la correttezza e la lungimiranza delle tesi sull'operaio massa. Se infatti
l'emergere del "partito di Mirafiori", cioè di un'autonomia
operaia radicale e totalmente indipendente rispetto alle 'avanguardie esterne',
aveva scagliato un risoluto colpo di piccone contro il modello organizzativo
ultraleninista attorno al quale si erano costituiti i gruppi operaisti dopo
l'Autunno Caldo, l'ipotesi centrale dell'operaio massa come avanguardia
e centro della lotta di classe continuava a reggere e pareva anzi corroborata
dai nuovi elementi. Mirafiori e la mitica porta 54 continuavano nonostante
tutto a rimanere il centro dell'universo e soprattutto il punto di vista
privilegiato per comprendere la società.
In realtà però l'occupazione di Mirafiori del marzo '73 palesò
uno iato profondo rispetto alle lotte del '69: benché i giovani operai
che si legavano il fazzoletto rosso intorno alla fronte e, battendo sui
bidoni trasformati in tamburi, lanciavano urla senza senso, non fossero,
a livello di struttura tecnica della forza lavoro, troppo distanti da quelli
di quattro anni prima, la loro 'storia politica', la loro socializzazione
ed i loro comportamenti erano abissalmente lontani. Nonostante tutto si
trattava ormai di una 'nuova' composizione di classe. Come hanno scritto
Nanni Balestrini e Primo Moroni,
L'occupazione di Mirafiori costituisce la prima manifestazione del proletariato giovanile in liberazione, che costituirà il reticolo sociale portante delle lotte degli anni seguenti, fino all'esplosione del 1977" (Balestrini, Moroni 1988, p. 435).
Così, paradossalmente, gli indiani di Mirafiori, mentre parevano
confermare la validità del mito della Fiat e di Torino come paradigma
totalizzante, costituivano in realtà la prima crepa nell'architettura
geometrica della centralità operaia. L'unico luogo "americanista"
d'Italia incominciava a non essere più il modello sulla cui base
ipotizzare tendenze e sviluppi politici.
Proprio la cesura del marzo '73 e la crescente consapevolezza del declino
dell'operaio massa, spinsero alcuni eredi dell'operaismo degli anni Sessanta
a formulare nuove ipotesi. È più o meno in questo periodo
che, insieme alla breve fortuna del 'proletariato giovanile', si iniziò
a parlare con una certa convinzione dell'operaio sociale. Negri lo fece
a partire dal 1975 e negli anni seguenti questa 'nuova figura sociale egemone'
divenne il punto focale della sua elaborazione teorica e delle sue ipotesi
politiche. L'espressione 'operaio sociale' però non venne coniata
da Negri, perché, come ha osservato Steve Wright (1996), Romano Alquati
aveva utilizzato il termine già qualche tempo prima, nel corso della
ricerca che egli condusse sui rapporti tra università e terziarizzazione,
per identificare quel nuovo soggetto politico, altamente scolarizzato e
profondamente diverso dall'operaio massa, che attraversava il processo di
progressiva proletarizzazione e massificazione del lavoro 'intellettuale'
(Alquati 1976, Alquati 1978).
Al di là delle dispute filologiche e delle necessarie distinzioni
tra l'ipotesi di Alquati e quella di Negri, è piuttosto interessante
ricordare che in realtà a parlare per la prima volta, almeno nel
contesto dell'operaismo italiano, di 'operaio sociale' era stato proprio
Mario Tronti, che dieci anni prima, nel 1965, in Operai e capitale,
aveva tradotto in quel modo l'espressione gesellschaftlicher Arbeiter
ripresa dal Primo Libro del Capitale (Marx 1989a, p. 374). Riferendosi
alla lettura marxiana dello sviluppo della cooperazione sociale produttiva
da parte del capitale, Tronti mirava a sorreggere la propria tesi secondo
cui, con lo sviluppo del modo di produzione specificamente capitalistico
(fondato sull'estrazione di plusvalore relativo) non solo il modo di lavorare
mutava radicalmente, ma la stessa forza lavoro, prima esterna ed indipendente,
veniva integrata nel capitale:
È solo la produzione di capitale che rende possibile il processo di socializzazione produttiva della forza-lavoro, la nascita della figura storica dell'operaio sociale, come forza produttiva sociale del lavoro, incorporata nel capitale (Tronti 1966, p. 147).
Nonostante qui parlasse di 'operaio sociale' (gesellschaftlicher Arbeiter)
e di socializzazione del lavoro, la contrapposizione irresolubile tra fabbrica
e società che aveva animato Tronti fin dal '62 non era sciolta: la
Gesellschaft restava sempre il luogo dello scambio e della passività
operaia, e nell'espressione 'operaio sociale' era già presente quell'ambivalenza
sostanziale che sarebbe stata ereditata da Negri dieci anni dopo. Per Tronti
la 'socializzazione', lo sviluppo della cooperazione sociale, rimaneva un
processo interno alla fabbrica, un movimento che interessava unicamente
la logica interna al momento della produzione immediata; la 'socializzazione',
lungi dall'affievolire lo scontro mortale tra fabbrica e società,
lo acuiva ulteriormente, perché se prima la classe operaia conservava
una autonomia anche nella società, ora, con lo sviluppo dell'operaio
sociale, essa scompariva dalla società ed esisteva soltanto nella
cooperazione sociale produttiva.
Tutta l'argomentazione di Tronti si muoveva attorno alla dicotomia fabbrica-società
e la figura dell'operaio sociale, che avrebbe dovuto risolvere teoricamente
il dilemma dando concretezza ai processi di 'fabbrichizzazione' crescente
e di lavorizzazione di ogni ambito sociale, rimaneva imprigionata nella
trappola di fondo: la contrapposizione tra fabbrica e società si
traduceva in una contraddizione tra 'socializzazione' e 'società',
in cui l'uso di una terminologia ambigua riusciva a dare la parvenza di
una soluzione coerente, mentre l'opposizione logica di due diversi modelli
di legame sociale veniva occultata sotto il velo illusorio di un riuscito
gioco di prestigio.
Negri ereditò integralmente questa contraddizione e, nonostante alcune
intuizioni più che significative, non riuscì mai a liberarsene
compiutamente. Come ho accennato, la sua vera e propria teoria dell'operaio
sociale risale almeno al 1975, ma già in alcuni scritti precedenti,
riprendendo ancora le pagine marxiane sullo sviluppo della cooperazione
produttiva, egli aveva incominciato a tracciare il quadro di riferimento
entro il quale poi si sarebbe mosso. Il punto di svolta della sua riflessione
viene di solito individuato in Crisi dello Stato-piano, un opuscolo
breve ma denso di anticipazioni e suggestioni, destinato in origine a circolare
tra i militanti di Potere operaio. Franco Berardi ha scritto che proprio
in quel lavoro, di cui peraltro egli riconosce alcuni pregi, "possiamo
trovare l'origine della torsione soggettivista a cui viene sottoposta sia
l'analisi del potere che la progettualità politica di movimento"
(Berardi 1998, p. 127) nella fase dei primi anni Settanta; ciò che
Berardi critica è, in sostanza, il fatto che Negri faccia discendere
da una premessa 'giusta' - la crisi della legge del valore e la crisi connessa
dello Stato-piano - una conseguenza logica sbagliata - l'arbitrarietà
dei movimenti del capitale nella crisi: qui, in questo "salto logico
ingiustificato" starebbe la causa della svolta leninista e politicista
di Negri e Potere operaio.
