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A proposito di neosoggettivismo postoperaista |
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Le peculiarità intellettuali, la qualità delle competenze,
l'appropriazione dei linguaggi, le funzioni relazionali, e tutto l'insieme
delle virtù intellettuali al servizio dell'impresa flessibile costituiscono,
per Christian Marazzi, la peculiarità posseduta dai soggetti linguistici
postfordisti, in quanto forgiati dai modi della circolazione dei
"saperi del postfordismo". La categoria della produzione cosiddetta
postfordista si definisce fondamentalmente per il suo carattere postmanifatturiero,
ovvero produttore di beni "immateriali" attraverso una moltitudine
di soggetti che rappresentano quella intellettualità sociale espressa
prevalentemente dal lavoro indipendente. Egli fa l'apologia della scomparsa
del lavoro produttivo di beni tangibili, a favore della centralità
dei lavoratori della mente, delle macchine intelligenti che sostituiscono
il lavoro umano, della diffusione dei servizi alla persona per un rinato
filantropismo sociale, della risorgenza di autoimprenditorialità
di lassalliana memoria, ecc., e queste trasformazioni si configurano esattamente
per l'aspetto etereo ed evanescente della immaterialità di
prestazione, bene prodotto e servizio erogato.
I soggetti linguistici del lavoro immateriale sarebbero in possesso delle
loro facoltà comunicative perché cittadini appartenenti alla
comunità relazionale "postfordista", che hanno acquisito
questa facoltà per lavorìo culturale passato, formato da conoscenza,
emozioni; patrimonio etereo che va a formare il capitale costante immateriale
di questo universo cibernetico postfordista; e quelle virtù comunicative
presupposte "concorrono a definire la forza-lavoro prima di entrare
direttamente nel processo di produzione e di valorizzazione del capitale"
[Christian Marazzi, Produzione di merci a mezzo di linguaggio, in
Stato e diritti nel postfordismo, manifestolibri, Roma 1996, p. 12].
Il capitale variabile di questo sistema sarebbe di natura relazionale-comunicativo
e pure le macchine, il capitale fisso ed il denaro sarebbero anch'essi linguistici
ed immateriali. Il lavoro postfordista, è, secondo questo autore,
complesso e non omogeneo, rivolto alla risoluzione di problemi, e, soprattutto,
produttore di valore per mezzo di informazione e comunità, secondo
il paradigma del processo di accumulazione immateriale. Il fattore qualitativo
della forza-lavoro della mente è quello di erogare un plusvalore
comunicativo, che si sostanzia in una produzione di "pluscomunità
relazionale", a tal punto che esso "può aggiungere molto
più valore di quello creato nella stessa unità di tempo da
dieci lavoratori non qualificati" [ivi, p.15]. Inoltre, il valore
di scambio contenuto nei beni materiali ed immateriali realizzati dal sistema
di produzione postfordista non sarebbe più prodotto unicamente dal
lavoro "eterogeneo e differenziato" in esso oggettivato, ma l'"astrazione
del valore", ovvero le quote di plusvalore misurabili, sarebbe sempre
più codeterminata dal gradimento e dall'influenza emozionale originata
dalla comunità dei cittadini consumatori verso un determinato prodotto.
Questa modificazione ricentralizza il processo generale di produzione sulla
funzione fondante del cittadino-consumatore [ivi, p.19].
Per fare fronte alla concorrenza intercapitalistica, le imprese agirebbero
sia sul piano dell'innovazione del prodotto, attraverso vere e/o presunte
diversificazione e sofisticazione dell'offerta, sia su quello di processo,
mediante l'alleggerimento degli organici, lo snellimento organizzativo,
il ricorso a terziarizzazione ed esternalizzazione di produzione e servizi;
ma soprattutto intervenendo sulla "cooperazione sociale" che partecipa
alla realizzazione dei beni immateriali. Nel post fordismo, il lavoro comunicativo
relazionale, che totalizza la forma produttiva di questa era, erogato dalla
nuova forma della cooperazione sociale del lavoratore immateriale, "contiene
una dimensione servile ... (e) non è correttamente riconosciuto",
non perché immediatamente non riconducibile alla forma produttiva
o improduttiva, ma perché non sufficientemente retribuito [Christian
Marazzi, Il posto dei calzini, Casagrande, 1994, pp.48-49].
