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Il crepuscolo della globalizzazione

di Boris Kagarlitsky
 

Introduzione e cap. I daThe Twilight of Globalization Pluto Press, London 1999.

INTRODUZIONE
Il nuovo Grande Fratello

Nel 1948 quando George Orwell scrisse "1984" era molto evidente dove ricercare il Grande Fratello. Se la maggioranza vedeva in un governo forte la soluzione dei problemi del dopoguerra in Europa, Orwell descrive l'altro lato della medaglia. Il Grande Fratello non è semplicemente un altro nome per il regime sovietico; il Grande Fratello rappresenta l'onnipotenza e l'onnipresenza dello stato che non lascia spazio alle scelte personali e alle libertà individuali. Il Grande Fratello si prende cura, protegge e conduce "il piccolo uomo", o quantomeno promette di farlo; ma lo lascia anche frustrato e impotente di fronte a una burocrazia senza volto.
Da allora la situazione è cambiata. Con il trionfo del neoliberismo lo stato si è drammaticamente indebolito. La burocrazia è stata ridimensionata o privata di molto potere. Ma "il piccolo uomo" non si sente né più libero né più sicuro, e permangono frustrazione e paura.
Mentre il sistema statale si è indebolito, le compagnie multinazionali e le istituzioni finanziarie internazionali si sono rafforzate. Il capitale di alcuni gruppi è maggiore di quello di molti stati. Grandi compagnie ora decidono il futuro, a volte mostrando preoccupazione, sono completamente incontrollabili. Lo stato non tenta più di dirigere i grossi affari così le multinazionali possono esercitare un enorme controllo sulla vita delle persone e degli stessi stati.
La pianificazione pubblica è rimpiazzata da quella privata. Le istituzioni mondiali costituite dopo la guerra per regolare l'economia internazionale hanno cambiato radicalmente la loro natura. Il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale (BM), il Trattato generale per traffici e commerci (GATT - più tardi trasformato in Organizzazione mondiale del commercio - OMC) erano nati per garantire un certo grado di controllo pubblico sul mercato internazionale. Il neoliberismo li ha trasformati in strumenti della liberalizzazione. Non solo questo: loro stilano la loro agenda e la impongono a popoli e stati.
"I governi nazionali hanno ceduto buona parte dei loro poteri alla 'nuova trinità istituzionale' - FMI, BM e GATT-OMC)", scrivono gli analisti statunitensi Jeremy Brecher e Tim Castello. "Queste agenzie sempre più giocano il ruolo che dovrebbe esser proprio delle singole nazioni, e aumentano in continuazione la reciproca collaborazione su un insieme limitato di obiettivi comuni, comportandosi con crescente naturalezza come con "un'agenda corporativa". [1]
Queste istituzioni operano allo stesso modo del Politburo sovietico sotto Breznev. Gli esperti di FMI e BM decidono cosa fare con l'industria carbonifera russa, come riorganizzare le compagnie in Corea o come gestire la finanza messicana. Maggiore è la scala del problema più semplicistiche e primitive sono le soluzioni proposte. Come la burocrazia sovietica in precedenza, i funzionari dell'FMI hanno un unico rimedio per qualunque malattia, applicato ad ogni latitudine, dall'Africa tropicale alla tundra siberiana. Sono essi stessi ostaggio della loro ideologia (come sempre unica universale e infallibile) e dell'inerzia delle loro gigantesche strutture burocratiche. In qualunque parte del mondo devono sopraffare la "resistenza del materiale". Al di là della retorica del "libero mercato", in realtà il mondo non ha mai sperimentato un livello di centralismo simile. Perfino i governi occidentali devono fare i conti con questa autorità parallela.
Brecher e Castello correttamente puntano il dito sul fatto che questo modello è per natura non democratico. "Come gli stati assoluti del passato, questo nuovo sistema di governo globale non è basato sul consenso dei governati. Non esistono meccanismi istituzionali che rendano conto di danni provocati dalle decisioni prese. Senza dubbio questo blocca il dispiegarsi delle responsabilità del governo moderno verso la gente. Non dovrebbe stupire che, come le monarchie del passato, questo sistema emergente di potere non democratico stia facendo crescere le rivolte." [2]

Il vecchio Grande fratello è morto, viva il nuovo Grande fratello. Ora il Grande fratello è globale o transnazionale, ma ancor più senza volto e ancor meno responsabilizzabile di prima. Non c'è da sorprendersi se dopo aver fatto esperienza di cosa la globalizzazione ha in programma, così tanta gente, in tutte le parti del mondo, stia diventando nostalgica del Grande fratello.
Esiste una concentrazione di ricchezze e risorse senza precedenti. Mai imperatore o dittatore del passato ha concentrato tanto potere quanto quello che gestiscono dirigenti dell'FMI o dei grandi gruppi quali Microsoft e IBM. Ma inevitabilmente questa iper-centralizzazione crea spettacolari problemi. Il punto non è che il modello neoliberale del capitalismo condanni la maggior parte della popolazione mondiale alla povertà, né che i paesi della periferia degenerino verso la barbarie. Queste questioni "morali" non infastidiscono le persone serie. Per il sistema, il problema è che il prezzo degli errori sta diventando incredibilmente alto. L'immensità delle risorse a disposizione dell'FMI rende possibile "stabilizzare" la situazione dopo ogni collasso. Possono andare avanti troppo a lungo con politiche basate su decisioni che sono provatamente errate.
I critici socialisti del libero mercato hanno sempre insistito sul fatto che questo sistema genera un immenso spreco. I critici neoliberisti della pianificazione centralizzata hanno puntato l'attenzione sull'altrettanto immenso spreco causato dall'amministrazione ipercentralizzata. Entrambe le tesi sono fondamentalmente corrette e provate su base empirica. Il capitalismo globale così come si è imposto negli ultimi anni Novanta è un sistema rovinoso perché è contemporaneamente dominato dal mercato e ipercentralizzato.
La crisi mondiale partita nel 1997 in Asia ha rivelato quanto sia enorme questo spreco. "Certo, la corsa inesorabile del capitale verso la ristrutturazione - ridimensionamento e controllo della produzione, finanziamento proveniente dall'esterno, precarietà lavorativa, creazione di nuovi mercati, creazione di nuovi patti per commercio e investimenti - ha dato una nuova forma al terreno delle battaglie e della resistenza", scrive David McNally sulla "Monthly Review", " ma, ben lungi da alterare le dinamiche e le contraddizioni essenziali del capitale, la crisi asiatica ha semplicemente rivelato quanto possano essere esplosive queste contraddizioni."[3] Ormai è evidente che il modello del capitalismo globale è affetto da iperaccumulazione e iperproduzione. Questo "eccesso" di produzione è accompagnato da diminuzione dei salari dei lavoratori, fame nei paesi poveri e peggioramento degli standard sociali in quelli ricchi. Non c'è solo spreco di risorse umane e materiali, anche di risorse finanziarie. Il presidente della riserva federale statunitense, Alan Greenspan, ha riferito in un'udienza del Congresso nell'ottobre 1998: "Ci sono miliardi di miliardi di dollari in giro, in ogni sorta di affari in ogni parte del mondo, e io ho il sospetto che potenziali disastri si annidino nella maggior parte di essi."[4] Miliardi di dollari sono stati spesi per salvare un solo fondo di copertura, la direzione degli investimenti a lungo termine: questa compagnia privata ha accumulato un debito comparabile a quello di interi paesi come Russia o Messico. Ma è solo la punta dell'iceberg.
La globalizzazione avanza con la diffusione delle nuove tecnologie, con il mito dell'"era dell'informazione". Come i burocrati sovietici dei primi anni Settanta pensavano che le nuove tecnologie avrebbero reso eternamente efficiente la pianificazione centralizzata, i gruppi transanazionali e le istituzioni della finanza globale insistono sull'innovazione tecnologica come panacea universale. Non hanno imparato la lezione del Soviet, che i problemi del sistema crescono con l'arrivo di nuove tecnologie I teorici dell'era dell'informazione parlano di decentralizzazione, di rete delle imprese, e di società di rete. Manuel Castells insiste che " le transnazionali non solo sono collegate in un sistema, ma si organizzano sempre più per reti decentrate."[5] Questa trasformazione, reale ma limitata nella diffusione, può comunque rafforzare le contraddizioni interne al sistema. Molti economisti descrivono il paradigma emergente come "concentrazione del controllo unito a decentramento della produzione".[6] La società di rete è un'utopia, anche senza capitalismo. Le reti crescono e si sviluppano, ma non dominano la struttura sociale. Al contrario le strutture e gli interessi dominanti tentano di utilizzare le reti per i loro particolari propositi. Questo genera nuove contraddizioni, molto simili a quelle che ha affrontato il Soviet alla metà degli anni Sessanta, quando da un lato ha cercato di decentralizzare gli organismi decisionali ma contemporaneamente rivendicava il ruolo dominante del partito.
Le reti non presuppongono un vuoto di gerarchia o autorità (altrimenti le rete stesse finirebbero per smembrarsi) - hanno bisogno di un nuovo tipo di autorità. Inoltre generano nuovi interessi. Il capitalismo ha fatto nascere molte reti, ma la logica dello sviluppo della rete è diversa da quella dell'accumulazione del capitale.
Lo stesso capitale globale non è organizzato per reti. Utilizza le reti ma è contemporaneamente centralizzato e istituzionalizzato. Manuel Castells cerca di convincerci che ci sono capitalisti a presidiare ogni scambio economico e azione umana, ma che non esiste una classe capitalista.
"Dal punto di vista sociologico ed economico, non esiste una vera classe capitalista globale. Esiste una rete integrata del capitale globale, i cui movimenti e variazioni determinano in definitiva le logiche economiche e le poltiche sociali. Così, oltre la differenza tra capitalisti in carne e ossa e gruppi capitalisti esiste anche un capitalista collettivo senza volto, costituito dai flussi finanziari circolanti su reti elettroniche". [7]
La descrizione della rete capitalista senza volto non somiglia sorprendentemente alla burocrazia senza volto del Grande Fratello? Ma, nel mondo contemporaneo, chi prende le decisioni? E come mai le decisioni prese sono così evidentemente influenzate da idee e interessi privati? Dopotutto l'élite è senza volto, non è astratta o "virtuale". È insita nelle istituzioni e nelle strutture reali dove si consolidano gli interessi e vengono prese le decisioni.
La cupola economica internazionale è rappresentata politicamente dall'FMI e dalla BM, così come da potenti oligarchi quali George Soros o Bill Gates, dai dirigenti/presidenti dei grandi gruppi transnazionali. Tutti costoro sono culturalmente e ideologicamente estremamente integrati.
La forza dell'egemonia neoliberista e la relativa debolezza delle altre ideologie borghesi (incluse quelle del patto sociale e della via nazionale) è il risultato di questo consolidamento della classe capitalista globale, senza precedenti negli stadi conosciuti del capitalismo. In ogni caso, proprio a causa di questo consolidamento a livello internazionale, questa nuova classe dirigente globale è marginale rispetto a quasi qualunque società con cui si trovi a operare. Questo è stato molto evidente in Russia o in America latina durante gli anni Novanta, ma, fino a un certo grado, anche in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. In Gran Bretagna è stata la globalità cosmopolita a sradicare la vecchia tradizione borghese. Negli Usa nel 1998 i Repubblicani ortodossi si sono opposti al presidente Clinton che chiedeva di dare più soldi al FMI. Alla fine ha vinto Clinton, ma l'opposizione più visibile è stata certamente quella della destra tradizionalista e bigotta, non quella della sinistra.
Questa marginalità della classe dirigente nel sistema globale le impone investimenti crescenti per legittimarsi. Un'identità nazionale comune o radici comuni sono essenziali per qualunque classe sociale storica al fine di dominare le classi subalterne. Se l'élite è globalizzata, ma la società resta locale e nazionale, l'élite trova sempre più problematico imporre la propria agenda alle popolazioni nazionali. La resistenza alla globalizzazione cresce in Messico e Francia, in Russia e in Corea del sud. In questa situazione gli stati sono ancora necessari per le élites, ma solo come arma di coercizione.
Lo stato ha sempre esercitato la coercizione da quando è apparso la prima volta nella storia, ma l'ha sempre potuta giustificare e legittimare dietro "l'interesse nazionale". Ora questo non è più possibile: la coercizione dello stato è usata come metodo per reprimere gli interessi nazionali. Il livello di coercizione varia in rapporto al livello di resistenza, ma il problema esiste ovunque.
In queste circostanze non deve stupire che la sinistra che davvero si vuole opporre all'agenda neoliberista divenga patriottica. Anche per difendere le società nazionali contro le élites globali e contro gli stati nazionali, che si sono trasformati in un loro strumento.
Questo crea nuove opportunità, ma anche grandi problemi ideologici alla sinistra. In Messico come in Francia esiste una solida tradizione di patriottismo democratico, repubblicano e rivoluzionario. In Russia o in Germania non esiste questa tradizione o è molto debole. Il nazionalismo russo non è mai stata una forza rivoluzionaria ed è sempre stato usato dalle forze reazionarie contro le correnti democratiche e socialiste. Si cede sempre alla tentazione di prendere ispirazione non solo dal passato ma anche dalla destra. È esattamente il caso della leadership del partito comunista della federazione russa, che è andato trasformandosi in una formazione nazionalista e conservatrice. Questo non significa che la sinistra debba rigettare il patriottismo in quanto fuori moda o ideologia borghese. Al contrario il movimento socialista deve formulare una nuova agenda patriottica basata sull'idea di cittadinanza e diritti umani, e su una nuova visione di stato democratico e decentralizzato.
La crisi del 1998 è stato il momento di verità del capitalismo globalizzato. È anche il punto il partenza del nuovo progetto socialista. Dobbiamo continuare a resistere. Ma dobbiamo anche ragionare nei termini di cambiamento istituzionale. Dobbiamo presentarci come alternativa democratica al potere totalitario del Grande Fratello capitalismo globale.

