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Una interpretazione del processo di mondializzazione |
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"L'odierna politica imperialista non può essere soppiantata da una politica nuova, ultra-imperialista, che andrebbe a sostituire alla lotta fra i capitali finanziari nazionali lo sfruttamento globale del mondo da parte del capitale finanziario, unito su scala internazionale? Questa nuova fase del capitalismo è comunque concepibile: ma è realizzabile?" (Kautsky,1915). [ 1]
Se nel 1915, per Kautsky, l'ultra-imperialismo era "concepibile",
egli riteneva che al momento non fosse realizzabile. Ma oggi?
Negli anni Ottanta gli Stati Uniti, convertiti a un liberismo aggressivo,
cercano di imporre la loro visione del mondo. Deregolamentazioni accelerate
e disarmo doganale lasciano libero campo ad attività svincolate da
costrizioni geografiche e politiche. Gli agenti micro-economici possono
così operare su scala planetaria. Il concetto di mondializzazione
serve allora a definire un movimento complesso di apertura delle frontiere
economiche e di deregolamentazione, che permette alle attività economiche
capitaliste di estendere il loro campo di azione a tutto il pianeta. La
comparsa di strumenti di telecomunicazione estrememente efficienti hanno
convalidato questo concetto, annullando le distanze. Il crollo del blocco
sovietico e l'apparente trionfo planetario del modello liberista all'inizio
degli anni Novanta sembrano avergli definitivamente conferito una validità
storica. [2]
Ciò che passa sotto il nome di "mondializzazione" comprende
vari fenomeni che sono apparsi e si sono sviluppati fin dai primi anni Ottanta.
Il primo fenomeno è il veloce incremento dei mercati finanziari mondiali
che si ha alla fine degli anni Settanta, anche stimolato dalla deregolamentazione
dei mercati finanziari e dall'irrompere di nuove tecnologie dell'informazione.
Il secondo fenomeno è la mondializzazione delle attività delle
imprese sia nel settore manifatturiero che nei servizi. Come per la globalizzazione
finanziaria, anche quella dei settori dell'economia reale è stata
stimolata dalla deregolamentazione e dalle nuove tecnologie: le società
multinazionali tendono a diventare transnazionali e a formare oligopoli
mondiali.
Il terzo fenomeno è di natura ecologica. Alla fine degli anni Ottanta
si è manifestata abbastanza spesso una generale preoccupazione per
le minacce all'ambiente naturale come la rarefazione dell'ozono e il riscaldamento
del pianeta. Si è diffusa l'idea che questi effetti esterni non voluti,
pericolosi per il mondo intero, sono il risultato del libero gioco delle
foze del mercato e che anche i governi più potenti non sono in grado
di porvi rimedio da soli.
Lo spazio mondiale, ridotto dal forte abbassamento dei costi di trasporto
e dalla facilità delle telecomunicazioni, diventa unico. La mondializzazione,
tuttavia, non è uniforme, né omogenea. Deve essere considerata
come un processo diseguale sul piano geografico e progressivo nel tempo.
In altri termini, la mondializzazione è un processo incompiuto e
forse destinato a restare tale.
Detto questo, "Ciò che è in gioco nel movimento di mondializzazione
non è altro che la rimessa in causa dell'economia internazionale
come principio maggiore e unico di organizzazione dell'economia- mondo,
cioè la rimessa in discussione del principio di organizzazione che
ha avuto la sua massima espansione nel periodo dal 1870 al 1914".[3] La mondializzazione segna allora una nuova
tappa nell'evoluzione del capitalismo, successiva all'internazionalizzazione
delle imprese e dei capitali. E' in questo nuovo contesto che vogliamo discutere
la pertinenza del concetto di ultra-imperialismo e verificare se l'ultra-imperialismo
non sta nascendo grazie alla messa in opera di strumenti e meccanismi di
sfruttamento a vantaggio degli oligopoli mondiali in formazione.
Si può ancora parlare di imperialismo o bisogna ormai parlare di ultra-imperialismo?
Tra il 1880 e gli anni Settanta, il capitalismo era nello stadio dell'imperialismo
definito da Lenin [4]. Dagli anni Ottanta,
il processo di mondializzazione dimostra che il capitalismo sta raggiungendo
un nuovo stadio della sua evoluzione. In questo nuovo stadio, si può
ancora parlare di imperialismo, mentre si passa da una logica geopolitica
a una logica geoeconomica nelle relazioni internazionali e si assiste al
formarsi di oligopoli mondiali?
Ricordiamo i cinque punti che, secondo Lenin [5],
caratterizzano l'imperialismo:
1. Concentrazione della produzione e del capitale arrivata a un grado di sviluppo così alto da aver creato dei monopoli (oligopoli) il cui ruolo è decisivo nella vita economica (questi oligopoli hanno una dimendsione nazionale).
2. Fusione del capitale bancario e del capitale industriale, e creazione, sulla base di questo "capitale finanziario", di una oligarchia finanziaria (nazionale).
3. L'esportazione di capitali assume un'importanza del tutto particolare, rispetto all'esportazione delle merci.
4. Formazione di unioni internazionali monopolistiche di capitalisti (nazionali), che si spartiscono il mondo.
5. Fine della spartizione territoriale del globo fra le grandi potenze mondiali.
Lenin aggiunge che "la vera essenza dell'imperialismo è la
lotta fra le maggiori potenze per l'egemonia" [6],
non solo economica, ma anche politica. Dunque, come sottolinea Madgoff [7], uno dei tratti essenziali della fase imperialista,
secondo Lenin, è la lotta militare ed economica tra potenze imperialiste
per il controllo delle nazioni più deboli, industrializzate o no.
Questo tratto riflette il rafforzarsi dell'azione degli oligopoli nazionali
su base nazionale allo stadio dell'imperialismo: caratteristica sulla quale
gli storici concordano da Thobie in poi [8].