L'alienazione del lavoro sarebbe quindi riferibile alla condizione retributiva
e normativa non consone della prestazione, non alla sostanza della contraddizione
tra capitale e lavoro, sostanziata nel saggio di sfruttamento; ma il capitale
potrebbe ben retribuire e lo stato potrebbe elargire un soddisfacente "salario
sociale" reale alla forza-lavoro ad essi sottomessa, ma la condizione
di sfruttamento non cambierebbe. Questa trasformazione, che suppone la centralità
della domanda, prevede che i padroni riorganizzino la cooperazione sociale
prioritariamente sul lavoro comunicativo: si depotenziano quei segmenti
del processo di produzione tradizionale connessi ad operazioni materiali
determinate e a localizzazioni spaziali fisse, e si moltiplichino, invece,
le funzioni più aleatorie del lavoro immateriale, dell'azione linguistica
e dell'ottimizzazione di tempi e luoghi variabili, durante e dove quelle
prestazioni evanescenti vengono erogate e le merci "consumate".
Il linguaggio verbale e non verbale, nell'era postfordista, è strumento
di lavoro immediatamente produttivo di merci e di società civile,
in cui utensili e parole, non sono più distinguibili tra loro, sia
concettualmente che concretamente, e diviene "laboratorio di strategie
produttive, come luogo in cui si lavora per ridefinire le procedure
dell'innovazione e della valorizzazione del capitale" [Christian Marazzi,
Il lavoro autonomo nella cooperazione comunicativa, in Il lavoro
autonomo di seconda generazione, Feltrinelli, Milano 1997, p.66].
Per Marazzi, la comunità linguistica del lavoro autonomo sarebbe
la "merce parlante" erogatrice di questo specialissimo lavoro
vivo astratto, soggetto del "sapere generale" e agente della "cooperazione
sociale", che concorre alla produzione di valore trasmesso nei beni
finali. La distinzione marxiana tra lavoro produttivo e improduttivo,
dipenderebbe da un pretesto meramente politico e non economico,
perché la valorizzazione delle merci che si manifesta attraverso
la "qualità totale" postfordista, si attuerebbe in ogni
fase del processo generale di produzione, e "non si ferma alla sola
sfera della produzione di beni e servizi, ma comprende la sfera della distribuzione;
della vendita-consumo, la sfera riproduttiva" [Christian Marazzi, Il
posto ..., cit., p.48]. Marazzi, a sostengo del proprio punto di vista
secondo cui il linguaggio è lavoro produttore di merci immateriali,
cita Il linguaggio come lavoro e come mercato di Ferruccio Rossi-Landi,
che, in quello scritto del 1965, dice ben altro.
Rossi-Landi, contrariamente da quanto vuole Marazzi, procede da una critica
marxista del neocapitalismo e della semiotica idealistica borghese, e afferma
che, oltre alle forme di produzione e alle ideologie, necessita tenere conto
dei sistemi segnici verbali e non verbali, che costituiscono il prodotto
della comunicazione sociale della comunità umana. Rossi-Landi non
scrive che il linguaggio sia fattore di produzione di valore all'interno
di un processo universale di merci immateriali, bensì che il linguaggio
e le lingue sono situati da sempre all'interno dei rapporti di lavoro, di
produzione e di conflitto di classe, di cui ne sono l'oggettivazione. Quel
saggio si collocava nel dibattito degli anni sessanta, e Rossi-Landi intendeva
confutare talune tesi neoidealistiche secondo cui il linguaggio era creazione
dell'individuo, anziché il prodotto del lavoro linguistico collettivo,
storicamente sviluppatosi nello scambio generale della comunicazione, espressa
dall'azione linguistica erogata dai soggetti parlanti.
Altra riflessione, tributaria del pensiero che pone l'azione comunicativo/relazionale
come fondante delle nuove comunità di lavoro e creatrici di merci
a mezzo di linguaggio, è quella elaborata da Maurizio Lazzarato.
Il linguaggio, o meglio la facoltà comunicativa e la produzione di
informazione espresse mediante il linguaggio applicato alle tecnologie a
base informatica, sarebbe il motore necessario al funzionamento delle macchine
nelle quali sono state accumulate la scienza e quelle abilità tecniche:
i cosiddetti general intellect o intelligenza tecnico-scientifica
o cervello sociale [cfr. Maurizio Lazzarato, Lavoro immateriale,
Ombre corte, 1997]. Ma Marx non scrive che la valorizzazione delle merci
materiali o immateriali sia determinata aleatoriamente dal linguaggio e
dalle competenze comunicative; l'accumulazione della scienza incorporata
nella macchina è fattore esterno e conflittuale rispetto all'operaio
che utilizza quel lavoro morto ed oggettivato nel capitale fisso sotto forma
di macchine, che non sostituiscono la forza-lavoro, ma ne riducono la quantità
in maniera proporzionata alla loro efficienza, abilità e potenza.