CAP. I.
GLI STATI E LA GLOBALIZZAZIONE

Per i marxisti la questione dello stato è sempre stata a monte di ogni questione di potere. Marx ed Engels definiscono l'istituzione stato come un sistema organizzato e legalizzato di coercizione di classe. Lenin non solo vedeva nella questione del potere l'asse principale di qualunque rivoluzione, ma addirittura riduceva tutto alla presa di possesso e alle conseguenti trasformazioni della "macchina stato". In ogni caso dagli anni Settanta è divenuto chiaro che gli stati non avrebbero goduto ancora a lungo del monopolio del potere. Michel Foucault ha shockato l'intelligentsia radicale francese rivelando che il potere è disperso, e non c'è nessuna ragione di pensare di trovarlo dove si è abituati a cercarlo. Questo ha avuto ovviamente delle ripercussioni sulle strategie della sinistra.
Avendo realizzato che lo stato non possedeva la totalità del potere reale nel capitalismo moderno, la sinistra ha cominciato a perdere la fiducia nelle possibilità da questo offerte. Ma il fatto che lo stato non abbia a sua disposizione la totalità del potere non significa che la questione del potere possa essere definita al di fuori e senza la partecipazione dello stato. Troppo pochi teorici della sinistra hanno posto proposto di usare lo stato come testa di ponte nella battaglia per il potere reale, ma fuori da questo quadro non ha senso parlare di riforme.

Democrazia e mercato
Andrey Ballaev notava sulle pagine della Svobodnaya mysl' che la peggior debolezza del socialismo è sempre stata il sottovalutare l'importanza del legame tra politica socioeconomica e riforme politiche. "Sarò forse un po' crudele: il socialismo persevera nella farsa di considerare la repubblica democratica moderna come precondizione sufficiente e anche indispensabile per il proprio progresso", [1] in realtà la questione è molto più complessa. I nuovi problemi della società richiedono una trasformazione qualitativa del sistema-stato.
Visto che il mercato capitalista non può farcela senza istituzioni non commerciali, lo stato come entità non commerciale gioca un ruolo chiave, non solo come finanziatore del corpo pubblico ma anche come supervisore delle interazioni tra sviluppo dell'economia e le varie strutture della sfera sociale. Come tra i marxisti dell'inizio del secolo, un'aspra polemica si è scatenata oggi tra coloro che vedevano nell'occidente il trionfo della democrazia "pura" e coloro che hanno considerato lo stato in ogni caso come uno strumento di coercizione di classe. In realtà entrambe le visioni rivelano semplicemente i limiti del marxismo classico. Non è un caso del resto che Gramsci, nei suoi appunti dal carcere, dedichi tanto spazio al concetto di "egemonia", divenuto poi così obsoleto. Senza un certo consenso da parte dei governati, lo stato può difficilmente riprodurre la sua funzione di classe. Ma questo significa che il sistema stato, come strumento della classe egemone, non può, ovviamente, cessare di tenere da conto gli interessi degli altri strati sociali. Quando le istituzioni di potere danno prova di non svolgere più questa funzione, il sistema stato entra in crisi.
La natura contraddittoria del ruolo dello stato si riflette nelle altrettanto contraddittorie politiche della sinistra in rapporto con lo stato. Non è solo la sinistra ad avere dei problemi in quest'ambito. Il liberismo, che proclama il principio dello "stato debole", ha bisogno di politiche coercitive per impiantare le sue idee. Può sembrare strano ad un primo sguardo che il liberismo, ideologia borghese, possa attaccare lo stato borghese. Ma questa contraddizione è illusoria: il liberismo attacca gli elementi non borghesi dello stato borghese. Il liberismo chiede continuamente di ridurre al minimo il ruolo di quelle istituzioni che non sono direttamente compromesse con la difesa dell'ordine capitalista. Facendo questo, destabilizza costantemente quest'ordine.
Le istituzioni dello stato assicurano la continuità storica senza la quale la legittimità del potere sarebbe estremamente dubbia. Questa è la ragione per la quale Gran Bretagna e i Paesi scandinavi hanno mantenuto le monarchie e i il loro sistema politico è diventato il modello per molte repubbliche. Se il regno e i nobili garantiscono il legame con il passato pre-capitalista, lo stato del benessere fornisce l'aggancio con il futuro. La reazione neoliberista è volta a rompere questi legami. Se la storia è arrivata alla fine, il futuro non accadrà mai. Certamente si dovranno prendere le dovute precauzioni.
I rappresentanti della sfera sociale - chi lavora nel servizio pubblico, scienza, educazione, etc. - non amano lo stato, ma la loro situazione peggiora pesantemente quando le istituzioni si indeboliscono. Gli intellettuali non possono soffrire i burocrati, ma si rivolgono sempre a loro per avere aiuto. Senza lo stato l'intelligentsia secolare non potrebbe esistere. Sopravvive l'intelligentsia clericale, come prova la storia del feudalesimo. Ma l'intellettuale contemporaneo medio non è preparato per entrare in convento.
La sfera sociale, che gioca un ruolo sempre crescente nella vita degli esseri umani, non può svilupparsi al di fuori dello stato, ma allo stesso tempo le strutture dello stato sono inadatte a essa. "Al momento attuale", nota Ballaev, "questo conflitto sembra alludere a un contesto in cui la sfera sociale, dopo aver subito costanti sconfitte, sta gradatamente raccogliendo forze". Questo conflitto si manifesta sempre più a livelli regionali e interstatali, dove le contraddizioni evidenti in principio a livello nazionale ricompaiono sotto nuove forme. Presto o tardi un simile sviluppo porterà alla catastrofe o "alla trasformazione del sistema economico e della natura politica dello stato". [2]
La contraddizione tra il bisogno teorico di rinnovamento dello stato e il fallimento pratico dello stato nella sua forma attuale sfocia nell'impotenza delle strategie politiche della sinistra, nelle confuse dichiarazioni di ideologi e nello sconcerto degli attivisti. L'argomento teorico frequentemente invocato per giustificare l'immobilismo è che lo stato nazionale, elemento centrale delle strategie della sinistra (marxista o social democratica), sta perdendo il suo significato. L'indebolirsi del ruolo dello stato nazione nel contesto del mercato globale è un fatto incontestabile. Ciò non toglie che, al di là della debolezza, lo stato continui a essere un fattore chiave per lo sviluppo politico ed economico. Del resto non è un caso che le grandi transnazionali utilizzino gli stati nazione come strumento delle loro politiche.
È evidente che la sinistra abbia bisogno di una propria strategia economica internazionale, e di lavorare coordinandosi a scala regionale, ma strumento e punto di partenza di questa nuova cooperazione può essere solo lo stato nazionale. Non c'è bisogno di supporre che il capitale possa riconciliarsi con le riforme radicali nella sfera della proprietà. In un paese dove sono presenti risorse uniche (e sono molti compresa Russia, Messico e Sud Africa), e dove gli interessi degli affari regionali sono concentrati, anche le corporazioni transnazionali preferirebbero fare concessioni ai settori statali piuttosto che mettere a rischio la possibilità di partecipare a questi mercati.
In generale c'è da notare che tra gli ideologi della sinistra un sano scetticismo verso le reali possibilità dello stato è stato subito rimpiazzato da teorie completamente assurde dell'ordine di un "socialismo senza stato". Negli anni Cinquanta, quando i socialisti posero la questione della nazionalizzazione, gli ideologi liberali sottolineavano che non era importante la proprietà in se stessa quanto i meccanismi del controllo. In ogni modo negli anni Ottanta sono cominciate massicce privatizzazioni, dirette alla distruzione del settore statale su scala mondiale. Nel frattempo, una porzione significativa della sinistra non ha solo fallito nella resistenza alle privatizzazioni, ma si è in pratica riconciliata con le sue conseguenze.

