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riapriamo il discorso |
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1. L'evento del crollo del socialismo sovietico viene accuratamente rimosso
dalla sinistra: a guardarne la produzione culturale degli ultimi dieci anni
(e, si badi, di tutte le sinistre), si rimane stupefatti dallo squilibrio
tra l'enfasi verbale sull'89 e la scarsità di riflessione sulle sue
cause e sul suo significato. In particolare, il <<socialismo reale>>
è un argomento accantonato, trattato alla stregua di un capitolo
di storia chiuso, abbandonato infatti alla ricostruzione <<oggettiva>>
degli storici, privo di interesse per chi fa politica e perfino per chi
si propone o si dovrebbe proporre, conformemente all'ideale comunista, di
cambiare il corso della storia.[1] Eppure
esso rimane un macigno per la sinistra (Tronti 1998). Il comunismo
ne è uscito talmente screditato dal punto di vista ideale e devastato
dal punto di vista simbolico che al momento è arduo immaginarne una
qualsiasi rivitalizzazione. Non solo. A pagarne lo scotto è stato
lo stesso progetto socialista, più in generale, inteso come alternativa
al capitalismo, e non importa se in versione gradualista o rivoluzionaria.
Ecco perché se si vuol rimuovere davvero il macigno bisogna innanzitutto
riaprire il discorso, ripartire dal crollo dell'Urss e fare un bilancio
sull'intera esperienza, per trarne poi tutte le conseguenze teoriche e politiche.
Se è questo l'atteggiamento, la prima domanda, obbligata e vitale,
è la seguente: nell'Urss è veramente crollato il <<comunismo>>,
come sostiene la vulgata del pensiero unico? Ora, è bene chiarire
che una domanda del genere non ha alcun senso per chi abbia un minimo di
conoscenza della teoria marxista, che definisce il comunismo come un sistema
economico-sociale in cui i mezzi di produzione sono posseduti e gestiti
in maniera egualitaria dall'intera collettività e in cui quest'ultima
si autogoverna senza bisogno di uno stato.[2]
Dunque, non saremmo certo in errore se rispondessimo che l'Urss c'entrava
poco con il comunismo inteso come sistema alternativo e successivo al capitalismo,
e questo per ammissione degli stessi comunisti sovietici, che lo consideravano
piuttosto un obiettivo verso cui tendere (Kaltakhchyan et al. 1989).
Peccato però che una tale risposta non sia facilmente comprensibile
al grande pubblico, specialmente ai più giovani, dopo lo sfacelo
semantico di questi anni. Il che è già un bel problema che
non si può ignorare se si vuol fare politica e non pura accademia.
Ma non si tratta solo di questo.
Temo che, per quanto esatta dal punto di vista teorico e dottrinale, la
precedente risposta non sia neppure del tutto onesta e corretta da un punto
di vista politico. Perché il comunismo non indica soltanto un sistema
sociale ipotetico, ma anche un'ideologia e un movimento politico ben precisi,
che hanno segnato non poco la storia del Novecento. E da questo punto di
vista è inutile e falso far finta che esso non avesse niente a che
fare con l'esperienza sovietica. Con questo non voglio dire che, ad esempio,
le responsabilità e i misfatti dello stalinismo debbano essere accollati
ad altri se non ai loro autori. Né voglio far dimenticare come ci
siano stati tanti comunisti che hanno esercitato una critica forte, e in
tempi non sospetti, nei confronti dello stalinismo e del regime sovietico.[3] Ma -- <<se non vogliamo raccontarci
fole per amore di polemica>> (cito le lucide parole dell'ultimo Giuseppe
Boffa, 1997) -- neppure si può dire che rispetto all'ideologia e
al movimento comunista quei fenomeni fossero alieni, puro delirio o travestimento.
In questo senso, ho sempre considerato un po' bizzarro e di corto respiro
l'atteggiamento di chi, a fronte di una crisi così radicale, si accontenta
di attestarsi sulla <<diversità>> del comunismo italiano.
Una diversità che, beninteso, non voglio negare, ma che non mi sembra
una ragione sufficiente per lavarsi le mani dell'esperienza sovietica. Del
resto, si trattava pur sempre di una diversità relativa, direi
piuttosto di una specificità all'interno di una cultura comune (Althusser
1973). Se non si vuole spiegare l'adesione allo stalinismo come una furbizia
o un boccone amaro, allora ci sono due strade: o ci si pente e si rinnega
tutto o ci si spinge fino al punto di ammettere che lo stesso stalinismo
è stato un'espressione a pieno titolo, anche se deformata, del comunismo
(Lukács 1987). Non solo nelle intenzioni soggettive dei suoi artefici,
esso è stato un tentativo, pur tragico e sbagliato, di costruire
il comunismo. Lo è stato certamente in partenza, con la rivoluzione
d'Ottobre, ma ritengo che nonostante tutto sia stato così anche in
seguito.
Insomma, dobbiamo ammettere che un legame tra l'esperienza sovietica e il
comunismo, anche nella sua accezione più nobile (quella italiana?),
c'è eccome! Nemmeno chi ha le minori responsabilità nella
degenerazione del regime sovietico, come i trotskisti, che anzi hanno pagato
a carissimo prezzo il loro dissenso, lo può negare. In questo senso,
è chiaro che la riflessione sulle società di tipo sovietico
è un momento essenziale per ripensare (criticamente) l'ideologia
a cui in forme pur diverse abbiamo aderito tutti. Pur senza farci prendere
da certe manie nuoviste per cui sembrerebbe ormai vietato usare concetti
e perfino parole della tradizione comunista, in questa riflessione sarebbe
auspicabile evitare di riproporre negli stessi termini le discussioni sul
<<socialismo reale>> precedenti al tragico esito. Discussioni
anche molto interessanti, ricche e lungimiranti, come furono quelle tra
Bettelheim e Sweezy o il convegno di Venezia organizzato dal Manifesto alla
fine degli anni settanta e come fu a maggior ragione, risalendo nel tempo,
la polemica degli anni venti (Sweezy e Bettelheim 1992; Rossanda et al.
1978; Daniels 1970). Ma che sarebbe regressivo riprendere oggi senza
tener conto del nuovo quadro e senza far tesoro degli insegnamenti che ci
ha consegnato il crollo dell'89. Le domande stesse devono cambiare, a questo
punto. Se allora ci si poteva chiedere quali fossero i rapporti di produzione
e di potere, quale la natura sistemica e la direzione di sviluppo di quelle
società, quando fosse iniziata la loro degenerazione e perché,
se fossero ancora riformabili e in che modo, adesso le domande sono ben
più drammatiche e, paradossalmente, ancora più coinvolgenti
(e corresponsabilizzanti).
