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Sull'Urss e sul socialismo:
riapriamo il discorso

di Enrico Melchionda
 


articolo pubblicato nella rivista Cassandra (settembre 2001)

1. L'evento del crollo del socialismo sovietico viene accuratamente rimosso dalla sinistra: a guardarne la produzione culturale degli ultimi dieci anni (e, si badi, di tutte le sinistre), si rimane stupefatti dallo squilibrio tra l'enfasi verbale sull'89 e la scarsità di riflessione sulle sue cause e sul suo significato. In particolare, il <<socialismo reale>> è un argomento accantonato, trattato alla stregua di un capitolo di storia chiuso, abbandonato infatti alla ricostruzione <<oggettiva>> degli storici, privo di interesse per chi fa politica e perfino per chi si propone o si dovrebbe proporre, conformemente all'ideale comunista, di cambiare il corso della storia.[1] Eppure esso rimane un macigno per la sinistra (Tronti 1998). Il comunismo ne è uscito talmente screditato dal punto di vista ideale e devastato dal punto di vista simbolico che al momento è arduo immaginarne una qualsiasi rivitalizzazione. Non solo. A pagarne lo scotto è stato lo stesso progetto socialista, più in generale, inteso come alternativa al capitalismo, e non importa se in versione gradualista o rivoluzionaria. Ecco perché se si vuol rimuovere davvero il macigno bisogna innanzitutto riaprire il discorso, ripartire dal crollo dell'Urss e fare un bilancio sull'intera esperienza, per trarne poi tutte le conseguenze teoriche e politiche.
Se è questo l'atteggiamento, la prima domanda, obbligata e vitale, è la seguente: nell'Urss è veramente crollato il <<comunismo>>, come sostiene la vulgata del pensiero unico? Ora, è bene chiarire che una domanda del genere non ha alcun senso per chi abbia un minimo di conoscenza della teoria marxista, che definisce il comunismo come un sistema economico-sociale in cui i mezzi di produzione sono posseduti e gestiti in maniera egualitaria dall'intera collettività e in cui quest'ultima si autogoverna senza bisogno di uno stato.[2] Dunque, non saremmo certo in errore se rispondessimo che l'Urss c'entrava poco con il comunismo inteso come sistema alternativo e successivo al capitalismo, e questo per ammissione degli stessi comunisti sovietici, che lo consideravano piuttosto un obiettivo verso cui tendere (Kaltakhchyan et al. 1989). Peccato però che una tale risposta non sia facilmente comprensibile al grande pubblico, specialmente ai più giovani, dopo lo sfacelo semantico di questi anni. Il che è già un bel problema che non si può ignorare se si vuol fare politica e non pura accademia. Ma non si tratta solo di questo.
Temo che, per quanto esatta dal punto di vista teorico e dottrinale, la precedente risposta non sia neppure del tutto onesta e corretta da un punto di vista politico. Perché il comunismo non indica soltanto un sistema sociale ipotetico, ma anche un'ideologia e un movimento politico ben precisi, che hanno segnato non poco la storia del Novecento. E da questo punto di vista è inutile e falso far finta che esso non avesse niente a che fare con l'esperienza sovietica. Con questo non voglio dire che, ad esempio, le responsabilità e i misfatti dello stalinismo debbano essere accollati ad altri se non ai loro autori. Né voglio far dimenticare come ci siano stati tanti comunisti che hanno esercitato una critica forte, e in tempi non sospetti, nei confronti dello stalinismo e del regime sovietico.[3] Ma -- <<se non vogliamo raccontarci fole per amore di polemica>> (cito le lucide parole dell'ultimo Giuseppe Boffa, 1997) -- neppure si può dire che rispetto all'ideologia e al movimento comunista quei fenomeni fossero alieni, puro delirio o travestimento. In questo senso, ho sempre considerato un po' bizzarro e di corto respiro l'atteggiamento di chi, a fronte di una crisi così radicale, si accontenta di attestarsi sulla <<diversità>> del comunismo italiano. Una diversità che, beninteso, non voglio negare, ma che non mi sembra una ragione sufficiente per lavarsi le mani dell'esperienza sovietica. Del resto, si trattava pur sempre di una diversità relativa, direi piuttosto di una specificità all'interno di una cultura comune (Althusser 1973). Se non si vuole spiegare l'adesione allo stalinismo come una furbizia o un boccone amaro, allora ci sono due strade: o ci si pente e si rinnega tutto o ci si spinge fino al punto di ammettere che lo stesso stalinismo è stato un'espressione a pieno titolo, anche se deformata, del comunismo (Lukács 1987). Non solo nelle intenzioni soggettive dei suoi artefici, esso è stato un tentativo, pur tragico e sbagliato, di costruire il comunismo. Lo è stato certamente in partenza, con la rivoluzione d'Ottobre, ma ritengo che nonostante tutto sia stato così anche in seguito.
Insomma, dobbiamo ammettere che un legame tra l'esperienza sovietica e il comunismo, anche nella sua accezione più nobile (quella italiana?), c'è eccome! Nemmeno chi ha le minori responsabilità nella degenerazione del regime sovietico, come i trotskisti, che anzi hanno pagato a carissimo prezzo il loro dissenso, lo può negare. In questo senso, è chiaro che la riflessione sulle società di tipo sovietico è un momento essenziale per ripensare (criticamente) l'ideologia a cui in forme pur diverse abbiamo aderito tutti. Pur senza farci prendere da certe manie nuoviste per cui sembrerebbe ormai vietato usare concetti e perfino parole della tradizione comunista, in questa riflessione sarebbe auspicabile evitare di riproporre negli stessi termini le discussioni sul <<socialismo reale>> precedenti al tragico esito. Discussioni anche molto interessanti, ricche e lungimiranti, come furono quelle tra Bettelheim e Sweezy o il convegno di Venezia organizzato dal Manifesto alla fine degli anni settanta e come fu a maggior ragione, risalendo nel tempo, la polemica degli anni venti (Sweezy e Bettelheim 1992; Rossanda et al. 1978; Daniels 1970). Ma che sarebbe regressivo riprendere oggi senza tener conto del nuovo quadro e senza far tesoro degli insegnamenti che ci ha consegnato il crollo dell'89. Le domande stesse devono cambiare, a questo punto. Se allora ci si poteva chiedere quali fossero i rapporti di produzione e di potere, quale la natura sistemica e la direzione di sviluppo di quelle società, quando fosse iniziata la loro degenerazione e perché, se fossero ancora riformabili e in che modo, adesso le domande sono ben più drammatiche e, paradossalmente, ancora più coinvolgenti (e corresponsabilizzanti).

