| |
|
INTRODUZIONE
Il nuovo Grande Fratello
Nel 1948 quando George Orwell scrisse "1984" era molto evidente
dove ricercare il Grande Fratello. Se la maggioranza vedeva in un governo
forte la soluzione dei problemi del dopoguerra in Europa, Orwell descrive
l'altro lato della medaglia. Il Grande Fratello non è semplicemente
un altro nome per il regime sovietico; il Grande Fratello rappresenta l'onnipotenza
e l'onnipresenza dello stato che non lascia spazio alle scelte personali
e alle libertà individuali. Il Grande Fratello si prende cura, protegge
e conduce "il piccolo uomo", o quantomeno promette di farlo; ma
lo lascia anche frustrato e impotente di fronte a una burocrazia senza volto.
Da allora la situazione è cambiata. Con il trionfo del neoliberismo
lo stato si è drammaticamente indebolito. La burocrazia è
stata ridimensionata o privata di molto potere. Ma "il piccolo uomo"
non si sente né più libero né più sicuro, e
permangono frustrazione e paura.
Mentre il sistema statale si è indebolito, le compagnie multinazionali
e le istituzioni finanziarie internazionali si sono rafforzate. Il capitale
di alcuni gruppi è maggiore di quello di molti stati. Grandi compagnie
ora decidono il futuro, a volte mostrando preoccupazione, sono completamente
incontrollabili. Lo stato non tenta più di dirigere i grossi affari
così le multinazionali possono esercitare un enorme controllo sulla
vita delle persone e degli stessi stati.
La pianificazione pubblica è rimpiazzata da quella privata. Le istituzioni
mondiali costituite dopo la guerra per regolare l'economia internazionale
hanno cambiato radicalmente la loro natura. Il Fondo monetario internazionale
(FMI), la Banca mondiale (BM), il Trattato generale per traffici e commerci
(GATT - più tardi trasformato in Organizzazione mondiale del commercio
- OMC) erano nati per garantire un certo grado di controllo pubblico sul
mercato internazionale. Il neoliberismo li ha trasformati in strumenti della
liberalizzazione. Non solo questo: loro stilano la loro agenda e la impongono
a popoli e stati.
"I governi nazionali hanno ceduto buona parte dei loro poteri alla
'nuova trinità istituzionale' - FMI, BM e GATT-OMC)", scrivono
gli analisti statunitensi Jeremy Brecher e Tim Castello. "Queste agenzie
sempre più giocano il ruolo che dovrebbe esser proprio delle singole
nazioni, e aumentano in continuazione la reciproca collaborazione su un
insieme limitato di obiettivi comuni, comportandosi con crescente naturalezza
come con "un'agenda corporativa". [1]
Queste istituzioni operano allo stesso modo del Politburo sovietico sotto
Breznev. Gli esperti di FMI e BM decidono cosa fare con l'industria carbonifera
russa, come riorganizzare le compagnie in Corea o come gestire la finanza
messicana. Maggiore è la scala del problema più semplicistiche
e primitive sono le soluzioni proposte. Come la burocrazia sovietica in
precedenza, i funzionari dell'FMI hanno un unico rimedio per qualunque malattia,
applicato ad ogni latitudine, dall'Africa tropicale alla tundra siberiana.
Sono essi stessi ostaggio della loro ideologia (come sempre unica universale
e infallibile) e dell'inerzia delle loro gigantesche strutture burocratiche.
In qualunque parte del mondo devono sopraffare la "resistenza del materiale".
Al di là della retorica del "libero mercato", in realtà
il mondo non ha mai sperimentato un livello di centralismo simile. Perfino
i governi occidentali devono fare i conti con questa autorità parallela.
Brecher e Castello correttamente puntano il dito sul fatto che questo modello
è per natura non democratico. "Come gli stati assoluti del passato,
questo nuovo sistema di governo globale non è basato sul consenso
dei governati. Non esistono meccanismi istituzionali che rendano conto di
danni provocati dalle decisioni prese. Senza dubbio questo blocca il dispiegarsi
delle responsabilità del governo moderno verso la gente. Non dovrebbe
stupire che, come le monarchie del passato, questo sistema emergente di
potere non democratico stia facendo crescere le rivolte." [2]
Il vecchio Grande fratello è morto, viva il nuovo Grande fratello.
Ora il Grande fratello è globale o transnazionale, ma ancor più
senza volto e ancor meno responsabilizzabile di prima. Non c'è da
sorprendersi se dopo aver fatto esperienza di cosa la globalizzazione ha
in programma, così tanta gente, in tutte le parti del mondo, stia
diventando nostalgica del Grande fratello.
Esiste una concentrazione di ricchezze e risorse senza precedenti. Mai imperatore
o dittatore del passato ha concentrato tanto potere quanto quello che gestiscono
dirigenti dell'FMI o dei grandi gruppi quali Microsoft e IBM. Ma inevitabilmente
questa iper-centralizzazione crea spettacolari problemi. Il punto non è
che il modello neoliberale del capitalismo condanni la maggior parte della
popolazione mondiale alla povertà, né che i paesi della periferia
degenerino verso la barbarie. Queste questioni "morali" non infastidiscono
le persone serie. Per il sistema, il problema è che il prezzo degli
errori sta diventando incredibilmente alto. L'immensità delle risorse
a disposizione dell'FMI rende possibile "stabilizzare" la situazione
dopo ogni collasso. Possono andare avanti troppo a lungo con politiche basate
su decisioni che sono provatamente errate.
I critici socialisti del libero mercato hanno sempre insistito sul fatto
che questo sistema genera un immenso spreco. I critici neoliberisti della
pianificazione centralizzata hanno puntato l'attenzione sull'altrettanto
immenso spreco causato dall'amministrazione ipercentralizzata. Entrambe
le tesi sono fondamentalmente corrette e provate su base empirica. Il capitalismo
globale così come si è imposto negli ultimi anni Novanta è
un sistema rovinoso perché è contemporaneamente dominato dal
mercato e ipercentralizzato.
La crisi mondiale partita nel 1997 in Asia ha rivelato quanto sia enorme
questo spreco. "Certo, la corsa inesorabile del capitale verso la ristrutturazione
- ridimensionamento e controllo della produzione, finanziamento proveniente
dall'esterno, precarietà lavorativa, creazione di nuovi mercati,
creazione di nuovi patti per commercio e investimenti - ha dato una nuova
forma al terreno delle battaglie e della resistenza", scrive David
McNally sulla "Monthly Review", " ma, ben lungi da alterare
le dinamiche e le contraddizioni essenziali del capitale, la crisi asiatica
ha semplicemente rivelato quanto possano essere esplosive queste contraddizioni."[3] Ormai è evidente che il modello
del capitalismo globale è affetto da iperaccumulazione e iperproduzione.
Questo "eccesso" di produzione è accompagnato da diminuzione
dei salari dei lavoratori, fame nei paesi poveri e peggioramento degli standard
sociali in quelli ricchi. Non c'è solo spreco di risorse umane e
materiali, anche di risorse finanziarie. Il presidente della riserva federale
statunitense, Alan Greenspan, ha riferito in un'udienza del Congresso nell'ottobre
1998: "Ci sono miliardi di miliardi di dollari in giro, in ogni sorta
di affari in ogni parte del mondo, e io ho il sospetto che potenziali disastri
si annidino nella maggior parte di essi."[4]
Miliardi di dollari sono stati spesi per salvare un solo fondo di copertura,
la direzione degli investimenti a lungo termine: questa compagnia privata
ha accumulato un debito comparabile a quello di interi paesi come Russia
o Messico. Ma è solo la punta dell'iceberg.
La globalizzazione avanza con la diffusione delle nuove tecnologie, con
il mito dell'"era dell'informazione". Come i burocrati sovietici
dei primi anni Settanta pensavano che le nuove tecnologie avrebbero reso
eternamente efficiente la pianificazione centralizzata, i gruppi transanazionali
e le istituzioni della finanza globale insistono sull'innovazione tecnologica
come panacea universale. Non hanno imparato la lezione del Soviet, che i
problemi del sistema crescono con l'arrivo di nuove tecnologie I teorici
dell'era dell'informazione parlano di decentralizzazione, di rete delle
imprese, e di società di rete. Manuel Castells insiste che "
le transnazionali non solo sono collegate in un sistema, ma si organizzano
sempre più per reti decentrate."[5]
Questa trasformazione, reale ma limitata nella diffusione, può comunque
rafforzare le contraddizioni interne al sistema. Molti economisti descrivono
il paradigma emergente come "concentrazione del controllo unito a decentramento
della produzione".[6] La società
di rete è un'utopia, anche senza capitalismo. Le reti crescono e
si sviluppano, ma non dominano la struttura sociale. Al contrario le strutture
e gli interessi dominanti tentano di utilizzare le reti per i loro particolari
propositi. Questo genera nuove contraddizioni, molto simili a quelle che
ha affrontato il Soviet alla metà degli anni Sessanta, quando da
un lato ha cercato di decentralizzare gli organismi decisionali ma contemporaneamente
rivendicava il ruolo dominante del partito.
Le reti non presuppongono un vuoto di gerarchia o autorità (altrimenti
le rete stesse finirebbero per smembrarsi) - hanno bisogno di un nuovo tipo
di autorità. Inoltre generano nuovi interessi. Il capitalismo ha
fatto nascere molte reti, ma la logica dello sviluppo della rete è
diversa da quella dell'accumulazione del capitale.
Lo stesso capitale globale non è organizzato per reti. Utilizza le
reti ma è contemporaneamente centralizzato e istituzionalizzato.
Manuel Castells cerca di convincerci che ci sono capitalisti a presidiare
ogni scambio economico e azione umana, ma che non esiste una classe capitalista.
"Dal punto di vista sociologico ed economico, non esiste una vera classe
capitalista globale. Esiste una rete integrata del capitale globale, i cui
movimenti e variazioni determinano in definitiva le logiche economiche e
le poltiche sociali. Così, oltre la differenza tra capitalisti in
carne e ossa e gruppi capitalisti esiste anche un capitalista collettivo
senza volto, costituito dai flussi finanziari circolanti su reti elettroniche".
[7]
La descrizione della rete capitalista senza volto non somiglia sorprendentemente
alla burocrazia senza volto del Grande Fratello? Ma, nel mondo contemporaneo,
chi prende le decisioni? E come mai le decisioni prese sono così
evidentemente influenzate da idee e interessi privati? Dopotutto l'élite
è senza volto, non è astratta o "virtuale". È
insita nelle istituzioni e nelle strutture reali dove si consolidano gli
interessi e vengono prese le decisioni.
La cupola economica internazionale è rappresentata politicamente
dall'FMI e dalla BM, così come da potenti oligarchi quali George
Soros o Bill Gates, dai dirigenti/presidenti dei grandi gruppi transnazionali.
Tutti costoro sono culturalmente e ideologicamente estremamente integrati.
La forza dell'egemonia neoliberista e la relativa debolezza delle altre
ideologie borghesi (incluse quelle del patto sociale e della via nazionale)
è il risultato di questo consolidamento della classe capitalista
globale, senza precedenti negli stadi conosciuti del capitalismo. In ogni
caso, proprio a causa di questo consolidamento a livello internazionale,
questa nuova classe dirigente globale è marginale rispetto a quasi
qualunque società con cui si trovi a operare. Questo è stato
molto evidente in Russia o in America latina durante gli anni Novanta, ma,
fino a un certo grado, anche in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. In Gran
Bretagna è stata la globalità cosmopolita a sradicare la vecchia
tradizione borghese. Negli Usa nel 1998 i Repubblicani ortodossi si sono
opposti al presidente Clinton che chiedeva di dare più soldi al FMI.
Alla fine ha vinto Clinton, ma l'opposizione più visibile è
stata certamente quella della destra tradizionalista e bigotta, non quella
della sinistra.
