[1] Malgrado l'indubbia importanza di questo singolare evento, non mi convince la tendenza assai diffusa a farne una sorta di spartiacque epocale, a enfatizzarne la portata di rottura, per cui - come abbiamo sentito ripetere fino alla noia - dopo di esso <<nulla sarà più come prima>>. Anzitutto perché questo evento, come tutti i grandi eventi, va ben compreso in una concatenazione di fatti, di determinazioni, di cause e di effetti, insomma nella totalità del processo storico, di modo che esso risulti opportunamente relativizzato. Ma anche perché la sua enfatizzazione è l'ultima ed estrema manifestazione di un approccio assai discutibile alla comprensione della storia che si è andato affermando da alcuni decenni a questa parte e che, per criticare le classiche concezioni teleologiche e lineari (le grandi narrazioni), è alla ricerca ossessiva delle discontinuità e delle svolte epocali, di punti finali della storia (Turchetto-Preve 1981).

[2] Cfr. <<Globalisation's Chernobyl>>, in The Financial Times, 6 nov. 2001. Un altro esempio è C. Galli, di cui cfr. <<Come se Dio ci fosse>>, intervista a cura di I. Dominijanni, il manifesto, 27 sett. 2001.

[3] Francamente, a prescindere dal giudizio sulle ragioni e sui torti, mi pare paradossale la pretesa della propaganda bellica occidentale di considerare i bombardamenti metodici e tecnologici della Nato, che colpiscono da distanza di sicurezza senza alcuna possibilità di risposta, meno vili delle azioni terroristiche suicide dei kamikaze fondamentalisti (Tarchi 2001).

[4] Le teorizzazioni della guerra <<etica>>, <<giusta>> o <<umanitaria>> propugnate in occasione dell'intervento Nato nell'ex-Jugoslavia (con particolare insistenza dal leader laburista Blair) sono state esaminate da molti studiosi, che da diversi punti di vista ne hanno individuato il carattere marcatamente ideologico e mistificatorio (cfr., tra gli altri: De Fiores 2000; Mieth et al. 2001; Zolo 2001).

[5] <<Chi fallisce cade nel torto. Ma che significa "fallire"? Non corrispondere alle attese, non mantenere la parola data, tradire la fiducia, non superare una prova, sprecare un'occasione. I fallimenti si sono succeduti come pestilenze. I partiti si sono dichiarati per la pace, ma nell'ora della verità hanno sostenuto la guerra imperialista e hanno fallito completamente. Gli intellettuali hanno lodato la ragione e la critica, la cultura e l'umanesimo, ma al momento decisivo si sono messi immancabilmente al servizio di chi voleva la guerra - fallendo. La rivoluzione ha promesso libertà, ma ha portato sanguinose dittature. E non è forse anche la sindrome di Monaco uno dei segni caratteristici dell'epoca passata, un'epoca dal cui assedio non ci siamo ancora liberati? Questi esempi non vogliono dimostrare che tutti abbiano fallito e che ogni speranza sia stata delusa, ma ci richiamano alla riflessione...>> (Karel Kosík, <<La verità della guerra>>, in il manifesto, 22 apr. 2000).

[6] In realtà, questa tesi non è nuova e anzi ritorna periodicamente nella cultura di sinistra. A parte la teoria kautskyana dell'<<ultraimperialismo>>, una sua versione recente fu formulata negli anni sessanta da alcuni marxisti anglosassoni, raccolti intorno alle riviste Monthly Review e New Left Review (cfr. in particolare Murray 1971). Il carattere apologetico e in fin dei conti moderato dell'Impero negriano è dimostrato dalla sua lettura in termini di governance fatta da Cacciari (2001). Per una puntuale critica teorico-filosofica, cfr. Turchetto 2002.

[7] La tesi sul declino dell'egemonia statunitense è sostenuta da tempo con forza dai teorici del sistema-mondo: es. Wallerstein 1998; Arrighi 1999.

[8] <<... una crisi, che talvolta si prolunga per decine di anni. Questa durata eccezionale significa che nella struttura si sono rivelate (sono venute a maturità) contraddizioni insanabili e che le forze politiche operanti positivamente alla conservazione e difesa della struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro certi limiti e di superare>> (Gramsci 1975, pp. 1579-80 [Quaderno 13]).

[9] La prima causa di una crisi egemonica sta appunto nel fatto che <<grandi masse, precedentemente passive, sono entrate in movimento, ma in un movimento caotico e disordinato, senza direzione, cioè senza una precisa volontà politica collettiva>> (Gramsci 1975, p. 912 [Quaderno 7]).

[10] Le guerre della globalizzazione sono state descritte specificamente come guerre coloniali da D. Losurdo (2000) e come guerre civili da I. Mortellaro (2001).

[11] <<I cleavages hanno, naturalmente, una base strutturale nella divisione fra opposti gruppi sociali. Ma la nozione di cleavage non può essere ridotta ai termini strutturali. Essa deve includere altri due elementi: i gruppi interessati devono essere consapevoli della loro identità collettiva -- come lavoratori, datori di lavoro, cattolici o protestanti -- e devono essere intenzionati ad agire su questa base. Un cleavage inoltre deve essere espresso in termini organizzativi. In altre parole, una divisione strutturale si trasforma in un cleavage se un attore politico offre coerenza ed espressione politica organizzata a ciò che altrimenti sarebbe un insieme di credenze, valori ed esperienze frammentario e non sviluppato tra membri di uno stesso gruppo sociale>> (Kriesi 1998, p. 57).

[12] E' interessante notare (giuro, senza voler fare ironia) la somiglianza -- eccetto che nella denominazione, dove pesa la diversa retorica dovuta alla biografia culturale dei due -- tra la figura chiave della sinistra sociale revelliana (il <<volontario>>, contrapposto al vecchio <<militante>> della sinistra) e quella della moltitudine negriana (il <<militante>> ispirato al modello di San Francesco).

[13] Mi riferisco a una serie di problemi specifici che gli sono spesso addebitati -- composizione sociale, estensione, organizzazione e democrazia, rapporto con gli altri movimenti e attori sociali -- e che rimandano alla sua natura, che attualmente ne fa un fenomeno di radicalizzazione generazionale.