Che la 'svolta' leninista compiuta da Negri e, in quella fase, dai principali
gruppi operaisti[2] abbia comportato assai
più conseguenze deleterie che progressi significativi è un
giudizio quasi scontato, ma probabilmente il volontarismo ed il soggettivismo
trovarono origine, più che in discutibili principi teorici, in oggettive
situazioni di emergenza politica [3].
Al di là delle implicazioni che, in termini di strategia politica
allora vennero tratte, mi sembra che il nodo problematico risieda piuttosto
nell'analisi complessiva e generale della tendenza che Negri iniziò
a sviluppare in quel periodo e che, nonostante aggiustamenti di tiro intercorsi
nel tempo, costituisce ancora oggi il suo principale quadro di riferimento.
Si tratta infatti, ancora una volta, dell'eredità problematica della
dicotomia trontiana di fabbrica e società e della ricerca del luogo
della produzione immediata e 'particolare' come centro del conflitto. Negri
infatti in questo periodo, cioè nel '70-71, iniziava ad essere consapevole
dell'imminenza della ristrutturazione produttiva con cui il capitale intendeva
liberarsi dell'operaio massa. Ipotizzando le linee verso cui la ristrutturazione
si sarebbe mossa, riteneva che il processo di socializzazione della cooperazione
produttiva sarebbe andato notevolmente avanti. Così, riecheggiando
le espressioni di Marx e di Tronti sulla forza collettiva dell'operaio sociale,
giungeva a prefigurare una rottura nello sviluppo capitalistico, determinata
proprio dal "realizzarsi della tendenza dello sviluppo per quanto compete
la forza-lavoro complessiva, dal suo costituirsi - per lo sviluppo capitalistico
stesso - in individuo sociale unificato e compatto" (Negri 1971, p.
14).
Nonostante l'immagine dell'individuo sociale facesse presagire una svolta
più drastica, in questo periodo il riferimento politico di Negri,
la figura centrale cui egli restava saldamente ancorato, era sempre l'operaio
della grande impresa. Così era ancora in Partito operaio contro
il lavoro (Negri 1974), anche se in questo caso il discorso si approfondiva
ed apriva spazi nuovi di sviluppo per la ricerca. In particolare, qui Negri,
tornando con più insistenza sul nesso tra crisi, socializzazione
della produzione e permanenza della rigidità operaia. forniva una
prima definizione della nuova composizione politica di classe, definizione
che rappresentava un ulteriore passo verso la tematica dell'operaio sociale.
Ora sappiamo che la composizione politica di questa classe operaia, riunificata come classe sociale, spontaneamente rivolta alla pratica di appropriazione, è la realtà che domina e determina il meccanismo capitalistico della crisi e tutte le forme che la crisi viene producendo (Negri 1974, p. 125).
Nel carattere 'politico' della "radicalità estrema" espressa dalla lotta di classe, Negri individuava uno degli elementi che lo avrebbero spinto ad ipotizzare l'esistenza di una nuova figura conflittuale, ma questo è solo l'elemento 'soggettivo', subordinato sempre più all'elemento 'oggettivo', tecnico, della riunificazione della classe "in una nuova base di produzione" (Negri 1974, p. 125). La distinzione metodologica tra composizione politica e composizione tecnica della forza lavoro si tramutava sempre più in una opposizione tra volontarismo politicistico e determinismo feticista proprio per l'impossibilità di sciogliere il dilemma trontiano della fabbrichizzazione della società. L'opposizione tra fabbrica e società tornava qui, sostanzialmente invariata nei suoi termini, a proposito della strategia della ristrutturazione capitalistica: da un lato il capitale metteva in atto un imponente processo di socializzazione della forza produttiva, dall'altro però, nonostante la società venisse investita da questa nuova centralità produttiva, il capitale continuava a porre l'impresa come cardine dell'intera organizzazione sociale:
Da un lato il capitale ha diffuso il processo di valorizzazione fino ad annegarlo nella complessità delle relazioni sociali, dall'altro ha nostalgia dell'estrazione immediata di valore e ne reimpone la centralità. Il capitale mette la fabbrica, come punto di valorizzazione del circuito sociale della produzione, contro la società come ambito di devalorizzazione, come sede della massificazione, e contemporaneamente la società come immagine della macchina sociale di produzione contro la fabbrica in quanto sede privilegiata del rifiuto del lavoro e dell'attacco al saggio di profitto (Negri 1974, p. 126).
Il passaggio teorico era complesso e a questa complessità concorreva
probabilmente sia il fatto che Partito operaio contro il lavoro era
uno scritto di passaggio - e in quanto tale problematicamente irrisolto
sebbene assai suggestivo -, sia la circostanza che Negri, in questa fase,
puntava strategicamente ancora sulla centralità politica (anche se
ormai non più 'produttiva') dell'operaio massa[4].
Nonostante questi tratti problematici, erano palesi i connotati che Negri
attribuiva ancora alla socializzazione della produzione: essa era intesa
sostanzialmente come estensione della cooperazione sociale strutturata nell'ambito
della produzione immediata; riprendendo la formulazione marxiana del Capitolo
VI inedito (Marx 1969) sull'approfondimento della cooperazione, Negri
giungeva ad ampliare il carattere di lavoratore 'produttivo' fino ad includervi
tutti i lavoratori salariati: "possiamo ora dichiarare che il concetto
di lavoratore salariato ed il concetto di lavoratore sono tendenzialmente
omogenei" (Negri 1974, p. 127).
Benché fosse un progresso enorme rispetto alle posizioni fabbrichiste
allora diffuse nel movimento, l'equivalenza stabilita da Negri finiva per
convalidare quella centralità del salario che costituiva la base
della centralità della produzione immediata. In sostanza, rispetto
a Tronti la differenza stava soltanto nella profondità attribuita
al processo di socializzazione della cooperazione produttiva, ma nonostante
questo l'identità tra lavoro, relazione salariale e possibilità
di lotta (e dunque l'equivalenza tra socializzazione produttiva e salarizzazione)
confermava di fatto la centralità politica e teorica della fabbrica,
continuando a contrapporre ad essa la società come luogo del mercato,
dello scambio e dell'assenza di conflitto.