Questa marginalità della classe dirigente nel sistema globale le
impone investimenti crescenti per legittimarsi. Un'identità nazionale
comune o radici comuni sono essenziali per qualunque classe sociale storica
al fine di dominare le classi subalterne. Se l'élite è globalizzata,
ma la società resta locale e nazionale, l'élite trova sempre
più problematico imporre la propria agenda alle popolazioni nazionali.
La resistenza alla globalizzazione cresce in Messico e Francia, in Russia
e in Corea del sud. In questa situazione gli stati sono ancora necessari
per le élites, ma solo come arma di coercizione.
Lo stato ha sempre esercitato la coercizione da quando è apparso
la prima volta nella storia, ma l'ha sempre potuta giustificare e legittimare
dietro "l'interesse nazionale". Ora questo non è più
possibile: la coercizione dello stato è usata come metodo per reprimere
gli interessi nazionali. Il livello di coercizione varia in rapporto al
livello di resistenza, ma il problema esiste ovunque.
In queste circostanze non deve stupire che la sinistra che davvero si vuole
opporre all'agenda neoliberista divenga patriottica. Anche per difendere
le società nazionali contro le élites globali e contro gli
stati nazionali, che si sono trasformati in un loro strumento.
Questo crea nuove opportunità, ma anche grandi problemi ideologici
alla sinistra. In Messico come in Francia esiste una solida tradizione di
patriottismo democratico, repubblicano e rivoluzionario. In Russia o in
Germania non esiste questa tradizione o è molto debole. Il nazionalismo
russo non è mai stata una forza rivoluzionaria ed è sempre
stato usato dalle forze reazionarie contro le correnti democratiche e socialiste.
Si cede sempre alla tentazione di prendere ispirazione non solo dal passato
ma anche dalla destra. È esattamente il caso della leadership del
partito comunista della federazione russa, che è andato trasformandosi
in una formazione nazionalista e conservatrice. Questo non significa che
la sinistra debba rigettare il patriottismo in quanto fuori moda o ideologia
borghese. Al contrario il movimento socialista deve formulare una nuova
agenda patriottica basata sull'idea di cittadinanza e diritti umani, e su
una nuova visione di stato democratico e decentralizzato.
La crisi del 1998 è stato il momento di verità del capitalismo
globalizzato. È anche il punto il partenza del nuovo progetto socialista.
Dobbiamo continuare a resistere. Ma dobbiamo anche ragionare nei termini
di cambiamento istituzionale. Dobbiamo presentarci come alternativa democratica
al potere totalitario del Grande Fratello capitalismo globale.
CAP. I.
GLI STATI E LA GLOBALIZZAZIONE
Per i marxisti la questione dello stato è sempre stata a monte
di ogni questione di potere. Marx ed Engels definiscono l'istituzione stato
come un sistema organizzato e legalizzato di coercizione di classe. Lenin
non solo vedeva nella questione del potere l'asse principale di qualunque
rivoluzione, ma addirittura riduceva tutto alla presa di possesso e alle
conseguenti trasformazioni della "macchina stato". In ogni caso
dagli anni Settanta è divenuto chiaro che gli stati non avrebbero
goduto ancora a lungo del monopolio del potere. Michel Foucault ha shockato
l'intelligentsia radicale francese rivelando che il potere è disperso,
e non c'è nessuna ragione di pensare di trovarlo dove si è
abituati a cercarlo. Questo ha avuto ovviamente delle ripercussioni sulle
strategie della sinistra.
Avendo realizzato che lo stato non possedeva la totalità del potere
reale nel capitalismo moderno, la sinistra ha cominciato a perdere la fiducia
nelle possibilità da questo offerte. Ma il fatto che lo stato non
abbia a sua disposizione la totalità del potere non significa che
la questione del potere possa essere definita al di fuori e senza la partecipazione
dello stato. Troppo pochi teorici della sinistra hanno posto proposto di
usare lo stato come testa di ponte nella battaglia per il potere reale,
ma fuori da questo quadro non ha senso parlare di riforme.
Democrazia e mercato
Andrey Ballaev notava sulle pagine della Svobodnaya mysl' che la peggior
debolezza del socialismo è sempre stata il sottovalutare l'importanza
del legame tra politica socioeconomica e riforme politiche. "Sarò
forse un po' crudele: il socialismo persevera nella farsa di considerare
la repubblica democratica moderna come precondizione sufficiente e anche
indispensabile per il proprio progresso", [1]
in realtà la questione è molto più complessa. I nuovi
problemi della società richiedono una trasformazione qualitativa
del sistema-stato.
Visto che il mercato capitalista non può farcela senza istituzioni
non commerciali, lo stato come entità non commerciale gioca un ruolo
chiave, non solo come finanziatore del corpo pubblico ma anche come supervisore
delle interazioni tra sviluppo dell'economia e le varie strutture della
sfera sociale. Come tra i marxisti dell'inizio del secolo, un'aspra polemica
si è scatenata oggi tra coloro che vedevano nell'occidente il trionfo
della democrazia "pura" e coloro che hanno considerato lo stato
in ogni caso come uno strumento di coercizione di classe. In realtà
entrambe le visioni rivelano semplicemente i limiti del marxismo classico.
Non è un caso del resto che Gramsci, nei suoi appunti dal carcere,
dedichi tanto spazio al concetto di "egemonia", divenuto poi così
obsoleto. Senza un certo consenso da parte dei governati, lo stato può
difficilmente riprodurre la sua funzione di classe. Ma questo significa
che il sistema stato, come strumento della classe egemone, non può,
ovviamente, cessare di tenere da conto gli interessi degli altri strati
sociali. Quando le istituzioni di potere danno prova di non svolgere più
questa funzione, il sistema stato entra in crisi.
La natura contraddittoria del ruolo dello stato si riflette nelle altrettanto
contraddittorie politiche della sinistra in rapporto con lo stato. Non è
solo la sinistra ad avere dei problemi in quest'ambito. Il liberismo, che
proclama il principio dello "stato debole", ha bisogno di politiche
coercitive per impiantare le sue idee. Può sembrare strano ad un
primo sguardo che il liberismo, ideologia borghese, possa attaccare lo stato
borghese. Ma questa contraddizione è illusoria: il liberismo attacca
gli elementi non borghesi dello stato borghese. Il liberismo chiede continuamente
di ridurre al minimo il ruolo di quelle istituzioni che non sono direttamente
compromesse con la difesa dell'ordine capitalista. Facendo questo, destabilizza
costantemente quest'ordine.
Le istituzioni dello stato assicurano la continuità storica senza
la quale la legittimità del potere sarebbe estremamente dubbia. Questa
è la ragione per la quale Gran Bretagna e i Paesi scandinavi hanno
mantenuto le monarchie e i il loro sistema politico è diventato il
modello per molte repubbliche. Se il regno e i nobili garantiscono il legame
con il passato pre-capitalista, lo stato del benessere fornisce l'aggancio
con il futuro. La reazione neoliberista è volta a rompere questi
legami. Se la storia è arrivata alla fine, il futuro non accadrà
mai. Certamente si dovranno prendere le dovute precauzioni.
I rappresentanti della sfera sociale - chi lavora nel servizio pubblico,
scienza, educazione, etc. - non amano lo stato, ma la loro situazione peggiora
pesantemente quando le istituzioni si indeboliscono. Gli intellettuali non
possono soffrire i burocrati, ma si rivolgono sempre a loro per avere aiuto.
Senza lo stato l'intelligentsia secolare non potrebbe esistere. Sopravvive
l'intelligentsia clericale, come prova la storia del feudalesimo. Ma l'intellettuale
contemporaneo medio non è preparato per entrare in convento.
La sfera sociale, che gioca un ruolo sempre crescente nella vita degli esseri
umani, non può svilupparsi al di fuori dello stato, ma allo stesso
tempo le strutture dello stato sono inadatte a essa. "Al momento attuale",
nota Ballaev, "questo conflitto sembra alludere a un contesto in cui
la sfera sociale, dopo aver subito costanti sconfitte, sta gradatamente
raccogliendo forze". Questo conflitto si manifesta sempre più
a livelli regionali e interstatali, dove le contraddizioni evidenti in principio
a livello nazionale ricompaiono sotto nuove forme. Presto o tardi un simile
sviluppo porterà alla catastrofe o "alla trasformazione del
sistema economico e della natura politica dello stato". [2]
La contraddizione tra il bisogno teorico di rinnovamento dello stato e il
fallimento pratico dello stato nella sua forma attuale sfocia nell'impotenza
delle strategie politiche della sinistra, nelle confuse dichiarazioni di
ideologi e nello sconcerto degli attivisti. L'argomento teorico frequentemente
invocato per giustificare l'immobilismo è che lo stato nazionale,
elemento centrale delle strategie della sinistra (marxista o social democratica),
sta perdendo il suo significato. L'indebolirsi del ruolo dello stato nazione
nel contesto del mercato globale è un fatto incontestabile. Ciò
non toglie che, al di là della debolezza, lo stato continui a essere
un fattore chiave per lo sviluppo politico ed economico. Del resto non è
un caso che le grandi transnazionali utilizzino gli stati nazione come strumento
delle loro politiche.
È evidente che la sinistra abbia bisogno di una propria strategia
economica internazionale, e di lavorare coordinandosi a scala regionale,
ma strumento e punto di partenza di questa nuova cooperazione può
essere solo lo stato nazionale. Non c'è bisogno di supporre che il
capitale possa riconciliarsi con le riforme radicali nella sfera della proprietà.
In un paese dove sono presenti risorse uniche (e sono molti compresa Russia,
Messico e Sud Africa), e dove gli interessi degli affari regionali sono
concentrati, anche le corporazioni transnazionali preferirebbero fare concessioni
ai settori statali piuttosto che mettere a rischio la possibilità
di partecipare a questi mercati.
In generale c'è da notare che tra gli ideologi della sinistra un
sano scetticismo verso le reali possibilità dello stato è
stato subito rimpiazzato da teorie completamente assurde dell'ordine di
un "socialismo senza stato". Negli anni Cinquanta, quando i socialisti
posero la questione della nazionalizzazione, gli ideologi liberali sottolineavano
che non era importante la proprietà in se stessa quanto i meccanismi
del controllo. In ogni modo negli anni Ottanta sono cominciate massicce
privatizzazioni, dirette alla distruzione del settore statale su scala mondiale.
Nel frattempo, una porzione significativa della sinistra non ha solo fallito
nella resistenza alle privatizzazioni, ma si è in pratica riconciliata
con le sue conseguenze.
La logica della globalizzazione
La maggioranza degli ideologi di sinistra ha cominciato a riconciliarsi
con l'immagine dello stato come una macchina burocratica demoralizzatrice
strutturalmente incapace di gestione, che semplicemente scuce i soldi ai
contribuenti. Bisogna ammettere che questa immagine è ancora ampiamente
accreditata. Ma nella maggioranza degli stati non è stata la sinistra
a creare la burocrazia statale, anche se la sinistra figura, nella coscienza
di milioni di persone, come suo servo e difensore. Allo stesso tempo la
destra è effettivamente esplosa coniugando nel suo proprio interesse
la stanchezza dei cittadini nei confronti dello stato e la loro richiesta
non neutrale che lo stato li difenda dalle minacce straniere. Queste minacce
molto spesso si riducono ad essere non orde di guerrieri stranieri, ma montagne
di beni di consumo stranieri, colonie di emigranti malridotti e la mafia
che sta rapidamente ingrassando - in poche parole le naturali conseguenze
delle politiche economiche della destra.
Il problema dello stato diventa insolubile per la sinistra dal momento in
cui non accetta l'idea di una radicale trasformazione delle strutture di
potere. Le strutture statali stabilizzate cominciano a essere considerate
immutabili. Possono solo essere accettate o scartate. A livello simbolico,
la sinistra sta facendo entrambe le cose. La pratica politica, che inevitabilmente
dà luogo a cambiamenti costanti nelle strutture e istituzioni dello
stato, è diventata monopolio della destra.
