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L'esperienza dell'autogestione di Gregorio Piccin |
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ALCUNE PREMESSE STORICHE
(Ideologia è pure la storiografia ufficiale che) ha visto nella storia soltanto azioni di capi, di Stati e lotte religiose e in genere teoriche, e in ogni epoca, in particolare, ha dovuto condividere l'illusione dell'epoca stessa. Se un'epoca, per esempio, immagina di essere determinata da motivi puramente "politici" o "religiosi", benché "religione e "politica" siano soltanto forme dei suoi motivi reali, il suo storico accetta questa opinione.
Karl Marx
L'obiettivo di questa prima parte è quello di offrire un inquadramento
storico sintetico e sufficientemente chiaro sulla nascita del regno Jugoslavo,
su ciò che accadde nel corso del secondo conflitto mondiale, ma soprattutto
sul profondo e decisivo significato politico che ebbe la guerra di Liberazione
dall'occupazione nazi-fascista.
Per capire le ragioni del ciclo di guerre civili scoppiate nel 1991, sarebbe
assolutamente fuorviante risalire al 1800, alla conquista turca dei Balcani
o alla storia dell'idea di stato-nazione o di crisi di stato-nazione. Le
une appartengono ad altre dimensioni storiche, le altre sono, per loro stessa
definizione, storie delle idee e non delle dinamiche reali e materiali della
società.
Ogni problema, ogni fatto, andrebbe prima di tutto delimitato in un suo
contesto storico specifico; questo è infatti un presupposto inalienabile
perché ne segua un'analisi il più possibile corretta e il
più possibile distante dall'inutile "narrazione-racconto"
di grandi imprese politiche o militari.
1.1. La Jugoslavia dopo la prima guerra mondiale: l'inconsistenza del nuovo regno
"...La prima guerra mondiale rivoluzionò la configurazione politica dell'Europa. Ciò fu evidente soprattutto nei Balcani, dove il moto nazionale degli slavi meridionali e la vittoria alleata diedero vita, il 1° dicembre 1918, al regno dei serbi, dei croati e degli sloveni..." (1).
La Jugoslavia come regno di "serbi, croati, sloveni" nasce
quindi dopo il primo conflitto mondiale in seguito alla sconfitta subita
dall'Austria-Ungheria. Dire ciò, comunque, non basta; rilevando il
fatto che una nuova entità nazionale si costituisce bisogna poi addentrarsi
nelle determinazioni e nei contenuti di questo evento per comprenderne fino
in fondo la portata più o meno "rivoluzionaria" (cioè
di chiusura col passato e apertura di una nuova fase storica), per capire
cioè se la formazione di uno stato nazionale (e nel caso della jugoslavia,
pluri-nazionale) sia un evento concretamente accettato dal suo "nuovo"
popolo o sia piuttosto un artificio delle sue classi dirigenti.
Effettivamente la costituzione, o meglio, la "comparsa" di una
nuova realtà statale nel vecchio continente fu un fatto di enorme
portata geo-politica (piuttosto che politica), ma su quali presupposti si
costituì questo nuovo regno? Quale fu il livello di adesione popolare
che raccolse e quali furono i rapporti di forza all'interno e all'esterno
di esso?
Da bambini impariamo a scuola che la prima guerra mondiale é stata
per noi una guerra di "liberazione" dall'invasore austriaco, e
generalmente nella nostra mente rimangono impressi i nomi di Trento, Trieste,
Caporetto, ecc. Poi, se abbiamo fortuna, qualche persona onesta ci mette
in guardia facendoci notare che l'Italia entra in guerra nel 1915 quando
già i cannoni infuriano e vi entra chiedendo in cambio, agli alleati,
Istria, Dalmazia e Albania (2).
Ciò nonostante le rivendicazioni "liberatorie" e irredentiste
del governo italiano erano ben poca cosa rispetto alle prospettive che questa
guerra apriva per le vere potenze in campo: si trattava di fare combattere
contadini e operai gli uni contro gli altri per l'egemonia politica in Europa
e quindi per la supremazia economica sui mercati mondiali attraverso il
controllo e lo sfruttamento delle colonie con tanto impegno conquistate
nella dorata belle époque, cioè negli anni a cavallo
tra il 1800 ed il 1900. Anche per questo i governi alleati erano interessati
a schiacciare la fiorente (e perciò preoccupante) potenza dell'impero
germanico piuttosto che smembrare l'Austria-Ungheria (innocua dal punto
di vista della corsa ai mercati mondiali). Al principio della guerra, l'unione
degli "slavi del sud" in un unico regno ricavato dalla fusione
delle provincie croate e slovene strappate all'Austria con il regno di Serbia
e il regno di Montengro era un disegno quanto meno non considerato dai governi
e dai vari ministeri per gli affari esteri degli alleati (se non da un pugno
di intellettuali e accademici liberali inglesi).
...Se le vicende della guerra nel 1918 non avessero imposto un mutamento della politica alleata nei confronti dell'impero asburgico, gli jugoslavi non avrebbero conseguito tanto presto il loro obiettivo... (3) .
Senza analizzare le vicende militari appare quindi abbastanza ovvio che
l'interesse geo-politico per una Jugoslavia unita da parte del "mondo
occidentale" si mantenne basso praticamente per quasi tutta la durata
del conflitto; questo comportò di conseguenza uno scarso appoggio
militare ma soprattutto diplomatico alla "causa" dell'unificazione
degli slavi del sud; e il trattato di Londra (4)
, del resto, ne è una prova incontrovertibile.
In perfetta sintonia con questa situazione (creata ad hoc per favorire il
famoso voltafaccia italiano nei confronti degli imperi asburgico e tedesco)
il governo italiano guidato dal ministro degli esteri, il barone Sidney
Sonnino, entrò in guerra, come già accennato, in buona parte
per annettersi Istria, Dalmazia e Albania. Appare quindi ovvio che le posizioni
del governo italiano sullo jugoslavismo e l'unificazione jugoslava si dimostrarono
tutt'altro che amichevoli nonostante l'Italia fosse diventata ufficialmente
"alleata" del regno Serbo.
Fu così che Sonnino, a guerra conclusa, essendo falliti i suoi tentativi
di bloccare la costituzione del regno jugoslavo, cercò con ogni mezzo
di spezzarlo attraverso un blocco economico, frenandone il riconoscimento
da parte degli altri governi e non ultimo l'invio di missioni destabilizzanti.
Vennero avanzate presso i governi alleati
"...proteste jugoslave a proposito dell'invio da parte dell'Italia di agenti in Bulgaria per creare complicazioni con la Serbia e in questo modo suscitare all'estero l'impressione che l'occupazione italiana di Fiume e della Dalmazia era necessaria per il mantenimento dell'ordine nei Balcani. Si parlò d'ogni sorta d'intrighi, di macchinazioni e di operazioni spionistiche da parte italiana..."(5).
Non sorprende quindi se Badoglio mise a punto un progetto di destabilizzazione
su tutto il territorio jugoslavo oltre che nelle zone già occupate
dall'esercito italiano nel momento in cui si rese conto che tutte le potenze
alleate, sotto la spinta statunitense, avrebbero riconosciuto e appoggiato
il nuovo regno dei serbi dei croati e degli sloveni proclamato il 1 dicembre
1918.
Il progetto, allegato ad una lettera in cui si richiede l'autorizzazione
a procedere e l'accesso ai fondi necessari, viene recapitata a Sonnino da
parte dello stesso Badoglio il 3 dicembre 1918 (6).
Si tratta di un preciso piano destabilizzante fondato sulla classicissima
strategia del divide et impera e poggiante su tutte le forze in campo.
Anche i soldati italiani già presenti su suolo dalmata, infatti,
avrebbero dovuto contribuire "fraternizzando" con le donne slave,
"...la cui facilità (...) favorirà relazioni i cui
risultati non possono che essere benefici..." (7).
Il progetto era suddiviso in due zone d'azione: l'una all'interno dei territori
sotto il controllo italiano, l'altra al di fuori dei territori occupati.
Per questa seconda zona in particolare era stato concepito tutto il piano:
"1. E' in preparazione una numerosa squadra di agenti intelligentissimi, ben orientati (...) Già trovato gli individui adatti per assumere la direzione di quanto si farà in Slovenia, Croazia, Dalmazia. Spero tra giorni di avere l'individuo adatto anche per la Serbia (...)
2. Sto cercando contatto coi due principali giornali di Lubiana ("Slovenski Narod" e "Slovenec") e coi tre principali di Zagabria ("Obzor", "Hrvatska Rijec'", "Novosti") cercando di compiere su di essi opera di convinzione .
3. Cercherò contatto diretto cogli elementi malcontenti del passato regime"
Ma la previsione dei costi aiuterà sicuramente a comprendere meglio le dimensioni e la portata del progetto. Da sottolineare come il clero risulti il capitolo di spesa più cospicuo:
" - Squadra speciale. Raggiungerà i 200 agenti divisi in 4 gruppi. Si può preventivare in media una spesa minima di £ 10000 per agente (2 mesi di lavoro). Totale minimo 2.000.000 di lire.
- Stampa. Si può preventivare una spesa di £ 150.000 per giornale. Dato che i più malleabili sono tre soli... una spesa di 450.000 lire.
- Clero. Lire 3.500.000 mila.
- Dirigenti ex regime. ...Da 2 a 500.000 lire.
- Nota. Risulta già a me (...) che la propaganda unionista fatta dalla Francia é accompagnata da larghissimi mezzi. Questo spiega il numero di agenti ch'io intendo prendere"
Sei giorni dopo aver ricevuto questa lettera, Sonnino approvò
il progetto.
L'obiettivo di Badoglio e Sonnino era chiaro: volevano tentare in tutti
i modi di fare esplodere il neonato regno jugoslavo. Loro malgrado, l'inconsistenza
del nuovo regno jugoslavo non dipese dall'esito di questo piano destabilizzante;
o quantomeno non dipese soltanto da esso. Quello del governo italiano, tuttavia,
fu in questo senso un impegno non indifferente: mettendo insieme blocco
economico, pressione diplomatica, occupazione militare (e connessa "fraternizzazione
con le donne slave"), ma sopratutto manipolazione del clero di
certo riuscì ad ottenere qualche risultato sul piano del disagio
materiale e disorientamento politico della popolazione.
Rimane insoluta però una questione non di poco conto. Perché
se all'inizio della guerra i governi alleati non si curavano della esistenza
della "questione nazionale" jugoslava dopo il 1917 invece, andando
contro ai patti presi da loro stessi col trattato di Londra, presero affannosamente
a seguire il presidente statunitense Wilson nelle sue iniziative di appoggio
a tutte le nuove "rivendicazioni nazionali" dell'Europa centrale
e non?
Non furono tanto "le vicende della guerra", come sostiene Lederer,
a determinare il nuovo interesse alleato per lo jugoslavismo e la formazione
di una Jugoslavia, quanto piuttosto la sopraggiunta rivoluzione bolscevica
nell'ottobre 1917.
Dall'ultimo ventennio del 1800, riconosciuto da tutti come il secolo della
costruzione e dello sviluppo degli stati nazionali, vigeva il principio
della così detta "taglia minima" cioé della necessità
per qualsiasi rivendicazione nazionale e nazionalista di poggiarsi su una
effettiva potenza economica e culturale. Nessuno può negare che gli
stati nazionali formatisi dopo la I guerra mondiale non possedevano tale
potenza. Nonostante ciò il presidente Wilson fece di tutto per abbandonare
il "principio della taglia minima", ed effettivamente vi riuscì,
con gran dispiacere del governo italiano.
Lo sgretolamento dei grandi imperi dell'Europa Centrale e Orientale (Austria-Ungheria
e impero Ottomano) ma soprattutto la rivoluzione russa furono allora, di
certo,
...Eventi che portarono gli alleati a giocare la carta wilsoniana contro la carta bolscevica. Infatti (...) ciò che sembrava mobilitare le masse nel 1917-18 era la rivoluzione sociale più che non l'autodeterminazione nazionale... (8)
Ecco quella che potremmo assumere come la più probabile delle
ragioni che determinarono il mutato interesse degli alleati (con l'eccezione
italiana) anche per la Jugoslavia (9). La
imprevista rivoluzione d'ottobre fu senza dubbio una variabile non calcolata
dalle grandi potenze occidentali ma soprattutto diventò un punto
di riferimento potentissimo (anche soltanto simbolicamente) per le classi
lavoratrici europee che ormai da tempo, anche dove non erano organizzate
in movimenti o partiti marxisti, esprimevano forti rivendicazioni sociali
(10).
In modo forse approssimativo ma sufficiente a comprenderne la portata, ho
chiarito le linee politiche dei governi alleati (e in modo particolarissimo
dell'Italia) circa il processo e l'attuazione della unificazione degli slavi
del sud nel Regno Jugoslavo guidato dalla corona serba. Andrebbero ora considerate
le condizioni politiche "interne" tracciando a grandi linee le
posizioni delle classi dirigenti nonché la composizione sociale e
il grado di sviluppo interno dell'area jugoslava per verificare il livello
di adesione popolare alla causa jugoslavista.
E' molto in voga tra gli storici amanti delle grandi gesta "nazionali"
paragonare il ruolo avuto dalla Serbia nell'unificazione jugoslava a quello
avuto dal Piemonte nell'unificazione italiana. Senza troppi scrupoli potremmo
aggiungere alla "lista" anche la Prussia del cancelliere Bismark
all'epoca dell'unificazione dei principati tedeschi in un unico "reich
" germanico nella seconda metà del 1800. Nello specifico
la caratteristica che accomuna queste tre situazioni nonostante la relativamente
breve distanza cronologica è di certo la necessità puramente
strumentale dei tre governi (Piemonte, Prussia e Regno serbo) di espandere
il proprio controllo su regioni geograficamente e culturalmente pressocché
vicine sotto l'egida della costruzione dello stato-nazionale per aumentare,
in questo modo, la propria potenza, sicurezza e indipendenza nei confronti
di un nuovo sistema politico economico e quindi sociale basato di fatto
su grandi stati formatisi da poco nel panorama Europeo (nel caso di Italia
e Germania) o già consolidati da tempo (nel caso che qui ci interessa
e cioé della Jugoslavia).
La questione cruciale sta nel comprendere su quali livelli di adesione popolare
e quindi di coesione sociale si basassero questi nuovi raggruppamenti nazionali
oppure quale cerchia sociale, quali classi e quali interessi siano stati
in sostanza le effettive artefici di questa nuova forma di organizzazione.
