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Il ritorno della politica.
Sinistre, etica e guerra

di Enrico Melchionda
 

Se c'è una cosa che è veramente cambiata, dopo l'evento <<epocale>> che è stato l'11 settembre[1], questa è la percezione di quell'insieme di fenomeni che va sotto il nome di globalizzazione, reputato quasi unanimemente il carattere distintivo della nostra epoca. E' crollata cioè l'ideologia globalista, o meglio quella nuova utopia liberale per cui la fine della guerra fredda, con la conseguente riaffermazione mondiale del capitalismo, e la transnazionalizzazione delle relazioni economico-finanziarie avrebbero dato luogo a una durevole e pacificata espansione del mercato, e quindi del benessere e dei valori di libertà che esso si porterebbe dietro. Invece l'esplosione selvaggia della violenza, terroristica e bellica, ha dimostrato che ancora una volta - come già visto a suo tempo da Karl Polanyi (1974) - di un'utopia si trattava: che il mercato di per sé, a maggior ragione se libero da regolazioni e burocrazie come preteso dai neoliberali, non è affatto in grado di ordinare la società e non può funzionare senza la politica e il potere, e tanto meno può risolvere i problemi che affliggono l'umanità, anzi li aggrava drammaticamente. In realtà, tutto questo era chiaro molto prima dell'abbattimento non simbolico del simbolo assoluto World Trade Center, solo che i rapporti di forza e di potere che stavano dietro la globalizzazione, sostenendola diligentemente, potevano ancora apparire camuffati e neutralizzati perché non incontravano resistenze politiche di rilievo.
Ora, però, la politica è tornata nella sua forma più pura e diretta: quella del conflitto amico-nemico. Perfino alcuni di quelli che hanno teorizzato con più perentorietà il declino degli stati e della politica hanno dovuto accorgersene e ammetterlo, in qualche modo. E' in questo senso che, ad esempio, Ulrich Beck ha parlato dell'11 settembre come di una <<Chernobyl della globalizzazione>>, in cui: <<Improvvisamente, i principi apparentemente irrefutabili del neoliberalismo -- che l'economia soppianterà la politica, che il ruolo dello stato diminuirà -- perdono la loro forza in un mondo di rischi globali>>[2]. Lo sgretolamento dell'ideologia globalista non è in discussione, dunque, dopo quanto avvenuto, e non mi ci soffermerò in maniera specifica (anche se ricordarlo era necessario in premessa). Le domande che si pongono riguardano piuttosto il conflitto che si è aperto: perché esso esploda in questa forma selvaggia e di che conflitto si tratti, innanzitutto. Bisogna poi capire perché la politica questa volta, invece di intervenire a regolare e limitare il mercato, secondo il modello della grande trasformazione, sembri unicamente intenzionata a imporre con la forza l'ordine di cui questo mercato ha bisogno e a rimuovere gli ostacoli che gli si frappongono. Perché, in altre parole, si presenti nella sua forma estrema, quella dell'intervento militare, che come sempre si risolve in sopraffazione di deboli e ammazzamento di innocenti. E dobbiamo chiederci, infine, perché la sinistra non è in grado di fare niente per fermare questa guerra, anzi ne è in larga misura complice o è in fuga verso posizioni impolitiche. La tesi che vorrei qui sostenere è che il ritorno della politica e del conflitto nella scena mondiale avvenga sull'onda di una serie di fallimenti storici del movimento operaio novecentesco e che solo una nuova sinistra, capace di ricostruire una cultura critica e un progetto alternativo verso l'ordine capitalistico, che cioè faccia politica, possa dare una prospettiva progressiva e uno sbocco non distruttivo al conflitto drammatico che si è aperto.

1. Di fronte alle nuove guerre

Il quadro esteriore entro cui si colloca il conflitto suscitato dagli attentati dell'11 settembre, e nel quale va decifrata anche la posizione delle sinistre, è quello della rilegittimazione della guerra come strumento <<praticabile>> per la risoluzione delle controversie, come strumento <<ordinario>> della politica. In questo senso, la guerra dell'Afghanistan va accostata a quelle del Golfo e dell'ex-Jugoslavia, e in generale alle guerre scoppiate dopo il 1989. Si tratta, per molti aspetti, di conflitti di tipo nuovo. Com'è noto, i conflitti non mancavano neppure nella guerra fredda, ma allora essi erano davvero <<regionali>> e cioè subordinati, secondo il modello del Vietnam, alla logica della deterrenza (e della compellenza), nel senso che non oltrepassavano mai certi limiti, non mettevano in discussione l'ordine politico bipolare e coinvolgevano direttamente una al massimo delle grandi potenze. Di conseguenza, il ricorso all'intervento militare era considerato un fatto eccezionale e perciò si cercava di delimitarlo nel tempo e nello spazio. Invece le nuove guerre post-bipolari, il cui protagonista immancabile è l'unica superpotenza rimasta, cioè gli Stati Uniti, si presentano come una condizione normale del nuovo sistema internazionale globale, tant'è che non hanno né un vero inizio (non vengono mai dichiarate) né una fine (Dal Lago 2001). Quel che è peggio è che questa normalità della guerra può essere sostenuta e legittimata in virtù di alcune sue caratteristiche costitutive irrinunciabili. Anzitutto una enorme, incolmabile asimmetria tra le parti: il divario di risorse tra la superpotenza americana e i suoi occasionali sfidanti è tale che si fa fatica a chiamare <<guerra>> l'azione militare solipsistica che ne deriva. Un'asimmetria che si risolve quindi in un'opera di distruzione fredda e sistematica, le cui pretese modalità <<chirurgiche>> non evitano affatto costi per le popolazioni civili, anzi ricadono tutte su queste ultime, dal momento che manca un vero avversario militare da colpire. Esattamente il contrario avviene dall'altra parte del conflitto (ed è questa la seconda caratteristica delle nuove guerre): il territorio e i cittadini (ivi compresi i militari) del mondo <<civile>> non vengono in alcun modo minacciati, quasi neppure interessati, dalla materialità della guerra[3]. E' la sterilizzazione del conflitto, o ciò che Pietro Ingrao (2000) ha descritto vividamente con l'espressione di <<guerra celeste>>. Naturalmente, le precedenti due caratteristiche -- che possiamo definire tecniche, pur sapendo quanto ciò sia riduttivo -- sono condizioni necessarie ma non sufficienti perché le nuove guerre si possano presentare come <<normali>>. In più è necessaria una terza caratteristica, di tipo ideologico o morale (tanto più che le precedenti sono decisamente immorali). Ecco allora che a ogni intervento si trova il modo di attribuire una funzione umanistica: l'affermazione di valori universali, dei diritti umani, delle regole civili, contro la barbarie e la prepotenza.