La democratizzazione del potere e la partecipazione della masse alla formazione
delle decisioni non possono di per sé garantire che le riforme sociali
avranno successo. Ma se la sinistra, una volta raggiunto il potere, non
comincia a lavorare da subito alla democratizzazione delle istituzioni dello
stato, ciò non può che finire con la degenerazione del governo
di sinistra.
Comunque, negli anni Novanta la reale possibilità di serie riforme
strutturali a livello dello stato nazionale è stata messa in dubbio.
La globalizzazione è diventata un'idea chiave del neoliberismo, in
una situazione di crollo di tutte le altre ideologie. Le tesi sull'importanza
dello stato, che hanno cominciato a circolare nella sinistra, si sono fondate
su tre principi. Il governo è stato visto come poco potente di fronte
alle corporazioni transnazionali (come la Microsoft, la Ford o la russa
Gazprom); nei confronti dell istituzioni finanziarie internazionali come
Bm e FMI; e per finire nei confronti di quelle formazioni interstatali come
il Trattato nord americano per il libero commercio (NAFTA), che lega Usa
Canada e Messico, o gli organismi creati sulla base del trattato europeo
di Maastricht.
La globalizzazione non è in realtà nulla di così nuovo
nella storia della società borghese. Il capitalismo è nato
e cresciuto pienamente come sistema a scala mondiale. È solo verso
la fine del XVIII secolo che il capitalismo nazionale, radicato nelle strutture
sociali di alcuni paesi occidentali, ha cominciato a svilupparsi. Questo
capitalismo nazionale, come le stesse nazioni moderne, non era una precondizione
per, ma il prodotto di una fase di sviluppo del capitalismo come sistema
mondiale. Alla fine del Ventesimo secolo il capitalismo sta ricominciando
a diventare globale. Questo non mette fine alle società nazionali
o agli stati, benché questi, come agli esordi del capitalismo, siano
in una crisi profonda. Come nota Wallerstein: "Gli stati moderni non
sono schegge primordiali apparse sulla strada della storia. Sarebbe più
utile leggerle come un assetto delle istituzioni sociali all'interno dell'economia
globale capitalista: potrebbero trasformarsi nel dettaglio con cui e di
cui analizzare le strutture le congiunture, e gli eventi."[3]
Mentre alcuni economisti e sociologi del tardo ventesimo secolo enfatizzano
i cambiamenti causati dalla globalizzazione, altri autori sottolineano che
il processo in discussione è lungi dall'essere nuovo. James Petras
sostiene che: "economie, nord e sud, si sono date il cambio tra i mercati
globale, nazionale/regionale per i passati 500 anni. Nel secolo la globalizzazione
è stata intensa fino al 1914; ha fatto seguito un prolungato periodo
di spostamento verso lo sviluppo dei nazionalismi dalla fine degli anni
Venti fino alla metà degli anni Quaranta, seguito da crescenti e
scomposti sforzi dagli anni Cinquanta fino ai Settanta, per tornare verso
la globalizzazione. La disfatta dei regimi nazionalisti e socialisti e la
crescita di competitività del capitalismo asiatico negli anni Ottanta
hanno guidato l'attuale fase della globalizzazione, ancora oggi bersaglio
di crescenti attacchi dall'interno di molti paesi, al nord e al sud. Perciò
la globalizzazione non è la fase ultima del capitalismo ma semplicemente
il prodotto delle tattiche statali in relazione alle istituzioni economiche
internazionali."[4]
Pertas punta inoltre l'attenzione sul fatto che anche i gruppi trasnazionali
hanno dei precursori diretti nelle compagnie mercantili fiorite tra il XVIdeg.
e il XVIIIdeg. secolo. Lo sviluppo del capitalismo è ciclico per
principio, e non c'è ragione di affermare che i cambiamenti avvenuti
nella società sul finire del Ventesimo secolo siano per principio
irreversibili.
Certamente non possiamo nasconderci i segni della differenza qualitativa
tra la fase attuale e i precedenti periodi di internazionalizzazione del
capitalismo. Grazie ai progressi tecnologici e alla vittoria della guerra
fredda, per la prima volta nella sua storia il sistema capitalista mondiale
è diventato effettivamente un sistema mondiale. Le predizioni di
Marx ed Engels nel "Manifesto del partito comunista", che il capitalismo
avrebbe sopraffatto stati e confini nazionali, si sono avverate pienamente
soltanto 150 anni dopo.
In polemica con autori che legano la globalizzazione unicamente alla rivoluzione
tecnologica, Petras sembra incline a considerare che la tecnologia non abbia
effettiva relazione con questo processo. La globalizzazione, dal suo punto
di vista, prende origine dalle relazioni di classe cambiate a vantaggio
del capitale. "Tecnologia e nuovo sistema dell'informazione sono compatibili
tanto col modello nazionalista che con quello neoliberista, come hanno dimostrato
i capitalisti asiatici."[5] La questione,
però, non è il grado di compatibilità tra nuove tecnologie
e vari fenomeni sociali, ma il modo in cui questo influenzi la totalità
dello sviluppo del capitalismo. In questo senso, le interpretazioni di Petras,
malgrado il valore politico sotteso, rappresentano una sorta di soggettivismo
sociologico. Analizzando l'espansione mondiale del capitalismo nel Ventesimo
secolo, Marx ed Engels non hanno mai considerato la tecnologia come neutra.
Al contrario hanno legato direttamente la nuova fase dello sviluppo del
capitalismo alle nuove potenzialità produttive.
È significativo il fatto che i cicli internazionali dello sviluppo
del capitalismo sono sempre stati legati a periodi in cui le tecnologie
che favoriscono commerci e comunicazioni ricevono maggiori impulsi allo
sviluppo rispetto a quelle rivolte alla produzione. Il periodo del capitalismo
mercantile, tra il XVIdeg. e il XIXdeg. secolo, è stata un'epoca
di scoperte geografiche, di sviluppo rapido nella progettazione e costruzione
delle navi (è sufficiente comparare le lente galere del Mediterraneo
con le rapide fregate dell'ultimo periodo), di costruzione di strade, e
via dicendo. La rivoluzione industriale coincide con la nascita dello stato
nazione. L'apparizione del sistema di produzione fordista coincide con la
crescita del ruolo dello stato nel secolo Ventesimo. La produzione è
sempre locale; necessita di un particolare quadro di condizioni dove sia
possibile risolvere i concreti problemi sociali e politici.
Alla fine del secolo, a dispetto della crescita della produttività
del lavoro industriale, il ritmo di sviluppo delle tecnologie della comunicazione
è stato più rapido. È proprio qui che possiamo riconoscere
i risultati più impressionanti della rivoluzione tecnologica. Questa
è una questione che va al di là delle precondizioni oggettive
della globalizzazione. Ma la situazione non è sempre stata questa.
Lo sviluppo del capitalismo non è solo ciclico ma anche irregolare.
Le tecnologie della comunicazione non possono svilupparsi in eterno a ritmi
forzati, per il semplice fatto che la società non ne ha bisogno.
Dalla metà degli anni Novanta la fornitura di innovazione tecnologica
ha già chiaramente ecceduto la domanda. La resistenza dei consumatori
all'introduzione di nuovi processori e sistemi di computer ha già
dato seri problemi alle ditte che operano in questo settore. Il ciclo sta
cominciando a volgere alla fine.
La globalizzazione della fine del Ventesimo secolo è la terza ondata
nella storia del capitalismo, ma è qualitativamente differente dalle
precedenti. L'internazionalizzazione dell'economia tra il Sedicesimo e il
Diciottesimo secolo è stata accompagnata da una crisi profonda dello
stato; alla fine del Ventesimo il rafforzamento dello stato (almeno per
i paesi del "centro") e l'espansione del mercato capitalista hanno
proceduto mano nella mano. Questa è l'essenza del fenomeno noto come
imperialismo. Ai tempi della prima rivoluzione borghese le basi dello stato
feudale sono state minate. Nell'epoca dell'imperialismo invece gli stati
si sono trovati piuttosto adeguati alle richieste di sviluppo del capitale,
essendo diventati perfettamente borghesi. Ciò che osserviamo alla
fine del millennio mostra che una contraddizione è sorta tra la forma
attuale dello stato e gli interessi del capitale. In realtà non è
lo stato in sé ad essere in crisi, ma solo quelle strutture che sono
cresciute all'ombra del capitalismo. Per questo la globalizzazione attuale
è così saldamente intrecciata alle reazioni sociali.
Imbattendosi nel fenomeno della globalizzazione gli analisti di sinistra
hanno cominciato a dividersi in due fazioni. Alcuni hanno letto la globalizzazione
come un processo inevitabile, tecnologicamente preordinato cui non era possibile
resistere, mentre altri lo hanno visto come il prodotto della volontà
politica della borghesia, quasi una cospirazione cui è possibile
opporsi con l'aiuto di una volontà politica contrapposta. Sembra
che la sinistra abbia analizzato la concezione borghese del processo di
globalizzazione non il processo in sé. Il nodo del grosso dibattito
teorico non è stato il reale processo in atto nel mondo economico,
ma solo la sua immagine, il suo sfondo.
In ogno caso ogni tentativo di esaminare il processo nel concreto prendendo
in esame esempi di paesi specifici ha portato a concludere che la tecnologia,
per quanto non neutra non è neppure onnipotente. Il nuovo potenziale
di informazione e produzione acquisito dalle trasnazionali alla fine del
secolo ha davvero creato le precondizioni per la globalizzazione, oltre
a determinare il successo dell'ovest nella guerra fredda. Ma le tecnologie
sono in continuo divenire e aprono nuove possibilità, incluse quelle
che permettono di resistere alla globalizzazione capitalista.
"L'impotenza dello stato"
La tesi dell'impotenza dello stato è una profezia che si autoavvera.
Uno stato che operi strettamente in accordo con le direttive dell'ideologia
neoliberale e del FMI diventerebbe di fatto impotente. Si tratta di un particolare
tipo di impotenza: chiunque tenti di lanciare una sfida all'ordine esistente
scoprirà che lo stato continua a essere sufficientemente forte da
accettare la sfida.
Benché le istituzioni della finanza internazionale abbiano acquisito
un enorme influenza non possono perseguire le loro politiche che attraverso
le agenzie di stato. Allo stesso tempo l'esperienza dei paesi dell'Europa
dell'est ha mostrato che i governi, specialmente dell'ala sinistra, amano
spiegare le loro decisioni come il risultato di "fattori esterni".
Di fatto, le cose stanno in modo un po' diverso. Il leader del sindacato
bulgaro Krascho Petrov constata: "Senza sminuire l'importanza dei programmi
di aggiustamento strutturali come dell'approccio monetaristico tradizionale
delle istituzioni internazionali sull'erosione del benessere sociale e degli
standard di vita della classe lavoratrice, è comunque necessario
prendere nota dei "servizi" resi in questa area dai governi nazionali.
Ignorare e sottovalutare gli standard e i diritti, sottovalutare il ruolo
delle politiche sociali, sono spesso risultati dell'iniziativa nazionale
non dell'influenza esterna. In questo caso i governi riescono a fatica a
mascherarsi dietro presunte richieste delle istituzioni internazionali mai
apertamente messe in discussione."[6]
Allo stesso modo i dirigenti del Partito comunista sudafricano spiegano
ai loro sostenitori oltraggiati dalle politiche finanziarie neoliberiste
del governo: "La vergogna per la limitazione dei finanziamenti non
deve ricadere sul ministro delle finanze o sul governo in generale. Sono
limiti sintomatici di qualunque economia che resti ostaggio delle onnipotenti
forze del settore privato interno e internazionale."[7]
Per la sinistra, l'unica possibilità di conquista del potere è
cambiare le regole del gioco e allo stesso tempo distruggere il complesso
sistema di relazioni tra governi nazionali e istituzioni politiche e finanziarie
internazionali. Per molte di queste istituzioni l'ostilità o la non
disponibilità a collaborare da parte dei governi nazionali sarebbe
una reale catastrofe, specialmente se gli stati non allineati tentassero
di mettere in piedi a loro volta strutture internazionali parallele o di
trasformare quelle esistenti. Proprio perché molte alternative radicali
sono evidenti e facili da cogliere, bandire ogni idea che possano esserci
nuovi approcci a livello nazionale e internazionale è questione di
vita o di morte per l'ideologia neoliberista. Tonellate di carta, incalcolabili
ore di palinsesti televisivi, un enorme sforzo intellettuale è investito
esclusivamente nella soppressione del dibattito sulle alternative.
