1 Non mancano, naturalmente, ricostruzioni storiche che si pongono domande più impegnative, ad esempio A. Guerra: <<... se è vero che il comunismo sovietico è fallito come risposta ai problemi dell'uomo e del mondo, per cui non c'è nessuna probabilità che esso possa rinascere, è lecito trarre da ciò la conclusione che d'ora in poi la storia dell'uomo non potrà svolgersi che entro la cornice del capitalismo?>> (Guerra 1996, p. 214).

2 Tra parentesi, non finisce mai di stupire come si siano adeguati in fretta a questa vulgata non solo semplici militanti e dirigenti politici già comunisti, ma anche tanti intellettuali che del marxismo si sono letteralmente cibati quando era di moda.

3 Mi riferisco, naturalmente, al trotskismo, a Bordiga e ai cosiddetti <<comunisti di sinistra>> (Korsch, Pannekoek, Rühle), ma anche a Gramsci, Terracini e Leonetti.

4 Com'è noto, parlando del regime bonapartista ne Il 18 brumaio Marx accenna a un'incapacità di governo della stessa borghesia.

5 Naturalmente, qui tale giudizio è espresso con ragione e spirito ben diversi da quelli trionfalistici usati dagli avvocati del pensiero unico (es. Brzezinski 1989).

6 In questo ha ragione Furet (1995, p. 3): <<l'universo comunista si è dissolto da solo>>.

7 Da questo punto di vista, qui non prendo neppure in considerazione certe impostazioni emerse recentemente nella sinistra alternativa italiana -- giustamente definite di neoutopismo gradualista -- che eliminano il problema alla radice, fantasticando sul primato-autonomia del <<sociale>> nei confronti dell'economia e della politica e rimpiazzando la prospettiva di trasformazione del modo di produzione con la pratica di reti comunitarie sottratte al mercato.

8 Tralascio qui, per ovvie ragioni, le interpretazioni estranee a questa cultura, tra cui alcune decisamente incalzanti (penso a Weber e a Kelsen).

9 Qui non convince e appare contraddittorio, nell'argomentazione della di Leo, il fatto che la costruzione della gestione popolare venga addebitata all'utopia comunista, mentre si sa che essa raggiunge il suo apogeo proprio quando -- con il brezhnevismo e la dottrina del <<socialismo maturo>> -- l'obiettivo comunista viene esplicitamente accantonato.

10 In polemica con il determinismo secondinternazionalista, l'ultimo Lenin torna sull'argomento in uno scritto molto lucido e originale, Sulla nostra rivoluzione (1923), in cui si può percepire la drammaticità degli interrogativi (Lenin 1967c; cfr. anche Varga 1970).

11 E' significativa, da questo punto di vista, la riflessione degli ultimi anni di un gruppo di studiosi isolati, ex marxisti althusseriani, tra cui Gianfranco La Grassa e Costanzo Preve, che, in base alla considerazione della classe operaia come <<classe non-intermodale>>, hanno parlato esplicitamente della <<fine>> della teoria comunista e marxista (La Grassa e Preve 1996; Preve 1997).

12 Del resto, questo dato di fatto era la logica conseguenza della teoria leniniana della coscienza portata agli operai <<dall'esterno>> (senza di cui ci sono operai, ma non classe operaia). Questa teoria implica dunque la necessità della burocrazia, anche se considerata un retaggio provvisorio della divisione sociale del lavoro destinato ad essere superato dalla prospettiva comunista.

13 Detto questo, c'è un elemento di giudizio (in genere tanto sopravvalutato praticamente quanto sottovalutato teoricamente) che Trotsky (così come Lenin) esprime per lo più implicitamente: i rischi di deformazione burocratica non avrebbero solo cause oggettive, ma dipendono anche dalla qualità del partito e dei dirigenti, cioè dalla loro dedizione alla causa del socialismo.

14 Sebbene, in uno strano gioco di rinvii, capita talvolta di sentir parlare -- in base a un'interpretazione dubbia degli accenni marxiani -- di un'ulteriore fase di transizione, che coinciderebbe con la dittatura del proletariato e dovrebbe precedere il socialismo come fase inferiore del comunismo.

15 Da qui a teorizzare, sulla base dell'ideologia della <<fine del lavoro>> e del post-fordismo, che oggi non si diano più interessi contrapposti e antagonismo tra capitale e lavoro e che il consumo abbia sostituito il lavoro nella riproduzione del legame sociale e della soggettività ce ne corre.

16 In ogni caso, se questo è vero non convincono le ipotesi di ricostruzione del movimento <<dal basso>>, nel <<sociale>>, che pensano di fare a meno della politica (e dei suoi apparati partitici e professionali).

17 Sono a dir poco avvilenti -- ma comprensibili, visti i precedenti -- l'inettitudine politica e l'inconsistenza culturale del partito comunista russo, che oscilla tra il tentativo di protrarre la vecchia rappresentanza corporativa degli operai e quello di accreditarsi come la forza più coerentemente nazionalista grande-russa.