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Strategia di dominio sovrastatuale dell'imperialismo transnazionale |
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Lo stato come individuo
singolo è esclusivo verso altri individui siffatti.
Nel comportarsi vicendevole di costoro ha luogo l'arbitrio e l'accidentalità,
perché a causa della loro totalità autonomistica l'universalità
del diritto
deve bensì essere tra loro, ma non è reale.
Questa indipendenza fa della lotta tra essi un rapporto di forza,
una condizione di guerra: onde il ceto generale assume a suo scopo
particolare
la conservazione dell'autonomia dello stato di fronte agli altri,
come ceto del valore militare.
(G.W.F. Hegel, Enciclopedia, 545)
Il capitale e lo stato
La nuova fase transnazionale dell'imperialismo rende sempre più
subalterni e inadeguati nella vecchia forma gli assetti istituzionali degli
stati nazionali. C'è dunque, all'interno della contraddizione degli
anni '70-80, l'esigenza espressa da tutte le manifestazioni dell'imperialismo
contemporaneo di adeguamento della forma stato, rispetto alla figura
dello stato nazionale sovrano ereditata dall'epoca liberalborghese (e con
essa anche della corrispettiva determinazione storica di nazionalità).
Gli stati nazionali - in quanto tali, attraverso il loro stesso processo
di formazione - rispondevano proprio a un medesimo modello storico di autonomia
e indipendenza formale, la cui negazione dialettica già trovava (e
trova ancora oggi) espressione solo in una prestabilita gerarchia di rapporti
di subordinazione politica economica: tale è l'imperialismo della
fase classica a base nazionale. Questa, dunque, si può vedere come
fase della sottomissione formale di una configurazione storica pratica
vecchia alle esigenze, continuamente rinnovantesi ed espansionistiche, rappresentate
dallo sviluppo sovranazionale del nuovo imperialismo: questo tende così
a superare tali vecchie forme.
Ma tale superamento - proprio per rendere reale la sottomissione
tra stati e nazioni nella mutata gerarchia conforme al nuovo ordine imperialistico
- è un superamento dialettico e appare in duplice forma. Esso deve
essere sancito anche nell'ordinamento reale delle istituzioni, uscendo dal
guscio delle vecchie forme e creandone di nuove: deve emergere, cioè,
la separazione contraddittoria e potenzialmente antagonistica tra una forma-stato
di tipo dominante e un'altra (o altre) di tipo dominato, entrambe
dialetticamente idonee a riprodurre il rapporto di dominio stabilito.
Non uno, dunque, ma due modelli di stato per la nuova borghesia finanziaria
transnazionale. E se nella prima forma, quella dominante, la tendenza è
all'aggregazione sovranazionale di figure e funzioni prima distinte, al
fine di organizzare meglio l'apparato di supporto delle forze "interne"
(economiche, politiche e militari); nella seconda forma, quella dominata,
la tendenza è alla disgregazione delle vecchie formazioni nazionali,
verso un ritorno in chiave moderna e subalterna alle autonomie subnazionali
e regionali, territoriali ed etniche o religiose. La conseguenza di ciò
è l'ulteriore lacerazione sociale interna e il dissolvimento di quei
vecchi stati nazionali, a favore di un più facile controllo da parte
dei superstati a base imperialistica transnazionale.
Dalla trasformazione delle classi e della loro lotta si possono comprendere
le mutate funzioni e le contraddizioni dello stato nazionale moderno.
Infatti, il carattere transnazionale di classe del capitale finanziario
moderno si contrappone, dominandolo, al carattere di nazione dello
stato: e ciò è evidente fino nella fenomenicità dei
conti degli stati, dove i bilanci pubblici di nazioni in cui hanno sede
e attività floridissime società multinazionali e transnazionali,
si presentano spesso deficitari (a parte i casi dei tantissimi paesi dominati,
l'esempio di disavanzo più clamoroso e noto è quello degli
Usa; ma anche il caso italiano non è insignificante).
In codesta dominanza della classe transnazionale sulla nazionalità
statuale, che solo oggi le è diventata subordinata in rango,
si inserisce un cuneo capace di spaccare il nucleo delle contraddizioni
presenti nelle funzioni statuali moderne. Un cuneo costituito dai "vincoli"
che lo sviluppo monopolistico e finanziario del capitale si crea da se stesso,
autonegandosi: così, le contraddizioni economiche e istituzionali
peculiari della forma stato contemporanea si continuano a distinguere da
quelle che permangono specificamente capitalistiche, analizzando i confini
tra produzione immediata e circolazione del valore, tra produzione in generale
e organizzazione istituzionale. Si possono allora svelare false apparenze
e, senza di esse, ricercare la nuova collocazione operaia e proletaria in
genere verso codesta forma mutata dello stato borghese.