Ora, si può discutere del loro reale grado di novità, ma di sicuro queste caratteristiche aiutano a spiegare la legittimazione-normalizzazione, la sopportabilità, conseguite nell'ambito delle società occidentali dalle nuove guerre della globalizzazione. Quel che non spiegano, invece, è l'acquiescenza manifestata verso di esse da una parte, di gran lunga maggioritaria, della sinistra occidentale. Benché questa abbia fatto notevoli sforzi per avvalorare le ragioni etiche di queste guerre, specialmente in occasione dell'intervento nel Kosovo, che vedeva il massimo coinvolgimento dei governi di sinistra europei [4], un tale atteggiamento denota una modificazione non marginale della cultura politica di questa componente. Il rifiuto morale della guerra, il ribrezzo per le armi, i valori della non-violenza, l'aspirazione e l'iniziativa per il disarmo, che erano entrati a far parte del suo patrimonio culturale, del suo <<comune sentire>>, sembrano oggi cancellati, quasi senza lasciare traccia. E' comprensibile, allora, che questa modificazione solleciti una riflessione di fondo sull'attuale identità della sinistra moderata e socialdemocratica. C'è chi, associando questo cedimento politico-culturale a quello già registrato nei confronti dell'ideologia liberista, vi ravvisa addirittura l'indicazione di una mutazione genetica, l'avvenuta trasformazione di questa parte della sinistra in partiti di centro (Ingrao-Rossanda 2001) e <<la prospettiva di una destra e una sinistra che si assomigliano sempre di più, dove la sinistra si distingue solo per la sua propensione alla guerra etica e all'integralismo ideologico>> (Santomassimo 2000, p. 136). Altri invece, piuttosto che una rottura, vi intravedono <<il segno di un nodo non sciolto nel pensiero e nell'esperienza politica della sinistra europea>>, ossia <<l'incapacità di costruire, tanto sul terreno delle finalità e delle scelte di valore come su quello delle esperienze pratiche, un'idea di sviluppo della società (anzi della civiltà umana) che vada davvero oltre la visione di un progresso essenzialmente produttivistico ed economicistico e che superi i limiti di un'esperienza politica e civile fortemente ancorata alla realtà dell'Occidente (che è - oltretutto - la realtà di una minoranza privilegiata)>> (Chiarante 2001, pp. 22, 26).
Qualunque sia il giudizio che se ne voglia dare, però, una riflessione sull'identità della sinistra, alla luce del suo atteggiamento verso le nuove guerre, dovrebbe partire dalla situazione politica internazionale in cui si inserisce. Una situazione che - bisogna ammetterlo - per i suoi connotati principali è contrassegnata e scaturisce dal grande fallimento delle sinistre novecentesche. Infatti, la fine del vecchio ordine internazionale e il nuovo ordine che si profila (e in ogni caso le modalità e gli attori con cui questo si va affermando) coincidono con una sconfitta storica delle sinistre. Anzi, più che con una sconfitta, con un vero e proprio fallimento [5]. Il crollo dell'Urss, innanzitutto, che è stato davvero un evento epocale nelle relazioni internazionali, ha spezzato quell'equilibrio -- basato sul terrore e sulla gabbia delle sfere d'influenza, ma pur sempre di equilibrio si trattava -- che non solo aveva l'effetto di limitare i conflitti ma offriva anche un'alternativa e una sponda, per quanto illusorie, ai paesi che si opponevano al dominio di una superpotenza. Il superamento del bipolarismo e della guerra fredda, invece, senza preludere affatto alla pacificazione, ha lasciato campo libero al sistema capitalista e uno spazio sconfinato alla superpotenza superstite e vincitrice, che ha cercato di approfittarne per mettere in cantiere <<un nuovo grandioso progetto>>: costruire un'incondizionata egemonia statunitense, <<fondata sulla superiorità della propria economia, della propria cultura materiale, degli arsenali (nucleari e non), simbolizzata nel progetto di una globalizzazione diffusa su una società civile planetaria, che potrebbe essere la principale acquisizione che il ventesimo secolo consegnerà al successivo>> (Bonanate 2000, p. 44).
