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Sinistre, etica e guerra |
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Se c'è una cosa che è veramente cambiata, dopo l'evento
<<epocale>> che è stato l'11 settembre[1],
questa è la percezione di quell'insieme di fenomeni che va sotto
il nome di globalizzazione, reputato quasi unanimemente il carattere distintivo
della nostra epoca. E' crollata cioè l'ideologia globalista, o meglio
quella nuova utopia liberale per cui la fine della guerra fredda,
con la conseguente riaffermazione mondiale del capitalismo, e la transnazionalizzazione
delle relazioni economico-finanziarie avrebbero dato luogo a una durevole
e pacificata espansione del mercato, e quindi del benessere e dei
valori di libertà che esso si porterebbe dietro. Invece l'esplosione
selvaggia della violenza, terroristica e bellica, ha dimostrato che ancora
una volta - come già visto a suo tempo da Karl Polanyi (1974) - di
un'utopia si trattava: che il mercato di per sé, a maggior ragione
se libero da regolazioni e burocrazie come preteso dai neoliberali, non
è affatto in grado di ordinare la società e non può
funzionare senza la politica e il potere, e tanto meno può risolvere
i problemi che affliggono l'umanità, anzi li aggrava drammaticamente.
In realtà, tutto questo era chiaro molto prima dell'abbattimento
non simbolico del simbolo assoluto World Trade Center, solo che i
rapporti di forza e di potere che stavano dietro la globalizzazione, sostenendola
diligentemente, potevano ancora apparire camuffati e neutralizzati perché
non incontravano resistenze politiche di rilievo.
Ora, però, la politica è tornata nella sua forma più
pura e diretta: quella del conflitto amico-nemico. Perfino alcuni di quelli
che hanno teorizzato con più perentorietà il declino degli
stati e della politica hanno dovuto accorgersene e ammetterlo, in qualche
modo. E' in questo senso che, ad esempio, Ulrich Beck ha parlato dell'11
settembre come di una <<Chernobyl della globalizzazione>>, in
cui: <<Improvvisamente, i principi apparentemente irrefutabili del
neoliberalismo -- che l'economia soppianterà la politica, che il
ruolo dello stato diminuirà -- perdono la loro forza in un mondo
di rischi globali>>[2]. Lo sgretolamento
dell'ideologia globalista non è in discussione, dunque, dopo quanto
avvenuto, e non mi ci soffermerò in maniera specifica (anche se ricordarlo
era necessario in premessa). Le domande che si pongono riguardano piuttosto
il conflitto che si è aperto: perché esso esploda in questa
forma selvaggia e di che conflitto si tratti, innanzitutto. Bisogna poi
capire perché la politica questa volta, invece di intervenire a regolare
e limitare il mercato, secondo il modello della grande trasformazione, sembri
unicamente intenzionata a imporre con la forza l'ordine di cui questo mercato
ha bisogno e a rimuovere gli ostacoli che gli si frappongono. Perché,
in altre parole, si presenti nella sua forma estrema, quella dell'intervento
militare, che come sempre si risolve in sopraffazione di deboli e ammazzamento
di innocenti. E dobbiamo chiederci, infine, perché la sinistra non
è in grado di fare niente per fermare questa guerra, anzi ne è
in larga misura complice o è in fuga verso posizioni impolitiche.
La tesi che vorrei qui sostenere è che il ritorno della politica
e del conflitto nella scena mondiale avvenga sull'onda di una serie di fallimenti
storici del movimento operaio novecentesco e che solo una nuova sinistra,
capace di ricostruire una cultura critica e un progetto alternativo verso
l'ordine capitalistico, che cioè faccia politica, possa dare
una prospettiva progressiva e uno sbocco non distruttivo al conflitto drammatico
che si è aperto.
1. Di fronte alle nuove guerre
Il quadro esteriore entro cui si colloca il conflitto suscitato dagli
attentati dell'11 settembre, e nel quale va decifrata anche la posizione
delle sinistre, è quello della rilegittimazione della guerra
come strumento <<praticabile>> per la risoluzione delle controversie,
come strumento <<ordinario>> della politica. In questo senso,
la guerra dell'Afghanistan va accostata a quelle del Golfo e dell'ex-Jugoslavia,
e in generale alle guerre scoppiate dopo il 1989. Si tratta, per molti aspetti,
di conflitti di tipo nuovo. Com'è noto, i conflitti non mancavano
neppure nella guerra fredda, ma allora essi erano davvero <<regionali>>
e cioè subordinati, secondo il modello del Vietnam, alla logica della
deterrenza (e della compellenza), nel senso che non oltrepassavano mai certi
limiti, non mettevano in discussione l'ordine politico bipolare e coinvolgevano
direttamente una al massimo delle grandi potenze. Di conseguenza, il ricorso
all'intervento militare era considerato un fatto eccezionale e perciò
si cercava di delimitarlo nel tempo e nello spazio. Invece le nuove guerre
post-bipolari, il cui protagonista immancabile è l'unica superpotenza
rimasta, cioè gli Stati Uniti, si presentano come una condizione
normale del nuovo sistema internazionale globale, tant'è che
non hanno né un vero inizio (non vengono mai dichiarate) né
una fine (Dal Lago 2001). Quel che è peggio è che questa normalità
della guerra può essere sostenuta e legittimata in virtù di
alcune sue caratteristiche costitutive irrinunciabili. Anzitutto una enorme,
incolmabile asimmetria tra le parti: il divario di risorse tra la superpotenza
americana e i suoi occasionali sfidanti è tale che si fa fatica a
chiamare <<guerra>> l'azione militare solipsistica che ne deriva.
