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all'"imprenditorialità comune": la sconcertante parabola dell'operaismo italiano |
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sintesi
L' autrice ripercorre la parabola dell'operaismo dall'esperienza dei
Quaderni Rossi e degli anni '60 fino agli esiti attuali.
Viene sottolineata la pregnanza delle prime analisi - in particolare del
contributo di Panzieri - e il loro legame con il ciclo di lotte che culminerà
nell'autunno caldo del 1969: questo "operaismo" delle origini
- in buona sostanza, l'elaborazione dei primi Quaderni Rossi - sembra
avere le carte in regola per essere una buona teoria: una teoria
che possiede una forte valenza critica, che produce strumenti analitici,
che orienta la prassi.
Un punto importante dell'elaborazione - e decisivo, nel bene e nel male,
per gli sviluppi successivi di questo filone di pensiero - viene individuato
nel rapporto istituito tra fabbrica e società e nell'idea dell'estensione
della prima alla seconda, idea in cui è possibile evidenziare una
profonda differenza tra il punto di vista di Panzieri e quello di Tronti.
L'utrice segnala come momento di svolta gli anni successivi al 1973 e il
contesto di repressione e ristrutturazione produttiva che chiude il ciclo
di lotte operaie. In questo pesante clima la compagine operaista si divide
lungo due linee principali che, da tentativi di risposta alla crisi, diventano
vere e proprie vie di fuga: inizialmente, fuga verso altre realtà,
diverse dalla fabbrica; alla lunga, fuga dalla stessa realtà, verso
dimensioni sempre più utopiche e immaginarie.
La prima linea è quella imboccata da Tronti: l'"autonomia del
politico" che conduce a rivalutare l'azione politica rispetto
a quella rivendicativa e di riguadagnare il terreno dello Stato e delle
istituzioni. Questa linea ebbe vita abbastanza breve, e servì soprattutto
a traghettare una parte dei militanti e dei teorici operaisti sui lidi sicuri
della politica parlamentare e dell'accademia ufficiale.
L'altra linea è quella imboccata da Negri, quella dell'"operaio
sociale", nuova categoria destinata a soppiantare quella di "operaio
massa". Più "vitale" in termini di movimento, si tratta
di una via che conduce tuttavia all'accettazione acritica delle ideologie
postindustriali degli anni '80: dalle utopie tecnologiche, all'idea della
"fine del lavoro", a quella della "società materiale":
l'operaismo naufraga in questa rincorsa di nuovi lessici e vecchie parole
d'ordine, succube delle mode culturali e, attraverso queste, delle peggiori
politiche neoliberiste.