Così l'imperialismo è "comparsa e azione del capitale
finanziario, attraverso l'attività di gruppi, di monopoli o meglio
oligopoli, collegati con un apparato di Stato, che denota una volontà
politica sostenuta dall'esistenza e dall'influenza di questi gruppi e che
si sviluppa nel loro interesse: la divisione del mondo che ne deriva tra
gruppi e Stati, acuisce le contraddizioni tra nazioni industrializzate e
alimenta, tra il 1880 e il 1914, energiche e pericolose reazioni nazionaliste
che l'oligarchia finanziaria, beneficiaria dell'imperialismo, e il potere
politico, incoraggiano come mezzo per disinnescare le lotte operaie e mantenere
lo status quo sociale" [9].
Storicamente gli oligopoli nazionali poggiavano, nella fase dell'imperialismo,
su una base nazionale nella quale lo Stato giocava un ruolo fondamentale.
Tra il 1880 e il 1980, "lo Stato è quasi sempre stato il sostegno
- grande fratello comprensivo o esigente tutore - del suo capitalismo nazionale.
Esso poteva avere un chiaro progetto per il futuro: conquiste, colonizzazione
o preparazione alla guerra; sforzo di equipaggiamento, modernizzazione,
sostegno alla ricerca scientifica, generalizzazione dell'istruzione, grandeur
nazionale o pacifismo; il padronato raramente era assente dal progetto,
dalla sua concezione alla sua messa in opera. Lo Stato ha accompagnato lo
sviluppo del capitalismo industriale, passando quasi sempre da una posizione
brutalmente reazionaria nei confronti della classe operaia a posizioni più
riformiste e sociali, per diventare infine in molti paesi il promotore o
il coordinatore di una protezione sociale che assicurasse una equa distribuzione
del benessere "[10].
Oggi gli oligopoli hanno assunto una dimensione mondiale, come vedremo,
e gli Stati non possono più essere un tutore esigente del loro capitalismo
nazionale. Per esempio, "negli anni 1950-1960, il sostegno del governo
statunitense allo sviluppo dell'attività delle imprese nazionali
all'estero sembra scontato. Ma solo nella misura in cui la strategia di
queste imprese si iscriveva nel quadro della politica estera stabilita dal
governo. Altrimenti il Dipartimento di Stato non esitava a togliere il suo
appoggio agli interessi privati americani all'estero"[11].
Nella fase dell'imperialismo, gli interessi economici erano chiaramente
subordinati agli interessi strategici e geopolitici. Gli anni Ottanta inaugurano
nuovi rapporti tra le imprese private e i poteri pubblici, specialmente
negli Stati Uniti. Nel quadro del processo di mondializzazione, le frontiere
nazionali si cancellano per lasciare il passo a una definizione dell'economia
nazionale che si fonda unicamente sull'attività planetaria delle
società che hanno la loro casa madre sul territorio nazionale.
In questo nuovo approccio, si ritiene che la potenza e la prosperità
dell'economia, in questo caso statunitense, sia indissociabile da quella
delle società, che i poteri pubblici debbano farsi campioni dei loro
interessi. In un tale contesto, l'autonomia del politico nei confronti dell'economia
tende a sparire, o così sembra. Come insegna Amin [12],"una
importanza particolare è data al fatto che un sistema produttivo
mondializzato prende il posto dei sistemi produttivi nazionali autocentrati
finora dominanti e l'evoluzione in questa direzione si è a tal punto
accelerata che i conflitti fra i diversi centri non hanno più la
stessa natura che hanno avuto fino alla seconda guerra mondiale gli antichi
conflitti interimperialisti ". E ancora,"l'idea della preminenza
del rapporto di forza nelle relazioni tra imperialismi e la concezione stessa
di un mondo bipolare (dominante dopo la seconda guerra mondiale), sono rifiutate"[13]. Le evoluzioni riscontrate in materia
di politica estera vanno in direzione della subordinazione progressiva della
politica all'economia: con la fine della guerra fredda, è stato ridefinito
il concetto di sicurezza nazionale per far posto a quello di sicurezza economica;
e mentre alla fine della seconda guerra mondiale le relazioni economiche
stabilite fra gli Stati Uniti e i loro alleati miravano a rafforzare il
potere del mondo occidentale di fronte al nemico comunista, tavolta anche
a scapito degli interessi economici degli oligopoli nazionali, i termini
si sono oggi rovesciati al punto che gli interessi economici degli oligopoli
mondiali con con sede negli Stati Uniti determinano la visione che gli Stati
Uniti hanno dei propri interessi politici e strategici. Così "la
politica economica internazionale fa oggi corpo unico con la politica estera:
la logica non è più quella della conquista politica o geopolitica,
ma piuttosto quella della 'conquista' economica o geoeconomica". [14]
Questa frattura nella logica delle relazioni internazionali indica che oggi
gli Stati sono sottomessi agli imperativi eonomici degli oligopoli mondiali
in formazione nel processo di mondializzazione. Nella fase dell'imperialismo,
gli Stati dominanti alleati dei loro oligopoli nazionali possedevano un
vero potere geopolitico nelle relazioni internazionali. Col venir meno di
questo potere geopolitico, talvolta di freno agli oligopoli nazionali, il
quinto punto della definizione di Lenin non caratterizza più la fase
attuale dell'evoluzione del capitalismo. Inoltre nella sua definizione Lenin
mette l'accebto, ai punti uno e due, sulla formazione di oligopoli nazionali
e di oligarchie finanziarie nazionali, mentre - come nota Chesnais [15] - oggi si assiste alla formazione di oligopoli
mondiali che potrebbero ad un certo punto costituire una unione del capitale
finanziario su scala mondiale.