Esse sono il prodotto "dell'industria umana: materiale naturale, trasformato
in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione
nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità
scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale
grado il sapere sociale generale, knowledge, è divenuto forza
produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso
della società sono passate sotto il controllo del general intellect,
e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze
produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come
organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale"
[Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica,
La Nuova Italia, Firenze 1978, vol.II, pp. 402-403].
Ma il postfordismo sarebbe prima di tutto l'attivazione di differenti modi
di produzione ("materiali" e "immateriali") e dunque
di differenti soggettività (pre-fordiste e post-fordiste), ovvero
le differenti forme giuridiche dei rapporti di lavoro in cui convivono lavori
tradizionali e nuovi. L'autore resta alla superficie della regolazione formale
dell'erogazione della prestazione di lavoro, sia essa lavoro dipendente
che indipendente, e non rintraccia la categoria della forza-lavoro che sostanzia,
al di là delle molteplici tipologie contrattuali, la contraddizione
sostanziale che si oppone al capitale, attraverso l'estorsione di plusvalore
che si attua nello scambio ineguale tra lavoro vivo e lavoro morto.
Senza qualificare quale sia la cifra di lavoro produttivo e improduttivo
presente nel processo di produzione postfordista, egli reitera la centralità
di tutte le attività sussidiare alla produzione (ricerca, logistica,
gestionali, ecc.) o comunque di tutte quelle che vengono attratte dalle
reti telematiche e dalla gestione informatizzata dei dati, ossia che "il
lavoro immateriale tende a divenire egemone in maniera totalmente esplicita"
[ivi, p.25]. Ma la specialità di questa moltitudine intellettuale
messa al lavoro nel ciclo della produzione immateriale sarebbe quella di
essere composta da soggetti sociali autonomi non solo nella forma prevalente
della prestazione "autonoma", ma avente la facoltà e la
capacità creativa di produttori sociali che sanno "organizzare
il proprio lavoro, le proprie relazioni con l'impresa" [ibidem],
e agiscono come soggettività indipendente rispetto all'organizzazione
capitalistica del lavoro e ai tempi di lavoro imposti dal capitale.
I soggetti indipendenti ed autonomi del lavoro immateriale non avrebbero
più necessità di dipendere dal capitale e della sua forma
organizzativa, in quanto nel postfordismo ci sarebbero luoghi prodigiosi
in cui "non c'è più bisogno dell'intervento determinante
dell'imprenditore capitalista. ... Il processo di produzione di soggettività,
cioè il processo di produzione tout court , si costituisce
fuori dal rapporto di capitale, in seno ai processi costitutivi
dell'intellettualità di massa, cioè nella soggettivizzazione
del lavoro" [ivi, p.32]. Per esempio, Benetton non si preoccuperebbe
di gestire e governale tutta la filiera del proprio processo generale di
produzione, dalla ideazione dei capi, alla loro produzione, sino alla cura
dell'immagine offerta della propria società e dei propri prodotti,
ma si riserverebbe di federare le reti dei produttori associati, che vivrebbero
di vita produttiva propria ed indipendente dal sistema del magliaro trevigiano
[ivi, p.55].
Nel modello basato sull'immaterialità universale, viene capovolto
l'imperio del capitale sull'organizzazione del processo generale di produzione,
a tal punto che il consumatore, per dirla riesumando Pareto e marginalisti,
per massimizzare la soddisfazione dei propri bisogni marginali, determinerebbe
la quantità e la qualità della merce prodotta e/o del servizio
somministrato. In questo processo a ritroso, Lazzarato sembra omettere,
tra le altre argomentazioni, che la forma e la funzione dell'acquirente
non sempre coincide con quella del consumatore; infatti, per la pubblicità
è il responsabile agli acquisti il vero bersaglio dell'azione di
suggerimento a mettere in pratica determinati comportamenti economici.
L'economia del lavoro immateriale sarebbe quella che sostituisce
al comando dell'impresa sulla forza-lavoro e sul mercato attraverso l'imposizione
della propria offerta, la centralità della domanda e della forza-cliente.
