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Politica e sviluppo economico. 30 tesi sui rapporti tra  “politiche di sinistra” 
e  “movimenti per la decrescita del capitalismo”, 
nella fase terziaria  avanzata o della finanziarizzazione liberistica  globale

di Maurizio Ruzzene

 

Il numero delle tesi è del tutto casuale e non vuole indicare alcuna analogia con le Trenta tesi per la sinistra  Scritte da Allain Caillé alla fine degli anni 90  (Pubblicate in Italia da Donzelli nel 1997). Da quel testo possono essere però riprese le considerazioni iniziali che hanno suggerito anche la presentazione di questo lavoro in forma di tesi: “L’inconveniente di presentare delle idee sotto forma di tesi è che sembra che si voglia conferire loro una sorta di solennità pretenziosa. Il vantaggio (…) è che  così si avanza nel modo meno mascherato possibile e si rende la critica e la discussione più agevoli per coloro che desiderano lanciarvisi.”


  1.         Il rapporto tra “partiti di sinistra” e “movimenti contro la crescita economica” si è presentato sempre in termini molto problematici, perché i primi hanno spesso mostrato propensioni produttivistiche e sviluppiste, mentre questi ultimi hanno generalmente condiviso orientamenti anti sistemici e anti istituzionali. Oggi proprio le condizioni di crisi generalizzata che stanno erodendo gli ordini interni ai sistemi economici, politici e socio culturali, possono aiutare a stabilire un rapporto meno problematico, più stabile e fruttuoso,  tra politica e movimenti contro la crescita capitalistica, per rilanciare una prospettiva comune di trasformazione emancipativa. Ma ciò potrà avvenire solo  se la crisi viene considerata in tutta la sua ampiezza e complessità: comprendendo come entrino in discussione  non solo il ruolo egemone del capitalismo tradizionale – industriale - ma anche le attuali spinte alla finanziarizzazione dell’economia dei servizi, pubblici e privati;  non alimentando aspettative catastrofiste consolatorie, ma tenendo presente il potere di riproduzione enorme dimostrato ancora dalle istituzioni capitalistiche;  ricordando infine come le condizioni di crisi vengono a riguardare le stesse politiche della sinistra, moderata e radicale, oltre che i movimenti per la decrescita economica, sia solidaristici che ambientalisti, di questi ultimi decenni. [i]

 2.         I partiti di sinistra e i movimenti ambientalisti continuano a parlare in nome dell’interesse generale, per la difesa dei più deboli e delle condizioni comuni di vita, ma il loro consenso è andato diminuendo proprio con l’aggravarsi dei problemi economici, sociali e ambientali. Ciò può essere imputato a limiti delle politiche di sinistra e a  difficoltà esistenti sul piano della comunicazione e delle disparità d’accesso ai media, ma chiama in causa anche la struttura contraddittoria e dissociata dell’ esperienza,  delle identità e del sentire comuni. Già l’aumento esponenziale del consumo di risorse fossili  per trasporti e condizionamento termico, registratosi ultimamente all’interno di tutte le società capitalistiche avanzate, in concomitanza con il diffondersi di un timore crescente per il loro prossimo esaurimento,  ci indica quanto questa dissociazione venga a colpire il rapporto tra dimensioni ideologiche e pratiche quotidiane. Posto di fronte alla ampiezza di scala delle cause e delle manifestazioni dei problemi ambientali il singolo individuo tende a sentirsi non solo disarmato e rassegnato ma anche ormai quasi indifferente. Le stesse misure che si prospettano nel raggio delle sue possibilità pratiche, reali, non sembrano in grado di incidere in alcun modo nel degrado complessivo, non solo dell’ambiente naturale ma neanche della propria esistenza quotidiana. [ii]

 3.         Sicuramente il degrado dell’ambiente fisico, “naturale”, si impone oggi all’attenzione di tutti sopra ogni altro problema, se non altro per l’evidente gravità delle sue manifestazioni. Ma sul piano strategico, della delineazione di una strategia di trasformazione emancipativa delle condizioni strutturali della produzione e riproduzione societaria, il degrado e le crisi socio culturali hanno una importanza per molti aspetti maggiore. E’ infatti dal tipo di soluzioni che si daranno al degrado socio culturale che dipenderanno le possibilità di affrontare in misura adeguata  le questioni del degrado dell’ambiente fisico, “naturale”. Così si devono tenere nella massima considerazione le difficoltà e le condizioni di crisi che attanagliano, dall’interno, le sfere economiche delle società capitalistiche avanzate. L’importanza che a queste viene attribuita collettivamente, e il ruolo strutturante che le pratiche economiche continuano a svolgere nella costituzione degli orientamenti individuali,  fanno sì che dalla percezione e dalle risposte date alle difficoltà economiche delle società capitalistiche avanzate vengono a dipendere in buona parte le direzioni principali assumibili dai processi di trasformazione degli ordinamenti societari costituiti, capitalistici e non.[iii]

4.         Riconoscere l’importanza assunta dalle strutture economiche capitalistiche in una prospettiva di trasformazione sociale non significa che basti far ricorso a categorie puramente economiche per avere una comprensione adeguata delle ragioni profonde, strutturali, della crisi. Il riferimento alle brame del profitto, alla mercificazione e alla massimizzazione della produzione e dei consumi di beni, può aiutarci a spiegare molte manifestazioni dell’attuale  degrado degli ambienti socio-culturali e naturali. Solo il riferimento alle logiche e ai modi specifici in cui si fa valere l’orientamento alla massimizzazione del potere/dominio,  nei diversi ambiti d’azione pratico produttivi, ci può far comprendere le radici della crisi attuale: il suo essere crisi endemica, diffusiva, che arriva ad  investire le dimensioni simbolico istituzionali comuni, così come le politiche radicali - istituzionali e di movimento - erodendone la funzione emancipativa che esse dichiaravano originariamente di avere. Si tratta di un orientamento al potere di tipo unilaterale e autoreferenziale, che si fa valere nella maggior parte delle relazioni tra agenti ed organizzazioni, a prescindere dalla ampiezza del campo in cui operano e dagli obiettivi dichiarati, ed è su questo che si deve soffermare la nostra attenzione.

5.         Orientamenti unilaterali e autoreferenziali all’ampliamento del proprio potere di disposizione sulla realtà  hanno interessato le politiche di sinistra e i movimenti “contro la crescita economica” in diversi modi, influendo infine  sul tipo di approccio strumentale sviluppato nei rispettivi confronti. Oggi per i politici di sinistra il nuovo movimento per la decrescita, riemerso da qualche anno in Europa sotto gli stimoli della produzione teorica di Serge Latouche,[iv] può  rappresentare un’opportunità interessante: per aprire nuovi fronti di “rappresentanza”, accogliendo le preoccupazioni degli individui più sensibili ai costi ambientali della crescita economica e ripianare così, almeno parzialmente, la perdita  di consenso subita riguardo ad ampi strati di lavoratori e di ceti subalterni.  Anche  per i militanti professionisti dei movimenti che sviluppano pratiche economiche alternative il rapporto con la politica istituzionale può portare alcuni vantaggi: in termini di legislazioni più favorevoli alla tutela ambientale, e di maggiori  risorse per il sostentamento delle proprie attività e organizzazioni. Non si deve dimenticare però come alcuna prospettiva di trasformazione emancipativa possa sperare di consolidarsi nel tempo se non viene ad investire i principali ambiti d’azione sociale e le stesse pratiche di relazione tra le organizzazioni, pubbliche e di movimento, coinvolgendo il numero più ampio di individui, non solo quelli che ne fanno parte ma anche quelli che si devono rapportare dall’esterno, come utenti o semplici cittadini.