4. Fuori dai cancelli: la nascita dell'operaio sociale
Quando nel 1975 il tema dell'operaio sociale iniziò ad esplodere e ad acquistare un peso sempre maggiore, il quadro continuava ad essere lo stesso. Paradossalmente, nonostante l'operaismo scoprisse la società, continuava a rinchiuderla dentro i cancelli di Mirafiori:
Dinnanzi alle imponenti modificazioni provocate - o in via di essere determinate - dalla ristrutturazione, il corpo di classe operaia si distende ed articola in corpo di classe sociale, in proletariato. [...] Di fatto la linea rossa dell'astrazione del lavoro si realizza sempre di più. Dopo che il proletariato si era fatto operaio, ora il processo è inverso: l'operaio si fa operaio terziario, operaio sociale, operaio proletario, proletario (Negri 1976, p. 9).
Il fattore determinante nella nascita della nuova figura conflittuale
era la ristrutturazione ed i suoi caratteri, che almeno nell'analisi negriana
erano "socializzazione, terziarizzazione, flessibilità"
(Negri 1976, p. 28), rendevano centrale l'operaio sociale perché
la fabbrica si era spostata nella società. Qui "fabbrica sociale"
stava soltanto per "fabbrica diffusa": il conflitto si era spostato
nella società perché la relazione salariale si era diffusa
sul territorio. Benché si rinunciasse in questo modo alla centralità
politica della grande impresa, la centralità strategica e teorica
della relazione salariale, come opposto della relazione di scambio vigente
nel mercato, continuava ad essere il cardine di tutta l'analisi.
Questa argomentazione, che, nonostante alcuni tratti, riprendeva e sviluppava
conseguentemente le premesse teoriche dei Quaderni rossi e soprattutto
del 'giovane' Tronti, si incontrò più o meno all'altezza del
1977 con il tema dell'autovalorizzazione operaia. Benché, come ha
rilevato Harry Cleaver (1996) esso non rappresentasse una novità
assoluta in ambito marxista, è certo che comunque la scoperta teorica
dell'autovalorizzazione abbia costituito un vero punto di svolta originale
per l'operaismo italiano. Il ripensamento degli schemi di riproduzione del
Secondo Libro del Capitale e l'intuizione fondamentale che l'antagonismo
non si esaurisce nella merce consentirono infatti agli eredi di Panzieri
di uscire teoricamente dalle mura della fabbrica e di concepire la possibilità
di valorizzazione autonoma della classe operaia.
In sostanza, in questa svolta stavano anche le premesse teoriche per abbandonare
definitivamente la contraddittoria dicotomia trontiana fabbrica - società,
perché in effetti, sulla scorta del Marx dei Grundrisse, si
arrivava finalmente a scindere la produzione in generale, come modo di produzione
e riproduzione complessiva, come insieme organico, dalla produzione immediata,
come momento particolare del processo complessivo. Per certi versi si trattava
di un recupero del Tronti 'hegeliano' delle origini, così spesso
criticato per il suo 'soggettivismo'; l'esistenza della classe operaia come
classe in effetti, per il Tronti di Operai e capitale, precedeva
il capitale e la costituzione della classe dei capitalisti: "prima
il rapporto di classe, poi il rapporto capitalistico" (Tronti
1966, p. 149); già nella circolazione la forza lavoro si scopriva
come classe, ma ciononostante Tronti non riusciva a comprendere 'come' questa
indipendenza potesse trasformarsi in conflitto. Qui stava invece la svolta
negriana, l'intuizione della riproduzione della forza lavoro come ambito
di lotta.
Spesso si ritiene che l'ipotesi dell'operaio sociale e la teoria dell'autovalorizzazione
siano due aspetti tra loro inscindibili e necessariamente connessi. In realtà
tra questi due temi eisiste uno iato profondo e, in una certa misura, una
vera e propria contraddizione in termini di impostazione teorica. Da un
lato infatti il processo di autovalorizzazione è visto come consolidamento
del rifiuto del lavoro a livello sociale e come possibilità di libero
sviluppo delle individualità: si tratta dunque di uno schema antiteleologico,
antifinalistico ed antideterministico. Un processo senza fine, illimitato
nelle sue possibilità e dipendente unicamente dal livello di sviluppo
della classe operaia. Dall'altro lato, la figura dell'operaio sociale è
un'ipotesi sulla composizione di classe e, per quanto sia rappresentata
come combinato disposto di lotte operaie e ristrutturazione capitalistica,
il peso determinante è attribuito alla socializzazione produttiva,
che continua ad essere letta nei termini già esposti da Negri fin
dal 1971. Sulla scorta del Frammento sulle macchine marxiano, la
contraddizione fondamentale implicita nella tendenza dello sviluppo è
quella tra lavoro sociale e funzione del denaro. Con la socializzazione
della produzione il lavoro non è più posto come lavoro di
un singolo, ma come lavoro sociale, come lavoro dell'operaio collettivo.
Secondo le parole di Marx,
il carattere sociale della produzione è presupposto, e la partecipazione al mondo dei prodotti, al consumo, non è mediata dallo scambio di lavori o di prodotti di lavoro reciprocamente indipendenti. Esso è mediato dalle condizioni sociali della produzione entro i quali l'individuo agisce (Marx 1968, I, pp. 116-118).
In pratica, mentre la crisi nello schema dell'autovalorizzazione era
risultato dello sviluppo della classe operaia, qui essa sorgeva dalla contraddizione
tra socializzazione della produzione e forma mercantile dello scambio, tra
sviluppo della cooperazione sociale e permanenza del denaro.
Questa lettura della contraddizione fondamentale veniva ripresa in più
occasioni da Negri, in modo sempre più ossessivo, dapprima accanto
e insieme alla prospettiva dell'autovalorizzazione, poi in maniera progressivamente
più indipendente. Di questo si trovano echi anche oggi nella riflessione
sul lavoro immateriale e nella lettura della cosiddetta "sproporzione"
rintracciabile nel Frammento: se negli anni Settanta c'era però
un'ambiguità di fondo intorno al carattere della sproporzione (ambiguità
relativa alla questione se il ruolo determinante fosse da attribuire alla
rigidità di classe o alla composizione organica del capitale), con
gli anni Novanta è diventato sempre più marcato il peso attribuito
alla socializzazione e cioè alla componente 'tecnica' della trasformazione.
Ciò è particolarmente evidente nella teoria della crisi della
legge del valore, caposaldo della riflessione di Negri fin da Crisi dello
Stato-piano. L'ipotesi che la legge del valore, quantomeno nella sua
formulazione quantitativa, sia ormai esaurita ed abbia perduto ogni capacità
descrittiva è d'altronde l'ennesimo portato della tesi trontiana
dell'integrazione della classe operaia nel capitale. Con lo sviluppo estremo
della cooperazione produttiva, la forza lavoro è ormai tutta dentro
il capitale, non esiste al di fuori della sua cooperazione, e perciò
la legge del valore non può più misurare niente: il lavoro
singolo non esiste più ed il denaro non può più commisurare
la forza sociale del lavoro combinato. La società è ormai
integralmente sussunta ed il denaro rimane una forma arbitraria della sopravvivenza
del capitale (Negri 1994).