I mezzi di comunicazione di massa, le televisioni, la pubblicità,
ecc. che prima erano luoghi di mera circolazione di informazione, ora ora
sono i luoghi della valorizzazione e della produzione e di scambio del plusvalore
materiale ed immateriale. Il soggetto titolare del potere-utente/cliente
eserciterebbe la propria potestà mediante i potenti mezzi dei pc
familiari, che assurgono al rango di "intelligenza artificiale",
unicamente perché possono gestire il traffico di telefono, televisione,
internet, ecc.; attraverso quegli elettrodomestici di commutazione e di
ordinamento di dati, quel soggetto può esercitare la fallace libertà
interattiva di scanalare da Cecchi Gori a Berlusconi o programmarsi una
partita di calcio o un film porno o di inviare una email.
Questi autori, dopo aver citato Rossi Landi, artefacendone la sua critica
alla semiotica idealistica, parafrasano Produzioni di merci a mezzo di
merci di Piero Sraffa e, contrariamente dalle intenzioni dell'economista
torinese, ripropongono la teoria marginalisitca che basa il valore delle
merci anche sui gusti del consumatore. L'oggetto della produzione sarebbe
sempre più difficile da misurare secondo la categoria del "valore-lavoro"
e la "produttività da lavoro, sganciata dalla materialità
della produzione, diventa sempre più difficile da misurare, diventa
cioè produttività sociale" [Andrea Fumagalli,
Dieci tesi sul reddito di cittadinanza, in Tute bianche, Derive
e approdi, 1999, p.30].
Benché ci siano oggettive difficoltà ad acquisire i costi
salariali erogati ai soggetti che concorrono alla produzione di plusvalore,
perché il prezzo delle remunerazioni di questo mercato del lavoro
duttile e precario è più assortito e meno determinabile rispetto
al passato, non può diventare altrettanto aleatoria anche la categorizzazione
logica che dovrebbe definire il prezzo della merce, assecondando la mitologia
della produzione di beni immateriali non valorizzabili per definizione.
Tutto ciò è artificioso e non giustifica l'abbandono della
teoria incentrata sul rapporto di sfruttamento tra capitale e lavoro,
per la determinazione del prezzo delle merci.
Sraffa "riformulò" la critica marxiana all'economia politica
in polemica con i marginalisti neoclassici (Bohm-Bawerk, Wicksell, Jevons,
Walras, ecc.) che, in funzione esplicitamente antimarxista e in opposizione
alla teoria del "valore-lavoro", esposero la loro teoria marginalistica
del valore del capitale: remunerazione residuale tra la sommatoria dello
stock patrimoniale esistente, meno i salari e gli interessi su quei
salari, e il valore dell'interesse maturato tra il bene di consumo e la
sua trasformazione in merce. Secondo costoro, concorrono alla determinazione
dei valori relativi delle merci e alla misurazione della remunerazione dei
fattori della produzione il gusto del consumatore, i mezzi tecnici in cui
sono incorporate le conoscenze tecnico-scientifiche e i fattori della produzione
impiegati, misurabili nella loro accezione "neutrale" di unità
tecniche di capitale e lavoro.
Per la scuola neoclassica, il "salario" è il prezzo specifico
attribuito a quel "servizio" particolare che è il lavoro,
mentre il capitale riceve una remunerazione che è data dalla maturazione
di un interesse sul valore futuro della merce rispetto al valore presente;
il tempo, come interesse del capitale, determina la maturazione del "valore"
delle merci in base alla variazione differenziale tra il valore incorporato
nel bene passato e nel bene presente, e nel bene presente e nel bene futuro.
Partecipa alla determinazione del prezzo delle merci la valutazione soggettiva
dei consumatori, che ne stabilirebbe la quantità di beni e servizi,
secondo la loro utilità marginale in equilibrio tra domanda e offerta,
estraniando dal processo di valorizzazione la funzione del lavoro produttivo.
Quindi è l'utilità, atto decisorio soggettivo del consumatore,
anziché il processo di produzione capitalistico e l'organizzazione
sociale di quel modo di produrre, a costituire la causa del valore.