2. Perché non ce l'abbiamo fatta? E' diventata questa la
domanda chiave, a dissoluzione avvenuta (ma forse lo è sempre stata,
senza che lo potessimo ammettere). Perché, al di là della
collocazione e del giudizio che abbiamo dato in passato della strada intrapresa
in Unione Sovietica, il fatto stesso che le cose siano andate così,
in modo più o meno diverso dai nostri auspici, senza poter fare di
meglio né lì né altrove, è un segno di sconfitta
e di fallimento che ci coinvolge pienamente. In altre parole, il dato pesante
con cui fare i conti è che gli operai, la classe operaia e il movimento
operaio non ce l'hanno fatta, né in Urss né nel nostro Occidente
industrializzato, e un collegamento tra questi due (pur distinti) fallimenti
è innegabile (Accornero 1998). Messa così, la tragedia dell'Urss
assume e assumerà sempre più in futuro una luce diversa da
quella che adesso prevale: un grande esperimento, un ambizioso tentativo
di assalto al cielo. Il giorno in cui ci sarà il necessario distacco
si potrà valutare con più raziocinio il significato della
rottura dell'Ottobre e dei settant'anni tragici che l'hanno seguita, fino
alla frana dell'89. Non so se, con un serio sforzo, qualcuno sia in grado
di anticipare quel giorno. Per quanto mi riguarda, senza grandi pretese,
vorrei almeno tentare di proporre una prima tematizzazione, volutamente
parziale ma senza illudersi di poter offrire soluzioni o chiavi miracolose.
Davvero una lista di temi, sperando che da essa possa finalmente
scaturire una discussione impegnativa.
Per riprendere la domanda chiave formulata sopra (<<perché
non ce l'abbiamo fatta?>>), ed essere ancora più chiaro, parto
da un assunto, che non è per niente pacifico, ma che a mio parere
è stato dimostrato in maniera inequivocabile dagli studi di Rita
di Leo (1970, 1981): l'intimo rapporto esistito tra gli operai e l'esperimento
sovietico. Solo una concezione ideologica e mitizzante della classe
operaia, che la giudica con un metro diverso da quello usato storicamente
per altre classi, può impedire di vedere che in Unione Sovietica
gli operai sono stati classe centrale ed egemone a tutti gli effetti: tra
loro avveniva il reclutamento dell'élite politica; in loro nome erano
tenuti sotto controllo e repressi (o eliminati, nei casi della borghesia
e dell'aristocrazia) gli altri strati sociali (contadini e intellettuali);
per assecondare i loro interessi corporativi erano istituiti i tanti privilegi
economici, assistenziali e lavorativi; per garantire la loro sopravvivenza
e riproduzione come classe si dilatava a dismisura la base industriale.
Insomma, come hanno confermato molti studi, quella sovietica era una società
in cui il lavoro salariato era <<elevato a sistema>> (Zaslavsky
1981). Di fronte a questa <<centralità operaia>>, che
non era solo un'ideologia di legittimazione (Suslov 1976), mi sembra sterile
la pura e semplice obiezione che stabilisce una scissione tra la classe
operaia e il suo ceto politico-amministrativo, come se altrove e per altre
classi dirigenti le cose andassero in maniera diversa.[4]
Qui, in gran parte, gioca l'equivoco sulla classe operaia come <<classe
generale>>, ma su questo tornerò in seguito.
Piuttosto, i problemi sorgono di fronte alle domande successive: perché
gli operai non ce l'hanno fatta a creare un sistema socio-economico alternativo
al capitalismo che fosse dotato di altrettanta efficacia e stabilità?
E ce la potevano fare o l'impresa era impossibile e averci creduto è
stata pura illusione o utopia? Già nella formulazione di queste domande
si capisce che a mio parere è più appropriato parlare di fallimento
che di sconfitta.[5] Certo, la sconfitta
c'è stata, se è vero come è vero che le classi dirigenti
del mondo capitalistico hanno combattuto a fondo l'esperienza sovietica,
condizionandola e influendo tanto sul suo svolgimento quanto sul suo cedimento
ultimo. In particolare, nel confronto è stata decisiva l'iniziativa
innovatrice (inattesa) del capitalismo. Ma non credo che l'esito sia stato
determinato principalmente da cause esogene.[6]
E tanto meno dal <<tradimento>> di qualcuno (Stalin, Brezhnev
o Gorbachev, il Pcus o la Nomenklatura nel loro insieme). Se le cose stessero
così, potremmo trarne qualche motivo di ottimismo in più.
Temo invece che per capirci qualcosa dobbiamo guardare piuttosto a fattori
e limiti soggettivi e oggettivi della classe operaia. Non solo di quella
sovietica, ma della classe operaia in quanto tale.
Prima di proseguire questo discorso vorrei però far notare un'implicazione
del fatto di considerare il disastro dell'esperienza sovietica più
come un fallimento che come una sconfitta. Anche quel che sta avvenendo
(in realtà è già avvenuto) in una parte, di gran lunga
maggioritaria, della sinistra e del movimento operaio in Europa non si lascia
afferrare attraverso la categoria del tradimento. L'origine e la radicalità
del suo revisionismo ideologico-culturale, non a caso senza precedenti,
sta al contrario proprio nella coscienza disincantata del fatto che ci troviamo
di fronte a un fallimento, prima che a una sconfitta. In che cosa sta infatti
il fallimento? Diciamocelo: sta nell'incapacità/impossibilità
di creare o perfino immaginare un sistema economico-sociale migliore del
capitalismo, migliore per capacità di produrre ricchezza e di soddisfare
bisogni. Quindi migliore anche per le classi lavoratrici di cui la sinistra
è bene o male espressione. Il che vale ed è valso per gli
operai occidentali come per quelli sovietici. Del resto, in assenza di questa
semplice constatazione non riusciremmo mai a spiegarci quello che appare
-- o tale apparirebbe se qualcuno se ne fosse interessato -- come un grande
mistero degli eventi sovietici dell'89: il silenzio degli operai o addirittura
il loro consenso passivo verso la restaurazione capitalistica.
La convinzione -- stranamente poco esplicitata -- con cui la sinistra moderata
abbandona ogni velleità e ipotesi, pur gradualista, di superamento
del capitalismo è che non ci sarebbe un sistema alternativo migliore
di esso. E' un rilievo forte, rispetto al quale serve a poco ricordare come
sia distorta e iniqua la maniera in cui il capitalismo produce e distribuisce
la ricchezza e come questo dato non sia meramente correggibile o riformabile,
ma intrinseco alla logica stessa del modo di produzione. Bisognerebbe comunque
dimostrare che un sistema alternativo migliore esiste, avere un progetto
socialista credibile e nello stesso tempo più appetibile di quanto
sia stato l'esperimento sovietico. Al momento siamo lungi dal disporre di
un tale progetto, ed è questa la ragione di fondo dell'estrema debolezza
in cui si ritrovano oggi le sinistre alternative e gli ideali comunisti.
