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Stato-nazione, militarizzazione, terzo settore. |
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L'articolo in questione é stato redatto già quasi due anni
orsono, con l'intento non tanto di affrontare e risolvere dei problemi di
interpretazione della attuale congiuntura, quanto di indicarli, definirli,
anche sommariamente, e tracciarne una possibile direzione futura.
In questo senso, rileggendolo oggi, ci si accorge che in alcuni suoi punti
aveva centrato nel segno...
Merita quindi di non essere lasciato cadere ma di essere sviluppato nei
punti in cui si é dimostrato predittivo: Nuovo Modello di Difesa
italiano e terzo settore.
Nuovo Modello di Difesa italiano
Per ciò che riguarda il Nuovo Modello di Difesa italiano (NMD)
posso ribadire che la tendenza ad una ridefinizione del ruolo e della funzione
delle forze armate era nell'aria da molto tempo ed é stata con largo
anticipo denunciata da alcuni gruppi e organizzazioni minoritarie ma evidentemente
molto avvedute, da almeno 6-7 anni.
Il NMD nasce nel 1991 come adattamento del mezzo militare italiano alle
mutate condizioni geo-politiche; trova conferma della sua necessità
teorica e pratica con la guerra del Golfo; rimane sotterraneo, o meglio,
nel cassetto per qualche anno; ne viene infine ufficilmente proclamata e
progettata l'attuazione dall'attuale buffonesco governo di centro-sinistra
per voce del ministro della difesa on. Scognamiglio. Questi, in estrema
sintesi, il passato, il presente ed il futuro delle forze armate italiane.
Chi é abituato a non farsi intontire dalle nuove mode intellettuali
della sinistra "immaterialista" (lo ricordiamo qui controvoglia:
società immateriale, imprenditorialità sociale, terzo settore,
società civile, ecc.) non si sorprenderà né scandalizzerà
nel conoscere le effettive funzioni del futuro esercito italiano. Queste
vengono peraltro dichiarate senza il minimo imbarazzo da parte della stessa
Commissione Difesa: sono la difesa delle linee di rifornimento energetico,
la difesa delle comunità italiane all'estero, la difesa degli interessi
culturali, economici e politici italiani in paesi terzi. Si tratta di imperialismo,
fase forse non suprema, ma sicuramente sempre attuale del capitalismo. Il
documento in questione, come già segnalato nel mio articolo, spiega
molto materialisticamente la necessità STRATEGICA di svolgere tutte
queste funzioni per l'interesse nazionale, cioé per l'industria nazionale
e per il mercato internazionale di questa industria. La grigia materialità
di queste questioni forse spaventa o annoia i teologi "sinistri"
della fatata società immateriale, di certo non annoia bensì
assilla gli industriali nostrani, che hanno bisogno continuamente, QUOTIDIANAMENTE,
di petrolio, combustibili, metalli, minerali, materie prime in generale
di cui l'Italia é quasi assolutamente sprovvista. I flussi di materie
prime che viaggiano prevalentemente via mare, su gomma e ferrovie, sono
la linfa vitale (a bassissimo costo) dell'industria occidentale, quindi
anche italiana; senza questa linfa l'industria e quindi tutto il sistema
economico semplicemente entrerebbe in una crisi totale. Ecco perché
militari e ceto politico parlano di interessi strategici, ecco perché
una delle funzioni dell'esercito professionalizzato sarà di difendere
le linee di rifornimento energetico che ci portano in casa la "linfa
industriale", frutto di saccheggi permanenti all'estero.
Un'articolo di S.Finardi sulla questione dei rifornimenti energetici e di
materie prime potrebbe chiarificare ulteriormente la reale portata della
questione: "...relativamente poche e ben delimitate geograficamente
sono le aree dove costi di estrazione, quantità e qualità
di ciascun tipo di minerale sono tali da rendere l'estrazione conveniente.
Da ciò deriva ovviamente per le maggiori potenze militari ed economiche
il problema strategico di controllare fisicamente e politicamente aree e
vie da cui vengono e su cui viaggiano le materie prime, specie quelle essenziali
(...). L'aggettivo strategico si applica infatti a quelle materie
prime di cui il paese é totalmente, o quasi per intero, dipendente
dall'importazione, e l'aggettivo critico si applica a quelle materie
prime di cui il paese produce una quantità non completamente sufficiente
ai suoi bisogni (...). Al riguardo della dipendenza da fonti estere dei
materiali indispensabili per la macchina della difesa, la situazione statunitense
é media, quella dell'ex URSS é definita da una relativa autosufficienza
(...), mentre quella dell'area europea e del Giappone é per la
maggior parte dipendente dall'importazione (corsivo mio)..."[1].