Anche Pareto aderisce alla teoria marginalistica, esprimendone tutte le
aporie e le circolarità, e definisce le ofelimità elementari
di ciascun individuo, in sostituzione dell'utilità, che inscrive
nelle equazioni sulla capitalizzazione, insieme a quantità date di
capitali, servizi, prodotti, ecc., che si dovrebbero uniformare socialmente
ed equilibrare economicamente. Egli vuole disciplinare il desiderio in una
scala ordinata di preferenze, determinabili attraverso le cosiddette curve
dell'indifferenza, in sostituzione di quelle connesse all'utilità
procurata dal possesso del bene; il massimo soddisfacimento collettivo dovrebbe
conseguirsi quando non si creino più utilità ulteriori. E
proprio Sraffa confuta queste teorie della distribuzione che conferiscono
unicamente al mercato, alla circolazione delle merci e allo scambio, la
funzione di formazione dei prezzi
Egli intende ritornare alla centralità del rapporto intercorrente
tra salario e profitto (ove il saggio di sfruttamento non è però
connesso all'estorsione di plusvalore), per giungere alla definizione prezzi.
Sraffa ricostruisce costo e valore finali di un bene attraverso le varie
frazioni della filiera temporale durante la quale si scambiano lavoro e
capitale, che si sostanziano in determinate quantità di mezzi tecnici,
semilavorati, beni e lavoro via via incorporati. I marginalisti, che esprimono
la rivolta teorica da parte del capitale, vogliono destoricizzare
il processo verticale della produzione, neutralizzando il lavoro erogato
in passato per la produzione di beni e macchine, e staticizzando il "valore"
delle merci nel segmento temporale presente delle produzione e della circolazione.
Tale mistificazione viene elaborata per occultare ulteriormente il saggio
di sfruttamento e di estorsione di plusvalore che sta dietro la determinazione
del "prezzo relativo", che si attualizza nell'appropriazione da
parte del capitale del lavoro oggettivato, incorporato, proporzionato e
stratificato nel tempo nei mezzi di produzione e nei beni prodotti. Sraffa,
nelle sue equazioni, introduce i prezzi dei vari prodotti che concorrono
alla realizzazione delle merci, tra cui i salari, come quota del reddito
netto (sovrappiù) attribuito al lavoro impiegato, indicando
che tale "sovrappiù" si costituisce quale risultato della
differenza tra la quantità di merci immesse all'inizio e quelle risultanti
alla fine del processo di produzione. Perciò il valore relativo delle
merci e la formazione del reddito possono essere confrontate con la quota
attribuita al lavoro, contestualizzata così in una relazione conflittuale,
ma estrinseca, di classe capitale/lavoro: di qui, se si vuole, si
può risalire ai rapporti sociali di produzione storicamente determinati.
Occorre riportare in piedi la logica del processo generale di
produzione, che questi autori hanno capovolto. Le imprese hanno necessità
di effettuare ricerche di mercato, saggiare la propensione all'acquisto
dei consumatori, prevedere le vendite dei propri prodotti, valutare la destinazione
dei profitti in investimenti finanziari, ecc., per fare fronte alla ricorsività
delle crisi economiche, per intensificare lo sfruttamento della forza-lavoro,
e per concorrere in modo imitativo, dentro un mercato ormai saturo di beni
durevoli e con una veloce sostituibilità dei beni di consumo. La
microelettronica, i sistemi a base informatica e le loro applicazioni comunicative
sono tra i mezzi al servizio delle imprese per attuare quelle azioni economiche;
spesso si omette di informare che l'oggetto della produzione delle imprese
che operano nel settore dei media non è costituito unicamente
dalla leggerezza del software, come sostengono gli entusiasti dell'immateriale,
che è funzione di servizio al processo di produzione generale, ma
anche dalla produzione di componentistica e apparati tecnici, in sostanza
tutta la pesantezza dell'hardware.
"Le società Usa che operano nel settore integrato della comunicazione
(ma anche quelle britanniche come British Telecom o Bskyb) possono sfruttare
senza remore il potenziale accumulato (know-how di marketing,
abilità tecnologica, capacità finanziaria) e si espandono
su ogni direttrice: geografica, orizzontale (ingresso in settori contigui
a quello di origine), verticale (in tutto il mondo le majors di Hollywood
acquistano o impiantano reti tv). La crescita di dimensione e la scoperta
di nuove nicchie di profitto sono gli antidoti al calo dei prezzi indotti
dalla tecnologia (soprattutto nella telefonia) e dalla crescente concorrenza.
... Kirch e Bertelsmann puntano somme ingenti sui due versanti televisivi
(pay e free) elevando l'offerta di programmi, gli investimenti
in produzione, la presenza internazionale. Anche in Francia la competizione
si diffonde e si accentua, benché France Télécom conservi
il 51% di capitale pubblico. Emergono operatori integrati tlc/tv di notevole
spessore come la Général des Eaux (azionista principale di
Srf, il secondo operatore di telefonia mobile, e terzo azionista di Canal
Plus) e Bouygues (free tv, telefonia), mentre Canal Plus, incorporando
Nethold, diventa il primo operatore europeo nella pay tv (analogica
e digitale)" [Aa.Vv., L'industria della comunicazione in Italia,
Guerini, 1996, p.4].
