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Qualche dubbio su alcune "certezze" della sinistra italiana. |
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Postfordismo: questo termine è entrato nel linguaggio corrente
negli anni '90 per indicare un insieme di caratteristiche economiche, sociali
e istituzionali del nostro presente, avvertite come profondamente diverse
rispetto al nostro recente passato.
Il recente passato in questione è fondamentalmente - salvo dilatazioni
più o meno fondate, di cui parlerò in seguito - quello del
secondo dopoguerra: quarant'anni che hanno visto prima una rapida crescita
economica - si è parlato di vero e proprio boom negli anni
'60 - e poi una lunga e tormentata crisi; anni che hanno portato prima un
aumento generalizzato del benessere e poi l'austerità, i sacrifici,
la povertà per vasti strati della popolazione; anni in cui erano
in campo ideali e credi politici che sembravano solidi punti di riferimento
per l'una e l'altra parte schierata, e che abbiamo poi visto perdere consistenza,
volatilizzarsi, bruciare in tempi incredibilmente brevi. L'impressione è
che sia finita un'epoca, si sia chiuso un ciclo, e che ci troviamo ormai
oltre, dopo, post.
Post
Post non è un "dopo" come tutti gli altri. Questo
suffisso è entrato prepotentemente nella nostra cultura negli anni
'80, attraverso la porta dell'architettura (il "postmodernismo"
è stato innanzitutto un movimento architettonico), e ha colonizzato
gli ambiti più diversi (il termine "postmoderno" è
stato ben presto usato in ambito filosofico, ma si è parlato poi
di "postindustriale", "postcomunismo"...) portando comunque
con sé un significato peculiare. Post è un dopo che smentisce
la direzione prevista, è un cambiamento di rotta o un'inversione
di tendenza: rispetto al funzionalismo e al razionalismo sempre più
spinti dello "stile moderno", in architettura; rispetto al destino
di progresso e di emancipazione promesso dalle filosofie della storia ottocentesche
(le "grandi narrazioni", come le chiama Lyotard che ha introdotto
per primo il termine "postmoderno" in filosofia[1]).
Il termine "postindustriale", da parte sua, portava con sé
l'idea di un'inversione di tendenza rispetto al caratteristico sviluppo
produttivo che la nostra società ha conosciuto a partire dalla rivoluzione
industriale dell'Inghilterra di fine '700. Due secoli di industrialismo
sempre più pesante, concentrato, orientato alla produzione di massa
standardizzata, alimentato da schiere di lavoratori sempre più simili
a eserciti, uomini intruppati, disciplinati, alienati, stipati in spazi
urbani omologati e senza radici: tutto questo stava per finire. Una svolta
epocale, essenzialmente dovuta alle nuove tecnologie basate sull'informatica
e sulla microelettronica, avrebbe portato nella direzione opposta del decentramento,
dell'alleggerimento, a tecniche sempre più soft e addirittura
a una "produzione immateriale", sciogliendo la dura realtà
delle officine stridenti in impalpabile virtualità.
Postindustriale
Mi soffermo ancora brevemente sull'idea della "società postindustriale",
che è stata in voga soprattutto tra la fine degli anni '70 e i primi
anni '80, perché è la parente più prossima dell'idea
della "società postfordista", in cui ha lasciato profonde
tracce.
"Postindustriale" è stato lo slogan ottimista di
chi si aspettava dall'informatica la liberazione dagli aspetti negativi
dell'industrialismo e della produzione di massa - l'alienazione, l'inquinamento,
il gigantismo industriale e metropolitano - se non addirittura dalla condanna
biblica del lavoro. E' un'idea che ha alimentato una letteratura euforica,
spesso più fantascientifica che "seria", più orientata
cioè a colpire l'immaginario collettivo che ad analizzare le trasformazioni
in atto: qualcuno ha fondatamente sospettato che si trattasse di un enorme
battage pubblicitario a sostegno della prima grande ondata di introduzione
delle tecnologie informatiche. Sta di fatto che bestsellers come Piccolo
è bello di Schumacher[2] o After
Industrial Society? di Gershuny[3],
o "rapporti" diventati altrettanto celebri come quello di Nora
e Minc per il governo francese[4] o quello
dello Japan Computer Usage Development Institute[5],
o i saggi di Adam Schaff su lavoro e occupazione scritti per il Club di
Roma[6] non sono indagini sulla realtà
contemporanea, ma fantasie su società futuribili: società
totalmente atomizzate, in cui le città sono scomparse e gli individui
vivono in un'arcadia disinquinata connessi dai terminali con cui comunicano,
lavorano, si istruiscono e fanno la spesa; società integralmente
democratiche perché le informazioni sono finalmente a disposizione
di tutti e tutti partecipano alle decisioni collettive via modem; società
in cui l'umanità liberata dal lavoro grazie alle nuove automazioni
può dedicarsi a un'attività di "educazione permanente":
come diceva Marx, "non resta a desiderare altro se non che il re, rimasto
solo nell'isola, girando continuamente una manovella, faccia eseguire per
mezzo di congegni meccanici tutto il lavoro dell'Inghilterra"[7].
Quest'ultima citazione è tratta dai Manoscritti economico-filosofici
del 1844, e testimonia il fatto che la fede nella liberazione dell'umanità
attraverso il progresso tecnico non è nuova (e non è marxiana:
tutt'al più marxista). E' un fatto che le infatuazioni tecnologiche
ricorrono nella storia della nostra cultura, ma su questa ricorrenza - a
mio avviso significativa - tornerò più oltre.