La forza del FMI e delle altre istituzioni finanziarie internazionali consiste
soprattutto nel fatto che possono coordinare le proprie azioni a livello
internazionale mentre i loro oppositori sono isolati. Di conseguenza la
risposta al ricatto delle politiche finanziarie non dovrebbe essere la rinuncia
alle riforme, ma la ricerca di nuovi alleati nell'arena internazionale,
combinata con una chiara strategia di cambiamento e con l'appoggio dei movimenti
di massa all'interno dei singoli paesi.
Le strutture interstatali possono diventare agenti di regolamentazione:
da questo livello il settore pubblico potrebbe ricevere nuovi impulsi per
il proprio sviluppo. In ogni caso l'integrazione portata avanti nel quadro
della strategia neoliberale non ci avvicinerà mai all'obiettivo.
Le strutture internazionali create all'interno del contesto del progetto
neoliberista non possono essere semplicemente implementate e riformate.
La strada per una nuova forma di integrazione implica una crisi profonda
e, possibilmente, lo smantellamento di queste strutture. Per esempio, il
primo tentativo reale di unione tra Russia e Bielorussia ha provocato una
crisi acuta non solo nell'ibrida Confederazone degli stati indipendenti,
fondata al posto dell'Unione sovietica, ma anche nella stessa Russia dove
è divenuto chiaro che la regione russa stava domandando uno status
analogo a quello della Bielorussia.[8]
Accettare il fatto che l'integrazione sia essenziale non significa, per
una sinistra seria, riconciliarsi né con l'Unione europea e il trattato
di Maasticht né con la Confederazione degli stati indipendenti. Al
contrario è necessario intraprendere una strenua lotta contro il
presente ordine internazionale in nome del principio dell'integrazione democratica.
I processi che stanno accadendo all'interno del contesto dei vecchi stati
nazionali potranno giocare un ruolo decisivo in questa lotta.
Per finire, tutte le istituzioni internazionali rappresentano la continuazione
degli stati nazionali: si basano su di loro quindi sono impotenti senza
di loro. Questo vale per l'Unione europea, per le Nazioni unite, per l'Alleanza
atlantica e anche per FMI e BM che a volte sono percepite come entità
globali indipendenti. Le forze che lì dominano non sono banche private,
ma stati creditori. In questo senso il ruolo globale del FMI testimonia
non della forza del ruolo degli elementi fondamentali del mercato, ma, al
contrario, della forza del ruolo dell'economia globale degli stati del centro,
in relazione a quelli della periferia. Anche le compagnie private trasnazionali
vivono in simbiosi con lo stato; senza il supporto dei governi non possono
mantenere e sviluppare le loro complesse strutture globali. Hanno bisogno
della forza militare dello stato per mantenere le delicate regole del gioco
e per difendere i loro interessi. Mentre lesinano sul sociale, i governi
sono forzati a spendere somme sempre più grandi in spedizioni punitive
internazionali.
La debolezza del capitalismo globalizzato
La globalizzazione rende le compagnie non solo più grandi, ma anche
più complesse e spesso molto più vulnerabili. Questa è
la ragione della richiesta di standardizzazione delle leggi, di uniformazione
delle norme sociali e di apertura dei mercati. È falso che il capitale
transnazionale non abbia bisogno dello stato: senza la complicità
degli stati il capitale transnazionale non potrebbe aprire i suoi indispensabili
mercati e chiudere le sue frontiere; né potrebbe manipolare il prezzo
della forza lavoro e della materie prime. Il capitalismo è impossibile
senza le leggi e le leggi non esistono al di fuori dello stato. Anche le
famose "leggi internazionali" non hanno un'esistenza indipendente:
sono imposte dagli sforzi di determinati stati, che a seconda delle proprie
capacità e interessi , accettano serenamente alcuni strappi e ne
puniscono pesantemente altri.
L'importo degli investimenti statali nella vita economica, sociale e culturale
nel corso degli anni Ottanta e Novanta non è diminuito ma anzi aumentato:
la liberalizzazione è in fondo una forma di interventismo, anche
se di tipo perverso, destinato alla distruzione del settore pubblico, all'abbassamento
del tenore di vita e alla rimozione delle barriere doganali. La pratica
ha dimostrato che mantenere il mercato aperto non richiede minore impegno
da parte dei governi che proteggerlo. Siamo nel pieno di un processo
di ristrutturazione dell'apparato governativo e delle priorità, come
si evince da un articolo della "Nezavisimaya gazeta". "Anche
se può apparire paradossale, in condizioni di economia di mercato
il globalismo amministrativo del governo russo a volte supera la gigantomania
che ha afflitto le strutture economiche dell'Unione sovietica. Bisognerà
ricordare che i costi esorbitanti degli errori fatti dalla gerarchia dirigente
sovietica sono stati una delle ragioni principali della crisi dell'economia
nazionale."
Le politiche neoliberiste non hanno risolto questo problema. Anzi, privatizzazioni
e liberalizzazioni hanno messo ancor più potere nelle mani delle
burocrazie centralizzate. I "giovani riformatori" Anatoly Chubais
e Boris Nemtsov, con l'appoggio degli esperti dell'FMI, hanno arbitrariamente
sprecato miliardi di dollari e riorganizzato le strutture governative come
se stessero giocando con le costruzioni, senza assumersi la minima responsabilità
per le conseguenze delle loro decisioni. La "Nezavisimaya gazeta"
continua: "In Russia il costo di un errore da parte dei riformatori
ha raggiunto livelli incredibili, fin da quando le decisioni di Chubais
e Nemtsow hanno messo in gioco miliardi di dollari. Diversamente che nella
situazione dell'economia centralizzata sovietica, i riformatori si sono
permessi di agire senza nessun controllo esterno."
Immensi poteri hanno cominciato a concentrarsi nelle mani di uno sparuto
gruppo di persone che controlla i flussi finanziari all'interno dello stato.
"In Russia ormai la formazione di un monopolio delle decisioni che
riguardano la vita di decine di milioni di persone, è quasi completato."[9]
Praticamente in nessun paese il neoliberismo ha prodotto riduzioni notevoli
nelle dimensioni dell'apparato governativo. Il caso della Russia, dove la
riduzione del settore pubblico a un decimo delle sue dimensioni ha indotto
un incremento nell'apparato statale di circa tre volte è certamente
un caso estremo. Ma non è unico. In giro per il mondo, alcuni sistemi
governativi si sono ridotti altri sono cresciuti. I tagli alle spese sociali
sono sempre stati accompagnati dall'aumento delle spese per l'apparato repressivo;
la privatizzazione dei settori pubblici fa crescere in maniera drammatica
il peso delle tassazioni di servizio, e così via. In una prospettiva
a lungo termine, un budget bilanciato è un risultato irraggiungibile,
mentre la crisi finanziaria dello stato non può per principio risolversi
all'interno del contesto di questo modello.
I liberisti sono stati in grado di riscrivere le priorità dello stato,
che perciò possono essere riviste anche dietro la pressione dei lavoratori.
Perché questo accada è indispensabile una volontà politica
disposta a utilizzare il potere come strumento. "L'impotenza dello
stato" è un mito propagandistico. Perché lo stato ritorni
in condizioni di adempiere alla sua funzione di regolatore nell'interesse
delle classi lavoratrici, deve trasformarsi radicalmente e, in certo modo,
globalizzarsi (attraverso associazioni interstatali democraticamente organizzate).
Le organizzazioni della sinistra si trovano a combattere in mutate condizioni:
non hanno più bisogno solo di mutua solidarietà, ma di un
coordinamento effettivo delle proprie azioni, realizzabile nella pratica
attraverso campagne a livello internazionale.
Il pensiero della sinistra sulle compagnie transnazionali è dominato
dalla semplicistica idea di queste come corpi omogenei e monolitici con
strutture esecutive idillicamente disciplinate,una chiara divisione dei
compiti e un efficiente processo di assunzione delle decisioni. Questo richiama
fortemente alla memoria la visione idealizzata dell'economia pianificata
del Soviet - solo ora, le strutture sono globali e private. In realtà,
il destino delle corporazioni transnazionali è lo stesso di tutti
i sistemi ipercentralizzati, incluso il Gosplan sovietico: cominciano con
il differenziarsi gruppi di interessi, sotto-elites e clan feudali prendono
forma al loro interno. I livelli più bassi della gerarchia manipolano
l'informazione per ottenere vantaggi da quelli superiori. Chiunque abbia
avuto a che fare con uffici di compagnie transnazionali nei paesi dell'Europa
dell'est ha udito dagli impiegati l'usuale lagnanza contro il centro: che
non è in grado di comprendere le condizioni locali, che ostruisce
il lavoro e soffoca l'iniziativa. Solo che ora il centro non è più
localizzato a Mosca ma a Washington o nell'Europa dell'ovest.[10]
Se le compagnie transnazionali non sono strutture monolitiche ma sono crivellate
da conflitti interni, quale è la fonte del loro potere politico?
Sono più potenti di tutti perché con il supporto del neoliberismo
hanno potuto imporre la propria egemonia sul capitale mondiale (e ancor
più capillarmente sulla classe dirigente mondiale).
Egemonia neoliberista contro democrazia
Dal suo esordio il neoliberismo è stato un progetto egemonico come
sostiene il marxismo occidentale. I cambiamenti tecnologici che hanno provocato
trasformazioni nella struttura della società durante gli anni Ottanta
non potevano che provocare una crisi di egemonia. Questa crisi è
stata utilizzata, dalle istituzioni finanziarie internazionali e dagli ideologi
neoliberisti in due modi. Da un lato la classe lavoratrice tradizionale
si è indebolita; dall'altro le corporazioni transnazionali cercano
di produrre una "nuova consapevolezza di classe" nel mondo del
capitale, per legittimare la propria identità sociale, consolidandola
intorno a se stessa. Le differenze e le contraddizioni restano ma, come
in ogni genere di progetto, la parte è subordinata al tutto, il particolare
al generale.
È questo consolidamento senza precedenti delle elites che sta dando
al progetto neoliberista un'incredibile forza. I vari gruppi continuano
a darsi battaglia tra loro, ma all'interno di un contesto di orientamenti
comuni. I cambi di governo non hanno prodotto inevitabilmente reali cambiamenti,
e i conflitti di interesse sono stati confinati a questioni di lobbing.
Il punto debole del neoliberismo sta nel fatto che le sue strutture di dominio
si impongono inevitabilmente su una realtà variegata e complessa,
strutturata in varie società. Perciò il neoliberismo, senza
pretendere di unificare e omogeneizzare la società umana (cosa che
minerebbe la capacità del capitale di praticare la manipolazione
globale) si sforza di semplificare il compito a priori, di render uguali,
strutturalmente simili, tutte le società cosicché siano facilmente
comprensibili e maneggiabili in base a regole comuni.
Questo si scontra con la fondamentale "resistenza del materiale".
L'identico rifiuto di un modello alieno ha minato il blocco comunista. Ora
il neoliberismo sta usando proprio questi metodi.