La logica della globalizzazione
La maggioranza degli ideologi di sinistra ha cominciato a riconciliarsi con l'immagine dello stato come una macchina burocratica demoralizzatrice strutturalmente incapace di gestione, che semplicemente scuce i soldi ai contribuenti. Bisogna ammettere che questa immagine è ancora ampiamente accreditata. Ma nella maggioranza degli stati non è stata la sinistra a creare la burocrazia statale, anche se la sinistra figura, nella coscienza di milioni di persone, come suo servo e difensore. Allo stesso tempo la destra è effettivamente esplosa coniugando nel suo proprio interesse la stanchezza dei cittadini nei confronti dello stato e la loro richiesta non neutrale che lo stato li difenda dalle minacce straniere. Queste minacce molto spesso si riducono ad essere non orde di guerrieri stranieri, ma montagne di beni di consumo stranieri, colonie di emigranti malridotti e la mafia che sta rapidamente ingrassando - in poche parole le naturali conseguenze delle politiche economiche della destra.
Il problema dello stato diventa insolubile per la sinistra dal momento in cui non accetta l'idea di una radicale trasformazione delle strutture di potere. Le strutture statali stabilizzate cominciano a essere considerate immutabili. Possono solo essere accettate o scartate. A livello simbolico, la sinistra sta facendo entrambe le cose. La pratica politica, che inevitabilmente dà luogo a cambiamenti costanti nelle strutture e istituzioni dello stato, è diventata monopolio della destra.
La democratizzazione del potere e la partecipazione della masse alla formazione delle decisioni non possono di per sé garantire che le riforme sociali avranno successo. Ma se la sinistra, una volta raggiunto il potere, non comincia a lavorare da subito alla democratizzazione delle istituzioni dello stato, ciò non può che finire con la degenerazione del governo di sinistra.
Comunque, negli anni Novanta la reale possibilità di serie riforme strutturali a livello dello stato nazionale è stata messa in dubbio. La globalizzazione è diventata un'idea chiave del neoliberismo, in una situazione di crollo di tutte le altre ideologie. Le tesi sull'importanza dello stato, che hanno cominciato a circolare nella sinistra, si sono fondate su tre principi. Il governo è stato visto come poco potente di fronte alle corporazioni transnazionali (come la Microsoft, la Ford o la russa Gazprom); nei confronti dell istituzioni finanziarie internazionali come Bm e FMI; e per finire nei confronti di quelle formazioni interstatali come il Trattato nord americano per il libero commercio (NAFTA), che lega Usa Canada e Messico, o gli organismi creati sulla base del trattato europeo di Maastricht.
La globalizzazione non è in realtà nulla di così nuovo nella storia della società borghese. Il capitalismo è nato e cresciuto pienamente come sistema a scala mondiale. È solo verso la fine del XVIII secolo che il capitalismo nazionale, radicato nelle strutture sociali di alcuni paesi occidentali, ha cominciato a svilupparsi. Questo capitalismo nazionale, come le stesse nazioni moderne, non era una precondizione per, ma il prodotto di una fase di sviluppo del capitalismo come sistema mondiale. Alla fine del Ventesimo secolo il capitalismo sta ricominciando a diventare globale. Questo non mette fine alle società nazionali o agli stati, benché questi, come agli esordi del capitalismo, siano in una crisi profonda. Come nota Wallerstein: "Gli stati moderni non sono schegge primordiali apparse sulla strada della storia. Sarebbe più utile leggerle come un assetto delle istituzioni sociali all'interno dell'economia globale capitalista: potrebbero trasformarsi nel dettaglio con cui e di cui analizzare le strutture le congiunture, e gli eventi."[3]
Mentre alcuni economisti e sociologi del tardo ventesimo secolo enfatizzano i cambiamenti causati dalla globalizzazione, altri autori sottolineano che il processo in discussione è lungi dall'essere nuovo. James Petras sostiene che: "economie, nord e sud, si sono date il cambio tra i mercati globale, nazionale/regionale per i passati 500 anni. Nel secolo la globalizzazione è stata intensa fino al 1914; ha fatto seguito un prolungato periodo di spostamento verso lo sviluppo dei nazionalismi dalla fine degli anni Venti fino alla metà degli anni Quaranta, seguito da crescenti e scomposti sforzi dagli anni Cinquanta fino ai Settanta, per tornare verso la globalizzazione. La disfatta dei regimi nazionalisti e socialisti e la crescita di competitività del capitalismo asiatico negli anni Ottanta hanno guidato l'attuale fase della globalizzazione, ancora oggi bersaglio di crescenti attacchi dall'interno di molti paesi, al nord e al sud. Perciò la globalizzazione non è la fase ultima del capitalismo ma semplicemente il prodotto delle tattiche statali in relazione alle istituzioni economiche internazionali."[4]
Pertas punta inoltre l'attenzione sul fatto che anche i gruppi trasnazionali hanno dei precursori diretti nelle compagnie mercantili fiorite tra il XVIdeg. e il XVIIIdeg. secolo. Lo sviluppo del capitalismo è ciclico per principio, e non c'è ragione di affermare che i cambiamenti avvenuti nella società sul finire del Ventesimo secolo siano per principio irreversibili.
Certamente non possiamo nasconderci i segni della differenza qualitativa tra la fase attuale e i precedenti periodi di internazionalizzazione del capitalismo. Grazie ai progressi tecnologici e alla vittoria della guerra fredda, per la prima volta nella sua storia il sistema capitalista mondiale è diventato effettivamente un sistema mondiale. Le predizioni di Marx ed Engels nel "Manifesto del partito comunista", che il capitalismo avrebbe sopraffatto stati e confini nazionali, si sono avverate pienamente soltanto 150 anni dopo.
In polemica con autori che legano la globalizzazione unicamente alla rivoluzione tecnologica, Petras sembra incline a considerare che la tecnologia non abbia effettiva relazione con questo processo. La globalizzazione, dal suo punto di vista, prende origine dalle relazioni di classe cambiate a vantaggio del capitale. "Tecnologia e nuovo sistema dell'informazione sono compatibili tanto col modello nazionalista che con quello neoliberista, come hanno dimostrato i capitalisti asiatici."[5] La questione, però, non è il grado di compatibilità tra nuove tecnologie e vari fenomeni sociali, ma il modo in cui questo influenzi la totalità dello sviluppo del capitalismo. In questo senso, le interpretazioni di Petras, malgrado il valore politico sotteso, rappresentano una sorta di soggettivismo sociologico. Analizzando l'espansione mondiale del capitalismo nel Ventesimo secolo, Marx ed Engels non hanno mai considerato la tecnologia come neutra. Al contrario hanno legato direttamente la nuova fase dello sviluppo del capitalismo alle nuove potenzialità produttive.
È significativo il fatto che i cicli internazionali dello sviluppo del capitalismo sono sempre stati legati a periodi in cui le tecnologie che favoriscono commerci e comunicazioni ricevono maggiori impulsi allo sviluppo rispetto a quelle rivolte alla produzione. Il periodo del capitalismo mercantile, tra il XVIdeg. e il XIXdeg. secolo, è stata un'epoca di scoperte geografiche, di sviluppo rapido nella progettazione e costruzione delle navi (è sufficiente comparare le lente galere del Mediterraneo con le rapide fregate dell'ultimo periodo), di costruzione di strade, e via dicendo. La rivoluzione industriale coincide con la nascita dello stato nazione. L'apparizione del sistema di produzione fordista coincide con la crescita del ruolo dello stato nel secolo Ventesimo. La produzione è sempre locale; necessita di un particolare quadro di condizioni dove sia possibile risolvere i concreti problemi sociali e politici.
Alla fine del secolo, a dispetto della crescita della produttività del lavoro industriale, il ritmo di sviluppo delle tecnologie della comunicazione è stato più rapido. È proprio qui che possiamo riconoscere i risultati più impressionanti della rivoluzione tecnologica. Questa è una questione che va al di là delle precondizioni oggettive della globalizzazione. Ma la situazione non è sempre stata questa. Lo sviluppo del capitalismo non è solo ciclico ma anche irregolare. Le tecnologie della comunicazione non possono svilupparsi in eterno a ritmi forzati, per il semplice fatto che la società non ne ha bisogno. Dalla metà degli anni Novanta la fornitura di innovazione tecnologica ha già chiaramente ecceduto la domanda. La resistenza dei consumatori all'introduzione di nuovi processori e sistemi di computer ha già dato seri problemi alle ditte che operano in questo settore. Il ciclo sta cominciando a volgere alla fine.
La globalizzazione della fine del Ventesimo secolo è la terza ondata nella storia del capitalismo, ma è qualitativamente differente dalle precedenti. L'internazionalizzazione dell'economia tra il Sedicesimo e il Diciottesimo secolo è stata accompagnata da una crisi profonda dello stato; alla fine del Ventesimo il rafforzamento dello stato (almeno per i paesi del "centro") e l'espansione del mercato capitalista hanno proceduto mano nella mano. Questa è l'essenza del fenomeno noto come imperialismo. Ai tempi della prima rivoluzione borghese le basi dello stato feudale sono state minate. Nell'epoca dell'imperialismo invece gli stati si sono trovati piuttosto adeguati alle richieste di sviluppo del capitale, essendo diventati perfettamente borghesi. Ciò che osserviamo alla fine del millennio mostra che una contraddizione è sorta tra la forma attuale dello stato e gli interessi del capitale. In realtà non è lo stato in sé ad essere in crisi, ma solo quelle strutture che sono cresciute all'ombra del capitalismo. Per questo la globalizzazione attuale è così saldamente intrecciata alle reazioni sociali.
Imbattendosi nel fenomeno della globalizzazione gli analisti di sinistra hanno cominciato a dividersi in due fazioni. Alcuni hanno letto la globalizzazione come un processo inevitabile, tecnologicamente preordinato cui non era possibile resistere, mentre altri lo hanno visto come il prodotto della volontà politica della borghesia, quasi una cospirazione cui è possibile opporsi con l'aiuto di una volontà politica contrapposta. Sembra che la sinistra abbia analizzato la concezione borghese del processo di globalizzazione non il processo in sé. Il nodo del grosso dibattito teorico non è stato il reale processo in atto nel mondo economico, ma solo la sua immagine, il suo sfondo.
In ogno caso ogni tentativo di esaminare il processo nel concreto prendendo in esame esempi di paesi specifici ha portato a concludere che la tecnologia, per quanto non neutra non è neppure onnipotente. Il nuovo potenziale di informazione e produzione acquisito dalle trasnazionali alla fine del secolo ha davvero creato le precondizioni per la globalizzazione, oltre a determinare il successo dell'ovest nella guerra fredda. Ma le tecnologie sono in continuo divenire e aprono nuove possibilità, incluse quelle che permettono di resistere alla globalizzazione capitalista.