Postfordismo
Veniamo ora al "postfordismo", idea pessimista degli anni
'90 che rappresenta in qualche modo la sobrietà dopo l'ubriacatura
informatica. Ci si sveglia, e si constata che il mondo non è poi
cambiato così radicalmente, anzi va peggio. La "liberazione
dal lavoro" annunciata significa, per il momento, aumento della disoccupazione,
emarginazione, povertà. Chi non lavora non trova più nemmeno
strutture sociali di sostegno, poiché queste vengono sistematicamente
smantellate. E chi ancora lavora non ha più gli strumenti di difesa
del passato, e deve accettare ritmi e orari più pesanti, riduzioni
salariali, condizioni di precarietà. Ed è perfino difficile
prendersela con qualcuno, perché gli ordini arrivano dall'alto e
i ricatti da lontano, da dimensioni "sovranazionali" che sembrano
inaccessibili alle istanze politiche tradizionali.
Molte interpretazioni che oggi tentano di dar conto di questa situazione
impiegano il termine "postfordismo", e concordano per l'essenziale
nel caratterizzare questa nuova fase attraverso tre ordini di fenomeni:
la tendenza a una diminuzione assoluta del lavoro, un nuovo assetto definito
"flessibile" della produzione e uno spostamento dei poteri di
governo dell'economia dall'ambito nazionale a una dimensione sovranazionale
o "globale".
Si tratta di analisi spesso molto serie, che mettono in luce elementi importanti.
Personalmente, tuttavia, ho alcune perplessità di fondo che voglio
subito esplicitare, prima di passare a una più precisa disamina di
quello che possiamo chiamare il "paradigma postfordista". Si tratta
di una linea interpretativa che coniuga il nuovo vezzo della "cultura
del post" - l'idea che siamo di fronte a una svolta epocale, cui si
guarda con timore ma soprattutto con l'eccitazione di chi pensa "da
questo momento niente sarà più come prima e noi siamo così
fortunati da essere presenti e svegli proprio in questo momento" -
con un vecchio vizio della tradizione marxista - l'idea che il capitalismo
incontri un limite assoluto e "oggettivo" al proprio sviluppo,
come un organismo vivente che ha un'irreversibile parabola di nascita, crescita,
declino e morte, e dunque prima o poi si toglierà di mezzo da solo.
Sono entrambe idee consolatorie, e proprio per questo difficili da scalzare.
Ma i due secoli di storia del pensiero economico e politico che accompagnano
lo sviluppo del capitalismo dalla rivoluzione industriale ai nostri giorni
è una storia di svolte epocali annunciate e smentite, di pretese
ultime frontiere raggiunte e superate. Perciò ritengo che ripensare
il passato storico e teorico - i fatti e le loro interpretazioni - sia oggi
importante almeno quanto indagare il presente, e sicuramente più
dell'azzardare previsioni per il futuro.
Esplicito subito anche la mia personale ipotesi interpretativa. Come ho
detto, diagnosi infauste per le ulteriori possibilità di sviluppo
del sistema, da un lato, e, dall'altro, fiduciose utopie tecnologiche sono
ricorrenti nella storia della nostra cultura. A mio avviso, questa ricorsività
potrebbe essere il sintomo di una dinamica ciclica del capitalismo:
una dinamica in cui fasi di espansione che incontrano limiti solo relativi
sono seguite da periodi di crisi che non sono irreversibili, scandita da
innovazioni tecnologiche che presentano potenzialità indefinite ma
mettono capo a modelli di accumulazione esauribili, destinati dunque ad
essere sostituiti senza che ciò coincida con la fine del capitalismo
o con una trasformazione radicale della sua logica di fondo.
Ma prima di vagliare questa ipotesi, è necessario entrare un po'
più nel merito di quello che ho chiamato "paradigma fordista".
Un "paradigma" per la sinistra?
Ho usato il termine "paradigma" perché ho l'impressione
che, almeno nei dibattiti della sinistra italiana, dopo una lunga fase di
disorientamento nel valutare e interpretare le trasformazioni degli assetti
produttivi, economici, sociali e politici seguite alla crisi degli anni
'70, siano state raggiunte e si siano consolidate - forse un po' troppo
rapidamente - alcune "certezze" sulle tendenze emergenti. Si tratta
dei tre ordini di fenomeni cui precedentemente accennavo: nell'era "postfordista"
- destinata a durare in modo significativo - il lavoro diminuirà,
a causa dei processi di automazione e di aumento della produttività
consentiti dalle nuove tecnologie; la produzione diverrà "flessibile",
cioè capace di adattarsi a un mercato variabile, dal quale comunque
non ci si può più aspettare la domanda in durevole espansione
e il consumo di massa del passato; la nuova produzione "magra"
e "integrata", secondo i nuovi canoni del toyotismo, non sarà
legata ai mercati interni ma opererà a livello mondiale, in un processo
di "globalizzazione" da cui discende, sul piano politico, la crisi
dello stato-nazione, progressivamente sostituito da organismi sovranazionali
(la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, ecc.) nei compiti
di governo dell'economia.
Su questi tre caratteri - che indicheremo per brevità come "fine
del lavoro", "flessibilità" e "globalizzazione"
- convergono oggi, con diversi accenti e traendone diverse indicazioni politiche,
ma con un accordo di fondo, gli autori italiani che rappresentano i punti
di riferimento della sinistra "vecchia" e "nuova": economisti
"accademici" (absit iniuria verbis) come Giorgio Lunghini[8], autori fortemente originali come Marco
Revelli[9], profeti dell'"autonomia"
come Paolo Virno[10], ma anche promotori
della new wave liberista-di-sinistra come Salvati, fino a personaggi
più decisamente politici come Pietro Ingrao e Rossana Rossanda. Ingrao
e Rossanda[11] - forse per l'autorità
che deriva loro dal rappresentare in qualche modo il "sangue blu"
della sinistra italiana, la tradizione alta rispetto al degrado massmediale
che oggi ha travolto la politica - hanno anzi contribuito in modo decisivo
al consolidamento e alla diffusione del "paradigma" postfordista
con il volume Appuntamenti di fine secolo: libro fortunatissimo e
commentatissimo, che ha siglato una sorta di compromesso teorico tra le
due principali anime del marxismo italiano, quella ortodossa e quella operaista,
acerrime nemiche alla fine degli anni '70, oggi sostanzialmente concordi
sulla definizione del postfordismo.