E' questo un problema storico di carattere generale, nel senso che riguarda
la formazione di tutti gli stati nazionali (comprese non di meno le recentissime
Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, ecc.) che oggi conosciamo e che siamo
abituati a credere come necessaria e naturale concretizzazione di pulsioni
popolari sempre esistite. Spiegare il tutto con una storia della idea di
stato nazione sarebbe quanto meno illegittimo, se non altro perche' avremmo
la pretesa di ficcare nella testa di un popolo intero (producendo un clamoroso
falso storico) le idee di una ristrettissima minoranza di esso. Sarebbe
un po' come volere affibbiare le idee di Mazzini o del conte di Cavour (11) a tutte le genti (siciliani, friulani,
sardi, abruzzesi, veneti, ecc.) che popolavano lo "stivale" al
tempo dell'unificazione; ed é questo sostanzialmente ciò che
ci tramanda l'operetta storiografica del Risorgimento italiano.
Non è un caso che Cavour e Bismark
"...ebbero cura di isolare l'unità nazionale da influenze popolari: Cavour, insistendo per fare del Regno d'Italia un prolungamento del Piemonte, sino al punto di rifiutarsi di modificare il titolo del suo re Vittorio Emanuele II (di Sardegna) in Vittorio Emanuele I (d'Italia); Bismark, costruendo nell'ambito del nuovo impero germanico la supremazia prussiana..." (12).
Sembra abbastanza chiaro allora come l'ideologia romantico-patriottica
della nazione, piuttosto che una "pia" tensione morale verso la
così detta "patria unita", sia stata una sorta di velo
con cui coprire interessi meno "nobili" di annessione e controllo.
Questa, del resto, é nella sostanza la concezione borghese dello
stato e della nazione
Fu unicamente con questo disegno che il governo del regno serbo guidato
da Nikola Pasic' del Partito radicale entrò nel primo conflitto mondiale
a fianco degli alleati: si trattava di strappare alla dominazione austro-ungarica
la fetta più ampia possibile di balcani che quest'ultima controllava
(Slovenia, Bosnia Erzegovina, Dalmazia, Croazia e Slavonia) e sottometterla
alla corona serba. Fu per questa stessa ragione che tra gli altri jugoslavi
(croati e sloveni) e il governo serbo non ci fu mai, in quegli anni, una
reale e collaborativa intesa. Del resto ai dirigenti croati e sloveni (tutti
di tendenza liberal-democratica) interessava molto di più una federazione
tra stati autonomi dotati di uguali diritti che una sostituzione del controllo
austro-ungarico con quello serbo.
Il Comitato jugoslavo (come rappresentante degli slavi sottomessi all'Austria
Ungheria, in prevalenza croati e sloveni) si costituisce immediatamente
dopo lo scandalo suscitato dalla notizia fatta trapelare circa l'avvenuto
accordo segreto di Londra il 26 aprile 1915 con cui gli alleati si comprarono
l'intervento italiano a scapito del ben più marginale regno serbo
e di conseguenza a scapito della possibilità di costruire una Jugoslavia
unita. Gli esponenti del Comitato furono da subito diplomaticamente attivissimi
soprattutto in Gran Bretagna e la loro propaganda presso gli alleati sulla
questione jugoslava fu spesso condotta in aperto contrasto con le politiche
del governo serbo di Pasic'.
Anche quando quest'ultimo e il suo governo decidono di avviare una collaborazione
e invitano il Comitato jugoslavo a Corfù per redigere un comune programma
nel luglio del 1917, le ragioni non sono di sicuro una sopraggiunta stima
o simpatia ma derivano da un radicale mutamento negli assetti politici europei:
lo Zar (principale sostenitore di Pasic' tra gli alleati) veniva rovesciato
la primavera di quello stesso anno, lasciando in questo modo l'esecutivo
serbo di Pasic' totalmente isolato. Il Comitato jugoslavo invece, dopo anni
di propaganda nelle capitali europee, era sicuramente tra i due il più
ben visto dai colleghi "liberali" francesi, americani ma soprattutto
inglesi e cominciava ad avere una certa visibilità politica e quindi
una discreta influenza. Pasic' se ne rendeva bene conto e la ragione di
questo congiungimento non fu quindi una reale e sentita intesa delle due
forze politiche quanto un compromesso vantaggioso per entrambi: il governo
di Pasic', caduto lo zar, necessitava dell'ottima considerazione di cui
godeva il Comitato jugoslavo presso gli occidentali e il Comitato, poco
più di un "gruppo di opinione" (seppur influente) senza
alcuna carica esecutiva, doveva necessariamente tentare di procacciarsene
qualcuna appoggiandosi all'unico governo slavo disponibile e ufficialmente
riconosciuto dagli alleati.
La dichiarazione di Corfù, che richiedeva l'unione di tutti gli slavi
del sud in uno stato indipendente retto da monarchia costituzionale (sotto
la corona Karadjordjevic') e chiamato regno dei serbi, dei croati e degli
sloveni, tralasciava ovviamente il grosso problema della struttura politica
interna (13). Ciò nonostante quella
dichiarazione servì per ammantare di ufficialità, regalità
e legittimità la questione "nazionale" e per suggerire
alle corti di strateghi, diplomatici, presidenti, re e generali occidentali
che essa rappresentava una tendenza di fatto irreversibile anche se retta
da interessi contrastanti e da masse popolari non ancora abbastanza coscienti
(14).
Il nuovo Regno Jugoslavo contava quasi 12.000.000 di abitanti (15),
i 4/5 dei quali erano contadini. Emerge l'immagine di un paese quasi assolutamente
fondato sull'agricoltura e su un'economia di sussistenza. Il livello di
sviluppo metropolitano era infatti eccezionalmente basso, all'epoca soltanto
tre città, Belgrado, Zagabria e Subotica, superavano i centomila
abitanti. In questo quadro e considerando la scarsezza ed arretratezza di
mezzi e vie di comunicazione, possiamo immaginarci una situazione in cui,
come per l'Italia del 1861, una volta costruito il Regno Jugoslavo restavano
da costruire gli jugoslavi...
Molto diversa sarà, come vedremo, la partecipazione popolare alla
costituzione della Jugoslavia socialista e federale durante e dopo la guerra
di liberazione dall'occupazione nazi-fascista.
1.2 Occupazione dell'Asse: le forze in campo e i presupposti della guerra di liberazione
Nel 1939 i confini della Jugoslavia si trovano in una situazione di gravissima
pressione: la Germania conclude l'occupazione dell'Austria e della Cecoslovacchia
mentre l'Italia occupa l'Albania. Nonostante la politica estera del governo
jugoslavo fosse fondata su relazioni formalmente amichevoli con i governi
dell'Asse, avere la maggior parte delle frontiere confinanti con nazioni
fasciste o filo-fasciste pareva certo preoccupante e rischioso per l'indipendenza
del Regno. In linea con la politica estera sostenuta da diversi anni e per
garantire "l'intangibilità" delle frontiere, il Consiglio
della Corona e il governo approvano il progetto di adesione al Patto Tripartito
(Germania-Italia-Giappone) nella seduta comune del 20 marzo 1941 su esplicito
"invito" di Hitler. Fu chiaramente l'unico modo per i vertici
del Regno Jugoslavo di contrattare la conservazione del proprio potere con
un asservimento della popolazione e del territorio alle esigenze belliche
e strategiche dell'Asse.
Quando l'adesione al Patto Tripartito viene firmata il 25 marzo, l'impopolarità
di questa scelta e la diffusa opposizione che ne deriva si esplicitano in
manifestazioni popolari spontanee, la sera stessa in Serbia e nel resto
della Jugoslavia il giorno dopo. Il Partito Comunista Jugoslavo organizza
e dirige in Serbia la contestazione che culmina con una grande manifestazione
di decine di migliaia di persone il 27 marzo a Belgrado. Questo grande scontento
non fu tuttavia generato esclusivamente dall'adesione al Patto Tripartito:
già alla fine del 1938 il Partito Contadino Croato (la forza maggiormente
rappresentativa tra i croati in quel periodo) e i partiti di opposizione
serbi raggiunsero un intesa per opporsi alla politica dittatoriale e filo-nazista
del governo.
Questo atteggiamento subalterno del governo, culmitato poi con l'adesione-sottomissione
al Patto Tripartito, risultò estremamente indigesta a larghissimi
strati della popolazione, nonché a forze politiche nazionaliste e
di sinistra. Cavalcando la protesta e raccogliendo gli interessi politici
di queste forze estremamente eterogenee (clero e gerarchia ortodossa, partiti
contadini, comunisti e vecchi partiti nazionalisti serbi) il generale Dusan
Simovic' mette a segno un colpo di stato la notte del 27 marzo.
Il nuovo governo formato dallo stesso generale, da Macek (leader del Partito
Contadino Croato) e da Jovanovic' (leader del partito contadino serbo) riscuote
immediatamente un consenso generalizzato.
Il colpo di stato e le ragioni apertamente anti-tedesche dell'adesione popolare
ad esso furono una provocazione nei confronti dell'Asse tanto inattesa quanto
"propizia": nel giro di una decina di giorni Hitler concerta l'occupazione
del Regno (i cui piani erano evidentemente pronti da tempo) con i propri
alleati e il 6 aprile 56 divisioni nazi-fasciste attaccano la Jugoslavia
varcando tutte le "intangibili" frontiere mentre Belgrado viene
rasa al suolo da uno dei più tremendi bombardamenti nazisti del secondo
conflitto mondiale.
I distaccamenti italiani occupano Dalmazia e Lubiana, quelli bulgari la
quasi totalità della Macedonia, quelli ungheresi occupano la Slavonia
orientale e la regione della Backa mentre le divisioni corazzate tedesche
sbaragliano l'impreparato ed innocuo esercito Reale in tutto il resto della
Jugoslavia (Serbia, Croazia e Bosnia).
Solo undici giorni dopo l'invasione, il 17 aprile, l'alto comando jugoslavo
firma la resa incondizionata a Belgrado e cessa ogni resistenza organizzata
mentre il governo e il nuovo re Petar (diciottenne) si stabiliscono a Londra.
La spartizione che ne segue é immediata: la Germania si annette la
metà settentrionale della Slovenia rimpiazzando con austriaci gli
sloveni ammazzati o deportati; all'Italia spetta tutto il resto della Slovenia
(compresa Lubiana) (16), diverse isole ed
estesi tratti della costa Dalmata comprese Spalato e Cattaro, la pianura
del Kosovo e la Macedonia occidentale; la Bulgaria si annette il resto della
Macedonia più alcune regioni meridionali della Serbia; l'Ungheria,
a nord, si annette la Backa, una tra le più ricche e vaste regioni
del bacino danubiano dove porta avanti una massiccia politica di "magiarizzazione".
Il Montenegro rimasto "libero" viene affidato al controllo militare
italiano.
Ma il risultato politico più "brillante" dell'occupazione
nazi-fascista fu senza dubbio lo "Stato Indipendente di Croazia"
che venne creato dal nulla unendo i territori non occupati dall'Asse con
tutta la Bosnia Erzegovina. Indipendente soltanto nel nome
"...Lo stato Indipendente di Croazia era un regno; ma il duca di Spoleto, il principe italiano scelto per salire al trono col nome di Tomislav II, mostrò una prudente avversione a metter piede nel suo tormentato reame. Perciò, sebbene in ultima analisi il potere poggiasse sulle armi tedesche e italiane, il governo dello stato era esercitato dagli ustascia, un movimento che (...) copiava le tecniche e la messa in scena dall'Italia fascista dove il suo capo, il poglavnik Ante Pavelic', aveva trovato asilo, aiuti e finanziamenti per l'attività terroristica che ora si apprestava a mettere in pratica su scala nazionale e spaventosa contro ebrei, serbi e tutti coloro che si rifiutavano di acclamare il nuovo stato fantoccio..." (17).
Non furono i comunisti ad organizzare per primi la resistenza all'invasione
dell'asse ma bensì le formazioni di Cetnici serbi (difensori del
re e del regno Jugoslavo). Tuttavia questi non riuscirono mai ad uscire
dalla realtà regionale in cui si confinarono perché il loro
nazionalismo serbo non ottenne mai l'appoggio, se non marginale, nemmeno
della stessa popolazione serba (18).
Il movimento ultra nazionalista croato degli Ustascia di Ante Pavelic' (cui
Hitler e Mussolini affidarono i territori occupati) presenta simili problemi
di "consenso" popolare. La forza di questo movimento non fu infatti
data dalla militanza dei croati nei suoi ranghi; fu piuttosto, come sostiene
Clissold, una esigua realtà drogata dall'appoggio dell'Asse.
Questa non è cosa da poco. La propaganda nazionalista dall'una e
dall'altra parte avrebbe potuto convincere i rispettivi popoli (retrogradi
secondo Badoglio) per condurli sui "saldi" binari della propria
"salvezza nazionale" e per precipitarli in una catastrofica divisione
in tutto e per tutto funzionale alla stessa occupazione nazi-fascista.
I croati avrebbero potuto sposare lo sciovinismo ustascia con l'illusione
di accordarsi una storica rivincita contro l'egemonia della corona serba
in Jugoslavia, viceversa i serbi riconfermare tale egemonia. Ciò
non accadde, il nazionalismo oligarchico e da corte reale venne percepito
come un abbaglio, ed è per questo che parlo di scelta di campo precisa.
Fu tale l'adesione popolare al movimento partigiano jugoslavo da poco organizzatosi
che anche gli alleati, a partire dal 1943, si resero conto che per i loro
interessi militari immediati questo movimento di resistenza era di gran
lunga più utile e rappresentativo di quello dei cetnici del generale
Mihailovic' (presente a Londra con tanto di governo in esilio) (19).
La guerra di liberazione in Jugoslavia, animata da ideali di fratellanza
e giustizia sociale, fu quindi anche una tremenda guerra civile; ma a differenza
di quella iniziata nel 1991 essa portò alla costituzione di una Jugoslavia
multientica e federale.
2
UN'INTRODUZIONE,
PARTENDO DALLA COSTITUZIONE.