Osservando bene il quadro internazionale che gli anni settanta hanno lasciato
in eredità al decennio successivo, si può presumere allora
che le potenze imperialistiche (quelle delle quattro aree, tre dominanti
- americana, europea, giapponese - in conflitto con quella debole e subalterna
russa), spingano decisamente verso la disgregazione dei vecchi stati
nazionali che ancora esistono incertamente nelle zone oggetto delle
reciproche contese interimperialistiche. Attraverso una fitta rete bellica
di scontri mascherati - ma non troppo - le superpotenze fingono di assistere
preoccupate alla cieca dissoluzione politica e sociale di quelle regioni
mondiali, oscuro oggetto del loro desiderio. Fingono: perché - al
di là di un reciproco riconoscimento della finzione - il cinico obiettivo
preliminare è giungere a quel risultato di dissolvimento istituzionale,
attraverso l'azione diretta dei loro rappresentanti politici militari, privi
di scrupoli, protetti dai servizi segreti dei diversi imperialismi, e sostenuti
dalle "normali relazioni economiche".
Una volta compiuta tale dissoluzione e parzialmente colpita anche la potenzialità
produttiva di codeste regioni (in tempi di sovraproduzione, la distruzione
di capitale non è mai troppa!), si spinge il ciclone delle contraddizioni
interimperialistiche a attraversare, a turno, altre regioni. Così
è enormemente più facile per qualunque area imperialistica,
tra quelle principali, trarre ognuna sicuri vantaggi economici e politici
dalla situazione creatasi. In primo luogo, è più agevole sottomettere,
con una rinnovata spartizione del mondo tra i potenti, i residui simulacri
di stati nazionali a forma dominata; in secondo luogo, simultaneamente,
risulta più semplice fare accettare il "difficile momento economico
internazionale" al proletariato e alle popolazioni delle stesse aree
dominanti.
Ma la possibilità di questo processo di polarizzazione imperialistica
e statuale può verificarsi solo a due condizioni: l'una, che
le contraddizioni latenti ma sempre più gravide di tensione tra gli
imperialismi opposti non giungano al punto di saturazione, innanzitutto
come saturazione materiale dei mercati con la mancata valorizzazione dei
capitali anticipati e con il protrarsi della sovraproduzione; l'altra, che
la dissoluzione indotta nelle regioni dominate non si trasformi in un'esplosione
di reale e possibile loro autonomizzazione, ovvero in una troppo forte tendenza
a marcati spostamenti nell'appartenenza alle diverse zone imperialistiche.
Tali fenomeni sono infatti entrambi capaci di indurre gli imperialismi contrapposti
e i loro stati nazionali dominanti a uscire allo scoperto in uno scontro
violento.
Il piano Kissinger 1974-75
Codesta strategia, di cui il "piano Kissinger" (1974-75) ha anticipato gli elementi specifici, presenta alcune novità di insieme che vanno sottolineate con cura, e che si innestano sulla tradizionale fusione imperialistica nazionale delle due forme (monetaria e produttiva) di capitale. Esse sono appunto:
a) l'estensione internazionale della fusione, tale da presentare cointeressenze diffuse su diverse realtà nazionali e sottomissione simultanea di proletariati nazionali frazionati;
b) la strutturazione verticale della fusione stessa, che consente il sempre maggiore decentramento e frazionamento dei rischi (in passato limitato alle operazioni di borsa), e la capacità di controllo di interi lunghissimi cicli di produzione e circolazione del valore;
c) il recupero della gestione diretta delle produzioni materiali fondamentali, reso possibile per non privare il predominio finanziario e monetario delle necessarie condizioni materiali di base (il deperimento e fallimento storico dei vecchi imperialismi nazionali inglese, francese e olandese, sono serviti da parziale insegnamento per il capitale moderno);
d) la creazione di enormi centri di potere transnazionali, a carattere economico politico e dimensione appunto sovranazionale e multinazionale, anche se essi stessi caratterizzati da una dominanza geograficamente definita;
e) la ridefinizione subalterna di tutte le funzioni nazionali, come conseguenza dell'interiorizzazione del livello transnazionale in tutto ciò che è espressione nazionale, a cominciare dalle classi sociali in sé date, per finire agli stati, in quanto espressione derubricata a rango dominato dalla multisovranazionalità del capitale finanziario contemporaneo.