6.         Anche per questo un movimento di decrescita che si limiti a prospettare una semplice riduzione dei volumi della produzione e del consumo non risulta molto condivisibile: né dal punto di vista strumentale, di un aumento del consenso per i partiti di sinistra, né dal punto di vista etico, di una prospettiva di cambiamento sociale  emancipativo. La “decrescita” dovrebbe prospettarsi piuttosto come una decrescita dell’economia capitalistica, una erosione dei suoi spazi e dei suoi poteri, a favore dell’ampliamento di spazi e forme di agire economico produttivo alternativo, emancipativo delle relazioni di lavoro oltre che dei rapporti sociali e con la natura, come viene attualmente prospettato all’interno dell’economia civile o solidale[v].  Anche se si continuasse a ritenere l’economia capitalistica come intrasformabile si dovrebbe comunque credere nell’esigenza di trasformare, in termini emancipativi, almeno i contesti istituzionali prevalenti sul piano complessivo, quelli che delineano i vincoli prioritari dell’agire economico produttivo e le risorse principali per il suo sostegno. E si può supporre che solo il cambiamento degli attuali quadri istituzionali complessivi potrà garantire anche all’idea di decrescita capitalistica di prendere corpo  e consolidarsi nel tempo, come mezzo per lo sviluppo di politiche emancipative in grado di andare alla radice dei problemi, sapendo prospettare soluzioni ampiamente condivisibili e praticabili.

7.         Se si vuole che i rapporti tra movimenti di decrescita (dell’economia capitalistica) e politiche di sinistra radicali possano risultare più fertili  per il rilancio di un ampio, condiviso, processo di trasformazione emancipativa dell’esistente si dovrà mettere in discussione almeno  tre tipi di  fratture o divaricazioni dicotomiche che hanno sempre contrapposto le politiche istituzionali e quelle di movimento,  operando per altro spesso all’interno di uno stesso soggetto e delle sue pratiche. Mi riferisco in primo luogo alla frattura e alle cattive forme di mediazione esistenti  tra dimensioni individuali  e dimensioni collettive  (le prime coniugate per lo più in termini “personalistici”, le seconde intese generalmente come “spazi per l’organizzazione del potere”). In secondo luogo bisogna affrontare il vecchio problema della divaricazione frequente, quasi metodica, tra radicalismo (ideale) delle intenzioni e realismo (moderato) delle pratiche: il radicalismo è risultato spesso tanto ideale da risultare del tutto idealistico, o ineffettuale, per il suo essere sganciato da qualsiasi riferimento alle possibilità di trasformazione concrete della realtà; gli atteggiamenti realistici sono stati declinati spesso in termini tanto “moderati” da risultare essi stessi idealistici, astratti dalla realtà, o privi di qualsiasi riferimento alla esigenza di legare qualsiasi processo di trasformazione sociale alla modifica dei rapporti di potere / dominio sociale esistenti.  Infine bisogna ricordare un  aspetto sul quale la cultura radicale ha riflettuto assai poco, relativo alla dissociazione dualistica tra la realtà costituita, da un lato (giudicata generalmente non trasformabile e in maniera del tutto negativa), e da un altro lato una realtà alternativa, totalmente antagonista o emancipata, contrassegnata da propensioni verso un riscatto definitivo: verso una emancipazione tanto (idealmente) radicale e totale che per evitare il pericolo di contaminazioni ci si è puntualmente sottratti (come nel caso del realismo troppo moderato) al problema di una trasformazione progressiva delle strutture d’azione e delle relazioni di dominio interne agli ordinamenti costituiti.[vi] 

8.         La scissione dicotomica  tra dimensioni individuali e dimensioni collettive è uno dei problemi più rilevanti delle società capitalistiche avanzate e viene riproducendosi anche nelle politiche di sinistra e nelle pratiche dei movimenti contro la crescita. L’espressione più emblematica di simili esiti è rappresentata probabilmente dalla impostazione data al problema della democrazia, del potere e dell’autonomia individuale. Nelle politiche dei partiti di sinistra la democrazia è stata ridotta a puro mezzo di potere sociale, piegato alle logiche e ai vincoli della dialettica maggioranza minoranza, sacrificando quasi completamente i principi di autonomia, di autodeterminazione e di formazione personale degli individui comuni; principi che invece erano centrali, ed inscindibili dalla questione del potere,  nelle concezioni originarie di democrazia socialista (come in quella della polis greca). All’opposto i movimenti di decrescita anti sistemici hanno teso  invece a declinare il problema in termini prevalentemente individuali e personalistici.  Hanno concepito le possibilità di autodeterminazione e di autonomia come un processo che può riguardare singole persone, o gruppi più o meno informali di piccole dimensioni, ma non le dimensioni collettive sviluppate dalle organizzazioni di massa o le dimensioni politico istituzionali più ampie,  lasciate sostanzialmente al loro destino.

 9.        Una manifestazione importante della divaricazione tra radicalismo (ideale/idealistico) dei principi e realismo (moderato/astratto) delle pratiche si ha specialmente nel rapporto sviluppato rispetto alle istituzioni economiche capitalistiche. Così il non voler sporcarsi le mani con le ragioni e i vincoli di un economico considerato in termini troppo generici  ha portato le culture “radicali”  a non considerare i problemi relativi alla stessa gestione oculata delle risorse economiche, e a dipendere nella  “realtà pratica” da ciò che viene prodotto all’interno degli ambiti capitalistici, secondo le peggiori forme di sfruttamento, come avveniva nelle politiche della sinistra moderata. Così, ad un’inevitabile posizione parassitaria di fondo, rivelata rispetto alle pratiche produttive dominanti, si è finito per associare anche una cattiva coscienza riguardo alla sorte degli sfruttati integrati nel “sistema”.  La tendenza a prendere le distanze dalle logiche economiche nella loro generalità ha portato infine a sottovalutare le possibilità di cambiamento interno sottese agli sviluppi dei sistemi capitalistici, dopo che per decenni la cultura marxista ortodossa aveva finito per limitare la ricerca all’analisi delle loro dinamiche evolutive contraddittorie, viste come fattore principale se non unico del cambiamento sociale. Ora gli ostacoli principali alla crescita economica e produttiva sono individuati principalmente all’esterno, nelle condizioni e nei vincoli dell’ambiente naturale, resi tanto oggettivi e necessitanti quanto apparivano (alla cultura marxista) oggettive e necessitanti le dinamiche economiche strutturali interne al capitalismo. E si finisce per riproporre una divaricazione radicale tra ordini costituiti ed aspettative emancipative che non sembra ancora aver trovato condizioni di mediazione o di saldatura soddisfacenti.

 10.       Attribuire un  carattere necessitante, oggettivo, ai limiti della crescita produttiva può rafforzare la volontà dei singoli a cambiare i propri comportamenti, ma anche indebolirla. La collocazione dei limiti  all’esterno dei sistemi economico produttivi può compensare la debolezza delle forze che dovrebbero agire al loro interno, e nello stesso tempo aiuta a formare la consapevolezza dei limiti dello stesso agire pratico produttivo. E’ probabile che le propensioni al cambiamento vengano sostenute adeguatamente solo se le dinamiche reali potranno confermare in tempi ragionevoli le previsioni di partenza. In tutti i casi nuove costellazioni di pratiche e relazioni potranno consolidarsi solo se risulteranno compatibili con le tendenze evolutive dei modi di produzione prevalenti, e con i processi di trasformazione istituzionale che  verranno emergendo sulla base di diverse esigenze: sistemiche, pratico-strumentali ed etico-politiche. Si può dire che all’interno delle società capitalistiche avanzate tendenze evolutive funzionali al rafforzamento di una prospettiva di trasformazione emancipativa sono già individuabili nell’evolversi della costellazione dei bisogni individuali e delle esigenze sistemiche che hanno portato alla prevalenza di una nuova economia terziaria o dei servizi, pubblici e privati, che presenta più di un aspetto dissonante rispetto ai vincoli e alle logiche delle forme tradizionali di valorizzazione capitalistica. [vii] Queste dinamiche (e le opportunità che sulla loro base si aprono) non sono state ancora colte dalle teorie prevalenti, in tutta la loro portata, e dovranno essere valutate approfonditamente se si vuole uscire dalle impasse in cui si trovano le politiche di sinistra e i movimenti per la decrescita.