Ora, di questo bilancio e di questi esiti del ventesimo secolo le sinistre e i loro progetti sono stati politicamente le vittime privilegiate. Da un lato il naufragio dell'esperimento sovietico e dall'altro la globalizzazione neoliberale hanno messo allo scoperto l'incapacità e l'impossibilità - almeno in questa fase - della sinistra di disporre di un'identità e di un progetto alternativi dal punto di vista sistemico. Questo intendevo quando ho affermato che l'attuale situazione politica internazionale corrisponde a un doppio fallimento della sinistra. Ma se le cose stanno così non possono stupire - preoccupare e indignare sì, però - lo stato di abulia e la remissività culturale in cui essa è caduta. Certo, non è detto né giustificato che l'insuccesso e la privazione di un progetto implichino, per reazione, la rinuncia alla propria identità, a un certo carattere e a un'attitudine che dovrebbero essere alla radice di qualsiasi <<personalità>> politica matura. Ma, comunque abbia reagito al fallimento, rimane il fatto che la sinistra, anzi le sinistre (non solo la componente moderata) si siano trovate spiazzate, fuori posto e fuori sintonia di fronte ai nuovi conflitti della globalizzazione, anzi a quell'unico conflitto globale che si è innescato con la fine del vecchio ordine. Per questo il loro atteggiamento verso questa vicenda appare tutt'altro che all'altezza della posta in gioco e dello scontro che si è aperto nel sistema mondo. Ci sono, evidentemente, modi opposti, e ampiamente diversificati, in cui le sinistre rispondono alle nuove guerre, e in particolare all'ultima, scoppiata dopo l'attacco terrorista alle Twin Towers. L'adesione e l'opposizione alla guerra sono atti che, pur essendo variamente motivati, stabiliscono uno spartiacque politico da cui non si può prescindere in alcuna maniera. Malgrado ciò, mi pare che le diverse risposte abbiano qualcosa in comune, che ha origine nel fatto che tutte le componenti della sinistra portano ancora sulle proprie spalle il peso dello stesso fallimento e dello stesso spiazzamento. Si tratta insomma di risposte impolitiche, o comunque non proporzionate al grado di politicizzazione del conflitto globale. Prima di entrare nel merito di queste risposte, dunque, è necessario soffermarsi sull'interpretazione del conflitto e sulla posta che in esso è in gioco.

2. Il conflitto globale e le sue interpretazioni

Tutti abbiamo la sensazione che le nuove guerre della globalizzazione, oltre a presentarsi in una stessa forma - come abbiamo visto -, rientrino anche in un unico genus, rispondano a una stessa logica e siano innescate dagli stessi moventi. Eppure vediamo benissimo quanto esse siano diverse tra loro per contenuti, condizioni, circostanze. Certo, nascono tutte da uno scenario delle relazioni internazionali che si trova a cavallo di una transizione - il cui approdo può apparire scontato, eppure non è ancora raggiunto - da un certo ordine all'altro. Ma, come sappiamo, indicare uno scenario non significa penetrare la logica delle azioni che lo animano. Perciò non mancano schemi interpretativi e chiavi di lettura che si sforzano, con più o meno successo, di spiegare la natura e le dinamiche sistemiche dei nuovi conflitti della globalizzazione. Essi, oltre a guardare al di là della somma degli avvenimenti, e a distaccarsi naturalmente dalla rappresentazione che ne danno gli attori politici, si differenziano tra loro a seconda dell'importanza che attribuiscono alle novità di questa fenomenologia. E sono gli stessi a cui hanno fatto ricorso, senza variazioni significative, le culture di sinistra. Abbiamo innanzitutto le interpretazioni che, secondo teorie consolidate, scelgono come chiave i moventi geopolitici e/o economici. Esse - che definiremo moderniste - hanno sicuramente il merito di richiamarci a un approccio realista verso le relazioni internazionali, guardando agli interessi che ci sono dietro, eppure risultano insoddisfacenti se si tiene conto del fatto che sono venuti a mancare requisiti che per questi approcci erano essenziali. Non si regge più la lettura geopolitica, a fronte dei mutamenti del ruolo degli stati nazionali, se non proprio della loro crisi di sovranità, e di guerre che difficilmente possono essere fatte rientrare in una tradizionale dinamica interstatuale. Né l'interpretazione economicista riesce a dar conto di conflitti in cui stenta ad emergere in primo piano la concorrenzialità tra grandi potenze imperialiste per la conquista di mercati e la spartizione del mondo. Tanto meno sono convincenti, poi, le versioni plot-theory di queste letture, che dietro i conflitti, le azioni e le motivazioni esteriori scorgono sorde lotte e oscure strategie di grandi soggetti, che in qualche caso vengono identificati negli stati o in loro specifici apparati, in altri casi si ravvisano nelle élites, nelle classi dominanti o in loro frazioni particolari (La Grassa 1999).