E' interessante il livello di elaborazione che regnava in Jugoslavia
dopo la Liberazione, dal 1945 in poi. Si tratta di un dibattito avvenuto
al livello delle classi dirigenti (o meglio, di alcuni membri di esse) e
di alcuni studiosi. Almeno così pare, dato che le fonti disponibili
non documentano di un simile dibattito avvenuto a livello operaio, contadino,
studentesco, professionale. Si tratta forse già di "storia del
pensiero" piuttosto che storia della Jugoslavia Socialista (di ben
difficile ricostruzione). In ogni caso sono preziose riflessioni circa l'autogestione,
il controllo dei lavoratori sul proprio lavoro, l'anti-burocratismo e persino
l'anti-statalismo, sono passaggi teorici che dimostrano una tensione rivoluzionaria
indiscutibile.
Tale dibattito si accese già nel 1948, in seno al Quinto Congresso
dell'allora Partito Comunista Jugoslavo. La "via jugoslava al socialismo"
già si scontrava apertamente con quella stalinista; era uno scontro
tra due concezioni, tra due modi di concepire funzioni e metodi del sistema
politico, dello stato socialista e delle condizioni per lo sviluppo del
socialismo stesso. Sono gli anni in cui lo stesso Josip Broz, detto Tito,
elabora le premesse per la svolta autogestionaria in Jugoslavia. Di lì
a poco, nel 1951, sarà Tito a proporre la "legge sui consigli
operai", per mezzo della quale venne avviata la prima destatalizzazione
delle fabbriche con successivo affidamento alle maestranze. In questa occasione
egli ebbe a dire che
"...Socializzando i mezzi di produzione finora gestiti dallo stato, non sono ancora state realizzate le aspirazioni del movimento operaio. - Le fabbriche agli operai e le terre ai contadini - non é un motto astratto e propagandistico, é un motto che contiene un significato pieno e profondo, il programma dei rapporti socialisti di produzione: sia per quanto riguarda la proprietà sociale, sia per fissare i diritti e i doveri dei lavoratori (...) può e dev'essere realizzato se pensiamo di costruire il socialismo (...) Oggi, da noi, saranno gli stessi lavoratori a dirigere le fabbriche, le miniere e il resto. Saranno loro a decidere come e quando lavorare, sapranno perché lavorano e come verranno impiegati i frutti del loro lavoro..."(20).
Due anni prima dell'introduzione dell'autogestione in Jugoslavia, Edvard Kardelj, nel suo intervento "Problemi dell'edificazione del socialismo nel nostro Paese" dice:
"..E' fuori dubbio che nel periodo rivoluzionario di transizione dal capitalismo al socialismo, il ruolo determinante spetta ai dirigenti del partito proletario (...) Ma é altrettanto chiaro che lo stato maggiore rivoluzionario può raggiungere il successo solo a patto di basarsi sull'attività creatrice di larghe masse lavoratrici (...) A nostro avviso non si può lavorare senza commettere errori, ma riteniamo meno pericolosi gli errori che si commettono quando l'iniziativa dal basso si fa liberamente sentire che non quelli commessi dai burocrati che si sono messi in testa di essere infallibili (...) Non tenere conto di questi principi significa giungere inevitabilmente al burocratismo, all'isolamento dell'apparato burocratico rispetto alle masse popolari, all'assoggettamento di tali masse all'apparato burocratico stesso (...) Il delinearsi di questa situazione nell'ambito di un sistema socialista, per quanto breve possa esserne la durata, comporta tutta una serie di fenomeni negativi, quali ad esempio la mania delle ricette belle e fatte, il conservatorismo nei metodi e nelle forme organizzative, il soffocamento dell'iniziativa creatrice proveniente dal basso, l'allevamento di una categoria di burocrati invertebrati, il ristagno ideologico, la deviazione dal retto cammino della politica internazionalista...".
Come già accennato, non bisogna confondere il pensiero di alcuni
dirigenti o accademici con ciò che in quel Paese succedeva realmente;
per tentare di ricostruire anche questa storia sarà necessario raschiare
il fondo, evitare nostalgie ideologiche per svelare i reali rapporti sociali
esistenti in Jugoslavia dopo il secondo conflitto mondiale, i rapporti tra
le classi sociali, gli squilibri territoriali, l'ingerenza atlantica-occidentale,
la regionalizzazione (verso nord) dell'industria, la rinascita e lo sviluppo
(o, se vogliamo, il permanere) di nuove-vecchie borghesie nazionali e nazionaliste.
Nel 1945, a guerra conclusa, a Liberazione avvenuta, si mette in moto il
processo di costruzione di un nuovo assetto sociale, produttivo e politico
per l'allora Jugoslavia. In questo senso, per rispettare il titolo di questa
introduzione, risulta utile "lasciare parlare" direttamente il
progetto di Costituzione dell'allora RFPJ (Repubblica Federativa Popolare
Jugoslava) e alcuni articoli di essa.
"...La grande maggioranza dei nostri popoli ha eletto l'11 novembre 1945 le due Camere dell'Assemblea Costituente, il cui compito é di accettare (...) la costituzione del nostro stato (...) La Costituzione non é altro che la constatazione giuridica delle condizioni sociali, economiche e politiche dello Stato in un determinato momento. In tale modo questo progetto della Costituzione della nuova Jugoslavia viene ad essere fondamentalmente un quadro giuridico della nostra nuova realtà politica e sociale (...) ovvero la struttura giuridica (...) delle conquiste realizzate nel corso della dura e vittoriosa lotta di liberazione sostenuta dai nostri popoli (...)
Nessuno può negare le fondamentali metamorfosi verificatesi nell'organismo statale nell'ambito dei rapporti tra i nostri popoli. Da una nazione formata da popoli oppressi e senza parità di diritti é stata creata una libera comunità di popoli con parità di diritti (...) nella quale il problema delle nazionalità é stato fondamentalmente risolto sulla base dell'autodecisione (...)
Nella vita economica e sociale del nostro stato si sono verificate delle serie metamorfosi per il fatto che il potere viene ad essere strappato dalle mani dei gruppi sfruttatori per passare completamente nelle mani delle masse popolari fondamentali, cioé nelle mani del popolo lavoratore. In questo modo il settore statale e con esso pure quello cooperativistico (...) hanno avuto assegnato un ruolo particolare del tutto differente da quello finora avuto nell'apparato del potere e dei rapporti politici
dell'antica jugoslavia (...)
Il principio fondamentale dell'organizzazione statale é il principio dell'unità di potere. L'unitario potere popolare viene ad essere concentrato negli organi rappresentativi del potere statale, che vengono eletti e controllati dal popolo il quale ha pure il diritto di dimetterli in base ad una determinata procedura legale(...)
Nel progetto della nostra costituzione vi sono numerose nuove e significative disposizioni che rappresentano la caratteristica e l'arma della democrazia popolare. In primo luogo é stabilito che la struttura repubblicana dello stato é conseguenza e premessa essenziale del federalismo e della democrazia (...)art.1
La Repubblica Federativa Popolare Jugoslava é uno stato federativo popolare a struttura repubblicana, una comunità di popoli con parità di diritti, i quali hanno liberamente espresso la propria volontà di rimanere uniti nella Jugoslavia..."
Le Costituzioni, si sa, sono in realtà una sorta di dichiarazione
d'intenti, rappresentano l'atto fondativo comprendente le leggi, i valori
di riferimento, l'organizzazione dei diversi momenti sociali di quelle comunità
di popolo territorialmente definite che siamo abituati a riconoscere come
Stati.
Come facilmente si può intuire, i riferimenti costituzionali non
sono sufficienti a capire, in generale, come è realmente organizzata
una società (l'Italia è sicuramente l'esempio più facile
da farsi). Di certo mettono chiaramente in luce almeno quale sia la cultura
politica, il sistema dei valori, il progetto sociale dei soggetti che hanno
dato vita al nuovo assetto statuale. Nel caso specifico dei popoli jugoslavi
appare evidente come questa Costituzione corrisponda a ciò che é
stata effettivamente la loro storia (21).
Ciò non toglie che la Costituzione ed il nuovo potere che essa sancirà
sarà gestito da dirigenti jugoslavi, molti dei quali, di lì
a poco, diventeranno ceto politico e ceto manageriale, diventeranno cioé
una classe che intraprenderà la strada della propria riproduzione
utilizzando lo stato socialista, alle spalle della rivoluzione.
Al culmine di questo processo si sono inseriti ed hanno agito consapevolmente
come un cuneo dirompente gli interessi e le pressioni dell'imperialismo
occidentale, nel caso specifico Italia, Germania e Stati Uniti.
L'esistenza della Jugoslavia, sin dalla sua formazione nel 1918, è
sempre stata una spina nel fianco delle potenze regionali. Piani di destabilizzazione
furono elaborati, come abbiamo visto più sopra, persino da governi
italiani (Sonnino prima, Mussolini poi) e proseguirono per tutta la storia
della Jugoslavia. Gli Ustascia, movimento croato fascista e fondamentalista
cattolico guidato da Ante Pavelic' noto per le sue efferatezze e per i 700.000
tra serbi, ebrei e comunisti sterminati nel campo di concentramento di Jasenovac,
vennero addestrati in Italia negli anni '30 del secolo scorso, insediati
al potere dello Stato Indipendente di Croazia (entità fantoccio creata
a seguito dell'occupazione nazi-fascista), fatti riparare all'estero grazie
alla collaborazione attiva dei servizi segreti statunitensi e del Vaticano
nelle ultime fasi della Liberazione. Dall'estero il movimento ustascia,
inserito nell'internazionale nera costituita all'indomani del secondo conflitto
mondiale dall'allora Oss (Office for Strategic Services in seguito
Cia), continuò la sua opera destabilizzante attraverso l'organizzazione
di attentati dinamitardi alle ambasciate jugoslave ed entro i confini stessi
della Jugoslavia socialista.
Si pensi al caso molto simile della guerriglia mafiosa dell'Uck, ad un certo
punto addestrata armata e finanziata da Germania ed Usa col preciso scopo
di provocare l'ennesimo intervento dei bombardieri (1999).
Lo smembramento della Jugoslavia avviene sicuramente a causa di un intreccio
micidiale di fattori interni ed esterni: la burocratizzazione su base regionalista,
la disgregazione del mercato unitario jugoslavo, la mancata autogestione,
l'indebitamento e la crisi sociale ed economica degli anni '80 dovuta principalmente
ai piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale,
i piani di destabilizzazione stranieri portati avanti praticamente per tutto
il secolo scorso.
Il presente studio vuole essere un contributo al dibattito sul "socialismo
realizzato" aperto dalla rivista Intermarx ma allo stesso tempo un
contributo di carattere storico che aiuti a comprendere le ragioni della
guerra civile di tipo etnico che ha straziato la Jugoslavia a partire dal
1991.
Su questo conflitto si è riversata una letteratura tanto smisurata
e d'effetto quanto inutile, fuorviante e per nulla esplicativa. Si pensi
ai due maggiori filoni d'"analisi" che hanno ispirato la maggior
parte dei volumi usciti in questi anni: quello più grezzo secondo
cui gli slavi del sud si sarebbero sempre detestati a morte e sarebbero
stati costretti alla convivenza dalle rivoltelle titine; e quello non meno
vano (purtroppo fatto proprio dalle associazioni di volontariato di sinistra)
che rileverebbe invece uno scontro tra campagna e città, ossia tra
contadini assetati di sangue contro innocui e multietnici cittadini.
Credo che la storia abbia seguito altri percorsi ben più significativi
e determinanti.
3
CAPITALE STRANIERO, AUTOGESTIONE
E DISTRUZIONE DEL MERCATO UNITARIO JUGOSLAVO.
3.1 - Modifiche alla regolamentazione delle società miste in Jugoslavia (22)
La prima regolamentazione della presenza di capitale straniero nelle
imprese jugoslave risale al 1967, viene poi sostanzialmente modificata con
la legge n.312 del 7 aprile 1978 (Gazz.Uff.Fed. n.18, 1978).
Queste regolamentazioni successive giungono in un periodo (dalla fine degli
anni sessanta in poi) in cui lo sviluppo dell'autogestione crea le premesse
per una gestione quasi autonoma, da parte delle stesse imprese jugoslave,
della partecipazione del capitale straniero nello sviluppo industriale del
paese. Le ragioni per cui parlo di imprese pittosto che di "operai"
emergeranno in seguito.
Tuttavia, il carattere di tali leggi, anche quella del 1978, dal punto di
vista del capitale straniero è abbastanza restrittivo. Ponendo dei
"paletti" invalicabili sulla quantità massima di capitale
investibile in una singola impresa, mantenendo delle detrazioni di carattere
sociale sui profitti delle imprese, e stabilendo in quali imprese tale partecipazione
non poteva assolutamente verificarsi, si creava un ambiente giuridico poco
appetibile per l'investitore estero. Questa scarsa appetibilità si
traduce in una scarsa affluenza di capitale straniero rispetto al volume
totale degli investimenti del Paese, affluenza caratterizzata per lo più
dalla fornitura di tecnologia, attrezzature, materie prime e semilavorati
interessando prevalentemente la produzione per il mercato interno o per
il COMECON.
Secondo stime jugoslave, dal 1967 alla metà degli anni '80 l'ammontare
complessivo del capitale straniero investito nelle imprese miste jugoslave
non supera i 320 milioni di dollari, in media 2 milioni di dollari per impresa.
Questa media deve però essere ridimensionata se si considerano i
due maggiori investimenti esteri: Dow Chemical nel complesso petrolchimico,
Dina (100 milioni di dollari) e General Motors (23)
nelle fonderie Kikinda (20 milioni di dollari).
La legge del 1978, non mutando sostanzialmente la situazione di scarsa affluenza
di capitale straniero, crea verso la metà degli anni '80 confronti
aspri tra gli organi federali e gli ambienti legati al settore "autogestito"
interessati ad una modifica della normativa in vigore nel senso di una liberalizzazione
pressocché totale dell'investimento estero. Questo dibattito aveva
il fine di modificare alcuni aspetti sostanziali della legge n.312 per arrivare
concretamente alla definizione di un nuovo quadro giuridico in materia.
In questo senso è interessante dare rilievo ai "punti caldi"
del dibattito facendo dei riferimenti precisi agli articoli della legge
per i quali veniva richiesto un rovesciamento totale.
L'art.10 (24) vietava l'intervento di capitale
straniero nelle attività legate al commercio e alla sicurezza sociale.
Nella proposta per il nuovo progetto di legge questa barriera si sarebbe
dovuta superare.
