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e questione democratica |
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Il crollo dell'Unione Sovietica ha provocato il collasso dell'ordine
mondiale che aveva retto le relazioni politiche globali nel ventesimo secolo.
I grandi blocchi che definivano l'ordine internazionale si stanno dissolvendo.
Le istituzioni economiche e politiche - non ultima l'ONU - devono confrontarsi
con condizioni radicalmente cambiate. Al tempo stesso i risorgenti movimenti
nazionalisti non possono cancellare il fatto che il sistema di stati-nazione
esistente è sempre meno in grado di gestire la complessiva crisi
sociale, economica ed ecologica. Molti aspetti che caratterizzavano lo stato-nazione
come area economica, sociale e politica relativamente uniforme e autosufficiente
sono oggi in questione.
Questi sconvolgimenti sono connessi alla crisi del fordismo, vale a dire
della formazione capitalistica varata dagli Stati Uniti e sviluppatasi a
partire dagli anni '30 entro le condizioni del conflitto Est-Ovest (Aglietta
1976; Boyer 1986; Lipietz 1987; Hirsch 1990). Il "fordismo" connota
storicamente un modo di accumulazione e di regolazione sociale che presenta
- al di là di significative differenze nazionali - alcune caratteristiche
strutturali comuni alla maggior parte dei paesi capitalistici sviluppati,
che ne hanno determinato sia gli sviluppi interni sia le relazioni internazionali
fino agli anni '70. In linea generale, il modello di società fordista
era caratterizzato da produzione taylorista e consumo di massa, e dallo
sviluppo di strutture di welfare state e di politiche keynesiane
di intervento miranti alla crescita economica e alla piena occupazione.
Il modo di accumulazione fordista - fondamentalmente basato sullo sviluppo
dei mercati nazionali interni - consentì una lunga onda di prosperità
nel centro capitalistico. Insieme al sistema monetario internazionale basato
sugli accordi di Bretton Woods garantiti dagli Stati Uniti, tale modello
assicurò un margine relativamente ampio a politiche nazionali economiche
e sociali indipendenti. Ciò permise lo sviluppo di un sistema capitalistico
globale caratterizzato da elementi strutturali e tendenze di sviluppo comuni,
capace di disporre di meccanismi regolatori internazionali relativamente
ben funzionanti. Il "fordismo globale" rappresentava infatti,
al tempo stesso, la base di una spinta internazionalizzazione del capitale.
Le ragioni che hanno dato inizio alla crisi del fordismo nel corso degli
anni '70 non possono essere discusse dettagliatamente in questo scritto.
L'internazionalizzazione del capitale è stata comunque un fattore
essenziale del crollo del sistema di regolazione fordista a livello nazionale
e internazionale. A entrambi i livelli, tale crollo è connesso a
processi di deregulation collegati gli uni agli altri e alimentantisi
a vicenda (Hirsch 1993). Un simile cambiamento globale richiede una profonda
revisione dei concetti politici convenzionali. Soprattutto, è necessario
discutere il nesso storico tra stato-nazione, democrazia e diritti umani.
1. La globalizzazione dei rapporti di produzione capitalistici
trova espressione nella liberalizzazione dei mercati delle merci, della
moneta e dei capitali, nell'aumento a livello mondiale della mobilità
della forza-lavoro, nella crescita e accelerazione delle reti di comunicazione
e nell'internazionalizzazione della produzione sotto l'egida delle grandi
multinazionali. Il fatto che un largo segmento del commercio internazionale
consista in movimenti interni alle imprese multinazionali mette in evidenza
la contemporanea rilevanza delle economie "nazionali". La flessibilizzazione
del capitale rafforza la competizione internazionale e rende incerto l'esito
dei rapporti di potere, dominanza e dipendenza. Infine, l'imminente catastrofe
ecologica mondiale mostra che gli effetti distruttivi del modo di produzione
capitalistico-industriale non possono coesistere a lungo con la nazionalità.
Questa dinamica sta cambiando la faccia del mondo a un ritmo sempre più
accelerato: stati e imperi si sfaldano e le diverse parti tentano di integrarsi
in nuove configurazioni di cooperazione e dipendenza. I conflitti nazionalisti
nell'Europa dell'est e nell'area balcanica sono soltanto gli esempi oggi
più evidenti.
Lo stato-nazione non scompare, ma cambia carattere e significato (Ziebura
1992). Le trasformazioni strutturali del capitalismo globale hanno drasticamente
ridotto i margini dell'intervento statale economico e sociopolitico, anche
in paesi grandi e potenti. Così, la liberalizzazione delle transazioni
di capitali, merci e servizi assoggetta sempre più le politiche nazionali
alla dinamica del mercato mondiale e alle strategie delle imprese internazionali.
L'intensificata concorrenza internazionale e la crescente flessibilità
del capitale globale hanno dato la priorità alla "politica di
allocazione", vale a dire alla ricerca di condizioni ottimali per la
valorizzazione del capitale entro una cornice nazionale (Porter 1990; Reich
1991). E' questa la causa decisiva del venir meno dei modelli di regolazione
keynesiani sviluppatisi nei centri capitalistici durante l'era fordista.
Lo stato fordista, che mirava a un coerente e complessivo sviluppo economico
e sociale entro i confini nazionali, sembra oggi superato da un nuovo tipo
di capitalismo di stato: lo "stato nazionale competitivo". Il
trionfo delle dottrine neoliberali trova le proprie basi materiali in questa
trasformazione storica del capitalismo.