"L'impotenza dello stato"
La tesi dell'impotenza dello stato è una profezia che si autoavvera. Uno stato che operi strettamente in accordo con le direttive dell'ideologia neoliberale e del FMI diventerebbe di fatto impotente. Si tratta di un particolare tipo di impotenza: chiunque tenti di lanciare una sfida all'ordine esistente scoprirà che lo stato continua a essere sufficientemente forte da accettare la sfida.
Benché le istituzioni della finanza internazionale abbiano acquisito un enorme influenza non possono perseguire le loro politiche che attraverso le agenzie di stato. Allo stesso tempo l'esperienza dei paesi dell'Europa dell'est ha mostrato che i governi, specialmente dell'ala sinistra, amano spiegare le loro decisioni come il risultato di "fattori esterni". Di fatto, le cose stanno in modo un po' diverso. Il leader del sindacato bulgaro Krascho Petrov constata: "Senza sminuire l'importanza dei programmi di aggiustamento strutturali come dell'approccio monetaristico tradizionale delle istituzioni internazionali sull'erosione del benessere sociale e degli standard di vita della classe lavoratrice, è comunque necessario prendere nota dei "servizi" resi in questa area dai governi nazionali. Ignorare e sottovalutare gli standard e i diritti, sottovalutare il ruolo delle politiche sociali, sono spesso risultati dell'iniziativa nazionale non dell'influenza esterna. In questo caso i governi riescono a fatica a mascherarsi dietro presunte richieste delle istituzioni internazionali mai apertamente messe in discussione."[6]
Allo stesso modo i dirigenti del Partito comunista sudafricano spiegano ai loro sostenitori oltraggiati dalle politiche finanziarie neoliberiste del governo: "La vergogna per la limitazione dei finanziamenti non deve ricadere sul ministro delle finanze o sul governo in generale. Sono limiti sintomatici di qualunque economia che resti ostaggio delle onnipotenti forze del settore privato interno e internazionale."[7]
Per la sinistra, l'unica possibilità di conquista del potere è cambiare le regole del gioco e allo stesso tempo distruggere il complesso sistema di relazioni tra governi nazionali e istituzioni politiche e finanziarie internazionali. Per molte di queste istituzioni l'ostilità o la non disponibilità a collaborare da parte dei governi nazionali sarebbe una reale catastrofe, specialmente se gli stati non allineati tentassero di mettere in piedi a loro volta strutture internazionali parallele o di trasformare quelle esistenti. Proprio perché molte alternative radicali sono evidenti e facili da cogliere, bandire ogni idea che possano esserci nuovi approcci a livello nazionale e internazionale è questione di vita o di morte per l'ideologia neoliberista. Tonellate di carta, incalcolabili ore di palinsesti televisivi, un enorme sforzo intellettuale è investito esclusivamente nella soppressione del dibattito sulle alternative.
La forza del FMI e delle altre istituzioni finanziarie internazionali consiste soprattutto nel fatto che possono coordinare le proprie azioni a livello internazionale mentre i loro oppositori sono isolati. Di conseguenza la risposta al ricatto delle politiche finanziarie non dovrebbe essere la rinuncia alle riforme, ma la ricerca di nuovi alleati nell'arena internazionale, combinata con una chiara strategia di cambiamento e con l'appoggio dei movimenti di massa all'interno dei singoli paesi.
Le strutture interstatali possono diventare agenti di regolamentazione: da questo livello il settore pubblico potrebbe ricevere nuovi impulsi per il proprio sviluppo. In ogni caso l'integrazione portata avanti nel quadro della strategia neoliberale non ci avvicinerà mai all'obiettivo. Le strutture internazionali create all'interno del contesto del progetto neoliberista non possono essere semplicemente implementate e riformate. La strada per una nuova forma di integrazione implica una crisi profonda e, possibilmente, lo smantellamento di queste strutture. Per esempio, il primo tentativo reale di unione tra Russia e Bielorussia ha provocato una crisi acuta non solo nell'ibrida Confederazone degli stati indipendenti, fondata al posto dell'Unione sovietica, ma anche nella stessa Russia dove è divenuto chiaro che la regione russa stava domandando uno status analogo a quello della Bielorussia.[8]
Accettare il fatto che l'integrazione sia essenziale non significa, per una sinistra seria, riconciliarsi né con l'Unione europea e il trattato di Maasticht né con la Confederazione degli stati indipendenti. Al contrario è necessario intraprendere una strenua lotta contro il presente ordine internazionale in nome del principio dell'integrazione democratica. I processi che stanno accadendo all'interno del contesto dei vecchi stati nazionali potranno giocare un ruolo decisivo in questa lotta.
Per finire, tutte le istituzioni internazionali rappresentano la continuazione degli stati nazionali: si basano su di loro quindi sono impotenti senza di loro. Questo vale per l'Unione europea, per le Nazioni unite, per l'Alleanza atlantica e anche per FMI e BM che a volte sono percepite come entità globali indipendenti. Le forze che lì dominano non sono banche private, ma stati creditori. In questo senso il ruolo globale del FMI testimonia non della forza del ruolo degli elementi fondamentali del mercato, ma, al contrario, della forza del ruolo dell'economia globale degli stati del centro, in relazione a quelli della periferia. Anche le compagnie private trasnazionali vivono in simbiosi con lo stato; senza il supporto dei governi non possono mantenere e sviluppare le loro complesse strutture globali. Hanno bisogno della forza militare dello stato per mantenere le delicate regole del gioco e per difendere i loro interessi. Mentre lesinano sul sociale, i governi sono forzati a spendere somme sempre più grandi in spedizioni punitive internazionali.

La debolezza del capitalismo globalizzato
La globalizzazione rende le compagnie non solo più grandi, ma anche più complesse e spesso molto più vulnerabili. Questa è la ragione della richiesta di standardizzazione delle leggi, di uniformazione delle norme sociali e di apertura dei mercati. È falso che il capitale transnazionale non abbia bisogno dello stato: senza la complicità degli stati il capitale transnazionale non potrebbe aprire i suoi indispensabili mercati e chiudere le sue frontiere; né potrebbe manipolare il prezzo della forza lavoro e della materie prime. Il capitalismo è impossibile senza le leggi e le leggi non esistono al di fuori dello stato. Anche le famose "leggi internazionali" non hanno un'esistenza indipendente: sono imposte dagli sforzi di determinati stati, che a seconda delle proprie capacità e interessi , accettano serenamente alcuni strappi e ne puniscono pesantemente altri.
L'importo degli investimenti statali nella vita economica, sociale e culturale nel corso degli anni Ottanta e Novanta non è diminuito ma anzi aumentato: la liberalizzazione è in fondo una forma di interventismo, anche se di tipo perverso, destinato alla distruzione del settore pubblico, all'abbassamento del tenore di vita e alla rimozione delle barriere doganali. La pratica ha dimostrato che mantenere il mercato aperto non richiede minore impegno da parte dei governi che proteggerlo. Siamo nel pieno di un processo di ristrutturazione dell'apparato governativo e delle priorità, come si evince da un articolo della "Nezavisimaya gazeta". "Anche se può apparire paradossale, in condizioni di economia di mercato il globalismo amministrativo del governo russo a volte supera la gigantomania che ha afflitto le strutture economiche dell'Unione sovietica. Bisognerà ricordare che i costi esorbitanti degli errori fatti dalla gerarchia dirigente sovietica sono stati una delle ragioni principali della crisi dell'economia nazionale."
Le politiche neoliberiste non hanno risolto questo problema. Anzi, privatizzazioni e liberalizzazioni hanno messo ancor più potere nelle mani delle burocrazie centralizzate. I "giovani riformatori" Anatoly Chubais e Boris Nemtsov, con l'appoggio degli esperti dell'FMI, hanno arbitrariamente sprecato miliardi di dollari e riorganizzato le strutture governative come se stessero giocando con le costruzioni, senza assumersi la minima responsabilità per le conseguenze delle loro decisioni. La "Nezavisimaya gazeta" continua: "In Russia il costo di un errore da parte dei riformatori ha raggiunto livelli incredibili, fin da quando le decisioni di Chubais e Nemtsow hanno messo in gioco miliardi di dollari. Diversamente che nella situazione dell'economia centralizzata sovietica, i riformatori si sono permessi di agire senza nessun controllo esterno."
Immensi poteri hanno cominciato a concentrarsi nelle mani di uno sparuto gruppo di persone che controlla i flussi finanziari all'interno dello stato. "In Russia ormai la formazione di un monopolio delle decisioni che riguardano la vita di decine di milioni di persone, è quasi completato."[9]
Praticamente in nessun paese il neoliberismo ha prodotto riduzioni notevoli nelle dimensioni dell'apparato governativo. Il caso della Russia, dove la riduzione del settore pubblico a un decimo delle sue dimensioni ha indotto un incremento nell'apparato statale di circa tre volte è certamente un caso estremo. Ma non è unico. In giro per il mondo, alcuni sistemi governativi si sono ridotti altri sono cresciuti. I tagli alle spese sociali sono sempre stati accompagnati dall'aumento delle spese per l'apparato repressivo; la privatizzazione dei settori pubblici fa crescere in maniera drammatica il peso delle tassazioni di servizio, e così via. In una prospettiva a lungo termine, un budget bilanciato è un risultato irraggiungibile, mentre la crisi finanziaria dello stato non può per principio risolversi all'interno del contesto di questo modello.
I liberisti sono stati in grado di riscrivere le priorità dello stato, che perciò possono essere riviste anche dietro la pressione dei lavoratori. Perché questo accada è indispensabile una volontà politica disposta a utilizzare il potere come strumento. "L'impotenza dello stato" è un mito propagandistico. Perché lo stato ritorni in condizioni di adempiere alla sua funzione di regolatore nell'interesse delle classi lavoratrici, deve trasformarsi radicalmente e, in certo modo, globalizzarsi (attraverso associazioni interstatali democraticamente organizzate). Le organizzazioni della sinistra si trovano a combattere in mutate condizioni: non hanno più bisogno solo di mutua solidarietà, ma di un coordinamento effettivo delle proprie azioni, realizzabile nella pratica attraverso campagne a livello internazionale.
Il pensiero della sinistra sulle compagnie transnazionali è dominato dalla semplicistica idea di queste come corpi omogenei e monolitici con strutture esecutive idillicamente disciplinate,una chiara divisione dei compiti e un efficiente processo di assunzione delle decisioni. Questo richiama fortemente alla memoria la visione idealizzata dell'economia pianificata del Soviet - solo ora, le strutture sono globali e private. In realtà, il destino delle corporazioni transnazionali è lo stesso di tutti i sistemi ipercentralizzati, incluso il Gosplan sovietico: cominciano con il differenziarsi gruppi di interessi, sotto-elites e clan feudali prendono forma al loro interno. I livelli più bassi della gerarchia manipolano l'informazione per ottenere vantaggi da quelli superiori. Chiunque abbia avuto a che fare con uffici di compagnie transnazionali nei paesi dell'Europa dell'est ha udito dagli impiegati l'usuale lagnanza contro il centro: che non è in grado di comprendere le condizioni locali, che ostruisce il lavoro e soffoca l'iniziativa. Solo che ora il centro non è più localizzato a Mosca ma a Washington o nell'Europa dell'ovest.[10]
Se le compagnie transnazionali non sono strutture monolitiche ma sono crivellate da conflitti interni, quale è la fonte del loro potere politico? Sono più potenti di tutti perché con il supporto del neoliberismo hanno potuto imporre la propria egemonia sul capitale mondiale (e ancor più capillarmente sulla classe dirigente mondiale).

