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Brevi osservazioni teoriche |
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Se sia la classe o la moltitudine il "soggetto rivoluzionario"
del presente e del futuro è discussione molto spesso oziosa e mal
impostata, soprattutto perché i sostenitori dell'una o dell'altra
tesi commettono sovente il medesimo errore: quello di dedurre arbitrariamente
da una descrizione sociologica un comportamento politico [1].
Secondo i teorici che si richiamano alla classe operaia, la centralità
politica di tale classe è conseguenza della centralità dei
meccanismi di estorsione del plusvalore nell'ambito della società
dominata dal modo di produzione capitalistico. Poiché la classe dei
lavoratori espropriati è necessariamente sfruttata, necessariamente
essa produce o produrrà un conflitto antagonista nel cuore stesso
del sistema, e sarà quindi indotta a darsi forme politiche ed organizzative
capaci di porre (e risolvere) il problema del superamento del capitalismo.
Secondo i teorici della moltitudine quest'ultima è soggetto antagonista
in virtù della propria consistenza sociale. Essa è infatti
la cooperazione sociale in atto, è un insieme di soggetti
eterogenei che cooperano senza far ricorso alla mediazione del capitale
e dello Stato, che costituiscono immediatamente un nesso sociale autonomo
ed autosufficiente, e che proprio per questo possono funzionare come soggetto
politico che esprime il proprio progetto nella propria immediata esistenza.
Ed il progetto non è quello della costruzione di una nuova società
(giacché essa già esiste nella cooperazione), quanto quello
dell'esodo di questa nuova società già costituita:
l'esodo rispetto ai codici del capitale e dello Stato.
In entrambi i casi, lo ripeto, un comportamento politico è desunto
da una condizione sociale. Per essere pi precisi: le stesse categorie che
vengono usate per descrivere i soggetti della produzione vengono
usate per descrivere il soggetto della rivoluzione; ed anche se si
pensa che la classe e la moltitudine devono darsi una qualche forma politica
d'esistenza, questa forma politica, partito o rete che sia, è sempre
vista come espressione diretta dei soggetti della produzione, è l'
"altro nome" di questi soggetti. Si deve notare, per inciso, che
questa posizione non conduce solo allo spontaneismo o al movimentismo. Dall'idea
della centralità della classe si può infatti anche desumere
l'idea di una centralità del partito, partito che trova proprio nella
presunzione di essere "espressione" della classe "centrale"
la propria legittimazione e la illusoria garanzia della sostanziale giustezza
del proprio operato [2].
L'idea che un soggetto sociale possa essere in quanto tale soggetto
rivoluzionario trova alimento nella credenza secondo la quale nella produzione
si svolge una dialettica positiva che conduce il capitalismo, ad un certo
punto, a trasformarsi in qualcos'altro. La socializzazione delle forze produttive
generata dal capitale sarebbe cioè la base del comunismo: il soggetto
rivoluzionario sarebbe l'espressione di questa socializzazione, espressione
di qualcosa che già esiste, anche se poi per alcuni questo
qualcosa di già esistente deve essere enucleato a fatica dall'insieme
dei rapporti sociali dominanti mentre per altri deve essere lasciato vivere
liberamente nella sua piena potenza attuale.
Penso che questo insieme di convinzioni sia del tutto erroneo.
Come ci ricorda E. P. Thompson nella sua magistrale storia della formazione
della classe operaia inglese, la classe operaia stessa (termine col quale
egli intende designare un soggetto collettivo capace di pensarsi come entità
distinta da altre classi ed opposta ad esse) non è né l'espressione
di un dato sociologico né l'effetto di un progetto politico più
o meno consapevole. Essa è piuttosto un'evento, il frutto
dell'incontro casuale fra eterogenei processi economici, antropologici,
culturali e politici: processi che in alcuni momenti si saldano facendo
sì che una congerie di soggetti spesso radicalmente diversi gli uni
dagli altri costruisca una galassia di interessi e valori convergenti [3]. Non v'è alcuna necessità
che spinga i lavoratori subalterni a definirsi come entità antagonista.
Vi è certamente la necessità di una costante ripetizione del
conflitto, dalla quale è probabile che scaturisca la formazione
di una soggettività autonoma, ma l'effettiva realizzazione di questa
necessità è legata all'incontro originale ed imprevedibile
tra i suddetti processi eterogenei, nonché al lavoro lato sensu
politico che stabilizza le condizioni dell'incontro facendo sì che
esso si riproduca con una certa regolarità.