Negri a questo punto, abbandonata la prospettiva dell'autovalorizzazione,
recupera pienamente la concezione trontiana della fabbrichizzazione; è
la produzione immediata, cioè la produzione come momento particolare,
che si estende fagocitando gli altri, ed in effetti la circolazione è
ormai considerata come sussunta nella produzione: il momento dello scambio,
prima inteso come dialettico, come la fase in cui la classe operaia era
esterna al capitale benché inerme ed atomizzata, è ora sussunto
integralmente nel capitale. La fabbrica sociale post-moderna viene così
ad essere il risultato della socializzazione della fabbrica, e Negri può
confermare, insieme alla centralità politica della produzione immediata,
quanto Tronti aveva intuito più di trenta anni fa a proposito della
terziarizzazione:
l'apparente declino della fabbrica come luogo della produzione non significa declino del regime e della disciplina di fabbrica, ma significa piuttosto che tale disciplina non viene più limitata ad un luogo specifico interno alla società, ma si insinua in tutte le forme di produzione sociale, diffondendosi come un virus. La società tutta è ora permeata dal regime della fabbrica, e cioè dalle regole specifiche dei rapporti di produzione capitalistici (Hardt, Negri 1995, p. 16).
Con questo recupero estremo, che per Negri costituisce la chiave della
critica dell'era post-moderna riemerge in tutti i suoi tratti originari
la contraddizione implicita nella concezione trontiana. Anche qui l'antitesi
tra società e fabbrica socializzata è in realtà l'antitesi
di due diversi modelli di sintesi sociale: da un lato il modello della produzione
immediata, con al centro la relazione salariale, dall'altro il modello dello
scambio mercantile che si attua nella sfera della circolazione, fuori dalla
fabbrica. La società, che prima era intesa come terreno della mediazione,
del denaro (come elemento di una relazione dialettica) e dell'assenza del
conflitto, ora diventa ambito di lotta sulle condizioni di riproduzione
dell'esistenza, perché viene semplicemente eliminato nella sua specificità.
Tutta la teoria dell'operaio sociale si gioca in questa ambiguità
di fondo, senza essere in grado di coglierne effettivamente la portata.
La formulazione forse più organica e completa di questa ipotesi venne
fornita da Negri in uno dei suoi testi meno conosciuti e considerati, Il
comunismo e la guerra (Negri 1980), scritto nel periodo immediatamente
successivo alla sua prima incarcerazione. Criticando la ricezione che nel
movimento era stata data della tematica dell'operaio sociale, Negri precisava
come quest'ultimo non fosse il 'passo' successivo dell'operaio massa, ma
qualcosa di assai più ampio.
In realtà nessuno o pochissimi hanno saputo, nel movimento, comprendere la portata ontologica, totalizzante della definizione dell'operaio sociale come asse portante della nuova composizione di classe. [...] L'operaio massa è un elemento parziale della soggettività di lungo periodo dell'operaio sociale. [...] Invece di comprendere questa portata della categoria e dei suoi risvolti teorici e politici [...] si è continuato a cincischiare su vecchi dommatismi: centralità operaia o meno? Senza capire la verità ormai elementare che l'operaio sociale era anche al centro dello sfruttamento diretto di fabbrica. [...] Ma se Dio vuole, non solo di quello. Una centralità storica totale, l'opposto militante della crisi del mercato: questo è l'operaio sociale, il movimento del valore d'uso. Che diviene movimento comunista (Negri 1980, pp. 19-20).
In questo testo, come in quelli della fine degli anni Settanta, il peso
fortissimo assegnato alla dimensione dell'autovalorizzazione proletaria
si incontrava problematicamente con lo schema deterministico di derivazione
trontiana, rendendo manifesta la loro reciproca contraddizione: da un lato,
l'opposto del mercato era l'autovalorizzazione, lo sviluppo dei bisogni
dell'operaio collettivo, il tramutarsi del sabotaggio in autodeterminazione,
dall'altro invece il fattore di crisi del mercato e dunque del sistema di
mediazione sociale fondato sul denaro era costituito dallo sviluppo estremo
della cooperazione produttiva. Se la prima soluzione consentiva di superare
le ambiguità e le contraddizioni del primo operaismo, la seconda
rappresentava invece la coerente e fedele riproposizione dello schema trontiano
del '62. E, paradossalmente, ad avere la meglio nella riflessione dello
stesso Negri sarebbe stata proprio quest'ultima opzione.
La strada del post-operaismo degli anni Ottanta e Novanta a questo punto
è già delineata. Mirafiori non è più il "centro",
l'Americanismo ed il Fordismo vengono abbandonati insieme al mito di Torino
come città-fabbrica modello. L'operaio massa, celebrato come avanguardia
eroica di un passato di lotte sempre più remoto, viene ormai relegato
al margine del conflitto fino a sfumare nell'invisibilità. Ma se
Mirafiori muore come tempio dell'operaismo, deve però risorgere in
una nuova forma, deve rinascere nella società, come fabbrica sociale.
Il fabbrichismo si estingue nella sua forma tradizionale, ma rivive nella
sostanza della salarizzazione della società.
Così Negri, abbandonata sempre più decisamente la prospettiva
dell'autovalorizzazione, vede il comunismo scaturire ormai non dal rifiuto
collettivo e dalla sovversione antagonista della cooperazione sociale produttiva,
ma proprio dalla massima estensione di quest'ultima. Il conflitto e la contraddizione
fondamentale diventano quelle tra produzione immediata e scambio mercantile,
tra la logica interna alla fabbrica e la logica della società. Riprendendo
Sohn-Rethel (1978), la contraddizione è tra due opposte sintesi sociali,
quella fondata sulla razionalità produttiva e quella fondata sul
denaro. La 'sproporzione' di cui Marx parlava ambiguamente nei Grundrisse
diventa puramente meccanica, affidata allo scontro di due modalità
tecniche di organizzazione della società.
La contraddizione non è più tra la potenza autonoma dell'operaio
sociale ed il dominio del capitale, non è più uno scontro
radicato nella materialità della composizione di classe. Ma non è
neppure, semplicemente, uno scontro tra 'strutture' e 'sovrastrutture' deterministicamente
intese, in cui le condizioni 'oggettive' ed economiche sono distinte da
quelle 'oggettive' e politiche. Si tratta di qualcosa di più profondo.
È la contraddizione tra due diverse concezioni del carattere sociale
del lavoro. La sproporzione da cui Negri ed i suoi eredi ritengono debba
discendere il comunismo, è semplicemente una differenza tra concezioni
teoriche: da un lato il lavoro astratto sociale, in cui la socialità
è assicurata dallo scambio con l'equivalente generale astratto 'denaro',
dall'altro il lavoro socializzato della cooperazione produttiva.
