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sintesi
L'autore critica una serie di tesi - da quelle di Negri sull'"impero" a quelle di Le Monde diplomatique che auspicano una "riforma" del capitalismo in senso vagamente keynesiano, a quelle ancora più vaghe presenti nel "movimento" antiglobalizzazione - che hanno in comune l'idea della fine della funzione degli Stati (nazionali), ormai surclassati dalla politica di grandi imprese dette transnazionali. Un errore di queste tesi è quello di considerare lo Stato in termini generici, privi di qualsiasi utile specificazione. L'autore propone un'analisi dello Stato come insieme di apparati svolgenti varie funzioni (politico-amministrative di ordine "generale", coercitivo-repressive, di intervento più o meno diretto nella sfera economico-finanziaria, ecc.) e come "sfera politica", spazio della società capitalistica in cui si condensa una serie di rapporti sociali specifici e in cui si confrontano vari agenti della riproduzione del modo di produzione capitalistico. Viene inoltre riproposta l'analisi leniniana dell'"imperialismo", focalizzando l'attenzione sugli ultimi due punti della celebre definizione: la competizione interoligopolistica tra grandi imprese per la conquista dei mercati mondiali, e il conflitto acuto interstatale tra le grandi potenze per la ridistribuzione delle zone di influenza nell'intero globo. Nella fase attuale, quest'ultimo conflitto sembra "assente" per la mancanza di credibili competitori alla leadership statunitense: ma questa assenza non è un semplice zero; essa è pur sempre una "causa" produttiva di effetti, fra cui quelli cui stiamo assistendo in questi giorni.