Insomma: a qualunque esito essa conduca, l'analisi della produzione non
esaurisce affatto in sé l'analisi della rivolta e della rivoluzione.
Come scriveva molti anni fa Raniero Panzieri: dall'analisi del "livello
del capitale" non si può dedurre l'analisi del "livello
della classe operaia" [4].
La ricerca teorico-empirica sul capitalismo, a mio avviso, puÚ dirci:
a) quali sono le contraddizioni fondamentali e quindi quali sono i luoghi
nei quali probabilmente si addenseranno le condizioni della formazione di
un soggetto rivoluzionario e b) cosa dovrebbe fare un soggetto collettivo
per definirsi soggetto rivoluzionario. Nulla può dirci delle concrete
forme storiche che assume il soggetto e la sua eventuale pratica rivoluzionaria,
nulla può dirci del tempo e del luogo in cui questo evento si realizzerà.
L'individuazione di queste forme è dunque compito della ricognizione
concreta della realtà effettuale del conflitto: della descrizione
analitica, puntuale, discreta di pratiche effettive che possono davvero
essere comprese solo se non si tenta di ricondurle forzatamente nei limiti
di un modello dedotto dall'analisi teorica.
Consideriamo la cosa da un altro punto di vista.
La critica dell'economia politica ci porta a dire che la società
capitalistica è irrevocabilmente segnata dal prevalere del conflitto
sulla cooperazione, sia all'interno delle singole unità produttive
che nel rapporto tra le unità produttive stesse. D'altra parte detta
società è anche quella che sviluppa al massimo grado l'interdipendenza
dei diversi lavoratori e dei diversi processi lavorativi: la cooperazione
è dunque razionalmente necessaria, anche se ciò non significa
che essa sia già effettivamente operante (come credono i teorici
della moltitudine, ma anche molti teorici della classe), e deve piuttosto
essere realizzata grazie ad un nuovo (e mai concluso) lavoro di mediazione
sociale che non faccia principalmente ricorso né alla gerarchia né
al denaro.
Il soggetto rivoluzionario, quindi, è quella coalizione di gruppi,
movimenti ed istituzioni che, in parte per interna tendenza e in parte per
costrizione esterna, riesce a progettare e tendenzialmente ad attuare nuove
relazioni cooperative nelle imprese e tra le imprese, e riesce ad inventare
la forma di potere politico storicamente pi adeguata a questo compito.
Come si vede, questa è una definizione formale e non sostanziale
del soggetto rivoluzionario, perché dice solo che cosa deve fare
questo soggetto e non quale particolare gruppo sociale possa farlo. L'individuazione
concreta del soggetto dipende - come già detto - dalla concreta analisi
storica [5]. E ciò perché
qui non si tratta di un soggetto descrivibile con la pura analisi sociologica,
ma del frutto di una particolare - e storicamente determinata - autocostruzione
politico-culturale che trascende in parte le condizioni sociali date
per creare qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c'era.
Il soggetto rivoluzionario è insomma qualcosa di qualitativamente
diverso dal semplice gruppo sociale, sia esso classe o moltitudine. Quando
partecipa ai movimenti, ai sindacati o alle altre istituzioni in cui si
articola un processo di emancipazione, l'individuo che sociologicamente
è membro della classe operaia non agisce come membro della classe
operaia, ma, appunto, come membro di movimenti, sindacati, ecc. . In quanto
tale esso fa altre cose rispetto a quelle che fa in fabbrica, e le
fa in modo diverso: è titolare di altre pratiche. La stessa
cosa si può dire per quei lavoratori che sono usualmente visti come
tipici costituenti della moltitudine: gli analisti di simboli o coloro la
cui attività è fatta soprattutto di atti linguistici. Nei
movimenti e nelle istituzioni di movimento vengono elaborati simboli e prodotti
linguaggi diversi da quelli richiesti dalla produzione capitalistica. Oppure,
il che è lo stesso, i medesimi simboli e linguaggi vengono combinati
in maniera diversa.
Se è vero che, nel linguaggio politico corrente, col termine classe
o col termine moltitudine si indicano spesso esperienze e pratiche politiche
assai significative, è anche vero che quando si riflette in maniera
pi precisa si ha il dovere di operare una critica concettuale delle parole
usuali.