Tutto ciò ha importanti effetti istituzionali sui sistemi politici
dei paesi capitalistici sviluppati. Il venir meno del modello di regolazione
"keynesiano-fordista", modello che soprattutto in Europa era caratterizzato
da un alto grado di intervento macroeconomico statale, forti sindacati,
patto sociale e integrazione di massa nel welfare state, rappresenta
un fenomeno generale. Ed è qui che affonda le radici la crisi storica
della democrazia sociale europea. D'altra parte la politica economica neoliberale
si rivela incapace di mantenere le promesse di crescita e prosperità:
diseguaglianza sociale e processi di marginalizzazione sono anzi in aumento
anche nelle metropoli sviluppate. L'incapacità di assicurare condizioni
di vita relativamente omogenee entro i confini nazionali alimenta
tanto le ideologie razziste quanto i processi di deriva regionale rispetto
al centro. Allo stesso tempo, le tendenze alla regionalizzazione e rinazionalizzazione
reagiscono tentando di stabilire confini politico-economici ulteriori (Europa
occidentale, Nord America) per contrastare l'indebolimento degli stati-nazione
tradizionali .
2. Un'analisi del sistema internazionale deve in primo luogo dare
conto delle basi sociali e della rilevanza storica del moderno stato-nazione.
Ciò di cui si sente l'esigenza è una risposta alla questione
del perché ogni tentativo del passato di stabilire istituzioni politiche
internazionali forti e democratiche, dotate di propri poteri di intervento
e regolazione o - più in generale - perché l'idea di un complessivo
"stato-mondo" sia fallita di fronte a una società mondiale
essenzialmente basata su stati-nazione.
Benché il nesso tra la costituzione di stati-nazione centralizzati
e burocratizzati, da un lato, e, dall'altro, lo sviluppo del capitalismo
globale non sia un nesso causale diretto, questi due fenomeni sono strettamente
correlati. La creazione di territori statali delimitati e controllati centralmente
ha fornito condizioni chiave per lo sviluppo di forti economie capitalistiche
circoscritte. Certamente tali economie "nazionali" potevano svilupparsi
soltanto nel contesto dell'emergente mercato mondiale: il commercio estero
e il colonialismo hanno fornito una base importante all'accumulazione capitalistica
e all'industrializzazione (Gerstenberger 1973; Braunmuehl 1973; Wallerstein
1985). Ma esiste anche una complessa relazione tra sviluppo dello stato-nazione
capitalistico e "borghesia", vale a dire democrazia politica parlamentare
e pluralista: una relazione derivante dal fatto che lotte democratiche e
conflitti di classe hanno potuto svilupparsi con successo solo entro terreni
economici e istituzionali relativamente delimitati (cfr. soprattutto Rueschmeyer
et al. 1992; Held 1991). Certamente tale relazione è stata
caratterizzata da numerose contraddizioni, come si evince dal rapporto sempre
critico tra principi democratici e rapporti capitalistici di produzione.
Tuttavia i fondamentali orientamenti normativi - eguaglianza, relazioni
sociali governate da regole legali, libertà generali, rispetto per
i diritti umani - anche se spesso non pienamente praticati, restano legati
allo stato-nazione. Paradossalmente, lo stato-nazione funziona anche come
barriera sostanziale, nella misura in cui tali orientamenti restano mere
finzioni al di fuori dei confini dello stato-nazione. I diritti umani trovano
infatti sostanza solo in quanto codificati come diritti civili entro uno
stato-nazione, mentre le relazioni internazionali restano affidate alla
dipendenza (coloniale), alla violenza e alla guerra. Solo occasionalmente
l'oppressione e il diritto del più forte sono stati controbilanciati
da sistemi legali e istituzionali. La relativa importanza dei valori fondati
sulla democrazia e sulla società civile è rimasta confinata
all'interno di un piccolo numero di stati economicamente e politicamente
potenti.
Che la struttura politica complessiva del capitalismo sia marcata dall'esistenza
di stati in competizione è empiricamente evidente. Ci sono comunque
ragioni sufficienti per ritenere che questa relazione - indipendente dalla
forma storica del sistema degli stati-nazione - rappresenti una condizione
fondamentale per l'esistenza e la riproduzione del capitalismo stesso. Di
conseguenza, essa non può essere facilmente abbandonata.
Un discorso su queste complesse relazioni tra stato-nazione, capitalismo
e democrazia richiede alcune fondamentali spiegazioni in termini di teoria
dello stato. La mia tesi è che il sistema pluralista degli stati-nazione,
caratterizzato dal principio di territorialità e da confini esterni
relativamente delimitati, così come la specifica "autonomia
relativa" dell'apparato centrale di potere rispetto ai gruppi e alle
classi sociali - in sostanza, una divisione strutturale tra "politica"
ed "economia" - rappresenta la forma specifica della politica
entro i rapporti di produzione capitalistici. Mancando lo spazio per un'argomentazione
più dettagliata, concentrerò l'attenzione sugli aspetti principali
della questione. Possiamo distinguere tra un aspetto storico-genetico
e un aspetto strutturale di questa contraddittoria relazione (per
una discussione approfondita si veda Hirsch 1974; Holloway and Picciotto
1978; Poulantzas 1978; Jessop 1992; Hirsch 1994).
