Imperialismo e internazionalismo nell'epoca della "globalizzazione"
a cura di Walter Peruzzi e Andrea Ferrario
PRESENTAZIONE
1. Lo spazio del capitalismo
Da alcuni anni si è sviluppato, fino a diventare di moda e ad assumere
contorni sempre più imprecisi, un dibattito su mondializzazione e/o
globalizzazione che ha come oggetto l'espansione-trasformazione del sistema
capitalista in quanto "sistema mondiale", l'espansione dello "spazio"
entro cui si esercita il dominio del capitale e il "modo" nuovo
con cui tale spazio viene riorganizzato e sottoposto al suo dominio.
Con questa formulazione grossolana, cioè ponendo l'attenzione sullo
spazio occupato dal sistema capitalista e su come lo occupa, si vorrebbe
circoscrivere il "lato" del discorso che qui interessa mettere
a fuoco, distinguendolo da altri (ad es. le trasformazioni dei processi
lavorativi o la "pervasività" del capitalismo in ogni punto
di tale spazio). Anche se nel concreto i vari lati sono interconnessi e
si richiamano fra loro, sicché per un verso sarà inevitabile
riferirsi ai lati "esclusi" e per altro verso le distinte analisi
dovrebbero concorrere e combinarsi nel darci un quadro di quel che il capitalismo
è oggi.
2. Mondializzazione e frammentazione
Un versante del discorso riguarda l'espansione del capitalismo come economia
o sistema mondo (la sua mondializzazione), con il venir meno di zone
franche o di modi precapitalistici e infine la penetrazione in aree parzialmente
sottratte alle "leggi del mercato" come i paesi del socialismo
reale. Si tratta di un'evoluzione che dura da lungo tempo e andrebbe rivisitata
storicamente in vista di cogliere le "tappe" fondamentali, dalla
ristrutturazione di questo spazio in centro-periferia, al superamento di
queste stesse scansioni e alla accelerazione impressa con la caduta del
muro.
Questa mondializzazione e questo universalizzarsi del mercato presenta aspetti
di novità rispetto a fasi precedenti del capitalismo anche perché
si accompagna (per la concomitanza, che andrà analizzata, fra crisi
dell'economia capitalista e venir meno di freni, resistenze dei movimentie
cc.) al deperire dello stato sociale e al ritorno al "liberismo delle
origini", nonché alle nuove possibilità di integrazione
su scala mondiale delle trasnazionali (fusioni, concentrazioni ecc.) e al
peso crescente di queste società o di organismi internazionali come
FMI e BM che dettano le loro ricette (SAP) dall'Italia all'Uganda.
Alla mondializzazione corrispondono processi di frammentazione: entità
statuali che crollano e si sfasciano per la crisi economica, reazioni di
autodifesa che sfociano nel localismo, in conflitti etnici, separatismi
e regionalismi o nel recupero di identità con elementi regressivi
ecc. Si modificano le condizioni materiali e culturali della lotta di classe,
gli stessi soggetti politici e sociali, con la necessità di ridefinire
le strategie - come diremo dopo.
3. Globalizzazione e "fine" degli Stati
Per globalizzazione si intende però qualcosa d'altro e di più,
cioè il fatto che a questa mondializzazione corrisponderebbe l'emancipazione
dell'economia dalla politica, la gestione diretta del potere da parte di
multinazionali o di un governo mondiale costituito da FMI e BM, col conseguente
deperimento e, in prospettiva, la "fine" dello stato-nazione.
Viceversa, a nostro parere, lo Stato continua ad avere un ruolo portante
in questo processo di mondializzazione. Condividiamo quanto scrive Salucci
in un articolo su "G&P": "Se infatti è vero che
per molte merci è difficile indicare la nazione di appartenenza,
non è così per i capitali, indubbiamente nazionali nella stragrande
maggioranza dei casi. Se è vero che il potere esercitato dal FMI
e dagli altri organismi internazionali è senza paragoni storici,
e con risultati catastrofici per l'umanità, è anche vero che
non si tratta di un "governo capitalista mondiale", ma semmai
del frutto di molteplici scontri a livello internazionale tra grandi gruppi
oligopolisti e stati nazionali, e dell'incrocio tra i primi e i secondi.
Se è vero che i poteri degli stati sono diminuiti, sino ad azzerarsi
nel mercato dei capitali, è anche vero che per altri versi la 'intraprendenza'
statale si è incrementata, con la strutturazione politica e talvolta
militare di aree di influenza a livello mondiale (i tre poli con al centro
USA, Europa occidentale e Giappone) e con processi di 'ricolonizzazione'
del Terzo Mondo." Da questo scontro per il controllo delle aree di
influenza, ci pare di poter aggiungere, derivano anche molti conflitti etnici,
locali ecc. indotti appunto dalla lotta per l'egemonia mondiale fra le diverse
potenze.
Come ipotesi di lavoro si può dunque assumere che si stia andando
verso una ristrutturazione del sistema degli Stati e dei rapporti
di potere fra di loro, a partire da una situazione che vede ancora l'egemonia
mondiale degli Stati Uniti mentre si consolidano economicamente potenziali
rivali ancora militarmente deboli (come l'Europa e il Giappone) ma cercano
di ri-emergere o emergono specie in Asia altre potenze (Russia, Iran, ASEAN,
la superpotenza cinese). Andrebbero quindi sottoposte a critica la teoria
della "fine" degli Stati e la categoria di "globalizzazione"
riprendendo invece quelle di imperialismo e di contraddizioni interimperialistiche,
anche se esse vanno ridefinite così come si dovrebbero fare e fondare
previsioni sullo sviluppo di tali contraddizioni.
4. Le nuove forme della politica e dell'internazionalismo
Altrettanto arretrata è la riflessione su quali dovrebbero essere
le nuove forme dell'agire politico, su scala nazionale e internazionale,
per interferire nelle contraddizioni in questa fase del capitalismo "mondializzato"
nella quale non solo sono venuti meno stati e campi "socialisti"
ma vanno mutando i "soggetti" sociali antagonisti. Alla teoria
della "globalizzazione" che azzera gli stati corrisponde su questo
versante del discorso l'azzeramento delle differenze fra i vari soggetti
sociali sfruttati o oppressi: specie nella "vulgata" dello zapatismo
si tende a indicare operai, contadini, popoli del terzo mondo, donne, esclusi,
emarginati, drogati, terzo settore come un insieme indifferenziato di "soggetti
alternativi". Va sottoposta a critica questa impostazione riuscendo
tuttavia a individuare quali elementi di novità ci sono rispetto
al periodo della "centralità" dell'operaio di fabbrica
(occidentale bianco).
In rapporto ai soggetti e al contesto mondiale in cui operano vanno ripensate
anche le forme della politica, cioè la forma partito, i movimenti
e il loro rapporto sul piano sovranazionale e internazionale. La riflessione
su questo punto dovrà anche fondarsi sia su un'analisi delle esperienze
passate e in atto di partiti tradizionali (parlamentarismo, ceto politico
ecc.), sia su una ricognizione delle esperienze di tipo nuovo.