Non possono bastare a questi ultimi, infatti, le esortazioni etiche e i
richiami alle nuove povertà. Se vogliamo conservare quel che di buono
c'è nel marxismo, l'opzione anticapitalista dev'essere qualcosa di
più di una scelta di principio: una possibilità reale, basata
su una teoria scientifica. E soprattutto basata su un vero soggetto antagonista,
com'è stato o abbiamo immaginato che fosse la classe operaia.[7]
3. Intanto, può essere utile ripartire dal dato di fatto che la
classe operaia non ce l'ha fatta, né nell'Urss né in Occidente,
e oggi paga lo scotto del fallimento con la marginalizzazione e forse addirittura
con il rischio dell'evaporazione. Perché? Si capisce a questo punto
come mai sia così cruciale questo interrogativo. Pur essendo ben
cosciente delle sue implicazioni e delle differenze di contesti e circostanze,
qui mi limito a porla in riferimento all'esperienza sovietica, che non è
certamente il caso meno significativo e tanto meno un caso deviante. Al
contrario, esso è legato indissolubilmente con i fallimenti e le
sconfitte del movimento operaio occidentale. Il che lo rende ancora più
interessante.
Ci sono due risposte ricorrenti alla domanda sul fallimento della
classe operaia sovietica: per l'una non ce l'ha fatta perché avrebbe
preteso troppo, per l'altra troppo poco. Diciamo che, nel
linguaggio tradizionale, si tratta delle tipiche reazioni di destra e di
sinistra, entrambe interne alla cultura del movimento operaio.[8]
Naturalmente, sto semplificando molto: pur volendo farle rientrare nei due
orientamenti generali, le risposte in realtà sono assai multiformi,
non sempre riducibili a un indirizzo di destra o di sinistra. Ma lo schema
ci può aiutare a ragionare.
Il primo orientamento -- di destra -- sostiene che gli operai non
ce l'hanno fatta perché avrebbero inseguito un'utopia, quale sarebbe
appunto il comunismo. Un tale orientamento ha origini lontane e si è
riproposto di continuo nella contrapposizione tra marxisti deterministi
e volontaristi. Già nelle interpretazioni della rivoluzione d'Ottobre,
quando molti -- da Kautsky a Plechanov, dai menscevichi ai <<vecchi
bolscevichi>> (Kamenev, Rykov) -- giudicarono immatura l'accelerazione
bolscevica voluta da Lenin, e ancor prima nel dibattito russo tra <<marxisti
legali>> e populisti, era emerso un tale atteggiamento <<di
destra>>, che avversava in nome di una prospettiva evoluzionista il
perseguimento diretto dell'obiettivo comunista. Lo stesso problema si pose
poi nell'Urss degli anni venti in merito all'interpretazione del comunismo
di guerra e della Nep e, in termini filosofici, nella polemica tra <<meccanicisti>>
e <<dialettici>>, quando l'orientamento di destra si identificò
nella persona di Bucharin (Bucharin et al. 1973). In tutte queste
vicende, anche se in modi diversi e senza mai negare esplicitamente la validità
del progetto comunista, una critica ricorrente era rivolta contro il giacobinismo,
inteso come sintesi di utopismo e volontarismo. In epoca più recente,
tale orientamento ha avuto due versioni. Una, <<cattiva>>, è
stata formulata a suo tempo da intellettuali dell'Est europeo, dissidenti
ma non reazionari, che, pur utilizzando in parte -- com'è ovvio --
argomenti tipici dell'orientamento di sinistra, interpretavano il fallimento
operaio come la realizzazione di un'anti-utopia, un de-illuminismo. Penso
in particolare al gruppo degli allievi ungheresi di Lukács con la
loro teoria della <<dittatura sui bisogni>> (Fehér, Heller
e Márkus 1984) e al <<dissidente comunista>> polacco
A. Schaff (1988).
L'altra versione recente di questo orientamento è decisamente più
<<buona>> (ma tutt'altro che <<buonista>>), nel
senso che è molto più comprensiva nei confronti delle élite
comuniste che verso le istanze etico-umanitarie e i dissidenti. Essa proviene
da una corrente -- quella appunto <<di destra>> (o trontiana)
-- dell'operaismo italiano. A formularla compiutamente, con un approccio
specialistico e una lunga opera di scavo, è stata Rita di Leo, la
quale attribuisce anch'essa il fallimento al giacobinismo comunista, ma
-- contrariamente agli est-europei -- lo intende come utopia di origine
autenticamente (anche se non totalmente) illuminista. Da un punto di vista
teorico, la di Leo infatti è arrivata a operare una netta cesura
tra socialismo e comunismo, che non ha niente a che vedere con la distinzione
marxiana tra due stadi diversi di un unico cammino e invece mette in opposizione
i due progetti: appunto, <<socialismo versus comunismo>>
(1990). In pratica, la sua tesi, già formulata alla fine degli anni
settanta (di Leo 1977), è che l'utopia del comunismo e i tentativi
concreti di realizzarla, mai abbandonati dal Pcus, abbiano ostacolato la
costruzione di un sistema socialista che fosse efficiente dal punto di vista
dello sviluppo economico e sociale e ben consolidato dal punto di vista
politico-istituzionale. In realtà, quello a cui pensa la di Leo quando
parla di socialismo è un <<uso operaio>> del capitalismo,
considerato più coerente con l'impostazione marxiana e più
realistico dell'approccio che invece rifiutava il capitalismo in nome di
un'utopia europea premoderna e di una tradizione culturale populista tutta
russa.
Da questa impostazione Rita di Leo fa discendere una ricostruzione storica
ben argomentata e alquanto inconsueta. Il tentativo operaista-statalista,
abbozzato da Lenin e perseguito da Stalin, sarebbe stato accantonato con
Khrushchev e con l'affermazione della <<gestione popolare>>,
basata sulle presunte armonia ed etica (in effetti, sull'immobilismo sociale)
delle comunità di lavoro e delle città-fabbrica.[9]
In questo contesto, in cui andavano di pari passo il disprezzo per le regole
e le istituzioni e quello per il lavoro intellettuale (da non confondere
con il disprezzo staliniano per gli intellettuali di origine borghese),
sarebbero state l'economia e la politica stesse, con le loro leggi <<oggettive>>,
ad essere negate. Di qui sarebbe nata, secondo la di Leo, quella prassi
della doppia realtà -- da una parte il comando centrale, il piano
e il socialismo, dall'altra gli arrangiamenti informali, il localismo e
la comunità di lavoro -- che ha contrassegnato in particolare l'epoca
brezhneviana (di Leo 1996). Un sistema che solo il partito comunista era
in grado di tenere insieme e di far funzionare in qualche modo, ma che non
ha retto al suo scarso dinamismo sociale e al confronto con la dinamicità
mercantile-capitalistica, incalzante non solo dall'esterno ma anche dall'interno,
con il riemergere degli istinti <<naturali>> dell'uomo e la
formazione di una società e un mercato paralleli (di Leo 1997).
Ben più nota è l'interpretazione di sinistra, che è
stata elaborata in forme diverse e sin dai primi anni dell'esperienza sovietica
da tutti i filoni eretici del comunismo. Essa, al contrario dell'altra interpretazione,
sostiene che la classe operaia non ce l'ha fatta perché non
avrebbe veramente e coerentemente perseguito il progetto comunista. In pratica,
esso intravede nella <<promessa non mantenuta>> dell'estinzione
dello stato l'origine o l'indicatore principale della degenerazione staliniana.