In primo luogo, io sostengo che l'emergenza di un apparato statale formalmente
separato dalle classi sociali - dalla stessa classe capitalistica - e la
conseguente istituzionalizzazione della divisione tra "politica"
ed "economia" rappresentano una necessità strutturale per
la stabile riproduzione delle società capitalistiche. La ragione
decisiva di tale separazione va ricercata nelle condizioni richieste da
una riproduzione economica basata sul lavoro privato, sullo scambio e sulla
legge del valore, che esigono l'istituzionalizzazione di poteri coercitivi
separati dagli agenti immediati della produzione - capitalisti e lavoratori
salariati (Hirsch 1994). Questa "autonomia relativa" dello stato
e la costituzione in capo ad esso di un "monopolio della forza fisica
legittima" rappresentano una condizione decisiva per la regolazione
dei rapporti tra le classi, vale a dire per la legittimazione del potere
e l'efficacia dei compromessi sociali. Tuttavia, queste condizioni strutturali
di stabilità e riproduzione delle società capitalistiche non
sono completamente garantite in modo funzionale: esse emergono soltanto
entro e attraverso complesse lotte sociali, determinate dalle strategie
degli attori sociali. Perciò lo sviluppo di ciascuna società
capitalistica e delle sue caratteristiche forme sociali è legata
a specifiche condizioni storiche, lotte di classe, forze politiche e relazioni
internazionali.
E' significativo osservare che in questo quadro la regolazione ideologica
e politica dei rapporti capitalistici di produzione diventa possibile soltanto
attraverso l'individuazione di interessi "nazionali" superiori
a quelli di classe (Beaud 1987). La frammentazione della "società
mondiale" in stati-nazione permette e sostanzia coalizioni che attraversano
i confini di classe, le quali costituiscono la base di ogni stabile "equilibrio
di compromesso" nelle condizioni capitalistiche. Gli stati-nazione,
dunque, non sono meri "strumenti" per assicurare vantaggi concorrenziali
a sezioni della borghesia (cfr. Wallerstein 1985), ma anche espressioni
di equilibri e compromessi sociali al di sopra delle classi. In sostanza,
possiamo dire che l'organizzazione politica dello stato-nazione si basa
sulle relazioni e sulle divisioni capitalistiche di classe e al tempo stesso
le rafforza.
Lo sviluppo di una pluralità di stati individuali è al tempo
stesso un'espressione di competizione e di conflitto di classe e un aspetto
strutturale del capitalismo (Dabat 1991: 12). Determina lo stabilirsi di
sottomercati in cui il lavoro e il capitale hanno diversi gradi di accesso,
e fornisce a un capitale illimitatamente mobile la possibilità di
operare entro i modi di regolazione socio-politica nazionale mentre al di
fuori uno stato - o una frazione di classe - agisce contro l'altro. In altre
parole, da un lato il capitale globale beneficia strutturalmente della "competizione
tra posizioni nazionali"; dall'altro, tale competizione contribuisce
a determinare le coalizioni e i compromessi sociali che caratterizzano i
modi nazionali di regolazione. In generale, ci sono ragioni sufficienti
per sostenere che il processo globale di accumulazione dipende dall'esistenza
parallela di divergenti modi "nazionali" di accumulazione e regolazione.
Considerato a livello mondiale, il processo di accumulazione non è
né subordinato né sovraordinato allo stato-nazione: l'accumulazione
"globale" e quella "nazionale" formano insieme una coplessa
unità contraddittoria.
Nonostante alcune somiglianze superficiali, questa impostazione teorica
è in contrasto con la teoria neo-istituzionale e con la "teoria
dei regimi internazionali" (si veda, per esempio, Krasner 1982; Keohane
1982). Tali teorie, basandosi su assunzioni relativamente semplici fondate
sulla teoria dell'azione, non riescono a spiegare né i processi di
istituzionalizzazione delle società, né gli antagonismi e
le dinamiche strutturali. Lo stato-nazione è semplicamente assunto
come "dato", il suo carattere e ruolo in quanto specifica forma
storica di potere rimane nebuloso, e le complesse relazioni tra processi
politico-economici interni e globali restano indeterminate. Le teorie in
questione non colgono il fatto che i processi di istituzionalizzazione nel
capitalismo rappresentano la forma in cui l'antagonismo sociale diventa
"regolabile" ma non sempre solubile, circostanza che spiega
la fondamentale tendenza alla crisi dei sistemi istituzionali a livello
nazionale e internazionale (Hirsch 1992, 1993). La teoria dei regimi internazionali
si spinge un po' oltre nella misura in cui sottolinea la necessità
di meccanismi di regolazione relativamente autonomi rispetto ai poteri politici
nazionali; e tuttavia non supera il mero livello descrittivo. Le sue carenze
teoriche tanto sullo stato che sull'economia sono piuttosto evidenti (per
una critica alla teoria dei regimi si veda Strange 1982; Wend and Duval
1989; Robles 1992).
Rimane aperta la questione del perché questa forma politica assuma
la specifica forma - la Gestalt - dello stato-"nazione".
Ciò non può essere spiegato completamente soltanto con riferimento
alle peculiarità del processo di riproduzione. La risposta è
connessa piuttosto alla questione di come la formazione di "società"
sia possibile entro la struttura sociale capitalistica. I rapporti capitalistici
di produzione producono non solo matrici spazio-temporali specifiche della
società borghese (Poulantzas 1978), ma anche una storicamente nuova
individualizzazione dei soggetti sociali in quanto partecipanti al
mercato concorrenziale. Il potere del mercato produce una mobilità
e scambiabilità dei produttori sociali potenzialmente illimitata
e tende a dissolvere le relazioni, i legami, gli ambienti sociali esistenti.