2. Perché non ce l'abbiamo fatta? E' diventata questa la domanda chiave, a dissoluzione avvenuta (ma forse lo è sempre stata, senza che lo potessimo ammettere). Perché, al di là della collocazione e del giudizio che abbiamo dato in passato della strada intrapresa in Unione Sovietica, il fatto stesso che le cose siano andate così, in modo più o meno diverso dai nostri auspici, senza poter fare di meglio né lì né altrove, è un segno di sconfitta e di fallimento che ci coinvolge pienamente. In altre parole, il dato pesante con cui fare i conti è che gli operai, la classe operaia e il movimento operaio non ce l'hanno fatta, né in Urss né nel nostro Occidente industrializzato, e un collegamento tra questi due (pur distinti) fallimenti è innegabile (Accornero 1998). Messa così, la tragedia dell'Urss assume e assumerà sempre più in futuro una luce diversa da quella che adesso prevale: un grande esperimento, un ambizioso tentativo di assalto al cielo. Il giorno in cui ci sarà il necessario distacco si potrà valutare con più raziocinio il significato della rottura dell'Ottobre e dei settant'anni tragici che l'hanno seguita, fino alla frana dell'89. Non so se, con un serio sforzo, qualcuno sia in grado di anticipare quel giorno. Per quanto mi riguarda, senza grandi pretese, vorrei almeno tentare di proporre una prima tematizzazione, volutamente parziale ma senza illudersi di poter offrire soluzioni o chiavi miracolose. Davvero una lista di temi, sperando che da essa possa finalmente scaturire una discussione impegnativa.
Per riprendere la domanda chiave formulata sopra (<<perché non ce l'abbiamo fatta?>>), ed essere ancora più chiaro, parto da un assunto, che non è per niente pacifico, ma che a mio parere è stato dimostrato in maniera inequivocabile dagli studi di Rita di Leo (1970, 1981): l'intimo rapporto esistito tra gli operai e l'esperimento sovietico. Solo una concezione ideologica e mitizzante della classe operaia, che la giudica con un metro diverso da quello usato storicamente per altre classi, può impedire di vedere che in Unione Sovietica gli operai sono stati classe centrale ed egemone a tutti gli effetti: tra loro avveniva il reclutamento dell'élite politica; in loro nome erano tenuti sotto controllo e repressi (o eliminati, nei casi della borghesia e dell'aristocrazia) gli altri strati sociali (contadini e intellettuali); per assecondare i loro interessi corporativi erano istituiti i tanti privilegi economici, assistenziali e lavorativi; per garantire la loro sopravvivenza e riproduzione come classe si dilatava a dismisura la base industriale. Insomma, come hanno confermato molti studi, quella sovietica era una società in cui il lavoro salariato era <<elevato a sistema>> (Zaslavsky 1981). Di fronte a questa <<centralità operaia>>, che non era solo un'ideologia di legittimazione (Suslov 1976), mi sembra sterile la pura e semplice obiezione che stabilisce una scissione tra la classe operaia e il suo ceto politico-amministrativo, come se altrove e per altre classi dirigenti le cose andassero in maniera diversa.[4] Qui, in gran parte, gioca l'equivoco sulla classe operaia come <<classe generale>>, ma su questo tornerò in seguito.
Piuttosto, i problemi sorgono di fronte alle domande successive: perché gli operai non ce l'hanno fatta a creare un sistema socio-economico alternativo al capitalismo che fosse dotato di altrettanta efficacia e stabilità? E ce la potevano fare o l'impresa era impossibile e averci creduto è stata pura illusione o utopia? Già nella formulazione di queste domande si capisce che a mio parere è più appropriato parlare di fallimento che di sconfitta.[5] Certo, la sconfitta c'è stata, se è vero come è vero che le classi dirigenti del mondo capitalistico hanno combattuto a fondo l'esperienza sovietica, condizionandola e influendo tanto sul suo svolgimento quanto sul suo cedimento ultimo. In particolare, nel confronto è stata decisiva l'iniziativa innovatrice (inattesa) del capitalismo. Ma non credo che l'esito sia stato determinato principalmente da cause esogene.[6] E tanto meno dal <<tradimento>> di qualcuno (Stalin, Brezhnev o Gorbachev, il Pcus o la Nomenklatura nel loro insieme). Se le cose stessero così, potremmo trarne qualche motivo di ottimismo in più. Temo invece che per capirci qualcosa dobbiamo guardare piuttosto a fattori e limiti soggettivi e oggettivi della classe operaia. Non solo di quella sovietica, ma della classe operaia in quanto tale.
Prima di proseguire questo discorso vorrei però far notare un'implicazione del fatto di considerare il disastro dell'esperienza sovietica più come un fallimento che come una sconfitta. Anche quel che sta avvenendo (in realtà è già avvenuto) in una parte, di gran lunga maggioritaria, della sinistra e del movimento operaio in Europa non si lascia afferrare attraverso la categoria del tradimento. L'origine e la radicalità del suo revisionismo ideologico-culturale, non a caso senza precedenti, sta al contrario proprio nella coscienza disincantata del fatto che ci troviamo di fronte a un fallimento, prima che a una sconfitta. In che cosa sta infatti il fallimento? Diciamocelo: sta nell'incapacità/impossibilità di creare o perfino immaginare un sistema economico-sociale migliore del capitalismo, migliore per capacità di produrre ricchezza e di soddisfare bisogni. Quindi migliore anche per le classi lavoratrici di cui la sinistra è bene o male espressione. Il che vale ed è valso per gli operai occidentali come per quelli sovietici. Del resto, in assenza di questa semplice constatazione non riusciremmo mai a spiegarci quello che appare -- o tale apparirebbe se qualcuno se ne fosse interessato -- come un grande mistero degli eventi sovietici dell'89: il silenzio degli operai o addirittura il loro consenso passivo verso la restaurazione capitalistica.
La convinzione -- stranamente poco esplicitata -- con cui la sinistra moderata abbandona ogni velleità e ipotesi, pur gradualista, di superamento del capitalismo è che non ci sarebbe un sistema alternativo migliore di esso. E' un rilievo forte, rispetto al quale serve a poco ricordare come sia distorta e iniqua la maniera in cui il capitalismo produce e distribuisce la ricchezza e come questo dato non sia meramente correggibile o riformabile, ma intrinseco alla logica stessa del modo di produzione. Bisognerebbe comunque dimostrare che un sistema alternativo migliore esiste, avere un progetto socialista credibile e nello stesso tempo più appetibile di quanto sia stato l'esperimento sovietico. Al momento siamo lungi dal disporre di un tale progetto, ed è questa la ragione di fondo dell'estrema debolezza in cui si ritrovano oggi le sinistre alternative e gli ideali comunisti. Non possono bastare a questi ultimi, infatti, le esortazioni etiche e i richiami alle nuove povertà. Se vogliamo conservare quel che di buono c'è nel marxismo, l'opzione anticapitalista dev'essere qualcosa di più di una scelta di principio: una possibilità reale, basata su una teoria scientifica. E soprattutto basata su un vero soggetto antagonista, com'è stato o abbiamo immaginato che fosse la classe operaia.[7]

3. Intanto, può essere utile ripartire dal dato di fatto che la classe operaia non ce l'ha fatta, né nell'Urss né in Occidente, e oggi paga lo scotto del fallimento con la marginalizzazione e forse addirittura con il rischio dell'evaporazione. Perché? Si capisce a questo punto come mai sia così cruciale questo interrogativo. Pur essendo ben cosciente delle sue implicazioni e delle differenze di contesti e circostanze, qui mi limito a porla in riferimento all'esperienza sovietica, che non è certamente il caso meno significativo e tanto meno un caso deviante. Al contrario, esso è legato indissolubilmente con i fallimenti e le sconfitte del movimento operaio occidentale. Il che lo rende ancora più interessante.