In realtà, qui lo stalinismo, considerato alla stregua di un tradimento
del progetto comunista, viene visto come un'espropriazione della stessa
classe operaia, che dunque uscirebbe innocente dal fallimento (Bettelheim
1975 e 1978; Natoli 1979). Da questo punto di vista, il progetto comunista
si sarebbe dunque rovesciato in un'<<antiutopia>> (Natoli 1984).
Una versione estremista di questo approccio è proposta dall'<<operaismo
di sinistra>>, che -- semplicemente rovesciando l'impostazione dell'altro
filone operaista -- ha criticato l'Urss proprio in quanto realizzazione
del <<socialismo>> (inteso come reimposizione autoritativa della
legge del valore e forma particolare di gestione capitalistica dell'economia
e del potere) ai danni del perseguimento del <<comunismo>> (inteso
come liberazione dal lavoro e realizzazione umana nella sfera dei bisogni),
che avrebbe dovuto essere invece l'obiettivo immediato (Negri 1980 e 1990).
Quel che le interpretazioni di sinistra non spiegano, o fanno fatica a spiegare,
è perché la classe operaia si sia fatta espropriare del proprio
destino, e anzi abbia manifestato un consenso sostanziale verso il presunto
tradimento. Non potendo dare tutta la colpa alla volontà e alle capacità
diaboliche di un uomo o di un'èlite al potere, le spiegazioni in
merito hanno sempre preferito puntare su ragioni congiunturali (il riflusso
e l'accerchiamento post-rivoluzionario, la moria dei quadri operai bolscevichi
provocata dalla guerra civile e dalle lotte interne al partito) o -- in
questo convergendo ex post con le classiche interpretazioni di destra
-- su un determinismo di sapore secondinternazionalista (l'immaturità
socio-economica russa ma anche, in corrispondenza, la mancata rivoluzione
in Occidente). Si tratta di argomenti di indubbio valore e interesse, su
cui sarebbe augurabile che il dibattito storiografico continuasse, ma che
non convincono fino in fondo (Deutscher 1980). In particolare, non capisco
come una classe possa essere giudicata matura per la rivoluzione e non per
la ricerca, una volta insediata al potere, delle soluzioni più adatte
allo sviluppo dell'esperienza, che non consiste necessariamente nell'avanzata
verso il comunismo.[10]
4. Il problema, evidentemente, è più di fondo. Forse implica
un ripensamento del giudizio sulla classe operaia come soggetto rivoluzionario
in quanto tale. Il problema non è nuovo, si sa; anzi, si può
dire che intorno ad esso giri tutta la riflessione marxista e si sia giocata
in sostanza la sua crisi. Senza volerlo ridurre a una sociologia, il marxismo
ha infatti al suo centro l'analisi delle classi e della lotta di classe;
analisi che trova la sua base scientifica nella nozione di modo di produzione.
E' tutta qui la differenza tra il progetto comunista marxiano e le utopie
comuniste precapitaliste. Vale a dire che quel progetto si regge sulla scoperta
della necessità o (meglio) della possibilità reale che il
processo socio-produttivo capitalistico produca il suo stesso becchino,
cioè un attore che oltre ad essere oggettivamente collocato in una
posizione subalterna abbia anche la capacità soggettiva di rovesciare
i rapporti socio-produttivi esistenti e quindi di autogestirsi e autogovernarsi.
Un'ipotesi che con la nascita e lo sviluppo del movimento operaio, con l'organizzazione
della lotta di classe e con la costruzione del socialismo nell'Urss è
apparsa a lungo plausibile. Ora, con il crollo del socialismo, ma in realtà
già da prima, prende corpo finalmente il dubbio che quell'ipotesi
poteva essere sbagliata alla radice e che -- come avevano da tempo opinato
intellettuali conservatori come Aron (1958) -- quello della classe operaia
non fosse nient'altro che un <<mito>> (Lohoff 1997).[11] Ecco allora che tale dubbio suggerisce,
tra l'altro, di ripensare l'esperienza sovietica e il ruolo che vi ha svolto
la classe operaia.
E' la domanda da cui eravamo partiti. Ed è il punto critico
di tutte e due le risposte richiamate in precedenza, quello su cui esse
vanno in direzione opposta e sono meno convincenti. In realtà, le
due risposte rimandano a due diverse teorie delle classi e della lotta di
classe, già compresenti nell'opera marxiana, come ha ben evidenziato
Balibar: da una parte una teoria politica e dall'altra una teoria
economica della classe operaia (Balibar e Wallerstein 1990). Ma,
se in Marx questo dualismo era in qualche modo unificato (dialetticamente,
come si diceva una volta) -- anche se non senza oscillazioni, a dire il
vero --, nei due orientamenti in questione (così come nel marxismo,
più in generale) esso si ripropone in forma scissa (Poulantzas 1971).
L'orientamento che qui ho definito di destra ne adotta univocamente la lettura
politica, personificando in una rappresentazione strategica della storia
la classe operaia come attore collettivo dotato di identità e interessi
esclusivi. Qui scompare la distinzione tra classe operaia e movimento operaio,
e quindi anche la distinzione tra la classe in sé e la sua élite
dirigente. Quest'ultima viene considerata quasi esclusivamente in base alla
sua origine di classe, negando la differenza teorica ed empirica tra questo
aspetto e l'<<appartenenza>> di classe e dunque la sua definizione
come categoria sociale distinta. Di conseguenza, così si finisce
anche per trascurare la distinzione analitica -- elaborata e sostenuta con
particolare insistenza dal Lenin del 1921-23, ad esempio nell'intervento
Meglio meno, ma meglio (1923) -- tra potere statale e apparato statale,
imprescindibile per cogliere la natura dello stato sovietico e il ruolo
rispettivo della classe operaia e dell'élite politica (Lenin 1967c).
L'altro orientamento, invece, privilegiando tendenzialmente la lettura
economica, fa esattamente il contrario: le classi sono considerate essenzialmente
come <<portatrici>> oggettive di funzioni, quasi prive di individualità
e soggettività, perfino di storicità. Ne consegue una scissione
assai rigida tra la classe operaia e la sua rappresentanza politica, che
nel caso sovietico è vista addirittura come una contrapposizione.
In considerazione del suo insediamento nell'apparato statale, all'élite
politica si assegna quindi uno status di classe, il che ne rende indifferente
ogni valutazione in termini di appartenenza e a maggior ragione di origine
sociale. Perciò si finisce per confondere tout court il ruolo
esercitato dall'élite nell'apparato statale con il possesso del potere
(La Grassa e Turchetto 1978).
Come si vede, da un punto di vista empirico-analitico il nodo più
problematico delle due interpretazioni si concentra sul rapporto tra
la classe operaia e la sua élite politico-rappresentativa. Infatti,
entrambi gli orientamenti negano questo rapporto, o identificando o scindendo
i due termini tra loro. Ma in questa maniera si cacciano in un vicolo cieco.
Invece, l'unico modo per evitarlo sarebbe quello di ammettere questo rapporto
e di considerarlo un rapporto <<dialettico>> (mi dispiace, ma
non riesco a trovare altri termini per esprimere il concetto). Credo che
l'esperienza sovietica lo possa dimostrare. La mia ipotesi è che
bisognerebbe riprendere, a tal proposito, le interpretazioni avanzate dai
due principali protagonisti della rivoluzione bolscevica: Lenin e Trotsky.