In quanto proprietari di merci, gli individui borghesi sono al tempo stesso
atomi isolati e "cittadini del mondo". L'economia capitalistica
tende a cancellare le relazioni sociali, le istituzioni e i patrimoni culturali
comuni che rendono possibile la specifica formazione e la cosciente auto-riflessione
della società: per questo la moderna nazione si pone come terreno
su cui, entro le condizioni del mercato capitalistico, le relazioni sociali
devono essere riprodotte ex novo attraverso lo sviluppo di comunità
e tradizioni culturali interclassiste orientate contro lo "straniero".
La "nazionalità" diventa così l'espressione ideologica
del modo in cui la società capitalistica si costituisce e si rappresenta
in quanto società, in cui definisce contorni e confini agli occhi
dei propri membri. Rispetto ai ruoli e alle istituzioni sociali, essa si
fonda sempre meno su tradizioni particolari, comunità locali o relazioni
personali, e si basa piuttosto - seguendo la logica inscritta nella matrice
spazio-temporale capitalistica - sul criterio di una tradizione nazionale
omogenea e lineare legata a un'affiliazione territoriale. Nella misura in
cui questa delimitazione rispetto allo straniero - entro e fuori i confini
nazionali - si sviluppa fondandosi su una omogeneizzazione socio-culturale
coatta, esiste una stretta connessione tra il moderno stato-nazione, da
un lato, e, dall'altro, le ideologie totalitariste e razziste (Poulantzas
1978; Balibar 1993).
Sarebbe sbagliato e facilmente confutabile considerare lo stato-nazione
come espressione di una nazione preesistente. Se "nazioni" lottano
per il proprio stato, ciò avviene sempre nel contesto di un sistema
sviluppato di stati capitalistici, costituitosi attraverso processi coercitivi
di omogeneizzazione, soppressione e competizione. Le nazioni moderne sono
sotanzialmente il prodotto degli apparati statali centralizzati e
delle loro strategie di omogeneizzazione e marginalizzazione. Esse "inventano"
e costruiscono culture unitarie nazionali marginalizzando, eliminando e
sopprimendo le devianze. Lo stato moderno diventa nazione attrverso un processo
in cui gli spazi socio-culturali esistenti e le tradizioni storiche vengono
assemblate in modo selettivo e differenziato per dar vita a un nuovo costrutto:
un processo che si forma, ad esempio, intorno allo sviluppo di una comune
lingua nazionale. La natura contraddittoria di tale processo sta nel fatto
che lo stato - in quanto apparato burocratico coercitivo - non può
creare nuove relazioni socio-culturali ma soltanto utilizzare, ricostruire,
riorganizzare quelle esistenti: ciò lega profondamente lo stato all'ostinazione
di tali relazioni. Di fatto, non sono mai esistiti stati-nazione completamente
omogeneizzati.
Questa griglia strutturale che caratterizza i rapporti tra "economia"
e "politica" così come tra "stato" e "società"
nel capitalismo non va considerata alla stregua di una determinazione logica
dello sviluppo storico. La storia è fondamentalmente il risultato
di azioni e lotte che comunque, in quanto permeate dei rapporti capitalistici
di produzione, sottostanno a limiti strutturali che non possono essere facilmente
superati. La forma politica tipicamente capitalistica, che dà luogo
all'esistenza di una pluralità di stati-nazione formalmente separati
dalle classi sociali, resta perciò il prodotto delle lotte sociali
e politiche; tuttavia tali lotte avvengono in accordo con la "coercizione
riproduttiva" dei rapporti di produzione che sono prevalsi storicamente.
In questo senso, non esiste un nesso "funzionale" tra stato-nazione
e democrazia.
La "relativa autonomia" dello stato è promossa dalle strutture
democratiche, ma non è necessariamente legata ad esse. Quando le
lotte di classe non possono più essere regolate mediante compromessi,
la democrazia viene messa in discussione. Singoli stati possono scomparire,
nuovi emergere. La situazione della periferia capitalistica - dove spesso
non ci sono né stati "borghesi" sviluppati né condizioni
democratiche - rende poi evidente il fatto che la forma politica sopra delineata
è relativamente tipica per i paesi capitalistici sviluppati ma non
può pretendere alcuna validità universale. Possiamo comunque
assumere che la centralità di un paese entro il capitalismo globale
ha qualcosa a che fare con la capacità di sviluppare tale forma politica
tipica. L'esistenza di stati in questo senso "deficitari" - cioè
insufficientemente sviluppati e dipendenti - non altera il fatto che lo
stato-nazione rappresenta un principio strutturale cardine del capitalismo.
3. C'è una stretta relazione tra la crisi dei sistemi politici
negli stati capitalistici sviluppati e la crisi della regolazione internazionale,
una relazione che affonda le radici nella continua globalizzazione del capitale.