Egemonia neoliberista contro democrazia
Dal suo esordio il neoliberismo è stato un progetto egemonico come sostiene il marxismo occidentale. I cambiamenti tecnologici che hanno provocato trasformazioni nella struttura della società durante gli anni Ottanta non potevano che provocare una crisi di egemonia. Questa crisi è stata utilizzata, dalle istituzioni finanziarie internazionali e dagli ideologi neoliberisti in due modi. Da un lato la classe lavoratrice tradizionale si è indebolita; dall'altro le corporazioni transnazionali cercano di produrre una "nuova consapevolezza di classe" nel mondo del capitale, per legittimare la propria identità sociale, consolidandola intorno a se stessa. Le differenze e le contraddizioni restano ma, come in ogni genere di progetto, la parte è subordinata al tutto, il particolare al generale.
È questo consolidamento senza precedenti delle elites che sta dando al progetto neoliberista un'incredibile forza. I vari gruppi continuano a darsi battaglia tra loro, ma all'interno di un contesto di orientamenti comuni. I cambi di governo non hanno prodotto inevitabilmente reali cambiamenti, e i conflitti di interesse sono stati confinati a questioni di lobbing. Il punto debole del neoliberismo sta nel fatto che le sue strutture di dominio si impongono inevitabilmente su una realtà variegata e complessa, strutturata in varie società. Perciò il neoliberismo, senza pretendere di unificare e omogeneizzare la società umana (cosa che minerebbe la capacità del capitale di praticare la manipolazione globale) si sforza di semplificare il compito a priori, di render uguali, strutturalmente simili, tutte le società cosicché siano facilmente comprensibili e maneggiabili in base a regole comuni.
Questo si scontra con la fondamentale "resistenza del materiale". L'identico rifiuto di un modello alieno ha minato il blocco comunista. Ora il neoliberismo sta usando proprio questi metodi.
L'economia può essere globale ma non si può sottovalutare il significato e il potenziale delle economie nazionali. La società continua a essere costretta nei confini assicurati dagli stati, proprio perché la sua possibilità di avere peso nelle decisioni politiche ed economiche è limitata ai confini dello stato nazionale. Il desiderio dei popoli di conservare i simboli e la istituzioni dello loro proprio stato non è dovuto solo a tradizionalismo, nazionalismo o sentimentalismo, ma all'istintiva comprensione che se si perdono questi simboli e queste istituzioni, sarà persa anche l'ultima possibilità per questi stessi popoli di poter decidere del proprio futuro. Anche le burocrazie transnazionali sono strutture statali e hanno ovviamente radici nazionali proprie. Ma non sono istituzioni democratiche.
Il capitale transnazionale e le sue burocrazie sono marginali nelle relazioni con qualunque società, incluse quelle dei paesi del "centro". In ogni caso sono ben lungi dall'essere marginali in rapporto con lo stato. Ancora peggio, lo stato sta diventando sempre più un organismo per la difesa di questi "nuovi marginali". "In realtà, i gruppi finanziari, i manipolatori dell'alta tecnologia, hanno soprattutto una caratteristica comune: una totale assenza di visione e di strategia.. loro operano su scala mondiale, ma non controllano nulla", scrive il settimanale francese "L'Événement du jeudi". "Quando gli stati non organizzeranno più lo spazio sociale, il vero padrone dell'universo sarà l'incertezza."[11]
Criticando la "vecchia sinistra" perché troppo orientata verso lo stato, e difendendo il nuovo slogan della "società civile" e dello "sviluppo sostenibile", l'economista finlandese Jan Otto Anderson nota: "Oggi, a dispetto dell'internazionalizzazione delle economie, gli stati nazione si suppone siano ancora la comunità attraverso cui la popolazione può essenzialmente identificarsi e attraverso cui può essere in grado di prendere parte alle decisioni. L'erosione dello stato nazione implica sicuramente un indebolimento delle possibilità di realizzazione di comunità democratiche."
Perciò la sinistra non può rinunciare alla lotta per "ristabilire le capacità dello stato nazione di governare o di creare altre collettività che regolino democraticamente le forze del mercato".[12] Non c'è nulla di già stabilito, la battaglia vera deve ancora cominciare: la posta in gioco è la sopravvivenza della democrazia.
Non esistono istituzioni democratiche a livello globale. Il capitale è pressoché globalizzato, non così gli individui. Per quanto cosmopolita possa diventare la nostra cultura, la schiacciante maggioranza della popolazione continua a essere fisicamente costretta dalle condizioni del vivere quotidiano, confinati a in uno specifico luogo. Non c'è nulla di intrinsecamente diabolico in questo. La società nazionale e lo stato resteranno il livello al quale i mutamenti sociali sono possibili e necessari. È un'altra questione il fatto che in regime di globalizzazione non solo le rivoluzioni, ma anche le riforme non possono aver successo se non si propagano a un numero significativo di paesi. Anche questo ovviamente non è nulla di nuovo. Non a caso Marx, come Trotsky e altri rivoluzionari dell'inizio del Ventesimo secolo, parlano di rivoluzione permanente.
I governi neoliberali che stanno smantellando lo stato sociale spiegano alla popolazione che, nelle nuove condizioni, il paese non si può più permettere il precedente livello di benessere. I difensori dello stato sociale fanno notare a loro volta che praticamente tutti i paesi, dove sul finire degli anni Ottanta o durante gli anni Novanta i programmi sociali e la regolamentazione erano stati definiti come "lussi fuori portata", sono ora molto più ricchi di quando queste misure erano state introdotte per la prima volta. Di principio si tratta di una discussione inutile: hanno entrambi ragione. L'irrazionalità del capitalismo moderno si manifesta proprio nel fatto che l'accumulazione di ricchezze da parte di una società non garantisce per principio una vita felice ai membri della società stessa.
Lo stato sociale è divenuto impossibile non perché la società sia diventata più povera, ma perché sono cambiate le sue strutture sociali ed economiche. Il modello fordista di produzione di massa prevedeva che i lavoratori di un'impresa fossero i potenziali consumatori dei propri prodotti. L'economia nazionale e il mercato interno restavano prevalentemente chiusi, un sistema autosufficiente. Gli impresari avevano un proprio interesse nell'aumento degli stipendi, visto che questo significava un'automatica espansione del mercato per i loro prodotti e servizi. In ogni caso, gli interessi complessivi della borghesia e quelli individuali di ciascun impresario, con una spinta a economizzare sugli stipendi, si sono sempre contraddetti l'un l'altro. La funzione regolatrice dello stato era per questo essenziale per mantenere la disciplina sociale e la solidarietà economica all'interno della stessa classe dirigente.
Come nota Samir Amin: "La regolamentazione è sempre stata strettamente nazionale. Era costruita su sistemi produttivi autocentrati ancora largamente autonomi, benché interdipendenti all'interno del mercato mondiale. Ha potuto operare solo a quei livelli dove esisteva un effettivo controllo dello stato nazionale sulla gestione dell'economia interna e sugli scambi con l'estero in termini di competitività commerciale, capitale e flussi tecnologici." [13]
Amin giustamente ribadisce che questo tipo di regolamentazione era possibile solo nei paesi del "centro", e che si basava sul mantenimento di relazioni ineguali tra "centro" e "periferia". Questo è il motivo per cui il tentativo di esportare la socialdemocrazia nei paesi del terzo mondo, dove si stava stabilendo un diverso modello di industrializzazione, è sfociato inevitabilmente nel fallimento: "questa nuova industrializzazione era basata sul dispiegamento del fordismo al di fuori del compromesso socialdemocratico." [14] Lo sviluppo economico dei paesi della periferia ha creato le condizioni per una globalizzazione, in cui i paesi del centro capitalista mantengono il controllo sui movimenti del capitale, ma hanno perso il monopolio della produzione industriale di massa.
I confini degli stati sono elementi particolarmente importanti del sistema di regolazione all'interno dell'impianto del progetto neoliberista, si può dire che rappresentino "lo scheletro nell'armadio" di cui nessun rappresentante del potere costituito vuole parlare. Se il movimento di capitali in giro per il mondo diviene sempre più libero, la mobilità della forza lavoro è, per contrasto, limitata. Non esiste un libero mercato della forza lavoro. Le frontiere tra i paesi del "centro" si stanno dissolvendo, ma tra centro e periferia (e in molti casi tra paesi della periferia) si stanno facendo sempre più calde. Da soggetto dell'attività economica, i lavoratori si stanno trasformando esclusivamente in oggetti, "risorsa lavoro", passivi e immobili come materiali, come, lasciatecelo dire, depositi di materiale arrugginito. Per lo stesso motivo la solidarietà sociale, che presuppone un equilibrio quantomeno formale tra le due parti, sta diventando altrettanto inutile.
La globalizzazione dell'economia ha reso vano il compromesso sociale delle democrazie. L'impresa lavora per il mercato mondiale, ma la società resta nazionale. La crescita dei salari non soddisfa più la domanda di beni di consumo. Il vecchio contratto sociale è al collasso, cosicché è impossibile garantire la sicurezza sociale da parte del capitale, controllare il consumo da parte dei lavoratori che sono oramai abituati a sperperare i loro alti salari in beni prodotti da aziende che sfruttano affaticati morti di fame nel sud est asiatico.
La natura ciclica dell'economia capitalista rende inevitabile l'emergere di contraddizioni che minano alla base il compromesso keynesiano. Ma la stessa natura ciclica crea problemi anche al progetto di globalizzazione neoliberista. Come nota il sociologo britannico Simon Clarke, la globalizzazione dell'economia del tardo ventesimo secolo, come all'inizio del secolo, è strettamente legata all'iperaccumulazione di capitali. Il paradosso sta nel fatto che, da un lato, le opportunità di investire capitali in modo redditizio nei paesi del "centro" è estremamente limitata, poiché richiede una crescente espansione nei paesi della "periferia". Dall'atro lato anche le possibilità di sfruttamento della "periferia" non sono illimitate e il capitale esportato non è a volte sufficiente per assicurare la crescita economica. In questa situazione Clark ricorda che "la fase precedente dell'iperaccumulazione è sfociata nella nascita di protezionismi e imperialismi". [15]
Il teorico dell'ala sinistra dei verdi tedeschi, Elmar Altvater, conclude che la sinistra non ha ancora imparato ad orientarsi nel "nuovo orizzonte politico". [16] Invece di lagnarsi dell'internazionalizzazione del capitale, farebbe meglio a lottare per "regole sociali che portassero a risultati globali". Queste regole, in ogni caso, sono impossibili sulla base dei vecchi metodi statali; devono affermarsi al livello di "società civile globale". [17] Contemporaneamente Altvater riconosce che "a dispetto di tutta la globalizzazione economica non è sorta nessuna nuova società mondiale".[18] Di conseguenza "la società civile globale", se esiste in qualche luogo al di fuori dell'immaginazione dei teorici, non è rappresentativa della società reale. Solo una minoranza insignificante si sta muovendo all'interno delle svariate "libere associazioni", soprattutto a scala planetaria. Al momento attuale è tanto utopica quanto elitaria. La regolamentazione ha bisogno di diventare regionale e globale. In ogni caso questa non può avere come base la "società civile", ma deve avere le sue basi nella democrazia e nell'uguaglianza dei diritti civili, cose impossibili al di fuori dello stato.[19] A livello locale, la regolamentazione ha bisogno di un sistema di autogoverno locale e di organismi nazionali di rappresentanza dell'autorità. Indebolito dal processo di globalizzazone, lo stato, forzato a fare i conti con le conseguenze di tale processo, potrebbe recuperare la posizione perduta, ma se anche l'intervento statale tornasse a essere popolare, la questione della sua forma e della sua natura di classe resterebbe aperta.