Per loro non sussisteva alcun dubbio sul carattere operaio del potere post-rivoluzionario,
pur sapendo benissimo che tale potere era in realtà esercitato da
un'élite politico-intellettuale di origine prevalentemente borghese.[12] Com'è noto, all'inizio il problema
che li assillava era piuttosto quello di trasformare l'apparato statale
e la gestione della produzione, in cui il personale dirigente di origine
borghese avrebbe dovuto essere sostituito al più presto da operai,
che andavano educati e istruiti allo scopo. In seguito, invece, man mano
che si prendeva possesso dell'apparato, la loro preoccupazione principale
divenne quella della <<burocratizzazione>>. Se Lenin non ebbe
il tempo di approfondire questa riflessione, Trotsky ne fece l'oggetto della
sua elaborazione (oltre che della sua battaglia politica) per il resto della
vita, producendo studi di grande valore scientifico come La rivoluzione
tradita, con un destino ben noto di ostracismo e minoritarismo (Trotsky
1977). Forse è arrivata l'ora di mettere fine alle etichettature
di parte, ai pregiudizi e alle censure nei confronti di questa elaborazione.
A rendere difficile l'accoglimento dell'interpretazione di Trotsky non c'era
però soltanto l'ostracismo ma anche un elemento sostantivo. Infatti,
la sua posizione verso il regime sovietico risultava indigesta sia per quelli
che sostenevano convintamente il regime, com'è ovvio, sia per quelli
che lo avversavano o criticavano. Per questi ultimi non erano abbastanza
radicali e non si giustificavano il giudizio di fondo sull'Urss come stato
operaio, per quanto degenerato, e la scelta pratica conseguente di difenderlo
contro i nemici esterni. Invece, il pregio dell'interpretazione di Trotsky
stava proprio nel rapporto dialettico che stabiliva tra la classe operaia
e la sua élite politico-rappresentativa. Com'è noto, al suo
centro c'era il concetto di burocrazia, che Trotsky, benché
l'accusasse del tradimento e della degenerazione del regime, si rifiutò
sempre di considerare come una classe separata e dominante, e tantomeno
l'artefice di una restaurazione del capitalismo, anche se <<di stato>>
o <<di partito>>. Per lui si trattava piuttosto di una categoria
sociale o professionale espressa dalla classe operaia, necessaria a questa
per ovviare ai suoi limiti culturali e organizzativi. Poiché, grazie
alla sua posizione dirigente, questo gruppo aveva la tendenza a coltivare
i suoi interessi e privilegi autonomi, era contemplata la possibilità
che in date circostanze si verificasse una sua degenerazione, nella forma
dell'espropriazione politica della classe operaia.[13]
Neanche in questo caso, tuttavia, veniva mai meno un legame (politico-rappresentativo),
per quanto contraddittorio, con la classe di appartenenza (Trotsky 1968).
Per la verità, almeno rispetto a Lenin, Trotsky a queste conclusioni
-- in questo come in altri casi -- ci arrivò tardi (ma ci arrivò!).
Non ci era ancora arrivato, anzi aveva mostrato un atteggiamento ben diverso
(<<amministrativo>>, lo definirà Lenin), in quel passaggio
veramente cruciale che fu il dibattito sui sindacati del 1920-21.
Perché cruciale? Anzitutto, perché questo dibattito inaugurò
una fase completamente nuova nel periodo post-rivoluzionario: la fine del
<<comunismo di guerra>>, con i suoi eroismi e le sue illusioni,
e l'inizio delle divergenze tra i protagonisti della rivoluzione e della
guerra civile, preparando così il passaggio alla strategia (perché
in realtà non era una semplice tattica) della Nep. Insomma, cambiò
il clima, cominciò seriamente a insinuarsi il dubbio che le cose
non stessero andando per il verso giusto, che non fossero tanto facili.
Ma quel che conta maggiormente (e che a noi interessa di più) è
che quel dibattito fece registrare una riconsiderazione dei rapporti tra
lo stato sovietico e gli operai. La posizione di Trotsky, di Bucharin e
della sinistra, favorevole alla statalizzazione dei sindacati, discendeva
da una identificazione semplicistica tra operai e stato sovietico. Al contrario
Lenin si schierò decisamente per l'autonomia dei sindacati perché
aveva maturato una convinzione diversa, molto meno ottimistica: <<Quando,
nel 1917, noi parlavamo di uno Stato operaio, ciò era comprensibile;
ma oggi, quando ci si viene a dire: "Perché difendere la classe
operaia, da chi difenderla, visto che non c'è più borghesia,
visto che lo Stato è operaio", si commette un errore palese.
Questo Stato non è completamente operaio. Ecco il punto. (...) ...
il nostro Stato è uno Stato operaio con una deformazione burocratica>>
(I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotsky, in Lenin
1967b, pp. 13-14, sottolineatura originale).
Dunque, per Lenin questa deformazione, già cominciata, delineava
una vera e propria separazione tra gli operai, detentori del potere, e la
burocrazia, insediata nell'apparato statale. Purtroppo, nonostante questa
consapevolezza, ribadita poi di continuo, egli non riuscì a fermare
il processo e anzi fu incompreso e rimase sostanzialmente isolato. Anche
se si ha l'impressione che alla fine lo avesse intuito, non fece nemmeno
in tempo a vedere il pieno compimento di questo processo, rappresentato
dallo stalinismo. L'unico ad imparare la lezione, anche se ormai troppo
tardi, fu proprio Trotsky, che ne pagò pesantemente il prezzo e si
dedicò ormai da oppositore all'approfondimento dell'intuizione di
Lenin.
5. La teoria trotskiana della burocratizzazione fu elaborata in riferimento
allo stalinismo, ma aveva l'ambizione di contemplare un campo molto più
ampio di fenomeni, applicandosi ad esempio anche al fenomeno del riformismo
nel movimento operaio (Mandel 1981). Non è un caso che essa avesse
molti punti di contatto con la famosa legge sociologica di Michels. Quel
che la rende particolarmente interessante e originale, comunque, è
il tentativo di applicarla all'interpretazione dei regimi politici e di
colmare quindi una lacuna del marxismo. Possiamo dire che, a parte qualche
accenno presente negli studi marxiani sul bonapartismo, Trotsky sia stato
il primo marxista che si è sforzato in qualche modo di classificare
il regime politico distintamente dal regime socio-economico, prendendo cioè
in considerazione il modo specifico in cui è organizzato e gestito
il potere (Stawar 1973). Questa esigenza si è presentata in genere
di fronte al fenomeno dei fascismi, che il marxismo faceva fatica a interpretare
con la sua nozione rozza di dittatura riferita a tutte le società
divise in classe. Con Trotsky invece l'esigenza si pose per classificare
gli stessi regimi politici di una società socialista, non solo quelli
del capitalismo. In questo modo, pur senza confondere le qualità
differenti che i regimi politici assumono in sistemi socio-economici differenti,
era possibile arrivare alla conclusione che la democrazia e la dittatura
-- nonché le forme intermedie -- potevano installarsi tanto nel capitalismo
quanto nel socialismo.