La paternità della nozione di postfordismo non spetta tuttavia
né al marxismo ortodosso né all'operaismo. Questi due filoni
di pensiero hanno importato d'oltralpe il termine e la definizione corrispondente,
adattandoli al proprio apparato concettuale. Il copyright sul postfordismo
spetta infatti senza dubbio alla cosiddetta Ecole de la Régulation
francese, che negli anni '70, attraverso i lavori di Michel Aglietta (considerato
il caposcuola), Benjamin Coriat, Alain Lipietz e altri, ha portato avanti
un'interessante proposta interpretativa fondata sull'individuazione di diversi
"regimi di accumulazione". Un regime di accumulazione ampiamente
studiato da questa scuola è il fordismo; un altro - ad esso
subentrato e definito essenzialmente per differenza - è appunto il
postfordismo. E' stato soprattutto l'operaismo a introdurre in Italia
le analisi dei regolazionisti [12], dandone
una lettura fortemente soggettivista e collocandole sullo sfondo di un destino
di "liberazione dal lavoro". Il marxismo più tradizionale
ha recepito un po' più tardi questi contributi, adattandoli al proprio
schema interpretativo di stampo evoluzionista: la storia del capitalismo
è vista come una successione di "fasi di sviluppo" accrescitive
e irreversibili, di tipo quasi biologico, e il postfordismo rappresenta
la (ennesima) "fase suprema".
Nel paradigma postfordista confluiscono dunque diverse impostazioni teoriche
e convivono diverse ispirazioni: una convivenza abbastanza pacifica, che
dà luogo a scarsi dubbi e scoraggia l'esercizio della critica. La
nozione di postfordismo è diventata ormai senso comune, e i caratteri
della nuova "fase" sono dati per scontati: si discute soltanto
a valle delle ricette politiche per contrastare gli effetti indesiderabili
come l'estesa disoccupazione ("lavori utili" no profit?
"salario di cittadinanza" garantito? "lavorare tutti, lavorare
meno"?), ma la diagnosi è data per certa. A mio avviso occorrerebbe
invece un supplemento di indagine a monte. Utilizzando un'ottica
meno legata ai settori produttivi tradizionali (in particolare quello dell'automobile,
non più trainante ma considerato ancora, se non decisivo, almeno
emblematico dell'industria nel suo complesso) e soprattutto un po' di memoria
storica è infatti possibile avanzare qualche ragionevole dubbio sulla
generalizzabilità e stabilità di quelli che sono considerati
i caratteri chiave del postfordismo - "fine del lavoro", "flessibilità",
"globalizzazione". Vorrei in questo senso proporre qui alcuni
spunti critici, partendo da un esame delle nozioni proposte dalla Scuola
della Regolazione.
Fordismo: un "modo di produzione"...
Il fordismo e il postfordismo di cui parla la Scuola della Regolazione non
sono "fasi" nel senso del marxismo ortodosso: non sono cioè
stadi di sviluppo, tappe obbligate di un percorso di cui si conosce la direzione.
Aglietta e la sua scuola tentano anzi di sottrarsi a questo schema tradizionale,
sospendendo il giudizio circa le "leggi evolutive" del capitalismo
e il suo destino storico, e cercando piuttosto di definire un "idealtipo"
capace di rappresentare in un quadro coerente il modello di crescita economica
prevalso nei paesi capitalistici sviluppati dopo la seconda guerra mondiale.
Tale modello viene descritto come un sistema strutturato intorno a tre dimensioni
principali: un tipo di produzione fondato sul paradigma tecnologico
"fordista" (organizzazione del lavoro a catena per la produzione
di massa entro la grande fabbrica centralizzata), un modo di regolazione
imperniato sulle politiche keynesiane di sostegno della domanda e dell'occupazione,
un blocco sociale centrato su un "compromesso" relativamente
stabile tra classe operaia e capitale garantito dallo stato. La sinergia
di queste dimensioni avrebbe prodotto il circolo virtuoso del dopoguerra,
in cui profitti, salari, occupazione e benessere sociale riuscivano a crescere
contemporaneamente.
L'analisi della produzione, sviluppata soprattutto da Coriat[13], è particolarmente interessante e innovativa
rispetto al marxismo ufficiale dei partiti comunisti degli anni '70, piuttosto
incline a fare del lavoro e della produttività valori indiscussi,
fatti propri dal movimento operaio e contrapposti al "parassitismo"
di un capitale finanziario "tagliatore di cedole", ormai estraneo
alla produzione. La produzione fordista si basa sui criteri dello "scientific
management " introdotto da Taylor, i cui metodi - la spinta divisione
del lavoro, la rigida separazione tra direzione ed esecuzione, l'imposizione
tassativa di tempi e mansioni standardizzate - producono alienazione e subordinazione.