Ci sono due risposte ricorrenti alla domanda sul fallimento della classe operaia sovietica: per l'una non ce l'ha fatta perché avrebbe preteso troppo, per l'altra troppo poco. Diciamo che, nel linguaggio tradizionale, si tratta delle tipiche reazioni di destra e di sinistra, entrambe interne alla cultura del movimento operaio.[8] Naturalmente, sto semplificando molto: pur volendo farle rientrare nei due orientamenti generali, le risposte in realtà sono assai multiformi, non sempre riducibili a un indirizzo di destra o di sinistra. Ma lo schema ci può aiutare a ragionare.
Il primo orientamento -- di destra -- sostiene che gli operai non ce l'hanno fatta perché avrebbero inseguito un'utopia, quale sarebbe appunto il comunismo. Un tale orientamento ha origini lontane e si è riproposto di continuo nella contrapposizione tra marxisti deterministi e volontaristi. Già nelle interpretazioni della rivoluzione d'Ottobre, quando molti -- da Kautsky a Plechanov, dai menscevichi ai <<vecchi bolscevichi>> (Kamenev, Rykov) -- giudicarono immatura l'accelerazione bolscevica voluta da Lenin, e ancor prima nel dibattito russo tra <<marxisti legali>> e populisti, era emerso un tale atteggiamento <<di destra>>, che avversava in nome di una prospettiva evoluzionista il perseguimento diretto dell'obiettivo comunista. Lo stesso problema si pose poi nell'Urss degli anni venti in merito all'interpretazione del comunismo di guerra e della Nep e, in termini filosofici, nella polemica tra <<meccanicisti>> e <<dialettici>>, quando l'orientamento di destra si identificò nella persona di Bucharin (Bucharin et al. 1973). In tutte queste vicende, anche se in modi diversi e senza mai negare esplicitamente la validità del progetto comunista, una critica ricorrente era rivolta contro il giacobinismo, inteso come sintesi di utopismo e volontarismo. In epoca più recente, tale orientamento ha avuto due versioni. Una, <<cattiva>>, è stata formulata a suo tempo da intellettuali dell'Est europeo, dissidenti ma non reazionari, che, pur utilizzando in parte -- com'è ovvio -- argomenti tipici dell'orientamento di sinistra, interpretavano il fallimento operaio come la realizzazione di un'anti-utopia, un de-illuminismo. Penso in particolare al gruppo degli allievi ungheresi di Lukács con la loro teoria della <<dittatura sui bisogni>> (Fehér, Heller e Márkus 1984) e al <<dissidente comunista>> polacco A. Schaff (1988).
L'altra versione recente di questo orientamento è decisamente più <<buona>> (ma tutt'altro che <<buonista>>), nel senso che è molto più comprensiva nei confronti delle élite comuniste che verso le istanze etico-umanitarie e i dissidenti. Essa proviene da una corrente -- quella appunto <<di destra>> (o trontiana) -- dell'operaismo italiano. A formularla compiutamente, con un approccio specialistico e una lunga opera di scavo, è stata Rita di Leo, la quale attribuisce anch'essa il fallimento al giacobinismo comunista, ma -- contrariamente agli est-europei -- lo intende come utopia di origine autenticamente (anche se non totalmente) illuminista. Da un punto di vista teorico, la di Leo infatti è arrivata a operare una netta cesura tra socialismo e comunismo, che non ha niente a che vedere con la distinzione marxiana tra due stadi diversi di un unico cammino e invece mette in opposizione i due progetti: appunto, <<socialismo versus comunismo>> (1990). In pratica, la sua tesi, già formulata alla fine degli anni settanta (di Leo 1977), è che l'utopia del comunismo e i tentativi concreti di realizzarla, mai abbandonati dal Pcus, abbiano ostacolato la costruzione di un sistema socialista che fosse efficiente dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale e ben consolidato dal punto di vista politico-istituzionale. In realtà, quello a cui pensa la di Leo quando parla di socialismo è un <<uso operaio>> del capitalismo, considerato più coerente con l'impostazione marxiana e più realistico dell'approccio che invece rifiutava il capitalismo in nome di un'utopia europea premoderna e di una tradizione culturale populista tutta russa.
Da questa impostazione Rita di Leo fa discendere una ricostruzione storica ben argomentata e alquanto inconsueta. Il tentativo operaista-statalista, abbozzato da Lenin e perseguito da Stalin, sarebbe stato accantonato con Khrushchev e con l'affermazione della <<gestione popolare>>, basata sulle presunte armonia ed etica (in effetti, sull'immobilismo sociale) delle comunità di lavoro e delle città-fabbrica.[9] In questo contesto, in cui andavano di pari passo il disprezzo per le regole e le istituzioni e quello per il lavoro intellettuale (da non confondere con il disprezzo staliniano per gli intellettuali di origine borghese), sarebbero state l'economia e la politica stesse, con le loro leggi <<oggettive>>, ad essere negate. Di qui sarebbe nata, secondo la di Leo, quella prassi della doppia realtà -- da una parte il comando centrale, il piano e il socialismo, dall'altra gli arrangiamenti informali, il localismo e la comunità di lavoro -- che ha contrassegnato in particolare l'epoca brezhneviana (di Leo 1996). Un sistema che solo il partito comunista era in grado di tenere insieme e di far funzionare in qualche modo, ma che non ha retto al suo scarso dinamismo sociale e al confronto con la dinamicità mercantile-capitalistica, incalzante non solo dall'esterno ma anche dall'interno, con il riemergere degli istinti <<naturali>> dell'uomo e la formazione di una società e un mercato paralleli (di Leo 1997).