Nel 1994 c'erano nel mondo circa 37.000 società che si possono qualificare
come multinazionali, contro le 7.000 circa di due decenni prima. Esse controllavano
tra le 150.000 e le 200.000 filiali, un terzo della produzione industriale
mondiale, molte decine di milioni di entrate, che sviluppano un volume d'affari
dell'ordine di 5.000 miliardi di dollari, superiore all'ammontare degli
scambi commerciali internazionali. Le cento multinazionali maggiori realizzavano
da sole tre quarti del volume di affari totale e le duecento maggiori avevano
nel 1995 un giro d'affari pari al 31,2% del Pil mondiale.
Così, nella nuova fase del capitalismo, le multinazionali, trasformatesi
in transnazionali, diventano attori fondamentali dell'economia mondiale.
Di pari passo con il processo d'internazionalizzazione delle grandi società,
gli scambi commerciali avvengono sempre meno tra paesi e sempre più
tra imprese di una stessa società. Negli anni Sessanta, ciò
interessava solo il 5% degli scambi internazionali, oggi oltre un terzo.
Il dinaminismo del commercio internazionale, quintuplicato dal 1960 in poi,
è strettamente legato allo sviluppo di questo tipo di scambio. Le
società transnazionali sono sempre più portate a controllare
direttamente il commercio internazionale.
Inoltre la concorrenza per il controllo dei mercati mondiali è così
spietata che si formano fra le società coalizioni contrapposte. In
genere esse mettono in atto alleanze strategiche fra di loro, ad esempio
per il lancio e la diffusione di un prodotto, pur continuando a farsi concorrenza
per gli altri. L'incremento delle tecnologie dell'informazione ha giocato
e gioca un ruolo fondamentale nell'evoluzione di questo fenomeno permettendo
la comunicazione in tempo reale, lo scambio di dati, di immagini e perfino
di lavoro, il calcolo in comune tra persone sparse in ogni parte del mondo.
Le società coinvolte nell'attuazione di queste tecnologie sono al
tempo stesso direttamente partecipi del fenomeno e si impegnano in alleanze
su scala planetaria. Esse sbaragliano le condizioni della concorrenza e
le politiche della concorrenza che gli Stati ancora si sforzano di definire,
in modo indipendente, nel quadro ristretto delle loro frontiere nazionali.
Il termine "alleanza" comprende una grande varietà di forme
contrattuali e organizzative, ma riguarda soprattutto le relazioni stabilite
tra società a lungo o medio termine per dividersi un insieme limitato
di risorse diverse (mezzi finanziari, attrezzature, tecnologie...) senza
peraltro rimettere in discussione la loro autonomia. Le alleanze proliferano
nel settore delle tecnologie di punta, poiché le società spesso
non sanno rispondere immediatamente alla mondializzazione dei mercati e
ai cambiamenti tecnologici. Potente strumento strategico, che permette di
conquistare posizioni concorrenziali più favorevoli anche con risorse
limitate e riducendo i rischi, l'alleanza diventa un imperativo per le industrie,
se vogliono partecipare alla formazione di oligopoli mondiali in formazione
(concentrazione), dividere i costi crescenti della ricerca-sviluppo (innovazione)
e conquistare i mercati [mondializzazione) [16].
Il termine "oligopolio mondiale" è stato definito da Chesnais
[17] come "uno spazio di rivalità
industriale. Questo spazio si forma sulla base dell'espansione mondiale
dei grandi gruppi, dei loro investimenti incrociati intratriadici [con
il termine "triade", anche in seguito, l'autrice indica i tre
"centri" del capitalismo mondiale: Stati Uniti, Europa, Giappone,
N.d.T] e della concentrazione internazionale che risulta dalle acquisizioni
e dalle fusioni che i grandi gruppi fanno a questo scopo. E'delimitato dai
particolari rapporti di interdipendenza che legano i pochi grandi gruppi
che arrivano a conquistare e mantenere lo statuto di concorrente effettivo
su piano mondiale, in una data industria. E' un luogo di concorrenza feroce,
ma anche di collaborazione fra i gruppi". Chesnais mette in dubbio
il fatto che l'oligopolio mondiale in formazione sia un ultra-imperialismo
stabile, costituito da oligopoli che hanno l'assoluto controllo sulle barriere
di entrata e che organizzano i loro rapporti in pacifica cooperazione. Se
numerosi autori concordano sulla definizione di Chesnais, alcuni portano
tuttavia argomenti che portano a ritenere la formazione di oligopoli mondiali
come premessa di un ultra-imperialismo. E' precisamente il caso di Husson
[18], quando sottolinea che "i grandi
gruppi hanno interessi comuni, che risultano dalla necessità di difendere
questo spazio dall'arrivo di nuovi concorrenti". Questi interessi comuni
rendono di fatto stabili gli oligopoli mondiali. Parallelamente Beaud [19] segnala che "esse (le società
transnazionali) lavorano incessantemente a mantenere i vantaggi monopolisti
che hanno potuto ottenere e a crearne di nuovi. Fra loro, non si combattono
a morte". Se non si tratta di una pacifica cooperazione, non si tratta
nemmeno di una guerra all'ultimo sangue. In altri termini, gli oligopoli
mondiali formano uno spazio di concorrenza che va in realtà a vantaggio
di tutti, essendo la concorrenza il fondamento stesso della dinamica capitalistica
[20]. Così gli oligopoli mondiali
in formazione, come gli oligopoli nazionali nella fase imperialista, sono
un luogo di concorrenza, ma anche di collaborazione e di cooperazione tra
società transnazionali che impedisce l'ingresso di nuovi concorrenti.
Una delle maggiori caratteristiche della nuova fase del capitalismo è
dunque la concentrazione del capitale, giunta a un grado di sviluppo così
alto da aver creato degli oligopoli mondiali il cui ruolo è decisivo
nella vita economica delle nazioni, come vedremo.