Il sistema capitalistico mondiale è caratterizzato da aree socio-economiche
divergenti e dalla competizione tra stati-nazione: ciò incrina la
relativa coerenza che normalmente caratterizza le strutture di riproduzione
nazionali. Lipietz ha sottolineato che la struttura del mercato mondiale
"è il semplice effetto dell'interazione tra molti processi relativamente
autonomi, della complementarità provvisoriamente stabilizzata e dell'antagonismo
che esiste tra diversi regimi nazionali di accumulazione" (Lipietz
1987). Questa osservazione, comunque, va chiarita: non è tanto la
forma nazionale di accumulazione e regolazione che sostanzia l'antagonismo,
ma piuttosto l'antagonismo è basato sul processo globale di accumulazione,
il quale si esprime in modi contraddittori e conflittuali attraverso le
formazioni nazionali. E' per questo che il processo di accumulazione globale
richiede proprie istituzioni interstatali e sovrastatali e meccanismi che
garantiscano transazioni relativamente stabili a merci, moneta e capitali
(Mistral 1986: 181). Anche a livello globale l'accumulazione capitalistica
deve essere politicamente regolata in una certa misura. In pratica, ciò
si realizza attraverso interazioni tra governi nazionali e banche centrali,
istituzioni internazionali, nazionali e imprese multinazionali, sindacati
e altri raggruppamenti. Ma nella misura in cui la regolazione dei rapporti
di classe resta legata allo stato-nazione e le contraddizioni dei processi
di accumulazione causano costantemente conflitti tra stati, questi sistemi
di regolazione internazionale possono sviluppare una coerenza e una incisività
limitate. Sono molto più frammentati e incompleti rispetto ai risultati
che si raggiungono a livello dello stato-nazione (Robles 1992). La durata
delle strutture di accumulazione e regolazione nazionali è tuttavia
legata all'esistenza di un sistema di regolazione internazionale il quale,
a sua volta, è determinato da tali strutture nazionali.
Nel passato, le relazioni contraddittorie tra regolazione nazionale e internazionale
ha avuto l'effetto di rafforzare la stabilità a lungo termine di
"regimi" regolativi solo quando questi ultimi erano garantiti
da un potere egemonico. E' stato così per il Regno Unito a cavallo
del secolo e per gli Stati Uniti durante l'era fordista. L'egemonia si basa
sull'imposizione di determinati modelli di assetto e crescita socio-economica
da parte di stati economicamente e politicamente dominanti. Questi ultimi
non soltanto impongono le strutture di regolazione internazionale, ma le
sostengono con le proprie risorse. Ciò implica la disponibilità
- se necessario - a rinunciare a vantaggi di breve periodo a favore della
stabilità del sistema internazionale a lungo termine. L'impiego del
solo potere economico e militare è tuttavia insufficiente a garantire
la stabilità dei modi internazionali di accumulazione e regolazione.
Questi restano fondamentalmente connessi a una struttura istituzionalizzata
di compromesso che concede opportunità di crescita e sviluppo anche
ai paesi dipendenti e sottosviluppati (Mistral 1986).
Il declino dell'egemonia degli Stati Uniti a partire dagli anni '70 è
un risultato delle dinamiche strutturali del sistema fordista di regolazione
internazionale sostenuto e controllato dagli Stati Uniti. Tale declino è
stato anche una conseguenza della rapida avanzata dell'Europa occidentale
e del Giappone consentita dagli specifici modelli "fordisti" di
regolazione e crescita propri di questi paesi, modelli che hanno messo in
discussione la dominanza degli Stati Uniti. Il fatto che alla fine l'egemonia
degli Stati Uniti sia venuta meno contemporaneamente alla dissoluzione dell'Unione
Sovietica è solo apparentemente un paradosso. L'Unione Sovietica
si è dimostrata incapace di prendere parte alla nuova competizione
tecnologica con cui i centri capitalistici hanno reagito alla crisi degli
anni '70. La scomparsa dell'Unione Sovietica ha accentuato la concorrenza
tra i nuovi poli dominanti della "triade" capitalista (Ohmae 1985).
La crisi del modello fordista-keynesiano di regolazione nelle metropoli
capitalistiche come a livello internazionale ha portato a una situazione
in cui le strategie competitive potevano affermarsi nel mercato mondiale
solo mettendone sempre più in discussione la stabilità. Ciò
ha spinto larghi segmenti della periferia capitalistica verso la catastrofe
economica e sociale.
Le possibilità di ristabilire un sistema stabile di regolazione internazionale
sulla base dell'attuale "triade" sono molto incerte. La regolazione
delle transazioni monetarie internazionali è particolarmente problematica,
poiché mancano sia uno "stato-mondo" sia un potere che
svolga il ruolo di garante globale. Un sistema stabile richiederebbe innanzitutto
una riorganizzazione soddisfacente delle istituzioni internazionali di regolazione,
e presupporrebbe comunque una continuativa disponibilità da parte
delle metropoli dominanti a gestire insieme una sorta di "egemonia
cooperativa". Di fatto, questa possibilità appare al momento
in contrasto con le tendenze alla disintegrazione regionale del capitalismo
globale (cfr. Altvater 1991; Amin 1992; Garten 1992). La precaria stabilità
dell'attuale sistema internazionale è dovuta inoltre al disequilibrio
tra l'assoluto predominio militare degli USA e la loro posizione economica
sempre più relativa. Rispetto alle metropoli capitalistiche, questa
situazione alimenta una pressione reciproca alla cooperazione, previene
lo scoppio di aperti conflitti militari, forza l'adesione a forme minime
di regolazione internazionale, e soprattutto rende possibile caso per caso
attività miranti ad assicurare interessi comuni, riguardanti ad esempio
l'accesso a determinate risorse naturali o la pacificazione di determinati
conflitti nella periferia.