Ben più nota è l'interpretazione di sinistra, che è stata elaborata in forme diverse e sin dai primi anni dell'esperienza sovietica da tutti i filoni eretici del comunismo. Essa, al contrario dell'altra interpretazione, sostiene che la classe operaia non ce l'ha fatta perché non avrebbe veramente e coerentemente perseguito il progetto comunista. In pratica, esso intravede nella <<promessa non mantenuta>> dell'estinzione dello stato l'origine o l'indicatore principale della degenerazione staliniana. In realtà, qui lo stalinismo, considerato alla stregua di un tradimento del progetto comunista, viene visto come un'espropriazione della stessa classe operaia, che dunque uscirebbe innocente dal fallimento (Bettelheim 1975 e 1978; Natoli 1979). Da questo punto di vista, il progetto comunista si sarebbe dunque rovesciato in un'<<antiutopia>> (Natoli 1984). Una versione estremista di questo approccio è proposta dall'<<operaismo di sinistra>>, che -- semplicemente rovesciando l'impostazione dell'altro filone operaista -- ha criticato l'Urss proprio in quanto realizzazione del <<socialismo>> (inteso come reimposizione autoritativa della legge del valore e forma particolare di gestione capitalistica dell'economia e del potere) ai danni del perseguimento del <<comunismo>> (inteso come liberazione dal lavoro e realizzazione umana nella sfera dei bisogni), che avrebbe dovuto essere invece l'obiettivo immediato (Negri 1980 e 1990).
Quel che le interpretazioni di sinistra non spiegano, o fanno fatica a spiegare, è perché la classe operaia si sia fatta espropriare del proprio destino, e anzi abbia manifestato un consenso sostanziale verso il presunto tradimento. Non potendo dare tutta la colpa alla volontà e alle capacità diaboliche di un uomo o di un'èlite al potere, le spiegazioni in merito hanno sempre preferito puntare su ragioni congiunturali (il riflusso e l'accerchiamento post-rivoluzionario, la moria dei quadri operai bolscevichi provocata dalla guerra civile e dalle lotte interne al partito) o -- in questo convergendo ex post con le classiche interpretazioni di destra -- su un determinismo di sapore secondinternazionalista (l'immaturità socio-economica russa ma anche, in corrispondenza, la mancata rivoluzione in Occidente). Si tratta di argomenti di indubbio valore e interesse, su cui sarebbe augurabile che il dibattito storiografico continuasse, ma che non convincono fino in fondo (Deutscher 1980). In particolare, non capisco come una classe possa essere giudicata matura per la rivoluzione e non per la ricerca, una volta insediata al potere, delle soluzioni più adatte allo sviluppo dell'esperienza, che non consiste necessariamente nell'avanzata verso il comunismo.[10]

4. Il problema, evidentemente, è più di fondo. Forse implica un ripensamento del giudizio sulla classe operaia come soggetto rivoluzionario in quanto tale. Il problema non è nuovo, si sa; anzi, si può dire che intorno ad esso giri tutta la riflessione marxista e si sia giocata in sostanza la sua crisi. Senza volerlo ridurre a una sociologia, il marxismo ha infatti al suo centro l'analisi delle classi e della lotta di classe; analisi che trova la sua base scientifica nella nozione di modo di produzione. E' tutta qui la differenza tra il progetto comunista marxiano e le utopie comuniste precapitaliste. Vale a dire che quel progetto si regge sulla scoperta della necessità o (meglio) della possibilità reale che il processo socio-produttivo capitalistico produca il suo stesso becchino, cioè un attore che oltre ad essere oggettivamente collocato in una posizione subalterna abbia anche la capacità soggettiva di rovesciare i rapporti socio-produttivi esistenti e quindi di autogestirsi e autogovernarsi. Un'ipotesi che con la nascita e lo sviluppo del movimento operaio, con l'organizzazione della lotta di classe e con la costruzione del socialismo nell'Urss è apparsa a lungo plausibile. Ora, con il crollo del socialismo, ma in realtà già da prima, prende corpo finalmente il dubbio che quell'ipotesi poteva essere sbagliata alla radice e che -- come avevano da tempo opinato intellettuali conservatori come Aron (1958) -- quello della classe operaia non fosse nient'altro che un <<mito>> (Lohoff 1997).[11] Ecco allora che tale dubbio suggerisce, tra l'altro, di ripensare l'esperienza sovietica e il ruolo che vi ha svolto la classe operaia.
E' la domanda da cui eravamo partiti. Ed è il punto critico di tutte e due le risposte richiamate in precedenza, quello su cui esse vanno in direzione opposta e sono meno convincenti. In realtà, le due risposte rimandano a due diverse teorie delle classi e della lotta di classe, già compresenti nell'opera marxiana, come ha ben evidenziato Balibar: da una parte una teoria politica e dall'altra una teoria economica della classe operaia (Balibar e Wallerstein 1990). Ma, se in Marx questo dualismo era in qualche modo unificato (dialetticamente, come si diceva una volta) -- anche se non senza oscillazioni, a dire il vero --, nei due orientamenti in questione (così come nel marxismo, più in generale) esso si ripropone in forma scissa (Poulantzas 1971). L'orientamento che qui ho definito di destra ne adotta univocamente la lettura politica, personificando in una rappresentazione strategica della storia la classe operaia come attore collettivo dotato di identità e interessi esclusivi. Qui scompare la distinzione tra classe operaia e movimento operaio, e quindi anche la distinzione tra la classe in sé e la sua élite dirigente. Quest'ultima viene considerata quasi esclusivamente in base alla sua origine di classe, negando la differenza teorica ed empirica tra questo aspetto e l'<<appartenenza>> di classe e dunque la sua definizione come categoria sociale distinta. Di conseguenza, così si finisce anche per trascurare la distinzione analitica -- elaborata e sostenuta con particolare insistenza dal Lenin del 1921-23, ad esempio nell'intervento Meglio meno, ma meglio (1923) -- tra potere statale e apparato statale, imprescindibile per cogliere la natura dello stato sovietico e il ruolo rispettivo della classe operaia e dell'élite politica (Lenin 1967c).
L'altro orientamento, invece, privilegiando tendenzialmente la lettura economica, fa esattamente il contrario: le classi sono considerate essenzialmente come <<portatrici>> oggettive di funzioni, quasi prive di individualità e soggettività, perfino di storicità. Ne consegue una scissione assai rigida tra la classe operaia e la sua rappresentanza politica, che nel caso sovietico è vista addirittura come una contrapposizione. In considerazione del suo insediamento nell'apparato statale, all'élite politica si assegna quindi uno status di classe, il che ne rende indifferente ogni valutazione in termini di appartenenza e a maggior ragione di origine sociale. Perciò si finisce per confondere tout court il ruolo esercitato dall'élite nell'apparato statale con il possesso del potere (La Grassa e Turchetto 1978).