Limiti oggettivi

Nel 1995 il londinese "Economist" notava con una certa soddisfazione che la storia recente è "costellata di esempi in cui i mercati hanno forzato i governi a cambiare politica".[20] In realtà questa verosimile affermazione è una totale bugia. La storia moderna riconosce a mala pena un singolo caso nel quale le politiche governative siano cambiate sulla spinta delle "invisibili mani del mercato", come risultato di una serie di sfortunate coincidenze a partire da cause oggettive. Senza preoccuparsi se un particolare programma sia efficace o meno, la sua implementazione nella maggior parte dei casi viene bloccata molto prima che sia possibile parlare di "test del mercato". Le politiche governative sono cambiate in base a particolari richieste delle corporazioni transnazionali, delle istituzioni finanziarie internazionali e di stati più potenti. Il prevedibile fallimento economico dei regimi neoliberali dell'Est europeo e dell'America latina non hanno mai portato a correzioni. Al contrario, più diventava evidente il fallimento del neoliberismo (anche in termini di mercato), più risolutamente venivano applicate le sue prescrizioni.
L'unico caso in cui è stato possibile per i teorici parlare di "fattore mercato" è stato il crollo repentino del franco francese dopo la salita al potere dei socialisti all'inizio degli anni Ottanta. Ma l'attacco al franco da parte di speculatori monetari non è stato causato dalla crisi dell'economia francese, ma da una chiara e cosciente volontà di fare pressione sui socialisti affinché non sviluppassero politiche radicali. In altre parole si è trattato di una forma di lotta di classe da parte della borghesia.
È abbastanza ovvio che qualunque cambiamento di qualsivoglia importante condizione possa ispirare una certa resistenza, proprio come ogni riforma si accompagna a nuove difficoltà. Non c'è nulla di particolarmente sorprendente in questo. Ciò che è straordinario è la prontezza della sinistra moderna nell'arrendersi al primo segnale di scontento da parte dell'oligarchia finanziaria, mentre i governi neoliberisti sono sempre pronti a procedere con le loro politiche anche quando sono evidentemente fallimentari e lo scontento è pressoché universale.
Nella maggior parte dei casi i "fattori oggettivamente limitanti" sono stati non elementi del processo economico, ma azioni delle istituzioni finanziarie internazionali e ...di altri stati. "Il valore del denaro non è più stabilito principalmente dal mercato", nota Clark, "ma è imposto direttamente, a capitale e stato, da banche e istituzioni internazionali".[21]
Quando nel 1997-1998 la crisi finanziaria è esplosa in Thailandia, anche le locali élites hanno sperato di utilizzare l'intervento dello stato per risolverla, ma non erano abilitate a farlo.
"Alla ricerca di una scialuppa di salvataggio, il settore privato ha realizzato che il proprio profitto dipendeva dalle spese governative e che il taglio di queste, che accompagna i programmi di stabilizzazione, era dannoso. Con la richiesta dell'FMI di ulteriori tagli alle spese governative, in ogni caso, questa fonte di stimolo delle attività economiche è scomparsa nella seconda metà del 97".[22]
In altre parole le regole dell'FMI sono imposte agli stati nazionali, anche contro la volontà e gli interessi della comunità economica locale.
I marxisti italiani Pietro Ingrao e Rossana Rossanda esortano i loro lettori a non dimenticare che, anche nell'era delle corporazioni transnazionali, i governi maneggiano enormi poteri non solo in campo tecnico-militare ma anche in quello economico. [23] Anche lo scrupolosamente moderato Wil Hutton ci ricorda che lo stato ha una particolare abilità nella regolamentazione pratica, anche a livello internazionale: "la globalizzazaione è ancora limitata dal potere dei governi nazionali e dagli interessi investiti dei sistemi economici individuali. È vero che i mercati finanziari hanno sempre potere di veto e che lo usano per forzare verso politiche sempre più conservatrici, ma esiste ancora un certo margine di tolleranza."[24]
Da una parte gli stati e i capitali nazionali sono in grado di usare le loro politiche per influenzare le decisioni delle compagnie transnazionali; dall'altro possono influenzarli con la partecipazione alle organizzazioni internazionali: "In numerose aree chiave, che vanno dalla regolamentazione dei flussi di capitale allo stoccaggio del pesce, i singoli stati nazionali possono aumentare il loro particolare potere attribuendo sovranità e delegando autorità alle agenzie sovranazionali".[25] Hutton preferisce non ricordare ai suoi lettori che questo potrebbe essere un punto di forza solo se queste agenzie venissero radicalmente democratizzate.
Fino a quando i lavoratori, con l'aiuto dello stato, non saranno in grado di far cambiare le regole del gioco, imponendo limitazioni per bilanciare il capitale, non sarà possibile nessun equilibrio e, di conseguenza sarà impossibile anche la più moderata delle riforme. La debolezza della sinistra non nasce dalla volontà di utilizzare la forza dello stato contro la borghesia: la crescita del potere delle strutture transnazionali richiede la creazione di un contrappeso. La nuova situazione richiede una radicale trasformazione dello stato, delle sue istituzioni e del suo valore sociale. La tradizionale democrazia borghese ha mostrato di non poter essere un serio contraltare al capitale transnazionale, ed è per questo che è necessario uscire dai suoi confini.
La tesi generale della "centralità dello stato" ignora deliberatamente il fatto che esistano al mondo stati tra loro molto differenti - dal Belgio agli Stati uniti, Ungheria e Russia, Brasile e Costarica, Cina e Brunei. È piuttosto semplice osservare che le capacità economiche di questi stati sono differenti esattamente come sono differenti i piani di sviluppo di queste capacità. Come esempio classico del ruolo attivo svolto dallo stato nel sistema globale possiamo ricordare l'esperienza del Giappone e degli stati asiatici di recente industrializzazione. La politica giapponese ha creato nell'area conflitti con le istituzioni finanziarie internazionali, ma la classe dirigente giapponese ha proseguito caparbiamente sul cammino prescelto.
"Durante gli anni Ottanta il Giappone ha versato aiuti e investimenti nel Sudest asiatico, utilizzando la sua forte stabilità interna per sostenere i risultati all'estero. Il Giappone ha, così, assunto il ruolo di mercato guida per gli stati dei paesi destinatari, e ha giustificato questo ruolo sottolineando i progressi di Giappone, Taiwan e Corea del sud. La BM ha trovato le prescrizioni del Giappone inconciliabili con le sue proprie linee programmatiche circa il ruolo dello stato, che enfatizzavano la necessità di procedere nelle liberalizzazioni e nelle privatizzazioni. Poiché le linee guida stesse della BM derivano per lo più dagli interessi interni Usa e dalle sue idee di libero mercato, la sfida del Giappone alla BM è stata anche una sfida agli Stati uniti - BM è un importante strumento con cui gli Usa impongono all'esterno la loro potente volontà, pur avendo un coesione interna molto più debole di quella del Giappone."[26]
Le politiche d'interventismo statale qui perseguite hanno ottenuto inaspettatamente invariabili successi. Questo rischia di farle passare come "modello" per la sinistra. L'esempio del Giappone, come il successo del "maoismo di mercato" in Cina, dove la pianificazione statale è stata combinata con l'apertura economica, a malapena indicano che esistono delle alternative.
Nella maggior parte dei casi la cosiddetta "impotenza dello stato di fronte al mercato" altro non è se non l'impotenza o la debolezza di alcuni stati nei confronti di altri, i cui governi hanno assunto il ruolo di alti sacerdoti e interpreti della "logica del mercato". Questo è dimostrato perfettamente dalla discussione che circonda la moneta comune europea. All'incontro dei rappresentanti dell'Unione europea a Lisbona il governo conservatore tedesco ha letteralmente costretto gli altri ad accettare di limitare il valore del deficit al 3% come condizione essenziale per poter accedere all'unità monetaria comune. Nessuno ha tentato di stabilire perché il limite fosse il 3 e non il 4 o il 2.5. Ognuno di questi criteri, come i piani economici dell' era del Soviet, è il prodotto di un pensiero burocratico formale che nulla ha a che spartire con la "logica del mercato". Secondo alcuni analisti, l'unico fine della banca centrale tedesca nel formulare una richiesta di così ardua realizzazione era il sabotaggio del processo di unificazione finanziaria per mantenere il primato del marco tedesco sulle altre divise europee. Non c'è nessuna traccia della "mano invisibile" di Adam Smith in questo. "Non è il mercato a decidere la quantità e il valore del denaro, ma la politica", dichiarano gli economisti tedeschi.[27]
L'integrazione finanziaria dell'Europa dell'est è cresciuta utilizzando metodi burocratici, ed esaltando i tradizionali errori amministrativi. Descrivendo l'assurdità (compresi errori geografici) e gli sfacciati progetti dell'agenda bancaria della nuova Europa, presentata al pubblico nel dicembre 1996, un osservatore non ha potuto far a meno di notare che "se un architetto facesse tali grossolani errori presentando un progetto per una costruzione non avrebbe nessuna possibilità di aggiudicarsi l'appalto". I metodi pesantemente burocratici usati per elaborare l'integrazione hanno fornito una definizione anche al suo prospetto economico.
"Quello che abbiamo in questo momento è il peggiore dei mondi possibili. L'Unione europea si sta avvicinando alla data del lancio di uno dei progetti più idealisti e ambiziosi della sua storia, ma sembra aver paura dell'opinione pubblica. Questo non è di buon auspicio".[28]
La realizzazione pratica della liberalizzazione dell'economia europea ha inoltre chiaramente respinto il mito sul legame organico tra libertà e mercato. Più i poteri dello stato vengono trasferiti a strutture private specializzate e a istituzioni finanziarie indipendenti (quantunque formalmente statali o interstatali), più si restringe l'ambito democratico. La possibilità di partecipazione della gente al momento della decisione è al minimo e, per di più, le decisioni prese sono irreversibili. Vale la pena ricordare che negli anni Settanta i teorici della "società aperta" parlavano della reversibilità delle decisioni come di uno dei maggiori vantaggi della democrazia nei confronti del "comunismo". Negli anni Novanta, come è riconosciuto anche dagli ideologi delle riforme sia ad est che a ovest in Europa, il maggior risultato è stato assicurare che queste riforme diventassero irreversibili. Nel contesto della strategia neoliberista, la moneta europea è già diventata un'altro fattore di irreversibilità, minando alle fondamenta la democrazia in atto. Se il popolo perde la possibilità di partecipare al momento decisionale, la burocrazia finanziaria acquista gradi di indipendenza dalla popolazione: senza un legame certo tra moneta e cittadini, l'Europa si dirige verso una terribile regressione". [29]
Colpisce come, a livello internazionale, il capitalismo di fine del secolo sta ripercorrendo esattamente gli stessi vizi e contraddizioni della centralizzazione burocratica che, pochi anni or sono, ha portato al crollo del sistema sovietico. Non è forse questo un segno dell'imminente catastrofe?