11.       In misura più o meno ampia tutte le società capitalistiche avanzate sono incapaci di soddisfare appieno le esigenze sistemiche, collettive, e i bisogni individuali, personali, che risultano  connessi in vario modo alle attività di cura, formazione, mediazione e integrazione sociale:  in ambienti di vita caratterizzati da forti squilibri ecologici, degrado delle relazioni interpersonali e societarie,  anomia e crescenti spinte alla devianza e alla frammentazione. Da tempo larghi strati di popolazione hanno visto restringersi progressivamente i loro tenori di vita, il tempo libero e i servizi sociali a cui possono accedere, oltre ai diritti che ne stavano alla base. Il sistema pubblico deve cedere ovunque il passo all’iniziativa privata orientata da criteri di profitto, anche se questa si sta dimostrando abbastanza inefficiente, sia dal punto di vista della qualità umana che del costo delle prestazioni e dei servizi erogati. Le cause di tutto ciò vengono generalmente ricondotte alla concorrenza portata dai paesi in via di sviluppo, al carattere troppo elevato della spesa pubblica, o alla cattiva volontà dei “capitalisti”.  In realtà le maggiori difficoltà economiche, strutturali e di lungo periodo,  possono essere ricondotte allo stesso passaggio ad una fase a netta prevalenza dell’economia terziaria o “dei servizi individuali”.  Lo sviluppo di attività di tipo prevalentemente  individuale, che non risultano generalmente standardizzabili e sottoponibili a continue economie di scala e di tempo, e  che proprio per questo non sembrano prestarsi molto facilmente a significativi, ripetuti, prolungati e sistematici incrementi di produttività, viene ad ostacolare le esigenze capitalistiche di crescita continua, esponenziale, delle masse monetarie accumulate. E bisogna rilevare che si tratta di esigenze strutturali, non dipendenti dalle volontà o intenzioni dei singoli soggetti, dato che vengono alimentate dalla stessa esistenza degli istituti della valorizzazione capitalistica, come le rendite, gli interessi e i profitti di diversa natura. [viii]

 12.       Il sistema tenta di riproporre le prospettive di una crescita economica elevata intensificando i processi di sfruttamento di ogni tipo di risorsa, umana ed ambientale, accentuando il processo di finanziarizzazione liberistica, e cercando di costruire attorno alle attività di intermediazione finanziaria un nuovo settore “terziario” di punta, volto a rilanciare le sorti dei paesi capitalistici avanzati. Ma l’intensificazione dei processi di sfruttamento accentua il degrado degli ambienti di vita, fisici, lavorativi e socio culturali, richiedendo il dispiegamento di nuove attività e servizi di cura, di manutenzione e recupero dei guasti ambientali e di ricomposizione dei processi di disgregazione sociale: tutte attività che possono produrre nuovi incrementi monetari nell’immediato ma non si prestano ai livelli di crescita produttiva intensiva e continuativa che hanno caratterizzato le fasi dominate dalla produzione di massa. I processi di finanziarizzazione alimentano le spinte speculative e un gonfiamento artificioso delle masse monetarie, finendo per accentuare l’instabilità dei corsi azionari e la frequenza degli eventi di crisi, e rendendo la prospettiva di un crack finanziario globale sempre meno remota.[ix] Un tracollo di notevoli dimensioni si sarebbe già manifestato ormai da tempo, se gli organi di governo nazionali e transnazionali non continuassero ad intervenire massicciamente per mantenere la fluidità dei movimenti speculativi entro livelli ritenuti fisiologici per il sistema. A prescindere dalla probabilità dell’evento di una crisi globale devastante restano però, come conseguenze principali, tutta una serie fenomeni di svalutazioni inflazionistiche della ricchezza sociale, accumulata in forma monetaria, molto più ampi di quelli rilevabili dai sistemi statistici ufficiali, e che hanno delle ripercussioni pesantissime nell’esistenza della maggior parte di individui all’interno delle società capitalistiche avanzate.

13.       Per la prima volta nella storia del capitalismo l’aumento dei costi di vita, derivato anche dalla applicazione della valorizzazione capitalistica e delle sue forme  speculative su beni scarsi e su attività a produttività tendenzialmente stazionaria, sopravanza i vantaggi derivati dagli aumenti produttivi conseguiti negli ambiti delle produzioni massificate. Le istituzioni della valorizzazione capitalistica hanno perso una buona parte delle loro funzioni tradizionalmente progressive, di stimolo per una crescita continua della produttività complessiva e di riduzione dei prezzi, e stanno provocando principalmente un deteriorarsi della qualità della vita e delle relazioni sociali e una svalutazione generalizzata del potere di disposizione monetario che colpisce in prevalenza le classi medie e basse. La svalutazione inflazionistica della ricchezza monetaria è forse la manifestazione più emblematica della perdita di significatività sociale degli istituti della valorizzazione capitalistica, specialmente dei profitti da attività speculative e delle redite ed   interessi di ogni tipo. Essa si presenta non solo nell’aumento esponenziale dei prezzi dei beni scarsi e non riproducibili, come i terreni edificabili e le abitazioni, ma anche nei cicli di gonfiamento e sgonfiamento speculativo dei titoli azionari che drenano i magri risparmi accumulati dai lavoratori.  Infine si fa valere nella stessa diminuzione del valore effettivo (reale) delle masse monetarie accumulate a fini previdenziali e pensionistici, ormai abbondantemente collocate nei circuiti della finanziarizzazione speculativa, chiudendo un ciclo che è diventato ormai perverso. La corsa generalizzata  all’investimento speculativo è motivata dal bisogno di far fronte ai processi incipienti di svalutazione inflazionistica del denaro, ma ha come esito principale una accentuazione dei fenomeni di inflazione monetaria su scala globale, in un procedere paradossale e contraddittorio che contrassegna gli apparati ideologici delle società capitalistiche avanzate e gli orientamenti che si alimentano al loro interno. [x]

 14.       Secondo le interpretazioni prevalenti gli interessi delle sfere politico statuali e del capitalismo finanziario globale sembrano divergere in maniera sostanziale, in realtà i loro rapporti si presentano in termini molto più controversi. Da un lato è vero che gli sviluppi della finanziarizzazione liberistica stanno implicando un ridimensionamento drastico delle prerogative e dei poteri dei governi politici nazionali. Inoltre ogni aumento del volume della spesa pubblica sembra ridurre le possibilità di una crescita economico produttiva sostenuta, e dunque le stesse possibilità di valorizzazione dei capitali  finanziari sul fronte interno. Bisogna riconoscere però nello stesso tempo che la crescita del debito pubblico e il pagamento di cospicui interessi ai creditori internazionali, grandi e piccoli, hanno dato una spinta fondamentale all’espansione del processo di finanziarizzazione liberistica globale, richiedendo lo sviluppo della più libera circolazione dei capitali per poter reperire finanziamenti più facili e a un più basso costo, senza gravare troppo sulle possibilità di crescita nazionali. Pur reclamando la riduzione al minimo delle prerogative, dei poteri e degli ambiti d’azione dei governi politici nazionali, il capitalismo finanziario si trova inoltre, proprio sul piano globale, ad avere bisogno di sempre nuove, più complesse, attività  di regolamentazione e regolazione dei processi economici. Si tratta di attività di “governo”  particolari, che dovrebbero andare incontro alle esigenze di standardizzazione e consolidamento dei mercati. Per questo dovrebbero assumere valenze puramente tecniche o amministrative, non politiche.  Ma in caso di  gravi crisi di solvibilità e credibilità dei sistemi finanziari solo un intervento di organi dotati di sufficiente autorità, legittimità ed anche di poteri coattivi di tipo politico statuale (su scala globale), può far si che i movimenti di finanziarizzazione speculativa continuino i loro cicli di crescita spericolata, in gran parte fittizia, senza dissolversi in una gran bolla evanescente  come è sempre avvenuto in passato.[xi]