Vista in quest'ottica, la stessa introduzione di tecnologie di automazione
e di processo - nel caso specifico, le macchine operatrici e la catena di
montaggio su nastro ideata da Ford - perde l'aura del "progresso tecnico"
e si rivela un mezzo per imporre in modo inesorabile gli alienanti metodi
tayloristi: incorporati nelle macchine, essi diventano una "necessità
tecnica" impersonale e oggettiva. Per questa via, viene sviluppata
una prospettiva di critica dell'organizzazione capitalistica del
lavoro e della stessa tecnologia, critica assai carente se non addirittura
assente nel marxismo ortodosso, tutto preso dalle magnifiche sorti e progressive
dello "sviluppo delle forze produttive", in cui l'Unione Sovietica
degli anni della guerra fredda si distingue al punto da contendere agli
Stati Uniti i primi posti in classifica. E viene anche recuperato un Marx
assai trascurato dalla tradizione interpretativa ufficiale, quello che nel
Capitale analizza la nascita della "grande industria meccanizzata",
descrivendone con grande efficacia gli effetti - l'impoverimento oggettivo
e soggettivo del lavoratore che diventa "appendice della macchina",
ingranaggio di un meccanismo di cui non capisce il funzionamento e non conosce
il risultato.
Per la verità, l'analisi di Marx si riferisce all'industria tessile
inglese, al centro della rivoluzione industriale alla fine del '700: le
macchine citate nel Capitale sono il filatoio idraulico a lavoro
continuo di Arkwright brevettato nel 1769 e il telaio meccanico di Cartwright
del 1787. Che tale analisi si attagli tanto bene all'industria automobilistica
che decolla oltre un secolo più tardi (la catena di montaggio su
nastro viene introdotta alla Ford Motor Company di Detroit nel 1908) è
oggetto di una curiosa interpretazione da parte di Coriat: egli non pensa
che il processo di "trasformazione dell'operaio di mestiere in operaio
massa" - per usare la sua terminologia - sia già avvenuto
altrove, pensa piuttosto che Marx sia stato un profeta, abbia saputo
di cogliere i primissimi indizi di un processo destinato a giungere al pieno
compimento solo cent'anni dopo.
... e un "modo di regolazione".
Ma proseguiamo con l'esposizione delle altre dimensioni del "sistema
fordista" indagate dalla Scuola della Regolazione. L'"operaio
massa", creato dai metodi di lavoro inaugurati dall'industria automobilistica
e poi esportati in altri settori, mette capo a una "produzione di massa",
la quale a sua volta richiede un "consumo di massa" che il mercato
concorrenziale non è in grado di garantire. Secondo Aglietta[14], la causa fondamentale della crisi del 1929
risiederebbe appunto nell'inadeguatezza di un modo di regolazione rimasto
concorrenziale, soprattutto nei meccanismi di formazione dei salari, alle
esigenze della produzione di massa. Saranno le nuove linee di politica economica
di ispirazione keynesiana, basate sul sostegno della domanda effettiva attraverso
la politica fiscale redistributiva e la spesa pubblica, a colmare lo scarto,
a partire dagli anni '30 - i "trente glorieuses" che permettono
l'uscita della crisi.
Questa svolta negli indirizzi di politica economica richiede l'assunzione
da parte dello stato di compiti affatto nuovi, sconosciuti al capitalismo
concorrenziale. Ma richiede anche un "compromesso istituzionalizzato"
- de jure o de facto - tra il padronato e le organizzazioni
dei lavoratori: un patto in base al quale "aux gestionnaires le
choix concernant les méthodes de production, aux salariés
une part 'des dividendes du progrès', c'est à dire des gains
de productivité ainsi obtenus"[15].
Lo stato è anche qui chiamato in causa: nelle condizioni imposte
dalla produzione fordista, non può più essere soltanto "un
comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe
borghese", come Marx lo definiva nel Manifesto, ma deve gestire
e garantire l'accordo tra le parti sociali.
Nel secondo dopoguerra le condizioni strutturali necessarie alla "coerenza
del postfordismo" sono ormai presenti e messe a punto nella maggior
parte dei paesi sviluppati. Esistono diverse "varianti nazionali"
del fordismo (la Scuola della Regolazione parla ad esempio di un fordismo
"entravé", cioè impastoiato o bloccato, nel
Regno Unito, "atipico e ritardato" in Italia, "flessibile"
in Germania), ma nel complesso si tratta di un modello ben riconoscibile
che deriva fondamentalmente dal prototipo statunitense. Va sottolineato
che, nella concezione regolazionista, il fordismo non costituisce un "sistema
mondo", ma piuttosto un insieme di sistemi nazionali "autocentrati",
rispetto ai quali la dimensione internazionale ha un'importanza relativa
e strumentale: le stesse corporations multinazionali hanno una patria,
sono legate a doppio filo alla politica portata avanti dallo stato cui appartiene
la casa madre.
Grandi trasformazioni
A ben vedere, la ricostruzione proposta dalla Scuola della Regolazione non
descrive soltanto l'assetto economico e sociale dei paesi sviluppati nel
secondo dopoguerra, ma fornisce un'interpretazione di tutto il '900:
il nostro secolo viene letto come vicenda della lenta formazione di un capitalismo
profondamente diverso da quello ottocentesco. Il capitalismo del XIX secolo
opera su dimensioni contenute, è concorrenziale, liberale e liberista;
quello del XX secolo è "di massa", gigantesco in tutte
le sue dimensioni, non concorrenziale, statalista, assistito. Si forma lentamente,
un pezzo per volta: il nuovo modo di produzione "fordista",
nei primi decenni del '900; il modo di regolazione ad esso adeguato
negli anni '30 e '40, dopo lo choc della crisi del 1929. Il sistema
funziona a pieno regime solo dal dopoguerra agli anni '70, ma la sua storia,
dalla formazione alla decadenza, occupa l'intero secolo.
