1 Ivo J. Lederer, La Jugoslavia dalla conferenza di pace al trattato di Rapallo, Il Saggiatore, Milano 1966, pag.13.

2 Il 26 aprile 1915 Italia, Francia, Gran Bretagna, Russia firmarono il trattato "segreto" di Londra. All'Italia sarbbero andati il Tirolo meridionale, il Trentino, Trieste, le contee di Gorizia e Gradisca, la penisola istriana fino al Quarnaro comprese le isole di Cherso e Lussino (Fiume era rigorosamente esclusa), il porto di Valona e un protettorato sul resto dell'Albania, l'arcipelago del Dodecanneso, una parte del litorale dell'Anatolia, accrescimenti territoriali in Eritrea, Libia e Somalia, una giusta quota delle indennità di guerra, un prestito di cinquanta milioni di sterline, l'assistenza navale inglese e francese, l'esclusione del Vaticano dalla Conferenza di Pace e la promessa che i punti del trattato non sarebbero stati diffusi presso le potenze non firmatarie (cioè presso il Regno serbo) perché all'italia sarebbe andata anche parte della Dalmazia e di alcune isole dalmate.

3 Ivo J. Lederer, op. cit,, pag.14.

4 Nemmeno la Russia zarista, autorevole "amica" della corona serba, poté o volle opporsi alla stipulazione del trattato.

5 Ivo J. Lederer, op. cit,, pag.82.

6 Badoglio a Sonnino, 3 dicembre 1918, n.90 Riservatissima personale, Arch. gab.3687 (12/09/1918), ASME, Roma.

7 Inutile specificare il genere di risultati. Ciò comunque dimostra come il così detto "stupro etnico" riscoperto dalla stampa di oggi con grande scalpore non abbia certo come ultimo riferimento storico il medioevo.

8 Eric J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi, Einaudi, Torino, 1991, pag.154.

9 Non di minore importanza, tuttavia, é l'ampliamento dei mercati mondiali e delle possibilità di investimento che la formazione di nuovi stati nazionali poteva garantire ai governi vincitori della guerra.

10 Rientra perfettamente in questo quadro, tra l'altro, la convenzione di Washington che venne stipulata nell'ottobre del 1919 e "...che raccomandava, agli stati che avevano partecipato alla Conferenza internazionale del lavoro, una generalizzata adozione della settimana lavorativa di otto ore e della settimana di quarantotto..." (G.Garbarini in AA.VV, Questione di ore -Orario e tempo di lavoro dall'800 ad oggi, BFS, Pisa 1997).

11 Lo stesso ammirato conte, i cui monumenti alla memoria tappezzano l'italia intera, che spedì 18.000 piemontesi a combattere in Crimea. Questi combatterono una sola insignificante battaglia e morirono in 2.000 di colera. E' noto che da quella guerra il Piemonte non ottenne nulla.

12 Eric J.Hobsbawm, Il Trionfo della Borghesia, Laterza, Bari, 1986, pag.89.

13 Non fu trovato nessun accordo poiché le posizioni delle due forze politiche erano nettamente contrastanti: il Comitato auspicava rapporti federali mentre il governo di Pasic', ovviamente, una struttura fortemente centralizzata. In questo senso Corfù non fu altro che il primo di una serie di scontri tra le leadership serba, croata e slovena che avrà un lungo seguito fino all'occupazione nazi-fascista e allo scoppio della seconda guerra mondiale.

14 Moltissimi croati e sloveni combatterono (con particolare ardimento) nelle fila dell'esercito austriaco sul fronte italiano. Questo soprattutto a seguito dello scandalo suscitato dal trattato di Londra che dava forza all'imperialismo italiano ai danni delle popolazioni slave.