L'art.11 (25) prevedeva che l'ammontare dell'investimento
straniero in una impresa jugoslava non potesse superare il 49% del capitale
complessivamente investito in quell'impresa. Ciò per garantire la
"proprietà collettiva" dell'impresa stessa. Nell'articolo
é pure contemplata, in via eccezionale, una sospensione di questa
regola per quei settori in sviluppo che eventualmente necessitassero di
una spinta particolare. In questi casi i contratti sarebbero stati stipulati
direttamente dall'Assemblea Federale. Secondo i manager e dirigenti aziendali
jugoslavi il nuovo assetto giuridico non avrebbe dovuto porre alcun limite
all'investimento di capitale straniero -nonostante quest'ultimo non avesse
mai sfruttato a pieno il 49% a sua disposizione (dal 1967, infatti, la quota
di capitale straniero investito in jugoslavia non aveva mai superato il
livello medio del 23% circa del capitale sociale).
L'art.15 (26) stabiliva che nell'organo amministrativo
dell'impresa mista i rappresentanti del capitale straniero investito non
potessero essere in numero maggiore rispetto ai rappresentanti jugoslavi
dell'impresa stessa o delle imprese che partecipavano all'attività
produttiva. La ragione di questa legge si trova nella difesa del principio
dell'autogestione che altrimenti verrebbe compromesso in sede amministrativa
da una rappresentanza estranea agli interessi dei lavoratori (ciò
supponendo, ovviamente, che i rappresentanti jugoslavi rappresentassero
effettivamente e non solo formalmente gli interessi operai...).
Anche questo passaggio della legge 312 viene messo in discussione e le ragioni
sono di natura squisitamente capitalistica. Innanzi tutto l'assetto che
l'articolo 15 stabilisce, impedisce all'investitore straniero qualsiasi
facoltà di controllo ed intervento nella gestione dell'impresa, dei
costi materiali, dell'ammortamento del capitale. L'investitore straniero,
cioé, non ha la facoltà di ricondurre la gestione economica
dell'impresa mista jugoslavia ai canoni di produttività occidentali.
Nel nuovo assetto tale ostacolo verrebbe rimosso in relazione al fatto che
ciò potrebbe consentire un ridimensionamento generalizzato, e per
legge, degli organici delle imprese jugoslave; organici che per numero e
qualifica di lavoratori dovrebbero essere ricondotti ai canoni di una normale
ed efficente impresa capitalistica.
L'art.19 stabiliva che qualora venisse realizzato dall'impresa mista un
profitto superiore a quello fissato per contratto, la parte di questa eccedenza
attribuibile all'investitore straniero sarebbe servita per rimborsargli
parte della sua quota societaria. In questo modo, maggiore era l'efficenza
dell'impresa, maggiore la spinta per estromettere (attraverso il rimborso
della quota societaria) l'investitore straniero. Nel nuovo progetto di legge
verrebbe invece sancita la piena libertà, per l'investitore straniero,
di disporre del reddito realizzato e di trasferirlo all'estero.
Altra significativa proposta era la "attenuazione" di quelle imposte
fisse sul reddito dell'impresa destinate alla costituzione di fondi di solidarietà
per alloggi, borse di studio, premi assicurativi e percepite come "improprie"
o non direttamente collegate alla gestione congiunta. Ed appare evidente
come questo provvedimento sia direttamente speculare a quello volto alla
privatizzazione delle attività sociali-assicurative attraverso un
intervento del capitale straniero in esse (vedi art.11).
Il 27 novembre 1984 il Parlamento jugoslavo approva la nuova legge sugli
investimenti esteri in organizzazioni di lavoro associato (Gazz.Uff. n°64,
28/11/1984). La nuova legge risponde quasi totalmente alle esigenze liberalizzatrici
emerse dal dibattito circa la vecchia legge del 1978. L'intervento del capitale
straniero nelle attività sociali, assicurative e commerciali viene
limitato alle imprese turistico-ricreative.
L'articolo 11, che fissava nel 49% la soglia massima di partecipazione del
capitale estero nelle imprese jugoslave, viene abolito portando tale soglia
al 99%.
L'articolo 15 che impediva all'investitore straniero una presenza maggioritaria
in sede amministrativa non viene formalmente modificato; tuttavia all'investitore
viene concesso il diritto di veto che di fatto ne aumenta il potere decisionale.
Vengono inoltre previste negoziazioni tra le parti sui parametri gestionali
(standards delle spese materiali, tassi di ammortamento, quantità
e qualifica dei lavoratori, ecc.) con l'obiettivo di portare a standards
"normali" la produttività dell'impresa mista. Viene inoltre
stabilito, nella nuova legge del 1984, che il mancato rispetto degli obiettivi
pattuiti graverà esclusivamente sulla quota di reddito spettante
al partner jugoslavo.
L'articolo 19 viene aggirato consentendo all'investitore straniero di trasferire
il 100% della sua quota di profitto all'estero.
Infine, sempre per rimanere all'interno delle modifiche più significative,
gli oneri derivanti dalle imposte destinate alla costituzione dei fondi
per la riproduzione sociale, per gli ammortamenti superiori alle quote stabilite
per legge, ecc., cioé tutte quelle sottrazioni apportate al reddito
finale dell'impresa non direttamente collegati alla produzione verranno
sopportati esclusivamente dal partner jugoslavo (cioé direttamente
dalla sua quota di reddito).
Lo stravolgimento dei rapporti sociali di produzione che la modifica della
legge 312 ha comportato, va contestualizzato ed interpretato alla luce delle
condizioni disastrose in cui l'economia jugoslava si trova negli anni ottanta.
Schiacciata dal debito estero, non detiene le risorse per il rilancio degli
investimenti produttivi. E' chiaro come in una situzione di crisi debitoria
anche la più radicale delle liberalizzazioni, volta a creare un ambiente
favorevole all'investimento di capitale produttivo, non può modificare
una tendenza di segno opposto, di carattere meramente speculativo. L'illusione
di sostituire il ricorso al credito estero con l'intervento di capitale
estero investito direttamente nelle attività produttive per rilanciare
il tessuto produttivo nazionale, rimase e rimane una illusione.
Il capitale finanziario-creditizio è protetto dalle garanzie di solvibilità
del governo del paese contraente il credito. I vantaggi - speculativi -
della rendita finanziaria e l'assenza quasi totale di rischi di cui godono
i capitali speculativi, rendono l'investimento di capitale "a rischio"
nelle imprese produttive, appunto, quanto meno "sconveniente".
In generale, è solo quando questa azione speculativa ha esaurito
la sua spinta, lasciandosi alle spalle paesi dissanguati e distrutti nel
loro tessuto socio-produttivo (smantellamento dei sistemi di protezione
sociale, delle imprese pubbliche, dei diritti dei lavoratori, ecc.), che
l'ambiente adeguato per l'investimento di capitale produttivo "a rischio"
viene stabilito.
A quel punto però, lo sappiamo, anche gli investimenti direttamente
produttivi non avranno ricadute positive né per i lavoratori e per
il rilancio dell'occupazione né per ciò che riguarda l'economia
nazionale, in quanto, nel frattempo, i lavoratori dei paesi in questione
si saranno trasformati in massa senza tutela né diritto. Inoltre,
sempre più di frequente i nuovi impianti (o i vecchi impianti che
ora però lavoreranno su appalto straniero) saranno subordinati alle
esigenze del circuito produttivo della multinazionale investitrice piuttosto
che alle esigenze del tessuto economico del paese ospitante ed alle esigenze
del mercato interno.
Tuttavia vi sono alcuni altri fatti da rilevare, in particolare, per ciò
che riguarda la RFSJ. In primo luogo, le richieste di modificazione della
legge 312, che porteranno alla nuova legge del 1984, non provengono da direttive
"esterne" (come, ad esmpio, dal F.M.I) ma sono il frutto dello
scontro tra il livello politico federale e quelli che potremmo definire
gli "ambienti imprenditoriali" cioé le rappresentanze politico-tecnico-scientifiche
delle imprese autogestite (che effettivamente, negli anni ottanta, hanno
raggiunto il massimo di autonomia rispetto al governo federale). Ciò
nonostante non é assolutamente da escludere il fatto che molti manager
jugoslavi non abbiano agito in assoluta buona fede o solo per proprio interesse
ma per conto dei circoli di potere oligopolistico occidentali. In secondo
luogo, l'impresa autogestita dovrebbe essere l'impresa di cui i lavoratori
controllano attività, gestione, scelte, ecc. Le proposte di modificazione
della legge 312, che provengono direttamente dagli "ambienti imprenditoriali"
rappresentanti cioé il sistema di fabbrica ("autogestita"
o meno), non appaiono certo come l'espressione degli interessi operai e
dei lavoratori. Da questo punto di vista sarebbe interessante citare un
intervento di Edvard Kardelj, nel 1965, apparso su Critica Marxista:
"...La società socialista tende a far sì che le funzioni di organizzatore del processo produttivo siano veramente "al servizio" dei produttori associati (...) Ma i conflitti di interesse, l'insufficiente sviluppo del nostro meccanismo di autogoverno, e il fatto che la classe operaia é ancora relativamente giovane, con la mentalità ancora gravata della coscienza del piccolo proprietario rurale, fa sì che le funzioni direttive nelle organizzazioni economiche acquistino (...) una grande autonomia, tanto che, in maggiore o minore misura assumono le funzioni di rappresentante del colletivo di lavoro. In tali condizioni, accade anche più spesso e facilmente che la forza e l'autonomia del rappresentante favoriscano il soggettivismo tecnocratico, determinati raggruppamenti di interessi (ad es. regionalistici - nazionalistici, ndr), tendenze e privilegi corporativistici, il soffocamento della critica, la degradazione dell'autogoverno, eccetera. Anche queste manifestazioni sociali creano tra gli uomini rapporti specifici che definiamo burocratismo..." (27).
Confronterò più avanti i problemi che qui vengono solo
posti con l'analisi del sistema dell'impresa autogestita. Vorrei comunque
già poter suggerire alcune valutazioni su come negli anni ottanta,
in questo ambiente di grave crisi economica (fomentata dal debito estero,
e qui sì protagonista è il Fondo Monetario Internazionale)
e di conseguente grave crisi sociale (aumento della disoccupazione, impoverimento
progressivo della popolazione, perdita delle garanzie sociali) si sia completata
ed abbia attecchito a livello di massa, la deriva nazionalista, sarebbe
meglio dire regionalista, principalmente del partito comunista sloveno e
di quello croato, poi, di riflesso, del partito comunista serbo. Si tratta
di una regionalizzazione su base etnico-nazionalista che è stata
pompata dai papaveri della burocrazia (28)
degli stati ricchi e più sviluppati (Croazia, Slovenia), un nazionalismo
riattivato artificialmente grazie a quattro ordini di fattori:
a) la corruzione e l'arricchimento degli alti funzionari di stato o d'impresa;
b) la forte crisi sociale, della quale la nuova borghesia di stato (delle
repubbliche più ricche) indicava le ragioni nelle "regalie devolute"
dal governo federale (una sorta di bossiana "Roma Ladrona") agli
stati o regioni autonome più povere ed arretrate come Bosnia, Kosovo,
Macedonia;
c) una fase, già decennale all'inizio degli anni ottanta (quindi
in atto già dagli anni settanta), di progressiva regionalizzazione
economica e politica delle singole repubbliche della federazione, con grande
vantaggio per quelle più industrializzate e dotate di relazioni sviluppate
col capitale occidentale;
d) un appoggio interessato, da parte delle potenze imperialiste del Patto
Atlantico, al processo di disgregazione della federazione jugoslava attraverso
piani di destabilizzazione a tutti i livelli.
3.2 Le autonomie regionali e le imprese autogestite: dalla costituzione all'autocritica (29)
Con gli emendamenti costituzionali del 1971 e, successivamente, con la
nuova Costituzione del 1974 le repubbliche e le regioni autonome acquistano
una grande libertà nella gestione di questioni primarie. Viene infatti
sancito il diritto legittimo di ogni repubblica e regione autonoma (Voj
Vodina e Kosovo) a gestire e realizzare la propria sovranità economica
sul reddito e lo sviluppo del territorio attraverso specifici e autonomi
piani sociali, leggi e politiche economiche. In alcuni settori vengono quindi
ritirati il controllo e la gestione sovranazionali da parte degli organi
federali i quali manterranno soltanto quelle funzioni attribuite loro da
accordi presi tra le tutte le repubbliche e regioni autonome.
Questo è il primo aspetto, l'elemento di grande novità che
la nuova Costituzione pone in essere. Il secondo aspetto integra questo
nuovo sistema di autonomie gestionali e legislative per le singole repubbliche
in un contesto di reciprocità, solidarietà e ricomposizione
degli interessi locali a livello federale. La acquisita autonomia delle
repubbliche e l'unità della Jugoslavia vengono cioé ricomposti
a livello federale, pensato come "comunità politica" degli
stati nazionali. Testualmente:
"...I lavoratori, i popoli e i gruppi nazionali decidono, sul piano federale, secondo i principi di accordo delle repubbliche e delle provincie autonome, di solidarietà e reciprocità, di paritetica partecipazione delle repubbliche e delle provincie autonome agli organi della federazione (...) nonché secondo il principio della responsabilità delle repubbliche e delle provincie autonome per il proprio sviluppo e per il progresso della comunità jugoslava nel suo complesso..." (30)
Questo secondo aspetto, diciamo "ricompositivo", viene assicurato
costituzionalmente da due principali meccanismi: intese sociali e accordi
di autogestione. Le intese sociali comprendono un sistema di accordo tra
le differenti repubbliche e le imprese autogestite circa prezzi, stipendi,
occupazione, collocazione della valuta estera, mercato, rapporti economici
con l'estero. Gli accordi di autogestione invece sono contratti interni
alle imprese o fra due o più imprese autogestite.
Il 29 luglio 1971, nel discorso pronunciato all'Assemblea Federale dopo
essere stato rieletto presidente della RSFJ, Tito sostiene che
"...Sono state create condizioni ancora più larghe per dare piena espressione agli interessi e alle condizioni specifiche delle singole Repubbliche e Regioni (...) Diventando potenti centri decisionali, le Repubbliche e le Regioni non devono mai perdere di vista gli interessi dell'intera comunità (...) Per noi i concetti di autonomia e di Stato riferiti alle Repubbliche, non sono quelli di tipo classico. Quando decidemmo di rinunciare allo statalismo federale, noi non miravamo, né miriamo ora, a creare uno statalismo policentrico. La ragione principale che ci ha guidati é stata e resta quella di applicare nel modo più conseguente il principio dell'autogoverno e della piena eguaglianza nazionale..." (31).