Come si vede, da un punto di vista empirico-analitico il nodo più problematico delle due interpretazioni si concentra sul rapporto tra la classe operaia e la sua élite politico-rappresentativa. Infatti, entrambi gli orientamenti negano questo rapporto, o identificando o scindendo i due termini tra loro. Ma in questa maniera si cacciano in un vicolo cieco. Invece, l'unico modo per evitarlo sarebbe quello di ammettere questo rapporto e di considerarlo un rapporto <<dialettico>> (mi dispiace, ma non riesco a trovare altri termini per esprimere il concetto). Credo che l'esperienza sovietica lo possa dimostrare. La mia ipotesi è che bisognerebbe riprendere, a tal proposito, le interpretazioni avanzate dai due principali protagonisti della rivoluzione bolscevica: Lenin e Trotsky. Per loro non sussisteva alcun dubbio sul carattere operaio del potere post-rivoluzionario, pur sapendo benissimo che tale potere era in realtà esercitato da un'élite politico-intellettuale di origine prevalentemente borghese.[12] Com'è noto, all'inizio il problema che li assillava era piuttosto quello di trasformare l'apparato statale e la gestione della produzione, in cui il personale dirigente di origine borghese avrebbe dovuto essere sostituito al più presto da operai, che andavano educati e istruiti allo scopo. In seguito, invece, man mano che si prendeva possesso dell'apparato, la loro preoccupazione principale divenne quella della <<burocratizzazione>>. Se Lenin non ebbe il tempo di approfondire questa riflessione, Trotsky ne fece l'oggetto della sua elaborazione (oltre che della sua battaglia politica) per il resto della vita, producendo studi di grande valore scientifico come La rivoluzione tradita, con un destino ben noto di ostracismo e minoritarismo (Trotsky 1977). Forse è arrivata l'ora di mettere fine alle etichettature di parte, ai pregiudizi e alle censure nei confronti di questa elaborazione.
A rendere difficile l'accoglimento dell'interpretazione di Trotsky non c'era però soltanto l'ostracismo ma anche un elemento sostantivo. Infatti, la sua posizione verso il regime sovietico risultava indigesta sia per quelli che sostenevano convintamente il regime, com'è ovvio, sia per quelli che lo avversavano o criticavano. Per questi ultimi non erano abbastanza radicali e non si giustificavano il giudizio di fondo sull'Urss come stato operaio, per quanto degenerato, e la scelta pratica conseguente di difenderlo contro i nemici esterni. Invece, il pregio dell'interpretazione di Trotsky stava proprio nel rapporto dialettico che stabiliva tra la classe operaia e la sua élite politico-rappresentativa. Com'è noto, al suo centro c'era il concetto di burocrazia, che Trotsky, benché l'accusasse del tradimento e della degenerazione del regime, si rifiutò sempre di considerare come una classe separata e dominante, e tantomeno l'artefice di una restaurazione del capitalismo, anche se <<di stato>> o <<di partito>>. Per lui si trattava piuttosto di una categoria sociale o professionale espressa dalla classe operaia, necessaria a questa per ovviare ai suoi limiti culturali e organizzativi. Poiché, grazie alla sua posizione dirigente, questo gruppo aveva la tendenza a coltivare i suoi interessi e privilegi autonomi, era contemplata la possibilità che in date circostanze si verificasse una sua degenerazione, nella forma dell'espropriazione politica della classe operaia.[13] Neanche in questo caso, tuttavia, veniva mai meno un legame (politico-rappresentativo), per quanto contraddittorio, con la classe di appartenenza (Trotsky 1968).
Per la verità, almeno rispetto a Lenin, Trotsky a queste conclusioni -- in questo come in altri casi -- ci arrivò tardi (ma ci arrivò!). Non ci era ancora arrivato, anzi aveva mostrato un atteggiamento ben diverso (<<amministrativo>>, lo definirà Lenin), in quel passaggio veramente cruciale che fu il dibattito sui sindacati del 1920-21. Perché cruciale? Anzitutto, perché questo dibattito inaugurò una fase completamente nuova nel periodo post-rivoluzionario: la fine del <<comunismo di guerra>>, con i suoi eroismi e le sue illusioni, e l'inizio delle divergenze tra i protagonisti della rivoluzione e della guerra civile, preparando così il passaggio alla strategia (perché in realtà non era una semplice tattica) della Nep. Insomma, cambiò il clima, cominciò seriamente a insinuarsi il dubbio che le cose non stessero andando per il verso giusto, che non fossero tanto facili. Ma quel che conta maggiormente (e che a noi interessa di più) è che quel dibattito fece registrare una riconsiderazione dei rapporti tra lo stato sovietico e gli operai. La posizione di Trotsky, di Bucharin e della sinistra, favorevole alla statalizzazione dei sindacati, discendeva da una identificazione semplicistica tra operai e stato sovietico. Al contrario Lenin si schierò decisamente per l'autonomia dei sindacati perché aveva maturato una convinzione diversa, molto meno ottimistica: <<Quando, nel 1917, noi parlavamo di uno Stato operaio, ciò era comprensibile; ma oggi, quando ci si viene a dire: "Perché difendere la classe operaia, da chi difenderla, visto che non c'è più borghesia, visto che lo Stato è operaio", si commette un errore palese. Questo Stato non è completamente operaio. Ecco il punto. (...) ... il nostro Stato è uno Stato operaio con una deformazione burocratica>> (I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotsky, in Lenin 1967b, pp. 13-14, sottolineatura originale).
Dunque, per Lenin questa deformazione, già cominciata, delineava una vera e propria separazione tra gli operai, detentori del potere, e la burocrazia, insediata nell'apparato statale. Purtroppo, nonostante questa consapevolezza, ribadita poi di continuo, egli non riuscì a fermare il processo e anzi fu incompreso e rimase sostanzialmente isolato. Anche se si ha l'impressione che alla fine lo avesse intuito, non fece nemmeno in tempo a vedere il pieno compimento di questo processo, rappresentato dallo stalinismo. L'unico ad imparare la lezione, anche se ormai troppo tardi, fu proprio Trotsky, che ne pagò pesantemente il prezzo e si dedicò ormai da oppositore all'approfondimento dell'intuizione di Lenin.

5. La teoria trotskiana della burocratizzazione fu elaborata in riferimento allo stalinismo, ma aveva l'ambizione di contemplare un campo molto più ampio di fenomeni, applicandosi ad esempio anche al fenomeno del riformismo nel movimento operaio (Mandel 1981). Non è un caso che essa avesse molti punti di contatto con la famosa legge sociologica di Michels. Quel che la rende particolarmente interessante e originale, comunque, è il tentativo di applicarla all'interpretazione dei regimi politici e di colmare quindi una lacuna del marxismo. Possiamo dire che, a parte qualche accenno presente negli studi marxiani sul bonapartismo, Trotsky sia stato il primo marxista che si è sforzato in qualche modo di classificare il regime politico distintamente dal regime socio-economico, prendendo cioè in considerazione il modo specifico in cui è organizzato e gestito il potere (Stawar 1973). Questa esigenza si è presentata in genere di fronte al fenomeno dei fascismi, che il marxismo faceva fatica a interpretare con la sua nozione rozza di dittatura riferita a tutte le società divise in classe. Con Trotsky invece l'esigenza si pose per classificare gli stessi regimi politici di una società socialista, non solo quelli del capitalismo. In questo modo, pur senza confondere le qualità differenti che i regimi politici assumono in sistemi socio-economici differenti, era possibile arrivare alla conclusione che la democrazia e la dittatura -- nonché le forme intermedie -- potevano installarsi tanto nel capitalismo quanto nel socialismo.