Un'asimmetria che si risolve quindi in un'opera di distruzione fredda e
sistematica, le cui pretese modalità <<chirurgiche>>
non evitano affatto costi per le popolazioni civili, anzi ricadono tutte
su queste ultime, dal momento che manca un vero avversario militare da colpire.
Esattamente il contrario avviene dall'altra parte del conflitto (ed è
questa la seconda caratteristica delle nuove guerre): il territorio e i
cittadini (ivi compresi i militari) del mondo <<civile>> non
vengono in alcun modo minacciati, quasi neppure interessati, dalla materialità
della guerra[3]. E' la sterilizzazione del
conflitto, o ciò che Pietro Ingrao (2000) ha descritto vividamente
con l'espressione di <<guerra celeste>>. Naturalmente, le precedenti
due caratteristiche -- che possiamo definire tecniche, pur sapendo quanto
ciò sia riduttivo -- sono condizioni necessarie ma non sufficienti
perché le nuove guerre si possano presentare come <<normali>>.
In più è necessaria una terza caratteristica, di tipo ideologico
o morale (tanto più che le precedenti sono decisamente immorali).
Ecco allora che a ogni intervento si trova il modo di attribuire una funzione
umanistica: l'affermazione di valori universali, dei diritti umani, delle
regole civili, contro la barbarie e la prepotenza.
Ora, si può discutere del loro reale grado di novità, ma di
sicuro queste caratteristiche aiutano a spiegare la legittimazione-normalizzazione,
la sopportabilità, conseguite nell'ambito delle società occidentali
dalle nuove guerre della globalizzazione. Quel che non spiegano, invece,
è l'acquiescenza manifestata verso di esse da una parte, di gran
lunga maggioritaria, della sinistra occidentale. Benché questa abbia
fatto notevoli sforzi per avvalorare le ragioni etiche di queste guerre,
specialmente in occasione dell'intervento nel Kosovo, che vedeva il massimo
coinvolgimento dei governi di sinistra europei [4],
un tale atteggiamento denota una modificazione non marginale della cultura
politica di questa componente. Il rifiuto morale della guerra, il ribrezzo
per le armi, i valori della non-violenza, l'aspirazione e l'iniziativa per
il disarmo, che erano entrati a far parte del suo patrimonio culturale,
del suo <<comune sentire>>, sembrano oggi cancellati, quasi
senza lasciare traccia. E' comprensibile, allora, che questa modificazione
solleciti una riflessione di fondo sull'attuale identità della sinistra
moderata e socialdemocratica. C'è chi, associando questo cedimento
politico-culturale a quello già registrato nei confronti dell'ideologia
liberista, vi ravvisa addirittura l'indicazione di una mutazione genetica,
l'avvenuta trasformazione di questa parte della sinistra in partiti di centro
(Ingrao-Rossanda 2001) e <<la prospettiva di una destra e una sinistra
che si assomigliano sempre di più, dove la sinistra si distingue
solo per la sua propensione alla guerra etica e all'integralismo ideologico>>
(Santomassimo 2000, p. 136). Altri invece, piuttosto che una rottura, vi
intravedono <<il segno di un nodo non sciolto nel pensiero e nell'esperienza
politica della sinistra europea>>, ossia <<l'incapacità
di costruire, tanto sul terreno delle finalità e delle scelte di
valore come su quello delle esperienze pratiche, un'idea di sviluppo della
società (anzi della civiltà umana) che vada davvero oltre
la visione di un progresso essenzialmente produttivistico ed economicistico
e che superi i limiti di un'esperienza politica e civile fortemente ancorata
alla realtà dell'Occidente (che è - oltretutto - la realtà
di una minoranza privilegiata)>> (Chiarante 2001, pp. 22, 26).
Qualunque sia il giudizio che se ne voglia dare, però, una riflessione
sull'identità della sinistra, alla luce del suo atteggiamento verso
le nuove guerre, dovrebbe partire dalla situazione politica internazionale
in cui si inserisce. Una situazione che - bisogna ammetterlo - per i suoi
connotati principali è contrassegnata e scaturisce dal grande fallimento
delle sinistre novecentesche. Infatti, la fine del vecchio ordine internazionale
e il nuovo ordine che si profila (e in ogni caso le modalità e gli
attori con cui questo si va affermando) coincidono con una sconfitta storica
delle sinistre. Anzi, più che con una sconfitta, con un vero e proprio
fallimento [5]. Il crollo dell'Urss, innanzitutto,
che è stato davvero un evento epocale nelle relazioni internazionali,
ha spezzato quell'equilibrio -- basato sul terrore e sulla gabbia delle
sfere d'influenza, ma pur sempre di equilibrio si trattava -- che non solo
aveva l'effetto di limitare i conflitti ma offriva anche un'alternativa
e una sponda, per quanto illusorie, ai paesi che si opponevano al dominio
di una superpotenza. Il superamento del bipolarismo e della guerra fredda,
invece, senza preludere affatto alla pacificazione, ha lasciato campo libero
al sistema capitalista e uno spazio sconfinato alla superpotenza superstite
e vincitrice, che ha cercato di approfittarne per mettere in cantiere <<un
nuovo grandioso progetto>>: costruire un'incondizionata egemonia statunitense,
<<fondata sulla superiorità della propria economia, della propria
cultura materiale, degli arsenali (nucleari e non), simbolizzata nel progetto
di una globalizzazione diffusa su una società civile planetaria,
che potrebbe essere la principale acquisizione che il ventesimo secolo consegnerà
al successivo>> (Bonanate 2000, p. 44).