La categoria politologica del totalitarismo, in effetti, può risultare
convincente proprio perché tiene conto delle indubbie analogie tra
certi regimi dittatoriali capitalisti e socialisti e cioè del fatto
che, da un punto di vista politico, il fascismo assomiglia molto
di più allo stalinismo che alla democrazia borghese (Arendt 1996).
Certo, essa, segnata com'è dai suoi presupposti ideologici (Friedrich
e Brzezinski 1956), ignora del tutto le differenze di sistema sociale, che
invece sono decisive. Ciò non toglie che il tipo di regime politico
non è indifferente nel socialismo, così come non lo è
nel capitalismo. Nell'esame del caso sovietico questo è sicuramente
un aspetto tutt'altro che secondario. Prima di procedere, però, sgombriamo
il campo da un equivoco: se è vero che i rivoluzionari bolscevichi
non disponevano di una strumentazione teorica adeguata alla bisogna, non
è vero invece che fossero insensibili nei confronti del regime politico
che andavano a instaurare. Quando parlavano di dittatura del proletariato
essi non si riferivano al regime politico in senso stretto: al contrario,
erano convintissimi dell'opportunità e della necessità di
costruire un regime non dittatoriale ma democratico, anche se in maniera
diversa dalle democrazie <<formali>> borghesi. Come spiegava
chiaramente Lenin già alla vigilia dell'Ottobre, in Stato e rivoluzione,
dove traeva spunto dall'esperienza della Comune di Parigi, questo regime
politico non era auspicabile per pura scelta di principio ma per una ragione
ben precisa: per evitare il pericolo della <<deformazione burocratica>>,
cioè la tendenza dell'élite politico-rappresentativa della
classe operaia a formare un gruppo separato e a mettersi al di sopra delle
masse (Lenin 1967a).
Com'è noto, le incombenze e le difficoltà post-rivoluzionarie
indussero i bolscevichi ad accantonare questo obiettivo, e non solo per
ragioni contingenti, ma facendo affiorare alcuni limiti di fondo della stessa
impostazione leniniana. A parte la rinuncia più o meno obbligata
alla realizzazione del modello democratico consiliare, la facilità
con cui fu messa in atto la stretta autoritaria, a danno delle libertà,
del pluralismo e degli istituti democratico-rappresentativi, mise infatti
in evidenza che nell'impostazione di Lenin questi requisiti non erano contemplati,
se non in funzione accessoria. Del resto, non era mancato chi lo facesse
rilevare ai russi nelle stesse file comuniste, e non certo da un punto di
vista moderato. Mi riferisco al famoso scritto di Rosa Luxemburg della fine
del 1918, in cui si rimprovera ai bolscevichi di aver trascurato non la
democrazia diretta, ma al contrario le libertà <<formali>>
borghesi: <<Al posto dei corpi rappresentativi usciti da elezioni
popolari generali Lenin e Trotsky hanno installato i Soviet in qualità
di unica autentica rappresentanza delle masse lavoratrici. Ma col soffocamento
della vita politica in tutto il paese anche la vita dei Soviet non potrà
sfuggire a una paralisi sempre più estesa. Senza elezioni generali,
libertà di stampa e di riunione illimitata, libera lotta d'opinione
in ogni pubblica istituzione, la vita si spegne, diventa apparente e in
essa l'unico elemento attivo rimane la burocrazia... -- una dittatura, certo;
non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un pugno
di politici, vale a dire dittatura nel senso borghese, nel senso del dominio
giacobino>> (Luxemburg 1975, p. 601).
Si vede qui come nel socialismo il problema delle libertà non sia
solo un'esigenza da <<anime belle>>, ma essenziale per definire
il carattere del regime politico. Ritorna, inoltre, il tema centrale della
burocrazia e della <<deformazione burocratica>>, cioè
del rapporto tra la classe operaia e la sua rappresentanza. E' interessante
notare che nelle osservazioni della Luxemburg non si dà importanza
tanto alle difficoltà della classe operaia di realizzare l'autogoverno
consiliare (e non solo per la datazione dello scritto), quanto alle condizioni
che possono consentirlo. In altre parole, non è in discussione la
capacità della classe operaia di realizzare il comunismo, bensì
gli strumenti e le modalità adatti al perseguimento di questo obiettivo.
Dunque, il fatto che la classe operaia abbia bisogno, per questo, di una
divisione del lavoro e di un apparato di professionisti non è di
per sé indice di incapacità. E' la dimostrazione, piuttosto,
che è illusorio pensare che la democrazia diretta possa sostituire
di punto in bianco altre forme di governo e possa essere pienamente attuata
prima del tempo. In realtà, l'autogoverno popolare è impensabile
separatamente dalle condizioni socio-economiche che caratterizzano il comunismo,
la società senza classi. Altra cosa è invece l'introduzione
di elementi di democrazia diretta a supporto e integrazione di una democrazia
formale istituzionalizzata, utile per consentire e rafforzare il controllo
popolare sull'élite politica. Anche la separazione tra il partito
comunista e lo stato operaio è certamente importante, in questa prospettiva.
Essa è stata giustamente enfatizzata da molti comunisti critici nei
confronti del sistema, ma non può essere in alcun modo anteposta
o staccata dal problema del pluralismo dei partiti (Melchionda 1986).
Insomma, il problema più scottante nella società di transizione
riguarda i rapporti che la classe operaia istituisce con la sua élite
politica -- se democratici o autoritari. Qui si pongono alcune domande senza
risposta. E' proprio inevitabile -- come prevede la legge michelsiana delle
oligarchie -- che questo rapporto degeneri in senso autoritario? Oppure
è possibile sottomettere la burocrazia a un vero controllo popolare?
E inoltre, ammesso che questo controllo sia possibile, è sufficiente
tutto questo per operare una trasformazione del sistema socio-economico,
cioè dei rapporti sociali e di produzione?
6. Sul rapporto tra operai e stato si registra il primo e fondamentale
fallimento dell'esperienza sovietica: non sulle questioni socio-economiche,
dunque, ma su una questione squisitamente politica. Dicendo questo, non
voglio sottovalutare le questioni <<strutturali>>, che tanto
hanno appassionato le discussioni marxiste passate sull'Urss. Temo che però
esse risultino puramente accademiche se non si prende atto dell'intreccio
che esiste nel socialismo tra i rapporti di produzione e i rapporti politici.
Che cos'è, infatti, il socialismo? una vera e propria formazione
economico-sociale autonoma? o un sistema di transizione? Che cos'è
che lo contraddistingue? Queste domande sono importanti e non devianti,
per il nostro discorso, perché comportano delle conseguenze per quanto
riguarda la nostra domanda sulla classe operaia. Se è vero, come
ho sostenuto, che nel socialismo la capacità della classe operaia
di autogoverno politico non è rilevante, altrettanto non possiamo
dire per la sua capacità di autogestione economico-produttiva. Non
c'è socialismo, infatti, senza il rivoluzionamento dei rapporti di
produzione. E -- come è stato ampiamente dimostrato da Bettelheim
e dagli althusseriani -- non può essere considerata certamente tale
la semplice imposizione della proprietà statale dei mezzi di produzione,
e nemmeno la conquista da parte operaia di un controllo sul valore d'uso
della propria forza-lavoro.