La categoria politologica del totalitarismo, in effetti, può risultare convincente proprio perché tiene conto delle indubbie analogie tra certi regimi dittatoriali capitalisti e socialisti e cioè del fatto che, da un punto di vista politico, il fascismo assomiglia molto di più allo stalinismo che alla democrazia borghese (Arendt 1996). Certo, essa, segnata com'è dai suoi presupposti ideologici (Friedrich e Brzezinski 1956), ignora del tutto le differenze di sistema sociale, che invece sono decisive. Ciò non toglie che il tipo di regime politico non è indifferente nel socialismo, così come non lo è nel capitalismo. Nell'esame del caso sovietico questo è sicuramente un aspetto tutt'altro che secondario. Prima di procedere, però, sgombriamo il campo da un equivoco: se è vero che i rivoluzionari bolscevichi non disponevano di una strumentazione teorica adeguata alla bisogna, non è vero invece che fossero insensibili nei confronti del regime politico che andavano a instaurare. Quando parlavano di dittatura del proletariato essi non si riferivano al regime politico in senso stretto: al contrario, erano convintissimi dell'opportunità e della necessità di costruire un regime non dittatoriale ma democratico, anche se in maniera diversa dalle democrazie <<formali>> borghesi. Come spiegava chiaramente Lenin già alla vigilia dell'Ottobre, in Stato e rivoluzione, dove traeva spunto dall'esperienza della Comune di Parigi, questo regime politico non era auspicabile per pura scelta di principio ma per una ragione ben precisa: per evitare il pericolo della <<deformazione burocratica>>, cioè la tendenza dell'élite politico-rappresentativa della classe operaia a formare un gruppo separato e a mettersi al di sopra delle masse (Lenin 1967a).
Com'è noto, le incombenze e le difficoltà post-rivoluzionarie indussero i bolscevichi ad accantonare questo obiettivo, e non solo per ragioni contingenti, ma facendo affiorare alcuni limiti di fondo della stessa impostazione leniniana. A parte la rinuncia più o meno obbligata alla realizzazione del modello democratico consiliare, la facilità con cui fu messa in atto la stretta autoritaria, a danno delle libertà, del pluralismo e degli istituti democratico-rappresentativi, mise infatti in evidenza che nell'impostazione di Lenin questi requisiti non erano contemplati, se non in funzione accessoria. Del resto, non era mancato chi lo facesse rilevare ai russi nelle stesse file comuniste, e non certo da un punto di vista moderato. Mi riferisco al famoso scritto di Rosa Luxemburg della fine del 1918, in cui si rimprovera ai bolscevichi di aver trascurato non la democrazia diretta, ma al contrario le libertà <<formali>> borghesi: <<Al posto dei corpi rappresentativi usciti da elezioni popolari generali Lenin e Trotsky hanno installato i Soviet in qualità di unica autentica rappresentanza delle masse lavoratrici. Ma col soffocamento della vita politica in tutto il paese anche la vita dei Soviet non potrà sfuggire a una paralisi sempre più estesa. Senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitata, libera lotta d'opinione in ogni pubblica istituzione, la vita si spegne, diventa apparente e in essa l'unico elemento attivo rimane la burocrazia... -- una dittatura, certo; non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un pugno di politici, vale a dire dittatura nel senso borghese, nel senso del dominio giacobino>> (Luxemburg 1975, p. 601).
Si vede qui come nel socialismo il problema delle libertà non sia solo un'esigenza da <<anime belle>>, ma essenziale per definire il carattere del regime politico. Ritorna, inoltre, il tema centrale della burocrazia e della <<deformazione burocratica>>, cioè del rapporto tra la classe operaia e la sua rappresentanza. E' interessante notare che nelle osservazioni della Luxemburg non si dà importanza tanto alle difficoltà della classe operaia di realizzare l'autogoverno consiliare (e non solo per la datazione dello scritto), quanto alle condizioni che possono consentirlo. In altre parole, non è in discussione la capacità della classe operaia di realizzare il comunismo, bensì gli strumenti e le modalità adatti al perseguimento di questo obiettivo. Dunque, il fatto che la classe operaia abbia bisogno, per questo, di una divisione del lavoro e di un apparato di professionisti non è di per sé indice di incapacità. E' la dimostrazione, piuttosto, che è illusorio pensare che la democrazia diretta possa sostituire di punto in bianco altre forme di governo e possa essere pienamente attuata prima del tempo. In realtà, l'autogoverno popolare è impensabile separatamente dalle condizioni socio-economiche che caratterizzano il comunismo, la società senza classi. Altra cosa è invece l'introduzione di elementi di democrazia diretta a supporto e integrazione di una democrazia formale istituzionalizzata, utile per consentire e rafforzare il controllo popolare sull'élite politica. Anche la separazione tra il partito comunista e lo stato operaio è certamente importante, in questa prospettiva. Essa è stata giustamente enfatizzata da molti comunisti critici nei confronti del sistema, ma non può essere in alcun modo anteposta o staccata dal problema del pluralismo dei partiti (Melchionda 1986).
Insomma, il problema più scottante nella società di transizione riguarda i rapporti che la classe operaia istituisce con la sua élite politica -- se democratici o autoritari. Qui si pongono alcune domande senza risposta. E' proprio inevitabile -- come prevede la legge michelsiana delle oligarchie -- che questo rapporto degeneri in senso autoritario? Oppure è possibile sottomettere la burocrazia a un vero controllo popolare? E inoltre, ammesso che questo controllo sia possibile, è sufficiente tutto questo per operare una trasformazione del sistema socio-economico, cioè dei rapporti sociali e di produzione?

6. Sul rapporto tra operai e stato si registra il primo e fondamentale fallimento dell'esperienza sovietica: non sulle questioni socio-economiche, dunque, ma su una questione squisitamente politica. Dicendo questo, non voglio sottovalutare le questioni <<strutturali>>, che tanto hanno appassionato le discussioni marxiste passate sull'Urss. Temo che però esse risultino puramente accademiche se non si prende atto dell'intreccio che esiste nel socialismo tra i rapporti di produzione e i rapporti politici. Che cos'è, infatti, il socialismo? una vera e propria formazione economico-sociale autonoma? o un sistema di transizione? Che cos'è che lo contraddistingue? Queste domande sono importanti e non devianti, per il nostro discorso, perché comportano delle conseguenze per quanto riguarda la nostra domanda sulla classe operaia. Se è vero, come ho sostenuto, che nel socialismo la capacità della classe operaia di autogoverno politico non è rilevante, altrettanto non possiamo dire per la sua capacità di autogestione economico-produttiva. Non c'è socialismo, infatti, senza il rivoluzionamento dei rapporti di produzione. E -- come è stato ampiamente dimostrato da Bettelheim e dagli althusseriani -- non può essere considerata certamente tale la semplice imposizione della proprietà statale dei mezzi di produzione, e nemmeno la conquista da parte operaia di un controllo sul valore d'uso della propria forza-lavoro.