Una ragionevole analisi scientifica di tale realtà aiuta a diradare
la nebulosità che sembra avvolgere l'intera questione. La caratteristica
forse dominante del moderno imperialismo transnazionale sta appunto
nella forma che il capitale tende ad assumere, come esito della crisi
a livello mondiale, con l'apporto attivo di stati nazionali
inseriti in una nuova organizzazione della catena imperialistica
stessa. <Il margine d'azione degli stati nei confronti delle multinazionali
è quindi molto ridotto. Gli stati potrebbero pur sempre imporre una
tassa speciale sugli utili delle multinazionali. Ma quale stato che voglia
veder rappresentati i suoi interessi nazionali dalle multinazionali operanti
entro i suoi confini oserebbe prendere una simile iniziativa?> - si leggeva
in una rassegna stampa della fine degli anni settanta.
<Quali sono le relazioni di questi stati con l'"internazionalizzazione
del capitale" e le "multinazionali"? L'attuale internazionalizzazione
del capitale non sopprime e non limita gli stati nazionali, né nel
senso di una integrazione pacifica dei capitali "sopra" gli stati
- ogni processo di internazionalizzazione si compie sotto il dominio del
capitale di un determinato paese - né nel senso della loro estinzione
sotto il superstato americano, come se il capitale americano digerisse puramente
e semplicemente le altre borghesie imperialistiche. Ma questa internazionalizzazione,
d'altro canto, colpisce profondamente la politica e le forme istituzionali
di questi stati con la loro inclusione in un sistema di interconnessioni
che non si limita in alcun modo a un gioco di pressioni "esterne"
e "reciproche" tra stati e capitali giustapposti. Questi stati
prendono essi stessi in carico gli interessi del capitale imperialistico
dominante nel suo ampliato sviluppo nel seno stesso della formazione
"nazionale", cioè nella sua complessa interiorizzazione
nella borghesia che esso domina. Lo stato nazionale interviene, così,
nel suo ruolo di organizzatore dell'egemonia, in un campo "interno"
già attraversato dalle "contraddizioni interimperialistiche"
e in cui le contraddizioni tra le frazioni dominanti in seno alla sua formazione
sociale sono già internazionalizzate> [cfr. N. Poulantzas,
L'internazionalizzazione dei rapporti capitalistici e lo stato nazionale,
in Ferrari Bravo (cur.), Imperialismo e classe operaia multinazionale,
Feltrinelli, Milano 1975].
L'intero processo di internazionalizzazione che coinvolge capitale e stati
è finalizzato alla costruzione di una linea, seppure momentanea,
di maggiore resistenza contro lo sfaldamento e il declino delle primitive
forme di imperialismo nazionale della fine del secolo scorso, la cui "putrescenza"
ha richiamato appunto interventi statali in momenti economici che fino ad
allora la privatezza individuale dei capitali nazionali aveva riservato
per sé. Questa linea consiste nell'integrazione internazionale
strutturata verticalmente (cioè, non per singoli settori o sfere
di intervento) tra capitale monetario e capitale produttivo, in un quadro
di rapido spostamento di rilevanti momenti della produzione immediata verso
paesi dominati dall'imperialismo (che riserva sempre più per il centro
le attività di gestione finanziaria). In tal modo, una nuova borghesia
in formazione - che si presenta in sé come classe internazionalizzata,
con strutturazione verticale analoga al capitale che essa personifica -
si può garantire un crescente comando sulla forza-lavoro, meno costosa,
delle regioni dominate, e una specializzazione efficientista della necessariamente
ridotta forza-lavoro centrale.
Una simile linea strategica - di cui è articolazione ultima la nuova
divisione internazionale del lavoro - sviluppata sulla specifica mancanza
di nazionalità del capitale finanziario autonomizzatosi, punta
a fare dell'oligarchia finanziaria mondiale una nuova classe per sé,
costituita in tendenziale contraddizione sia con le vecchie classi e
strati sociali ancora vincolati a una situazione nazionale in dissolvimento
(molti elementi delle borghesie nazionali obsolete, e pressoché tutti
i proletariati nazionali e le altre classi subalterne), sia con gli stati
nazionali. Ma mentre con le vecchie classi nazionali dominate la contraddizione
è antagonistica e di lotta, con le frazioni dominanti delle vecchie
classi e con gli organi statuali nazionali essa è tutta interna e
di subordinazione e mediazione rivolta verso tali frazioni e organi.
