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storico novecentesco: 1991-2001 |
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1. Il breve saggio di Enrico Melchionda Sull'URSS e sul socialismo: riapriamo il discorso è un ottimo testo introduttivo per aprire un dibattito, perché è equilibrato nel giudizio su tesi diverse ed ha anche un buon apparato di note critiche e bibliografiche. Ne darò quindi per scontata la lettura. In questo mio intervento, ovviamente, seguirò una mia originale traccia di pensiero.
2. In primo luogo, ho una critica metodologica e politica di fondo al saggio di Melchionda. Questo saggio vuol essere un contributo all'interno del pensiero di sinistra, che vuole "scuotere" la sinistra per aver rimosso e censurato il problema della dissoluzione del socialismo sovietico, e vuole dunque "rimettere in circolo" nella sinistra temi storici e teorici che concernono la sua stessa identità ed autopercezione storica. Sono in disaccordo radicale con questa impostazione. A mio avviso la rimozione e la censura di questo passato realsocialista non sono frutto di pigrizia o di burocratismo concretistico e tattico, ma sono la precondizione per la stessa esistenza della sinistra stessa, che si fonda strutturalmente su di una memoria selettiva e manipolata, in cui la rimozione e la censura sono elementi del tutto organici. La sinistra è stata storicamente due cose, la sede di un progetto politico universalistico di emancipazione umana basato su di un ppresunto (e in realtà illusorio) primato sociologico della classe operaia e proletaria, e poi il luogo di una rappresentanza politica di interessi collettivi principalmente di salariati all'interno del capitalismo. Con gli attuali sconvolgimenti storici questi due scenari non si sono solo indeboliti, ma sono entrati in crisi irreversibile. La sinistra è oggi una tribù sociale di appartenenza culturale identitaria, il popolo di sinistra politicamente corretto. Si tratta di una realtà sociale sterile e residuale, in cui nessun dibattito può essere fatto, perché qualunque dibattito radicale potrebbe far saltare ed esplodere questa tribù sociale conservatrice e subalterna di appartenenza culturale identitaria. Il presupposto minimo per poter discutere, quindi, è la fine esplicita e conclamata di ogni dicotomia Destra/Sinistra, che non sono più disposto ad accettare nemmeno in forma depotenziata. Spero che quanto ho detto non venga liquidato come una forma di inutile settarismo estremistico, ma venga preso per quello che è, una meditata posizione culturale pregiudiziale.
3. Un breve inciso personale. Melchionda ha la bontà di citare me e La Grassa come portatori della teoria della classe operaia come classe non-intermodale. E' esatto, ma è anche fuorviante, perché la discussione sul soggetto rivoluzionario dura da più di un secolo, e non l'abbiamo certo scoperta noi. La novità sta semmai sulla proposta di rivoluzione radicale nella cultura (Preve) e nella collocazione produttiva strategica (La Grassa), ed è proprio questa proposta, dirompente per l'intera sinistra, che non è mai stata presa in considerazione, non certo le innocue affabulazioni alla Marco Revelli o alla Toni Negri sul soggetto rivoluzionario, che anzi la sinistra ama moltissimo come i bambini amano il lecca-lecca. Io vengo anche definito "ex-marxista althusseriano". Questo è del tutto inesatto, perché io sono semmai un ex-marxista lucacciano (ontologia dell'essere sociale, eccetera). Per favore, un po' di precisione. A ciascuno l suo. Veniamo inoltre definiti "studiosi isolati". Ora, La Grassa si difenda per conto suo, ma io questo non me lo lascerò dire senza una breve riflessione. La parola "isolato" può essere usata in tre modi. In primo luogo, isolato è chi si autoisola, ed in questo caso non scrive neppure nulla perché il mondo è composto da coglioni cretini che tanto non lo capirebbero. Non è questo il mio caso. In secondo luogo isolato è chi propone teorie tanto folli da non pretendere che vengano prese in considerazione, come quella per cui il soggetto rivoluzionario comunista privilegiato sono i giapponesi ubriachi di saké o i finlandesi usciti incazzati dalla sauna perché si sono scottati il loro culo bianco. Non è il mio caso. Il mio caso, invece, è di chi è stato "isolato" (isolare, verbo transitivo), perché portatore di un sistema di idee incompatibile con la permanenza tolemaica della scissione fra popolo di sinistra, in basso, e dirigenti della sinistra, in alto. Mi rendo conto che questa osservazione può suonare come lievemente lamentosa, paranoica e autocommiserativa, ma la faccio lo stesso, perché nel testo di Melchionda non c'è traccia di analisi di sociologia della cultura, cioè di esame materialistico e storico dei meccanismi di esclusione, selezione e manipolazione delle ideologie (più althusserianamente, delle formazioni ideologiche) gestiti da oligarchie integrate di intellettuali e politici alleati o anche solo convergenti. Caro Melchionda, qui non si tratta certo solo del caso di Preve. Qui si tratta di un problema più ampio, che tu non prendi neppure in considerazione, laddove è centrale per la discussione che ci interessa promuovere.