Per i più dubbiosi sarà sufficiente andare dall'edicolante
di fiducia e chiedere lo speciale "Esercito 2000" (supplemento
al numero 156 di Panorama Difesa, luglio 98), per leggere a pag. 7 che "...l'invasione
del Kuwait da parte dell'Iraq e la successiva operazione congiunta condotta
dalle forze di una vasta Coalizione internazionale hanno ricordato come
per la difesa degli interessi nazionali (in quel caso, la possibilità
di accesso alle riserve petrolifere locali) possa diventare necessario mettere
in campo uno schieramento ad alta potenzialità bellica...".
Questa alta potenzialità bellica si può acquisire, per ciò
che riguarda il caso italiano, in due modi: 1) aumentando la spesa militare;
2) sostenendo un ulteriore sviluppo del polo industriale bellico italiano
cioé legandolo strettamente alle nuove esigenze di equipaggiamento
delle forze armate professionalizzate.
Da qui a 5-6 anni, almeno così ci dicono, la transizione dalla leva
all'esercito professionale sarà completata. I costi aggiuntivi (in
più rispetto a quelli stanziati normalmente) legati all'aumento dei
volontari, per questo periodo, ammontano a oltre 2000 miliardi di lire e
l'organico totale dell'esercito dovrebbe passare dagli attuali 300.000 ai
215.000 effettivi (di cui 22.000 ufficiali, 70.000 sottoufficiali, 123.000
militari di truppa)[2].
A livello istituzional-parlamentare, dai Democratici di Sinistra all'ultra
destra sono tutti d'accordo sulla necessità di professionalizzare
l'esercito, ed é quindi un fatto che, verosimilmente, ci troveremo
servito e ben confezionato senza colpo ferire. L'area del terzo settore
é in fibrillazione per il fatto che se le cose rimangono come sono,
con la scomparsa della leva, scomparirà anche tutta quella forza-lavoro
completamente gratuita (gli obiettori in Italia sono 50.000) della quale
le varie attività sedicenti "no-profit", come del resto
gli enti pubblici, si servono schiavisticamente. Con molta probabilità
il cammino verso quella istituzionalizzazione della solidarietà (peraltro
già trasformata in merce-carità) si completerà in questo
processo di transizione: per liquidare senza conflitto questa possibile
opposizione (corporativa non certo politica) dell'area del terzo settore
verrà istituito, contemporaneamente alla abolizione della leva, il
servizio civile obbligatorio anche per le donne...
Come possiamo vedere le questioni non sono nettamente separabili, anzi si
compenetrano a più livelli.
Terzo settore
Il così detto terzo settore non spunta fuori dal nulla ma soprattutto
non é un caso che si stia ritagliando un peso politico sempre più
cospicuo direttamente proporzionale al suo ruolo strategico per le attuali
esigenze di ristrutturazione capitalistica e al suo ascendente volume d'affari.
Negli Stati Uniti, paese paradigmatico, esso é già grandemente
sviluppato ed occupa una fetta consistente del mercato dei servizi.
Questo processo, in Italia, é molto più evidente oggi rispetto
a qualche anno fa. Per argomentare e sviluppare quella che nel mio articolo
era poco più che una indicazione in merito vorrei utilizzare un lavoro
molto serio di analisi condotto da un collettivo torinese di lavoratori
della cooperazione. L'analisi in questione ha la forma di un agile opuscoletto
che tocca esaustivamente tutte, ma proprio tutte, le questioni legate a
questa truffa per i lavoratori che é il terzo settore. Mi limiterò
perciò a riportarne alcuni passaggi: "...Il fenomeno dell'esternalizzazione
nella Pubblica Amministrazione non può essere considerato come un
fatto isolato, ma va collocato nel quadro del più generale mutamento
del paradigma dell'organizzazione produttiva, intervenuto nell'ultimo venticinquennio
(...). La ripresa della conflittualità intercapitalistica necessariamente
comporta la raccolta di capitali da utilizzare nella competizione; si avvia
quindi, alla metà degli anni '70, un gigantesco trasferimento di
capitali dai salari ai profitti attuato tramite il "downsizing"
aziendale (dimagrimento), il taglio del salario in tutte le sue componenti
(diretta, indiretta, differita) (...). In un secondo tempo, alle politiche
di downsizing si aggiungono quelle di "outsorcing" ossia di esternalizzazione
produttiva, diretta, a seconda del paese e del suo tessuto produttivo, verso
piccole imprese, micro-imprese, bacino del lavoro autonomo (...). In un
terzo momento, a queste due politiche si sono aggiunte quelle volte alla
flessibilizzazione del lavoro dipendente (...)"[3].