Ancora oggi non è corposamente tangibile la forma rappresentativa
che assume questa nuova classe dominante internazionale: ma un'idea può
essere data con più che buona approssimazione da certe istituzioni
sovranazionali a carattere pubblico (sia quelle fisse, ossia gli organismi
ufficiali sovrastatuali, o le banche internazionali costituite dalle diverse
banche centrali, o come varie commissioni economico-politico-militari delle
grandi istituzioni internazionali; sia quelle occasionali, come le numerose
e ripetute conferenze che riuniscono i potenti della terra per temi e periodi
definiti dalle necessità della fase), e da certe associazioni private,
circoli esclusivi e lobbies aventi quasi carattere di sètta,
recanti denominazioni esoteriche e spesso misteriose, ripetutamente ricordate
dalla stampa pur con scarso successo nello svelarne il carattere reale (come
nel caso della Trilateral).
Le contraddizioni interimperialistiche
Attraverso questo processo di mutamento di forma delle contraddizioni
imperialistiche transnazionali viene alla superficie appunto la lotta tra
i monopoli finanziari, e per essi lo scontro - anche militare - tra i paesi
o i gruppi di paesi che li sostengono. É da questa premessa che discendono
gli equilibri e le contraddizioni tra i principali paesi, aree e relative
zone del mondo imperialistico contemporaneo (con localizzazione nella fascia
temperata dell'emisfero boreale), in lotta tra loro per spostare le delimitazioni
delle rispettive zone di influenza e per spartirsi il controllo delle regioni
tropicali e dell'emisfero australe.
In altri termini, pur essendo il problema di fondo sempre quello caratteristico
del capitalismo - la ricerca da parte del capitale di lavoratori da sfruttare
a fini di profitto - esso si manifesta attraverso contrasti tra paesi, e
tra questi e le nazionalità regionali, proprio a causa dell'autonomizzazione
internazionale del capitale monopolistico finanziario. Questi contrasti
transnazionali possono essere così rilevanti, in quei determinati
periodi storici in cui le guerre imperialistiche, almeno economiche se non
militari, diventano strumenti di soluzione della crisi, da far prevalere
la contraddizione nella forma dell'antagonismo tra paesi imperialisti: la
conseguenza di ciò è il momentaneo offuscamento della lotta
di classe all'interno di ciascun paese nel nome della "nazione"
e della "patria", se non addirittura della "fede", riscoperte
a loro esclusivo vantaggio dalle frazioni delle borghesie nazionali il cui
ruolo predominante è in pericolo. Il problema nazionale, subnazionale
e regionale - e quindi quello della lotta per l'indipendenza e l'autodeterminazione
- sussiste invece con ben altro significato per i paesi dominati.
Ma si sa quali siano gli interessi "vitali" e le forze, economiche,
politiche e militari, dei principali paesi imperialisti. Così - nel
mercato mondiale, attraverso forme sempre più sviluppate e
controllate di divisione internazionale del lavoro - si è
andato costruendo e affermando il cosiddetto "nuovo ordine economico
internazionale" che ha disegnato per gli anni ottanta e novanta
la nuova spartizione e subordinazione economica, desiderata per tutti i
paesi del mondo dall'imperialismo a egemonia americana, sotto l'etichetta
neocorporativa di "nuova cooperazione mondiale"
(come sancito dal "piano Kissinger").
Infatti, alla fine della fase critica acuta 1968-75, l'imperialismo a livello
mondiale aveva ristabilito le condizioni per cui si presentava nel suo complesso
alla controffensiva, verso i paesi oppressi e verso il proletariato mondiale.
Tutti gli imperialismi devono essere considerati alla stessa stregua,
in un quadro di riferimento omogeneo, per quanto diversa possa essere la
loro situazione contingente particolare e la loro origine storica. Altrimenti,
la questione stessa dovrebbe essere posta in forma diversa, e non si potrebbe
neppure più parlare di una pluralità di "imperialismi".