4. Di fronte ai cambiamenti che investono sia gli stati-nazione sia il sistema internazionale, anche la questione della democrazia deve essere riconsiderata. La libertà e l'eguaglianza borghese, così come i diritti umani e democratici, sono stati finora garantiti entro la cornice dello stato-nazione. E' in quest'ambito - anche nel caso di stati-nazione quasi assolutisti - che la borghesia ha costruito i propri diritti politici di codeterminazione e di protezione costituzionale contro la tirannia dello stato, condizioni queste che hanno costituito anche la base della sua espansione globale. La distinzione tra "cittadino" e "borghese" è rimasta fondamentale, così come la libertà e l'uguaglianza formale rispetto alla collocazione di classe. Le lotte sociali e politiche del diciannovesimo e del ventesimo secolo nei paesi capitalistici sviluppati sono state largamente attraversate da questi principi. Esse conducevano all'integrazione della classe lavoratrice nella "nazione", assicurando a tale classe non solo lo status formale di cittadino, ma anche un livello minimo di garanzie materiali "borghesi". Il capitalismo "fordista", che si è costituito durante la metà del ventesimo secolo nelle metropoli sviluppate, è il prodotto di queste lotte: è stato caratterizzato da un'effettiva generalizzazione dei diritti civili (con un evidente ritardo per le donne), da una istituzionalizzazione politica del compromesso di classe e dalle libertà democratiche assicurate dal welfare state. Come abbiamo accennato in precedenza, queste conquiste restavano comunque un privilegio delle sole metropoli capitalistiche pienamente sviluppate, poiché lo sfruttamento della periferia dipendente ne rappresentava il presupposto. A livello internazionale, il sistema rimaneva regolato dalla guerra, dalla rapina e dalla violenza. L'idea di una democratica "società mondo", costituita dalla somma degli stati-nazione, ciascuno formato secondo i medesimi principi, è rimasta una finzione. Tuttavia le lotte per l'indipendenza nazionale del ventesimo secolo e le conseguenze politiche, culturali, economiche della crescente globalizzazione capitalistica hanno avuto l'effetto di promuovere e generalizzare la domanda di diritti democratici, sociali e umani. Di qui la contraddizione tra la sovranità del singolo stato - principio base della comunità internazionale - e la crescente domanda di norme universali, soprattutto a partire dalla fine della guerra fredda; di qui la richiesta di interventi esterni a sostegno di principi democratici e di diritti umani sempre più frequente. Ma tale domanda è rimasta prigioniera delle politiche di potere, dell'ineguaglianza economica e della dipendenza su cui si basa la comunità internazionale nel capitalismo globale.
Uno dei principi base dello stato-nazione è la omogeneizzazione
e normalizzazione: ne sono elementi un tempo "normale", un linguaggio
comune, la standardizzazione dei codici di comportamento, la standardizzazione
sociale e culturale dei "cittadini" (Poulantzas 1978; Ziebura
1992). Tutto ciò è finalizzato alla demarcazione rispetto
allo straniero, e si collega strutturalmente al razzismo così come
alle nuove forme di discriminazione di genere, che funzionano in pratica
negando le differenze di genere rispetto alle condizioni materiali di vita.
La regolazione fordista e la standardizzazione dei rapporti di classe ha
accentuato queste tendenze, come si può riscontrare nell'omogeneizzazione
degli stili di vita, dei gusti, delle norme di consumo e dei principi estetici
che caratterizzano questa fase.
Lo stato-nazione omogeneo è crollato su due fronti: in primo luogo,
sul fronte della differenziazione delle situazioni sociali e degli stili
di vita - generalmente definita "individualizzazione" - in una
fase in cui gli effetti della società del consumo di massa incrociano
il collasso dei compromessi sociali e i concomitanti processi di divisione
e marginalizzazione sociale. In secondo luogo, sul fronte della globalizzazione
del capitale che ha indebolito i poteri di intervento dello stato (Reich
1991). La cittadinanza nazionale omogenea - fenomeno più o meno fittizio
- si disintegra sempre più in gruppi, tribù, comunità
definiti culturalmente, etnicamente, religiosamente, regionalmente e biologicamente
e separti gli uni rispetto agli altri. La figura chiave delle democrazie
dello stato-nazione - il "cittadino" - sembra sempre più
una cosa del passato. Soprattutto nelle metropoli capitalistiche sviluppate,
si assiste allo sviluppo di una società "desocializzata"
che si disintegra in isolate sottoculture e interessi di gruppo e che esercita
una marginalizzazione tanto più violenta quanto più le comunità
risultano culturalmente e socialmente separate. Ciò rende sempre
più difficile trovare un insieme di norme e principi base comuni
su cui fondare la costituzione della società.
Del resto è solo apparentemente paradossale il fatto che l'attuale
globalizzazione del mercato mondiale sia legata alla rinascita di correnti
razziste, biologiste, etnocentriste e chauviniste, e che il nazionalismo
leghi tutto ciò tanto più strettamente quanto più velocemente
il sistema dello stato-nazione diventa debole e incapace di regolare socialmente
lo sviluppo economico. In una situazione di crisi dello stato-nazione e
del sistema mondiale, ciò rappresenta l'espressione ideologica della
seguente questione: che cosa determina oggi l'appartenenza a una comunità
politica, culturale ed economica? Gli appartenenti alla comunità
degli Stati Uniti alla fine hanno dovuto affrontare tale questione (cfr.
Bellah et al. 1987; Taylor 1988; Walzer 1990). Il loro approccio, tuttavia,
è rimasto molto ideologico, a causa dell'incapacità di molti
autori di fare i conti con le reali trasformazioni del capitalismo (cfr.
Fach and Ringwald 1993). Il problema diventa particolarmente critico man
mano che i processi di eterogeneizzazione e divisione sociale interni alle
metropoli capitalistiche che alimentano lo chauvinismo sociale si incrociano
con i movimenti dei rifugiati e delle migrazioni internazionali, formando
una miscela sempre più esplosiva (cfr. Ziebura 1992). Il problema
fondamentale è che, finché non c'è una società
mondiale basata su istituzioni politiche democratiche, soltanto una limitata
entità politica insediata a metà tra la cultura e l'economia
- lo stato-nazione - può offrire il terreno di sviluppo a un'autodeterminazione
democratica che si contrapponga al gioco globale dei meccanismi economici.