Gli approcci modernisti sono stati puntualmente riproposti, specialmente in certi settori tradizionalisti della sinistra, ma hanno mostrato la corda nell'analisi delle nuove guerre post-bipolari, e in particolare nel caso del conflitto afghano. La spiegazione dell'ultima iniziativa bellica americana è stata ricondotta, a seconda dei casi, a manovre di affermazione delle gerarchie di dominio, di riaffermazione egemonica o di contenimento di potenziali avversari e competitori, a complesse valutazioni strategico-militari, a esigenze di posizionamento per il controllo delle risorse, al rilancio dell'economia Usa, ecc. Ma, per quanto realistiche e perspicaci possano essere queste ipotesi (Brzezinski 1997; Klare 2001), esse risultano troppo lineari e semplicistiche nella determinazione dei comportamenti e della razionalità dell'insieme degli attori coinvolti, soprattutto in relazione all'evento originario dell'11 settembre. Contestano ragionevolmente che l'intervento militare in Afghanistan risponda solo a criteri di <<giustizia>>, così come è stato ufficialmente presentato, e non invece a criteri di <<ordine>>, ma non spiegano la funzione effettivamente svolta dagli attentati terroristici nella vicenda complessiva (Halliday 2001). Questi appaiono sganciati dai fatti successivi e dalla loro trama strategica, ma ad essi funzionali (cui prodest?), in quanto occasione <<propizia>> per il dispiegamento di un disegno strategico preesistente o addirittura - secondo la versione cospirativa - in quanto evento deliberatamente provocato (o assecondato) a questi scopi (Baracca 2001; Woods-Grant 2001). Non a caso, in queste interpretazioni il ruolo dell'attore terrorista, a prescindere dalla valutazione della sua reale consistenza politica, viene trascurato, radicalmente sottovalutato, o proprio rimosso, il che - come vedremo - inibisce la comprensione della dinamica politica in atto nel sistema mondo.
Se alla prova dei fatti questi approcci tradizionali risultano inadeguati per spiegare i nuovi conflitti, non convincono neppure le interpretazioni (chiamiamole pure post-moderniste) che a questo scopo enfatizzano al contrario le novità - considerandole vere e proprie cesure rispetto alla politica moderna - intervenute con la fase della globalizzazione. La principale di queste novità sarebbe rappresentata, com'è noto, dal declino degli stati nazionali e dalla corrispondente unificazione del mondo, dal libero dispiegamento (extra-nazionale e post-industriale) del mercato e degli attori economici transnazionali e dalla decentralizzazione e deterritorializzazione dei poteri. In questo mondo finalmente unificato, senza confini, senza un dentro e un fuori, non sarebbe superata solo la coppia Est-Ovest ma anche quella Nord-Sud e in generale l'opposizione fra un centro e una periferia. In questo quadro, la politica internazionale tenderebbe ad assomigliare sempre più alla politica interna, il diritto a farsi extra-territoriale e le guerre a presentarsi come operazioni di polizia, promosse da un soggetto super-partes a garanzia di valori universali. In un'accezione più radicale (almeno nei toni), questo nuovo ordine mondiale sarebbe istituito da un vero e proprio Impero, inteso come nuova forma di sovranità globale, trasversale e decentrata, regolata da élites economiche transnazionali omogenee, nel quale non avrebbero più senso le vecchie politiche di potenza né i conflitti politici a base economica propri del tradizionale imperialismo (Hardt-Negri 2002)[6]. Di conseguenza, le nuove guerre di quest'epoca post-imperialista e post-colonialista andrebbero interpretate o come atti di repressione della criminalità (anch'essa globalizzata), alla stregua delle guerre dell'Impero romano contro i pirati (Galli 2001), o come <<una lotta feroce tra clan rivali del capitalismo per il dominio su questa globalizzazione>> (T. Negri in Esposito-Negri-Veca 2001, p. 121), ma in ogni caso esse non avrebbero natura propriamente politica.
Il vantaggio degli approcci post-modernisti, oltre che di cogliere nuovi fenomeni e tendenze della realtà contemporanea, è sicuramente quello di rispecchiarne in larga misura la rappresentazione ufficiale e di aderire a quell'ideologia della globalizzazione che è diventata senso comune in questi ultimi anni. Peccato che proprio quest'ideologia sia entrata manifestamente in crisi dopo l'11 settembre. Tant'è vero che l'approccio post-modernista sembra lungi dall'aver colto il senso degli ultimi eventi. Per quanto possa risultare tranquillizzante, infatti, appare poco realistico ridurre a un'operazione di polizia il conflitto che si è innescato. Non tanto per le sue modalità e per le prospettive di allargamento già preannunciate, quanto per il significato che esso di fatto ha assunto. Perché la vicenda scandita dalla sfida terrorista e dalla rappresaglia americana sta ad indicare una crisi della globalizzazione, più che una crisi nella globalizzazione. In due sensi. In primo luogo, nel senso - già richiamato all'inizio - che ne viene smentita la rappresentazione mitica, con le sue illusioni di un mondo unificato (non solo economicamente) dal mercato, ma decentrato e reticolare nella distribuzione del potere, non più diviso lungo linee statuali e nazionali né secondo contrapposizioni politico-ideologiche. Si è visto invece che la realtà era tutt'altra: quella della concentrazione del potere internazionale nelle mani delle grandi potenze e del primato strategico del super-stato Usa, quella dell'aumento del divario socio-economico fra nazioni e aree del pianeta, della regionalizzazione e del neoprotezionismo delle aree e dei paesi forti, della destabilizzazione dei paesi dipendenti, quella della rinascita delle ideologie assolute e dei rancori montanti contro l'appiattimento occidentalista delle diversità culturali, ecc. ecc. C'è voluta, paradossalmente, proprio la sfida materiale a questo assetto per renderlo finalmente visibile: finché rimaneva incontrastato, infatti, le false rappresentazioni globaliste risultavano talmente plausibili da essere impermeabili a qualsiasi critica culturale.