 15.       I soggetti del volontariato, del non profit e della finanza etica, vorrebbero porsi fuori di questo connubio vizioso tra stato e mercato, semplicemente chiamandosi fuori dalle motivazioni fondate sull’interesse, sul profitto, e sul potere coattivo di matrice politico statuale. Essi non hanno risolto però il problema della costruzione di  forme alternative di economizzazione delle risorse, in grado di reggere su se stesse, né quello della ri-costituzione adeguata, dal basso, di dimensioni collettive, istituzionali, abbastanza ampie. [xii] Per questo si trovano a dover affrontare gli stessi problemi di una mancanza di autonomia d’azione e di una carenza dei processi di legittimazione politica, comunitaria, che hanno già colpito le sfere dei servizi pubblici o del welfare state. Di più, i settori alternativi si trovano a dipendere in vario modo da entrambi i capi della catena della crescita: non solo dalle risorse prodotte secondo i principi speculativi e della intensificazione dello sfruttamento capitalistico, come avviene per il servizio pubblico,  ma anche dai meccanismi della loro ridistribuzione amministrativa, spesso  clientelare, attuata dagli agenti politico statuali (i quali dipendono, a loro volta, dalla accondiscendenza dei ceti agiati a sottostare a congrui livelli di prelievo fiscale, applicati sulle ricchezze prodotte, accumulate e appropriate, in regime capitalistico finanziario).

16.       A fronte dei problemi indicati, diventa di primaria importanza lo sviluppo di un ampio movimento di ricostruzione dei principi di formazione della ricchezza sociale, così come dei mezzi del suo calcolo e della sua distribuzione. [xiii] Ciò può avvenire in misura adeguata solo a partire da una miglior valorizzazione dei legami con il proprio territorio di appartenenza, e con il riconoscimento del ruolo centrale assumibile dai patrimoni naturali e culturali ereditati. Ma date le difficoltà incontrate dalla economia capitalistica nella soddisfazione dei bisogni connessi alla cura del patrimoni ambientali, socio culturali e naturali, risulta fondamentale lo sviluppo di forme di valorizzazione alternativa delle stesse attività di servizio (di educazione e formazion            e, assistenza e tutela personale, recupero e conservazione del territorio, ecc.). Queste possono essere gestite “pubblicamente” e “privatamente”. Non dovrebbero essere però sottoposte o vincolate a quei processi di intensificazione produttiva da cui dipendono le possibilità della valorizzazione capitalistica,  e neppure essere calate dall’alto, o restare affidate alla semplice buona volontà e all’altruismo di pochi individui virtuosi.  Ma dovrebbero comunque risultare connesse a dinamiche di formazione di “ricchezza sociale” volte ad assicurare condizioni eque di retribuzione e sostentamento di ognuno, e un miglioramento della qualità di vita, di lavoro e delle relazioni per tutti. Alla base dovrebbero esserci dei nuovi principi economici, orientati  verso criteri di stabilità o di stazionarietà dei volumi produttivi (o di una loro riduzione in caso di insostenibilità ambientale) e volti a favorire uno sviluppo evolutivo della loro qualità, nella ricerca di migliori condizioni di equilibrio, non solo tra attività e ambiente ma anche tra presente e futuro, conferendo infine ai sistemi previdenziali, assicurativi e pensionistici, nuove basi cumulative,  contributive e redistributive.

17.       I compiti che si pongono sono così grandi e di difficile soluzione da rendere necessaria l’attivazione di ampi strati di società civile e di soggetti politici in grado di trasferire una molteplicità di istanze diversificate in progetti comuni coerenti: per sviluppare un’economia emancipata, equa e solidale, cooperativa e sostenibile, basata su una valorizzazione equilibrata delle risorse comuni e dei servizi di pubblica utilità, e sostanzialmente diversa da quelle attivate sotto i regimi del capitalismo industriale e del welfare state. [xiv] I problemi maggiori che si pongono per l’affermazione di una economia diversa, non semplicemente complementare ma piuttosto alternativa rispetto a quella capitalistica, riguardano almeno quattro questioni principali: l’autonomia  di funzionamento e di riproduzione (riguardo alle dinamiche e alle risorse dei regimi capitalistici); la maggior funzionalità rispetto alla maturazione di identità e di relazioni sociali gratificanti, dotate di un senso condivisibile; l’attivazione di modi di gestione dei beni comuni, e dei servizi di pubblica utilità, di tipo cooperativo e partecipato, al livello individuale e dal basso;  la sostenibilità nel lungo periodo, sia riguardo agli impatti ambientali che riguardo alla riproducibilità delle risorse necessarie al  funzionamento e sviluppo della produzione sociale (dove lo “sviluppo” va inteso come evoluzione qualitativa delle forme costruite collettivamente, secondo il mutamento dei bisogni individuali comuni e delle esigenze ambientali).[xv] 

18.       La fuoriuscita da una prospettiva di crescita produttiva e di consumo incessante implica il fare a meno del pagamento di qualsiasi forma di rendita, interesse e profitto di tipo economico, traducibile in generico potere di disposizione monetario sulla realtà e sugli altri. Ma implica anche la maturazione di una maggior consapevolezza sul fatto che ogni attività produttiva e di consumo, così come ogni bene e servizio prodotti, hanno un valore economico che si riconduce a criteri tanto di utilità quanto di  costo. Questi criteri di utilità e di costo non dovrebbero mai assumere un valore in sé o unilaterale, come avviene nell’economia ufficiale, ma devono essere considerati da un punto di vista complessivo e relativo: per chi presta un’attività lavorativa, per chi ne fruisce, e in relazione ai livelli di consumo di risorse - comuni e individuali, naturali e sociali - che ne risultano implicati. [xvi] Questo significa che un aumento della ricchezza sociale, determinabile in termini monetari per ragioni di opportunità di valutazione dei costi e dei vantaggi complessivi, non va considerato di per sé un fatto positivo, né negativo. Esso può rappresentare un dis-valore sociale anche di tipo economico, e una diminuzione dei volumi monetari complessivi può diventare un fatto positivo, se si guarda alle esigenze di risparmiare risorse, naturali e lavorative; se non altro perché per produrre e consumare ogni bene o servizio il singolo e l’intera comunità devono sostenere una rinuncia, in termini di tempo libero o di risorse disponibili (specialmente se si tratta di risorse naturali). Nello stesso tempo ogni attività produttiva e di consumo, se ponderata, equa, solidale, cooperativa e sostenibile, può avere un valore esistenziale positivo, che può far considerare come un fatto positivo anche gli aumenti dei volumi economico  monetari derivati, se porta a un miglioramento nelle condizioni comuni di vita  (e nella cura della stessa biosfera), senza implicare aumenti insostenibili nel consumo di risorse.

19.       Le strumentazioni monetarie non sono strumentazioni neutre dal momento che “incarnano”, nella loro struttura simbolica, le logiche e i vincoli delle pratiche economico produttive esistenti, che i movimenti di denaro devono rappresentare e regolare nello stesso tempo[xvii]. Per questo uno degli strumenti principali nella formazione di una ricchezza sociale più equa, solidale, cooperativa e sostenibile, può essere individuato nella  costituzione comunitaria di strumentazioni monetarie alternative, diverse da quelle configurate capitalisticamente. Ma per conseguire questo obiettivo si devono travalicare gli ambiti ristretti in cui le riflessioni sulle “monete complementari” sono state generalmente confinate, in funzione genericamente anti-accumulativa e con l’intenzione principale di rilanciare gli scambi e le attività produttive e di consumo sul piano locale. [xviii] Si deve guardare invece in primo luogo alle nuove esigenze e possibilità di rifondare i presupposti della determinazione del valore dei beni comuni e delle attività di servizio, private e pubbliche: per ridare valore alle attività e ai principi di cura, al di là di ogni forma di economizzazione basata sulla intensificazione dei tempi produttivi e di consumo; per consolidare una ritrovata centralità del lavoro “vivo”, creativo, cooperativo e condiviso;  per ridefinire i principi correnti di equità e stabilità nelle retribuzioni di ogni tipo di attività, secondo gli alti ed omogenei livelli di scolarizzazione diffusa ormai raggiunti. E si deve infine ricercare una maggior stabilità e una sostenibilità (o riproducibilità) della ricchezza sociale, in quanto fondata sui patrimoni ambientali disponibili ad una comunità, e riproducibili entro certe misure,  mai comunque in maniera illimitata (e senza alcun criterio di utilità e di costo).