L'idea di un capitalismo novecentesco strutturalmente diverso da quello
ottocentesco non è nuova. E' un'idea che prende piede soprattutto
negli anni '40. L'opera più significativa, in questo senso, è
forse La grande trasformazione di Polany[16]:
l'autore vede nella crisi del '29 compiersi il "crollo della civiltà
del XIX secolo", civiltà che presenta certamente le sue luci
e le sue ombre ma che ha garantito pace e libertà, mentre il XX secolo
è l'era delle guerre mondiali e dei regimi totalitari. Nella letteratura
più strettamente economica, la "grande trasformazione"
del '900 è al centro delle cosiddette teorie del ristagno, teorie
che negli anni '40 hanno goduto di molto successo negli Stati Uniti, rappresentando
tra l'altro il principale veicolo di diffusione della teoria keynesiana
e delle politiche ad essa ispirate[17].
Secondo queste teorie, le condizioni che avevano permesso l'espansione del
capitalismo nell''800 - identificate soprattutto nella crescita della popolazione,
nell'espansione territoriale e nel progresso tecnico - si presentano ormai
esaurite nel XX secolo. Il sistema tende perciò a una condizione
di ristagno, che soltanto il massiccio intervento dello Stato può
sanare.
Come si vede, si tratta di teorie fortemente pessimiste: il capitalismo
- esse sostengono - non sarà mai più quello di prima, non
porterà più "spontaneamente" ricchezza e progresso,
non possiamo più "lasciarlo fare" sperando nelle virtù
della mano invisibile del mercato, poiché ora ha bisogno di essere
opportunamente indirizzato e sostenuto. Conclusioni certamente influenzate
dalla vicenda della grande crisi, cui non seguì una pronta e solida
ripresa (gli anni '30 non sono affatto "glorieuses" come
pretendono i regolazionisti) ma una lunga fase di precarietà. La
Scuola della Regolazione dà invece della "grande trasformazione"
una versione più equilibrata, col senno del poi di chi ha visto il
boom del secondo dopoguerra: il capitalismo del XX secolo è
diverso, ma non necessariamente in peggio, visto che è ancora capace
di sviluppo. La diversità è comunque individuata - come negli
stagnazionisti - nei nuovi compiti assunti dallo stato e nel carattere non
più concorrenziale del capitalismo.
A quanto pare gli economisti sono molto attenti al presente, molto disposti
ad azzardare previsioni di lungo periodo per il futuro, ma assai poco memori
del passato. I teorici della stagnazione, così come gli autori della
Scuola della Regolazione, sembrano infatti non ricordare che una "grande
trasformazione" del capitalismo era già stata ampiamente teorizzata
a cavallo del secolo, in opere importanti come Il capitale finanziario
di Hilferding[18], The Evolution of
Modern Capitalism e L'imperialismo di Hobson[19].
Con toni diversi (Hobson è profondamente pessimista, probabilmente
perché scrive in un'Inghilterra ormai declino, mentre Hilferding,
dall'osservatorio di una Germania in piena espansione, prevede un'era di
maggiore stabilità economica) gli autori in questione individuano
il punto di svolta intorno al 1870, parlano entrambi di un capitalismo non
più concorrenziale, di un nuovo ruolo svolto dallo stato, di processi
di mondializzazione e finanziarizzazione dell'economia. Per certi versi
sembrano dunque anticipare aspetti del fordismo, per altri addirittura
caratteri del postfordismo (Hobson, in particolare, parla di deindustrializzazione,
terziarizzazione e perfino di "produzione immateriale"). La trasformazione
è comunque segnalata con tanto vigore che Lenin ne deduce l'imminente
fine del capitalismo: le opere di Hilferding e di Hobson citate vengono
infatti ampiamente riprese (quella di Hobson quasi integralmente, anche
nel titolo) nel saggio L'imperialismo fase suprema del capitalismo[20], in cui l'aggettivo "suprema"
significa, senza ombra di dubbio, ultima.
Come accennavo all'inizio, le diagnosi infauste per il capitalismo e le
svolte epocali annunciate ricorrono con una certa frequenza nella
storia del pensiero economico. I casi sono due: o sono tanti i profeti,
oppure le "grandi trasformazioni" avvengono più spesso
di quanto normalmente si ammetta, e forse vengono così prontamente
dimenticate perché il cambiamento non è poi così profondo
come ci si aspettava.
Toyotismo
Ma torniamo alla Scuola della Regolazione. Sappiamo che negli anni '70 il
fordismo entra in crisi. La domanda è allora da che cosa sia destinato
ad essere sostituito, e la risposta, da parte dei regolazionisti, è
fin troppo pronta: un nuovo "modo di produzione", diverso e anzi
opposto nella sua logica di funzionamento, è già stato
messo a punto in Giappone dall'ingegner Ohno e applicato con successo alla
produzione di automobili Toyota. Il toyotismo è presentato dalla
Scuola della Regolazione come la forma ormai compiuta e ineluttabile del
postfordismo: è destinato a prenderne il posto, diffondendosi dal
Giappone al resto del mondo e dal settore automobilistico al resto dell'industria,
e pretenderà un "modo di regolazione" adeguato, smantellando
in primo luogo le politiche e le istituzioni del welfare di stampo
keynesiano.
Le novità del toyotismo sono molte, e vengono descritte marcando
(spesso forzando) la differenza rispetto alla produzione fordista[21]. La catena lineare e rigidamente sequenziale
di Ford viene sostituita da sistemi modulari (a "rete" o a "isole")
o a "U" che rengono più flessibile il montaggio.
Il principio taylorista "un uomo, una mansione" viene meno, gli
operai vengono addetti a più macchine, devono essere essi stessi
flessibili e "polivalenti", e lavorare in gruppi o squadre
secondo modalità che sembrano andare nella direzione opposta rispetto
ai classici principi della divisione del lavoro e della parcellizzazione
delle mansioni. Perfino l'"alienazione" del lavoro sembra venir
meno, poiché si chiede al lavoratore di condividere gli obbiettivi
dell'azienda.