In questa situazione nelle pubbliche amministrazioni si stanno verificando
due processi: il primo é il passaggio dal welfare state al "welfare
market" ovvero da un sistema in cui il "cittadino-lavoratore"
ha un accesso egualitario ai servizi tramite il lavoro ed il conseguente
versamento di tasse e contributi ad un sistema in cui l'"utente-cliente"
acquista direttamente ed individualmente il servizio dal pubblico o dal
privato.
Il secondo, direttamente collegato al primo, é l'introduzione di
una valorizzazione mercantile in tutto il settore dove l'esempio più
chiaro é "...il passaggio della previdenza da un sistema pubblico
a ripartizione ad uno privato a capitalizzazione..."[4].
Le dirette conseguenze legate a questi due processi sono molteplici:
-taglio del salario per i lavoratori nei servizi esternalizzati (es.: nelle cooperative sociali) e precarizzazione dei rapporti lavorativi;
-taglio dei salari indiretti e differiti tramite la trasformazione dei servizi garantiti come diritto in servizi da acquistare sul mercato;
-la comparsa di un mercato prima inesistente o di nicchia e l'irruzione su questo mercato di tutta una serie di soggetti privati operanti a fine di lucro: aziende operanti nel campo della sanità e dell'assistenza (cooperative sociali comprese), scuole private, centri di formazione.
"...Questo dato determina il passaggio di beni come la sanità,
l'assistenza, la formazione, da una natura di beni non quantificabili ad
una di merci il cui valore viene stabilito a partire dalla prestazione e
dalla concorrenza mercantile..."[5].
La questione sindacale e dell'organizzazione del lavoro é ben focalizzata
nell'opuscolo in questione ma ciò che più mi interessava sottolineare,
per concludere questa breve nota, é la comparsa di questo nuovo "mercato"
e della sua corrispondente ideologia.
"...In buona sostanza, il progetto dichiarato di questa corrente di
pensiero é quello di costruire un'altra economia, accanto e contro
a quella capitalistica, basata sulla cooperazione al di fuori delle logiche
e delle strutture sia mercantili, sia statali. Gli esponenti di questa corrente
di pensiero individuano nel cosddetto "Terzo Settore", ossia nell'area
della cooperazione alla quale aggiungono i Centri Sociali[6],
il volontariato ed altre esperienze similari, il campo nel quale dovrebbe/potrebbe
svilupparsi questo progetto. La loro analisi nasce però già
falsificata dalla realtà, dal momento che é incapace di spiegare
le ragioni per le quali la pervasività del mercato non dovrebbe toccare
esperienze di questo genere. In realtà, come emerge da tutta la nostra
analisi, il Terzo Settore rappresenta nello stesso tempo un'occasione di
sviluppo capitalistico ed una concreta possibilità di abbattimento
dei costi per la Pubblica Amministrazione (...) Risulta quindi non verificata
l'ipotesi che vede queste esperienze estranee alla direzione statale, dal
momento che dipendono sia sul piano finanziario che su quello normativo
dalla Pubblica Amministrazione (...) In ultima analisi, l'ideologia dell'impresa
sociale di fatto fornisce una copertura alla rimozione del conflitto nelle
imprese cooperative.
In secondo luogo, questa forma ideologica immette nel corpo della sinistra
antagonista un modello positivo d'impresa (...) La pervasività di
questa falsificazione permette che settori consistenti della sinistra antagonista
abbiano sostanzialmente rivalutato l'istituto dell'impresa, sia pure in
questa sua forma particolare..."[7].