20.       I movimenti di base non potranno sostenere lo sviluppo di pratiche economiche alternative solide, ampiamente condivise, se non sapranno inserirsi in ampi processi di ri-costituzione politica di una progettualità comune, nei diversi ambiti territoriali rispetto a cui ogni individuo deve rapportarsi oggi, andando dalle dimensioni locali a quelle macroregionali e globali.[xix] E tutto questo non si potrà dare in misura soddisfacente se non si troveranno nuove soluzioni al problema della ricostruzione dei principi, dei mezzi istituzionali e delle pratiche concrete di democrazia, conciliando le esigenze di praticità ed efficienza nella formazione delle decisioni collettive con le esigenze di crescita dell’autonomia, dell’autodeterminazione e delle capacità di cooperazione degli individui comuni. E’ probabile che non si potrà dare un soddisfacente livello di partecipazione democratica negli ambiti politici se non verranno crescendo le possibilità di gestione democratica nei luoghi produttivi, attivabili più facilmente proprio a partire dalle dimensioni economiche alternative. E si può ipotizzare ragionevolmente che la maturazione di maggiori aspettative alla gestione democratica dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità finisca per stimolare l’apertura di rivendicazioni democratiche anche in tutti gli altri ambiti della produzione sociale. Le politiche di sinistra e i movimenti contro la crescita capitalistica possono trovare in questi processi trasversali le condizioni di una nuova alleanza, se sapranno fare i conti non solo con le difficoltà economiche che interessano le società attuali (le condizioni della decrescita capitalistica reale), ma anche con le opportunità che esse lasciano trasparire ormai da tempo e che potremmo definire come i presupposti strutturali per un movimento di decrescita ideale dell’economia capitalistica.

21.       L’aumento delle attività di servizio individuali, con capacità produttive non adeguatamente standardizzabili e intensificabili, induce sicuramente un ridimensionamento delle possibilità di crescita economica e del livello relativo dei consumi di beni e servizi. Anche sul piano economico, dove attualmente sembrano esservi gli ostacoli maggiori alla riapertura di ogni discorso emancipativo, stanno emergendo però delle nuove condizioni di funzionamento che vanno attentamente riconsiderate. Ciò che appare come un ostacolo (non un limite insuperabile!) nella crescita incessante di un’economia capitalistica può avere dei risvolti positivi ai fini dello sviluppo di un’economia alternativa, tendente alla stabilità e alla riproducibilità (e prima ancora  al recupero) dei patrimoni ambientali locali  in quanto:
a) con la riduzione dell’importanza della produzione di merci dominata dalle economie di scala, e con l’ampliamento dell’economia dei servizi pubblici, vengono riducendosi gli squilibri nei rapporti tra “domanda” e “offerta” e  anche l’ampiezza delle crisi economiche da “sovrapproduzione”; le forme principali di crisi che si verificano invece, in relazione all’aumento delle attività di servizio, sono le crisi di liquidità e da fuga di investimenti (per le scarse attrattive del capitale ad investire in settori a produttività “stazionaria”, e la ricerca di sbocchi esterni per la riduzione delle possibilità di crescita economica complessiva registrate sui fronti interni);
b) le nuove difficoltà di trovare buone condizioni di valorizzazione capitalistica in molte attività di servizio di interesse generale, individuale e collettivo, vengono sommandosi alle vecchie difficoltà incontrate nel mercatizzare una parte rilevante dei costi di cura e gestione oculata dei beni comuni, e possono rafforzare le tendenze già in atto allo sviluppo di un’economia dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità a regime non capitalistico;
c) l’espansione dei settori dei servizi legati alle attività di cura, delle persone, delle relazioni socio culturali  e dei patrimoni ambientali, riduce infine (almeno in termini relativi se non assoluti)  il peso  dei movimenti di esportazione/importazione di merci nella formazione della ricchezza sociale, legandola maggiormente ad un territorio specifico ed alla programmazione comune sull’impiego più utile ed equilibrato delle risorse disponibili, visto che i servizi alla persona e alla cura ambientale di un territorio possono essere “prodotti” e “fruiti” solamente in loco.[xx]

 22.       Anche per quanto riguarda gli sviluppi delle strumentazioni economico monetarie possono essere individuati elementi nuovi, che si prestano ad esiti sicuramente molto più progressivi di quelli attualmente prevalenti:
d) la globalizzazione liberistica, con l’apertura di macro-aree di scambio tendenti verso l’integrazione dei sistemi monetari nazionali (vedi Euro), può rafforzare le contro-tendenze a costruire sistemi monetari complementari o alternativi, concepiti sino ad ora per dare maggior autonomia e vigore alle attività produttive e alle economie locali, ma che possono anche essere funzionali a sviluppare una maggiore autonomia d’azione per le economie pubbliche locali, mettendole in grado di attivare proprie forme autonome di economizzazione dei servizi, delle attività e dei patrimoni ambientali disponibili nei diversi territori;
e) la diminuzione delle possibilità di crescita sulla base della intensificazione della produttività, implicata dall’aumento delle attività di servizio individuali,  mette in discussione anche la funzione svolta dal denaro nella misurazione delle differenze di produttività ottenute tra gli agenti, su scala temporale e spaziale, e può rendere opportuno lo sviluppo di strumentazioni monetarie volte ad eliminare i costi da interesse economico e ottenere maggior stabilità ed equilibrio sul piano complessivo;
f) l’aumento delle attività di servizio individuali, pubbliche e private, richiedendo per “unità” produttiva meno capitali di quanti ne richiedeva il capitalismo industriale,  può diminuire infine il peso delle intermediazione finanziarie globali nei processi di attivazione delle risorse (monetarie) necessarie per l’economia pubblica di un paese,  e aumentare  il ruolo degli organismi politici comunitari nella “costituzione politica” delle risorse (economico - monetarie e materiali, specialmente attività e patrimoni ambientali) reperibili su base territoriale, se vi saranno,  ancora una volta, le volontà e le forze politiche necessarie per sostenerli. [xxi]

 23.       Le politiche della sinistra non potranno trarre giovamento dalle nuove condizioni strutturali verificatesi all’interno delle società capitalistiche avanzate se non sapranno fare i conti con i limiti principali che hanno indebolito la loro azione negli ultimi decenni, riducendole a forze minoritarie e marginali.  Dopo il fallimento delle politiche comuniste i partiti delle sinistre radicali si sono visti costretti alla difesa del welfare state come ultimo baluardo per la salvaguardia degli interessi delle classi lavoratrici e del proletariato. In questo modo si è potuto salvare lo stesso ruolo di rappresentanza che il partito ha sempre svolto, sulla base di una delega costruita secondo i principi della divisione gerarchica del lavoro sociale, seguendo le logiche produttive (di potere / dominio) imposte  dal capitalismo. Le politiche della sinistra, radicale e non, hanno continuato a svolgere la funzione di tutela paternalistica, dall’alto, degli interessi degli individui atomizzati, ora cittadini - utenti, contro le derive neo liberiste, neo populiste, neo etniche e razziste. Ma non si è saputo ancora fare adeguatamente i conti con le ragioni dei fallimenti del welfare pubblico, né con i fallimenti del mercato nella gestione dei beni comuni. E si è continuato ad affidarsi a  una concezione sostanzialmente astratta, schematica o teoricistica, di comunità: una comunità politica ideale, astratta dal senso di appartenenza ad un territorio concreto e rispetto alle pratiche economiche e produttive ora prevalenti nel quotidiano;  astratta anche dalla continuità con elementi culturali tradizionali, e troppo lontana dai sentimenti, dalle credenze ed aspettative diffuse;  inadatta infine alla attivazione di momenti di progettualità comune, sufficientemente partecipati e per questo sufficientemente condivisi. [xxii]