La teoria del capitalismo di stato ha avuto il merito di sottolineare questo aspetto, in polemica con la pretesa sovietica di aver realizzato il socialismo e assegnato agli operai il pieno dominio sulle condizioni e sui prodotti del loro lavoro. Quello che però essa non poteva descrivere era la logica di funzionamento concreto del sistema sovietico. Che era palesemente una logica politica, nel senso che l'iniziativa e la gestione economica erano nelle mani dello stato e dei suoi funzionari. Su di essi non agivano cioè quelle <<leggi coercitive esterne>> (concorrenza, profitto) che secondo Marx motivano il comportamento del capitalista individuale, facendolo operare secondo le <<leggi immanenti della produzione capitalistica>>. Al contrario, l'attività economico-produttiva era subordinata al primato della politica, tant'è vero che la burocrazia al potere non affondava le sue radici in un suo specifico modo di produzione, ma nella sua collocazione nell'apparato statale. Essa, infatti, non ha voluto e non ha potuto mai imporre una produzione efficiente, un'elevata produttività del lavoro, la formazione di un esercito industriale di riserva. Né ha mai preteso la proprietà (formale o reale) dei mezzi di produzione. Si è accontentata del reddito e dei privilegi legati alla sua funzione, legando le sue fortune al mantenimento dello status quo, cioè all'assenza sia di una classe capitalista che di un potere operaio (Melchionda 1983).
Il fatto è che il lavoro salariato, così come la famiglia e lo stato, non può essere semplicemente <<abolito>> con la presa del potere. L'uno e gli altri al massimo possono estinguersi, in maniera più o meno graduale. Senza bisogno di rivolgersi ai testi di Marx e dei padri fondatori, credo che basti il buon senso per concludere che il socialismo non è altro che una società di transizione, a metà strada tra il capitalismo e il comunismo.[14] In questo senso, esso è un sistema contraddittorio per definizione, perché contiene ancora molti elementi del capitalismo ma è proiettato verso il comunismo. Quel che è certo, insomma, è che non esiste un modo di produzione socialista. Nel socialismo permane il vecchio modo di produzione, con la sua divisione del lavoro e la sottomissione reale del lavoro al capitale. Quel che lo differenzia oggettivamente dal capitalismo è piuttosto un diverso modo di circolazione, una compressione (non soppressione) del mercato e dei rapporti di proprietà privata. Ma -- ecco il punto -- queste limitazioni della riproduzione capitalistica funzionano a condizione che ci sia contemporaneamente una spinta soggettiva verso un modo di produzione alternativo, verso un rivoluzionamento non formale dei rapporti di produzione. Spinta che può venire soltanto da un'attivazione della classe operaia e dall'autogestione del processo produttivo. In mancanza di questo requisito soggettivo, abbiamo un sistema bloccato. In questo caso, è probabile o comunque ci sono tutte le condizioni perché si verifichi quella deformazione burocratica di cui parlavano Lenin e Trotsky.
Tutto lascerebbe pensare che sia proprio questo ciò che è accaduto nell'Urss. Venendo a mancare quel requisito soggettivo, il sistema si è attestato su un equilibrio precario, da cui ha tratto a lungo beneficio l'élite al potere. Un sistema del genere non poteva evidentemente durare all'infinito, privo com'era di dinamicità. La sua precarietà lo faceva stare sempre in bilico tra la possibilità di un ritorno indietro al capitalismo e la promessa di uno scatto in avanti verso il comunismo. Quest'ultima speranza, però, affidata com'era alla riattivazione della classe operaia, non si è mai realizzata e nemmeno seriamente profilata, a parte qualche illusione mal riposta (da ultima la perestroika gorbacheviana). Gli operai sovietici hanno preferito invece accontentarsi della <<nicchia>> che si erano scavati in fabbrica, del privilegio di lavorare poco, di non essere licenziabili, di spostarsi da un posto di lavoro a un altro e di non essere minacciati dalle innovazioni tecnologiche. Con il risultato di contribuire a rendere il sistema inefficiente e di privare la società -- e quindi anche se stessi -- di consumi qualitativamente e quantitativamente decenti o lontanamente paragonabili a quelli diffusi nei paesi capitalisti. E' molto difficile, ma importante, comprendere questa schizofrenia della classe operaia, divisa e dissociata tra un'identità nel processo produttivo e un'altra nella società, nella sfera del consumo.[15] Se non lo comprendiamo, non ci spieghiamo il comportamento ambiguo e passivo degli operai nella caduta del regime sovietico (di Leo 1992b).
Quel che è certo è che la classe operaia in Unione Sovietica, privilegiando le proprie esigenze corporative, ha dimostrato di non essere in alcun modo la <<classe generale>> profetizzata dal marxismo, nonostante vi disponesse di tutte le condizioni favorevoli. Ecco perché gli interrogativi sulla soggettività comunista di questa classe non lasciano in fin dei conti molto spazio all'ottimismo (Rossanda 1998).

7. Com'è noto, la contraddizione del sistema sovietico non si è risolta in direzione del comunismo, bensì nell'altro senso: il richiamo del capitalismo è stato tanto forte che alla fine ha prevalso. La restaurazione capitalistica nell'Urss non è avvenuta però con una controrivoluzione (di Leo 1993). Non ce n'è stato bisogno per due motivi, che indicano la degenerazione a cui era giunto il sistema. Innanzitutto, perché non poteva incontrare resistenze in una società atomizzata e demotivata da un lungo regime autoritario, dall'esaurimento dell'efficacia dell'ideologia e da una stagnazione dello sviluppo economico (Karol 1990, 1995). Inoltre, la restaurazione era stata preparata dall'accumulazione di pratiche, soggetti e interessi che si muovevano già in una logica capitalistica. Nell'analisi dell'esperienza sovietica bisogna infatti distinguere non solo tra realtà e ideologia, ma anche tra realtà formale e realtà informale, tra il sistema ufficiale e la realtà extra-sistema. Solo in questo modo è possibile identificare gli attori sociali che -- convergendo tutti nell'inclinazione anti-operaista -- hanno operato attivamente per la restaurazione del capitalismo, è possibile comprenderne le motivazioni soggettive e collocarli nel nuovo quadro scaturito dal crollo del vecchio sistema.