Ora, di questo bilancio e di questi esiti del ventesimo secolo le sinistre
e i loro progetti sono stati politicamente le vittime privilegiate. Da un
lato il naufragio dell'esperimento sovietico e dall'altro la globalizzazione
neoliberale hanno messo allo scoperto l'incapacità e l'impossibilità
- almeno in questa fase - della sinistra di disporre di un'identità
e di un progetto alternativi dal punto di vista sistemico. Questo intendevo
quando ho affermato che l'attuale situazione politica internazionale corrisponde
a un doppio fallimento della sinistra. Ma se le cose stanno così
non possono stupire - preoccupare e indignare sì, però - lo
stato di abulia e la remissività culturale in cui essa è caduta.
Certo, non è detto né giustificato che l'insuccesso e la privazione
di un progetto implichino, per reazione, la rinuncia alla propria identità,
a un certo carattere e a un'attitudine che dovrebbero essere alla radice
di qualsiasi <<personalità>> politica matura. Ma, comunque
abbia reagito al fallimento, rimane il fatto che la sinistra, anzi le
sinistre (non solo la componente moderata) si siano trovate spiazzate, fuori
posto e fuori sintonia di fronte ai nuovi conflitti della globalizzazione,
anzi a quell'unico conflitto globale che si è innescato con la fine
del vecchio ordine. Per questo il loro atteggiamento verso questa vicenda
appare tutt'altro che all'altezza della posta in gioco e dello scontro che
si è aperto nel sistema mondo. Ci sono, evidentemente, modi opposti,
e ampiamente diversificati, in cui le sinistre rispondono alle nuove guerre,
e in particolare all'ultima, scoppiata dopo l'attacco terrorista alle Twin
Towers. L'adesione e l'opposizione alla guerra sono atti che, pur essendo
variamente motivati, stabiliscono uno spartiacque politico da cui non si
può prescindere in alcuna maniera. Malgrado ciò, mi pare che
le diverse risposte abbiano qualcosa in comune, che ha origine nel fatto
che tutte le componenti della sinistra portano ancora sulle proprie spalle
il peso dello stesso fallimento e dello stesso spiazzamento. Si tratta insomma
di risposte impolitiche, o comunque non proporzionate al grado di politicizzazione
del conflitto globale. Prima di entrare nel merito di queste risposte, dunque,
è necessario soffermarsi sull'interpretazione del conflitto e sulla
posta che in esso è in gioco.
2. Il conflitto globale e le sue interpretazioni
Tutti abbiamo la sensazione che le nuove guerre della globalizzazione,
oltre a presentarsi in una stessa forma - come abbiamo visto -, rientrino
anche in un unico genus, rispondano a una stessa logica e siano innescate
dagli stessi moventi. Eppure vediamo benissimo quanto esse siano diverse
tra loro per contenuti, condizioni, circostanze. Certo, nascono tutte da
uno scenario delle relazioni internazionali che si trova a cavallo di una
transizione - il cui approdo può apparire scontato, eppure non è
ancora raggiunto - da un certo ordine all'altro. Ma, come sappiamo, indicare
uno scenario non significa penetrare la logica delle azioni che lo animano.
Perciò non mancano schemi interpretativi e chiavi di lettura che
si sforzano, con più o meno successo, di spiegare la natura e le
dinamiche sistemiche dei nuovi conflitti della globalizzazione. Essi, oltre
a guardare al di là della somma degli avvenimenti, e a distaccarsi
naturalmente dalla rappresentazione che ne danno gli attori politici, si
differenziano tra loro a seconda dell'importanza che attribuiscono alle
novità di questa fenomenologia. E sono gli stessi a cui hanno fatto
ricorso, senza variazioni significative, le culture di sinistra. Abbiamo
innanzitutto le interpretazioni che, secondo teorie consolidate, scelgono
come chiave i moventi geopolitici e/o economici. Esse - che definiremo moderniste
- hanno sicuramente il merito di richiamarci a un approccio realista verso
le relazioni internazionali, guardando agli interessi che ci sono dietro,
eppure risultano insoddisfacenti se si tiene conto del fatto che sono venuti
a mancare requisiti che per questi approcci erano essenziali. Non si regge
più la lettura geopolitica, a fronte dei mutamenti del ruolo degli
stati nazionali, se non proprio della loro crisi di sovranità, e
di guerre che difficilmente possono essere fatte rientrare in una tradizionale
dinamica interstatuale. Né l'interpretazione economicista riesce
a dar conto di conflitti in cui stenta ad emergere in primo piano la concorrenzialità
tra grandi potenze imperialiste per la conquista di mercati e la spartizione
del mondo. Tanto meno sono convincenti, poi, le versioni plot-theory
di queste letture, che dietro i conflitti, le azioni e le motivazioni esteriori
scorgono sorde lotte e oscure strategie di grandi soggetti, che in qualche
caso vengono identificati negli stati o in loro specifici apparati, in altri
casi si ravvisano nelle élites, nelle classi dominanti o in
loro frazioni particolari (La Grassa 1999).