4. La caratteristica teorica dell'analisi di Melchionda, a mio avviso, è quella di unire in modo originale due approcci teorici di per sé incompatibili, quello "politico" di Rita di Leo e quello strutturale della lezione di Charles Bettelheim. Questa originale fusione è ricca di suggerimenti, che meritano di essere presi in considerazione.
5. A suo tempo Bettelheim preferì la dizione di capitalismo di partito per connotare l'URSS, piuttosto che quella di capitalismo di stato tipica della tradizione bordighista e anarcosindacalista. A mio avviso si trattò di un'intuizione felice, perché l'URSS è crollata con la dissoluzione del partito, che funzionava da elemento connettivo indispensabile di una società atomizzata e frammentata in comunità di lavoro e territoriali autonomizzatesi a partire da Krusciov e poi sempre di più con Breznev. L'insistenza della corrente trotzkista sulla semplice dicotomia burocrazia/classe operaia è sempre stata invece fuorviante, perché non permetteva di capire realmente la dinamica storica in atto. Terminologicamente parlando, direi che in URSS sotto Gorbaciov c'è stata una controrivoluzione passiva dall'alto con l'appoggio ideologico decisivo, ma temporaneo, della classe intellettuale intenzionata a diventare un segmento della global middle class mondiale, con un ruolo decisivo da parte del ceto politico-amministrativo costituito dai dirigenti, dai tecnocrati e dai tecnici delle industrie statali, già largamente autonomizzatesi dal piano attraverso l'economia informale parallela e la stessa gestione popolare locale. Questa controrivoluzione non ha ristabilito il modo di produzione capitalistico in senso marxiano, da cui l'URSS non era comunque mai uscita, ma ha ristabilito una società capitalistica in senso weberiano prima inesistente, data la decisività antieconomica dell'apparato politico (il famoso "sistema amministrativo di comando"). Il doppioapparato terminologico spesso usato, marxiano e weberiano, è un fattore di confusione inesauribile. Io manterrei il termine di controrivoluzione, pur impreciso, non certo perché sia stato interrotto un processo di transizione al comunismo, che non c'era e su quelle basi non ci sarebbe mai stato, ma semplicemente per gli effetti geopolitici mondiali di questo processo, che hanno consegnato alla superpotenza militare americana il dominio militare del mondo (guerra del Golfo del 1991, guerra di Jugoslavia del 1999, gestione unilaterale della globalizzazione di tipo superimperialistico, eccetera).
6. Rita di Leo ha perfettamente ragione nell'insistere sul carattere operaio del modello sovietico staliniano, un carattere sistematicamente rimosso e censurato dagli intellettuali confusionari di tipo trotzkista, bordighista ed ingrao-rossandiano, tutti legatia una concezione aprioristica ed idealistica della classe operaia, che definirei in termini di "presupposto buonista". Essendo infatti la classe operaia buona per definizione a priori, non poteva certo appoggiare una cosa cattiva come lo stalinismo ed il dispotismo illiberale contro gli intellettuali bene intenzionati, cioè contro di loro. La realtà era apertamente opposta, tanto è vero che la base operaia e salariata del comunismo occidentale ha sempre intuito ciò che i suoi intellettuali onirici cercavano di nascondere, ed ha sempre appoggiato il socialismo reale, compresi i suoi famosi tratti illiberali. Altra cosa, ovviamente, è il riconoscimento dialettico di una schizofrenia strutturale dei salariati (e la società sovietica era effettivamente un modello di "società dei salariati", come comprese bene Pierre Naville, che non è fra le fonti di Melchionda), che si trovano benissimo nel sistema sovietico come produttori (ritmi di lavoro lenti, nessuna innovazione tecnologica licenziatrice, piena occupazione, status sociale addirittura superiore a quello di insegnanti, impiegati e medici, eccetera) e si trovano malissimo come consumatori (negozi vuoti, code pazzesche, caccia alle merci occidentali, eccetera). Su questa schizofrenia, che è poi un altro modo empirico di comprendere sociologicamente l'assoluta non-intermodalità della classe dei salariati di fabbrica, bisogna riflettere di più in futuro.