Proprio in questa direzione viene anche riformata la gestione generale
del sistema economico. Sulla linea autogestionaria adottata già nel
corso degli anni '50, viene infatti ridefinita la partecipazione dei lavoratori
al processo produttivo sulla base del cardine dell'autogestione: il lavoro
associato. Questo assume valore giuridico e legale e significa, per i lavoratori,
la libera associazione del proprio lavoro con mezzi di produzione di proprietà
sociale all'interno di entità economiche di base: le organizzazioni
di base del lavoro associato (OBLA), appunto.
Un'OBLA, per intendersi, corrisponde dal punto di vista organizzativo ad
un reparto di impresa (32).
Essendo le unità minime di lavoro associato, rappresentando cioé
solo una parte del processo produttivo, le OBLA sono obbligate ad associarsi
tra loro per dare vita alle organizzazioni di lavoro associato (OLA), per
dare vita cioé ad unità produttive corrispondenti, a grandi
linee, al concetto d'impresa. Le OLA così costituite, dovrebbero
presentare, per il modo originale in cui sono organizzate, una certa flessibilità
ed una capacità di modificare la propria composizione come il proprio
orientamento produttivo.
L'ultimo livello d'integrazione previsto dal nuovo sistema produttivo jugoslavo
è l'associazione di più OLA in organizzazioni composite di
lavoro associato (OCLA). Queste ultime, essendo costituite da più
imprese, corrispondono in un certo qual modo a dei cartelli o consorzi produttivi
veri e propri.
Già nel '69 Tito pronuncia critiche severe sull'andamento del processo
autogestionario. Non dobbiamo dimenticare che quelle che seguono sono parole
di uno dei dirigenti più rappresentativi e considerati di tutta la
storia della jugoslavia socialista. Quelle che seguono sono accuse chiare,
messaggi rivolti ad una precisa classe sociale. Sono passaggi che in qualche
modo testimoniano di come la lotta di classe in Jugoslavia non fosse per
niente terminata con la liberazione dal nazi-fascismo e con la presa del
potere dei comunisti e, al limite, di come lo stesso Tito fosse, già
alla fine degli anni '60, fuori dal gioco dei processi sociali che di lì
a vent'anni avrebbero fornito le basi per la più anti-popolare forma
di guerra civile: quella scatenata dalle borghesie nazionali in nome dell'autodeterminazione
etnica.
"...Com'è noto, ho più volte parlato, particolarmente in quest'ultimo periodo, di questo orientamento tendente a togliere i mezzi ai produttori diretti; tendenza che deriva dall'incontrollato movimento mercantile, dalle posizioni di monopolio, dall'ingiustificato accumulo di particolari capitali e dal travaso di una notevole parte del reddito dalle aziende produttrici a organizzazioni quali banche, aziende commerciali, aziende mediatrici e specialmente a imprese che operano nel commercio con l'estero. Ma qui voglio, in particolare, riferirmi alle tendenze burocratico-tecnocratiche all'interno delle stesse organizzazioni di lavoro (...) In alcune aziende quasi tutto il potere é in mano ad un ristretto gruppo di dirigenti, esperti, uomini di affari che si comportano come un'equipe manageriale (corsivo mio). In aziende di questo tipo, ove si trascurano obblighi e responsabilità di fronte al colletivo di lavoro e agli organi di autogestione dei redditi, decide questo ristretto gruppo di persone, spesso senza interpellare gli operai, e si arriva al punto di non chiedere neppure il loro parere. Con una tale prassi l'autogestione operaia si riduce ad una formalità . Nei consigli operai di certe aziende si diminuisce notevolmente il numero degli operai impegnati nella produzione diretta. Essi vengono sempre più sostituiti da persone che mantengono posizioni dirigenti nel processo produttivo o che lavorano nell'amministrazione. A ciò è direttamente collegata la tendenza a diminuire il numero dei membri dei consigli operai in generale e di prolungare il mandato a coloro che già lo detengono di tre oppure quattro anni (...) Come marxisti e leninisti e come comunisti decisamente votati all'autogestione operaia non dobbiamo permettere il realizzarsi di tali tendenze (...) Dobbiamo lottare anche perché gli interessi diretti e storici della classe operaia (...) costituiscano il fattore fondamentale e determinante del nostro sviluppo socialista. Se non porremo così le cose, ci potrebbe accadere che, dietro il paravento dell'autonomia del fatto economico, il vero potere nelle organizzazioni di lavoro venga assunto da questo strato manageriale anche nelle comunità politico-sociali e nell'apparato politico-amministrativo..."(33).
Questo chiaramente non è un intervento autocelebrativo, da happenig politico di circostanza real-socialista, bensì, lo ripeto, una dura presa di posizione, dai contorni precisi, rivolta sicuramente a molti di quegli stessi quadri dirigenti che quel giorno assistirono ed applaudirono il discorso del maresciallo. Sapendo come andò poi la storia, il contenuto di queste righe potrebbe già di per sé esaurire la questione dell'autogestione e delle ragioni che hanno favorito lo scatenarsi della guerra civile scoppiata nel 1991. Credo invece valga la pena di approfondire ulteriormente l'analisi per offrire altri elementi che, del resto, confermeranno quanto già detto. Un'ultima acquisizione si può trarre da questi passaggi: Tito già intravvede la deriva della "dittatura del proletariato" verso una dittatura esercitata da una specifica nascente e riproducentesi classe sociale, quella della borghesia e piccola borghesia d'apparato.
3.3 Autogestione: l'idea
Consideriamo un'impresa di piccole-medie dimensioni (un'OLA) composta
dall'associazione di alcune OBLA. Queste ultime corrispondenti, lo ricordo,
a dei reparti di fabbrica, possono comprendere dai 10 ai 200 membri. Le
decisioni concernenti - assegnazione di posti, condizioni di lavoro, priorità
sociali, distribuzione del plusvalore, assunzioni e dimissioni, ecc. - si
possono risolvere entro i confini delle OBLA. Ogni OBLA risolve queste questioni
in assemblea; sempre in assemblea ogni OBLA elegge un presidente con il
compito di rappresentare l'OBLA nel Consiglio dei Lavoratori.
Il Consiglio dei Lavoratori è quindi un secondo livello (più
generale) di decisione e sarà formato, oltreché da tutti i
presidenti di OBLA (interessi di reparto), anche dai presidenti delle varie
Commissioni - occupazione, distribuzione del reddito, ricerca e sviluppo,
casa, assistenza, ecc. - (interessi generali).
Va precisato che le Commissioni hanno solo potere consultivo, i loro rispettivi
presidenti sono eletti per mezzo di un voto generale mentre l'inclusione
di qualsiasi lavoratore all'interno di una Commissione è libera e
volontaria nonché determinata dalle sue personali attitudini. Le
Commissioni, pur avendo solamente un ruolo consultivo, sono importanti in
quanto consentono ad ogni lavoratore di essere praticamente coinvolto nella
gestione per ciò che riguarda la preparazione delle decisioni.
Il Consiglio dei Lavoratori prende le decisioni sulla base delle raccomandazioni
sviluppate dalle Commissioni e dai Comitati. I Comitati sono generalmente
tre:
a) Comitato esecutivo, il più importante, la cui presidenza
spetta al direttore generale (che riceve l'incarico dal Consiglio dei Lavoratori)
è composto dai segretari d'azienda e dai capi dipartimento;
b) Comitato di Gestione, strettamente legato al Comitato Esecutivo,
è composto dai dirigenti di OBLA (capi reparto) eletti direttamente
in assemblea da ogni sigola OBLA;
c) Comitato di Supervisione, organo di controllo dei lavoratori e
supervisore delle attività gestionali. Il Presidente così
come i membri possono essere eletti o direttamente con voto generale o dal
Consiglio dei Lavoratori. Dal Comitato di supervisione dipendono due commissioni:
la Commissione dei Reclami (a cui si rivolge l'individuo colpito
da un'azione della collettività), eletta per mezzo di voto generale,
e la Commissione per le responsabilità di lavoro (dove vengono
attribuite le responsabilità nel caso il comportamento irresponsabile
di un individuo abbia leso gli interessi della collettività), eletta
dal Consiglio dei Lavoratori.
Di norma, il direttore generale detiene l'incarico per quattro anni; detto
incarico viene assegnato dal Consiglio dei lavoratori previa presentazione
di un completo programma di sviluppo. Se il programma proposto viene accettato
dal Consiglio e dalle OBLA esso diventa una sorta di legge interna a cui
tutti, dal Consiglio ai dirigenti, devono rimettersi mentre il Comitato
Esecutivo si assumerà la piena responsabilità per la realizzazione
dello stesso.
Al principio di ogni anno finanziario è previsto un dibattito sui
risultati dell'anno trascorso e sui progetti per l'anno successivo all'interno
del Consiglio dei Lavoratori. Qui, al termine del dibattito si esprime un
voto di fiducia per il Comitato Esecutivo. Se il voto risultasse negativo
il Comitato di Gestione verrebbe cambiato e lo stesso direttore generale
potrebbe trovarsi nella posizione di dimettersi nonostante il tempo del
suo incarico non sia ancora scaduto.
Questo schema organizzativo (vedere fig.1) non é da considerarsi
come l'unico modello d'impresa autogestita jugoslava. E' uno schema abbastanza
generico in grado di rappresentare a grandi linee i vari specifici casi
di imprese autogestite: nel caso di imprese più piccole lo schema
di gestione si presenterà semplificato; nel caso di imprese di grandi
dimensioni esso sarà ulteriormente articolato.
"...L'autogestione è una organizzazione sociale radicalmente nuova. Le persone, cresciute e formate con i condizionamenti di un altro sistema, non possono cambiare dalla sera alla mattina. In particolare gli individui non sono abituati a valutare le proprie individuali opinioni obiettivamente e non sono pronti a tollerare decisioni prese senza di essi dai loro pari (...) Non tutto può essere regolato. In realtà, la sovraregolamentazione ha gli stessi effetti negativi della regolazione inadeguata. Ciò che occorre è l'esperienza di massa e l'adattamento sociale. Solo dopo che sono state formate adeguate tradizioni e costumi possiamo aspettarci che l'organizzazione funzioni adeguatamente (...) L'analisi presente indica anche fattori che facilitano lo sviluppo della gestione dei lavoratori. Essi sono:
a) una lunga tradizione industriale. I lavoratori specializzati mostrano un atteggiamento molto più positivo verso l'autogestione che i non specializzati (...)
b) Lunga tradizione di democrazia politica. Poiché l'autogestione é un processo politico, la rilevanza di queste condizioni é ovvia.
Le condizioni a) e b) possono essere sostituite -non so quando parzialmente o pienamente- da una genuina rivoluzione sociale capace di elevare il livello delle aspirazioni sociali e generare il desiderio di fare sacrifici per la causa.
c) Alti salari che soddisfino i bisogni essenziali (...)
d) Settimana di lavoro corta, che lasci sufficiente tempo libero per le attività di partecipazione.
e) Alto livello d'istruzione, che riduce le barriere nella comunicazione (...)
Resta un'ultima osservazione da fare. Gli ostacoli ad una genuina gestione dei lavoratori sono veramente formidabili. Ma questa non é una ragione per disperare. Al contrario. Se siamo interessati a un sistema sociale più umano, qual é supposto essere il socialismo, la gestione dei lavoratori è il più potente strumento di trasformazione sociale a nostra disposizione. Esso fornisce un campo di quotidiano apprendimento per lo sviluppo delle relazioni socialiste di produzione e per una significativa democrazia politica." (34)
3.4 Autogestione: la realtà
Dove l'autogestione jugoslava non ha funzionato? Quali erano i veri rapporti
sociali di produzione interni alle imprese? Solo tentando di dare una risposta
a queste due domande sarà possibile entrare nel cuore della questione.
La questione è quella di comprendere in che modo, dopo la vittoria
sull'occupazione nazi-fascista e la vittoria della rivoluzione di matrice
marxista si siano potute ricostruire le basi per la presa del potere da
parte di nuove borghesie nazionaliste-regionaliste.
Una precisazione va subito fatta: la ragione per cui si presta tanta attenzione
al sistema di fabbrica autogestito non é che questo fosse il principale
modo di organizzazione delle attività economico-produttive in Jugoslavia.
Nel 1978, su una popolazione attiva di 9.276.000 persone i salariati erano
5.385.000, i disoccupati 735.000, i lavoratori autonomi (piccoli artigiani,
contadini, ecc.) 3.156.000, gli emigrati 800.000. Osservando questi dati
possiamo notare che, escludendo i disoccupati, i lavoratori autonomi, gli
emigrati e una buona parte dei salariati (impiegati in imprese statali centralizzate,
nei servizi, ecc.), i lavoratori interessati da processi lavorativi autogestiti
erano in Jugoslavia una minoranza (35).
L'interesse per l'autogestione deriva quindi da una valutazione di ordine
politico: ieri come oggi "...la gestione dei lavoratori é il
più potente strumento di trasformazione sociale a nostra disposizione..."
e la Federazione Jugoslava multietnica e socialista é stata sicuramente
il paese dove, nonostante tutto, maggiormente si é tentato di sviluppare
questo aspetto.
Perché allora non focalizzare l'attenzione sulle imprese centralizzate?
Perché tali imprese erano organizzate secondo un modello oligarchico:
Le IES (Imprese Economiche di Stato) erano semplici unità produttive
che dovevano realizzare i piani di produzione preparati dalle agenzie del
governo (le AOR). Il direttore delle IES, al quale spettavano tutte le decisioni,
rispondeva direttamente alla sua AOR di competenza, mentre tutti gli addetti,
dagli operai ai colletti bianchi, rispondevano direttamente al direttore.
In una impresa economica di questo tipo dove il potere è strettamente
tenuto nelle mani di pochi individui, é facile e logico aspettarsi
che fenomeni di corruzione, carrierismo, arricchimento personale possano
avere luogo. E' l'ambiente più fecondo per lo sviluppo (o la riaffermazione)
di nuove borghesie. E' più interessante invece comprendere come,
in una situazione suppostamente differente quale era l'impresa autogestita,
si siano potuti sviluppare gli stessi fenomeni.