Gli approcci modernisti sono stati puntualmente riproposti, specialmente
in certi settori tradizionalisti della sinistra, ma hanno mostrato la corda
nell'analisi delle nuove guerre post-bipolari, e in particolare nel caso
del conflitto afghano. La spiegazione dell'ultima iniziativa bellica americana
è stata ricondotta, a seconda dei casi, a manovre di affermazione
delle gerarchie di dominio, di riaffermazione egemonica o di contenimento
di potenziali avversari e competitori, a complesse valutazioni strategico-militari,
a esigenze di posizionamento per il controllo delle risorse, al rilancio
dell'economia Usa, ecc. Ma, per quanto realistiche e perspicaci possano
essere queste ipotesi (Brzezinski 1997; Klare 2001), esse risultano troppo
lineari e semplicistiche nella determinazione dei comportamenti e della
razionalità dell'insieme degli attori coinvolti, soprattutto in relazione
all'evento originario dell'11 settembre. Contestano ragionevolmente che
l'intervento militare in Afghanistan risponda solo a criteri di <<giustizia>>,
così come è stato ufficialmente presentato, e non invece a
criteri di <<ordine>>, ma non spiegano la funzione effettivamente
svolta dagli attentati terroristici nella vicenda complessiva (Halliday
2001). Questi appaiono sganciati dai fatti successivi e dalla loro trama
strategica, ma ad essi funzionali (cui prodest?), in quanto occasione
<<propizia>> per il dispiegamento di un disegno strategico preesistente
o addirittura - secondo la versione cospirativa - in quanto evento deliberatamente
provocato (o assecondato) a questi scopi (Baracca 2001; Woods-Grant 2001).
Non a caso, in queste interpretazioni il ruolo dell'attore terrorista, a
prescindere dalla valutazione della sua reale consistenza politica, viene
trascurato, radicalmente sottovalutato, o proprio rimosso, il che - come
vedremo - inibisce la comprensione della dinamica politica in atto nel sistema
mondo.
Se alla prova dei fatti questi approcci tradizionali risultano inadeguati
per spiegare i nuovi conflitti, non convincono neppure le interpretazioni
(chiamiamole pure post-moderniste) che a questo scopo enfatizzano
al contrario le novità - considerandole vere e proprie cesure rispetto
alla politica moderna - intervenute con la fase della globalizzazione. La
principale di queste novità sarebbe rappresentata, com'è noto,
dal declino degli stati nazionali e dalla corrispondente unificazione del
mondo, dal libero dispiegamento (extra-nazionale e post-industriale) del
mercato e degli attori economici transnazionali e dalla decentralizzazione
e deterritorializzazione dei poteri. In questo mondo finalmente unificato,
senza confini, senza un dentro e un fuori, non sarebbe superata solo la
coppia Est-Ovest ma anche quella Nord-Sud e in generale l'opposizione fra
un centro e una periferia. In questo quadro, la politica internazionale
tenderebbe ad assomigliare sempre più alla politica interna, il diritto
a farsi extra-territoriale e le guerre a presentarsi come operazioni di
polizia, promosse da un soggetto super-partes a garanzia di valori universali.
In un'accezione più radicale (almeno nei toni), questo nuovo ordine
mondiale sarebbe istituito da un vero e proprio Impero, inteso come nuova
forma di sovranità globale, trasversale e decentrata, regolata da
élites economiche transnazionali omogenee, nel quale non avrebbero
più senso le vecchie politiche di potenza né i conflitti politici
a base economica propri del tradizionale imperialismo (Hardt-Negri 2002)[6]. Di conseguenza, le nuove guerre di quest'epoca
post-imperialista e post-colonialista andrebbero interpretate o come atti
di repressione della criminalità (anch'essa globalizzata), alla stregua
delle guerre dell'Impero romano contro i pirati (Galli 2001), o come <<una
lotta feroce tra clan rivali del capitalismo per il dominio su questa globalizzazione>>
(T. Negri in Esposito-Negri-Veca 2001, p. 121), ma in ogni caso esse non
avrebbero natura propriamente politica.
Il vantaggio degli approcci post-modernisti, oltre che di cogliere nuovi
fenomeni e tendenze della realtà contemporanea, è sicuramente
quello di rispecchiarne in larga misura la rappresentazione ufficiale e
di aderire a quell'ideologia della globalizzazione che è diventata
senso comune in questi ultimi anni. Peccato che proprio quest'ideologia
sia entrata manifestamente in crisi dopo l'11 settembre. Tant'è vero
che l'approccio post-modernista sembra lungi dall'aver colto il senso degli
ultimi eventi. Per quanto possa risultare tranquillizzante, infatti, appare
poco realistico ridurre a un'operazione di polizia il conflitto che si è
innescato. Non tanto per le sue modalità e per le prospettive di
allargamento già preannunciate, quanto per il significato che esso
di fatto ha assunto. Perché la vicenda scandita dalla sfida terrorista
e dalla rappresaglia americana sta ad indicare una crisi della globalizzazione,
più che una crisi nella globalizzazione. In due sensi. In
primo luogo, nel senso - già richiamato all'inizio - che ne viene
smentita la rappresentazione mitica, con le sue illusioni di un mondo unificato
(non solo economicamente) dal mercato, ma decentrato e reticolare nella
distribuzione del potere, non più diviso lungo linee statuali e nazionali
né secondo contrapposizioni politico-ideologiche. Si è visto
invece che la realtà era tutt'altra: quella della concentrazione
del potere internazionale nelle mani delle grandi potenze e del primato
strategico del super-stato Usa, quella dell'aumento del divario socio-economico
fra nazioni e aree del pianeta, della regionalizzazione e del neoprotezionismo
delle aree e dei paesi forti, della destabilizzazione dei paesi dipendenti,
quella della rinascita delle ideologie assolute e dei rancori montanti contro
l'appiattimento occidentalista delle diversità culturali, ecc. ecc.