Il declino della cittadinanza
Le istituzioni di rappresentanza popolare sono in profonda crisi. Questo fenomeno si manifesta sia nelle "vecchie" democrazie occidentali sia in quelli che furono i paesi comunisti, che hanno preso a prestito la corruzione parlamentare senza la cultura parlamentare. Durante gli anni Settanta i teorici della sinistra europea parlavano della transizione, che sarebbe dovuta avvenire, dalla democrazia borghese verso la "democrazia avanzata", che non sarebbe più uno strumento della classe dominante. Questa transizione fino ad oggi non si è compiuta in nessun posto. Dopo la caduta del muro di Berlino, nel tripudio per il trionfo della libertà, anche i paesi più sviluppati si sono incamminati sulla strada opposta. Dal costituire un'associazione di cittadini, la democrazia è stata trasformata in una forma di interazione tra le classi dominanti, o, per usare la terminologia aristotelica, in un oligarchia.
Già nel 1988 Clark scriveva di una sorta di "rivoluzione politica" portata avanti dai neoliberisti. L'idea di una rivoluzione politica promossa dai lavoratori nel contesto del nascente socialismo, idea avanzata da Trotzsky come alternativa alla "degenerazione" stalinista, era probabilmente un'utopia. La rivoluzione politica condotta dalla borghesia contro lo stato sociale si è invece trasformata in realtà tra gli anni Ottanta e Novanta. Anche la società civile ha sofferto una terribile disfatta così come lo stato del benessere.
"La subordinazione, sempre più spietata, della società civile e dello stato al potere del denaro ha condotto a una progressiva erosione della legittimità delle rappresentanze e dei corpi democratici, ridotti a forme in cui gli interessi privati fanno pesantemente sentire le loro voci faziose, e contro cui il monetarismo asserisce il primato dell'interesse generale rappresentato dalla supposta neutralità del denaro."[30]
In molte parti del mondo gli anni Novanta hanno visto l'istallarsi o il ritorno delle istituzioni democratiche, ma la facilità stessa del fenomeno testimonia della sua debolezza. Non hanno potuto ottenere nulla né hanno saputo porre seri problemi alla classe dominante. Hanno smesso di esercitare un'influenza decisiva sulla vita della società, e non sono state pericolose per le classi dominanti neppure in quegli stati che hanno attraversato serie crisi sociali. La debolezza del movimento dei lavoratori ha aiutato l'istallarsi di queste "democrazie inoffensive". Inoltre dovunque i parlamenti e gli organi municipali hanno saputo creare seri problemi al progetto neoliberista sono state smantellate senza ringraziamenti, come è accaduto con la municipalità londinese, il congresso peruviano e il soviet supremo russo. Le classi dominanti invece, quando è stato necessario colpire, hanno colpito; se hanno avuto bisogno di infrangere le leggi, le hanno infrante; se gli è stato utile governare per decreti, lo hanno fatto. Tutto questo è accaduto all'interno dell' intelaiatura della "democratizzazione". A differenza del passato, lo sbando degli organismi di rappresentanza non è stato seguito dall'istaurarsi di dittature repressive. Nella maggior parte dei casi nuovi organismi, molto più allineati al progetto neoliberista, hanno semplicemente preso il posto di quelli che venivano aboliti.
L'Europa dell'Est si è orientata verso l'Europa occidentale, sempre più legata agli Stati uniti. Durante gli anni Ottanta la vita politica europea offriva alternative di scelta molto maggiori della controparte statunitense. Durante gli anni Novanta la situazione si è ribaltata. Le classi dominanti europee si sono sempre più allineate al modello politico transatlantico.
Come hanno notato i politologi statunitensi Daniel Hellinger e Tennis R. Judd, l'attuale classe dominante è interessata alla democrazia solo come mezzo per legittimare il loro potere. Il sistema politico sta evolvendo in direzione dell'oligarchia: elezioni, dibattito politico e lotta tra partiti sono diventate la "facciata democratica"[31]. È in corso una regressione dalla democrazia verso lo stato liberale. Will Hutton commenta il fenomeno a partire dalla Gran Bretagna: "Il dibattito ideologico è scomparso dal gioco politico. Partiti diversi, una volta al governo, perseguono programmi identici. Ma la democrazia dipende ancora dalla capacità dei partiti di sviluppare politiche proprie, coerenti con le differenti visioni. Se l'unica scelta - imposta ai partiti politici dal nuovo potere di veto dei grandi mercati del capitale globale, che boicottano le divise di quei paesi che portano avanti politiche a loro non gradite - è tra diverse varianti del nuovo conservatorismo, il dibattito politico diviene una sciarada".[32]
Il sociologo statunitense Christofer Lasch, nel suo libro La rivolta delle élites e il tradimento della democrazia, ha definito la politica delle classi dominanti, animate esclusivamente dal desiderio di escludere le masse dalla fase decisionale, come "l'abolizione della vergogna". [33] I meccanismi di integrazione della democrazia capitalista sono stati distrutti. "Coloro che si vedevano tagliar fuori dall'economia di mercato, guardavano al governo come la forza che si sarebbe fatta avanti per loro al momento della raccolta dei frutti economici del capitalismo", constata Thurow.[34] La ridistribuzione delle ricchezze da parte dello stato è sempre stata uno dei fondamenti della democrazia sotto il capitalismo. Il suo annullarsi fa perdere in larga misura il significato alla democrazia borghese, tramutandola in un oligarchia o in una democrazia interna alle sole elitès.
Le nuove democrazie sono afflitte dagli stessi mali delle vecchie. La corruzione sta erodendo tutte le istituzioni politiche. La disillusione nei confronti delle istituzioni democratiche, comprese elezioni e parlamentarismi vari, è all'apice anche in quei paesi che vantano un'antica tradizione di lotte per la libertà. "In confronto ai regimi militari del passato, i governi civili contemporanei sembrano essere afflitti da un numero ancora maggiore di audaci e selvagge irregolarità e da una marea crescente di sospetti sui legami tra interessi economici e politiche." scriveva un giornalista sudcoreano alla fine degli anni Novanta. "A questa frustrazione si aggiunge il fatto che le stesse persone, che durante i periodi più oscuri della nazione si erano votate alla democrazia, sono oramai tanto corrotti quanto quelli che un tempo erano da loro denunciati."[35]
La corruzione è diventata un fenomeno a scala globale a causa dei cambiamenti avvenuti nell'economia. I meccanismi di difesa prodotti dal sistema democratico, all'epoca del capitalismo primitivo o dello stato del benessere, non funzionano più. Nuove forme di lucro e nuove tentazioni stanno apparendo. Quanto più lo stato si è andato "aprendo" all'esterno, tanto meno è diventato suscettibile di controllo da parte dei cittadini; il risultato è la proliferazione delle opportunità di abuso. L'ideologia del mercato neoliberista ha giocato un ruolo decisivo anche nella distruzione delle norme etiche esterne al mercato.
Ciò che sta cambiando non è solo l'approccio alla regolamentazione, ma le istituzioni stesse e le norme codificate nelle legislazioni. La tendenza più pericolosa delle tarde democrazie occidentali è proprio la limitazione del significato del termine "cittadino". L'intelligenza chiede che il diritto all'umanità e il diritto alla cittadinanza siano una sola cosa. Ogni abitante di una repubblica è membro, con tutti i diritti che ne derivano, della comunità dello stato.
La restrizione dei diritti di cittadinanza si era data anche in epoca liberale. Attraverso l'intera storia del capitalismo, infatti, il principio dei diritti civili universali, inseparabile da quello dei diritti umani, ha prodotto un conflitto senza fine con le pratiche politiche che lo contraddicono. Il capitalismo classico, in ogni caso, era caratterizzato da dinamiche positive; i diritti civili sono stati ottenuti dai lavoratori, dai nuovi immigrati, dalle donne, e dagli abitanti di colonie e dipartimenti d'oltremare. Trionfava il principio di universalità. Nel capitalismo contemporaneo invece abbiamo, per la prima volta, assistito al trionfo della tendenza contraria: la cittadinanza diventa sempre più un privilegio, come in una società schiavistica o in una repubblica feudale. La cittadinanza non è negata solamente ai nuovi emigrati e ai loro figli, che nella società occidentale sono un settore in continua crescita. Una significativa porzione di coloro che teoricamente dovrebbero godere di questo diritto si trova oramai nella posizione di non poterlo esercitare. Non soltanto i più poveri sono esclusi dal diritto di cittadinanza ma anche molto comunemente i più proletarizzati.
In Estonia e Lituania, i cittadini di lingua russa residenti, con i loro discendenti, nelle repubbliche dagli anni 40, si sono visti negare il diritto alla cittadinanza. L'Unione europea ha criticato i governi baltici dichiarando: "si deve fare qualcosa per essere sicuri che la popolazione russa goda di tutti i diritti e possa vedere un chiaro cammino per ottenerli."[36] Ma anche nell'Europa occidentale la situazione è ben lungi dall'essere ideale.
Dagli inizi degli anni 90, tra le repubbliche baltiche sono sorte sostanziali differenze: se le autorità della Lituania hanno assunto un atteggiamento rigido di non concessione della cittadinanza, in Estonia il numero dei russi che sono riusciti a ottenerla è cresciuto molto rapidamente. Proprio come se dovessero provare il loro "diritto ereditario" alla cittadinanza, circa 80.000 individui hanno ottenuto la cittadinanza grazie alla naturalizzazione, dopo aver affrontato una prova per dimostrare la conoscenza della lingua estone. I criteri di accesso alla naturalizzazione pretesi dall'Estonia sono comunque molto più accessibili di quelli pretesi dalla Germania, dove la conoscenza della lingua tedesca non è affatto una base sufficiente per la naturalizzazione. Comunque la comunità internazionale non si è mai sognata di criticare la Germania per le restrizioni dei diritti delle popolazioni non native.
Il direttore del Dipartimento estone di cittadinanza e migrazione, Ene Rebane, ha ammesso che nella repubblica vive un gran numero di persone "che pur essendo nate qui, non godono, secondo le attuali leggi, di un automatico diritto di cittadinanza". Rebane li ha inoltre richiamati a decidere loro stessi la natura del rapporto con lo stato estone, e a non portargli rancore, visto che prima o poi dovranno "avere qualcosa a che spartire con lo stato, fosse anche solo per la questione delle pensioni, una volta divenuti anziani". [37] Cosa dire dello stato stesso, che non si sta affatto affrettando per decidere delle proprie relazioni con oltre un quarto della sua popolazione?
Legislazioni confuse e contraddittorie, riguardo a numerose richieste burocratiche, sono inevitabilmente fonte di conflitto. Nel 1996 le autorità estoni hanno revocato il diritto di residenza a Yury Mishin, dirigente della comunità russa e militante comunista. Durante una perquisizione nel suo appartamento, la polizia trova un rosso passaporto sovietico con un visto che lo identifica come cittadino russo. Dopo averlo dichiarato uno straniero indesiderabile le autorità scoprono che è "cittadino estone per diritto ereditario". La legge estone vieta la doppia cittadinanza, ma Mishin non ha mai dichiarato di voler diventare cittadino russo, e solo il governo può privarlo della cittadinanza estone. La faccenda si fa più confusa. Un esperto del dipartimento estone di cittadinanza e migrazione ha costatato flemmaticamente: "se Mishni ammette di avere una doppia cittadinanza significa che ha una doppia cittadinanza"[38]. L'indagato rifiuta di commentare, con il risultato che la situazione si è fatta ancor più confusa. Il giornale d'opposizione "Kupecheskaya Gavan" ha fatto un'inchiesta sul caso Mishin dal titolo Il teatro politico dell'assurdo.[39]
Gli ideologi dell'illuminismo e della rivoluzione borghese erano convinti che la totalità della popolazione fosse composta da cittadini. Le prime rivolte anti coloniali sono nate sotto la bandiera dell'uguaglianza del diritto di cittadinanza. Oggi negli sviluppati paesi dell'ovest, come un tempo nell'impero romano, solo alcuni possono essere cittadini: i discendenti dei barbari ne sono privi o hanno diritto ad accedervi solo rendendo fedele servizio allo stato. In altri termini, lo stato non è più disposto a essere al servizio del cittadino.