Ma una differenza viene soprattutto enfatizzata: la produzione non è
più di massa, nel duplice senso che non ha più le grandi
dimensioni del passato e non è standardizzata. Questo punto è
cruciale nell'argomentazione della Scuola della Regolazione: essa ritiene
infatti che la crisi del fordismo sia essenzialmente dovuta ai limiti raggiunti
dal consumo. Il mercato non è più in grado di assorbire una
produzione di massa, dunque la produzione deve adeguarsi a una domanda ormai
"matura", inferiore per dimensione e mutevole per gusti. Il postfordismo
sembra dunque promettere quella "sovranità del consumatore"
di cui parlava un secolo fa Wilfredo Pareto e che Ford arrogantemente aveva
smentito sostenendo che "il cliente può comprare l'automobile
del colore che vuole, purché sia nera".
L'immagine del futuro suggerita dalla Scuola della Regolazione - per la
verità soprattutto da Coriat, critico del capitalismo nella versione
fordista ma decisamente apologeta della sua versione toyotista - non è
forse euforica come quella "postindustriale" ma, nella sua sobrietà,
abbastanza consolante (non a caso è stata ampiamente ripresa dai
nostrani fautori del "modello giapponese" e della "qualità
totale", Romiti in testa). La produzione deve diminuire, per
raggiunti "limiti dello sviluppo", e di conseguenza diminuirà
il lavoro. In compenso, il lavoro sarà meno alienato - meno scisso
e indifferente - e il consumo più gratificante - più personalizzato
e vicino ai bisogni reali.
Quanto al "modo di regolazione" prossimo venturo, i giochi non
sono forse ancora fatti come nel campo della produzione (del resto anche
la storia del fordismo registra una sfasatura, una certa lentezza delle
istituzioni ad adeguarsi), ma sicuramente vanno nella direzione della "crisi
della forma stato", inadeguata ormai per dimensioni e funzioni.
Alcune critiche
Molti autori - per la verità non molto ascoltati - hanno contestato
le mirabilia del toyotismo, mettendo in luce come la Toyota sia tutt'altro
che un paradiso[22], come i metodi ivi
impiegati rappresentino una razionalizzazione estrema del taylorismo più
che il suo rovesciamento[23], facendo osservare
che molte pretese "ricomposizioni" o "riqualificazioni"
del lavoro messe in atto dagli emuli di Ohno sono consistite semplicemente
nell'assegnazione di un operaio a due o tre macchine anziché a una
sola, per eseguire mansioni comunque parziali, esecutive, ripetitive, spesso
con un aumento dell'intensità del lavoro[24].
Queste critiche possono essere ulteriormente sviluppate mettendo il naso
fuori dal settore automobilistico, a torto considerato ancora rappresentativo
della produzione industriale nel suo complesso. Anche rimanendo nei tradizionali
poli dello sviluppo industriale, e ignorando il resto del mondo, si può
ad esempio osservare che in un nuovo settore chiave, quello dell'informatica,
i vecchi principi del taylorismo sono ancora in auge. Non mi riferisco tanto
alla produzione di software (che pure potrebbe fornire ottimi esempi di
taylorismo applicato al "lavoro intellettuale"), quanto alla componentistica,
industria strategica del settore - non a caso oggetto di pesanti politiche
protezionistiche da parte degli Stati Uniti - troppo spesso ignorata a causa
del luogo comune secondo cui quella informatica sarebbe una produzione "immateriale".
Nella Silicon Valley come in Giappone, questo settore mantiene le più
classiche caratteristiche della produzione "industriale" pesante,
rigida, concentrata, con mansioni lavorative standardizzate e ripetitive.
Se poi si guarda al di là di quelli che sono stati i centri dello
sviluppo industriale di questo dopoguerra, le sorprese possono essere ancora
maggiori. Si scoprirà, ad esempio, che la stessa produzione automobilistica
è tuttora più "fordista" di quanto non si creda:
solo che non si svolge più soltanto a Torino o a Detroit, ma in larga
percentuale, ad esempio, in Brasile, dove impiega le tecniche rigide
di esecuzione parcellizzata secondo "one best way" caratteristiche
del taylorismo. Studi recenti mostrano che nelle "semiperiferie"
di nuova industrializzazione - come il Messico, l'Indonesia, l'India, il
Brasile, il Sud Corea e, oggi, la Cina - la diffusione dei metodi tayloristi
e fordisti tradizionali è vastissima anche in quei settori in cui
le innovazioni organizzative attuate dalle case madri dei "centri"
fanno parlare di "postfordismo". La fabbrica taylorista sembra
anzi uno strumento particolarmente efficace per l'esportazione dei
metodi di lavoro capitalistici nei paesi cosiddetti "in via di sviluppo".
Se in queste aree - come è stato osservato[25]
- è difficile prevedere l'evoluzione di produzioni artigianali o
semiartigianali locali verso forme comandate da principi di produttività
e di efficienza simili a quelle del mondo capitalistico sviluppato a causa
della resistenza opposta dalle diverse culture autoctone, ci si può
invece ragionevolmente aspettare che il trapianto di una produzione altamente
taylorizzata abbia ragione di tali resistenze, e ottenga in tempi brevi
il disciplinamento di una popolazione priva di tradizione industriale.
Sulla base di queste considerazioni è forse legittimo mettere in
dubbio una delle certezze del "paradigma fordista": a livello
mondiale, il lavoro non diminuisce affatto, piuttosto si sposta dove
maggiori sono i margini di profitto e le possibilità di sfruttamento.
E occorre aggiungere che "lavoro" e "occupazione" sono
nozioni diverse (la loro differenza aveva messo in imbarazzo Keynes, può
ben aver fatto prendere un abbaglio a Lunghini!): non è affatto scontato
sostenere che il capitale impiega meno "lavoro vivo" quando a
fronte della diminuita occupazione esiste un aumento dello sfruttamento.