Le imprese hanno la necessità di costituire tipologie selettive di
consumatori, oggetto del loro bersaglio, ne modellizzano i comportamenti
secondo stili di vita economici e culturali: dalla produzione delle merci,
al loro acquisto e loro godimento, i tempi del ciclo economico devono abbreviarsi
e devono divenire più prevedibili quantità e tipo del bene
da produrre e mettere in circolazione. I palinsesti della tv generalistica
sono stati ideati e programmati sulle attese e sui gusti prevedibili di
pubblici specifici, ma ancora di massa, da vendere agli inserzionisti pubblicitari
e, quindi, agli oligopoli industriali e finanziari concorrenti. Attraverso
la costruzione del programma, i pubblici diventano bersaglio del marketing
di vendita, che induce comportamenti culturali tipizzati e sollecita la
propensione all'acquisto di beni, con suggerimenti simbolici, prevalentemente
rivolti a prodotti di marca di largo consumo.
Le campagne pubblicitarie legate alla programmazione televisiva agiscono
sui responsabili degli acquisti e, per assecondare quelle esigenze di vendita,
le tv (commerciali e pubbliche) confezionano trasmissioni differenziate
per tipologie di età, sesso, censo, ecc., individuano orari, reti
tv e radiofoniche, e offrono programmi tipizzati, che assicurano il giusto
contatto con il pubblico/bersaglio predefinito e livelli di ascolto previsti
e garantiti. L'industria culturale dei media partecipa non solo alla
creazione e alla stabilizzazione del consenso, ma altresì concorre
a coniare e connettere linguaggi, promuovere comportamenti culturali orientati
all'acquisto di merci.
Le trasformazioni dei mezzi di comunicazione di massa e la loro specializzazione
(la tv generalistica per pubblici medi, la tv criptata e quella impropriamente
detta interattiva, per tipologie di pubblici selezionati e più intercettabili,
l'integrazione tra medium e informatica di consumo, carta stampata,
cd rom, internet), sviluppano mercati linguistici e di "beni
immateriali" diversificati , il cui obbiettivo è fare propendere
i propri utenti all'acquisto e al consumo di beni di merci, quelle di massa
e quelle di segmento.
Il mercato ulteriore che le imprese vogliono occupare è quindi quello
più selettivo e pregiato dei pubblici economicamente benestanti e
disponibili ad acquistare merci più sofisticate e costose, che abbiano
quindi le possibilità economiche di comprare mezzi tecnici più
elaborati del tradizionale televisore, e che siano disposti a sborsare somme
supplementari per i canoni di accesso alle nuove reti e posseggano minime
conoscenze di informatica per interagire con i sistemi di comunicazione
a loro rivolti.
La produzione di programmi e notizie è realizzata sulla previsione
delle attese dell'utente, senza una sostanziale modificazione del suo stato
di conoscenza: l'emissione quantitativa e spaziale di dati unidirezionali,
formalmente differenziati per tipologie categoriali di utenti/acquirenti,
di fatto costituisce una banca di dati, dai contenuti deprivati da contesto,
soggettività, conflitto e ambientazione. La molteplicità delle
fonti, la diversificazione dei palinsesti, la moltiplicazione di programmi,
non corrispondono a complessità di linguaggi, qualificazione di contenuti
e reciprocità di scambi informativi tra utente ed emittente. Al contrario,
la quantificazione dell'editoria è solo apparente libertà
di scelta e, di fatto, immodificazione della conoscenza (la falsificazione
di "comporre il proprio palinsesto personale").
L'offerta è invece interessata al reddito e al tempo rubato all'utenza,
sempre più "targettizzata" e oggetto di marketing,
selezionata per gerarchia di appartenenza sociale nell'accesso ai nuovi
media. Il mercato dei mezzi trasmissivi è connesso, quindi,
all'interesse economico, culturale e politico dell'informazione irrelata
delle agenzie e delle imprese operanti su scala globale. Il fine di questo
mercato di dati ripetitivi, deducibili, referenziali, è mettere in
circolazione il maggior numero di informazione per il pubblico degli utenti/acquirenti,
che sono permanentemente sollecitati ad usufruire di nuove informazioni
irrelate, a sostituzione e/o integrazione delle passate disinformazioni.