7. Rita di Leo è invece completamente fuori strada quando tematizza il comunismo in termini di utopia sociale egualitaria settecentesca, un mito-impedimento incapacitante da abbandonare. Inteso come mito finalistico e sbocco di una grande narrazione metafisica, la di Leo ha ovviamente ragione ad invalidare lo stesso concetto di comunismo. Questo comunismo è, in termini dell'ultimo Althusser, una vera e propria "storia", e il ne faut pas (se) raconter des histoires. Sacrosanto. Ma il comunismo marxiano era appunto un'altra cosa, era l'idea di un processo di costituzione progressiva di un lavoratore collettivo associato, alleato con le forze produttive sociali, il famoso general intellect, le potenze mentali della produzione capitalistica. Il noto pensatore "isolato" La Grassa (che infatti è stato isolato proprio per questo, e non ho ancora capito se Melchionda lo ha capito) ha dimostrato che questo processo in realtà avveniva, e che Marx aveva pensato in termini di socializzazione virtuosa di fabbrica ciò che in realtà era assai più desocializzazione viziosa di impresa. Ma di Leo butta via il classico bambino con l'acqua sporca, come fanno sistematicamente i marxisti pentiti divenuti weberisti entusiasti, cioè politeisti e disincantati, e con un vero e proprio salto della quaglia elimina lo stesso spazio di pensabilità di un possibile modo di produzione postcapitalistico. Classico, ma anche errato. Questo spazio di pensabilità, anticameradi uno spazio di fattualità, può invece essere tenuto aperto, anche dopo la necessaria assimilazione teorica ed elaborazione del lutto psicologica della fine irreversibile del conchiuso e terminato comunismo storico novecentesco.
8. Due parole per concludere. Io sono d'accordo con il tedesco Lohoff, citato da Melchionda. Senza la fine del mito del proletariato non si ricomincia neppure, perché nessuno può mettersi in cammino con uno zaino pieno di mattoni sbriciolati. Ma questa pars destruens, peraltro oggi ideologicamente impedita da piccoli gruppi di politici professionali indecisi fra la centralità dei centri sociali e la centralità del contratto dei metalmeccanici, è solo il 5% dell'intera questione, e ripetercelo continuamente (come peraltro anch'io faccio maniacalmente nel deserto) non ci farà fare un solo passo avanti. Lo ammetto apertamente. Resta un 95% del problema, che a mio avviso non si configura assolutamente nei termini narcisistici e soggettivistici dell'individuazione di un nuovo e decisivo "soggetto sociale" (si tratta a mio avviso dellatrasposizione mimetica del ruolo della borghesia nella transizione al capitalismo europeo), ma si configura piuttosto nella costruzione, in ogni caso non teleologica ma fortemente discontinua (e, perché no, anche "aleatoria", nei termini dell'ultimo Althusser), di una cultura politica, filosofica e produttiva alternativa. Si badi bene, però. Quando parlo di cultura alternativa, in quanto ovviamente riflesso di una prassi sociale alternativa, non alludo affatto soltanto alla cosiddetta cultura della globalizzazione ed al pensiero unico neoliberista, ma alludo anche alla cosiddetta cultura di sinistra, fattore di infantilismo e di rincoglionimento (ma si tratta di due estremi convergenti) permanente. E adesso finalùente Melchionda capirà perché sono "isolato". Mi permetta almeno di credere di essere isolato nei gruppi intellettuali italiani politicamente corretti, ma di non esserlo forse nel senso forte delle tendenze storiche più lente e profonde.
giugno 2001