Il paradosso - che tale non sarebbe alla luce della critica delle ideologie - è che la realtà della globalizzazione si mostra proprio nel momento in cui entra in crisi. Entra in crisi perché l'assetto mondiale unipolare, a egemonia americana, che gli stava dietro è stato sfidato, attaccato e forse intaccato. In realtà, questo assetto era già fragile e in affanno, almeno dal momento del disfacimento del blocco sovietico. Se lo si confronta con l'età d'oro dell'American Primacy, che coincide con la guerra fredda, il decennio passato si segnala come un faticoso tentativo degli Usa di arginare il loro tendenziale declino, condotto approfittando del vantaggio offerto dall'implosione dell'impero sovietico e puntando tutto sulla propria superiorità strategico-militare (di Leo 2000). Basata ormai più sul dominio che sull'egemonia, più sul potere della armi che su quello del denaro e dell'ideologia, l'iniziativa americana ha dovuto arrendersi infatti a una situazione mondiale di disordine e di ingovernabilità senza precedenti, a un atteggiamento sovente riottoso e autonomo dei paesi alleati e a veri e propri segni di insubordinazione da parte degli altri (Minolfi 2001). Ed è in questo quadro che si è inserita la sfida dell'11 settembre. La quale, piuttosto che un pretesto (o addirittura una macchinazione), potrà anche convertirsi in un'opportunità ma intanto è stata un danno notevole per gli interessi americani (e non mi riferisco qui al lato umanitario). La vulnerabilità evidenziata dagli Stati Uniti ne ha insidiato l'autorevolezza non solo sulla scena internazionale ma anche all'interno, per quanto le reazioni della popolazione sembrino indicare il contrario. Tenendo conto di queste insidie, l'intervento militare era una strada obbligata per il governo americano, ma nondimeno esso è rischioso, non è detto insomma che non finisca per aggravare la sua crisi di egemonia[7]. In questo senso, le nuove guerre potrebbero essere tutt'altro che <<costituenti>> di un nuovo ordine mondiale unipolare.
Visto da questa prospettiva, il conflitto in corso assume una fisionomia ben diversa da quelle tratteggiate dai due filoni interpretativi richiamati sopra. O sopravvalutando la razionalità e le capacità di pianificazione e di azione dei grandi poteri, statuali e non, a cominciare dagli Usa, o al contrario sottovalutando la politicità e la portata del conflitto, entrambi finiscono per non vedere la crisi di egemonia che si è aperta nel sistema mondo. Uso qui la categoria di <<crisi di egemonia>> in senso gramsciano, cioè come una crisi che ha per oggetto i rapporti di forza tra gruppi sociali e tra nazioni e le relazioni tra economia, società e politica [8]. E' questo che intendo quando faccio riferimento all'impasse in cui si trovano (e le sfide a cui sono sottoposte) oggi la globalizzazione neoliberale e la supremazia americana, vale a dire la struttura di potere esistente. Una struttura di potere che, malgrado le trasformazioni subite, per la sua natura non riesco a definire se non con il vecchio e abusato concetto di imperialismo, il quale - ridotto all'osso - sta a indicare la dominazione politico-economica di un gruppo di paesi ricchi sul resto del mondo. Ebbene, tale struttura di potere è entrata in crisi egemonica perché i primi non riescono più a esercitare pacificamente il proprio ruolo imperialista e i popoli dipendenti - che, in condizioni di povertà sempre più insopportabili, hanno maturato una ostilità crescente verso le potenze occidentali - sono entrati <<in movimento>>, in una conflittualità permanente, per ora disordinata e latente ma alla ricerca di un'espressione politica[9]. Un'espressione politica che non viene fornita dagli stati solo perché essi sono neutralizzati nella rete neocolonialista (e spesso sospinti in una condizione pre-statuale dall'ulteriore impoverimento indotto dalla globalizzazione neoliberale), ma potrebbe trovarla in organizzazioni come quella che - proprio a questo scopo - ha compiuto gli attentati dell'11 settembre.
Quel che è certo è che la dominazione imperialista traccia il cleavage su cui si dispone l'arena politica mondiale, dando luogo a un inedito conflitto globale. Da questo conflitto hanno origine le nuove guerre, la cui duplice natura non le rende più riconducibili al modello classico interstatuale dello jus publicum europaeum, nel quale erano chiare le distinzioni <<fra stato di guerra e di pace, fra combattenti e non-combattenti, fra nemico e criminale comune>> (Schmitt 1981, p. 6). Sono guerre partigiane, in senso schmittiano, che cioè contengono nel modo più intensivo i requisiti della politicità, dell'essere totalmente parte o partito nella contrapposizione amico-nemico: il <<preciso contrario>> della pirateria. Quel che hanno di inedito queste guerre è di far coincidere entrambe le specie di guerra partigiana: di essere allo stesso tempo guerre coloniali e guerre civili [10]. Dunque, il cleavage da cui hanno origine le nuove guerre, inteso contemporaneamente quale conflitto coloniale e guerra civile in nuce, è un conflitto globale che esprime contraddizioni di interessi e di identità, in forma asimmetrica, e perciò esso travalica e congloba gli attori statuali in quanto tali. Da una parte i paesi dominanti - i cui contrasti intestini (inter-imperialisti) non sono affatto scomparsi (al contrario, sono stati accentuati dalla globalizzazione), né si sono dissolti gli apparati statali che ne tutelano gli interessi <<nazionali>> (al contrario, si stanno sforzando di irrobustirsi, come dimostra l'esperimento dell'Unione Europea) - tendono a superare le divisioni e a coalizzarsi di fronte alla priorità di difendere gli interessi comuni: ecco perché le grandi alleanze formatesi nelle nuove guerre sono tutt'altro che il segno di una sudditanza delle altre potenze nei confronti degli Usa. Dall'altra parte invece i popoli dominati tendono a potenziare gli elementi identitari comuni per difendersi dall'oppressione di cui sono fatti oggetto. Il più forte di questi elementi identitari è dato sempre dall'appartenenza nazionale, e lo stesso progetto politico fondamentalista, che pure fa riferimento all'identità religiosa, vi rientra.