Di nuovo riemerge lo scontro fabbrica-società, di nuovo, come nella
previsione trontiana, anche nel momento di più alto sviluppo capitalistico
e di più profonda integrazione di fabbrica e società, esse
non cessano di contrapporsi l'una all'altra, la fabbrica come classe operaia
e la società come capitale. Ma ancora una volta lo 'scontro' si svela
come una pura contraddizione logica e la sua soluzione non può che
consistere nella soppressione di uno dei termini dell'opposizione. Il comunismo
cessa di coincidere con il libero sviluppo delle individualità e
diventa una problema di rigore logico.
Il nodo centrale di tutta la tradizione operaista e l'enigma della sua inesausta
ansia di centralità sta tutto qui: nella sua sostanziale incapacità
di andare realmente oltre la fabbrica, oltre il processo di produzione immediato,
riconoscendo la specificità delle articolazioni sociali e della loro
funzione nell'ambito del processo di produzione e riproduzione complessivo.
La conseguenza paradossale di questa incapacità è la ricaduta
in un rinnovato ma ugualmente deleterio produttivismo in cui l'avvento del
comunismo è in qualche modo affidato allo sviluppo della cooperazione
sociale. In uno schema feticista non troppo dissimile da quello ortodosso,
l'attesa della nuova 'centralità', di un nuovo soggetto conflittuale
egemone, nasconde sotto un sottile velo volontaristico la speranza che la
rivoluzione comunista coincida con la rivoluzione tecnologica.
5. 'Antagonismo sociale' come categoria analitica: una proposta teorica
Franco Berardi, nella sua recente rievocazione dell'esperienza teorico-politica di Potere operaio, è tornato sulla controversa questione dei risvolti idealistici dell'operaismo italiano. In particolare, riprendendo le osservazioni che Davide Bigalli formulò in un suo articolo del 1967, Berardi ritrova "un'affinità impressionante tra il concetto di Soggetto che propone Hegel e il concetto di Soggetto che propone Tronti" (Berardi 1998, p. 36). Secondo le parole di Bigalli, "l'estraneità del proletariato dalla società borghese che in Marx fonda il valore negativo del proletariato stesso, ma anche il suo valore sociale, in Tronti rimane categoria ontologica" (Bigalli 1967, p. 124). La trasfigurazione della classe operaia nel Soggetto hegeliano costituirebbe in sostanza il portato estremo della rivoluzione copernicana di Tronti; l'inversione della prospettiva ortodossa, liberandosi dallo storicismo e ponendo al centro il nuovo soggetto 'classe operaia', avrebbe condotto paradossalmente proprio ad un nuovo "criptoidealismo", secondo il quale
È il Soggetto che pone in essere la contraddizione, è la classe operaia che pone in essere perfino il suo contrario, il capitale, ed è ancora questo Soggetto che supera la contraddizione ritrovando la sua identità con se stesso, all'interno della contraddizione e al di là di essa (Berardi 1998, p. 37).
L'accusa formulata da Berardi, che pure riconosce l'importanza eccezionale
e la portata rivoluzionaria del rovesciamento trontiano, non è nuova
ed è stata a più riprese indirizzata anche a Negri - considerato
il più conseguente erede dell'idealismo trontiano - da parte di esponenti
della stessa tradizione operaista. Si può sostenere addirittura che
questa critica di fondo abbia costituito negli ultimi trent'anni il principale
criterio di ricostruzione dell'esperienza teorica iniziata con i QR,
nel senso che la maggior parte delle letture ha voluto vedere, all'interno
del gruppo originario, due anime, una 'sociologica', analitica ed antidialettica,
incarnata dalla figura di Panzieri, l'altra soggettivista, politicista ed
"hegeliana", di cui sarebbero stati alfieri soprattutto Tronti,
Asor Rosa e Negri. La scissione che nel '64 diede origine a Classe operaia
viene così considerata come la coerente conseguenza dell'esplosione
della seconda 'anima': la ricostruzione che ad esempio Raffaele Sbardella
ha compiuto della "NEP" di Classe operaia, benché
alimentata da tardi strascichi polemici, è tutta costruita attorno
all'idea di un hegelismo fortissimo ed insopprimibile (Sbardella 1980).
Nonostante questa consolidata linea interpretativa, non ritengo né
che su questo punto esistano sostanziali divergenze tra Panzieri e Tronti,
né che il preteso 'criptoleninismo' trontiano sia all'origine degli
errori e delle difficoltà teoriche dei suoi eredi. In effetti, come
ha osservato Sandro Mancini (1975), l'autonomia e l'indipendenza operaie,
che Tronti fondava ontologicamente, come la precedenza logica e storica
della classe operaia sul capitale e sulla classe dei capitalisti, lungi
dall'essere una deformazione soggettivista, costituiscono il conseguente
esito dell'inversione strategica iniziata da Panzieri con il saggio sull'uso
delle macchine nel neocapitalismo.
Forse Panzieri, più per il legame che ancora lo stringeva alla tradizione
che per cautela teorica, non giunse agli esiti di Tronti, ma ciò
non significa che l'autonomia ontologica della classe operaia non fosse
già tutta dentro il suo discorso: svelata la tecnologia come rapporto
di forza, svelato il capitale come relazione di classe e come lotta di classe,
la deduzione trontiana della precedenza della relazione di classe rispetto
alla costituzione della classe dei capitalisti e all'effettivo sviluppo
della cooperazione capitalistica era quasi scontata. E non si tratta né
di criptoleninismo né di ipersoggettivismo, ma solo della intuizione
che il capitale è lotta di classe ed una relazione sociale costitutivamente
conflittuale.
Per quanto i critici si muovano in una dimensione opposta alla mia, ritengo
che il Tronti di Operai e capitale pecchi per difetto e non per eccesso
di cautela: quando considera che, ad un certo livello dello sviluppo capitalistico,
sia avvenuta definitivamente l'integrazione della classe operaia nel capitale,
egli perde ogni possibilità di articolare l'autonomia operaia nella
società, fuori dalla fabbrica. Questo passaggio, secondo la sua prospettiva,
coincide con la salvezza perché, sancendo la centralità politica
della relazione salariale e dell'operaio massa, garantisce la possibilità
del conflitto e della sua estensione.
Ciò comporta però anche che, eliminato il punto di partenza,
cioè l'autonomia di classe fuori dalla cooperazione produttiva, l'indipendenza
della vita fuori dalla fabbrica, la lotta di classe si trovi imbrigliata
in un eterno circolo vizioso senza possibilità di uscita. L'alternarsi
di sviluppo della cooperazione, integrazione progressiva della classe, estensione
delle condizioni del conflitto, esplosione della lotta, non può che
concludersi ogni volta con una nuova ipotetica lotta: il cerchio non si
spezza e continua a vivere un'eterna rincorsa, in una spirale interminabile
senza mai conclusione. Ad ogni tappa dello sviluppo del capitale deve corrispondere
un nuovo soggetto centrale, collocato al centro della fabbrica, cioè
al centro strategico del processo di produzione immediato, secondo uno schema
deterministico in cui ogni stadio viene ogni volta salutato come il più
elevato.