L'economia può essere globale ma non si può sottovalutare
il significato e il potenziale delle economie nazionali. La società
continua a essere costretta nei confini assicurati dagli stati, proprio
perché la sua possibilità di avere peso nelle decisioni politiche
ed economiche è limitata ai confini dello stato nazionale. Il desiderio
dei popoli di conservare i simboli e la istituzioni dello loro proprio stato
non è dovuto solo a tradizionalismo, nazionalismo o sentimentalismo,
ma all'istintiva comprensione che se si perdono questi simboli e queste
istituzioni, sarà persa anche l'ultima possibilità per questi
stessi popoli di poter decidere del proprio futuro. Anche le burocrazie
transnazionali sono strutture statali e hanno ovviamente radici nazionali
proprie. Ma non sono istituzioni democratiche.
Il capitale transnazionale e le sue burocrazie sono marginali nelle relazioni
con qualunque società, incluse quelle dei paesi del "centro".
In ogni caso sono ben lungi dall'essere marginali in rapporto con lo stato.
Ancora peggio, lo stato sta diventando sempre più un organismo per
la difesa di questi "nuovi marginali". "In realtà,
i gruppi finanziari, i manipolatori dell'alta tecnologia, hanno soprattutto
una caratteristica comune: una totale assenza di visione e di strategia..
loro operano su scala mondiale, ma non controllano nulla", scrive il
settimanale francese "L'Événement du jeudi". "Quando
gli stati non organizzeranno più lo spazio sociale, il vero padrone
dell'universo sarà l'incertezza."[11]
Criticando la "vecchia sinistra" perché troppo orientata
verso lo stato, e difendendo il nuovo slogan della "società
civile" e dello "sviluppo sostenibile", l'economista finlandese
Jan Otto Anderson nota: "Oggi, a dispetto dell'internazionalizzazione
delle economie, gli stati nazione si suppone siano ancora la comunità
attraverso cui la popolazione può essenzialmente identificarsi e
attraverso cui può essere in grado di prendere parte alle decisioni.
L'erosione dello stato nazione implica sicuramente un indebolimento delle
possibilità di realizzazione di comunità democratiche."
Perciò la sinistra non può rinunciare alla lotta per "ristabilire
le capacità dello stato nazione di governare o di creare altre collettività
che regolino democraticamente le forze del mercato".[12]
Non c'è nulla di già stabilito, la battaglia vera deve ancora
cominciare: la posta in gioco è la sopravvivenza della democrazia.
Non esistono istituzioni democratiche a livello globale. Il capitale è
pressoché globalizzato, non così gli individui. Per quanto
cosmopolita possa diventare la nostra cultura, la schiacciante maggioranza
della popolazione continua a essere fisicamente costretta dalle condizioni
del vivere quotidiano, confinati a in uno specifico luogo. Non c'è
nulla di intrinsecamente diabolico in questo. La società nazionale
e lo stato resteranno il livello al quale i mutamenti sociali sono possibili
e necessari. È un'altra questione il fatto che in regime di globalizzazione
non solo le rivoluzioni, ma anche le riforme non possono aver successo se
non si propagano a un numero significativo di paesi. Anche questo ovviamente
non è nulla di nuovo. Non a caso Marx, come Trotsky e altri rivoluzionari
dell'inizio del Ventesimo secolo, parlano di rivoluzione permanente.
I governi neoliberali che stanno smantellando lo stato sociale spiegano
alla popolazione che, nelle nuove condizioni, il paese non si può
più permettere il precedente livello di benessere. I difensori dello
stato sociale fanno notare a loro volta che praticamente tutti i paesi,
dove sul finire degli anni Ottanta o durante gli anni Novanta i programmi
sociali e la regolamentazione erano stati definiti come "lussi fuori
portata", sono ora molto più ricchi di quando queste misure
erano state introdotte per la prima volta. Di principio si tratta di una
discussione inutile: hanno entrambi ragione. L'irrazionalità del
capitalismo moderno si manifesta proprio nel fatto che l'accumulazione di
ricchezze da parte di una società non garantisce per principio una
vita felice ai membri della società stessa.
Lo stato sociale è divenuto impossibile non perché la società
sia diventata più povera, ma perché sono cambiate le sue strutture
sociali ed economiche. Il modello fordista di produzione di massa prevedeva
che i lavoratori di un'impresa fossero i potenziali consumatori dei propri
prodotti. L'economia nazionale e il mercato interno restavano prevalentemente
chiusi, un sistema autosufficiente. Gli impresari avevano un proprio interesse
nell'aumento degli stipendi, visto che questo significava un'automatica
espansione del mercato per i loro prodotti e servizi. In ogni caso, gli
interessi complessivi della borghesia e quelli individuali di ciascun impresario,
con una spinta a economizzare sugli stipendi, si sono sempre contraddetti
l'un l'altro. La funzione regolatrice dello stato era per questo essenziale
per mantenere la disciplina sociale e la solidarietà economica all'interno
della stessa classe dirigente.
Come nota Samir Amin: "La regolamentazione è sempre stata strettamente
nazionale. Era costruita su sistemi produttivi autocentrati ancora largamente
autonomi, benché interdipendenti all'interno del mercato mondiale.
Ha potuto operare solo a quei livelli dove esisteva un effettivo controllo
dello stato nazionale sulla gestione dell'economia interna e sugli scambi
con l'estero in termini di competitività commerciale, capitale e
flussi tecnologici." [13]
Amin giustamente ribadisce che questo tipo di regolamentazione era possibile
solo nei paesi del "centro", e che si basava sul mantenimento
di relazioni ineguali tra "centro" e "periferia". Questo
è il motivo per cui il tentativo di esportare la socialdemocrazia
nei paesi del terzo mondo, dove si stava stabilendo un diverso modello di
industrializzazione, è sfociato inevitabilmente nel fallimento: "questa
nuova industrializzazione era basata sul dispiegamento del fordismo al di
fuori del compromesso socialdemocratico." [14]
Lo sviluppo economico dei paesi della periferia ha creato le condizioni
per una globalizzazione, in cui i paesi del centro capitalista mantengono
il controllo sui movimenti del capitale, ma hanno perso il monopolio della
produzione industriale di massa.
I confini degli stati sono elementi particolarmente importanti del sistema
di regolazione all'interno dell'impianto del progetto neoliberista, si può
dire che rappresentino "lo scheletro nell'armadio" di cui nessun
rappresentante del potere costituito vuole parlare. Se il movimento di capitali
in giro per il mondo diviene sempre più libero, la mobilità
della forza lavoro è, per contrasto, limitata. Non esiste un libero
mercato della forza lavoro. Le frontiere tra i paesi del "centro"
si stanno dissolvendo, ma tra centro e periferia (e in molti casi tra paesi
della periferia) si stanno facendo sempre più calde. Da soggetto
dell'attività economica, i lavoratori si stanno trasformando esclusivamente
in oggetti, "risorsa lavoro", passivi e immobili come materiali,
come, lasciatecelo dire, depositi di materiale arrugginito. Per lo stesso
motivo la solidarietà sociale, che presuppone un equilibrio quantomeno
formale tra le due parti, sta diventando altrettanto inutile.
La globalizzazione dell'economia ha reso vano il compromesso sociale delle
democrazie. L'impresa lavora per il mercato mondiale, ma la società
resta nazionale. La crescita dei salari non soddisfa più la domanda
di beni di consumo. Il vecchio contratto sociale è al collasso, cosicché
è impossibile garantire la sicurezza sociale da parte del capitale,
controllare il consumo da parte dei lavoratori che sono oramai abituati
a sperperare i loro alti salari in beni prodotti da aziende che sfruttano
affaticati morti di fame nel sud est asiatico.
La natura ciclica dell'economia capitalista rende inevitabile l'emergere
di contraddizioni che minano alla base il compromesso keynesiano. Ma la
stessa natura ciclica crea problemi anche al progetto di globalizzazione
neoliberista. Come nota il sociologo britannico Simon Clarke, la globalizzazione
dell'economia del tardo ventesimo secolo, come all'inizio del secolo, è
strettamente legata all'iperaccumulazione di capitali. Il paradosso sta
nel fatto che, da un lato, le opportunità di investire capitali in
modo redditizio nei paesi del "centro" è estremamente limitata,
poiché richiede una crescente espansione nei paesi della "periferia".
Dall'atro lato anche le possibilità di sfruttamento della "periferia"
non sono illimitate e il capitale esportato non è a volte sufficiente
per assicurare la crescita economica. In questa situazione Clark ricorda
che "la fase precedente dell'iperaccumulazione è sfociata nella
nascita di protezionismi e imperialismi". [15]
Il teorico dell'ala sinistra dei verdi tedeschi, Elmar Altvater, conclude
che la sinistra non ha ancora imparato ad orientarsi nel "nuovo orizzonte
politico". [16] Invece di lagnarsi
dell'internazionalizzazione del capitale, farebbe meglio a lottare per "regole
sociali che portassero a risultati globali". Queste regole, in ogni
caso, sono impossibili sulla base dei vecchi metodi statali; devono affermarsi
al livello di "società civile globale". [17]
Contemporaneamente Altvater riconosce che "a dispetto di tutta la globalizzazione
economica non è sorta nessuna nuova società mondiale".[18] Di conseguenza "la società
civile globale", se esiste in qualche luogo al di fuori dell'immaginazione
dei teorici, non è rappresentativa della società reale. Solo
una minoranza insignificante si sta muovendo all'interno delle svariate
"libere associazioni", soprattutto a scala planetaria. Al momento
attuale è tanto utopica quanto elitaria. La regolamentazione ha bisogno
di diventare regionale e globale. In ogni caso questa non può avere
come base la "società civile", ma deve avere le sue basi
nella democrazia e nell'uguaglianza dei diritti civili, cose impossibili
al di fuori dello stato.[19] A livello
locale, la regolamentazione ha bisogno di un sistema di autogoverno locale
e di organismi nazionali di rappresentanza dell'autorità. Indebolito
dal processo di globalizzazone, lo stato, forzato a fare i conti con le
conseguenze di tale processo, potrebbe recuperare la posizione perduta,
ma se anche l'intervento statale tornasse a essere popolare, la questione
della sua forma e della sua natura di classe resterebbe aperta.
Limiti oggettivi
Nel 1995 il londinese "Economist" notava con una certa soddisfazione
che la storia recente è "costellata di esempi in cui i mercati
hanno forzato i governi a cambiare politica".[20]
In realtà questa verosimile affermazione è una totale bugia.
La storia moderna riconosce a mala pena un singolo caso nel quale le politiche
governative siano cambiate sulla spinta delle "invisibili mani del
mercato", come risultato di una serie di sfortunate coincidenze a partire
da cause oggettive. Senza preoccuparsi se un particolare programma sia efficace
o meno, la sua implementazione nella maggior parte dei casi viene bloccata
molto prima che sia possibile parlare di "test del mercato". Le
politiche governative sono cambiate in base a particolari richieste delle
corporazioni transnazionali, delle istituzioni finanziarie internazionali
e di stati più potenti. Il prevedibile fallimento economico dei regimi
neoliberali dell'Est europeo e dell'America latina non hanno mai portato
a correzioni. Al contrario, più diventava evidente il fallimento
del neoliberismo (anche in termini di mercato), più risolutamente
venivano applicate le sue prescrizioni.
L'unico caso in cui è stato possibile per i teorici parlare di "fattore
mercato" è stato il crollo repentino del franco francese dopo
la salita al potere dei socialisti all'inizio degli anni Ottanta. Ma l'attacco
al franco da parte di speculatori monetari non è stato causato dalla
crisi dell'economia francese, ma da una chiara e cosciente volontà
di fare pressione sui socialisti affinché non sviluppassero politiche
radicali. In altre parole si è trattato di una forma di lotta di
classe da parte della borghesia.