C'è voluta, paradossalmente, proprio la sfida materiale a questo
assetto per renderlo finalmente visibile: finché rimaneva incontrastato,
infatti, le false rappresentazioni globaliste risultavano talmente plausibili
da essere impermeabili a qualsiasi critica culturale.
Il paradosso - che tale non sarebbe alla luce della critica delle ideologie
- è che la realtà della globalizzazione si mostra proprio
nel momento in cui entra in crisi. Entra in crisi perché l'assetto
mondiale unipolare, a egemonia americana, che gli stava dietro è
stato sfidato, attaccato e forse intaccato. In realtà, questo assetto
era già fragile e in affanno, almeno dal momento del disfacimento
del blocco sovietico. Se lo si confronta con l'età d'oro dell'American
Primacy, che coincide con la guerra fredda, il decennio passato si segnala
come un faticoso tentativo degli Usa di arginare il loro tendenziale declino,
condotto approfittando del vantaggio offerto dall'implosione dell'impero
sovietico e puntando tutto sulla propria superiorità strategico-militare
(di Leo 2000). Basata ormai più sul dominio che sull'egemonia, più
sul potere della armi che su quello del denaro e dell'ideologia, l'iniziativa
americana ha dovuto arrendersi infatti a una situazione mondiale di disordine
e di ingovernabilità senza precedenti, a un atteggiamento sovente
riottoso e autonomo dei paesi alleati e a veri e propri segni di insubordinazione
da parte degli altri (Minolfi 2001). Ed è in questo quadro che si
è inserita la sfida dell'11 settembre. La quale, piuttosto che un
pretesto (o addirittura una macchinazione), potrà anche convertirsi
in un'opportunità ma intanto è stata un danno notevole per
gli interessi americani (e non mi riferisco qui al lato umanitario). La
vulnerabilità evidenziata dagli Stati Uniti ne ha insidiato l'autorevolezza
non solo sulla scena internazionale ma anche all'interno, per quanto le
reazioni della popolazione sembrino indicare il contrario. Tenendo conto
di queste insidie, l'intervento militare era una strada obbligata per il
governo americano, ma nondimeno esso è rischioso, non è detto
insomma che non finisca per aggravare la sua crisi di egemonia[7].
In questo senso, le nuove guerre potrebbero essere tutt'altro che <<costituenti>>
di un nuovo ordine mondiale unipolare.
Visto da questa prospettiva, il conflitto in corso assume una fisionomia
ben diversa da quelle tratteggiate dai due filoni interpretativi richiamati
sopra. O sopravvalutando la razionalità e le capacità di pianificazione
e di azione dei grandi poteri, statuali e non, a cominciare dagli Usa, o
al contrario sottovalutando la politicità e la portata del conflitto,
entrambi finiscono per non vedere la crisi di egemonia che si è aperta
nel sistema mondo. Uso qui la categoria di <<crisi di egemonia>>
in senso gramsciano, cioè come una crisi che ha per oggetto i rapporti
di forza tra gruppi sociali e tra nazioni e le relazioni tra economia, società
e politica [8]. E' questo che intendo quando
faccio riferimento all'impasse in cui si trovano (e le sfide a cui sono
sottoposte) oggi la globalizzazione neoliberale e la supremazia americana,
vale a dire la struttura di potere esistente. Una struttura di potere che,
malgrado le trasformazioni subite, per la sua natura non riesco a definire
se non con il vecchio e abusato concetto di imperialismo, il quale
- ridotto all'osso - sta a indicare la dominazione politico-economica di
un gruppo di paesi ricchi sul resto del mondo. Ebbene, tale struttura di
potere è entrata in crisi egemonica perché i primi non riescono
più a esercitare pacificamente il proprio ruolo imperialista e i
popoli dipendenti - che, in condizioni di povertà sempre più
insopportabili, hanno maturato una ostilità crescente verso le potenze
occidentali - sono entrati <<in movimento>>, in una conflittualità
permanente, per ora disordinata e latente ma alla ricerca di un'espressione
politica[9]. Un'espressione politica che
non viene fornita dagli stati solo perché essi sono neutralizzati
nella rete neocolonialista (e spesso sospinti in una condizione pre-statuale
dall'ulteriore impoverimento indotto dalla globalizzazione neoliberale),
ma potrebbe trovarla in organizzazioni come quella che - proprio a questo
scopo - ha compiuto gli attentati dell'11 settembre.
Quel che è certo è che la dominazione imperialista traccia
il cleavage su cui si dispone l'arena politica mondiale, dando luogo
a un inedito conflitto globale. Da questo conflitto hanno origine le nuove
guerre, la cui duplice natura non le rende più riconducibili al modello
classico interstatuale dello jus publicum europaeum, nel quale erano
chiare le distinzioni <<fra stato di guerra e di pace, fra combattenti
e non-combattenti, fra nemico e criminale comune>> (Schmitt 1981,
p. 6). Sono guerre partigiane, in senso schmittiano, che cioè
contengono nel modo più intensivo i requisiti della politicità,
dell'essere totalmente parte o partito nella contrapposizione amico-nemico:
il <<preciso contrario>> della pirateria. Quel che hanno di
inedito queste guerre è di far coincidere entrambe le specie di guerra
partigiana: di essere allo stesso tempo guerre coloniali e guerre civili
[10]. Dunque, il cleavage da cui
hanno origine le nuove guerre, inteso contemporaneamente quale conflitto
coloniale e guerra civile in nuce, è un conflitto globale che esprime
contraddizioni di interessi e di identità, in forma asimmetrica,
e perciò esso travalica e congloba gli attori statuali in quanto
tali. Da una parte i paesi dominanti - i cui contrasti intestini (inter-imperialisti)
non sono affatto scomparsi (al contrario, sono stati accentuati dalla globalizzazione),
né si sono dissolti gli apparati statali che ne tutelano gli interessi
<<nazionali>> (al contrario, si stanno sforzando di irrobustirsi,
come dimostra l'esperimento dell'Unione Europea) - tendono a superare le
divisioni e a coalizzarsi di fronte alla priorità di difendere gli
interessi comuni: ecco perché le grandi alleanze formatesi nelle
nuove guerre sono tutt'altro che il segno di una sudditanza delle altre
potenze nei confronti degli Usa. Dall'altra parte invece i popoli dominati
tendono a potenziare gli elementi identitari comuni per difendersi dall'oppressione
di cui sono fatti oggetto. Il più forte di questi elementi identitari
è dato sempre dall'appartenenza nazionale, e lo stesso progetto politico
fondamentalista, che pure fa riferimento all'identità religiosa,
vi rientra.