Parallelamente, dall'inizio degli anni Ottanta, l'intreccio tra le dimensioni
finanziaria e industriale della mondializzazione si è manifestata
sotto nuove forme. Dapprima si è espressa con i mezzi nuovi e diversi
che le istituzioni finanziarie e le ditte specializzate hanno messo a disposizione
delle società transnazionali per le loro operazioni internazionali
di acquisti e di fusioni. Poi la "dis-intermediazione" finanziaria
ha permesso alle società internazionali di piazzare titoli direttamente
sui mercati finanziari internazionali. Infine, dall'inizio degli anni Novanta,
l'intreccio è stata caratterizzato dal forte aumento dell'importanza
delle operazioni puramente finanziarie dei gruppi indistriali [21].
Si assiste così a una fusione tra la sfera finanziaria e quella produttiva
della mondializzazione, e anche questo è uno dei fenomeni più
rilevanti della nuova fase del capitalismo.
Di conseguenza, il peso e l'influenza delle società transnazionali,
già considerevoli, sembrano superare oggi le capacità degli
Stati tradizionali, anche i più potenti. La competizione in cui si
lanciano i paesi del Nord come del Sud da una decina d'anni per accrescere
la loro attrattiva agli occhi degli investitori internazionali mette anche
gli Stati in una situazione di parziale sottomissione alle richieste e agli
imperativi propri delle imprese. Ma bisogna considerare che esse hanno anche
bisogno degli Stati, come protettori e portavoce ufficiali, e dunque sono
raramente apolidi. Tuttavia, oggi sono più potenti che mai. Trattano
direttamente con il loro Stato, cioè con molti Stati, data la loro
presenza in molte aree geografiche, e con i pochi Stati dominanti e non
hanno alcun riguardo per gli Stati piccoli e medi, come sottolinea Beaud
[22]. Levet e Tourret [23]
si spingono oltre con le loro riflessioni. Per essi, "queste imprese
acquistano progessivamente una legittimazione nella gestione degli affari
economici e sociali su scala mondiale che dà loro un potere finora
inuguagliato"[24]. Levet e Tourret
mostrano che le società transnazionali offrono alle popolazioni del
Nord e del Sud un'immagine di sé che procura loro una legittimità
sociale. Questa immagine li presenta insieme come simboli dell'avventura
e del successo moderno, come attori principali delle trasformazioni economiche,
come fonti di ricchezza e dunque di nuovo lavoro, come attori-chiave della
Storia, restauratori dei grandi equilibri economici ed ecologici. L'impresa
sembra così dotata di numerosi poteri, una vera e propria fata, con
una bacchetta magica tecnologica e commerciale. Data la nuova legittimazione
economica e sociale delle società transnazionali, gli Stati cercano
il loro appoggio per mantenere la propria legittimazione politica e sociale.
Intervengono quindi per favorire l'attività di queste società.
E senza l'intervento politico attivo dei governi dei paesi dominanti che
hanno messo in atto politiche di de-regolamentazione, di privatizzazione
e di libero scambio, gli oligopoli mondiali non avrebbero potuto rompere
così in fretta le pastoie e i freni alla loro libertà di sfruttare
a piacimento le risorse economiche umane e naturali. Per questo Humbert
[25] sottolinea che parlare di oligopoli
è insufficiente, poiché il funzionamento delle industrie a
livello mondiale dipende non solo dall'interazione delle società,
ma anche dall'interazione degli Stati; e propone di chiamare questo fenomeno
"concorrenza sistemica".
In questa concorrenza sistemica, il gioco mondiale si complica per le tensioni,
gli accavallamenti, intese fra le azioni degli attori statali, imprenditoriali
e internazionali. In questo contesto, in cui l'internazionale si sfuma,
sempre più organizzazioni internazionali, che sono pur sempre l'emanazione
degli Stati, incominciano ad avere una loro propria logica. Il Fondo Monetario
Internazionale (FMI), che unisce più di 150 paesi, è controllato
dal gruppo dei 7, i G7. La Banca Mondiale (BM) è a sua volta controllata
dai suoi maggiori azionisti, cioè gli Stati dominanti. Infine, nell'Organizzazione
Mondiale del Commercio (OMC), dove ogni Stato ha un voto, l'influenza degli
Stati dominanti, e soprattutto degli Stati Uniti, è fondamentale
nelle decisioni. Per Hugon, "i rapporti (in seno alle organizzazioni
internazionali) sono infinitamente complessi e non riducibili in termini
di principale/agente o di mandatari degli interessi del capitale e delle
grandi potenze" [26]. Tuttavia il dibattito
è aperto. Thobie ritiene che "l'interesse e la filosofia prevalenti
nelle istituzioni economiche e finanziarie internazionali (FMI e BM) fanno
di esse degli apparati di un capitalismo generale, senza particolari caratteristiche
nazionali; cosa di grande novità"[27].
Tutti comunque riconoscono che non esistono oggi istituzioni politiche mondiali
capaci di padroneggiare il processo di mondializzazione. "Ma di questo
le forze che reggono oggi gli affari del mondo non vogliono saperne ad alcun
prezzo", sottolinea Chesnais [28].
Tra gli Stati del G7, i più forti pensano ancora di poter cavalcare
a loro vantaggio le forze economiche e finanziarie scatenate dalla liberalizzazione,
mentre gli altri sono paralizzati dalla consapevolezza da un lato della
perdita del loro statuto, dall'altro dalla consapevolezza della strada che
devono percorrere per "adattarsi". Le società transnazionali
o gli operatori finanziari sono ancor meno inclini a sentir parlare di politiche
mondiali costrittive. Insomma, la nuova fase del capitalismo ha una dimensione
molto reale, l'allargamento del campo di azione e della libertà di
gioco degli attori più potenti: Stati dominanti del mondo, società
transnazionali con i loro dirigenti e principali azionisti, grandi organizzazioni
internazionali. In conseguenza, e come sostiene Beaud, "è da
"innumerevoli rapporti di forza, cooperazione e scambio, dominati da
poche centinaia di grandi società in rapporto con i grandi Stati
e da alcune potenti organizzazioni internazionali, che le società
sono oggi sempre più sottomesse"[29],
quale che sia il loro livello di sviluppo.