È abbastanza ovvio che qualunque cambiamento di qualsivoglia importante
condizione possa ispirare una certa resistenza, proprio come ogni riforma
si accompagna a nuove difficoltà. Non c'è nulla di particolarmente
sorprendente in questo. Ciò che è straordinario è la
prontezza della sinistra moderna nell'arrendersi al primo segnale di scontento
da parte dell'oligarchia finanziaria, mentre i governi neoliberisti sono
sempre pronti a procedere con le loro politiche anche quando sono evidentemente
fallimentari e lo scontento è pressoché universale.
Nella maggior parte dei casi i "fattori oggettivamente limitanti"
sono stati non elementi del processo economico, ma azioni delle istituzioni
finanziarie internazionali e ...di altri stati. "Il valore del denaro
non è più stabilito principalmente dal mercato", nota
Clark, "ma è imposto direttamente, a capitale e stato, da banche
e istituzioni internazionali".[21]
Quando nel 1997-1998 la crisi finanziaria è esplosa in Thailandia,
anche le locali élites hanno sperato di utilizzare l'intervento dello
stato per risolverla, ma non erano abilitate a farlo.
"Alla ricerca di una scialuppa di salvataggio, il settore privato ha
realizzato che il proprio profitto dipendeva dalle spese governative e che
il taglio di queste, che accompagna i programmi di stabilizzazione, era
dannoso. Con la richiesta dell'FMI di ulteriori tagli alle spese governative,
in ogni caso, questa fonte di stimolo delle attività economiche è
scomparsa nella seconda metà del 97".[22]
In altre parole le regole dell'FMI sono imposte agli stati nazionali, anche
contro la volontà e gli interessi della comunità economica
locale.
I marxisti italiani Pietro Ingrao e Rossana Rossanda esortano i loro lettori
a non dimenticare che, anche nell'era delle corporazioni transnazionali,
i governi maneggiano enormi poteri non solo in campo tecnico-militare ma
anche in quello economico. [23] Anche
lo scrupolosamente moderato Wil Hutton ci ricorda che lo stato ha una particolare
abilità nella regolamentazione pratica, anche a livello internazionale:
"la globalizzazaione è ancora limitata dal potere dei governi
nazionali e dagli interessi investiti dei sistemi economici individuali.
È vero che i mercati finanziari hanno sempre potere di veto e che
lo usano per forzare verso politiche sempre più conservatrici, ma
esiste ancora un certo margine di tolleranza."[24]
Da una parte gli stati e i capitali nazionali sono in grado di usare le
loro politiche per influenzare le decisioni delle compagnie transnazionali;
dall'altro possono influenzarli con la partecipazione alle organizzazioni
internazionali: "In numerose aree chiave, che vanno dalla regolamentazione
dei flussi di capitale allo stoccaggio del pesce, i singoli stati nazionali
possono aumentare il loro particolare potere attribuendo sovranità
e delegando autorità alle agenzie sovranazionali".[25]
Hutton preferisce non ricordare ai suoi lettori che questo potrebbe essere
un punto di forza solo se queste agenzie venissero radicalmente democratizzate.
Fino a quando i lavoratori, con l'aiuto dello stato, non saranno in grado
di far cambiare le regole del gioco, imponendo limitazioni per bilanciare
il capitale, non sarà possibile nessun equilibrio e, di conseguenza
sarà impossibile anche la più moderata delle riforme. La debolezza
della sinistra non nasce dalla volontà di utilizzare la forza dello
stato contro la borghesia: la crescita del potere delle strutture transnazionali
richiede la creazione di un contrappeso. La nuova situazione richiede una
radicale trasformazione dello stato, delle sue istituzioni e del suo valore
sociale. La tradizionale democrazia borghese ha mostrato di non poter essere
un serio contraltare al capitale transnazionale, ed è per questo
che è necessario uscire dai suoi confini.
La tesi generale della "centralità dello stato" ignora
deliberatamente il fatto che esistano al mondo stati tra loro molto differenti
- dal Belgio agli Stati uniti, Ungheria e Russia, Brasile e Costarica, Cina
e Brunei. È piuttosto semplice osservare che le capacità economiche
di questi stati sono differenti esattamente come sono differenti i piani
di sviluppo di queste capacità. Come esempio classico del ruolo attivo
svolto dallo stato nel sistema globale possiamo ricordare l'esperienza del
Giappone e degli stati asiatici di recente industrializzazione. La politica
giapponese ha creato nell'area conflitti con le istituzioni finanziarie
internazionali, ma la classe dirigente giapponese ha proseguito caparbiamente
sul cammino prescelto.
"Durante gli anni Ottanta il Giappone ha versato aiuti e investimenti
nel Sudest asiatico, utilizzando la sua forte stabilità interna per
sostenere i risultati all'estero. Il Giappone ha, così, assunto il
ruolo di mercato guida per gli stati dei paesi destinatari, e ha giustificato
questo ruolo sottolineando i progressi di Giappone, Taiwan e Corea del sud.
La BM ha trovato le prescrizioni del Giappone inconciliabili con le sue
proprie linee programmatiche circa il ruolo dello stato, che enfatizzavano
la necessità di procedere nelle liberalizzazioni e nelle privatizzazioni.
Poiché le linee guida stesse della BM derivano per lo più
dagli interessi interni Usa e dalle sue idee di libero mercato, la sfida
del Giappone alla BM è stata anche una sfida agli Stati uniti - BM
è un importante strumento con cui gli Usa impongono all'esterno la
loro potente volontà, pur avendo un coesione interna molto più
debole di quella del Giappone."[26]
Le politiche d'interventismo statale qui perseguite hanno ottenuto inaspettatamente
invariabili successi. Questo rischia di farle passare come "modello"
per la sinistra. L'esempio del Giappone, come il successo del "maoismo
di mercato" in Cina, dove la pianificazione statale è stata
combinata con l'apertura economica, a malapena indicano che esistono delle
alternative.
Nella maggior parte dei casi la cosiddetta "impotenza dello stato di
fronte al mercato" altro non è se non l'impotenza o la debolezza
di alcuni stati nei confronti di altri, i cui governi hanno assunto il ruolo
di alti sacerdoti e interpreti della "logica del mercato". Questo
è dimostrato perfettamente dalla discussione che circonda la moneta
comune europea. All'incontro dei rappresentanti dell'Unione europea a Lisbona
il governo conservatore tedesco ha letteralmente costretto gli altri ad
accettare di limitare il valore del deficit al 3% come condizione essenziale
per poter accedere all'unità monetaria comune. Nessuno ha tentato
di stabilire perché il limite fosse il 3 e non il 4 o il 2.5. Ognuno
di questi criteri, come i piani economici dell' era del Soviet, è
il prodotto di un pensiero burocratico formale che nulla ha a che spartire
con la "logica del mercato". Secondo alcuni analisti, l'unico
fine della banca centrale tedesca nel formulare una richiesta di così
ardua realizzazione era il sabotaggio del processo di unificazione finanziaria
per mantenere il primato del marco tedesco sulle altre divise europee. Non
c'è nessuna traccia della "mano invisibile" di Adam Smith
in questo. "Non è il mercato a decidere la quantità e
il valore del denaro, ma la politica", dichiarano gli economisti tedeschi.[27]
L'integrazione finanziaria dell'Europa dell'est è cresciuta utilizzando
metodi burocratici, ed esaltando i tradizionali errori amministrativi. Descrivendo
l'assurdità (compresi errori geografici) e gli sfacciati progetti
dell'agenda bancaria della nuova Europa, presentata al pubblico nel dicembre
1996, un osservatore non ha potuto far a meno di notare che "se un
architetto facesse tali grossolani errori presentando un progetto per una
costruzione non avrebbe nessuna possibilità di aggiudicarsi l'appalto".
I metodi pesantemente burocratici usati per elaborare l'integrazione hanno
fornito una definizione anche al suo prospetto economico.
"Quello che abbiamo in questo momento è il peggiore dei mondi
possibili. L'Unione europea si sta avvicinando alla data del lancio di uno
dei progetti più idealisti e ambiziosi della sua storia, ma sembra
aver paura dell'opinione pubblica. Questo non è di buon auspicio".[28]
La realizzazione pratica della liberalizzazione dell'economia europea ha
inoltre chiaramente respinto il mito sul legame organico tra libertà
e mercato. Più i poteri dello stato vengono trasferiti a strutture
private specializzate e a istituzioni finanziarie indipendenti (quantunque
formalmente statali o interstatali), più si restringe l'ambito democratico.
La possibilità di partecipazione della gente al momento della decisione
è al minimo e, per di più, le decisioni prese sono irreversibili.
Vale la pena ricordare che negli anni Settanta i teorici della "società
aperta" parlavano della reversibilità delle decisioni come di
uno dei maggiori vantaggi della democrazia nei confronti del "comunismo".
Negli anni Novanta, come è riconosciuto anche dagli ideologi delle
riforme sia ad est che a ovest in Europa, il maggior risultato è
stato assicurare che queste riforme diventassero irreversibili. Nel contesto
della strategia neoliberista, la moneta europea è già diventata
un'altro fattore di irreversibilità, minando alle fondamenta la democrazia
in atto. Se il popolo perde la possibilità di partecipare al momento
decisionale, la burocrazia finanziaria acquista gradi di indipendenza dalla
popolazione: senza un legame certo tra moneta e cittadini, l'Europa si dirige
verso una terribile regressione". [29]
Colpisce come, a livello internazionale, il capitalismo di fine del secolo
sta ripercorrendo esattamente gli stessi vizi e contraddizioni della centralizzazione
burocratica che, pochi anni or sono, ha portato al crollo del sistema sovietico.
Non è forse questo un segno dell'imminente catastrofe?
Il declino della cittadinanza
Le istituzioni di rappresentanza popolare sono in profonda crisi. Questo
fenomeno si manifesta sia nelle "vecchie" democrazie occidentali
sia in quelli che furono i paesi comunisti, che hanno preso a prestito la
corruzione parlamentare senza la cultura parlamentare. Durante gli anni
Settanta i teorici della sinistra europea parlavano della transizione, che
sarebbe dovuta avvenire, dalla democrazia borghese verso la "democrazia
avanzata", che non sarebbe più uno strumento della classe dominante.
Questa transizione fino ad oggi non si è compiuta in nessun posto.
Dopo la caduta del muro di Berlino, nel tripudio per il trionfo della libertà,
anche i paesi più sviluppati si sono incamminati sulla strada opposta.
Dal costituire un'associazione di cittadini, la democrazia è stata
trasformata in una forma di interazione tra le classi dominanti, o, per
usare la terminologia aristotelica, in un oligarchia.
Già nel 1988 Clark scriveva di una sorta di "rivoluzione politica"
portata avanti dai neoliberisti. L'idea di una rivoluzione politica promossa
dai lavoratori nel contesto del nascente socialismo, idea avanzata da Trotzsky
come alternativa alla "degenerazione" stalinista, era probabilmente
un'utopia. La rivoluzione politica condotta dalla borghesia contro lo stato
sociale si è invece trasformata in realtà tra gli anni Ottanta
e Novanta. Anche la società civile ha sofferto una terribile disfatta
così come lo stato del benessere.
"La subordinazione, sempre più spietata, della società
civile e dello stato al potere del denaro ha condotto a una progressiva
erosione della legittimità delle rappresentanze e dei corpi democratici,
ridotti a forme in cui gli interessi privati fanno pesantemente sentire
le loro voci faziose, e contro cui il monetarismo asserisce il primato dell'interesse
generale rappresentato dalla supposta neutralità del denaro."[30]
In molte parti del mondo gli anni Novanta hanno visto l'istallarsi o il
ritorno delle istituzioni democratiche, ma la facilità stessa del
fenomeno testimonia della sua debolezza. Non hanno potuto ottenere nulla
né hanno saputo porre seri problemi alla classe dominante. Hanno
smesso di esercitare un'influenza decisiva sulla vita della società,
e non sono state pericolose per le classi dominanti neppure in quegli stati
che hanno attraversato serie crisi sociali. La debolezza del movimento dei
lavoratori ha aiutato l'istallarsi di queste "democrazie inoffensive".