 24.       Un altro grave limite rilevabile nelle politiche di sinistra consiste nell’abbandono dell’idea originaria della democrazia di base.  La carente “democratizzazione” delle strutture e delle pratiche politiche ha implicato il rafforzamento delle tendenze alla chiusura autoreferenziale dei partiti di sinistra, coinvolti nella competizione generalizzata per l’appropriazione differenziale di potere, che imperversa nelle sfere della politica come in ogni altro ambito sociale: un ulteriore motivo di separazione dal vivere e dal sentire della gente comune  che impedisce alle sinistre la riassunzione di qualsiasi grande progetto di trasformazione sociale di tipo emancipativo. Le esperienze dei movimenti di base volti alla messa in discussione della crescita economica capitalistica possono essere d’aiuto per acquisire quel senso di condivisione partecipata di una visione alternativa del mondo, legata a un diverso modo di produrre, di consumare e di relazionarsi agli altri e al proprio ambiente di vita. Ma per poter interagire efficacemente con le dimensioni politiche istituzionali, contribuendo alla loro trasformazione, si devono superare alcuni aspetti discutibili che hanno interessato i diversi movimenti di critica alla crescita economica e che tendono ad essere riprodotti nelle molteplici componenti  dello stesso movimento più recente per la decrescita. 

 25.       Per meglio contribuire ad una ricostituzione emancipativa delle molteplici dimensioni della progettualità comune le componenti solidaristiche e conviviali del movimento per la decrescita dovrebbero mettere in discussione le loro propensioni anti istituzionali e antisistemiche, miranti a limitare l’emancipazione degli individui nell’ambito delle piccole dimensioni. E si dovrebbe tener maggiormente presente come i problemi di istituzionalizzazione autoritaria delle relazioni e di concentrazione delle differenze di potere interessano comunque anche l’esistenza dei piccoli gruppi e le dimensioni interpersonali. Per sviluppare un approccio più aperto e complessivo le componenti solidaristiche e conviviali devono certamente collegarsi alle componenti ecologiche ambientalistiche, che si trovano ad elaborare approcci sistemici e maggior interazione con le dimensioni politiche istituzionali. Ma le componenti ambientalistiche potranno apportare contributi significativi ai fini di una trasformazione sociale emancipativa solo se sapranno mettere in discussione gli approcci quantitativi e fisicalistici  al degrado ambientale, ben presenti al loro interno,  riconoscendo che nessun mondo pulito o disinquinato può essere desiderabile (e attuabile) se continueranno a sussistere gli  attuali fenomeni di disagio, di alienazione e di dissociazione socio culturale di massa.

 26.       Alla base del rifiuto di ogni forma di economizzazione c’è spesso il rifiuto generico degli atteggiamenti strumentali e utilitaristici in quanto tali, vale a dire in quanto mezzi di assoggettamento della realtà a “calcoli di potere”.[xxiii] In questa accezione, atteggiamenti anti-utilitaristici e anti-strumentalistici generici orientano anche componenti non marginali del movimento per la decrescita. Il problema maggiore sta nel fatto che lo sviluppo di un qualche atteggiamento utilitario e tecnico strumentale, come mezzo di potere sulla realtà, risulta inevitabile per ogni tipo di esperienza umana, anche se si vuole attivare semplice cura delle cose e attenzione stabile per il mondo della vita.  Più in particolare il problema sta nel fatto che ogni denuncia troppo generica dell’utilitarismo e dello strumentalismo capitalistici finisce per rendere gli stessi orientamenti di tipo capitalistico sostanzialmente insuperabili, eterni, del tutto complementari rispetto agli atteggiamenti che si vorrebbero disinteressati, non calcolati, non orientati da alcun criterio di potere. Per questo una prospettiva di decrescita (dell’economia capitalistica) potrà essere praticata adeguatamente, come movimento di trasformazione sociale emancipativa, solo se si sapranno individuare e mettere in discussione le caratteristiche specifiche, peculiari, che determinano il tipo di  utilitarismo e le configurazioni tecnico strumentali sviluppate all’interno degli atteggiamenti orientati capitalisticamente.

27.       La caratteristica specifica, essenziale, degli orientamenti di tipo capitalistico può essere individuata nel loro esser volti a massimizzare il potere di disposizione sulla realtà in maniera unilaterale, autoreferenziale e incessante, non all’interno di una visione complessiva dei vincoli e dei limiti delle azioni umane, ma seguendo i principi di una riproduzione interminabile delle differenze di potere/dominio esistenti, nel tempo e nello spazio, tra i diversi agenti economici e sociali. Questi si trovano a competere per l’aumento o la concentrazione del proprio livello di potere/dominio sulla realtà all’interno delle sfere economiche ma anche politiche, così come nei movimenti di opinione o culturali, inclusi quelli  per la decrescita. Per questo gli esiti più probabili cui sembrano andare incontro le società capitalistiche avanzate prefigurano il diffondersi di uno stato di servitù o di servaggio diffuso, che può colpire specialmente gli individui impegnati nelle attività di servizio personali, a bassa tutela previdenziale e basso salario. [xxiv] Tutto ciò si ripercuoterà però inevitabilmente nella riproduzione del degrado degli ambienti sociali e interpersonali, oltre che del rapporto tra uomo e natura, se non verranno messi in discussione le dinamiche di formazione di dominio sociale e i rapporti di forza oggi cosi favorevoli alle elite che si trovano a beneficiare delle quote più rilevanti delle risorse (di potere), ottenute attraverso lo sfruttamento orientato “capitalisticamente”, cioè in maniera unilaterale,  autoreferenziale e incessante, di ogni tipo di risorsa reperibile.

 28.       Dato il carattere diffusivo e penetrante degli orientamenti al potere di tipo capitalistico, non sembra opportuno parlare di complementarietà tra economie capitalistiche ed economie alternative.[xxv] Lo sviluppo di dimensioni pratico produttive realmente solidali, cooperative, eque, equilibrate e dunque “ambientalmente” sostenibili nel lungo periodo, dovrebbe implicare come è stato già indicato una decrescita reale dell’economia capitalistica, la quale dovrebbe presentarsi, bisogna ribadirlo, come una decrescita delle concentrazioni di potere / dominio sociale e delle logiche di sfruttamento, sull’uomo e sulla natura, che le sostengono. Tutto si presenterà come un processo inevitabilmente lungo ed incerto, che può essere però sostenuto da subito, e in ogni spazio organizzativo. Per questo il tema della democrazia deve assumere tanta importanza all’interno di un movimento emancipativo per la decrescita degli orientamenti capitalistici: perché pratiche di democratizzazione della prassi sociale, correttamente intese e sviluppate, possono far maturare atteggiamenti più responsabili ed equilibrati, non rivolti a rafforzare i livelli di potere / dominio sugli altri (e dunque su ogni altra forma di vita) ma a curare meglio i delicati rapporti relazionali e ambientali che ogni azione umana, economicamente orientata o meno, finisce comunque per modificare.