Abbiamo già analizzato l'organizzazione formale di un'impresa autogestita
di medie-piccole dimensioni. "Sulla carta" il sistema presentava
un alto grado di redistribuzione del potere tra tutti i lavoratori. Nella
realtà la struttura partecipativa (riunioni e consigli dei lavoratori)
si dimostrava spesso subordinata alla struttura gerarchica (gerarchie esecutive).
Per un certo tipo di imprese, quelle di grandi dimensioni, la ragione si
deve ricercare nel fatto che il passaggio da imprese centralizzate (tipo
IES) a imprese autogestite (OCLA) non era consistita in una effettiva mutazione
organizzativa ma piuttosto in una mutazione formale calata dall'alto. In
questa situazione cioé non si verificava il processo dal basso verso
l'alto OBLA>OLA>OCLA ma l'inverso: impresa centralizzata>OCLA>OLA>OBLA.
Josip Zupanov (36) riporta nel suo lavoro
i risultati di un'inchiesta sulle imprese autogestite svoltasi con criteri
simili da alcuni ricercatori jugoslavi nell'arco del decennio '60-'70. Tali
risultati convergono su due punti:
-viene rilevato un modello oligarchico di controllo sia tra i quadri esecutivi
che nel Consiglio dei Lavoratori e nell'Ufficio di gestione;
-viene inoltre sottolineato come la distribuzione dei poteri nel Consiglio
dei Lavoratori stesso fosse direttamente connesso alla stratificazione socio-occupazionale
dell'impresa: il Consiglio era dominato dai dirigenti mentre i lavoratori
avevano un potere molto limitato.
Quindi rispetto al modello della Impresa Economica di Stato, oligarchico
per definizione, la situazione nelle imprese autogestite non cambiò
poi molto il livello di distribuzione del potere. Vi fu invece un successo
indiscutibile sul piano dell'autonomia delle imprese e della decentralizzazione
economica. Persino uno studioso americano di sistemi comparati, David Granick,
sosteneva che l'azienda jugoslava nel 1970 era altrettanto autonoma di una
corporation americana. E questo successo, che in prima analisi può
apparire una buona cosa, fu a mio avviso, uno dei fattori concorrenti allo
scatenamento della guerra civile etnico-separatista del decennio 1990-2000.
Josip Zupanov individua 4 differenti strategie emerse alla base del sistema
di autogestione introdotto nei primi anni '50; strategie la cui efficacia
viene considerata dallo studioso jugoslavo alla luce di 28 anni di applicazione.
Esse sono:
a) la strategia della redistribuzione di prerogative formali nell'organizzazione. Cioé quella che abbiamo qui sopra considerato e che abbiamo visto fallire nella pratica. Secondo Zupanov, oltre alle ragioni più sopra esposte, la causa di tale fallimento si deve ricercare nella stratificazione sociale ovvero nella disuguaglianza sociale strutturata che attraversava la Jugoslavia. "...Nel sistema jugoslavo di stratificazione la disuguaglianza va individuata nella diseguale distribuzione del potere economico e sociale. Nel caso dell'organizzazione del lavoro il problema della redistribuzione del potere comporta che i poteri della élite tecnico-burocratica siano sostanzialmente tagliati e che i poteri del lavoratore siano sostanzialmente aumentati. Questo é difficile da ottenere con riforme amministrative, specie quando si tenga in mente la posizione strategica della tecno-burocrazia nella struttura organizzativa e nei processi, oltre alle sue radici sociali in una connessione formale o semi-formale con la burocrazia politica..." (37).
b) la strategia della sostituzione, nell'organizzazione, di coordinazione
formale con coordinazione di mercato o "quasi-mercato". Ogni
unità economica (OBLA) diviene autonoma in termini economici; ognuna
col proprio bilancio organizza la produzione, vende il prodotto, distribuisce
il reddito. Le OBLA vendono e acquistano tra loro i beni prodotti. Questa
é la situazione di mercato nella quale si muovono le unità
economiche di base. Il coordinamento di mercato, per potere funzionare senza
squilibri (cioé per assicurare che nessuna OBLA possa acquisire privilegi
di mercato rispetto alle altre), presuppone una situazione di concorrenza
perfetta; una situazione in cui nessuna delle parti sia in grado di controllare
il mercato. E' ovvio che tale situazione é solo teorica, non si dava
ne si dà in regime capitalista e, questo é il caso che ci
interessa, non si dava in Jugoslavia. Le conseguenze di ciò furono
che alcune OBLA potevano imporre prezzi di mercato più alti a scapito
di altre OBLA, instaurando con ciò una concorrenza in grado di minare
i presupposti politici dell'autogestione. Essendo infatti alcune OBLA in
una posizione favorevole, essendo cioé abilitate a vendere i loro
prodotti anche al di fuori della propria azienda (OLA), erano in grado,
abbassando l'offerta interna all'OLA di competenza, di fare lievitare i
prezzi dei loro prodotti. Le OBLA più svantaggiate consideravano
questa situazione un'ingiustizia. Si instaurava un clima di conflitto interno
per l'equiparazione dei redditi che permetteva alla direzione aziendale
di inserirsi ed intervenire nel conflitto per recuperare e ristabilire il
proprio potere.
La situazione di "quasi mercato" (con prezzi di vendita/acquisto
pianificati) si dà invece quando il prodotto della unità "A"
può essere utilizzato solamente dalla unità "B".
Nella situazione di "quasi mercato", condizione pressocché
generalizzata nelle imprese autogestite, i prezzi di vendita/acquisto erano
pianificati in modo tutt'altro che oggettivo dalle singole OBLA. Ogni OBLA
cercava infatti di strappare il prezzo più favorevole, innescando
una corsa all'aumento dei prezzi di tutte le OBLA costituenti l'azienda
(OLA). In questo modo, l'ammontare delle vendite interne (reddito fittizio)
poteva superare di molto il reddito reale realizzato dall'OLA nel suo complesso
attraverso le vendite esterne. Ciò spesso provocava una crisi del
sistema di autogestione e costituiva il pretesto per la direzione aziendale,
anche in questo caso, di ristabilire la propria egemonia.
Alla luce di tutto ciò Zupanov trae le seguenti conclusioni : "...Qualche
raro studioso che ha fatto studi estesi sulle Unità economiche in
qualche impresa leader trova che la completa autonomia di quelle unità
é più apparente che reale. E questo é in pieno accordo
con l'opinione della gente più informata in questo paese. La tecnica
applicata dalle imprese leader consiste nel dare alle loro Unità
economiche piena autonomia sulla carta - con normative interne - ma usano
includere alcune disposizioni che nei fatti cancellano le più 'grosse'
prerogative. Sulla carta l'impresa é estremamente decentralizzata,
nei fatti la centralizzazione viene conservata in forma nascosta..."(38).
c) la strategia dell'azione diretta o autonoma dei lavoratori.
La definizione di azione diretta e autonoma dei lavoratori indica semplicemente
lo sciopero spontaneo organizzato informalmente; lo sciopero formalmente
organizzato dal sindacato invece é sì autonomo (rispetto alla
direzione aziendale) ma non "diretto" in quanto comunque mediato
da una istituzione (quella sindacale appunto). L'autonomia rispetto alla
direzione aziendale viene esplicitamente definita dal fatto che lo sciopero
rappresenta una alternativa - piuttosto significativa ed indicativa - rispetto
alle normali sedi in cui i lavoratori avrebbero la possibilità di
opporsi, modificare o cancellare una particolare delibera della direzione
dell'azienda autogestita. (Nel momento in cui il sindacato sia già
degenerato in forme di burocratismo tale autonomia, evidentemente, risulta
fittizia).
Il dato importante, comunque, é che gli scioperi cominciarono verso
la fine degli anni '50 e si presentarono nella forma di scioperi spontanei
svincolati dai sindacati. Il primo di questi scioperi a cui presero parte
circa 4000 minatori si ebbe nel 1958 a Trbovnik e Harstnik in Slovenia,
ma la maggior parte di essi si verificò nel corso degli anni '60.
Dal 1958 al 1969 si tennero in totale 1.906 scioperi con una media di 158
all'anno. Soltanto dal 1964 al 1968 presero parte agli scioperi 78,000 lavoratori
(in realtà poca cosa se si considera che solo nel 1987, cioé
all'apice della crisi sociale ed economica, vi furono 1.685 scioperi). Nel
decennio '59-'69 l'85% dei casi vide la partecipazione di lavoratori di
imprese autogestite mentre la composizione degli scioperanti era quasi esclusivamente
operaia. La ragione predominante degli scioperi fu di natura salariale immediatamente
seguita dalla mancata realizzazione dell'autogestione (39).
Quindi un dato importante sul quale riflettere é che gli scioperi
spontanei non furono di carattere politico "contro il socialismo"
bensì contro la mancata realizzazione di esso; rappresentavano cioé
il persistere di un conflitto di classe tra gestori e gestiti ossia tra
direzione aziendale e operai. "...Nell'autogestione ogni eccesso di
potere della direzione dell'impresa sui lavoratori é istituzionalmente
illegittimo ma se il meccanismo autogestionario funziona in modo scorrevole,
ciò non viene alla luce. La finzione istituzionale secondo cui l'esecutivo
gode della fiducia del Consiglio e quest'ultimo gode della fiducia dei suoi
elettori viene mantenuta, e questa finzione tiene nell'ombra le reali relazioni
di potere. La fermata del lavoro infrange questa finzione e l'illegittimità
del potere dell'esecutivo viene alla luce..." (40).
Ufficialmente tali scioperi non vennero mai riconosciuti (né tantomeno
proibiti). Comunque sia "non riconosciuti" non significò
affatto "non considerati": quando lo sciopero esplodeva infatti,
prontamente intervenivano governo locale, partito e sindacato per mediare
e ricomporre il conflitto. Tale mediazione strappava nell'immediato qualche
punto ai danni della "burocrazia industriale" (interessante termine
utilizzato da Zupanov) ma nella sostanza lasciava inalterati i rapporti
di potere interni e permetteva alla stessa burocrazia industriale di rimanere
al suo posto.
Tutto ciò testimonia ulteriormente il fatto che la lotta di classe
nella Jugoslavia socialista e federale era una realtà. In ogni caso
ciò non nega assolutamente il valore e la necessità rivoluzionaria
della teoria e della pratica socialista autogestionaria. Per Zupanov, tuttavia,
riconoscere o istituzionalizzare il conflitto sarebbe equivalso ad ammettere
una degenerazione della rivoluzione e ciò avrebbe sovvertito la teoria
e la fondazione ideologica della società socialista.
In realtà "riconoscere" e "istituzionalizzare"
sono due cose differenti. L'istituzionalizzazione assomiglia molto a ciò
che effettivamente è stato l'atteggiamento di mediazione e ricomposizione
del conflitto che abbiamo visto più sopra senza ammettere (cioè
appunto "riconoscere") l'esistenza del conflitto stesso. Riconoscere
ufficialmente gli scioperi spontanei avrebbe invece significato, questo
sì, dover anche riconoscere che la rivoluzione non stava andando
per il verso giusto. Ma una tale ammissione non avrebbe sconvolto la teoria
della rivoluzione né tantomeno scalzato la fondazione ideologica
del socialismo, tanto più che gli scioperi, come abbiamo visto, non
avevano carattere politico. Se possiamo immaginarci una rivoluzione che
si mantiene viva e feconda essa non appiana le contraddizioni nella teoria
eludendo la realtà ma riconosce e risolve tali contraddizioni nella
realtà per poter coerentemente rivendicare la propria teoria.
Quando lo sciopero è praticato spontaneamente ed autonomamente diventa
un grave errore negarne senso e funzione con l'argomentazione che esso mette
in crisi gli assunti dello stato socialista. Ciò che mette in crisi
sono piuttosto i rapporti gerarchici all'interno della fabbrica e dei posti
di lavoro. Quindi la pratica dello sciopero avrebbe potuto ottenere un certo
successo sul piano del controllo operaio e dei lavoratori sul proprio lavoro
se il partito ed il sindacato non fossero intervenuti in tutti questi casi
con una funzione meramente ricompositrice ed istituzionalizzante.
d) la strategia di cambiamento del sistema di informazione e comunicazione,
in corrispondenza del sistema di autogestione dei lavoratori. Questo
è sicuramente uno dei problemi più delicati che riguardano
l'autogestione (e non solo). Infatti per partecipare attivamente a qualsiasi
processo decisionale é fondamentale disporre di tutte le informazioni
necessarie allo studio e alla scelta delle varie opzioni/alternative. Senza
un'informazione adeguata, quindi con un'informazione parziale non sussiste
nessuna reale e concreta possibilità di intervento/partecipazione:
in definitiva non può esservi autogestione.
Il monopolio dell'informazione è potere ed il potere è monopolio
dell'informazione; i due termini sono in relazione circolare tra loro. E'
stato rilevato che nelle aziende autogestite chi detiene il monopolio delle
informazioni e dei canali di comunicazione é la direzione aziendale
che ovviamente fonda buona parte del suo potere sulla detenzione di tale
monopolio. Come privare la direzione del suo potere ovvero come socializzare
le informazioni necessarie alla partecipazione ed alla presa di decisioni?
Zupanov cita il lavoro dello studioso jugoslavo P. Novosel, "Il sistema
informativo dell'autogestione", dove viene presa in particolare considerazione,
tra le altre, una fabbrica di macchine utensili a Zagabria. Dopo uno studio
attento e comparato con altre unità produttive, Novosel elaborò
e sottopose alla fabbrica di Zagabria un piano concreto per l'installazione
di un sistema di autogestione delle informazioni, non ottenendo però
nessuna fattiva collaborazione.
In buona sostanza nemmeno la strategia del cambiamento del sistema di informazione
e comunicazione ha funzionato; anche se ciò che pare più credibile
é che non sia nemmeno stato possibile il suo perseguimento.
3.5 - La frammentazione del mercato unitario jugoslavo: il fenomeno
Tra i presupposti ed i fattori che hanno permesso ed hanno preparato
la guerra civile separatista e lo smembramento della RFSJ in piccole repubbliche
etniche bisogna sicuramente annoverare anche e soprattutto la distruzione
del mercato unitario jugoslavo.
Ciò per una ragione molto semplice: qualsiasi gruppo di potere
che intenda assumere il controllo su una porzione di popolazione e di territorio,
separandosi da una comunità più ampia, avrà risolto
gran parte dell'operazione se prima riuscirà ad acquisire il controllo
degli aspetti produttivi, commerciali e politici di tale territorio.