La teoria del capitalismo di stato ha avuto il merito di sottolineare questo
aspetto, in polemica con la pretesa sovietica di aver realizzato il socialismo
e assegnato agli operai il pieno dominio sulle condizioni e sui prodotti
del loro lavoro. Quello che però essa non poteva descrivere era la
logica di funzionamento concreto del sistema sovietico. Che era palesemente
una logica politica, nel senso che l'iniziativa e la gestione economica
erano nelle mani dello stato e dei suoi funzionari. Su di essi non agivano
cioè quelle <<leggi coercitive esterne>> (concorrenza,
profitto) che secondo Marx motivano il comportamento del capitalista individuale,
facendolo operare secondo le <<leggi immanenti della produzione capitalistica>>.
Al contrario, l'attività economico-produttiva era subordinata al
primato della politica, tant'è vero che la burocrazia al potere non
affondava le sue radici in un suo specifico modo di produzione, ma nella
sua collocazione nell'apparato statale. Essa, infatti, non ha voluto e non
ha potuto mai imporre una produzione efficiente, un'elevata produttività
del lavoro, la formazione di un esercito industriale di riserva. Né
ha mai preteso la proprietà (formale o reale) dei mezzi di produzione.
Si è accontentata del reddito e dei privilegi legati alla sua funzione,
legando le sue fortune al mantenimento dello status quo, cioè all'assenza
sia di una classe capitalista che di un potere operaio (Melchionda 1983).
Il fatto è che il lavoro salariato, così come la famiglia
e lo stato, non può essere semplicemente <<abolito>>
con la presa del potere. L'uno e gli altri al massimo possono estinguersi,
in maniera più o meno graduale. Senza bisogno di rivolgersi ai testi
di Marx e dei padri fondatori, credo che basti il buon senso per concludere
che il socialismo non è altro che una società di transizione,
a metà strada tra il capitalismo e il comunismo.[14]
In questo senso, esso è un sistema contraddittorio per definizione,
perché contiene ancora molti elementi del capitalismo ma è
proiettato verso il comunismo. Quel che è certo, insomma, è
che non esiste un modo di produzione socialista. Nel socialismo permane
il vecchio modo di produzione, con la sua divisione del lavoro e la sottomissione
reale del lavoro al capitale. Quel che lo differenzia oggettivamente dal
capitalismo è piuttosto un diverso modo di circolazione, una compressione
(non soppressione) del mercato e dei rapporti di proprietà privata.
Ma -- ecco il punto -- queste limitazioni della riproduzione capitalistica
funzionano a condizione che ci sia contemporaneamente una spinta soggettiva
verso un modo di produzione alternativo, verso un rivoluzionamento non formale
dei rapporti di produzione. Spinta che può venire soltanto da un'attivazione
della classe operaia e dall'autogestione del processo produttivo. In mancanza
di questo requisito soggettivo, abbiamo un sistema bloccato. In questo caso,
è probabile o comunque ci sono tutte le condizioni perché
si verifichi quella deformazione burocratica di cui parlavano Lenin e Trotsky.
Tutto lascerebbe pensare che sia proprio questo ciò che è
accaduto nell'Urss. Venendo a mancare quel requisito soggettivo, il sistema
si è attestato su un equilibrio precario, da cui ha tratto a lungo
beneficio l'élite al potere. Un sistema del genere non poteva evidentemente
durare all'infinito, privo com'era di dinamicità. La sua precarietà
lo faceva stare sempre in bilico tra la possibilità di un ritorno
indietro al capitalismo e la promessa di uno scatto in avanti verso il comunismo.
Quest'ultima speranza, però, affidata com'era alla riattivazione
della classe operaia, non si è mai realizzata e nemmeno seriamente
profilata, a parte qualche illusione mal riposta (da ultima la perestroika
gorbacheviana). Gli operai sovietici hanno preferito invece accontentarsi
della <<nicchia>> che si erano scavati in fabbrica, del privilegio
di lavorare poco, di non essere licenziabili, di spostarsi da un posto di
lavoro a un altro e di non essere minacciati dalle innovazioni tecnologiche.
Con il risultato di contribuire a rendere il sistema inefficiente e di privare
la società -- e quindi anche se stessi -- di consumi qualitativamente
e quantitativamente decenti o lontanamente paragonabili a quelli diffusi
nei paesi capitalisti. E' molto difficile, ma importante, comprendere questa
schizofrenia della classe operaia, divisa e dissociata tra un'identità
nel processo produttivo e un'altra nella società, nella sfera del
consumo.[15] Se non lo comprendiamo,
non ci spieghiamo il comportamento ambiguo e passivo degli operai nella
caduta del regime sovietico (di Leo 1992b).
Quel che è certo è che la classe operaia in Unione Sovietica,
privilegiando le proprie esigenze corporative, ha dimostrato di non essere
in alcun modo la <<classe generale>> profetizzata dal marxismo,
nonostante vi disponesse di tutte le condizioni favorevoli. Ecco perché
gli interrogativi sulla soggettività comunista di questa classe non
lasciano in fin dei conti molto spazio all'ottimismo (Rossanda 1998).
7. Com'è noto, la contraddizione del sistema sovietico non si
è risolta in direzione del comunismo, bensì nell'altro senso:
il richiamo del capitalismo è stato tanto forte che alla fine ha
prevalso. La restaurazione capitalistica nell'Urss non è avvenuta
però con una controrivoluzione (di Leo 1993). Non ce n'è stato
bisogno per due motivi, che indicano la degenerazione a cui era giunto il
sistema. Innanzitutto, perché non poteva incontrare resistenze in
una società atomizzata e demotivata da un lungo regime autoritario,
dall'esaurimento dell'efficacia dell'ideologia e da una stagnazione dello
sviluppo economico (Karol 1990, 1995). Inoltre, la restaurazione era stata
preparata dall'accumulazione di pratiche, soggetti e interessi che si muovevano
già in una logica capitalistica. Nell'analisi dell'esperienza
sovietica bisogna infatti distinguere non solo tra realtà e ideologia,
ma anche tra realtà formale e realtà informale, tra il sistema
ufficiale e la realtà extra-sistema. Solo in questo modo è
possibile identificare gli attori sociali che -- convergendo tutti nell'inclinazione
anti-operaista -- hanno operato attivamente per la restaurazione del capitalismo,
è possibile comprenderne le motivazioni soggettive e collocarli nel
nuovo quadro scaturito dal crollo del vecchio sistema.
Sarebbe troppo lungo, oltre che inutile in questa sede, fare una dettagliata
ricostruzione storica, ma in sintesi mi pare che si possano individuare
quattro ambiti (a ognuno dei quali corrisponde un attore sociale)
in cui è maturata la restaurazione capitalistica in Unione Sovietica.