3. La sinistra impolitica
Se la precedente - sia pur rapida - descrizione del conflitto globale
è giusta, risulta evidente la sua drammaticità ed è
comprensibile la preoccupazione per i rischi che comporta per il futuro
dell'umanità. Pur essendo chiari i suoi termini strutturali e alcune
sue tendenze, però bisogna dire che esso non ha ancora assunto la
sua forma definitiva, e non è detto che ciò avvenga, visto
che i gruppi privilegiati cercano di evitarlo in ogni modo. In base a una
nota teoria di Stein Rokkan (1982), un cleavage per svilupparsi in
forma politica compiuta deve attraversare tre momenti (che non vanno considerati
rigidamente come una successione temporale): a partire dalla sua <<base
strutturale>> (l'opposizione tra gruppi sociali), esso deve essere
prima rielaborato culturalmente (o ideologicamente) per costituire l'identità
collettiva e poi trovare un'espressione politica organizzata[11].
Ebbene, nel conflitto globale il processo non è affatto compiuto,
e forse siamo ancora lontani dalla sua vera e propria politicizzazione.
Ma neppure il momento intermedio, che è quello davvero cruciale,
ha trovato un approdo solido e definitivo, anzi è oggetto di una
strenua battaglia ideologica. Nonostante l'iniziale successo dell'<<attacco
all'America>>, il progetto politico fondamentalista di Bin Laden -
il più consistente che è in campo - non solo non è
riuscito a conquistare significativi caposaldi statuali (quello, seppur
gracile, di cui disponeva con l'Afghanistan l'ha perduto), che gli sono
assolutamente necessari, non solo ha dovuto subire un colpo organizzativo
forse mortale, ma ha dimostrato anche seri limiti nella sua capacità
di rappresentare una piattaforma ideologica abbastanza unificante nello
stesso mondo arabo-islamico (anche perché, paradossalmente, i paesi
più fondamentalisti sono i principali alleati delle potenze imperialiste).
Insomma, il conflitto globale non si è ancora cristallizzato nello
scontro tra civiltà che in tanti hanno preconizzato dopo l'11 settembre.
Ma il rischio c'è, e non solo per volontà di una parte. Da
questo punto di vista, bisogna ammettere che lo schema interpretativo proposto
a suo tempo da Samuel Huntington (1997) ha dimostrato di essere di gran
lunga più perspicace di quelli vecchi e nuovi -- ho cercato di illustrarli
sopra -- adottati dalle culture di sinistra. Malgrado il suo ideologismo
di fondo e la sua forzatura culturalista (le <<civiltà>>),
Huntington aveva visto subito che la fine del bipolarismo non avrebbe affatto
soppiantato, ma accentuato i conflitti e aveva capito che la linea di frattura
sarebbe stata quella tra l'Occidente e il resto del mondo, trascurando però
che essa è una frattura socio-economica prima ancora che ideologico-culturale
(Huntington 1993). La rappresentazione culturalista del conflitto, del resto,
va incontro alla sensibilità delle élite occidentali, com'è
apparso evidente in varie occasioni, perché ottempera perfettamente
alla funzione legittimante che esse assegnano all'ideologia. Se esse in
fin dei conti hanno evitato di adottarla esplicitamente, anche a rischio
di indebolire il consenso dell'opinione pubblica verso l'intervento militare,
è solo perché sono state frenate da considerazioni di opportunità
politica, che consigliavano piuttosto di depotenziare il conflitto (operazione
di polizia). Ma in effetti questa scelta (che comunque ha mantenuto un margine
di ambiguità) è razionale e praticabile proprio perché
quella rappresentazione ancora non rispecchia lo stadio reale del
conflitto.
Comunque, la bancarotta politica e culturale fatta segnare dalla sinistra
nella congiuntura in questione non riguarda tanto la sua lucidità
di interpretazione. Il problema drammatico, che attiene alla sfera propria
della prassi, è che questa componente politica (in ogni sua variante)
ha mostrato di non disporre di un progetto alternativo credibile, da opporre
alla tendenza fondamentalista, e quindi di non essere in grado di determinare
(o almeno operare per) uno sbocco diverso, che non sia regressivo e catastrofico
come quello prospettato dall'integralismo islamico e dagli etno-nazionalismi.
