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Dall'"operaio massa"
all'"imprenditorialità comune":
la sconcertante parabola dell'operaismo italiano

di Maria Turchetto
 


L'articolo rappresenta una versione ampliata della voce "operaismo" destinata al Dictionnaire Marx contemporain, a cura di J. Bidet e E. Kouvélakis, PUF, Paris, 2OO1

sintesi

L' autrice ripercorre la parabola dell'operaismo dall'esperienza dei Quaderni Rossi e degli anni '60 fino agli esiti attuali.
Viene sottolineata la pregnanza delle prime analisi - in particolare del contributo di Panzieri - e il loro legame con il ciclo di lotte che culminerà nell'autunno caldo del 1969: questo "operaismo" delle origini - in buona sostanza, l'elaborazione dei primi Quaderni Rossi - sembra avere le carte in regola per essere una buona teoria: una teoria che possiede una forte valenza critica, che produce strumenti analitici, che orienta la prassi.
Un punto importante dell'elaborazione - e decisivo, nel bene e nel male, per gli sviluppi successivi di questo filone di pensiero - viene individuato nel rapporto istituito tra fabbrica e società e nell'idea dell'estensione della prima alla seconda, idea in cui è possibile evidenziare una profonda differenza tra il punto di vista di Panzieri e quello di Tronti.
L'utrice segnala come momento di svolta gli anni successivi al 1973 e il contesto di repressione e ristrutturazione produttiva che chiude il ciclo di lotte operaie. In questo pesante clima la compagine operaista si divide lungo due linee principali che, da tentativi di risposta alla crisi, diventano vere e proprie vie di fuga: inizialmente, fuga verso altre realtà, diverse dalla fabbrica; alla lunga, fuga dalla stessa realtà, verso dimensioni sempre più utopiche e immaginarie.
La prima linea è quella imboccata da Tronti: l'"autonomia del politico" che conduce a rivalutare l'azione politica rispetto a quella rivendicativa e di riguadagnare il terreno dello Stato e delle istituzioni. Questa linea ebbe vita abbastanza breve, e servì soprattutto a traghettare una parte dei militanti e dei teorici operaisti sui lidi sicuri della politica parlamentare e dell'accademia ufficiale.
L'altra linea è quella imboccata da Negri, quella dell'"operaio sociale", nuova categoria destinata a soppiantare quella di "operaio massa". Più "vitale" in termini di movimento, si tratta di una via che conduce tuttavia all'accettazione acritica delle ideologie postindustriali degli anni '80: dalle utopie tecnologiche, all'idea della "fine del lavoro", a quella della "società materiale": l'operaismo naufraga in questa rincorsa di nuovi lessici e vecchie parole d'ordine, succube delle mode culturali e, attraverso queste, delle peggiori politiche neoliberiste.

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