Per superare definitivamente questo tranello, per rompere 'teoricamente'
il circolo vizioso in cui l'operaismo si è invischiato, è
necessario rompere proprio con l'idea fondata sulla centralità della
relazione salariale. Dobbiamo abbandonare l'idea totalitaria e ortodossa
di 'classe operaia' che riposa nell'implicito fabbrichismo dell'avanguardia
egemone, del soggetto centrale. Considerare la società come fabbrica,
cioè come insieme di relazioni sociali capitalistiche, non può
significare risolvere la società in una fabbrica sempre più
diffusa ed estesa fino all'infinito.
Secondo una prospettiva di questo genere, sostenuta tra gli altri da Lazzarato
(1997), Marazzi e Negri, l'esito estremo della fabbrichizzazione della società
(ovvero, della socializzazione della fabbrica) diverrebbe la totale subordinazione
della vita al capitale, la sostanziale indistinzione di tempo di lavoro
e tempo di vita: questa idea è 'totalitaria' in partenza perché
considera come totalitario il processo di salarizzazione della società
e finisce per non ritrovare più l'antagonismo concreto, se non nella
forma di una semplice contraddizione logica.
Per comprendere l'attuale mutamento capitalistico (ma per comprendere meglio
anche tutti quelli passati) la prospettiva della fabbrica, della produzione
immediata, è utile, ma non sufficiente: è necessario cogliere
i processi e le modalità con cui la vita viene trasformata in lavoro
anche prima della produzione immediata, prima della fabbrica. È necessario
cogliere come vengono creati i 'presupposti' sociali dell'accumulazione,
come vengono creati i lavoratori. Anche quando non sono (ancora) salariati,
anche quando non sono 'produttivi'. Ciò comporta realmente la necessità
di uscire 'teoricamente' da Mirafiori, dalla fabbrica fisica ed empirica,
ma anche dalla fabbrica come processo di produzione immediato di merci.
Uscire dal feticismo fabbrichista significa comprendere come la società
sia 'fabbrica', ma non più nella vecchia concezione produttivista
di 'fabbrica diffusa'. Bensì come fabbrica di lavoratori, come processo
di produzione complessivo che trasforma la vita in merce, in forza lavoro
potenziale.
Uscire da Mirafiori e scoprire la relazione sociale capitalistica, con il
suo carico di antagonismi e di ribellioni contro l'imposizione della forma
merce, significa anche dissolvere la vecchia dicotomia trontiana di fabbrica
e società e l'implicita contraddizione logica che la sorreggeva:
non c'è alcuno scontro tra fabbrica e società, almeno nel
senso che non c'è alcuna contraddizione tra il legame sociale fondato
sullo scambio mercantile e sul denaro e la sintesi definita dalla cooperazione
produttiva di fabbrica. Fondamento del modo di produzione e riproduzione
capitalistico non è né la socializzazione delle merci attraverso
lo scambio con l'equivalente generale-denaro, né la produzione e
l'accumulazione quantitativa di merci, bensì l'imposizione del lavoro
astratto come lavoro imposto, alienato ed illimitato (De Angelis 1993; 1995):
fondamento del modo di produzione capitalistico è la riproduzione
allargata della vita come lavoro, perché solo essa è in grado
di produrre capitale. Cercare il centro di questa lotta tra il capitale
e la vita, benché strategicamente possa sembrare ragionevole, è
in realtà illusorio perché il capitale non è una 'cosa',
non è immobile e solida, non è fissa in un luogo che possa
essere eletto stabilmente a 'fulcro' della società e della lotta,
e soprattutto non esercita il suo dominio su un soggetto così definito
nel tempo da autorizzare incoronazioni e glorificazioni durature.
Il capitale, in quanto relazione sociale, è fluido, mobile, 'liquido'
(Holloway 1994): è in grado di abbandonare più o meno velocemente
qualsiasi preteso centro, trasformando quest'ultimo in margine e fissando
un nuovo temporaneo cardine. Per questo non solo la lotta dei lavoratori
contro la forma merce imposta alla loro vita è continua, ma anche
la lotta che il capitale combatte per imporre il lavoro astratto non conosce
soste e confini: esso deve costruire continuamente, in un eterno lavoro
di Sisifo, le condizioni ed i 'presupposti' della produzione capitalistica,
dentro e fuori dalla fabbrica, prima e dopo la produzione immediata. L'accumulazione
originaria dei corpi e delle menti continua quotidianamente e l'unico limite
che può incontrare il capitale è la lotta di classe stessa,
lo sviluppo dell'autonomia e del rifiuto della classe e la sua crescita
in termini di non-capitale.
Se cogliamo la società capitalistica come immensa raccolta di merci,
e cioè come un immenso reticolo di relazioni tra capitale e lavoratori
per l'imposizione della forma di merce, possiamo compiutamente dissolvere
l'idea hegeliana di 'classe operaia', cioè la concezione di una classe
operaia intesa come soggetto collettivo in grado di comprendere l'unità
della disseminata e frammentata società capitalistica, superando
l'atomismo cui essa è condannata nella sfera della circolazione ed
ergendosi al livello 'generale' della società. In questo mito non
si cela solo l'anima idealista della storia senza soggetto, ma anche l'illusione
che il nuovo 'soggetto collettivo', la classe operaia ormai passata dall'in
sé al per sé e divenuta cosciente del proprio compito
storico, riesca, in quanto soggetto generale, a comprendere la società
come intero e a dirigerla razionalmente. L'idea di classe operaia che abbiamo
ereditato dalla Seconda Internazionale, oltre che idealista, è anche
strettamente legata alla concezione del socialismo come capitalismo 'razionale',
come un capitalismo senza gli 'inconvenienti' dovuti alla imprevedibilità
dei movimenti anarchici del mercato. Liberarsi di questa concezione è
ad un tempo liberarsi dell'idealismo e del finalismo, aprendo gli occhi
verso un orizzonte in continua e permanente estensione.
Penso che per compiere questa operazione sia utile pensare il conflitto
di classe in termini di 'antagonismo sociale': non si tratta né di
un modo per liberarsi meno bruscamente di un metodo di analisi di classe,
né della ennesima ipotesi sulla nuova figura sociale egemone che
la ristrutturazione avrebbe prodotto. Più concretamente quando parlo
di 'antagonismo sociale' intendo proporre una categoria analitica, storica
e materialistica, che riesca da un lato a comprendere il concreto livello
raggiunto dalle lotte e dai comportamenti conflittuali consolidati a livello
sociale (e cioè, in breve, la composizione di classe dentro e fuori
dalla fabbrica) e, dall'altro, ad offrire una capacità di descrivere
la polimorfica e multidirezionale azione antagonista ed autovalorizzante
maggiore di quella offerta dal totalitarismo sia della centralità
fabbrichista e di quella dell'operaio sociale. Si tratta insomma di una
semplice categoria interpretativa in grado di dar conto della molteplicità
delle pratiche autovalorizzanti che si sviluppano nell'intreccio complessivo
delle relazioni sociali capitalistiche.