Ci sembra dunque impossibile far riferimento al concetto di imperialismo per definire la nuova fase del capitalismo. Anche il termine "mondializzazione" è inadeguato, poiché rimanda a un fenomeno che si presenta come ineluttabile e salvatore per una economia mondiale squilibrata e depressa, dal momento che è stato forgiato a metà degli anni Ottanta nelle scuole di management americane, e poi nella stampa anglosassone; mentre le caratteristiche maggiori della nuova fase del capitalismo mostrano al contrario che si tratta di un rafforzarsi del dominio del capitale finanziario che si dispiega, oggi, a livello mondiale. Queste caratteristiche maggiori sono le seguenti:
1. Concentrazione del capitale arrivata a un grado di sviluppo così alto da aver creato oligopoli mondiali, il cui ruolo è decisivo nella vita economica delle nazioni.
2. Fusione degli istituti finanziari e del capitale produttivo a livello mondiale.
3. Il commercio intra-imprese assume un'importanza particolare nel commercio internazionale.
4. Divisione del mondo fra gli oligopoli mondiali.
5. Passaggio da una logica geopolitica a una logica geoeconomica al servizio degli oligopoli mondiali nelle relazioni internazionali. Messa in opera di una concorrenza sistemica all'interno di un sistema industriale mondiale.
Di conseguenza, il concetto di ultra-imperialismo sembra il più
adatto a descrivere la nuova fase del capitalismo. Questa idea è
confermata dal modello dell'ultra-imperialismo presentato da Mandel [30], che corrisponde alla tendenza osservata
oggi dell'evoluzione del capitalismo.
"In questo modello, l'interpenetrazione internazionale dei capitali
è avanzata al punto che sono completamente scomparse le differenze
d'interessi sostanziali, di natura economica, tra proprietari di capitali
di diverse nazionalità. L'insieme dei grandi capitalisti avrebbe
diviso così uniformemente la proprietà dei capitali, la produzione
e la realizzazione del plusvalore, e i loro nuovi investimenti nei diversi
continenti e paesi, che sarebbero diventati completamente insensibili alla
congiuntura particolare di un qualsiasi paese, allo sviluppo particolare
della lotta di classe, e alla forma specifica di evoluzione politica di
un qualsiasi 'Stato nazionale'. E' evidente che una tale internazionalizzazione
dell'economia mondiale imperialista (oggi si parla di mondializzazione)
farebbe d'altra parte sparire quasi del tutto la singola congiuntura nazionale.
Non ci sarebbe più, in questo caso, che una concorrenza tra super-società
multinazionali; la concorrenza inter-imperialista sarebbe scomparsa, cioè
la concorrenza si sarebbe finalmente staccata dalla sua base nazionale.
E' chiaro che, perfino in tali condizioni, lo Stato imperialista non "deperirebbe":
scomparirebbe soltanto, il suo ruolo di strumento nella concorrenza inter-imperialista"
[31].
L'ultra-imperialismo sta davvero nascendo, anche se il processo non è
ancora compiuto.
La messa in opera dell'ultra-imperialismo
Gli oligopoli mondiali, che hanno saputo farsi alleati i grandi Stati
e alcune potenti organizzazioni internazionali, utilizzano un certo numero
di strumenti e meccanismi per sfruttare a loro profitto le risorse umane
e naturali del pianeta. Utilizzando gli strumenti di potere, si tratta per
gli oligopoli mondiali di imporre a tutti gli Stati del mondo delle regole
economiche che favoriscano sistematicamente le loro operazioni finanziarie
e produttive. I meccanismi di sfruttamento dal canto loro consentono di
limitare il potere d'azione degli Stati non disposti a collaborare con gli
oligopoli mondiali. Questa messa in opera dell'ultra-imperialismo provoca
un impoverimento delle popolazioni tanto nei paesi del Nord quanto del Sud.
Fra gli strumenti di dominio utilizzati dagli oligopoli mondiali per sfruttare
liberamente le risorse umane e naturali del pianeta, dove loro meglio conviene,
tre ci sembrano fondamentali: i programmi di aggiustamento strutturale (PAS)
che hanno obbligato la maggior parte dei paesi in via di sviluppo e i paesi
in transizione verso l'economia di mercato ad accettare nuove forme di disimpegno
economico dello Stato; l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) il
cui obiettivo è la liberalizzazione completa di tutti gli scambi
internazionali; e l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti (AMI) in via
di negoziazione.
Nel quadro dei programmi di aggiustamento strutturale imposti ai paesi in
via di sviluppo indebitati e ai paesi in transizione troviamo alcune misure
standard, quali che siano le situazioni economiche, sociali e politici di
quei paesi: ritiro dello Stato dai processi di accumulazione, abbandono
delle strategie di sostituzione delle importazioni e delle strategie autocentrate,
riduzione del deficit pubblico, svalutazione della moneta nazionale, politica
monetaria restrittiva, privatizzazione delle imprese pubbliche, smantellamento
dei monopoli commerciali, soppressione del sostegno pubblico alla produzione,
soppressione di tutte le sovvenzioni, delle protezioni, delle tassazioni
differenziate, imposizione dei prezzi reali di mercato... Come sottolinea
Coussy, "il potere delle organizzazioni internazionali è utilizzato
per evitare che le sfide economiche internazionali non sbocchino, dialetticamente,
in un rafforzamento degli Stati e per costringere invece questi ad accettare
lo smantellamento dei loro interventi economici. "[32].