Anche l'idea di una nuova "sovranità del consumatore",
di una inversione dei rapporti di forza tra domanda e offerta che costringerebbe
la produzione a diventare "flessibile" per rispondere al mercato
pecca, a mio avviso, di "automobilocentrismo". Le nuove caratteristiche
dell'offerta - la differenziazione dei prodotti, l'individuazione e la creazione
di fasce di mercato diversificate, ecc. - non riguardano a ben vedere tutto
il mercato: sono piuttosto tipiche dei mercati maturi o saturi, come
appunto quello dell'automobile. Di nuovo, basta guardare a un settore recente,
come quello dell'informatica - soprattutto a quella sua parte specificamente
indirizzata al consumo di massa dell'home computer - per osservare
tendenze opposte: negli ultimi dieci anni, la direzione è stata quella
della standardizzazione e della concentrazione dell'offerta.
A questa contestazione per così dire "geografica" dell'impianto
regolazionista vorrei aggiungere qualche considerazione di tipo storico.
La strategia di differenziazione e personalizzazione dei prodotti non è
affatto nuova. Essa viene ampiamente teorizzata negli anni '30 e '40, dunque
in anni di "produzione di massa", quando gli economisti scoprono
- se non per l'ennesima, almeno per la seconda volta - che il capitalismo
non è più concorrenziale, in opere come L'economia della
concorrenza imperfetta di Joan Robinson e Teoria della concorrenza
monopolistica di Edward Chamberlin[26].
La stessa idea viene ripresa negli anni '60, quando il fordismo funziona
a pieno regime, in Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy[27].
A meno di non aver a che fare, ancora una volta, con profeti, risulta sensata
una diversa interpretazione. Evidentemente, Ford impone le famose automobili
nere nei primi decenni del secolo, finché è il solo produttore
in serie su grande scala; dovrà farle gialle, rosse, verdi e dotarle
di inessenziali accessori (contro il suo motto "ogni pezzo in più
è un pezzo in più che si rompe") nei decenni successivi,
quando entreranno sulla scena la General Motors e la Chrysler; e dovrà
rincorrere la moda nel dopoguerra, quando il mercato dell'automobile diventa
"globale".
Gli inizi del fordismo presentano un'altra caratteristica troppo spesso
taciuta: il clima non è affatto di pace sociale, di compromesso tra
le parti, ma di feroce attacco padronale ai diritti dei lavoratori. Fin
dalla sua fondazione nel 1903 la Ford non tollera alcuna presenza dei sindacati,
neppure di quelli "gialli": i sindacati rimangono fuori dai cancelli
della Ford fino al 1941. Questo non perché le istituzioni non si
siano ancora adeguate, ma perché la Ford non vuole. Il suo decollo
è infatti legato a condizioni di sfruttamento altissime, consentite
dalla vasta disoccupazione, dalla povertà, dalla pressione degli
immigrati. La Ford non "trasforma" gli operai di mestiere in operai-massa:
li butta fuori, e li sostituisce con disoccupati ricattabili, immigrati,
disperati di ogni genere che sottopone a condizioni di lavoro infernali.
Allora come oggi, disoccupazione e sfruttamento vanno insieme. Welfare
e politiche di piena occupazione verranno dopo, e dopo verrà
anche la spesa pubblica a sostegno del settore: queste politiche sono fondamentali
per la diffusione e l'assestamento del "modo di produzione" fordista,
ma probabilmente incompatibili con il suo decollo.
Per tirare le somme: flessibilità e disoccupazione non sono a mio
avviso caratteristiche di un'era (un'età del ferro dopo l'età
dell'oro), e nemmeno di un modello di accumulazione, ma piuttosto del periodo
di passaggio da un modello a un altro. Segnano la fine di un ciclo e sono
le condizioni perché un ciclo successivo decolli.
Un'ipotesi di lavoro...
Cerco di chiarire meglio, sia pure in modo schematico, la mia proposta interpretativa,
mettendo le mani avanti sul suo carattere provvisorio: non è che
un'ipotesi di lavoro. In breve, la storia dei fatti e delle interpretazione
mi sembra suggerire una dinamica ciclica dello sviluppo capitalistico.
Parlando di dinamica ciclica è impossibile non fare riferimento all'approccio
schumpeteriano. Com'è noto, la dinamica delineata da Schumpeter è
esplicitamente non accrescitiva (il capitalismo non si sviluppa "come
un albero", mediante crescita continua e cumulativa). L'impianto è
ciclico, marcato da discontinuità definite come "innovazioni",
le quali a loro volta hanno un peculiare ritmo di introduzione, dapprima
faticoso e poi rapidamente accelerato (attribuito da Schumpeter prevalentemente
a fattori di "mentalità", quali la resistenza al nuovo
e la distribuzione gaussiana della capacità imprenditoriale).
Lo schema tracciato nella Teoria dello sviluppo economico[28] presenta varie difficoltà, non ultima
una definizione troppo ampia di "innovazione": quest'ultima, definita
come "introduzione di nuove combinazioni nella produzione", fa
pensare soprattutto a interventi di riorganizzazione dei "fattori produttivi",
ma Schumpeter vi comprende in realtà anche situazioni che riguardano
l'assetto del mercato più che della produzione (come l'"apertura
di nuovi mercati" e la "riorganizzazione di un'industria"
intesa come passaggio dal regime di monopolio a quello di concorrenza o
viceversa). Nei Cicli economici l'attenzione si focalizza maggiormente
sull'innovazione propriamente tecnologica, soprattutto in riferimento
ai tre (o quattro? la cosa non è del tutto chiara) Kondratieff individuati:
tessile (fino al 1842), ferrovia (fino al 1897), elettrificazione e chimica/trasporto
su gomma[29]. Tale classificazione è
dichiaratamente empirica (in ciò nulla di male) e non del tutto coerente,
nella misura in cui il ruolo di tecnologia "epocale" spetta in
alcuni casi a tecnologie produttive in senso stretto (come il telaio
meccanico), in altri a tecnologie energetiche (elettricità
e chimica, quest'ultima da intendersi come raffinazione del petrolio), in
altri ancora a tecnologie connesse ai trasporti (ferrovia, trasporto
su gomma). Lo schema è comunque affascinante, e la tentazione di
aggiungere "informatica" o "telematica" come quinto
(o quarto) Kondratieff è molto forte...