3. La sinistra impolitica

Se la precedente - sia pur rapida - descrizione del conflitto globale è giusta, risulta evidente la sua drammaticità ed è comprensibile la preoccupazione per i rischi che comporta per il futuro dell'umanità. Pur essendo chiari i suoi termini strutturali e alcune sue tendenze, però bisogna dire che esso non ha ancora assunto la sua forma definitiva, e non è detto che ciò avvenga, visto che i gruppi privilegiati cercano di evitarlo in ogni modo. In base a una nota teoria di Stein Rokkan (1982), un cleavage per svilupparsi in forma politica compiuta deve attraversare tre momenti (che non vanno considerati rigidamente come una successione temporale): a partire dalla sua <<base strutturale>> (l'opposizione tra gruppi sociali), esso deve essere prima rielaborato culturalmente (o ideologicamente) per costituire l'identità collettiva e poi trovare un'espressione politica organizzata[11]. Ebbene, nel conflitto globale il processo non è affatto compiuto, e forse siamo ancora lontani dalla sua vera e propria politicizzazione. Ma neppure il momento intermedio, che è quello davvero cruciale, ha trovato un approdo solido e definitivo, anzi è oggetto di una strenua battaglia ideologica. Nonostante l'iniziale successo dell'<<attacco all'America>>, il progetto politico fondamentalista di Bin Laden - il più consistente che è in campo - non solo non è riuscito a conquistare significativi caposaldi statuali (quello, seppur gracile, di cui disponeva con l'Afghanistan l'ha perduto), che gli sono assolutamente necessari, non solo ha dovuto subire un colpo organizzativo forse mortale, ma ha dimostrato anche seri limiti nella sua capacità di rappresentare una piattaforma ideologica abbastanza unificante nello stesso mondo arabo-islamico (anche perché, paradossalmente, i paesi più fondamentalisti sono i principali alleati delle potenze imperialiste).
Insomma, il conflitto globale non si è ancora cristallizzato nello scontro tra civiltà che in tanti hanno preconizzato dopo l'11 settembre. Ma il rischio c'è, e non solo per volontà di una parte. Da questo punto di vista, bisogna ammettere che lo schema interpretativo proposto a suo tempo da Samuel Huntington (1997) ha dimostrato di essere di gran lunga più perspicace di quelli vecchi e nuovi -- ho cercato di illustrarli sopra -- adottati dalle culture di sinistra. Malgrado il suo ideologismo di fondo e la sua forzatura culturalista (le <<civiltà>>), Huntington aveva visto subito che la fine del bipolarismo non avrebbe affatto soppiantato, ma accentuato i conflitti e aveva capito che la linea di frattura sarebbe stata quella tra l'Occidente e il resto del mondo, trascurando però che essa è una frattura socio-economica prima ancora che ideologico-culturale (Huntington 1993). La rappresentazione culturalista del conflitto, del resto, va incontro alla sensibilità delle élite occidentali, com'è apparso evidente in varie occasioni, perché ottempera perfettamente alla funzione legittimante che esse assegnano all'ideologia. Se esse in fin dei conti hanno evitato di adottarla esplicitamente, anche a rischio di indebolire il consenso dell'opinione pubblica verso l'intervento militare, è solo perché sono state frenate da considerazioni di opportunità politica, che consigliavano piuttosto di depotenziare il conflitto (operazione di polizia). Ma in effetti questa scelta (che comunque ha mantenuto un margine di ambiguità) è razionale e praticabile proprio perché quella rappresentazione ancora non rispecchia lo stadio reale del conflitto.