29.       In sintesi si può dire che i partiti di sinistra e i movimenti per la decrescita capitalistica si trovano  ancora oggi, come agli inizi degli anni 70, di fronte ad almeno quattro grandi questioni cruciali, che rappresentano altrettante varianti del problema della riconfigurazione dei rapporti di potere/dominio esistenti nei diversi ambiti delle formazioni sociali capitalistiche:

a) l’esigenza di una riflessione approfondita sulle caratteristiche che può assumere una nuova economia, autonoma e stabile,  dei beni comuni e dei servizi di pubblica utilità,  e più in particolare sui modi di attivare e valorizzare  le risorse necessarie al suo funzionamento;  da qui si deve partire per  ripensare i fallimenti delle politiche assistenziali e per ridefinire i rapporti  tra sviluppo delle attività individuali e ricostituzione delle strutture statuali (queste sono in crisi nella forma dello stato nazionale ma, apportati dei cambiamenti significativi, risulteranno ancora indispensabili per sviluppare poteri propositivi, oltre  che coattivi, comuni, collettivi, adatti a contrastare le tendenze particolaristiche emergenti in tutti i contesti societari);

 b)  la costruzione di adeguate strumentazioni monetarie e di finanziamento alternative a quelle capitalistiche, che mettano  in grado  di ristabilire un giusto valore delle attività lavorative, di affrontare meglio i problemi dell’aumento dei costi di vita e della svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale, di far capo ad altri sistemi di previdenza sociale ed assicurativa, più equi e solidi,  di  favorire la stabilità e l’equilibro ambientale dei sistemi economico sociali, oltre che la loro  sostenibilità nel tempo  (la ri-costruzione comunitaria, pubblica, di strumentazioni monetarie ed economiche alternative può avere inoltre la funzione di ridare alla progettualità comune, politica, quell’autonomia, quella forza e quella concretezza che la finanziarizzazione globale ha ormai reso quasi inconsistenti);

c) l’individuazione dei principi e dei mezzi più appropriati per rilanciare le prospettive di ri-democratizzazione delle prassi sociali, per  una maggior diffusione del potere sociale sul piano della  formazione di decisioni e progettualità comuni, senza rinunciare ai requisiti di efficacia, univocità e coerenza delle attività decisionali, ma avendo come obiettivo fondamentale, irrinunciabile, lo sviluppo della autonomia, della dignità e della responsabilità di tutti gli individui (e proprio per questo ampi processi di democratizzazione partecipativa dovrebbero investire anche gli ambiti economici e produttivi, i processi educativi e di informazione, le organizzazioni della ricerca e del sapere di interesse comune);  [xxvi]

 d) infine ciascuno dei tre punti precedenti rinvia in qualche modo al problema centrale, generale, dei modi in cui si possono riconfigurare migliori relazioni  di comunità e migliori rapporti tra le dimensioni individuali e le dimensioni collettive, sulla base di un ripensamento e di una riconfigurazione emancipativa delle pratiche istituenti, di costruzione delle dimensioni simbolico istituzionali comuni,  che risultano ovunque ancora sostanzialmente autoritarie ed eteronome, oltre che scarsamente radicate nelle molteplici dimensioni di senso del mondo della vita: nonostante tutte le esaltazioni della libertà e delle creatività individuali, dei sentimenti e delle pulsioni vitali,  che vengono quotidianamente celebrate negli spazi onnipervasivi della propaganda massificata, commerciale e politica.

 Bisogna tener presente che le pratiche istituenti (in quanto rinviano a costellazioni di significato riconosciute collettivamente valide, dotate di funzioni di orientamento pratico relativamente stabili nel tempo)  non possono essere mai disgiunte dai contesti pratico produttivi ed organizzativi esistenti, o concepiti per la loro trasformazione. Non possono cioè essere ridotte ad una serie di puri atti mentali, psichici, le cui eventuali anomalie possano essere curate, proprio per il loro presunto carattere mentale, attraverso cicli intensivi di “ formazione culturale “ o di “terapia analitica”, accessibili per altro solo a pochi privilegiati. Le pratiche “analitiche”, lo “studio”, l’attività di “formazione” e la stessa la propaganda ideologica, possono avere un ruolo importante per la messa in discussione delle dimensioni simbolico istituzionali già costituite.  Ma solo una riorganizzazione adeguata delle pratiche educative e di ricerca, dei sistemi di relazione politica, e delle strutture produttive in cui gli individui trascorrono la maggior parte del loro tempo di vita, può consentire la maturazione collettiva di orientamenti volti a costruire dimensioni simbolico istituzionali più equilibrate, armoniche, più in sintonia con la natura, in grado di far capo ad un sentire comune più condivisibile. [xxvii]

 30. Tutte le questioni appena indicate rinviano a prese di posizione valutative, di natura etica ed anche “filosofica”,  che possono andare oltre ai condizionamenti posti dagli specifici ordinamenti societari costituiti in una data fase storica. Ma esse sono affrontabili in maniera adeguata, non astratta o teoricistica, solo riconducendole ai contesti sociali concreti,  o meglio ai problemi principali con cui ci troviamo quotidianamente a dover fare i conti, e che sono già emersi ripetutamente nelle tesi precedenti. E’ opportuno richiamarli, per ritornare al punto da cui si era partiti, parlando di complessità della crisi che investe le società capitalistiche avanzate. Anche i principali problemi che determinano oggi una condizione di crisi grave, seppur larvata o endemica,  delle società capitalistiche avanzate e delle loro ideologie economiciste, si possono raggruppare in quattro nodi tematici, secondo una sequenza che non coincide necessariamente con la loro rilevanza strategica:

 a) l’inquinamento della biosfera e il problema della desertificazione della terra, dell’inaridimento dei suoli e della cementificazione del territorio; problemi derivati o amplificati dalla crescita incontrollata delle attività produttive e di consumo umane, e che per questo rendono necessario un ridimensionamento e una riconversione progressiva della produzione di beni di consumo in attività di produzione e fruizione di beni ambientali, meglio legati alla salute e all’equilibrio della persona, alla cura delle relazioni umane e del mondo della vita, allo sviluppo di dimensioni sociali e culturali più gratificanti, responsabili e partecipate, anche per fronteggiare il secondo grande ordine di problemi che si pone all’interno di tutte le società capitalistiche avanzate;

 b) il degrado diffuso degli ambienti socio culturali e delle dimensioni simboliche ed istituzionali, che si manifesta nella veste di una crescente disgregazione dei tessuti relazionali, di una ricomposizione autoritaria delle propensioni comunitarie che rimangono insoddisfatte, di ampie manifestazioni di disagio e di pulsioni violente,  autodistruttive, o nella ricerca esasperata di fonti di piacere e di evasione incondizionate, da ottenere ad ogni costo, anche a costo della perdita della propria libertà e dignità o della messa in pericolo delle proprie condizioni di vita;

 c) la inadeguata valorizzazione economica ed esistenziale delle attitudini e delle capacità di un esercito di giovani, disoccupati o addetti ad attività di servizio pubbliche e private precarie e poco gratificanti, che risultano spesso dotati di elevati livelli di istruzione ed esprimono diffusi bisogni di non impegnarsi nella lotta per la concentrazione di potere, e di prendersi invece cura dei patrimoni ambientali,  naturali e culturali comuni, ma non trovano alcuna corrispondenza soddisfacente con le attività insulse e i lavori alienanti offerti sui mercati orientati capitalisticamente (non solo economici ma anche culturali o della ricerca);[xxviii]

 d) infine il problema che sta forse a cuore al maggior numero di persone all’interno delle SCA: l’inasprimento delle condizioni quotidiane di vita e dei suoi costi, economici ed esistenziali, la crescita esponenziale delle disuguaglianze, ma anche l’arresto della riduzione dell’orario di lavoro e la sovraoccupazione dei tempi di vita, per impegni economici  che danno sempre meno vantaggi sul piano della qualità di vita;  e poi vanno ricordati  i crescenti fenomeni di distruzione inflazionistica delle risorse accumulate in forma monetaria,  dei risparmi investiti nelle borse e nei fondi pensione, a cui basta aggiungere la precarizzazione delle condizioni di lavoro e la negazione privatistica dei diritti ad una casa, una sanità e un’istruzione di qualità decente, per tutti.