15 Secondo il censimento del 31 gennaio 1921 la popolazione risultava così suddivisa:

Serbo-Croati 8.911.509

Sloveni 1.019.997

Tedeschi 505.790

Magiari 467.658

Albanesi 439.657

Rumeni 231.068

Turchi 150.322

Cechi e Slovacchi 115.532

Ruteni 25.615

Russi 20.658

Polacchi 14.764

Italiani 12.553

Altri 69.878

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Totale 11.984.911

16 I massacri perpetrati dalle truppe italiane e tedesche durante l'occupazione in Slovenia sono largamente quantificati e descritti attraverso un'ampia documentazione nei lavori di Giuseppe Piemontese, "ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana" (Lubiana 1946), e di Giacomo Scotti, "Bono Taliano". Entrambi i volumi sono disponibili presso l'Istituto Gramsci di Bologna).

17 Stephen Clissold (a cura di), AA.VV, Storia Della Jugoslavia, Einaudi, Torino 1969, pag. 235-236; titolo originale A Short History of Yugoslavia, Cambridge University Press 1966.

18 Oltre al fatto che i cetnici non opposero mai una concreta risposta militare all'occupazione tedesca in Serbia (ritenendo che ciò fosse inutile), concentrarono le loro forze in Bosnia e Montenegro dove organizzarono spesso azioni di "disturbo" contro i partigiani, per arrivare già nel 1942 alla totale collaborazione con le truppe dell'asse in funzione apertamente anti-partigiana.

19 Frederick W. Deakin, nel suo La montagna più alta (Einaudi, Torino 1972) riporta alcuni telegrammi inviati al comando inglese del Cairo dall'agente britannico Hudson già dal '42 impegnato a seguire i movimenti delle truppe di cetnici in Bosnia e Montenegro: "...A Mihailovic' bisognerebbe dire una volta per tutte che gli inglesi preferiscono i comunisti ai traditori. La BBC deve smettere di incoraggiare chi collabora con le forze dell'Asse. I sabotaggi e le azioni contro il nemico rimarranno in numero irrisorio finché (nel Montenegro, in Erzegovina e in Dalmazia i capi dei cetnici) continueranno a gridare -viva il Duce!- con la benedizione di Mihailovic'..."

20 (riportato in) G. Scotti, Tito l'uomo che disse no a Stalin, Gremese editore, Roma, 1973, pag. 76-77.

21 La guerra di liberazione dal nazi-fascismo e la guerra civile contro il nazionalismo ed il collaborazionismo degli Ustascia croati e dei Cetnici monarchici serbi testimonia inconfutabilmente una scelta popolare della maggioranza di tutte le componenti jugoslave sia contro i vari progetti di nazionalismo etnico presenti allora (come oggi) sul territorio jugoslavo sia per un nuovo assetto sociale.

22 Fonti: Est/Ovest n.2, 1978 e n.3, 1984.

23 Durante tutto il periodo degli anni settanta, negli Stati Uniti, si assiste ad una crisi del settore dell'acciaio dovuto alla concorrenza giapponese. Gli investimenti in Jugoslavia delle due multinazionali, entrambe legate alla produzione dell'acciaio, rientrano nella strategia ancor oggi praticata di dismettere impianti e licenziare operai in "madrepatria", per trasferire pezzi del ciclo produttivo all'estero dove i costi di produzione risultano essere minori. Per approfondire la questione si veda: Bruno Cartosio, L'autunno degli Stati Uniti , ed. Shake, Milano 1998, pag.69-78.

24 "...I contratti sugli investimenti comuni non si possono stipulare per svolgere attività nei settori delle assicurazioni, del commercio e delle attività sociali.
Le disposizioni di cui al capoverso 1 del presente articolo non si riferiscono alla ricerca scientifica..."

25 "...Il valore totale dei mezzi che le persone straniere, in base al contratto di investimento, investono nell'organizzazione di lavoro associato locale, non può essere maggiore del valore totale dei mezzi che investono le organizzazioni di lavoro locali, né uguale al valore totale di tali mezzi..."