Comunque, la bancarotta politica e culturale fatta segnare dalla sinistra nella congiuntura in questione non riguarda tanto la sua lucidità di interpretazione. Il problema drammatico, che attiene alla sfera propria della prassi, è che questa componente politica (in ogni sua variante) ha mostrato di non disporre di un progetto alternativo credibile, da opporre alla tendenza fondamentalista, e quindi di non essere in grado di determinare (o almeno operare per) uno sbocco diverso, che non sia regressivo e catastrofico come quello prospettato dall'integralismo islamico e dagli etno-nazionalismi. Non ci dovrebbe essere bisogno di molte parole, se le cose andassero per il loro verso, per ricordare che la sinistra sarebbe l'interlocutore politico naturale dei popoli oppressi. Invece oggi non è così, e forse non lo è mai stato, se non per un breve momento, agli esordi della Terza Internazionale, visto che prima era un movimento esclusivamente eurocentrico e dopo l'attrazione esercitata dall'Urss è stata in fin dei conti superficiale, dovuta più al suo ruolo di contrappeso nei confronti dell'imperialismo americano che al suo progetto socio-politico. Dunque l'incapacità della sinistra di interpretare e captare le istanze di liberazione dei popoli dipendenti viene da lontano, ma essa è diventata drammatica da quando è venuto meno anche il ruolo di riferimento che con tutti i suoi limiti svolgeva l'Unione Sovietica. Si è creato un baratro tra una sinistra sempre più ripiegata nella sua ricca e democratica culla europeo-occidentale e un Terzo mondo sempre più disperato ed estraneo.
Si tratta di un ennesimo fallimento storico, forse il più grave, della sinistra, che così, di fronte al dispiegarsi del conflitto globale, è caduta - almeno nella sua parte maggioritaria - nella subalternità verso le ragioni dei forti, sancendo forse la sua definitiva <<occidentalizzazione>> (Latouche 1992). Il significato e le conseguenze di questa scelta vanno anche al di là di quanto avvenne nel 1914, quando le sinistre si divisero sull'appoggio alle proprie borghesie nazionali in una guerra inter-imperialista. Ma quel che è peggio, oggi, è che la sinistra si è assunta la responsabilità di lasciare le ragioni dei deboli nelle mani di movimenti reazionari come il fondamentalismo islamico. Ecco perché, di fronte alle guerre con cui questo conflitto si manifesta, essa si ritrova puntualmente spiazzata, fuori posto e fuori sintonia. Malgrado le retoriche umanitarie (non ce n'è una sola), sia quando si schiera a favore dell'intervento, sia quando ne prende le distanze, la sinistra sente che questo non è il suo conflitto, non si sente fino in fondo parte in causa. Nel caso della <<guerra al terrorismo>>, per esempio, le sinistre non hanno potuto (anche quando forse avrebbero voluto) andare al di là di - divaricate - prese di posizione morali e di una - maggiore o minore - presa di distanza metodologica (<<strumentale>>), attinente cioè all'efficacia dell'intervento e al rapporto fini-mezzi. Insomma, tutto fuorché una posizione politica, se per politica intendiamo non una serie di istituzioni, di procedure e di simboli ma l'espressione organica di un cleavage sociale e una forte identità di parte.
La fuga dalla politica non è una novità dell'evoluzione della sinistra, né una specificità della sinistra italiana. Ma non si era mai manifestata in maniera così netta come di fronte al conflitto globale e in occasione della vicenda iniziata con l'11 settembre. Il che è abbastanza paradossale, perché proprio in questa congiuntura la politica ha reclamato un suo posto e - anche se in forma estrema e barbara - se l'è ripreso, dopo essere stata a lungo neutralizzata dalla centralità assoluta dell'economia e del mercato - il che aveva fatto parlare di tramonto della politica (Tronti 1998). Ora, con la politicizzazione del conflitto globale, si è visto che la politica in realtà si era volatilizzata solo per una parte politica, tant'è vero che l'altra parte non ha avuto nessuna difficoltà o esitazione, né ha espresso alcun distinguo, quando ha dovuto prender partito e identificare l'hostis. Invece la sinistra, quando proprio è stata costretta a schierarsi, o in appoggio o in dissenso con l'intervento occidentale, lo ha fatto con difficoltà, mostrando di non star bene nei panni di nessuno dei contendenti. Di qui l'appiglio dell'etica. Per chi ha scelto di sostenere gli americani la priorità morale ce l'aveva ovviamente il ripudio del terrorismo (o, in altra occasione, quello della <<pulizia etnica>>), ma con un atteggiamento comprensivo verso le radici profonde del fenomeno (i <<giacimenti dell'odio>>). Per chi ha rifiutato l'intervento, invece, era prioritario moralmente evitare l'uso della violenza e la morte di innocenti, pur esprimendo esecrazione verso il terrorismo e pietas verso le sue vittime.
Niente da ridire, beninteso, sulla dignità di queste posizioni, che anzi erano inevitabili, nella situazione data. Ma l'etica e l'umanesimo non sono sufficienti se questa situazione la si vuole modificare. Per questo c'è bisogno della politica, della capacità di intervenire nell'oggetto del conflitto e nella determinazione dei rapporti di forza. In altre parole, il problema per la sinistra non dovrebbe essere di scegliere con metro morale tra gli attori dati (anche questo, ovviamente!), ma di far emergere il conflitto che c'è dietro di essi, dargli una nuova forma e offrire diversi valori e rappresentanza alle istanze di emancipazione che vi si esprimono. Non è facile, al punto in cui siamo, ma le risorse per farlo la sinistra le avrebbe, essendo ancora lo schieramento maggioritario in Europa, al governo in molti paesi. In questo senso, però, sono fuorvianti e di scarsa icasticità le politiche finora formulate. In un modo o nell'altro, esse in fondo rappresentano vie di fuga impolitiche. Una di esse si appella alle istituzioni e al diritto, indicando cioè nella valorizzazione del ruolo della <<comunità>> internazionale (organismi come l'Onu) e nella prospettiva più o meno esplicitata della democrazia cosmopolitica la strada per ristabilire l'ordine e la sicurezza internazionali (es. Habermas 1999; Held 1999). Malgrado le apparenze e le pretese contrarie, questo atteggiamento - di chiara impronta liberale - è profondamente impolitico e spoliticizzante (in senso schmittiano), perché rimuove ecumenicamente il conflitto e si affida invece alle istituzioni e alle regole, che ne sono pur sempre una neutralizzazione. Non è un caso che, invece, oggi l'Occidente - ivi compresa la sinistra - rimuova il tema ben più politico dell'espansione della democrazia, che pure era stato il cavallo di battaglia della guerra fredda contro l'Urss. A parte le delusioni avute nell'Est, è chiaro a tutti che cosa significherebbe, ad esempio, democratizzare le società arabo-islamiche, attraversate come sono dal richiamo politico-religioso integralista. Ciò non toglie, però, che la sinistra non dovrebbe rinunciare a questa prospettiva, perseguibile soltanto a condizione di un serio ripensamento del modello e delle condizioni della democratizzazione, che riguardano la stessa cittadella liberaldemocratica occidentale.