Parlando rigorosamente, non possiamo dire che il soggetto rivoluzionario
sia la classe. Intendiamoci, tale soggetto deve essere certamente cercato
tra i lavoratori, ma la classe è solo una delle modalità
di esistenza dei lavoratori. Sociologicamente essa indica l'insieme degli
individui sfruttati dal capitale, e quindi descrive solo quelle situazioni
e quelle pratiche che portano il segno dello sfruttamento, lasciando da
parte tutta l'esperienza di emancipazione. Politicamente indica l'azione
condotta da questi stessi individui in quanto sfruttati (resistenza,
contrattazione del livello dello sfruttamento, attuazione di politiche di
protezione del lavoro). Ma il lavoratore è soggetto rivoluzionario
(potenzialmente, tendenzialmente rivoluzionario) non quando agisce come
sfruttato, ossia come individuo espropriato (che tale rimane anche quando
lo sfruttamento si presenta come induzione alla "creatività")
ma quando usa la pienezza della propria identità e del proprio sapere
(identità e sapere potenziati dalle istituzioni autonome alle quali
partecipa) per smantellare i rapporti che lo definiscono come membro di
una classe [6].
Analogamente, non possiamo dire che il soggetto rivoluzionario sia la moltitudine.
Sociologicamente essa è concetto fondato su un equivoco, perché
scambia la necessità e la possibilità della cooperazione sociale
per qualcosa di già pienamente esistente. Politicamente essa è
termine che indica, e a ragione, la necessità di una azione che non
sia immediatamente definita in rapporto allo Stato e la necessità
di una piena valorizzazione dell'eterogeneità dei soggetti. Ma poi
l'autonomia dallo Stato è vista come un presupposto già in
atto, garantito dall'esistenza della cooperazione sociale (e da ciò
possono derivare anche comportamenti opportunistici, disposti ad accettare
le pi diverse alleanze in nome della pretesa, indiscutibile autonomia del
movimento). E l'eterogeneità da valorizzare è pensata solo
come differenza tra i componenti della coalizione antagonista. Mentre sembra
più realistico pensare a questa autonomia come ad una conquista mai
definitiva, e sembra più fruttuoso pensare l'eterogeneità
non come semplice differenza (differenza che ha sempre connotato la composizione
dei movimenti), bensì come pluralità e molteplicità
dei lati da cui viene condotta la critica al capitalismo (lavoro, cultura,
ambiente, conflitti etnici e di genere, organizzazione della scienza e della
tecnica, ecc.) e degli organismi a ciò finalizzati (associazioni
di base, sindacati, partiti...). E' questa pluralità, e non la semplice
eterogeneità, a far sì che l'attuale progetto di emancipazione
non sia monocentrico, ovvero non sia il convergere di forze pur diverse
attorno ad un' unico obiettivo (come la conquista del potere politico
di Stato), ma l'articolazione delle diverse istanze in cui si produce la
critica dei pi disparati ambiti sociali.
Né moltitudine né classe, dunque. Il soggetto rivoluzionario
è il lavoro sociale, è cioè l'insieme eterogeneo
di tutti coloro che, oltre all'attività che erogano in quanto sottoposti
al capitale, inventano e praticano un'altra attività, tesa alla trasformazione
dei rapporti sociali in senso cooperativo ed egualitario. Nella fabbrica,
nell'impresa a rete, nelle cooperative, nei gruppi politici, nell'universit¦,
nel web...
Ciò significa che l'analisi sullo stato e sulla dinamica del movimento
deve vertere non solo sull'origine sociale dei suoi componenti e sulla modificazione
dei rapporti di forza fra le classi, ma anche sui nuovi rapporti sociali
che vengono creati nei movimenti e nelle istituzioni di movimento, e sulla
capacità di queste istituzioni di progettare cooperazione sociale
in piccola ed in grande scala.
Da questi rapporti e da questa capacità dipende la natura più
o meno democratica, più o meno elitaria e più o meno efficace
del nuovo progetto sociale. Una natura anch'essa aleatoria.
Infatti, proprio perché il soggetto rivoluzionario non è espressione
di un soggetto sociale presupposto, collocato sempre e comunque nei punti
nodali del sistema, necessariamente votato al comunismo, proprio perché
il soggetto rivoluzionario è frutto dell'incontro casuale tra diversi
fattori e del rischioso ed incerto lavoro che stabilizza le condizioni di
quest'incontro, nulla garantisce che esso sia sempre e comunque in grado
di portare a compimento una piena trasformazione dei rapporti sociali, senza
residui, senza problemi ulteriori, senza imperfezioni anche gravi. Anzi,
proprio nel carattere storicamente concreto del soggetto rivoluzionario
sta la possibilità, ed anzi la necessità, della sua imperfezione.
Cosa di cui dovremmo rallegrarci, essendo l'imperfezione una caratteristica
essenziale della vita.