Così "gli Stati si vedono consigliati, in nome della ragione
economica, ad abbandonare tutti i disegni politici che avevano contribuito
a plasmare le loro scelte economiche negli anni precedenti"[33]. Con questo sistema, si impone all'insieme
dei paesi del Sud e dell'Est una visione liberale di sviluppo che impedisce
ogni altra via alternativa. L'apertura commerciale, la liberalizzazione
degli scambi e dei flussi di capitale, le deregolamentazioni... che ne derivano,
facilitano molto le operazioni commerciali, produttive e finanziarie degli
oligopoli mondiali a Sud come a Est.
L'Organizzazione Mondiale del Commercio, nata il 1deg. gennaio 1995,
ha per obiettivo la liberalizzazione completa degli scambi internazionali.
Essa rappresenta, come sottolinea Péron, "una delle istituzioni
multilaterali dominanti che pesano in modo ineguale sulle relazioni economiche
internazionali"[34]. Per esempio, in
nome del principio di non-consolidamento dei diritti doganali, se l'Indonesia,
cercasse di imporre delle quote di esportazione per limitare l'eccessivo
sfruttamento della sua foresta da parte delle società nazionali,
ma anche transnazionali, messa "sotto esame" nel quadro di un
arbitrato sarebbe condannata. I paesi dominanti possono invece imporre una
regolamentazione sulle loro importazioni, a condizione che i loro stessi
prodotti vi siano assoggettati, il che gli consente di proteggere le loro
industrie e le società transnazionali dalla concorrenza dei paesi
in via di sviluppo sui propri mercati. Inoltre i campi d'intervento dell'Organizzazione
Mondiale del Commercio si allargano di continuo e superano largamente quello
degli scambi di beni e servizi, tanto che nuovi settori di negoziazione
particolarmente interessanti per le società transnazionali sono in
discussione: le regole della concorrenza, l'apertura di mercati pubblici,
i diritti di proprietà intellettuale.
Per quanto riguarda la concorrenza, l'obiettivo da raggiungere non è
dissimulato: smantellare, dove ancora esistono, i monopoli nazionali costituiti
in virtù di una decisione pubblica. Già in vigore per le telecomunicazioni,
la cui liberalizzazione è stata decisa nel febbraio 1997, negoziati
sono in corso per le ferrovie che attirano le bramosie dei grandi gruppi
finanziari.
L'accordo plurilaterale sui mercati pubblici è stato concluso nel
1994, ed è entrato in vigore nel 1996. I 24 paesi firmatari si sono
impegnati ad aprire i loro mercati pubblici alla concorrenza mondiale. L'obiettivo
è quello di estenderlo agli Stati ancora recalcitranti, che continuano
a privilegiare le società nazionali. Questo accordo può solo
rafforzare il peso degli oligopoli mondiali.
Nel dominio della proprietà industriale, un conflitto opponeva chiaramente
le società transnazionali dei grandi paesi sviluppati ai paesi in
via di sviluppo e ad alcuni paesi sviluppati, come la Spagna, che non intendevano
liquidare settori interi della loro economia basati sull'utilizzo gratuito
dei brevetti e dei copyrights depositati all'estero. In seguito a ciò,
gli Stati Uniti e la Comunità Economica Europea hanno per primi fatto
domanda congiunta per l'apertura di negoziati sui diritti di proprietà.
Parallelamente, alcuni raggruppamenti di società americane, giapponesi
ed europee hanno presentato insieme un progetto di accordo [35].
Hanno così ottenuto a loro vantaggio di imporre su scala mondiale
norme particolari di protezione della proprietà intellettuale.
L'Accordo Multilaterale sugli Investimenti è in fase di negoziato presso l'OCDE dal 1995. Come nota Wallach, "i 29 membri vogliono accordarsi prima di presentare ai paesi in via di sviluppo un trattato da prendere o lasciare"[36]: motivo per cui i negoziati sono al momento sospesi. L'obiettivo dell'Accordo Multilaterale sugli Investimenti è quello di estendere il programma di deregolamentazione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio ai pochi settori ancora vergini: la localizzazione e le condizioni dell'investimento diretto straniero nell'industria e nei servizi. Gli articoli 1 e 2 del paragrafo 1, il paragrafo 4 e l'articolo 1 del paragrafo 6 , titolo III del testo di negoziato [37] tornano a vietare a una delle parti contraenti di stabilire o mantenere un codice d'investimento o codice di buona condotta che i paesi in via di sviluppo hanno stabilito dall'inizio degli anni Settanta per impedire le pratiche abusive delle società multinazionali e ricavare, dall'impianto di filiali straniere, effetti di trascinamento nella loro economia locale. L'articolo D del titolo V dà alle società e agli investitori privati che hanno subito una perdita o un pregiudizio gli stessi diritti e lo stesso statuto dei governi nazionali per far applicare le clausole dell'Accordo Multilaterale sugli Investimenti. Essi potranno perseguire i governi in tribunale con l'arbitraggio della Camera di Commercio internazionale.
Gli strumenti di potere (PAS, OMC, AMI) impongono all'insieme dei paesi del mondo una deregolamentazione quasi totale, permettendo agli oligopoli mondiali di svolgere liberamente le loro attività laddove loro conviene maggiormente. Se gli Stati negoziano e mettono in opera accordi di questo tipo, è perché oggi " nel quadro di una procedura a livello internazionale, ogni Stato nazionale non è ritenuto rappresentare l'interesse generale, ma un interesse particolare. Sono le società, sostenute dal loro governo, che sono ormai ritenute le rappresentanti dell'interesse generale, quello del rispetto del 'nuovo ordine economico mondiale' e delle sue regole".[38]
Tuttavia gli strumenti di potere non sono ancora sufficienti per imporre questo "nuovo ordine economico mondiale", e l'oligopolio utilizza quindi anche alcuni meccanismi di sfruttamento: l'indebitamento, la regionalizzazione e la marginalizzazione.