Il problema dello scontro militare che la secessione può introdurre
è certo importante, ma, come il caso jugoslavo dimostra, sarà
l'ultimo aspetto ad essere pianificato. Soprattutto sarà un aspetto
che, anche quando non sufficientemente preparato, potrà essere facilmente
integrato dall'intervento imperialista di stati terzi, esterni, fortemente
interessati ai processi secessionistici in atto. Si presenta infatti estremamente
difficoltosa la preparazione di un esercito vero e proprio prima della secessione;
molto più agile sarà invece stringere accordi preventivi con
ufficiali ed alti quadri di comando, ma soprattutto con gli stati esterni
"protettori" che, al momento opportuno, sapranno e potranno attivarsi
a tutti i livelli (politico, diplomatico, militare, economico).
Ma torniamo alla questione del mercato unitario jugoslavo. Già con
gli emendamenti costituzionali del 1971 e la promulgazione della Costituzione
del 1974 vengono sancite le competenze primarie delle singole Repubbliche
e Regioni Autonome (d'ora in poi repubbliche/r.a.) e viene contemporaneamente
legittimata una effettiva sovranità su reddito, sviluppo del territorio,
leggi, piani sociali e politiche economiche. Non a caso é proprio
a cavallo tra gli ultimi anni '70 e i primi anni '80 che gli studiosi jugoslavi
rilevano un fenomeno estremamente grave per gli equilibri federali: la frammentazione
del mercato interno jugoslavo in una serie di sub-mercati regionali (o nazionali).
Ciò da tutti i punti di vista: degli investimenti e delle attività
industriali, delle politiche dei prezzi e delle tariffe, dei servizi bancari,
della tassazione, dei servizi pubblici (elettricità, ferrovie, ecc.)
dei rapporti col capitale straniero. Si rende manifesta una sempre più
accentuata autarchia su base regionale. In alcuni casi si è trattato
di una mancata integrazione, cioé di una latente incapacità
dell'economia federale di fondersi unitariamente; in altri si è trattato
di un vero e proprio processo di disintegrazione, di protezionismo su base
regionale, di premeditata costruzione di barriere interregionali all'interno
della federazione.
3.6 La disintegrazione del commercio
Per ciò che riguarda lo scambio di merci e servizi nel 1970 esso si svolgeva per un 59,6% all'interno delle singole repubbliche, per il 27,7% tra le differenti repubbliche e per un 12,7% con paesi stranieri o verso l'esercito federale; nel 1980 il 69% degli scambi si svolgeva all'interno delle repubbliche, il 21,7% tra le repubbliche, il 9,3% con l'estero o rivolto all'esercito. Sono dati che si acuiranno nel corso di tutti gli anni '80.
TAB.1 - Quota (in %) degli scambi di merci e servizi all'interno di ogni Repubblica o Regione Autonoma (Kosovo e Vojvodina).
1970 |
1980 | |
| RSFJ | 59,6 |
69,0 |
| Bosnia Erzegovina | 63,2 |
71,1 |
| Montenegro | 48,7 |
71,9 |
| Croazia | 62,8 |
72,3 |
| Macedonia | 66,5 |
62,3 |
| Slovenia | 57,8 |
63,5 |
| Serbia | 60,0 |
69,2 |
| Kosovo | 56,6 |
62,9 |
| Vojvodina | 50,0 |
65,3 |
TAB. 2 - Quota (in %) di scambi tra le repubbliche sugli scambi totali (41).
Aquisti al di fuori delleRepubbliche |
Vendite al di fuori delle Repubbliche |
1970 |
1978 |
1970 |
1978 | |
| Bosnia Erzegovina | 36,9 |
27,1 |
36,8 |
30,6 |
| Montenegro | 61,8 |
45,3 |
51,3 |
32,2 |
| Croazia | 27,4 |
20,3 |
37,2 |
28,9 |
| Macedonia | 36,2 |
30,3 |
35,5 |
35,4 |
| Slovenia | 23,9 |
21,3 |
42,2 |
35,5 |
| Serbia | 32,6 |
26,1 |
40,4 |
30,8 |
| Kosovo | 53,7 |
47,6 |
43,3 |
37,1 |
| Vojvodina | 30,8 |
27,5 |
50,6 |
34,7 |
3.7 La disintegrazione produttiva
Come abbiamo visto in premessa al paragrafo 2 le riforme costituzionali del 1971 e la promulgazione della nuova Costituzione del 1974 prevedevano ben precisi articoli per riequilibrare in senso federale gli interessi di ogni singola repubblica/r.a. In realtà tutti questi articoli sono rimasti nella sostanza disattesi ed incompiuti. I dati delle tabelle 1 e 2 dimostrano chiaramente che
"...circa i 2/3 della produzione delle repubbliche/r.a. sono diretti ai loro stessi mercati, il che esprime una tendenza verso la territorializzazione della produzione e del commercio, accentuando la crescente autarchia economica delle varie parti della Jugoslavia. Questa situazione favorisce nei mercati locali, e soprattutto in presenza di scarsità di determinate merci, l'assunzione di posizioni monopolistiche, contrarie ai principi costituzionali del mercato unitario..."(42).
Uno degli obiettivi della Costituzione del 1974 era saldare gli interessi delle diverse repubbliche/r.a. favorendo l'integrazione delle OBLA su scala interregionale, ossia costituire delle imprese autogestite (OLA) o aggregati di imprese (OCLA) con i propri reparti dislocati in due o più repubbliche/r.a. Un'idea sicuramente innovativa ed illuminata rimasta però, come abbiamo visto, anch'essa disattesa (tab. 3 e 4).
TAB. 3 - OBLA situate al di fuori della propria repubblica/r.a.
1976 |
1981 | |
| n. totale delle OBLA | 15.302 |
21.820 |
| n. di OBLA fuori della propria repubblica/r.a. | 461 |
422 |
| n. di OBLA fuori della propria repubblica/r.a. in % | 3,01 |
1,93 |
TAB.4 - OLA situate fuori della propria repubblica/r.a.
1976 |
1981 | |
| n. totale delle OLA | 887 |
3.079 |
| n. di OLA fuori della propria repubblica/r.a. | 2 |
46 |
| n. di OLA fuori della propria repubblica/r.a. in % | 0 |
1,49 |
3.8 La disintegrazione della teccnologia
L'intero sistema produttivo venne pensato, in teoria, per spingere all'integrazione interregionale le singole unità produttive e aveva anche come prevista conseguenza l'integrazione tecnologica delle stesse. Nella realtà ciò che si produsse, in perfetta sintonia con tutti gli altri dati, furono sistemi tecnologici sostanzialmente incompatibili. Una delle cause può essere attribuita sicuramente alla estrema liberalità delle leggi che regolavano l'importazione della tecnologia dall'estero:
"...nella prassi le OLA si collegano più facilmente con partner stranieri che fra di loro; e tutto ciò provoca una importazione poco selettiva, un numero eccessivo di partner stranieri, di doppioni di brevetti per prodotti simili e uno sperpero delle già scarse divise. Così aumenta non solo la dipendenza univoca delle OLA dalla tecnologia estera, ma si forma pure una forte concorrenza interna..."(43).
Come diretta conseguenza di tutto ciò si ebbe un approccio tecnologico rivolto maggiormente alla programmazione territoriale piuttosto che settoriale.
3.9 La disintegrazione della politica dei prezzi, della politica fiscale e del sistema bancario
Nel corso degli anni '80 i prezzi all'ingrosso erano per il 46% di competenza
della federazione e per il 54% delle repubbliche/r.a; per ciò che
riguardava i prezzi al consumo il 30% era di competenza della federazione
mentre il rimanente 70% delle singole repubbliche/r.a. La situazione era
ancora peggiore per i prezzi dei servizi: con un 9% di competenza federale
ed il rimanente 91% alle autorità locali.
Tra l'altro i prezzi di merci e servizi si formavano ad almeno tre livelli
distinti:
1 - come accordo tra produttori e consumatori;
2 - attraverso le leggi di mercato;
3 - imposti a livello regionale o federale.
Tale situazione non poteva che generare enormi disugaglianze tra le varie
parti del paese se pensiamo che persino un bene come l'energia elettrica
presentava differenze di prezzo notevoli a seconda che venisse erogata in
Bosnia-Erzegovina piuttosto che in Serbia o in Croazia(44).
Per ciò che riguarda la politica fiscale è possibile riscontrare
in quegli anni una situazione analoga a quella dei prezzi: circa 17.000
erano i soggetti abilitati ad introdurre imposte di vario tipo in seguito
ad una massiccia decentralizzazione che aveva trasferito le funzioni fiscali
dalla federazione alle diverse repubbliche/r.a e alle diverse comunità
socio-politiche (provincie, comuni, ecc.).
Sul fronte del sistema bancario le cose non andavano certo in controtendenza.
Dal 1977, anno in cui è stata introdotta una decentralizzazione delle
competenze monetarie a favore delle repubbliche, le banche si sono organizzate
su base territoriale (8 repubbliche/r.a => 8 banche "nazionali")
ed hanno perseguito sostanzialmente interessi locali.
3.10 La disintegrazine del sistema infrastrutturale
Uno degli aspetti sicuramente più dirompenti rispetto all'unitarietà
del mercato interno jugoslavo se non della Jugoslavia stessa fu senza dubbio
la regionalizzazione delle infrastrutture e dei grandi sistemi tecnici come
energia, acqua, trasporti su strada e ferrovia, posta e telefono. Mentre
la teoria prevedeva di giungere all'unità tecnica di tali sistemi;
la costruzione ed il funzionamento di ognuno di essi diventarono definitivamente
competenza delle repubbliche/r.a.
Nel caso di un settore strategico come la produzione, l'approvigionamento
e la distribuzione di energia si riscontra una vera e propria corsa all'autarchia
da parte delle singole repubbliche ognuna tendente ad assicurarsi il proprio
fabbisogno senza prendere in considerazione le condizioni energetiche a
livello federale. I vari governi regionali decidono la locazione, il tipo
di energia da produrre ed il suo prezzo senza un razionale piano che si
colleghi alle necessità/capacità delle altre repubbliche/r.a,
e senza perciò poter valorizzare le diverse risorse (anche sottoutilizzate)
in un quadro più generale. Moltissimi progetti per la costruzione
di nuovi impianti non vennero mai realizzati per l'impossibilità,
da parte delle repubbliche, di giungere ad un accordo sul finanziamento
ed i diritti di utilizzazione.
"...Il caso estremo si registra per l'energia elettrica il cui settore, parcellizzato in 8 sottosistemi, é entrato nel 1981 in una profonda crisi sfociata in gravi e persistenti limitazioni nell'erogazione (...) Le repubbliche ricche di risorse non investivano perché la produzione copriva il fabbisogno interno, dall'altro le repubbliche povere di energia contavano sull'energia delle altre repubbliche..."(45).
Inoltre, proprio in corrispondenza degli anni in cui il costo del petrolio aumentò notevolmente (ossia dalla crisi petrolifera del 1974 in poi) i nuovi impianti costruiti per la produzione di energia elettrica funzionavano con combustibili liquidi, aumentando con ciò la quota di petrolio nell'ammontare energetico totale ed il debito estero.
3.11 La disintegrazione della politica economica con l'estero
Alla fine degli anni '70 una nuova legge spezzettò la bilancia
dei pagamenti in tanti sottosistemi quante erano le repubbliche/r.a.
Ogni repubblica/r.a., diventò autonoma nella gestione della propria
bilancia e quindi anche direttamente della politica economica con i paesi
stranieri.
Il governo federale, per evitare un eccessivo indebitamento delle singole
repubbliche/r.a con l'estero decise di vincolare le importazioni alle esportazioni.
Le repubbliche e le rispettive imprese, per importare ciò che ritenevano
opportuno, avrebbero dovuto procurarsi la valuta estera attraverso le esportazioni.
Questo vincolo, pensato ed applicato dal governo federale per limitare i
danni di un eccessivo indebitamento, causò notevoli guai al sistema
economico jugoslavo e contribuì in buona misura a disfare il mercato
unitario.
La corsa alla valuta estera che si venne determinando riorientò ulteriormente
la produzione delle varie repubbliche verso l'esportazione al di fuori dei
confini federali, ovviamente a diretto scapito degli scambi interregionali
e del mercato interno. Due esempi concreti possono rendere più chiaro
tale fenomeno. Nel 1983 la INA di Zagabria (la principale industria petrolchimica
jugoslava) pagò un debito contratto con l'estero di 251,1 milioni
di dollari attraverso l'esportazione di 500.000 tonnellate di nafta grezza,
226.0000 t. di derivati della nafta e 160.000 t. di concimi chimici (in
quel periodo la Jugoslavia dipendeva per 2/3 dall'importazione di petrolio
dall'estero). Sempre in quell'anno dalle campagne della Voj Vodina vennero
esportate enormi quantità di grano, zucchero, farina e olio per risanare
un debito di 80 milioni di dollari proprio nel momento in cui vi era scarsità
di tali prodotti sul mercato interno.
Oltre a ciò la legge del 1977 ebbe gravi ripercussioni anche su altri
aspetti del sistema economico interno: aumentarono enormemente le transazioni
interne condotte (illegalmente) direttamente in valuta estera, aumentò
il mercato nero valutario e di conseguenza incominciò un lento ma
inesorabile processo di destabilizzazione del dinaro come mezzo unitario
di pagamento a livello federale.
PROVVISORIE CONCLUSIONI.
1.
La Jugoslavia socialista appartiene da tempo al passato e la sua interessantissima
esperienza pure. Il fatto è che tale esperienza, come molte altre,
è stata semplicemente dimenticata, accantonata forse nemmeno mai
opportunamente affrontata, analizzata, rivisitata, dibattuta alla luce dell'ultimo
ciclo di guerre cominciato nel 1991.
Processi sociali estremamente significativi e colmi di conseguenze si sono
fusi tra loro e sono stati alla base della storia di un paese, la Jugoslavia,
dal 1941 al 1991. Questi sono: lotta armata partigiana, liberazione nazionale,
rivoluzione, socialismo (come transizione verso la società comunista).
In questo paese, come del resto in molti altri, tali processi sono stati
elaborati, vissuti ed intrapresi con incredibili sacrifici producendo sia
avanzamenti sociali e culturali indiscutibili sia errori fatali.