Il più evidente, ma non per questo il più importante, è
rappresentato dalla rinascita del mercato, dalla società extra-piano
che si è affermata nell'epoca brezhneviana (sebbene esistesse già
da prima) nella forma della piccola economia privata che provvedeva alle
carenze di beni di consumo propri della pianificazione centralizzata. Essa
in un primo tempo è stata uno sviluppo dell'autoconsumo e dell'economia
naturale dei villaggi kolchoziani, del doppio lavoro, degli approvvigionamenti
clandestini di macchinari e risorse di proprietà statale. In seguito,
grazie alla tolleranza della gestione popolare brezhneviana, questi fenomeni
si sono andati consolidando in vere e proprie attività imprenditoriali,
dedite alla produzione e al commercio, spesso di carattere speculativo o
addirittura criminale. Inoltre, in questa seconda economia sono state coinvolte
le stesse aziende statali, in virtù del compromesso brezhneviano
stipulato dal centro con i poteri locali delle comunità di lavoro.
E' in quest'ambito infatti che matura il secondo e più importante
blocco di interessi favorevoli all'affermazione del capitalismo. Mi riferisco
alla cosiddetta nomenklatura economica, cioè a quella parte del ceto
politico-amministrativo che era costituita dai dirigenti, dai tecnocrati
e dai tecnici delle industrie statali. Questo gruppo era andato definendosi,
in contrasto con il nucleo burocratico insediato al centro e controllato
dal partito, come un gruppo autonomo fin dagli anni sessanta, ma soltanto
più tardi aveva acquistato piena consapevolezza dei propri interessi,
fino ad aspirare alla proprietà dei mezzi di produzione e quindi
al ruolo di classe dominante. Che infatti ha ottenuto (Guerra 1995; Karol
2000).
L'oligarchia economica e la nuova borghesia speculativo-finanziaria di origine
informale hanno rappresentato indubbiamente il retroterra sociale più
importante della recente restaurazione capitalistica, e in seguito hanno
costituito -- anche se in maniera ineguale -- la classe dirigente della
nuova Russia. Ma forse da sole queste frazioni di classe non avrebbero potuto
vincere e superare le resistenze della vecchia élite politica. Se
è vero infatti che non c'è stata una controrivoluzione, è
anche vero che una rottura politica c'è stata. I protagonisti
di questa rottura sono stati, ovviamente, i nuovi leader politici cosiddetti
<<democratici>>, a cominciare da Boris El'tsin (Melchionda 1990;
di Leo 1992a). Ma a loro sostegno si sono mobilitate masse di persone e
gruppi sociali che non si riducono certamente alle élite e agli interessi
economici. Essi rientrano negli altri due ambiti in cui -- come accennavo
prima -- è maturata la restaurazione. Il primo di questi gruppi è
rappresentato dall'intellighentsia umanistica. Frustrato dal ruolo subalterno
ad esso tradizionalmente riservato dalla gestione popolare, questo gruppo
aveva cominciato negli anni ottanta a rivendicare la propria indipendenza
nei confronti degli interessi della classe operaia e addirittura a proporsi
in alternativa come nuova <<classe generale>> (come argomentava
nel 1988 nientedimeno che nel Kommunist il professore di comunismo
scientifico L.I. Smoliakov: 1989), in realtà aspirando -- come ha
osservato Karol (1990) -- a costituire quella classe media che mancava alla
società sovietica. Di conseguenza, esso è stato la vera e
propria testa di ariete e leadership della perestroika (anche grazie alla
sua capacità di proiezione a livello internazionale) e della mobilitazione
democratica degli anni che vanno dal 1989 al 1991, nonché l'artefice
e il destinatario principale della politica di liberalizzazione della glasnost'.
Salvo essere di nuovo emarginato successivamente.
Se gli intellettuali hanno avuto il ruolo di guida della mobilitazione anti-sistema,
l'ideologia che ha maggiormente improntato il suo carattere di massa è
stata quella nazionalista. Non potevano essere certamente il capitalismo
e il mercato, e tanto meno i valori del sapere e dell'intellettualità,
ad attivare le masse. Lo sono state invece le identità etnico-nazionali
che fino a pochi anni prima sembravano superate, meri residui atavici, ma
in effetti erano solo sopite. Probabilmente qui c'è la sfida più
seria e insidiosa al progetto comunista basato sulla lotta di classe. Se
è vero, infatti, che per gli stessi operai il richiamo della nazione
è più forte di quello di classe, allora vuol dire che il fondamento
materiale da cui per Marx dovrebbe nascere il soggetto rivoluzionario è
meno solido di quanto supponessimo. Non solo. Rispetto a quella di classe,
l'identità etnico-nazionale non sembra certo un'alternativa progressiva,
consona ai valori universalistici e illuministici della sinistra. Eppure,
è proprio questo incubo che sembra emergere dal collasso dell'esperienza
sovietica, dilagando -- a ulteriore conferma della sua serietà --
in tutte le società ex socialiste, quasi a mo' di reazione e supplenza
all'ideologia comunista. In realtà, la supremazia del conflitto etnico
su quello classista si era già manifestata in altre occasioni. Il
primo shock in questo senso si era già avuto all'epoca della prima
guerra mondiale, quando il movimento operaio fu dilaniato dai nazionalismi
contrapposti. Certo, la rivoluzione russa aiutò a superare lo shock,
ma non si fecero attendere, nella stessa patria del socialismo, molti altri
segnali inquietanti di questa contraddizione (basti pensare al modo staliniano
di affrontare la seconda guerra mondiale).
Ci sono molti argomenti che possono aiutarci a capire e relativizzare il
fenomeno. Ad esempio, si può affermare a ragion veduta che, al di
là delle apparenze, quella etnico-nazionale è un'identità
<<debole>> e <<ambigua>>, uno strumento politico
per mantenere il legame sociale di fronte al tracollo delle identità
ideologiche (Balibar e Wallerstein 1990). E si può sostenere altrettanto
legittimamente che l'attaccamento alla comunità, alla terra e alla
cultura del proprio popolo, è una istinto per così
dire <<naturale>>, mentre la coscienza di classe è
una creazione artificiale. Rimane il fatto che oggi ci troviamo di fronte
a una sorta di eclissi della classe operaia. Naturalmente, nessuno con un
minimo di buon senso dubita oggi del fatto che gli operai esistano ancora,
ma è sempre più arduo affermare che esista una classe
operaia. Il problema -- difficile da affrontare qui -- è che non
può esistere una tale entità senza la coscienza di classe
e senza un movimento operaio organizzato, insomma senza una soggettività
politica.[16] E' questa comunque la
mesta eredità ideale e materiale che ci lascia l'esperienza sovietica.
La prima e la più importante. L'altra, tutta materiale, non mi pare
che valga la pena affrontare in questa sede: è il disastro sociale,
economico e morale in cui versa la Russia post-comunista, con la prospettiva
politica che la demokratura attuale si trasformi in una vera e propria
dittatura minacciosa anche verso l'esterno. Il tutto senza una classe operaia
e un partito capaci di accennare a una sia pur minima opposizione.[17] Il che è un bel paradosso per quello
che è stato il paese dei soviet.
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