Non ci dovrebbe essere bisogno di molte parole, se le cose andassero per
il loro verso, per ricordare che la sinistra sarebbe l'interlocutore politico
naturale dei popoli oppressi. Invece oggi non è così, e forse
non lo è mai stato, se non per un breve momento, agli esordi della
Terza Internazionale, visto che prima era un movimento esclusivamente
eurocentrico e dopo l'attrazione esercitata dall'Urss è stata
in fin dei conti superficiale, dovuta più al suo ruolo di contrappeso
nei confronti dell'imperialismo americano che al suo progetto socio-politico.
Dunque l'incapacità della sinistra di interpretare e captare le istanze
di liberazione dei popoli dipendenti viene da lontano, ma essa è
diventata drammatica da quando è venuto meno anche il ruolo di riferimento
che con tutti i suoi limiti svolgeva l'Unione Sovietica. Si è creato
un baratro tra una sinistra sempre più ripiegata nella sua ricca
e democratica culla europeo-occidentale e un Terzo mondo sempre più
disperato ed estraneo.
Si tratta di un ennesimo fallimento storico, forse il più grave,
della sinistra, che così, di fronte al dispiegarsi del conflitto
globale, è caduta - almeno nella sua parte maggioritaria - nella
subalternità verso le ragioni dei forti, sancendo forse la sua definitiva
<<occidentalizzazione>> (Latouche 1992). Il significato e le
conseguenze di questa scelta vanno anche al di là di quanto avvenne
nel 1914, quando le sinistre si divisero sull'appoggio alle proprie borghesie
nazionali in una guerra inter-imperialista. Ma quel che è peggio,
oggi, è che la sinistra si è assunta la responsabilità
di lasciare le ragioni dei deboli nelle mani di movimenti reazionari come
il fondamentalismo islamico. Ecco perché, di fronte alle guerre con
cui questo conflitto si manifesta, essa si ritrova puntualmente spiazzata,
fuori posto e fuori sintonia. Malgrado le retoriche umanitarie (non ce n'è
una sola), sia quando si schiera a favore dell'intervento, sia quando ne
prende le distanze, la sinistra sente che questo non è il suo
conflitto, non si sente fino in fondo parte in causa. Nel caso della
<<guerra al terrorismo>>, per esempio, le sinistre non hanno
potuto (anche quando forse avrebbero voluto) andare al di là
di - divaricate - prese di posizione morali e di una - maggiore o minore
- presa di distanza metodologica (<<strumentale>>), attinente
cioè all'efficacia dell'intervento e al rapporto fini-mezzi. Insomma,
tutto fuorché una posizione politica, se per politica intendiamo
non una serie di istituzioni, di procedure e di simboli ma l'espressione
organica di un cleavage sociale e una forte identità di parte.
La fuga dalla politica non è una novità dell'evoluzione della
sinistra, né una specificità della sinistra italiana. Ma non
si era mai manifestata in maniera così netta come di fronte al conflitto
globale e in occasione della vicenda iniziata con l'11 settembre. Il che
è abbastanza paradossale, perché proprio in questa congiuntura
la politica ha reclamato un suo posto e - anche se in forma estrema e barbara
- se l'è ripreso, dopo essere stata a lungo neutralizzata dalla centralità
assoluta dell'economia e del mercato - il che aveva fatto parlare di tramonto
della politica (Tronti 1998). Ora, con la politicizzazione del conflitto
globale, si è visto che la politica in realtà si era volatilizzata
solo per una parte politica, tant'è vero che l'altra parte non ha
avuto nessuna difficoltà o esitazione, né ha espresso alcun
distinguo, quando ha dovuto prender partito e identificare l'hostis.
Invece la sinistra, quando proprio è stata costretta a schierarsi,
o in appoggio o in dissenso con l'intervento occidentale, lo ha fatto con
difficoltà, mostrando di non star bene nei panni di nessuno dei contendenti.
Di qui l'appiglio dell'etica. Per chi ha scelto di sostenere gli americani
la priorità morale ce l'aveva ovviamente il ripudio del terrorismo
(o, in altra occasione, quello della <<pulizia etnica>>), ma
con un atteggiamento comprensivo verso le radici profonde del fenomeno (i
<<giacimenti dell'odio>>). Per chi ha rifiutato l'intervento,
invece, era prioritario moralmente evitare l'uso della violenza e la morte
di innocenti, pur esprimendo esecrazione verso il terrorismo e pietas
verso le sue vittime.
Niente da ridire, beninteso, sulla dignità di queste posizioni, che
anzi erano inevitabili, nella situazione data. Ma l'etica e l'umanesimo
non sono sufficienti se questa situazione la si vuole modificare. Per questo
c'è bisogno della politica, della capacità di intervenire
nell'oggetto del conflitto e nella determinazione dei rapporti di forza.
In altre parole, il problema per la sinistra non dovrebbe essere di scegliere
con metro morale tra gli attori dati (anche questo, ovviamente!), ma di
far emergere il conflitto che c'è dietro di essi, dargli una nuova
forma e offrire diversi valori e rappresentanza alle istanze di emancipazione
che vi si esprimono. Non è facile, al punto in cui siamo, ma le risorse
per farlo la sinistra le avrebbe, essendo ancora lo schieramento maggioritario
in Europa, al governo in molti paesi. In questo senso, però, sono
fuorvianti e di scarsa icasticità le politiche finora formulate.
In un modo o nell'altro, esse in fondo rappresentano vie di fuga impolitiche.