L'indebitamento non è un meccanismo di sfruttamento nuovo, il suo utilizzo risale al XIX sec. L'indebitamento estero ha sempre favorito il dominio. Il controllo del servizio e l'ammortamento del debito estero era già un mezzo di pressione privilegiato sugli Stati debitori e porta con sé nel XIX come nel XX secolo la oro messa sotto tutela. Dalla crisi del debito nel 1982, si sono visti i finanziatori, organizzazioni internazionali e associazioni di creditori ingerirsi sempre più in tutte le decisioni degli Stati debitori. Oggi siamo molto lontani dall'ipotesi iniziale secondo la quale la tutela straniera potrebbe limitarsi a imporre il rispetto di alcuni grandi principi. Si è ormai a un livello di dettaglio tabto sorprendente che le istanze straniere intervengono nella gestione economica interna dei paesi in via di sviluppo [39]: le decisioni sui grandi equilibri macro-economici e sulla risistemazione micro-economica sono, fin nei più piccoli dettagli, negoziate con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale; la regolamentazione finanziaria è affidata a un insieme di clubs (Londra e Parigi) e di Ministeri del tesoro stranieri che esaminano altrettanto bene gli aspetti interni e le condizioni estere del funzionamento del credito; la lotta contro la povertà e la soddisfazione dei bisogni essenziali sono sempre più delegate a speciali organizzazioni in seno alla Banca Mondiale; le questioni di sicurezza alimentare sono stabilite nelle riunioni dei fornitori di aiuti; l'elaborazione di programmi di infrastrutture e di sviluppo agricolo sono ancora faccende che competono agli aiuti bilaterali o multilaterali quali il Fondo Europeo di Sviluppo; infine le Organizzazioni non governative sono diventate, nei paesi più poveri, abbastanza potenti da assicurare alcune funzioni dello Stato e da divenire i focolai di movimenti sociali che diffondono le ideologie (importate) emergenti nella società civile. Così, c'è un trasferimento di potere ad autorità che si vantano di non essere implicate nei conflitti locali e di non avere interessi economici diretti nelle opzioni che presentano.
Al meccanismo tradizionale dell'indebitamento, si sono aggiunti due meccanismi
nuovi: la regionalizzazione dell'economia mondiale da parte della triade
e la marginalizzazione dei paesi meno avanzati (PMA) nell'economia mondiale.
Il primo riguarda le economie emergenti il cui potenziale economico interessa
molto gli oligopoli mondiali. I paesi meno avanzati sono sottomessi al secondo,
che permette lo sfruttamento senza freno dei loro ambiente naturale.
La regionalizzazione dell'economia mondiale da parte della triade non è
solo un risultato politico di accordi fra Stati, ma è anche un fenomeno
economico o comunque mosso de facto dalle stesse forze microeconomiche della
mondializzazione.[40] Dall'inizio degli
anni Ottanta, lo spiegamento delle attività produttive e finanziarie
delle società transnazionali ha largamente interessato le economie
emergenti dell'America Latina (Messico, Brasile, Argentina...), dell'Asia
dell'Est e del Sud Est (Corea del Sud, Taiwan, Hongkong, Singapore...) e
del bacino del Mediterraneo (Turchia, Marocco, Tunisia...). Questa regionalizzazione
de facto può generare forze politiche che cercano di consolidare
o di radicare il processo creando degli accordi regionali de jure.
Associare economie emergenti ad accordi regionali che stabiliscono zone
di libero scambio come l'Associazione Del Libero Scambio Nord Americano
(ALENA), l'APEC, o lo statuto di paese associato all'Unione Europea, permette
di liberare da ogni ostacolo i flussi di capitali, beni e servizi fra le
economie emergenti e i tre poli dell'economia mondiale [Nord America, Europa,
Giappone]; in altre parole, di riservare alle società dei paesi dominanti
dei mercati dal forte potenziale di crescita, lo sfruttamento di una mano
d'opera a buon mercato e sufficientemente qualificata e di assicurare a
queste società una stabilità politica nei paesi "associati"
per le loro attività commerciali, produttive e finanziarie.
Il "rischio-paese" diminuisce da sé. Così, i principali
effetti economici della creazione di una zona di libero scambio non riguardano
gli scambi commerciali, ma gli investitori privati, poiché questo
accordo li rassicura sull'adesione irrevocabile alla logica di mercato e
sulla tenuta di politiche economiche ortodosse, in particolare nei paesi
emergenti. L'obiettivo è la mobilità del capitale e la riorganizzazione
delle zone di localizzazione della produzione. "I rapporti Nord-Sud
tendono così a reinserirsi in una organizzazione 'longitudinale'
come se ognuno dei tre Nord che costituiscono la parte industrializzata
del mondo cercasse di crearsi il suo hinterland"[41].
Se i governi dei paesi emergenti sperano, aderendo agli accordi regionali,
di dinamizzare la loro economia e aumentare i tassi di crescita, contemporaneamente
sottomettono le loro decisioni di politica economica e sociale agli imperativi
delle società transnazionali che si sono impiantate sul loro territorio
nazionale.