Sarebbe troppo lungo, oltre che inutile in questa sede, fare una dettagliata ricostruzione storica, ma in sintesi mi pare che si possano individuare quattro ambiti (a ognuno dei quali corrisponde un attore sociale) in cui è maturata la restaurazione capitalistica in Unione Sovietica. Il più evidente, ma non per questo il più importante, è rappresentato dalla rinascita del mercato, dalla società extra-piano che si è affermata nell'epoca brezhneviana (sebbene esistesse già da prima) nella forma della piccola economia privata che provvedeva alle carenze di beni di consumo propri della pianificazione centralizzata. Essa in un primo tempo è stata uno sviluppo dell'autoconsumo e dell'economia naturale dei villaggi kolchoziani, del doppio lavoro, degli approvvigionamenti clandestini di macchinari e risorse di proprietà statale. In seguito, grazie alla tolleranza della gestione popolare brezhneviana, questi fenomeni si sono andati consolidando in vere e proprie attività imprenditoriali, dedite alla produzione e al commercio, spesso di carattere speculativo o addirittura criminale. Inoltre, in questa seconda economia sono state coinvolte le stesse aziende statali, in virtù del compromesso brezhneviano stipulato dal centro con i poteri locali delle comunità di lavoro. E' in quest'ambito infatti che matura il secondo e più importante blocco di interessi favorevoli all'affermazione del capitalismo. Mi riferisco alla cosiddetta nomenklatura economica, cioè a quella parte del ceto politico-amministrativo che era costituita dai dirigenti, dai tecnocrati e dai tecnici delle industrie statali. Questo gruppo era andato definendosi, in contrasto con il nucleo burocratico insediato al centro e controllato dal partito, come un gruppo autonomo fin dagli anni sessanta, ma soltanto più tardi aveva acquistato piena consapevolezza dei propri interessi, fino ad aspirare alla proprietà dei mezzi di produzione e quindi al ruolo di classe dominante. Che infatti ha ottenuto (Guerra 1995; Karol 2000).
L'oligarchia economica e la nuova borghesia speculativo-finanziaria di origine informale hanno rappresentato indubbiamente il retroterra sociale più importante della recente restaurazione capitalistica, e in seguito hanno costituito -- anche se in maniera ineguale -- la classe dirigente della nuova Russia. Ma forse da sole queste frazioni di classe non avrebbero potuto vincere e superare le resistenze della vecchia élite politica. Se è vero infatti che non c'è stata una controrivoluzione, è anche vero che una rottura politica c'è stata. I protagonisti di questa rottura sono stati, ovviamente, i nuovi leader politici cosiddetti <<democratici>>, a cominciare da Boris El'tsin (Melchionda 1990; di Leo 1992a). Ma a loro sostegno si sono mobilitate masse di persone e gruppi sociali che non si riducono certamente alle élite e agli interessi economici. Essi rientrano negli altri due ambiti in cui -- come accennavo prima -- è maturata la restaurazione. Il primo di questi gruppi è rappresentato dall'intellighentsia umanistica. Frustrato dal ruolo subalterno ad esso tradizionalmente riservato dalla gestione popolare, questo gruppo aveva cominciato negli anni ottanta a rivendicare la propria indipendenza nei confronti degli interessi della classe operaia e addirittura a proporsi in alternativa come nuova <<classe generale>> (come argomentava nel 1988 nientedimeno che nel Kommunist il professore di comunismo scientifico L.I. Smoliakov: 1989), in realtà aspirando -- come ha osservato Karol (1990) -- a costituire quella classe media che mancava alla società sovietica. Di conseguenza, esso è stato la vera e propria testa di ariete e leadership della perestroika (anche grazie alla sua capacità di proiezione a livello internazionale) e della mobilitazione democratica degli anni che vanno dal 1989 al 1991, nonché l'artefice e il destinatario principale della politica di liberalizzazione della glasnost'. Salvo essere di nuovo emarginato successivamente.
Se gli intellettuali hanno avuto il ruolo di guida della mobilitazione anti-sistema, l'ideologia che ha maggiormente improntato il suo carattere di massa è stata quella nazionalista. Non potevano essere certamente il capitalismo e il mercato, e tanto meno i valori del sapere e dell'intellettualità, ad attivare le masse. Lo sono state invece le identità etnico-nazionali che fino a pochi anni prima sembravano superate, meri residui atavici, ma in effetti erano solo sopite. Probabilmente qui c'è la sfida più seria e insidiosa al progetto comunista basato sulla lotta di classe. Se è vero, infatti, che per gli stessi operai il richiamo della nazione è più forte di quello di classe, allora vuol dire che il fondamento materiale da cui per Marx dovrebbe nascere il soggetto rivoluzionario è meno solido di quanto supponessimo. Non solo. Rispetto a quella di classe, l'identità etnico-nazionale non sembra certo un'alternativa progressiva, consona ai valori universalistici e illuministici della sinistra. Eppure, è proprio questo incubo che sembra emergere dal collasso dell'esperienza sovietica, dilagando -- a ulteriore conferma della sua serietà -- in tutte le società ex socialiste, quasi a mo' di reazione e supplenza all'ideologia comunista. In realtà, la supremazia del conflitto etnico su quello classista si era già manifestata in altre occasioni. Il primo shock in questo senso si era già avuto all'epoca della prima guerra mondiale, quando il movimento operaio fu dilaniato dai nazionalismi contrapposti. Certo, la rivoluzione russa aiutò a superare lo shock, ma non si fecero attendere, nella stessa patria del socialismo, molti altri segnali inquietanti di questa contraddizione (basti pensare al modo staliniano di affrontare la seconda guerra mondiale).
Ci sono molti argomenti che possono aiutarci a capire e relativizzare il fenomeno. Ad esempio, si può affermare a ragion veduta che, al di là delle apparenze, quella etnico-nazionale è un'identità <<debole>> e <<ambigua>>, uno strumento politico per mantenere il legame sociale di fronte al tracollo delle identità ideologiche (Balibar e Wallerstein 1990). E si può sostenere altrettanto legittimamente che l'attaccamento alla comunità, alla terra e alla cultura del proprio popolo, è una istinto per così dire <<naturale>>, mentre la coscienza di classe è una creazione artificiale. Rimane il fatto che oggi ci troviamo di fronte a una sorta di eclissi della classe operaia. Naturalmente, nessuno con un minimo di buon senso dubita oggi del fatto che gli operai esistano ancora, ma è sempre più arduo affermare che esista una classe operaia. Il problema -- difficile da affrontare qui -- è che non può esistere una tale entità senza la coscienza di classe e senza un movimento operaio organizzato, insomma senza una soggettività politica.[16] E' questa comunque la mesta eredità ideale e materiale che ci lascia l'esperienza sovietica. La prima e la più importante. L'altra, tutta materiale, non mi pare che valga la pena affrontare in questa sede: è il disastro sociale, economico e morale in cui versa la Russia post-comunista, con la prospettiva politica che la demokratura attuale si trasformi in una vera e propria dittatura minacciosa anche verso l'esterno. Il tutto senza una classe operaia e un partito capaci di accennare a una sia pur minima opposizione.[17] Il che è un bel paradosso per quello che è stato il paese dei soviet.

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