Il proposito di raccogliere l'insieme delle contraddizioni del modo di produzione
capitalistico sotto la categoria analitica di 'antagonismo sociale' non
è nuovo e neppure straordinariamente originale. Analoghe riformulazioni
non sono mancate, soprattutto nei tardi anni Settanta, di fronte all'emergere
dei nuovi movimenti sociali, però gran parte delle sollecitazioni
che esse offrirono sono state velocemente dimenticate. Inoltre, anche a
causa dell'influenza deleteria ma spesso determinante di filoni teorici
come lo strutturalismo ed il funzionalismo, queste riformulazioni dell'analisi
di classe si esponevano ad accuse di determinismo non troppo dissimili da
quelle rivolte ai filoni da cui traevano ispirazione.
Un esempio significativo ed emblematico di queste elaborazioni è offerto dalla riflessione di Claus Offe, teorico tedesco epigono della scuola di Francoforte e di Jürgen Habermas, che tentò di ridefinire l'insieme delle contraddizioni intrinseche al capitalismo come 'antagonismo sociale'[5]. Introducendo il suo scritto forse più importante - Strukturprobleme des kapitalistischen Staates (Offe 1972) - e tentando di fornire una definizione soddisfacente del 'capitalismo maturo'. Offe respingeva l'idea, diffusa e condivisa da gran parte dei marxisti ortodossi, che il modo di produzione capitalistico fosse connesso inscindibilmente con il potere di disposizione legale della proprietà, cioè con la forma giuridica della proprietà dei mezzi produzione. Riprendendo fedelmente la lezione del Capitale di Marx, egli sosteneva che "il carattere specifico del capitalismo risulta[va] invece [...] dal fatto che tutte le società capitalistiche presentano leggi di sviluppo comuni fra loro ed unicamente fra loro" (Offe 1977, p. 19). Sulla base di questa intuizione, Offe respingeva da un lato l'ipotesi che il capitalismo fosse ormai superato e dall'altro la tesi che esso avesse risolto le proprie interne contraddizioni. Al contrario, secondo Offe la contraddizione fondamentale non solo non si era esaurita, ma si era estesa progressivamente, proprio perché "il capitale subordina[va] al proprio movimento, quello cioè della propria autovalorizzazione guidata dalla ricerca del profitto, tutti gli ambiti ed aspetti della società" (Offe 1977, p. 20). Offe individuava la contraddizione fondamentale delle società capitalistiche
nel contrasto tra l'estensione inconsapevole [...] dei rapporti di interdipendenza all'interno del processo di socializzazione da un lato, e, dall'altro, la mancanza di una organizzazione e di una pianificazione consapevoli di questo processo (Offe 1977, p. 21).
Criticando esplicitamente le letture storiciste della lotta di classe, Offe intendeva con la propria proposta teorica, scindere il piano logico della contraddizione capitalistica da quello storico: intendeva cioè ricostruire una definizione logica di capitalismo che riuscisse a dar conto del carattere contraddittorio di quest'ultimo senza al tempo stesso cristallizzare il conflitto e l'antagonismo in una determinata forma da esso storicamente assunta o in una specifica figura sociologica della classe operaia. Ciò per riuscire a cogliere come gran parte dei conflitti odierni, benché non siano catalogabili come scontro tra capitale e lavoro salariato, siano parte essenziale e manifestazione della contraddizione fondamentale:
a ben poco servirebbe definire il capitalismo unicamente sulla base della logica di movimento o della <<totalità del processo>>, se non si riuscisse ad identificare di volta in volta il <<portatore>> o l'agente dell'antagonismo sociale. Ecco perché è compito della teoria del capitalismo intrecciare le categorie logiche con quelle sociologiche, motivando anche il carattere specifico di questo intreccio (Offe 1977, p. 26).
Se nella fase del paleocapitalismo l'individuazione empirica del gruppo sociale per cui passa il fronte del conflitto è piuttosto scontata, la stessa operazione diviene con l'avvento della fase del capitalismo maturo sempre più complessa. La continuità della contraddizione si incontra e concilia con il mutamento della struttura sociale e della dislocazione del conflitto, ma ciò non comporta che l'antagonismo venga meno bensì solo che mutino le forme in cui esso si manifesta e i punti in cui esso emerge. Come il capitalismo può essere 'logicamente' ridotto alla sua logica di movimento, di cui vanno riconosciute tutte le diverse traduzioni storiche e geografiche, così la 'classe' può essere ridotta sul piano logico all'antagonismo sociale, cioè ad una categoria in grado comprendere tutte le manifestazioni determinate del conflitto.
Generalizzando quindi al massimo le implicazioni antagonistiche del concetto di classe possiamo - prima ancora di esprimere qualsiasi definizione in termini di sociologia delle classi - affermare al più che l'antagonismo di classe esiste là dove, a causa della logica dell'accumulazione privata, si creano dei conflitti sociali che mettono in discussione la prosecuzione di questa accumulazione e la sopravvivenza dei suoi presupposti istituzionali e politici. La caratterizzazione della società capitalistica come società di classe non anticipa l'individuazione dei gruppi e degli strati sociali che, in circostanze concrete, svolgono questa funzione distruttiva sia in atto che potenzialmente (Offe 1977, p. 27)[6]
Il quadro concettuale delineato da Offe in questo suo importante saggio
presta il fianco ad alcune critiche legate al suo implicito debito con lo
struttural-funzionalismo. Per quanto egli sfugga al determinismo totalizzante
della tradizione althusseriana, è evidente che il suo tentativo di
ancorare l'emergere dell'antagonismo alla contraddizione interna della 'struttura'
capitalistica finisca con l'assumere i movimenti storici di lotta come sua
conseguenza e non come sua causa. Il vizio di questa impostazione è
chiaro fin dal principio, dal momento in cui Offe fonda la contraddizione
nella 'strutturale' incapacità del capitale di controllare 'razionalmente'
le conseguenze del suo sviluppo: qui riemerge pienamente la vecchia idea
ortodossa dell'anarchia capitalistica come fattore di crisi e, benché
Offe sia interessato ad una ridefinizione dinamica delle figure del conflitto,
è chiaro che l'emergere di queste resta sempre l'esito di una dinamica
da esse autonoma ed indipendente. Come ha osservato al proposito Negri,
"l'analisi di Offe si ferma su un vuoto di determinazione di classe"
(Negri 1977, p. 219), ma ciononostante la sua definizione di antagonismo
sociale ci offre ancora spunti notevoli su cui ragionare[7].