Dunque, ancora nel 1975, si apriva una nuova fase del dominio imperialistico
in cui apparivano quattro imperialismi principali, tra loro profondamente
differenti, ma legati da interessi comuni, anche se dialetticamente negati
da violenti antagonismi: si trattava, ovviamente, di Usa, Germania, Giappone
e Urss - con le rispettive aree di esistenza immediata (Nordamerica, Europa
occidentale, Asia orientale e Europa orientale, che si estendevano a più
larghe zone di influenza). I tratti peculiari ne facevano realtà
sociali, politiche e economiche differenziate, pur entro lo stesso quadro
di riferimento imperialistico. A quel momento, la spartizione del mondo
tra quei quattro imperialismi non aveva subìto grandi rivolgimenti,
dall'ultima guerra mondiale: né poteva subirli in forma pacifica.
Aggiustamenti secondari, causa ogni giorno di nuovi focolai regionali di
guerra e di scontro indiretto tra gli imperialismi dominanti, hanno sempre
riguardato sopratutto le zone dominate. In questo quadro, le lotte di "liberazione
nazionale" (subnazionale o regionale), che si sovrappongono a questo
processo, vanno esaminate specificamente in relazione ai rapporti di forza
tra i grandi imperialismi.
Tra gli imperialismi principali - una volta posti sulla stessa base di confronto
- non vi è dubbio che, anche dopo la gestione della crisi di capitale
della fase '68-75, il più forte e pericoloso di tutti rimanga l'imperialismo
Usa. Ma se l'imperialismo è in fase di declino storico, esso
è in crisi complessivamente su scala mondiale come particolare
sistema di dominio sociale di classe. E non può, allora, esservi
piena floridezza per un paese imperialista se vi sono troppo gravi difficoltà
per un altro, al di fuori di uno scontro bellico. Vi può solo essere
maggiore capacità di qualche imperialismo in ascesa ad affrontare
la crisi meglio degli imperialismi che presentano maggiori segni di putrescenza
(nella prima metà del secolo è stato esemplare il confronto
tra ascesa dell'imperialismo americano e tramonto di quello inglese). D'altronde,
la stessa presa di potere dell'imperialismo Usa, tra le due guerre mondiali,
segna con precisione il passaggio dalla forma nazionale alla forma
multinazionale prima e transnazionale poi dello stesso sistema
imperialistico.
Tutto ciò serve a indicare quanto l'instabilità della fase
storica '68-75 sia passata in eredità alla fase successiva, come
fonte di preoccupazione per l'imperialismo americano colpito duramente.
Nel quadro della controffensiva coordinata dall'imperialismo Usa è
agevole e doveroso collocare il ruolo specifico degli altri imperialismi
forti del periodo: Germania e Giappone nell'area Ocse, rispetto all'Urss
nell'area Comecon. Occorre tener presente, in questo esame, le differenze
che derivano dall'esplodere di antagonismi e contraddizioni entro
una stessa area, rispetto allo svilupparsi di conseguenze, sicuramente più
gravi e profonde, dovute ad antagonismi e contraddizioni tra aree
diverse e per molti versi opposte.
Al di là di contraddizioni per ora secondarie in fasi particolari,
ancora oggi gli imperialismi tedesco e giapponese seguono inevitabilmente
la scia e le sorti dell'imperialismo americano. Non è un caso, quindi
- a parte le cointeressenza che tutti i paesi imperialisti hanno pro
quota nello sfruttamento dei paesi dominati - che inizialmente a Germania
e Giappone l'imperialismo transnazionale abbia affidato il compito prevalente
e circoscritto di sua rappresentanza, rispettivamente, in Europa e Asia.
Ciò che già emergeva a metà anni settanta, e in linea
di tendenza, è il carattere più giovane e quindi ascendente
di questi due imperialismi rispetto a quello americano. Soprattutto è
quello tedesco europeo che per ora sembra mostrare maggiore autonomizzazione,
per la sua minore dipendenza, rispetto a quello giapponese asiatico, da
merci fondamentali, fonti di energia e materie prime. In questo panorama
generale, è molto significativa la maggiore capacità tedesca
di articolazione e attuazione del piano di ristrutturazione mondiale: la
Germania si trova in una posizione dominante in un'area di rilievo quale
quella dell'imperialismo europeo, anche in considerazione dei rapporti di
questo con la zona russa fino alla regione balcanica, con l'Africa e con
il Medioriente, in una spartizione del mondo che tende a distinguere longitudinalmente
i blocchi continentali.