Non è superfluo porre l'accento sul fatto che mentre gli avanzamenti
sociali e culturali si sono posti in continuità diretta con l'ideologia
comunista (internazionalismo, fratellanza tra i lavoratori, giustizia sociale)
così come questa emerse dal Manifesto di Marx ed Engels nel 1848,
alcuni altri fenomeni, tra cui il burocratismo ed il regionalismo, se ne
sono sicuramente discostati e sono stati la conseguenza diretta sia di errori
commessi in buona fede sia di opportunismi e conservazione/riproduzione
di potere personale ed interessi particolari. Non dimentichiamo inoltre
le consistenti e continuate pressioni esterne volte a destabilizzare la
Jugoslavia, come sappiamo sin dalle sue origini nel 1918. Tutto ciò
ha portato al ciclo di guerre civili di tipo etnico-regionalista iniziato
nel 1991, facendo piazza pulita di ogni residuo della rivoluzione e di ogni
possibile sforzo volto a realizzarla pienamente.
Tutto il bagaglio di sperimentazioni, specificità, esperienze, lotte
(anche interne), repressioni, storture, errori, successi, insomma il meglio
ed il peggio delle rivoluzioni del secolo scorso (nel caso che abbiamo parzialmente
esaminato, della Jugoslavia) è stato preso di peso e buttato nelle
discariche della storia. Anzi questa è la fine che ha fatto "il
meglio", perchè "il peggio" ci viene costantemente
vomitato addosso sotto forma di luoghi comuni. Non intendo negare l'esistenza
di un "peggio", ma piuttosto considerare i primi tentativi di
realizzazione del socialismo attraverso un bilancio complessivo.
Questo bilancio non deve servire a riabilitare o giustificare o addolcire
nostalgicamente il passato e nemmeno a rilanciare insensati battibecchi
su chi aveva ragione: cinesi pittosto che sovietici, jugoslavi piuttosto
che cubani, ecc. Infatti nessuna delle rivoluzioni del secolo scorso ha
raggiunto il suo obiettivo, nessuna di esse è riuscita a costruire
un socialismo in grado di traghettare la società al comunismo, mentre
qui in occidente, come giustamente ricorda Delfino, nessun partito comunista
dopo il 1945 ha seriamente e conseguentemente imboccato la strada rivoluzionaria
(con ciò contribuendo in maniera significativa, se non determinante,
al naufragio globale).
Il socialismo cubano sta resistendo come può ma ha poche speranze
se in Colombia e in altri paesi centro e sud-americani non si innescano
altrettante insurrezioni in grado di produrre uno sganciamento continentale
dall'egemonia statunitense; La Cina è in pieno e dichiarato "Socialismo
di Mercato" e non credo che questo sia l'anticamera del comunismo;
in Nord-Corea stanno molto male; mentre sul sito web della Cia il Vietnam
è considerato (e di fatto è) un governo che offre interessanti
opportunità di investimento per il capitale straniero.
Il bilancio appare già, ad una prima superficiale occhiata, negativo.
Tuttavia, come suggerisce Catone nel suo intervento, il bilancio complessivo
sul socialismo del secolo scorso potrebbe davvero tornare utile per elaborare
un'organica alternativa socialista a quello in corso. E questo è
davvero urgente.
Ciò che più ci dovrebbe spaventare, infatti, non sono i missili
e i bombardieri o la Cia e i servizi segreti o le logge massoniche, bensì
la totale assenza nella stragrande maggioranza dei movimenti e delle organizzazioni
che definisco genericamente "contro", di un qualsiasi progetto
di società alternativo ossia altro dal capitalismo (o dal capitalismo
riformato). Ci si ritrova di volta in volta contro il transgenico, contro
l'inquinamento, contro la guerra, contro il Wto e l'Fmi, la povertà,
Berlusconi, ecc. ma non si ragiona con determinazione e continuità
alla via di uscita, sulla necessità/opportunità di porre fine
a questo scempio umano e ambientale che è il capitalismo.
Quest'ultimo, insieme al just in time e all'automazione spinta, mantiene
e ripropone forme di sfruttamento del lavoro tardo-settecentesche e ottocentesche
(schiavismo compreso) nonchè guerre imperialiste che ricordano i
tempi in cui gli inglesi prendevano a cannonate i porti cinesi per obbligare
quel popolo a comprare l'oppio e a strafarsi.
Ciò che più ci dovrebbe spaventare è quindi l'assenza
o la scomparsa o la tendenza alla scomparsa dell'idea stessa di rivoluzione.
Parlare di lotta di classe, rivoluzione, socialismo e considerarli passaggi
necessari per il superamento del capitalismo sembra oggi nel nostro paese
(ma in generale all'interno del movimento internazionale così detto
no global) cosa di cui vergognarsi; pare qualcosa che puzza di stantio,
di velleitario, di illusorio.
Già, perché rivoluzione e socialismo non sono un pranzo di
gala e poi impongono di affrontare il problema della presa del potere. Scherziamo?
Il potere? Come dice il comandante Marcos, icona sacra ed intoccabile del
movimento no-global: "...Noi non vogliamo il potere!...".
A quanto pare, il potere di decidere sul nostro presente e sul nostro futuro
è meglio lasciarlo ai consigli di amministrazione delle grandi banche
e delle grandi multinazionali ed ai loro lacchè nei parlamenti nazionali
e nelle forze armate. Ciò che possiamo fare, al massimo, è
prenderci delle mazzate dalla celere o farci sparare da un carabiniere per
domandare ai padroni della terra di essere meno cattivi o, nel migliore
dei casi, per fargli sapere che ci hanno rotto le palle.
Come ricorda Catone nel suo intervento, per la posizione subalterna che
il proletariato occupa nella società, la trasformazione dei rapporti
sociali non può intervenire in misura significativa prima
della conquista del potere politico.
Sono convinto che sia davvero necessario e fondamentale organizzarsi: per
opporsi e contestare le scelte di politica economica piuttosto che estera
dei propri governi, per mantenere vivo e sviluppare un impegno ed una capacità
militante, per manifestare (più o meno pacificamente non ha grande
importanza e dipende sempre dalle situazioni specifiche) un anti-imperialismo
sempre più all'ordine del giorno e riprendersi strade e piazze. E,
in effetti, ciò che manca non è questo. Quello che manca è
un progetto socialista da proporre e opporre allo sfacelo capitalista, una
progettualità che possa catalizzare le lotte e conferire una percezione
strategica alla fatica della quotidiana militanza. Ciò che ci manca,
in realtà, è un briciolo di fantasia.
Credo che in Italia il ciclo di crisi che già da tempo si è
aperto, si debba ancora abbattere con tutte le sue conseguenze sulla testa
delle classi lavoratrici. Nonostante lo smantellamento dei diritti dei lavoratori
e della contrattualità, nonostante la divisione del lavoro e dei
contratti in centinaia di sotto categorie, nonostante il carovita galoppante
e l'immiserimento costante della società, nonostante lo scontento
(che da solo non è necessariamente rivoluzionario) ci sia e sia destinato
a crescere, nonostante lo stato di guerra permanente, si continua sia nel
movimento sia nel partito a dimostrare l'incapacità (o la non intenzione?)
di elaborare un progetto e quindi una politica socialista.
La socialdemocrazia ed il riformismo sotto forma di movimento con tanto
di scontri di piazza sono purtroppo l'ultima frontiera della schizofrenia
ed idiozia politica che ci ha colpiti dopo il millenovecentottantanove:
"Siamo per la rivoluzione e la nonviolenza" ha recentemente affermato
Fausto Bertinotti.
2.
Il dibattito sul socialismo mi sembra un poco viziato. Una delle ragioni
può essere il fatto che esso è animato prevalentemente da
intellettuali oramai in età, ossia persone che un tempo portavano
fideisticamente una bandiera: quella sovietica, piuttosto che cinese, quella
polpottiana piuttosto che la bandiera della critica assoluta e accanita
a tutti i socialismi realizzati, così come quella della ricerca del
vero-soggetto-rivoluzionario. Ritrovo infatti il riflesso e la rigidità
di queste impostazioni in alcuni interventi apparsi su questa ed altre riviste.
L'intervento di Melchionda è uno di questi: sostiene che gli operai
sovietici erano legati a filo doppio con Stalin e la sua classe dirigente
(argomento peraltro messo in seria discussione dall'intervento di Testasecca)
quindi oggi non può essere la classe operaia il vero soggetto rivoluzionario.
Ecco fare capolino il vizietto di ciò che Marx definiva generalizzazioni
indebite. E' forse possibile tracciare la fisionomia di un soggetto rivoluzionario
mondiale che sia tale in Italia, Burkina Faso, Colombia, Giappone, Stati
Uniti, Russia, Cina, ecc.? La risposta è ovviamente no, e sarebbe
anche una immane perdita di tempo. Ogni realtà ha specificità
di organizzazione e lotta sue proprie.
Appare ovvio che non sono più soltanto gli operai (in senso stretto)
i portatori reali e potenziali di istanze di radicale cambiamento, anche
perchè il capitalismo, nel suo procedere, ha creato ed esteso nuovi
ambiti di sfruttamento del lavoro (non necessariamente operaio) e li ha,
fra l'altro, opportunamente frammentati; del resto è altrettanto
ovvio che una rivoluzione senza operai (in particolare modo nei paesi a
capitalismo avanzato) è pura fantascienza.
3.
Di fronte allo sfacelo generale, questo breve studio sulla Jugoslavia socialista
appare ed è sicuramente insignificante. Rispetto al dibattito sul
socialismo apertosi su questa rivista credo invece possa risultare di qualche
utilità.
Innanzi tutto per ricordarci che l'Unione Sovietica non era un'isola e che
non può considerarsi l'unica esperienza da prendere in esame se l'intenzione
è davvero quella di iniziare uno "studio militante" sulla
questione.
Poi perchè trovo assolutamente vera l'affermazione di Horvat: "...Gli
ostacoli ad una genuina gestione dei lavoratori sono veramente formidabili.
Ma questa non é una ragione per disperare. Al contrario. Se siamo
interessati a un sistema sociale più umano, qual é supposto
essere il socialismo, la gestione dei lavoratori é il più
potente strumento di trasformazione sociale a nostra disposizione. Esso
fornisce un campo di quotidiano apprendimento per lo sviluppo delle relazioni
socialiste di produzione e per una significativa democrazia politica".
L'esperienza jugoslava (come probabilmente altre che non conosco) è
piena di spunti e di stimoli interessanti anche per capire (o vedere confermate)
alcune delle ragioni che hanno determinato la mancata realizzazione della
democrazia popolare.
Dallo studio che qui ho presentato emerge con sufficiente chiarezza che
nelle unità produttive autogestite (ma a maggior ragione in quelle
centralizzate) è risultato drammaticamente significativo lo scollamento
d'interessi tra la categoria dei quadri tecnici e dei manager e la classe
lavoratrice in senso stretto. Non essendosi costruita negli anni tale saldatura
il deragliamento di tutta quell'esperienza risultò in effetti inevitabile.
Vi è poi un altro grosso nodo che ritengo davvero cruciale: se a
fianco delle cosiddette relazioni socialiste di produzione non cresce l'uomo
nuovo, l'autogestione stessa così come le autonomie regionali si
possono trasformare in incubatrici di pericolosissimi interessi e sentimenti
corporativo-particolaristici in grado di segnare definitivamente la fine
di qualsiasi esperienza.
4.
Più in generale ritengo sia davvero importante recuperare interesse
e dare centralità ai temi del lavoro e della organizzazione produttiva
non solo ovviamente nella dimensione della fabbrica ma in ogni luogo ove
il capitale sfrutti il lavoro di donne e uomini. Nei paesi a capitalismo
avanzato e quindi anche nel nostro il ciclo di trasferimento all'estero
della produzione è ancora evidentemente in corso e non vi sono elementi
che lascino presagire un suo esaurimento. La scelta del capitale è
chiara: per certe produzioni o frammenti di esse costa meno l'estrazione
del buon vecchio plusvalore assoluto nelle semicolonie e nelle periferie
piuttosto che l'innovazione/automazione per aumentare la produttività
e succhiare maggiori quote di plusvalore relativo. Vi è anche un
altro fenomeno: la permanenza degli impianti sul territorio nazionale e
l'importazione di maestranze (in particolare dall'est europeo) con forme
contrattuali e salari dei paesi di provenienza.
Di fronte a ciò, alla dissoluzione della coscienza di classe (figuriamoci
dell'internazionalismo) e all'assenza di organizzazione, appare vano discutere
di socialismo e autogestione.
E' però un fatto incontrovertibile che il processo di concentrazione
che ha accompagnato il capitalismo sin dalle sue origini senza mai fermarsi
crea in qualche modo esso stesso un terreno sempre più adeguato alla
ricostituzione di tale coscienza: multinazionali agroalimentari, estrattive,
dei servizi, dell'industria pesante, di qualsiasi settore non possono essere
contrastate nelle loro politiche di sfruttamento se non attraverso scioperi
internazionali (unico esempio reale e vincente che conosco quello UPS) che
mettano insieme i lavoratori di tutta la filiera nei diversi paesi ove questa
si articola.
E' altrettanto incontrovertibile che dopo l'ottantanove, per ovvie ragioni,
l'imperialismo e la fase neoliberista hanno subito un'accelerazione impressionante
e solo i tordi non se ne sono accorti prima d'ora. Questo non significa
solo guerra, significa pure fine della pace sociale, della concertazione,
dell'equilibrio riformista (e fittizio) tra capitale e lavoro. Forse dico
un'ovvietà sostenendo che non è primariamente la soggettività
rivoluzionaria a determinare la possibilità di una rottura con un
sistema sociale e l'apertura di una nuova fase ma sono gli scontri inter-capitalistici
a determinarne le condizioni. Del resto se all'interno di questi scontri
non esiste alcuna soggettività comunista essi sono destinati a ricomporsi
in forme disastrose comunque funzionali al sistema (generalmente guerre
civili di tipo etnico-regionalista). Ecco allora che l'elaborazione/rielaborazione
di un'alternativa socialista e autogestionaria (per ciò che concerne
l'organizzazione dei rapporti sociali nella produzione) risulta essere una
delle cose da fare in tempi non troppo lunghi cioè scrollandosi di
dosso quel fideismo nella corrente di riferimento o quello snobismo derivante
dalla smania di re-inventare in continuazione nuovi metodi e approcci alla
realtà.
Gregorio Piccin,
febbraio 2004