Riprendendo le sollecitazioni più significative della 'scuola della
composizione di classe' e coniugandole con la nozione di 'antagonismo sociale',
il vuoto di determinazione materialistica implicito nello schema di Offe
può essere superato. Se nella più avvertita riflessione operaista,
per composizione di classe si intendeva infatti "non soltanto la composizione
tecnica, la struttura della forza-lavoro, ma anche la somma e l'intreccio
delle forme di cultura e dei comportamenti sia dell'operaio massa che di
tutti gli strati sussunti al capitale" (Primo maggio 1978, p. 62),
allora con 'antagonismo sociale' dobbiamo intendere tutte quelle pratiche
concrete, quei comportamenti diffusi, quelle tradizioni, quelle cristallizzazioni
di lotte e conflitti precedenti, che costituiscono la base materiale della
composizione di classe.
È chiaro che, in questo senso, la composizione espressa dall'antagonismo
sociale ha ben poco a che vedere con la distinzione ortodossa tra struttura
e sovrastruttura e tra economia, politica e cultura: e, ancor più
precisamente, questo approccio metodologico appare in contrasto sostanziale
con tutte le concezioni che mirano a separare la lotta economica, spontanea,
immediata, dalla lotta radicale anticapitalistica, intesa come possibile
solo in presenza di una sviluppata 'coscienza di classe'. Per essere chiari,
coniugare l'esperienza metodologica della scuola della composizione di classe
estendendo l'analisi a tutto l'antagonismo sociale significa abbandonare
definitivamente il nodo della coscienza di classe, con tutto il suo carico
di implicito eurocentrismo e con la sua sottintesa esaltazione della tradizione
del movimento operaio occidentale. Ad essere rilevanti dal punto di vista
dell'analisi dell'antagonismo sociale non sono le ideologie o le rappresentazioni
teoriche che un determinato gruppo sociale, lottando contro il capitale,
può sviluppare o fare proprie: l'elemento rilevante è dato
invece proprio dall'insieme delle diverse e molteplici pratiche di rifiuto
del lavoro salariato e non salariato e di lotta contro l'imposizione della
forma merce che vengono messe in atto quotidianamente, in modo più
o meno evidente e con minore o maggiore radicalità a seconda dei
periodi, in ogni parte del mondo. Ad influenzare questo insieme di pratiche
possono contribuire una serie quasi infinita di fattori storici, tra i quali
rientrano ovviamente anche le ideologie e le rappresentazioni teoriche della
realtà che gli intellettuali diffondono, ma anche in questo caso
nessuna ideologia e nessuna teoria si rivela necessariamente ed inevitabilmente
più efficace e 'vera' di altre, neppure il marxismo. A costituire
un fattore di stimolo alla diffusione ed alla circolazione di pratiche di
rifiuto del lavoro possono concorrere tanto versioni 'post-moderne' della
tradizione marxista quanto aspetti di culture precapitalistiche sedimentate
in profondità. Questo non significa sostenere che gli studenti occidentali
degli anni Sessanta siano 'uguali' ai neri afroamericani dei ghetti statunitensi,
né che gli 'indiani' di Mirafiori non presentino differenze enormi
rispetto agli indios del Chiapas: significa invece riconoscere la specificità
storica e sociale di ognuno di questi soggetti e strati sociali e comprendere
le vie ed i processi attraverso cui ognuno di essi ha sviluppato la propria
differente rivolta contro la riduzione della vita a merce.
Antagonismo sociale è dunque il rifiuto di ogni centralità
che non sia quella della lotta contro la forma capitalistica delle relazioni
sociali, tanto nella produzione quanto nella riproduzione. Solo abbandonando
ogni concezione feticista della centralità è possibile uscire
dal circolo vizioso della perenne attesa del 'nuovo soggetto egemone' e
pensare ad una ricomposizione di classe non totalitaria, né ideologica
o idealistica. Ricomposizione diventa così non solo 'unificazione'
concreta delle lotte, ma anche sviluppo delle molteplici pratiche dell'antagonismo
sociale: non più semplicemente 'blocco' della produzione capitalistica
e rottura temporanea del meccanismo dell'accumulazione, ma sviluppo dei
bisogni antagonisti e valorizzazione autonoma delle soggettività
contro il legame capitalistico. La ricomposizione cessa di essere la versione
aggiornata dell'unità socialista ed acquista lo spessore nuovo di
un processo infinito, plurale e libero, mentre il comunismo inizia a mostrarsi
come il processo di dissoluzione di ogni centralità e di ogni misura
astratta.
6. Conclusione
In questo testo ho tentato di criticare la concezione della 'centralità' che una parte della tradizione marxista e soprattutto il filone dell'operaismo italiano hanno portato avanti. Se nella cosiddetta fase 'fordista' dell'accumulazione il soggetto centrale era affidato all'operaio massa delle grandi fabbriche, in virtù del ruolo strategico che queste ultime occupavano in quel periodo, con l'avvento del 'post-fordismo' si è assistito al proliferare di ipotesi sull'aumento di nuovi soggetti egemoni. Criticando queste interpretazioni ho sostenuto che alla loro base stia una concezione feticista e produttivista della centralità, una concezione che privilegia in ogni caso la produzione immediata di merci a scapito del processo complessivo della riproduzione sociale. L'unica reale centralità è quella della relazione sociale capitalistica e della lotta costante e quotidiana tra capitale e lavoro per l'imposizione della forma merce. Ogni altra concezione della centralità si fonda sull'idea che il capitale sia una 'cosa' immobile e statica, con un centro e dei margini stabili, mentre esso, proprio in quanto relazione sociale, ha dato storicamente prova della propria estrema fluidità e del proprio policentrismo. Pertanto cercare in ogni fase un soggetto conflittuale centrale significa generalizzare indebitamente un dato di una determinata situazione storica, rischiando di non vedere la varietà e la pluralità di conflitti che soggetti 'marginali' pongono in atto. Proprio per sfuggire alle implicazioni totalitarie che le più diffuse ipotesi sulla centralità comportano, ho proposto di utilizzare come categoria analitica della composizione di classe la nozione di 'antagonismo sociale', inteso come l'insieme delle pratiche e delle strategie di rifiuto del lavoro e della forma merce che i diversi settori sociali sottoposti al dominio del capitale pongono in essere nella loro lotta. Al di là di ogni implicazione strategica che da questa impostazione può derivare, ritengo che la categoria di 'antagonismo sociale' si possa rilevare metodologicamente preziosa nell'analisi delle varie forme di conflittualità diffuse nel contesto del capitalismo maturo globalizzato, rompendo sia con l'ansia operaista per la centralità sia con l'indeterminatezza di classe delle ricerche sui 'nuovi movimenti sociali'.
(novembre 1998)
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