Soldati e cittadini

Il diritto di cittadinanza è in discussione anche in settori dove, a prima vista, potrebbe sembrare esistano solo problemi di natura tecnica. Per esempio, il concetto di sicurezza nazionale che si è manifestato nell'epoca della globalizzazione si sta trasformando in una minaccia effettiva per la democrazia. Rimpiazzare gli eserciti di leva con forze armate professionali, come sta accadendo in molti paesi, non è compatibile con l'affermazione del principio di cittadinanza. La responsabilità universale del servizio militare è stata storicamente inseparabile dalla democrazia. La prima repubblica è stata una società di cittadini armati. Le rivoluzioni francese e americana del Diciottesimo secolo hanno fatto della milizia popolare e della coscrizione obbligatoria la base della loro difesa. La prima guerra mondiale ha mostrato che la creazione da parte di regimi autoritari di eserciti popolari di massa può far nascere rivoluzioni e sogni.
Gli eserciti di massa sono caratteristici anche dei regimi autoritari. Non è un caso: democrazia e totalitarismo sono fenomeni strettamente simili. Entrambi sono anti elitari, affondano le loro radici nell'attrazione delle masse verso la politica. Ma la fine del ventesimo secolo è segnata non solo dalla vittoria, ovunque celebrata, della democrazia sul totalitarismo ma anche dalla controffensiva delle élites contro la democrazia.
Come ha osservato il sociologo Georgiy Derlug'Jan, i nuovi eserciti assomigliano sempre più alle bande armate della tarda età feudale. "Anche in termini puramente materiali stiamo assistendo al ritorno all'epoca prenapoleonica, come dimostra il riapparire di eserciti mercenari professionali e di m>zzi corazzati privati (gli ultimi modelli realizzati con materiali compositi)". [40] In teoria il bisogno di eserciti professionali è spiegato dalla crescente complessità delle tecnologie utilizzate. Ma questa spiegazione non regge alle critiche. In primo luogo le innovazioni tecnologiche possono far produrre non solo munizioni di uso più complesso ma anche più semplice (i mujaidin fanno un uso molto efficace di missili antiaerei). In secondo luogo, la moderna tecnologia può essere usata allo stesso modo per migliorare o per rendere obsoleti i proiettili degli eserciti di massa. La vera causa è un po' differente, come spiega anche Derlug'Jan, le forze armate dell'occidente devono svolgere nuove funzioni, diventare la "polizia del mondo". [41].
Se le guerre nazionali del passato (incluse quelle di conquista) avevano chiari fini ed erano combattute contro avversari noti, le operazioni di polizia internazionale sono "speciali" non tanto perché richiedono metodi speciali ma perché i loro scopi non sono completamente compresi dalla società e, ancora più importante, perché queste operazioni non sono percepite dalla società come fatti che la riguardano. Anche quando la società sostiene le azioni militari (come durante la guerra nel Golfo persico o il bombardamento della Bosnia) non c'è partecipazione popolare o consolidasi della società intorno all'evento. Gli interessi delle cooperazioni transnazionali in regioni remote non sono completamente chiare neppure a larghi settori della borghesia, che tanto meno può riconoscervi i propri interessi.
Mettendo la propria sorte in mano a forze di polizia professionale gli stati neoliberisti non diventano più forti. Gli equipaggiamenti ad alta tecnologia non sono un segno di forza, rappresentano solo un tentativo di mascherare la debolezza dovuta all'impossibilità di usare eserciti di massa. Quanto più è complesso il sistema tanto più è vulnerabile, non solo all'azione del nemico, ma anche alla possibilità sempre crescente di crolli organizzativi e tecnici, errori professionali e così via. Da questo deriva anche la paura, ben conosciuta dagli storici del secoli XVII e XVIII, di utilizzare forze costose in conflitti dove è forte il pericolo di gravi sconfitte. Il bombardamento NATO della Jugoslavia ha reso esplicite tutte queste debolezze. Non è stata la prima volta nella storia in cui guerrieri delle retrovie hanno resistito con successo all'impatto di sofisticate tecnologie militari. Fin dal tardo medioevo eserciti professionali hanno subito regolari sconfitte per mano di cittadini-soldato. L'arco lungo dell'epoca della guerra dei cent'anni aveva un contenuto tecnologico minore della balestra italiana, ma i distaccamenti dei piccoli proprietari non hanno dato scampo all'esercito professionale francese. Poi, quando l'esercito francese, comandato da Giovanna D'Arco, è diventato lui stesso una forza popolare la situazione è drammaticamente cambiata. La milizia Ussita ha sconfitto i più fini cavalieri d'Europa, mentre i volontari russi di Minin e Pozharskiy hanno condotto i polacchi al Cremlino dopo aver fatto fuggire le forze professionali dello Zar.
Se gli eserciti professionali nei paesi del centro divengono forze di polizia, nei paesi della periferia e della semiperiferia le contemporanee milizie feudali procedono nella stessa direzione e possono facilmente essere utilizzate le une contro le altre. Dove, come in Russia, permane l'obbligo di leva, l'esercito si divide fra unità speciali di professionisti e masse di reclute oppresse che fungono non tanto come carne da cannone ma semplicemente come schiavi per le élites militari. In queste condizioni né lo slogan della "difesa della patria" né l'antimilitarismo tradizionale possono più soddisfare le esigenze della sinistra. L'imperativo principale è diventato la lotta per contrastare la trasformazione delle forze armate in eserciti feudali, o in distaccamenti locali della "polizia mondiale". Questo significa tornare all'idea tradizionale dell'epoca delle prime rivoluzioni borghesi dell'esercito come organizzazione dei cittadini armati.
La società moderna ha bisogno di cambiamenti non meno lungimiranti che durante l'era delle grandi rivoluzioni europee dal Diciassettesimo al Diciannovesimo secolo. È necessaria non solamente una rivoluzione sociale ma anche una trasformazione fondamentale nella maniera di percepire lo stato e la società. A causa della complessità della società moderna, gli approcci radicali sono rifiutati come non realistici, ma questa stessa complessità è una delle cause della crisi attuale. La complessità crescente è segno che la civilizzazione si trova in una fase spengleriana.
La gerarchia sociale del tardo feudalesimo era più complessa di quella borghese. Da un lato il sistema degli stati ancora resisteva; dall'altro fattori oggettivi hanno reso necessaria la ricerca di modi per integrare rappresentanze del terzo stato nella vita politica. Al fianco della vecchia nobiltà in Inghilterra ne apparve una nuova; al fianco della "nobiltà di spada" in Francia compare una "nobiltà di toga". Numerosi privilegi e nobiltà sono stati aggiunti al sistema degli obblighi mutui. Più complesso e confuso diventa il sistema sociale meno efficacemente funziona. La complessità non è necessariamente una virtù. Il dovere di una rivoluzione sociale è precisamente quello di portare a una radicale semplificazione. La falsa scelta imposta dai liberali fra "più o meno stato" deve essere respinta. Quello che si deve pretendere ora non è né la riduzione né l'ampliamento della partecipazione dello stato, ma una sua radicale trasformazione: uno stato differente.
La crisi della cittadinanza non può essere superata isolatamente dalla crisi sociale che l'ha generata. La questione di cosa fare delle istituzioni non si può risolvere senza alterare profondamente le relazioni sociali; è necessario cambiare la natura dello stato non solo in termini civili ma anche sociali. Questo implica estesi cambiamenti sociali nello spirito della democrazia radicale e molto altro.

Verso un nuovo stato

Paradossalmente il collasso del vecchio modello di stato sotto la pressione della globalizzazione sta aprendo prospettive per riforme radicali delle istituzioni e delle strutture di potere. Il giornale "Viento del sur", vicino agli zapatisti, scriveva che gli esperimenti neoliberisti hanno posto le condizioni di una crisi così profonda dello stato messicano che né un cambiamento di governo né riforme elettorali potrebbero essere di aiuto. La crisi potrebbe essere risolta solo "con il superamento di questa forma di stato attraverso un nuovo patto sociale che gettasse le basi di uno stato differente". [42].
Questo non è vero solo per il Messico. La totalità del capitalismo periferico (e non solo periferico) si trova ad affrontare la necessità di stabilire un nuovo sistema stato, basato non sull'auto affermazione nazionale, ma sulla partecipazione democratica, sull' auto affermazione politica della società stessa.
"Molto brevemente, il neoliberismo e la globalizzazione economica nella loro attuale forma, possono essere combattuti solamente se in ogni stato-nazione la società maggioritaria crea un regime politico che serva i propri interessi e che garantisca che questa società possa assicurare (e non solamente influenzare) le scelte delle politiche pubbliche necessarie alla prosperità della maggioranza. Per invertire il processo perverso del neoliberismo e della globalizzazione economica non è sufficiente recuperare il controllo sui governi attraverso l'azione dei partiti politici, è necessario modificare sostanzialmente la democrazia delle elite che hanno retto le sorti del capitalismo (ammesso che sia mai stata democrazia) e che includono la dirigenza dei partiti. Il sistema politico deve assicurare che la società sia sempre presente e vigili in modo che i governi, per quanto legittimi possano essere, agiscano nel reale interesse di coloro che rappresentano. Solo se la società popolare riuscirà a prendere il controllo del terreno che gli compete in ogni paese, compresi i paesi che forniscono la base alle enormi corporazioni che dominano l'economia mondiale, la lotta contro il neoliberismo e la globalizzazione economica sarà possibile su scala planetaria". [43]
In altre parole la strategia della sinistra deve consistere non nella difesa del vecchio stato, ma nello sfruttamento della crisi dello stato stesso al fine di assicurare che vengano gettate le basi delle nuove istituzioni, sia a livello nazionale, sia internazionale e interstatale. [44]. Ciò che si richiede è una democratizzazione universalizzata che coinvolga non solo le strutture del potere politico ma anche le istituzioni della difesa sociale; autogoverno; settore pubblico; e non da ultimo le mutue connessioni fra queste strutture e istituzioni.
L'argomento tradizionale dei democratici radicali è stato che le istituzioni democratiche liberali sono buone ma che è possibile e necessario ampliare ulteriormente la sfera della libertà. Alla fine del Ventesimo secolo queste argomentazioni hanno perso la loro primitiva forza. È necessario superare i confini delle istituzioni della democrazia formale non perché sia possibile creare qualcosa di teoricamente migliore ma perché queste istituzioni, nella loro forma primitiva, non possono in nessun modo continuare a operare. Se la sinistra non si assume il compito di riformare radicalmente lo stato, questi stessi obiettivi saranno presto o tardi assunti dalla destra radicale. Se la democrazia non si consolida al di fuori del mercato e specificatamente come sistema anti mercato, le masse seguiranno coloro che parlano della riduzione delle forze elementari del mercato in nome dell'autorità, della gerarchia, della nazione e della disciplina.
In epoca di globalizzazione il capitalismo è diventato più distruttivo e pericoloso che mai. La questione è "non se dobbiamo aspettarci un mondo migliore o peggiore dal mercato globale ma se ci sarà un mondo", scriveva l'economista britannico Alan Freeman sul giornale "Links". [45] Comunque, è proprio la globalizzazione che crea le premesse per un movimento di sinistra internazionale e universale, per il ripensamento e la rifondazione delle istituzioni statali - in breve, per riforme radicali su scala senza precedenti.
La crisi globale del capitalismo, cominciata nel 1998, ha indotto anche la corrente principale del neoliberismo a cambiare atteggiamento nei confronti del ruolo dello stato. Esperti dell'FMI inaspettatamente hanno dichiarato che "alcuni tipi di controllo del capitale possono essere giustificati in determinate circostanze". [46] Uomini d'affari statunitensi hanno ammesso: "forse una sorta di protezionismo potrebbe avere senso per la Russia"[47] Lo stato deve usare la sua forza per superare la crisi del mercato. "Se questo significa istituire un controllo su stipendi e prezzi, o di nazionalizzare le industrie base per assicurare sovvenzioni e occupazione, che sia". [48]
Intanto i socialdemocratici hanno cominciato a parlare di regolamentazione globale, internazionalizzazione del modello keynesiano e di "nuove strutture volte ad accrescere la stabilità monetaria mondiale". [49] È più che chiaro che nessuna regolamentazione internazionale potrà funzionare se non fondata su basi nazionali e regionali. In caso contrario, le decisioni prese dai corpi internazionali semplicemente non verranno portate a esecuzione. Nessuna democratizzazione delle relazioni internazionali è possibile senza democrazia a livello di stato nazionale.
I destini del capitalismo e della democrazia si sono alla fine separati. In questa situazione la sinistra è custode della democrazia. Ma la maggioranza dei politici della sinistra ritiene che il suo compito consista semplicemente nel mantenere e difendere le istituzioni parlamentari e i diritti costituzionali dei cittadini. Ciò è essenziale ma decisamente insufficiente. Una politica così difensiva è condannata. Solo se noi concretizziamo il potenziale anticapitalista della democrazia potremo vincere questa battaglia.

(trad. Marina Vallatta)