E marginalizzazione, discriminazione e violenza continuano ad essere strutturalmente
connesse a questa forma politica.
L'universalismo oggi praticabile è il rapporto capitalistico globale.
A livello politico e ideologico, esso produce il suo contrario. Per questo
un liberalismo economico centrifugo e una democrazia che si esprime nel
neoliberalismo rappresentano oggi la tendenza dominante. Lo stato-nazione
non svanisce in quanto è intrinsecamente legato ai rapporti capitalistici
di produzione. Ma è esso stesso sottoposto a un processo di trasformazione
che distrugge sempre più le sue basi di autodeterminazione democratica.
Nelle condizioni capitalistiche, l'attuale dilemma politico risiede nel
fatto che sta diventando sempre più difficile assicurare i diritti
civili e democratici entro la cornice dello stato-nazione, mentre manca
un terreno politico-istituzionale alternativo su cui portare avanti questa
battaglia (Lipietz 1994).
5. Questo dilemma può essere superato solo se si apre la
possibilità di scollegare contestualmente e proceduralmente i processi
democratici dal sistema statale delle istituzioni, sia a livello nazionale
che internazionale. La creazione di uno "stato-mondo" integrato
non può che restare un'utopia entro le condizioni capitalistiche.
L'aggressiva e costante competizione bellica tra stati-nazione era ed è
il meccanismo con cui vengono stabilite condizioni politiche repressive
all'interno e all'esterno. Eppure il rafforzamento di processi di cooperazione
democratica a livello nazionale e internazionale è ancora possibile,
anche se si tratta di organizzare politiche autonome e di mobilitare un'opinione
pubblica indipendente. Ma occorre formulare e mettere in pratica un concetto
di politica democratica radicalmente nuovo.
Le oggettive condizioni strutturali mostrano chiaramente che l'operare di
organizzazioni internazionali come l'ONU è determinato da interessi
di potere e di dominio. Simili organizzazioni mancano di una legittimazione
democratica istituzionalmente garantita. Nella sua forma istituzionalizzata,
la "comunità mondiale" attualmente esistente è una
formazione conflittuale di sistemi di dominio e oppressione. In questo quadro,
le organizzazioni internazionali possono essere attive solo in quanto le
loro attività sono congruenti con gli interessi del grande potere.
L'esercizio della democrazia e dei diritti umani resta così subordinato
agli interessi di potere dello stato-nazione. Questo problema è particolarmente
evidente se si guarda al ruolo dell'ONU e della Comunità Europea
nell'attuale conflitto balcanico, dove gli interessi del grande potere hanno
ostacolato fin dall'inizio una soluzione pacifica.
Questa situazione rende gli stati e le organizzazioni internazionali inadatti
come terreno per processi di democratizzazione. D'altra parte, il capitalismo
globale e la sua concomitante forma di dominio dello stato-nazione rappresentano
una realtà che non si farà da parte spontaneamente. Dall'esperienza
storica e dalla critica teorica di diverse fallimentari varianti di "stato
socialista" - dalle socialdemocrazie occidentali allo stalinismo orientale
- possiamo trarre la conclusione che una trasformazione democratica delle
strutture di potere e di produzione non può essere ottenuta mediante
il sistema istituzionale dello stato ma soltanto contro i suoi meccanismi
e le sue forze coercitive. D'altra parte, i movimenti radical-democratici
restano legati alle condizioni economiche e politiche esistenti. Ciò
significa che la politica democratica deve svilupparsi contemporaneamente
entro e contro le istituzioni politiche dominanti (Hirsch
1990, 1994). E' necessario combattere contro le istituzioni esistenti anche
se non possiamo basare tale lotta su nuove forme alternative. Questo programma,
che ho chiamato "riformismo radicale" (Hirsch 1990, 1994), è
difficile da concettualizzare a livello nazionale e ancora più difficile
da mettere in pratica; e nel campo della politica internazionale deve confrontarsi
con problemi ancora più grossi.
La situazione attuale è caratterizzata dal fatto che il sistema delle
istituzioni internazionali, che offre già uno spazio ristretto ai
controlli pubblici e parlamentari, sta perdendo progressivamente la sua
sostanza democratica, così come del resto gli stessi sistemi politici
nazionali sono sempre più soggetti a processi antidemocratici innestcati
dalle tendenze della globalizzazione capitalistica. Come conseguenza, la
logica del controllo e del dominio statale, così come l'ineguaglianza
e la dipendenza a livello internazionale, hanno un impatto sempre maggiore.
Ragione non ultima della crescita di movimenti e progetti autonomistici
sia a livello nazionale che internazionale, attraverso organizzazioni -
"organizzazioni non governative", NGO - che cercano di uscire
dalla logica del potere statale e che hanno una crescente influenza politica.
Il problema è se questo fenomeno offra reali opportunità per
una politica democratica alternativa.
Ci sono buone ragioni per dubitarne. Molte cosiddette NGO non sono realmente
strutturate secondo principi di autonomia, e possono essere definite piuttosto
come burocrazie parastatali, strettamente legate aggli apparati statali
e finanziariamente dipendenti da essi. Spesso rappresentano strumenti di
strategie di privatizzazione neoliberali e strumenti di lotte di potere
interstatali (Bünte 1993; Wellmer 1993). Senza dubbio, inoltre, le
organizzazioni indipendenti dallo stato accentuano i processi di divisione
e marginalizzazione e sono a loro volta caratterizzate da specifiche collocazioni
di classe. Più sono indipendenti e politicamente autonome, più
sono esposte a processi di destabilizzazione e alla pressione delle forze
economiche. Infine, mancano di collegamenti regolari e di stabili canali
di influenza rispetto ai processi politici legati alle istituzioni statali.