Inoltre dovunque i parlamenti e gli organi municipali hanno saputo creare
seri problemi al progetto neoliberista sono state smantellate senza ringraziamenti,
come è accaduto con la municipalità londinese, il congresso
peruviano e il soviet supremo russo. Le classi dominanti invece, quando
è stato necessario colpire, hanno colpito; se hanno avuto bisogno
di infrangere le leggi, le hanno infrante; se gli è stato utile governare
per decreti, lo hanno fatto. Tutto questo è accaduto all'interno
dell' intelaiatura della "democratizzazione". A differenza del
passato, lo sbando degli organismi di rappresentanza non è stato
seguito dall'istaurarsi di dittature repressive. Nella maggior parte dei
casi nuovi organismi, molto più allineati al progetto neoliberista,
hanno semplicemente preso il posto di quelli che venivano aboliti.
L'Europa dell'Est si è orientata verso l'Europa occidentale, sempre
più legata agli Stati uniti. Durante gli anni Ottanta la vita politica
europea offriva alternative di scelta molto maggiori della controparte statunitense.
Durante gli anni Novanta la situazione si è ribaltata. Le classi
dominanti europee si sono sempre più allineate al modello politico
transatlantico.
Come hanno notato i politologi statunitensi Daniel Hellinger e Tennis R.
Judd, l'attuale classe dominante è interessata alla democrazia solo
come mezzo per legittimare il loro potere. Il sistema politico sta evolvendo
in direzione dell'oligarchia: elezioni, dibattito politico e lotta tra partiti
sono diventate la "facciata democratica"[31].
È in corso una regressione dalla democrazia verso lo stato liberale.
Will Hutton commenta il fenomeno a partire dalla Gran Bretagna: "Il
dibattito ideologico è scomparso dal gioco politico. Partiti diversi,
una volta al governo, perseguono programmi identici. Ma la democrazia dipende
ancora dalla capacità dei partiti di sviluppare politiche proprie,
coerenti con le differenti visioni. Se l'unica scelta - imposta ai partiti
politici dal nuovo potere di veto dei grandi mercati del capitale globale,
che boicottano le divise di quei paesi che portano avanti politiche a loro
non gradite - è tra diverse varianti del nuovo conservatorismo, il
dibattito politico diviene una sciarada".[32]
Il sociologo statunitense Christofer Lasch, nel suo libro La rivolta
delle élites e il tradimento della democrazia, ha definito la
politica delle classi dominanti, animate esclusivamente dal desiderio di
escludere le masse dalla fase decisionale, come "l'abolizione della
vergogna". [33] I meccanismi di
integrazione della democrazia capitalista sono stati distrutti. "Coloro
che si vedevano tagliar fuori dall'economia di mercato, guardavano al governo
come la forza che si sarebbe fatta avanti per loro al momento della raccolta
dei frutti economici del capitalismo", constata Thurow.[34]
La ridistribuzione delle ricchezze da parte dello stato è sempre
stata uno dei fondamenti della democrazia sotto il capitalismo. Il suo annullarsi
fa perdere in larga misura il significato alla democrazia borghese, tramutandola
in un oligarchia o in una democrazia interna alle sole elitès.
Le nuove democrazie sono afflitte dagli stessi mali delle vecchie. La corruzione
sta erodendo tutte le istituzioni politiche. La disillusione nei confronti
delle istituzioni democratiche, comprese elezioni e parlamentarismi vari,
è all'apice anche in quei paesi che vantano un'antica tradizione
di lotte per la libertà. "In confronto ai regimi militari del
passato, i governi civili contemporanei sembrano essere afflitti da un numero
ancora maggiore di audaci e selvagge irregolarità e da una marea
crescente di sospetti sui legami tra interessi economici e politiche."
scriveva un giornalista sudcoreano alla fine degli anni Novanta. "A
questa frustrazione si aggiunge il fatto che le stesse persone, che durante
i periodi più oscuri della nazione si erano votate alla democrazia,
sono oramai tanto corrotti quanto quelli che un tempo erano da loro denunciati."[35]
La corruzione è diventata un fenomeno a scala globale a causa dei
cambiamenti avvenuti nell'economia. I meccanismi di difesa prodotti dal
sistema democratico, all'epoca del capitalismo primitivo o dello stato del
benessere, non funzionano più. Nuove forme di lucro e nuove tentazioni
stanno apparendo. Quanto più lo stato si è andato "aprendo"
all'esterno, tanto meno è diventato suscettibile di controllo da
parte dei cittadini; il risultato è la proliferazione delle opportunità
di abuso. L'ideologia del mercato neoliberista ha giocato un ruolo decisivo
anche nella distruzione delle norme etiche esterne al mercato.
Ciò che sta cambiando non è solo l'approccio alla regolamentazione,
ma le istituzioni stesse e le norme codificate nelle legislazioni. La tendenza
più pericolosa delle tarde democrazie occidentali è proprio
la limitazione del significato del termine "cittadino". L'intelligenza
chiede che il diritto all'umanità e il diritto alla cittadinanza
siano una sola cosa. Ogni abitante di una repubblica è membro, con
tutti i diritti che ne derivano, della comunità dello stato.
La restrizione dei diritti di cittadinanza si era data anche in epoca liberale.
Attraverso l'intera storia del capitalismo, infatti, il principio dei diritti
civili universali, inseparabile da quello dei diritti umani, ha prodotto
un conflitto senza fine con le pratiche politiche che lo contraddicono.
Il capitalismo classico, in ogni caso, era caratterizzato da dinamiche positive;
i diritti civili sono stati ottenuti dai lavoratori, dai nuovi immigrati,
dalle donne, e dagli abitanti di colonie e dipartimenti d'oltremare. Trionfava
il principio di universalità. Nel capitalismo contemporaneo invece
abbiamo, per la prima volta, assistito al trionfo della tendenza contraria:
la cittadinanza diventa sempre più un privilegio, come in una società
schiavistica o in una repubblica feudale. La cittadinanza non è negata
solamente ai nuovi emigrati e ai loro figli, che nella società occidentale
sono un settore in continua crescita. Una significativa porzione di coloro
che teoricamente dovrebbero godere di questo diritto si trova oramai nella
posizione di non poterlo esercitare. Non soltanto i più poveri sono
esclusi dal diritto di cittadinanza ma anche molto comunemente i più
proletarizzati.
In Estonia e Lituania, i cittadini di lingua russa residenti, con i loro
discendenti, nelle repubbliche dagli anni 40, si sono visti negare il diritto
alla cittadinanza. L'Unione europea ha criticato i governi baltici dichiarando:
"si deve fare qualcosa per essere sicuri che la popolazione russa goda
di tutti i diritti e possa vedere un chiaro cammino per ottenerli."[36] Ma anche nell'Europa occidentale la
situazione è ben lungi dall'essere ideale.
Dagli inizi degli anni 90, tra le repubbliche baltiche sono sorte sostanziali
differenze: se le autorità della Lituania hanno assunto un atteggiamento
rigido di non concessione della cittadinanza, in Estonia il numero dei russi
che sono riusciti a ottenerla è cresciuto molto rapidamente. Proprio
come se dovessero provare il loro "diritto ereditario" alla cittadinanza,
circa 80.000 individui hanno ottenuto la cittadinanza grazie alla naturalizzazione,
dopo aver affrontato una prova per dimostrare la conoscenza della lingua
estone. I criteri di accesso alla naturalizzazione pretesi dall'Estonia
sono comunque molto più accessibili di quelli pretesi dalla Germania,
dove la conoscenza della lingua tedesca non è affatto una base sufficiente
per la naturalizzazione. Comunque la comunità internazionale non
si è mai sognata di criticare la Germania per le restrizioni dei
diritti delle popolazioni non native.
Il direttore del Dipartimento estone di cittadinanza e migrazione, Ene Rebane,
ha ammesso che nella repubblica vive un gran numero di persone "che
pur essendo nate qui, non godono, secondo le attuali leggi, di un automatico
diritto di cittadinanza". Rebane li ha inoltre richiamati a decidere
loro stessi la natura del rapporto con lo stato estone, e a non portargli
rancore, visto che prima o poi dovranno "avere qualcosa a che spartire
con lo stato, fosse anche solo per la questione delle pensioni, una volta
divenuti anziani". [37] Cosa dire
dello stato stesso, che non si sta affatto affrettando per decidere delle
proprie relazioni con oltre un quarto della sua popolazione?
Legislazioni confuse e contraddittorie, riguardo a numerose richieste burocratiche,
sono inevitabilmente fonte di conflitto. Nel 1996 le autorità estoni
hanno revocato il diritto di residenza a Yury Mishin, dirigente della comunità
russa e militante comunista. Durante una perquisizione nel suo appartamento,
la polizia trova un rosso passaporto sovietico con un visto che lo identifica
come cittadino russo. Dopo averlo dichiarato uno straniero indesiderabile
le autorità scoprono che è "cittadino estone per diritto
ereditario". La legge estone vieta la doppia cittadinanza, ma Mishin
non ha mai dichiarato di voler diventare cittadino russo, e solo il governo
può privarlo della cittadinanza estone. La faccenda si fa più
confusa. Un esperto del dipartimento estone di cittadinanza e migrazione
ha costatato flemmaticamente: "se Mishni ammette di avere una doppia
cittadinanza significa che ha una doppia cittadinanza"[38].
L'indagato rifiuta di commentare, con il risultato che la situazione si
è fatta ancor più confusa. Il giornale d'opposizione "Kupecheskaya
Gavan" ha fatto un'inchiesta sul caso Mishin dal titolo Il teatro politico
dell'assurdo.[39]
Gli ideologi dell'illuminismo e della rivoluzione borghese erano convinti
che la totalità della popolazione fosse composta da cittadini. Le
prime rivolte anti coloniali sono nate sotto la bandiera dell'uguaglianza
del diritto di cittadinanza. Oggi negli sviluppati paesi dell'ovest, come
un tempo nell'impero romano, solo alcuni possono essere cittadini: i discendenti
dei barbari ne sono privi o hanno diritto ad accedervi solo rendendo fedele
servizio allo stato. In altri termini, lo stato non è più
disposto a essere al servizio del cittadino.
Soldati e cittadini
Il diritto di cittadinanza è in discussione anche in settori dove,
a prima vista, potrebbe sembrare esistano solo problemi di natura tecnica.
Per esempio, il concetto di sicurezza nazionale che si è manifestato
nell'epoca della globalizzazione si sta trasformando in una minaccia effettiva
per la democrazia. Rimpiazzare gli eserciti di leva con forze armate professionali,
come sta accadendo in molti paesi, non è compatibile con l'affermazione
del principio di cittadinanza. La responsabilità universale del servizio
militare è stata storicamente inseparabile dalla democrazia. La prima
repubblica è stata una società di cittadini armati. Le rivoluzioni
francese e americana del Diciottesimo secolo hanno fatto della milizia popolare
e della coscrizione obbligatoria la base della loro difesa. La prima guerra
mondiale ha mostrato che la creazione da parte di regimi autoritari di eserciti
popolari di massa può far nascere rivoluzioni e sogni.
Gli eserciti di massa sono caratteristici anche dei regimi autoritari. Non
è un caso: democrazia e totalitarismo sono fenomeni strettamente
simili. Entrambi sono anti elitari, affondano le loro radici nell'attrazione
delle masse verso la politica. Ma la fine del ventesimo secolo è
segnata non solo dalla vittoria, ovunque celebrata, della democrazia sul
totalitarismo ma anche dalla controffensiva delle élites contro la
democrazia.
Come ha osservato il sociologo Georgiy Derlug'Jan, i nuovi eserciti assomigliano
sempre più alle bande armate della tarda età feudale. "Anche
in termini puramente materiali stiamo assistendo al ritorno all'epoca prenapoleonica,
come dimostra il riapparire di eserciti mercenari professionali e di m>zzi
corazzati privati (gli ultimi modelli realizzati con materiali compositi)".