Attraverso la rappresentazione televisiva e telematica di mode culturali,
di stili di vita modellizzati, di opinioni transitorie, di narrazioni identificabili,
di assortimenti consentiti, di decontestualizzazioni permanenti, questa
industria della produzione e della trasmissione di messaggi vorrebbe fare
credere ai ricettori che essi vivano all'interno di una grande "democrazia
informativa", in una moltitudine di cyberspazi navigabili ed
interattivi. Ma al di sotto del velo, la realtà è meno rassicurante,
e la maggiore quantità di canali comunicativi, di fatto equivalenti,
mira sostanzialmente a produrre messaggi equiprobabili e a costituire maggiori
contatti messaggio pubblicitario-sponsorizzazione/pubblico, necessari per
la pianificazione di vendita delle merci.
Un sistema comunicativo, concentrazionario e confinato, è caratterizzato
dalla diminuzione delle opportunità comunicative tradizionali (es.
identità e coscienza di classe espressa dalla comunità lavorativa
e dai i rapporti sociali) e dall'abbassamento della coscienza critica, a
favore "dell'accresciuta centralità dell'abitazione domestica
nell'utilizzo del tempo libero" [cfr. Augusto Preta, in L'industria
della comunicazione in Italia, p.33]. L'obbiettivo di questa industria
dell'intrattenimento, che si fonda sulla passività del ricettore
e sulla ripetizione di contenuti e linguaggio, è l'occupazione del
tempo di riproduzione di ampi strati di popolazione e il loro convogliamento
nel processo di circolazione delle merci e nell'appropriazione di quote
di salario.
Il precetto è di lasciare inalterati rapporti di produzione
e potere statuale, e concedere ai ricettori dell'"autovalorizzazione
comunicativa" l'illusione di attingere, trasferire e conservare magazzini
di dati di questa logistica dell'"imma-teriale". Nell'attuale
mercato delle "merci immateriali", ha valore marginale la qualità
dei contenuti e il loro assortimento, mentre è determinante disporre
di un'ampia flotta dei vettori, godere del confort di viaggio, sfruttare
la velocità di distribuzione, fruire dell'esattezza del servizio,
amministrare la gestione del magazzino merci e disporre della sofisticata
rete di trasporto intermodulare. Da una parte la "democrazia comunicativa"
delle autostrade telematiche e del video on demand, per stabilizzare
il consenso sociale, dall'altro la "democrazia economica" della
produzione, per acquistare la moltitudine di merci. Necessità delle
imprese è comprimere i tempi di svalutazione dei beni prodotti e
trasformarli rapidamente in liquidità; processo da compiere prima
dei concorrenti di questo mercato delle merci a carattere mondiale, per
reinvestire in nuova produzione e/o per esportare parte dei profitti in
attività finanziarie (titoli del debito pubblico, privatizzazioni
di società pubbliche, speculazioni sui cambi di valuta, azioni societarie,
titoli su titoli, ecc.).
Nel processo generale di valorizzazione delle merci, a fianco della
funzione primaria della produzione che crea valore, si integrano quindi
tutte quelle attività che concorrono alla realizzazione del valore
(e anche quelle cosiddette improduttive e accessorie) quali lo stoccaggio,
la conservazione, il trasporto, la gestione automatizzata dei magazzini,
le strategie di marketing, la televisione e la pubblicità,
che contribuiscono a conoscere e pianificare nel modo più esatto
possibile quanto le imprese devono produrre, in relazione a quanto programmano
di vendere. Ben oltre le immaginazioni sul lavoro immateriale e le suggestioni
cibernetiche, resta produttivo il lavoro che genera plusvalore e che dà
valore al capitale, mentre le operazioni accessorie alla produzione, mantengono
la loro funzione di riduzione dei costi dello scambio, ma non concorrono
all'ac-crescimento del valore delle merci.
"Il tempo di circolazione si presenta dunque come un ostacolo
alla produttività del lavoro = aumento del tempo di lavoro necessario
= diminuzione del tempo di lavoro supplementare = diminuzione del plusvalore
= freno, ostacolo del processo di autovalorizzazione del capitale. Mentre
dunque il capitale deve tendere, da una parte, ad abbattere ogni ostacolo
spaziale al traffico, ossia allo scambio, e a conquistare tutta la terra
come suo mercato, dall'altra esso tende ad annullare lo spazio attraverso
il tempo; ossia a ridurre al minimo il tempo che costa il movimento da un
luogo all'altro. Quanto più il capitale è sviluppato, quanto
più è esteso perciò il mercato su cui circola e che
costituisce il tracciato spaziale della sua circolazione, tanto più
esso tende contemporaneamente ad estendere maggiormente il mercato e ad
annullare maggiormente lo spazio attraverso il tempo" [K. Marx, Lineamenti
..., cit., vol.II, p.181].