Una di esse si appella alle istituzioni e al diritto, indicando cioè
nella valorizzazione del ruolo della <<comunità>> internazionale
(organismi come l'Onu) e nella prospettiva più o meno esplicitata
della democrazia cosmopolitica la strada per ristabilire l'ordine e la sicurezza
internazionali (es. Habermas 1999; Held 1999). Malgrado le apparenze e le
pretese contrarie, questo atteggiamento - di chiara impronta liberale -
è profondamente impolitico e spoliticizzante (in senso schmittiano),
perché rimuove ecumenicamente il conflitto e si affida invece alle
istituzioni e alle regole, che ne sono pur sempre una neutralizzazione.
Non è un caso che, invece, oggi l'Occidente - ivi compresa la sinistra
- rimuova il tema ben più politico dell'espansione della democrazia,
che pure era stato il cavallo di battaglia della guerra fredda contro l'Urss.
A parte le delusioni avute nell'Est, è chiaro a tutti che cosa significherebbe,
ad esempio, democratizzare le società arabo-islamiche, attraversate
come sono dal richiamo politico-religioso integralista. Ciò non toglie,
però, che la sinistra non dovrebbe rinunciare a questa prospettiva,
perseguibile soltanto a condizione di un serio ripensamento del modello
e delle condizioni della democratizzazione, che riguardano la stessa cittadella
liberaldemocratica occidentale.
Se la strada istituzionalista equivale a una neutralizzazione della politica,
c'è però un'altra strada, opposta alla prima, che potrebbe
portare la sinistra a un vero e proprio esodo dalla politica. Mi riferisco
in particolare alla tentazione ricorrente in una parte della sinistra (anche
in Italia, seppure in misura minore che altrove) di rifugiarsi nella società.
E' questa la strada indicata da chi, a maggior ragione di fronte al carattere
distruttivo assunto dal conflitto globale dopo l'11 settembre, ha perduto
la fiducia nella capacità della politica di rappresentare e risolvere
i problemi reali dell'umanità. In questa prospettiva, non solo la
politica di potenza degli stati occidentali, con l'adesione totale ad essa
dei sistemi partitici esistenti, ma anche il terrorismo, che pure ambisce
a rappresentare il disagio dei popoli oppressi, vengono liquidati come fenomeni
che nascono nella <<sfera separata>> della politica. Di qui
la scelta di ripartire invece dalle strategie <<lillupuziane>>,
dalla costruzione di movimenti dal basso e di legami sociali e reti locali
di tipo solidale e non mercificato (es. Brecher-Costello 1996; Revelli 1997).
Da un certo punto di vista, quest'esodo <<totale>> dalla politica
vuol essere un modo per ripensare una politica senza rappresentanza, come
immediata <<costruzione di vita>> da parte della <<moltitudine>>
(Hardt-Negri 2002)[12]. Infatti, a rafforzare
queste posizioni c'è un'esperienza di mobilitazione assai ricca e
importante qual è quella del cosiddetto <<popolo di Seattle>>.
Ma è proprio l'impasse in cui si è trovato questo movimento
dopo l'11 settembre a dimostrare la debolezza di fondo della scelta impolitica.
Una debolezza che non riguarda il movimento in sé, bensì gli
attori politici che vi si rifugiano illusoriamente rinunciando a fare politica.
La nascita del movimento no-global ha rappresentato in effetti un evento
importante, una novità inaspettata, nonché una speranza per
la sinistra, che veniva fuori dai pesanti fallimenti del secolo scorso.
Esso ha segnato una prima inversione di tendenza, dopo la lunga fase di
dominio incontrastato del <<pensiero unico>> e del capitalismo
allo stato selvaggio, con la sinistra sempre e solo sulla difensiva, costretta
a progressivi cedimenti politico-culturali. Senza volerla enfatizzare, la
contestazione della globalizzazione neoliberale ha significato rimettere
finalmente in discussione l'ordine e la struttura di potere esistenti, con
le loro storture e le loro ingiustizie, anche nella dimensione internazionale.
A suo modo, quindi, il movimento sta cercando di colmare quel baratro scavato
dalla vecchia sinistra politica europea con la realtà del Terzo mondo.
Il che, offrendo una sponda occidentale al fermento di quei popoli, potrebbe
creare le condizioni per un diverso conflitto e per un suo esito non distruttivo.
Naturalmente, le difficoltà di quest'impresa non sono piccole, come
si è visto dopo l'11 settembre (e già prima, con la brutale
repressione di Genova). Ad esse finora il movimento ha saputo reagire, traendone
le forze per crescere e maturare (pur conservando un certo candore), come
ha confermato anche il recente appuntamento di Porto Alegre. Eppure, è
innegabile che esso per ora rappresenta poco più di una speranza,
è ancora inadeguato al ruolo cui sembra chiamato. Senza entrare qui
nel merito delle sue perduranti debolezze e parzialità[13],
mi pare che il problema cruciale che il movimento ha di fronte sia quello
di una più netta politicizzazione. Non intendendo con ciò
né una sua istituzionalizzazione né una rinuncia all'autonomia,
ma l'elaborazione di una cultura critica e di un progetto di società
che siano all'altezza della crisi di civiltà e del conflitto globale
dell'epoca che stiamo vivendo. Ma non si può pretendere tanto da
un movimento. Dovrebbero essere i partiti della sinistra, in quanto intellettuali
collettivi, a far crescere -- senza ideologismi e in una fecondazione reciproca
-- una tale elaborazione. Purtroppo però c'è da temere che
saranno proprio questi interlocutori a mancare, dal momento che la sinistra
reale vi ha rinunciato: o perché non riesce proprio a concepire che
un altro mondo sia possibile o perché aspetta che le risposte vengano
dal cielo. Ma così dal cielo potrà venire solo tempesta.
(5 marzo 2002)
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