I paesi che si sono integrati negli scambi mondiali in epoca coloniale come
esportatori di materie prime, agricole o minerarie, sono stati particolarmente
colpiti del peggioramento fortissimo dei termini di scambio a partire dai
primi anni Ottanta. Tutto fa sì che questi paesi meno avanzati restino
prigionieri di specializzazioni rese fragilissime dall'evoluzione delle
conoscenze scientifiche e delle tecnologie accumulate dai paesi dominanti,
particolarmente in seno alle società transnazionali. In quanto paesi
all'epoca colonizzati, che hanno ereditato apparati statali creati dalle
potenze colonialiste, dotati di élites dirigenti formate alla scuola
del parassitismo e della corruzione, essi sono praticamente senza mezzi
di difesa di fronte a queste evoluzioni. Inoltre non attirano gli investimenti
diretti stranieri poiché la sostituzione dei prodotti di base con
materiali sintetici nella produzione delle società transnazionali
toglie loro interesse strategico. Pertanto, come nota Salama [42],
il dominio continua. Cambia forma e non riveste più lo stesso interesse.
I paesi meno avanzati marginalizzati nell'economia mondiale sono costretti
a rinunciare a qualsiasi progetto di sviluppo economico e sociale e sono
mantenuti in una estema povertà. Il dominio si traduce in numerosi
fenomeni concreti che interessano molto gli oligopoli mondiali: esportazioni
verso questi paesi di attività contaminanti e delle scorie prodotte
nei paesi dominanti. Oltre ad accettare sul suolo nazionale industrie contaminanti,
i paesi meno avanzati, sempre pressati dalla ricerca di fondi, corrono un
altro pericolo: quello di diventare dei "paesi-pattumiera". E'
stato scoperto un enorme traffico di rifiuti tossici, denunciato nel 1988
dall'Intesa Europea per lo Sviluppo: riguardava molte migliaia di tonnellate
all'anno. Deplorato da tutti, questo commercio di rifiuti è in linea
di principio oggi regolato da una convenzione internazionale. Ma sapendo
che lo stockaggio di rifiuti a cielo aperto costa tra i 2,5 e i 40 dollari
USA la tonnellata nei paesi meno avanzati - mentre il loro trattamento secondo
le norme imposte nei paesi dominanti costa tra i 75 e i 300 dollari USA
la tonnellata, si capisce quanto sia fragile il rispetto di questa convenzione
rispetto agli interessi finanziari in gioco. I paesi meno avanzati non hanno
più lo stesso interesse strategico per le società multinazionali,
non sono più luoghi di sfruttamento di materie prime non lavorate
ma diventano luoghi di sfruttamento dell'ambiente naturale.
Oggi, la realizzazione dell'ultra-imperialismo ha conseguenze gravissime
sulle condizioni di vita dei popoli sia nei paesi del Nord che in quelli
del Sud. "Ormai la paradossale sovranità dell'impresa si esprime
attraverso un patto sociale negativo"[43].
In nome della difesa degli interessi strategici delle nazioni su un fronte
mondiale esterno, le società transnazionali impongono con la forza
le loro esigenze interne, che tendono a distruggere tutte le conquiste sociali
ottenute in un secolo e mezzo. Contemporaneamente, la mobilità del
capitale permette alle società transnazionali di costringere gli
Stati ad uniformare le loro legislazioni sul lavoro e sulla protezione sociale
a quelle degli Stati che hanno leggi a loro più favorevoli e di impedire
a questi ultimi l'attuazione di dpolitiche miranti a meglio ripartire la
ricchezza nazionale, a migliorare i livelli di vita e la protezione sociale.
Così, in tutto il mondo si osserva un aggravarsi delle disuguaglianze
sociali e un aumento della povertà. Gli indicatori quantitativi e
qualitativi [44] possono essere moltiplicati
e mostrano che in tutto il mondo l'impoverimento aumenta e si approfondiscono
le disuguaglianze
Conclusione
Se l'imperialismo è stato la politica dispiegata dalle potenze
capitaliste dagli ultimi decenni dell'Ottocento, come reazione alla grande
depressione degli anni 1873-1895, fino agli anni Sessanta per cercare di
superare le crisi di sovrapproduzione, l'ultra-imperialismo sembra essere
la politica dispiegata dalle maggiori imprese a partire dagli ultimi decenni
del ventesimo secolo, come reazione alla grande depressione iniziata nel
1973.
Tuttavia l'imperialismo non ha mai rappresentato una soluzione per le crisi
di sovrapproduzione che le potenze capitaliste hanno conosciuto dalla fine
dell'Ottocento alla metà del Novecento. Per uscire da tale crisi
c'è voluta una trasformazione interna dei capitalismi nazionali e
l'accettazione di una regolazione macro-economica keynesiana. La grande
depressione che inizia nel 1973 è largamente caratterizzata da una
riduzione del reddito delle imprese dei capitalismi dominanti. Il processo
di mondializzazione e la formazione di oligopoli mondiali sono la risposta
a questa crisi mondiale e l'ultra-imperialismo messo in atto da questi oligopoli
non potrà essere una soluzione a lungo termine, data l'emarginazione
di una frangia considerevole di popoli del Nord e del Sud e la distruzione
dell'ambiente naturale prodotte con l'imposizione a livello mondiale di
un modo di produzione che distrugge e sperpera le risorse naturali.
E tuttavia, l'oligopolio mondiale è oggi ancora nell'infanzia, e
ha ancora bisogno di padri protettori, cioè gli Stati dominanti.
Quanto più si avvicinerà alla maturità, tanto più
diventerà autonomo e indipendente, tanto più potrà
imporre il suo ultra-imperialismo a tutte le società del mondo, qualunque
sia il loro livello di sviluppo, se non viene fatto nulla, a livello mondiale,
per limitarne il potere. Ma, in questa fine del ventesimo secolo, non c'è
una autorità a livello mondiale che abbia la legittimazione necessaria
per imporre regole e norme agli oligopoli mondiali in formazione. Non c'è
stato di diritto su scala mondiale e ciò lascia libero corso alla
tirannia del capitale.
(Trad. Milvia Naja)