26 "...Nel caso che nell'organizzazione di lavoro associato locale, per realizzare uguali e comuni attività, vengano investiti mezzi sia da persone straniere che da altra organizzazione di lavoro associato locale, pure tale seconda organizzazione dovrà essere rappresentata nell'organo comune amministrativo.
Le persone straniere, nell'ambito dell'organo comune di amministrazione, non possono avere un numero maggiore di rappresentanti in rapporto a quelli delle organizzazioni di lavoro associato..."

27 Edvard Kardelj, La critica sociale in Jugoslavia, apparso su Critica Marxista n.5-6, settembre-dicembre 1965, pag. 181.

28 Ad esempio dirigenti d'azienda, amministratori, grandi commercianti, alti quadri sindacali e di partito...

29 Fonti: Est/Ovest n.4, 1983; Critica Marxista n.4, 1970; G. Scotti, Tito, l'uomo che disse no a Stalin,cit.; AA. VV., Il Sistema jugoslavo, De Donato, Bari 1980.

30 Costituzione della RSFJ, Principi fondamentali, I, edizioni Edit, Rijeka 1974, p.60.

31 Riportato in G.Scotti, Tito - l'uomo che disse no a Stalin , cit., p.155 (corsivo mio). Verranno utilizzate, in questo lavoro, numerose citazioni da discorsi ufficiali. Tuttavia, come si può notare, sono state impiegate soltanto quelle parti di discorso esprimenti posizioni critiche ed auto-critiche.

32 Viene pensata per aumentare il controllo operaio sul processo di produzione e sul reddito. All'interno delle OBLA il lavoratore risulta essere il produttore di reddito, sul quale dovrebbe poter controllare formazione, divisione ed uso. Ogni OBLA, infine possiede uno statuto, i propri conti bancari ed i propri organi di autogestione. Questa riforma del sistema produttivo viene introdotta a partire dal 1971, attraverso emendamenti costituzionali; prosegue nella Costituzione del 1974 per essere completata con la Legge sul Lavoro Associato del 1976.

33 Discorso pronunciato il 30 novembre 1969, Sarajevo, Accademia delle Scienze e Arti della Rep. di Bosnia ed Erzegovina. Riportato in G.Scotti, Tito - l'uomo che disse no a Stalin , cit., p.150-153 (corsivo mio).

34 Branko Horvat, La gestione dei lavoratori , in AA.VV., Il Sistema Jugoslavo -dall'impresa alla società autogestita: esperienze e progetto, De Donato, Bari 1980. Rimando al lavoro di Horvat per approfondimenti più specifici circa lo schema di autogestione delle imprese in Jugoslavia.

35 Tenendo presente che in Jugoslavia, alla fine degli anni '70, si chiude la fase di crescita economico-produttiva che verrà rimpiazzata da una fase di grave recessione e crisi negli anni '80.

36 Josip Zupanov, La struttura organizzativa di lavoro autogestita e il potere sociale, in AA.VV., Il Sistema Jugoslavo, cit.

37 Ivi, pag. 82.
.

38 Ivi, pag. 86.

39 Mihailo V. Popovic', Crisis of the Jugoslav Society and Social Conflicts, in Est-Ovest n.5, 1988.

40 Josip Zupanov, op. cit., pag. 88-89.

41 Dati tratti dal Bollettino dell'Ufficio Repubblicano per la Statistica della Serbia.

42 Milica Uvalic', Il Problema del Mercato Unitario Jugoslavo, Est-Ovest n.4, 1983.

43 Ivi.

44 In Bosnia Erzegovina il prezzo dell'energia elettrica era di 237,50 para per KW/h (100 para = 1 dinaro), in Montenegro 231,25, in Kosovo 211,25, in Croazia 293,75, in Macedonia 226,25, in Slovenia 225, in Serbia 201,25 ed in Voivodina 271,25. Dati tratti da Ekonomska Politika, 22.08.1983, pag. 16-17.

45 Milica Uvalic', op. cit., pag 28.