[40] In teoria il bisogno di eserciti
professionali è spiegato dalla crescente complessità delle
tecnologie utilizzate. Ma questa spiegazione non regge alle critiche. In
primo luogo le innovazioni tecnologiche possono far produrre non solo munizioni
di uso più complesso ma anche più semplice (i mujaidin fanno
un uso molto efficace di missili antiaerei). In secondo luogo, la moderna
tecnologia può essere usata allo stesso modo per migliorare o per
rendere obsoleti i proiettili degli eserciti di massa. La vera causa è
un po' differente, come spiega anche Derlug'Jan, le forze armate dell'occidente
devono svolgere nuove funzioni, diventare la "polizia del mondo".
[41].
Se le guerre nazionali del passato (incluse quelle di conquista) avevano
chiari fini ed erano combattute contro avversari noti, le operazioni di
polizia internazionale sono "speciali" non tanto perché
richiedono metodi speciali ma perché i loro scopi non sono completamente
compresi dalla società e, ancora più importante, perché
queste operazioni non sono percepite dalla società come fatti che
la riguardano. Anche quando la società sostiene le azioni militari
(come durante la guerra nel Golfo persico o il bombardamento della Bosnia)
non c'è partecipazione popolare o consolidasi della società
intorno all'evento. Gli interessi delle cooperazioni transnazionali in regioni
remote non sono completamente chiare neppure a larghi settori della borghesia,
che tanto meno può riconoscervi i propri interessi.
Mettendo la propria sorte in mano a forze di polizia professionale gli stati
neoliberisti non diventano più forti. Gli equipaggiamenti ad alta
tecnologia non sono un segno di forza, rappresentano solo un tentativo di
mascherare la debolezza dovuta all'impossibilità di usare eserciti
di massa. Quanto più è complesso il sistema tanto più
è vulnerabile, non solo all'azione del nemico, ma anche alla possibilità
sempre crescente di crolli organizzativi e tecnici, errori professionali
e così via. Da questo deriva anche la paura, ben conosciuta dagli
storici del secoli XVII e XVIII, di utilizzare forze costose in conflitti
dove è forte il pericolo di gravi sconfitte. Il bombardamento NATO
della Jugoslavia ha reso esplicite tutte queste debolezze. Non è
stata la prima volta nella storia in cui guerrieri delle retrovie hanno
resistito con successo all'impatto di sofisticate tecnologie militari. Fin
dal tardo medioevo eserciti professionali hanno subito regolari sconfitte
per mano di cittadini-soldato. L'arco lungo dell'epoca della guerra dei
cent'anni aveva un contenuto tecnologico minore della balestra italiana,
ma i distaccamenti dei piccoli proprietari non hanno dato scampo all'esercito
professionale francese. Poi, quando l'esercito francese, comandato da Giovanna
D'Arco, è diventato lui stesso una forza popolare la situazione è
drammaticamente cambiata. La milizia Ussita ha sconfitto i più fini
cavalieri d'Europa, mentre i volontari russi di Minin e Pozharskiy hanno
condotto i polacchi al Cremlino dopo aver fatto fuggire le forze professionali
dello Zar.
Se gli eserciti professionali nei paesi del centro divengono forze di polizia,
nei paesi della periferia e della semiperiferia le contemporanee milizie
feudali procedono nella stessa direzione e possono facilmente essere utilizzate
le une contro le altre. Dove, come in Russia, permane l'obbligo di leva,
l'esercito si divide fra unità speciali di professionisti e masse
di reclute oppresse che fungono non tanto come carne da cannone ma semplicemente
come schiavi per le élites militari. In queste condizioni né
lo slogan della "difesa della patria" né l'antimilitarismo
tradizionale possono più soddisfare le esigenze della sinistra. L'imperativo
principale è diventato la lotta per contrastare la trasformazione
delle forze armate in eserciti feudali, o in distaccamenti locali della
"polizia mondiale". Questo significa tornare all'idea tradizionale
dell'epoca delle prime rivoluzioni borghesi dell'esercito come organizzazione
dei cittadini armati.
La società moderna ha bisogno di cambiamenti non meno lungimiranti
che durante l'era delle grandi rivoluzioni europee dal Diciassettesimo al
Diciannovesimo secolo. È necessaria non solamente una rivoluzione
sociale ma anche una trasformazione fondamentale nella maniera di percepire
lo stato e la società. A causa della complessità della società
moderna, gli approcci radicali sono rifiutati come non realistici, ma questa
stessa complessità è una delle cause della crisi attuale.
La complessità crescente è segno che la civilizzazione si
trova in una fase spengleriana.
La gerarchia sociale del tardo feudalesimo era più complessa di quella
borghese. Da un lato il sistema degli stati ancora resisteva; dall'altro
fattori oggettivi hanno reso necessaria la ricerca di modi per integrare
rappresentanze del terzo stato nella vita politica. Al fianco della vecchia
nobiltà in Inghilterra ne apparve una nuova; al fianco della "nobiltà
di spada" in Francia compare una "nobiltà di toga".
Numerosi privilegi e nobiltà sono stati aggiunti al sistema degli
obblighi mutui. Più complesso e confuso diventa il sistema sociale
meno efficacemente funziona. La complessità non è necessariamente
una virtù. Il dovere di una rivoluzione sociale è precisamente
quello di portare a una radicale semplificazione. La falsa scelta imposta
dai liberali fra "più o meno stato" deve essere respinta.
Quello che si deve pretendere ora non è né la riduzione né
l'ampliamento della partecipazione dello stato, ma una sua radicale trasformazione:
uno stato differente.
La crisi della cittadinanza non può essere superata isolatamente
dalla crisi sociale che l'ha generata. La questione di cosa fare delle istituzioni
non si può risolvere senza alterare profondamente le relazioni sociali;
è necessario cambiare la natura dello stato non solo in termini civili
ma anche sociali. Questo implica estesi cambiamenti sociali nello spirito
della democrazia radicale e molto altro.
Verso un nuovo stato
Paradossalmente il collasso del vecchio modello di stato sotto la pressione
della globalizzazione sta aprendo prospettive per riforme radicali delle
istituzioni e delle strutture di potere. Il giornale "Viento del sur",
vicino agli zapatisti, scriveva che gli esperimenti neoliberisti hanno posto
le condizioni di una crisi così profonda dello stato messicano che
né un cambiamento di governo né riforme elettorali potrebbero
essere di aiuto. La crisi potrebbe essere risolta solo "con il superamento
di questa forma di stato attraverso un nuovo patto sociale che gettasse
le basi di uno stato differente". [42].
Questo non è vero solo per il Messico. La totalità del capitalismo
periferico (e non solo periferico) si trova ad affrontare la necessità
di stabilire un nuovo sistema stato, basato non sull'auto affermazione nazionale,
ma sulla partecipazione democratica, sull' auto affermazione politica della
società stessa.
"Molto brevemente, il neoliberismo e la globalizzazione economica nella
loro attuale forma, possono essere combattuti solamente se in ogni stato-nazione
la società maggioritaria crea un regime politico che serva i propri
interessi e che garantisca che questa società possa assicurare (e
non solamente influenzare) le scelte delle politiche pubbliche necessarie
alla prosperità della maggioranza. Per invertire il processo perverso
del neoliberismo e della globalizzazione economica non è sufficiente
recuperare il controllo sui governi attraverso l'azione dei partiti politici,
è necessario modificare sostanzialmente la democrazia delle elite
che hanno retto le sorti del capitalismo (ammesso che sia mai stata democrazia)
e che includono la dirigenza dei partiti. Il sistema politico deve assicurare
che la società sia sempre presente e vigili in modo che i governi,
per quanto legittimi possano essere, agiscano nel reale interesse di coloro
che rappresentano. Solo se la società popolare riuscirà a
prendere il controllo del terreno che gli compete in ogni paese, compresi
i paesi che forniscono la base alle enormi corporazioni che dominano l'economia
mondiale, la lotta contro il neoliberismo e la globalizzazione economica
sarà possibile su scala planetaria". [43]
In altre parole la strategia della sinistra deve consistere non nella difesa
del vecchio stato, ma nello sfruttamento della crisi dello stato stesso
al fine di assicurare che vengano gettate le basi delle nuove istituzioni,
sia a livello nazionale, sia internazionale e interstatale. [44].
Ciò che si richiede è una democratizzazione universalizzata
che coinvolga non solo le strutture del potere politico ma anche le istituzioni
della difesa sociale; autogoverno; settore pubblico; e non da ultimo le
mutue connessioni fra queste strutture e istituzioni.
L'argomento tradizionale dei democratici radicali è stato che le
istituzioni democratiche liberali sono buone ma che è possibile e
necessario ampliare ulteriormente la sfera della libertà. Alla fine
del Ventesimo secolo queste argomentazioni hanno perso la loro primitiva
forza. È necessario superare i confini delle istituzioni della democrazia
formale non perché sia possibile creare qualcosa di teoricamente
migliore ma perché queste istituzioni, nella loro forma primitiva,
non possono in nessun modo continuare a operare. Se la sinistra non si assume
il compito di riformare radicalmente lo stato, questi stessi obiettivi saranno
presto o tardi assunti dalla destra radicale. Se la democrazia non si consolida
al di fuori del mercato e specificatamente come sistema anti mercato, le
masse seguiranno coloro che parlano della riduzione delle forze elementari
del mercato in nome dell'autorità, della gerarchia, della nazione
e della disciplina.
In epoca di globalizzazione il capitalismo è diventato più
distruttivo e pericoloso che mai. La questione è "non se dobbiamo
aspettarci un mondo migliore o peggiore dal mercato globale ma se ci sarà
un mondo", scriveva l'economista britannico Alan Freeman sul giornale
"Links". [45] Comunque, è
proprio la globalizzazione che crea le premesse per un movimento di sinistra
internazionale e universale, per il ripensamento e la rifondazione delle
istituzioni statali - in breve, per riforme radicali su scala senza precedenti.
La crisi globale del capitalismo, cominciata nel 1998, ha indotto anche
la corrente principale del neoliberismo a cambiare atteggiamento nei confronti
del ruolo dello stato. Esperti dell'FMI inaspettatamente hanno dichiarato
che "alcuni tipi di controllo del capitale possono essere giustificati
in determinate circostanze". [46]
Uomini d'affari statunitensi hanno ammesso: "forse una sorta di protezionismo
potrebbe avere senso per la Russia"[47]
Lo stato deve usare la sua forza per superare la crisi del mercato. "Se
questo significa istituire un controllo su stipendi e prezzi, o di nazionalizzare
le industrie base per assicurare sovvenzioni e occupazione, che sia".
[48]
Intanto i socialdemocratici hanno cominciato a parlare di regolamentazione
globale, internazionalizzazione del modello keynesiano e di "nuove
strutture volte ad accrescere la stabilità monetaria mondiale".
[49] È più che chiaro
che nessuna regolamentazione internazionale potrà funzionare se non
fondata su basi nazionali e regionali. In caso contrario, le decisioni prese
dai corpi internazionali semplicemente non verranno portate a esecuzione.
Nessuna democratizzazione delle relazioni internazionali è possibile
senza democrazia a livello di stato nazionale.
I destini del capitalismo e della democrazia si sono alla fine separati.
In questa situazione la sinistra è custode della democrazia. Ma la
maggioranza dei politici della sinistra ritiene che il suo compito consista
semplicemente nel mantenere e difendere le istituzioni parlamentari e i
diritti costituzionali dei cittadini. Ciò è essenziale ma
decisamente insufficiente. Una politica così difensiva è condannata.
Solo se noi concretizziamo il potenziale anticapitalista della democrazia
potremo vincere questa battaglia.
(trad. Marina Vallatta)