Ma quest'ultimo ciclo è davvero decollato? E a quale tipologia tecnologica
(produzione, energia, comunicazioni) appartengono l'informatica, l'elettronica,
la telematica?
Prima di porre queste domande, vorrei tentare di "fare ordine" nei Kondratieff schumpeteriani, distinguendo tecnologie industriali di punta (generalmente legate a produzioni di serie e consumi di massa) e tecnologie infrastrutturali (relative a comunicazioni, trasporti, energia e legate soprattutto a processi di riallocazione dei poli produttivi e di diffusione della produzione industriale). La periodizzazione che ho in mente è di questo tipo (sono indicati tra parentesi i cicli su cui non esiste un consenso consolidato nella letteratura corrente):
(PRIMARIO?) ... idrico-fluviale ... TESSILE ... ferrovia-vapore ... (CHIMICO?) ... ferrovia-elettricità ... MECCANICA LEGGERA ... trasporto su gomma-petrolio ... (INFORMATICA?) ... (telematica, new media?)
Lo schema proposto, oltre a "mettere ordine" evitando una serie
di incongruenze, potrebbe dar conto di due diversi ritmi della dinamica
capitalistica, uno "accelerato" e uno "diffusivo", fornendo
una spiegazione diversa da quella schumpeteriana (che considera in una medesima
innovazione un difficile inizio, una rapida accelerazione e una successiva
perdita di incisività con il procedere della diffusione). In sostanza,
avremmo una accumulazione accelerata nella fase in cui "parte"
un settore industriale di punta, e una successiva dinamica diffusiva
legata alla "seguente" creazione di grandi infrastrutture.
Quest'ultima osservazione permette di collegare almeno in parte i cambiamenti
tecnologici segnalati dall'impianto schumpeteriano con le trasformazioni
istituzionali messe in luce dalla tradizione marxista. Il ritmo che
ho definito "accelerato" corrisponde infatti a periodi di forte
concorrenza, di innovazione molto spinta e rapida obsolescenza tecnologica,
di alto rischio nell'investimento. Prevale inoltre l'aspetto - per riprendere
l'espressione schumpeteriana - della "distruzione creatrice":
i vecchi settori produttivi entrano in crisi e inizia il processo della
loro sostituzione o dislocazione in aree diverse (verso le periferie o semiperiferie
del mondo capitalistico), ma essi esercitano una resistenza, un'inerzia
che ha un effetto frenante sulla crescita economica. Viceversa, il ritmo
"diffusivo" corrisponde alla fissazione di standard che rallentano
l'innovazione (o comunque l'incanalano su binari abbastanza obbligati),
a processi di trustificazione e monopolizzazione, a un forte intervento
dello stato legato soprattutto alla creazione di infrastrutture.
... e qualche conclusione provvisoria.
E' certamente troppo presto per dire che la telematica e le autostrade elettroniche
supporteranno un nuovo boom, una nuova ondata di consumi di massa,
un nuovo "benessere" (se si può chiamare benessere "la
vita pagata a rate / con la seicento, la lavatrice" di cui cantava
Ivan Della Mea negli anni '60). Ma forse non è troppo tardi perché
la sinistra, che oggi sembra convinta di aver messo le braghe alla nuova
fase con la formula del postfordismo, vagli questa possibilità e
prenda qualche precauzione.
Il neoliberismo non è probabilmente l'ideologia definitiva del capitale:
lo slogan "meno stato, più mercato" oggi è funzionale
alla dismissione degli apparati pubblici legati al vecchio modello di accumulazione,
ma quando i giochi saranno fatti e sarà chiaro chi guiderà
il cablaggio del mondo forse la borghesia riscoprirà la propria anima
statalista e l'intervento statale smetterà di nuovo di risultare
"ostile" al capitale... La sinistra farebbe dunque bene a non
mettersi acriticamente dalla parte del "pubblico" solo perché
si inneggia al "privato", a non sposare tout court la causa
dello stato (e magari della nazione) solo perché è una bandiera
lasciata provvisoriamente cadere. Così facendo rischia di trovarsi
schierata non già dalla parte del "popolo" contro il capitale,
bensì - assai meno eroicamente - dalla parte dei vecchi padroni contro
i padroni emergenti.
La stagnazione non è probabilmente la condizione definitiva del capitalismo.
Se la sinistra beve troppo fiduciosamente l'amaro calice dei "limiti
dello sviluppo", e si attrezza a gestire sobriamente e responsabilmente
un futuro di povertà, rischia di fare la parte del pompiere (se non
del gendarme) negli anni delle vacche magre per trovarsi poi spiazzata -
per l'ennesima volta - quando il sistema ripresenterà la faccia delle
vacche grasse. Oggi il capitalismo dispensa miseria: dobbiamo ribellarci,
non farcene responsabilmente carico. E se domani dispenserà di nuovo
il suo benessere a rate dobbiamo ricordare bene la faccia feroce che oggi
ci mostra e saper riconoscere la profonda ingiustizia su cui fonda le fasi
alte come quelle basse del suo ciclo, l'insanabile iniquità con cui
distribuisce la ricchezza come la povertà.