Sarebbe dunque ingenuo considerare la rete esistente delle "organizzazioni
non governative" a livello nazionale e internazionale come condizione
sufficiente per avviare processi democratici, idea troppo spesso suggerita
dal termine "società civile internazionale". Bisogna tenere
presente, tuttavia, che entro queste strutture si stanno sviluppando alcuni
principi e idee di autoorganizzazione e cooperazione autoregolata contro
la dominazione statale e burocratica. Queste tendenze potrebbero essere
rafforzate e sviluppate. Potrebbe essere questo un presupposto fondamentale
per l'avvio di una graduale emancipazione dei diritti umani dai limiti statali,
dunque di una liberazione dallo storico legame tra stato-nazione e cittadinanza.
Le differenze culturali così come le particolarità regionali
e sociali possono essere realmente garantite e protette solo attraverso
la rimozione, la limitazione o la neutralizzazione del ruolo dello stato-nazione.
Una simile strategia non deve mirare a migliorare lo stato-nazione o a fondare
uno stato-mondo: è necessario è superare la forma storica
dello stato in generale. In questo senso, occorre battersi per il rafforzamento
di una forma politica che trascenda la dicotomia stra "statalità
della nazione" e "statalità del mondo", una forma
che sia caratterizzata da relazioni completamente nuove e più complesse
tra organizzazione politica regionale e globale, centrale e decentrata (si
veda ancora Lipietz 1994).
Una base per questa strategia esiste: nel lavoro pratico di molte rilevanti
organizzazioni che mirano a rafforzare strutture politiche e sociali locali
e regionali; ma anche nelle relazioni di solidarietà internazionale
già esistenti e nella crescente importanza delle attività
delle organizzazioni per i diritti umani. Oggi popolazioni e raggruppamenti
indigeni danno sempre più spesso vita a forme di cooperazione al
di là dei confini dello stato-nazione e cominciano ad acquistare
visibilità pubblica. Il successo politico del boicottaggio dell'apartheid
del Sud Africa non sarebbe stato raggiunto senza le attività di movimenti
solidaristici, soprattutto negli USA; questi ultimi hanno giocato un ruolo
importante anche nel modificare la politica USA verso El Salvador, ponendo
le premesse di processi di pace e democratizzazione. E se la conferenza
UNCTED di Rio o la conferenza ONU di Vienna sui diritti umani hanno prodotto
qualche sia pur modesto risultato, ciò è stato dovuto non
da ultimo agli sforzi di partecipazione delle NGO.
Naturalmente, modesti inizi e piccoli successi non fanno una chiara e coerente
prospettiva politica. Nelle condizioni attuali, in un mercato sfrenatamente
globale, sono più i passi indietro e le tendenze alla demoralizzazione
e all'abbandono che le rotture storiche. Del resto, le linee di un "nuovo
ordine mondiale" che emergono dopo la fine del fordismo e della guerra
fredda promettono più una situazione di caos catastrofico che una
situazione generale di pace, benessere e democrazia: perciò scontiamo
un enorme dislivello tra capacità critica e problemi da affrontare.
Non possiamo d'altra parte affidarci alla certezza di un capitalismo che
segue le regole della logica. Che i rapporti di capitale globali siano sempre
più caratterizzati politicamente dalla competizione tra stati nazionali;
che le strutture democratiche interne vengano erose; che a livello internazionale
avanzino processi di ineguaglianza, dipendenza e marginalizzazione: tutte
queste cose non sono necessariamente inevitabili, anche se un superamento
rivoluzionario del capitalismo non è certo all'ordine del giorno.
Come una società capitalistica si sviluppa è in primo
luogo una questione di rapporti di potere socio-politici. Ma possiamo cercare
di cambiare queste tendenze sviluppando nuove forme e strutture politiche
che siano in contrasto con ciò a cui siamo abituati: non più
legate ai partiti politici, alle burocrazie, agli stati ma indipendenti
da questi. Uno sviluppo democratico emergerà soltanto se i processi
di democratizzazione si legheranno strettamente a livello nazionale e internazionale.
Anche se lo stato-nazione è ancora un'importante cornice e un punto
di forza delle politiche democratiche, non può rappresentare per
sempre lo strumento e l'obbiettivo principale. Lo stato-nazione è
stato superato dallo sviluppo capitalistico e non svolgerà più
a lungo le sue precedenti importanti funzioni, ma rimarrà ancora
la forma politica specifica finché i rapporti di produzione capitalistici
domineranno il mondo. Finché durerà questa situazione, un
"ordine mondiale" caratterizzato da effettiva pace, democrazia,
libertà e uguaglianza sociale non sarà possibile. E' difficile
parlare di alternative storiche al capitalismo dopo il fallimento dei modelli
rivoluzionario, riformista e socialista: così difficile che la discussione
è di fatto venuta meno. Il fatto è che non ci sono bell'e
pronte alternative alle strutture politiche ed economiche dominanti univoche,
chiare, praticabili: le alternative possono svilupparsi solo attraverso
lotte e conflitti e attraverso esperienze pratiche. Ed è proprio
questa la contraddizione intrinseca di una strategia di "riformismo
radicale".
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