Se la strada istituzionalista equivale a una neutralizzazione della politica, c'è però un'altra strada, opposta alla prima, che potrebbe portare la sinistra a un vero e proprio esodo dalla politica. Mi riferisco in particolare alla tentazione ricorrente in una parte della sinistra (anche in Italia, seppure in misura minore che altrove) di rifugiarsi nella società. E' questa la strada indicata da chi, a maggior ragione di fronte al carattere distruttivo assunto dal conflitto globale dopo l'11 settembre, ha perduto la fiducia nella capacità della politica di rappresentare e risolvere i problemi reali dell'umanità. In questa prospettiva, non solo la politica di potenza degli stati occidentali, con l'adesione totale ad essa dei sistemi partitici esistenti, ma anche il terrorismo, che pure ambisce a rappresentare il disagio dei popoli oppressi, vengono liquidati come fenomeni che nascono nella <<sfera separata>> della politica. Di qui la scelta di ripartire invece dalle strategie <<lillupuziane>>, dalla costruzione di movimenti dal basso e di legami sociali e reti locali di tipo solidale e non mercificato (es. Brecher-Costello 1996; Revelli 1997). Da un certo punto di vista, quest'esodo <<totale>> dalla politica vuol essere un modo per ripensare una politica senza rappresentanza, come immediata <<costruzione di vita>> da parte della <<moltitudine>> (Hardt-Negri 2002)[12]. Infatti, a rafforzare queste posizioni c'è un'esperienza di mobilitazione assai ricca e importante qual è quella del cosiddetto <<popolo di Seattle>>. Ma è proprio l'impasse in cui si è trovato questo movimento dopo l'11 settembre a dimostrare la debolezza di fondo della scelta impolitica. Una debolezza che non riguarda il movimento in sé, bensì gli attori politici che vi si rifugiano illusoriamente rinunciando a fare politica.
La nascita del movimento no-global ha rappresentato in effetti un evento importante, una novità inaspettata, nonché una speranza per la sinistra, che veniva fuori dai pesanti fallimenti del secolo scorso. Esso ha segnato una prima inversione di tendenza, dopo la lunga fase di dominio incontrastato del <<pensiero unico>> e del capitalismo allo stato selvaggio, con la sinistra sempre e solo sulla difensiva, costretta a progressivi cedimenti politico-culturali. Senza volerla enfatizzare, la contestazione della globalizzazione neoliberale ha significato rimettere finalmente in discussione l'ordine e la struttura di potere esistenti, con le loro storture e le loro ingiustizie, anche nella dimensione internazionale. A suo modo, quindi, il movimento sta cercando di colmare quel baratro scavato dalla vecchia sinistra politica europea con la realtà del Terzo mondo. Il che, offrendo una sponda occidentale al fermento di quei popoli, potrebbe creare le condizioni per un diverso conflitto e per un suo esito non distruttivo. Naturalmente, le difficoltà di quest'impresa non sono piccole, come si è visto dopo l'11 settembre (e già prima, con la brutale repressione di Genova). Ad esse finora il movimento ha saputo reagire, traendone le forze per crescere e maturare (pur conservando un certo candore), come ha confermato anche il recente appuntamento di Porto Alegre. Eppure, è innegabile che esso per ora rappresenta poco più di una speranza, è ancora inadeguato al ruolo cui sembra chiamato. Senza entrare qui nel merito delle sue perduranti debolezze e parzialità[13], mi pare che il problema cruciale che il movimento ha di fronte sia quello di una più netta politicizzazione. Non intendendo con ciò né una sua istituzionalizzazione né una rinuncia all'autonomia, ma l'elaborazione di una cultura critica e di un progetto di società che siano all'altezza della crisi di civiltà e del conflitto globale dell'epoca che stiamo vivendo. Ma non si può pretendere tanto da un movimento. Dovrebbero essere i partiti della sinistra, in quanto intellettuali collettivi, a far crescere -- senza ideologismi e in una fecondazione reciproca -- una tale elaborazione. Purtroppo però c'è da temere che saranno proprio questi interlocutori a mancare, dal momento che la sinistra reale vi ha rinunciato: o perché non riesce proprio a concepire che un altro mondo sia possibile o perché aspetta che le risposte vengano dal cielo. Ma così dal cielo potrà venire solo tempesta.

(5 marzo 2002)

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