Di fronte alla diminuzione dei saggi di profitto, alla brevità dei
cicli economici e a crisi di sovrapproduzione sempre più ricorrenti,
il capitale ha necessità vitale di stabilire preventivamente gli
andamenti del mercato e razionalizzare le spese, per abbreviare i tempi
della circolazione, tra produzione modulabile e acquisti prevedili. La nostra
società, impropriamente detta post-industriale, non è caratterizzata
dalla sparizione della produzione, come narrano gli apologeti del terziario
avanzato, ma dall'affinamento dei servizi e dalla frantumazione del tessuto
produttivo in molteplicità di prestazioni, in una dimensione spaziale
che ha come misura il pianeta e dall'integrazione di ogni segmento del processo
di valorizzazione. A causa di una forte concorrenza internazionale tra oligopoli,
il capitale deve svalutarsi il meno possibile dal momento in cui conclude
il processo di produzione al momento in cui si ritrasforma in denaro: lo
spazio delle distanze, l'estensione mondiale del mercato, l'attesa dello
scambio e i rallentamenti della circolazione, devono essere ridotti anche
grazie alla velocità temporale offerta dai sistemi di comunicazione.
Le imprese trasnazionali devono perseguire la strategia di concorrere su
mercati oltre l'ambito nazionale, per acquisire i potenziali acquirenti
dei mercati esteri, per cui esse localizzano anche al di fuori del proprio
stato fabbriche, servizi gestionali e funzioni commerciali. L'organizzazione
di questo mercato estero prevede, a fianco della produzione nazionale, la
"delocalizzazione" in paesi stranieri di talune produzioni o loro
segmenti o la cessione di licenze di produzione o gli assemblaggi di componenti
di provenienza mista (dall'impresa madre e dai terzisti). La rete commerciale
e di servizio, ad esempio, può essere organizzata nei vari stati
esteri attraverso la gestione locale di magazzini di semilavorati, ricambi
e prodotti finiti. Per cui le imprese a carattere internazionale, non scompaiono,
ma si mimetizzano, si delocalizzano e si rendono leggere, sia strutturalmente
costituendo una presenza reticolare nelle aree di loro interesse economico,
che attraverso l'utilizzazione di manodopera fluttuante e più sfruttata,
per affrontare meglio la concorrenza multinazionale, esternalizzando alcune
dello loro funzioni produttive e di servizio, .
Il ricorso al finanziamento delle attività delle imprese transnazionali,
sia per le proprie unità locali che per il gruppo nel suo insieme,
può essere utilizzato in quegli stati ove sia stata delocalizzata
una qualche attività produttiva o di servizio, e dove sussistano
condizioni di prestito a tassi più convenienti o franchigie concesse
da paesi reazionari o mantenuti in uno stato di arretratezza, al fine di
garantire uno sfruttamento intensivo della forza-lavoro a costi più
bassi e a conflitto controllato, per una maggiore repressione del movimento
di classe dei lavoratori. È la condizione sopportata non esclusivamente
dalla classe operaia "terzomondiale", ma anche da quella delle
aree "differenziate" del mondo (i paesi dell'ex socialismo realizzato,
i nostri distretti industriali e i contratti d'a-rea, i mercati del lavoro
deregolamentati dell'Europa occidentale, i paesi del-l'America latina, ecc.),
i cui stati garantiscono ai capitali transnazionali, oltre alla rapina delle
risorse naturali e delle materie prime, quote maggiori di estorsione di
plusvalore assoluto, a condizioni di lavoro semi schiavistico e di erogazione
del salario ai limiti della sussistenza.
La classe operaia, pur nelle sue diverse tipologie di area, di forza
conflittuale e di composizione organica capitale/lavoro, è ben lungi
dell'essere scomparsa: essa costituisce l'oggetto dello sfruttamento e rappresenta
il motore di questa economia che, proprio perché in crisi di sovrapproduzione,
deve stanare ogni opportunità per assicurarsi incrementi supplementari
di profitto. La necessità che la classe si riorganizzi non è
sfumata nell'anonimato della moltitudine, ma si presenta quotidianamente
nel conflitto di classe contro il capitalismo e i suoi mimetismi.