Nessun approccio politico, che sia di partito o movimento, potrà sottrarsi dal fare i conti con ciascuno dei quattro grandi gruppi di problemi indicati. Diverse ragioni possono far concentrare l’attenzione su qualche aspetto specifico, ma in alcun modo il prospettare una soluzione per un ordine di problemi può rendere più difficile una soluzione soddisfacente degli altri. La condizione indispensabile è che non si venga a cedere ad aspettative e richieste contraddittorie, non coerenti, come l’avere redditi più elevati garantiti per tutti e maggiori livelli di consumo per ognuno, indipendentemente dalle possibilità produttive di un dato sistema economico e del suo territorio, e nello stesso tempo sperare in una riduzione degli impatti ambientali e dei tempi comuni di lavoro. La difficoltà maggiore sta proprio nell’aprire prospettive all’interno delle quali le molteplici esigenze delle dimensioni produttive, “artificiali”, e delle dimensioni “naturali”, del mondo della vita,  non vengano a divaricarsi, confliggendo in maniera stridente, come avviene all’interno delle società capitalistiche: proprio perché si ritiene che la crescita economica in quanto tale, o in quanto crescita di un generico potere di disposizione monetario sulla realtà, possa alla fine portare alla soddisfazione di qualunque bisogno e alla soluzione di qualsiasi problema, e ogni orientamento possa competere e divergere rispetto agli altri perché appunto alla fine tutto può tornare utile ai fini dell’incremento del potere di disposizione  generico, universale, sulle cose.

Per non concludere.

 Forse è opportuno ribadire che non si tratta di uscire dalle dimensioni del potere, del fare e dello sviluppo produttivo e neppure della lotta politica. Si tratta più “semplicemente” di riconfigurare le dinamiche del potere, della lotta, o del fare e dello sviluppo produttivo, economico, politico e culturale, in maniera da renderle più corrispondenti alla complessità dei bisogni e dei vincoli dell’esistenza comune, legandole maggiormente al sentire estetico, ai sentimenti che portano a sviluppare forme di cura amorevole della realtà, ma anche al senso di responsabilità che il vivere la storia come lungo, difficile e mai compiuto, progetto di umanizzazione del mondo deve inevitabilmente implicare. Lo aveva già indicato, a suo tempo, Herbert Marcuse, uno dei primi critici della crescita economica capitalistica a porsi il problema della permanenza dell’intreccio, indissolubile, e del conflitto, inevitabile, tra dimensioni dell’eros, strumentazioni tecniche e dinamiche di dominio che vengono sedimentandosi nelle diverse fasi storiche. [xxix] Forse bisogna solo rendersi maggiormente conto che l’eros assume spesso al suo servizio la forma e i mezzi del dominio sugli altri. E lo fa  specialmente quando alimenta infatuazioni passionali unilaterali, prive di misura o incondizionate, e che solo una rivalutazione del più umile e prezioso “voler bene”, come affermazione di un bisogno di attenzione e di cura universale, non esclusivo, e come ricerca del bello ma anche del giusto, può consentirci una buona ripresa di quel percorso lungo e accidentato di trasformazione emancipativa delle nostre condizioni di esistenza. E’ una ripresa che non si può più rinviare, e che dobbiamo attivare su una scala più ampia possibile, proprio per la crescita preoccupante dei livelli di degrado ambientale derivati dalle spinte diffuse all’accrescimento del dominio, personale e sociale, e per i potenziali produttivi e distruttivi enormi raggiunti dai mezzi tecnici che ci troviamo a disposizione.
Può forse apparire poco pertinente il terminare delle tesi su “Politica e sviluppo economico” con alcuni riferimenti alle possibili manifestazioni affettive coltivabili all’interno di una strategia di trasformazione sociale. Non lo è se si pensa come diverse forme affettive abbiano alimentato e alimentino inevitabilmente ogni prospettiva di trasformazione emancipatrice: passioni incondizionate per degli ideali, spesso unilaterali, amore per gli altri, per la vita, per se stessi o per le proprie idee, aspirazioni alla giustizia, al bene comune, al benessere o interesse a procurare vantaggi per sé o per la propria organizzazione, hanno alimentato e spesso mascherato bisogni di cura o pulsioni di dominio, sostenendo tensioni al cambiamento ma provocando anche  odi, lacerazioni  e fratture insanabili. Per questo si può pensare che proprio una analisi delle diverse forme affettive, dei sentimenti e delle esigenze di cura di se stessi e degli altri, così come delle pulsioni di lotta e delle brame di potere, coltivabili nelle dimensioni sociali e nelle nostre pratiche di vita quotidiane,  possa costituire il primo passo per la ricostituzione di una prospettiva di trasformazione emancipativa più auspicabile perché  più condivisibile.
Non sarà mai troppo ripeterci che si tratterà inevitabilmente di un processo incerto e accidentato, destinato a rimanere incompiuto o aperto: non perché le nostre pratiche, sempre troppo limitate e contingenti, siano destinate a risultare inadeguate rispetto alla presunta perfezione delle nostre idee o dei nostri ideali, ma per la limitatezza, l’imperfezione o il carattere inevitabilmente relativo e inadeguato delle nostre stesse idee. Forse nonostante tutto non possiamo non continuare a  rappresentarci le nostre propensioni emancipative collegandole a degli ideali più o meno assoluti. Ma non dovremmo mai prescindere da una valutazione attenta delle loro utilità, e dei costi sostenibili per il loro perseguimento, valutabili a loro volta sempre e solo in termini relativi, riconducendoci a quella  varietà complessa che sono i bisogni e le pulsioni fondamentali della nostra esistenza, e del mondo della vita. Da questo non potremmo mai prescindere, o astrarre, se non a costo della perdita del nostro equilibrio interiore e della caduta in una solitudine desolante.


APPROFONDIMENTI  E RIFERIMENTI  BIBLIOGRAFICI

[i] Con il termine “movimenti per la decrescita”  vengono indicati qui tutti i movimenti che hanno prospettato, in un modo o nell’altro, una riduzione del peso e del ruolo della crescita economica e della produzione e consumo materiali,  già a partire dalla fine degli anni 60. Alcune delle opzioni costitutive di tali movimenti sono confluite all’interno del movimento per la decrescita attuale e anche per questo, per evitare di riprodurre errori o incongruenze passate, il confronto puntuale con quelle esperienze può fornire utili motivi di riflessione.  Una ricostruzione più precisa dei contenuti dell’attuale idea di decrescita si può trovare in Obiettivo decrescita, Emi 2004, a cura di Mauro Bonaiuti, che rileva come il termine “decroissance” sia stato coniato da  Jacques Grinevald, un allievo di Georgescu Roegen, in una raccolta di testi del maestro intitolata, profeticamente, Demain la decroissance, Favre (Lusanne) 1979. Ma è  indubbiamente Serge Latouche  a lanciare qualche anno fa l’idea di decrescita come provocazione pratico politica  che riscuote subito un successo insperato, indicando come la consapevolezza dei limiti dello sviluppo economico produttivo capitalistico sia ormai entrato nell’immaginario di larghi strati di persone, nel mondo intero (vedi il suo: Altri mondi, altre menti, altrimenti. Oikonomia vernacolare e società conviviale, Rubettino 2004). Sulla problematicità dei rapporti tra politiche di sinistra e messa in discussione della crescita economica si veda Paolo Cacciari, Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, Intramoenia, 2006, e la Prefazione allo stesso testo di Pierluigi Sullo. Riguardo al carattere generalizzato delle nuove forme di crisi che stanno interessando le società capitalistiche avanzate: Jean Paul  Fitoussi, Il dibattito proibito, Il Mulino 1997; David Harvey, La crisi della modernità, Il Saggiatore 1993; Adolfo Battaglia, Tra crisi e Trasformazione, Editori Riuniti 2000. Una contestazione non molto convincente dell’idea di “crisi generalizzata” si può trovare invece in Oliver Bennet, Pessimismo culturale, Il Mulino 2001.

 

[ii] La gravità della situazione attuale e l’urgenza delle risposte necessarie non implicano però  che ci dobbiamo limitare alla ricerca di soluzioni immediate. Solo l’adozione di prospettive di lungo periodo e la capacità di concepire processi di trasformazione ampi, i cui effetti si possono sedimentare e rafforzare nel tempo, possono aiutarci a sviluppare quegli approcci complessi ai problemi ambientali che la complessità del mondo attuale rende necessari. Ma questo richiede il saper fare prima di tutto i conti con l’incoerenza delle aspettative alimentate da un cultura intrinsecamente contraddittoria o dissociata come appare quella dominante all’interno delle SCA. Sulla struttura contraddittoria delle identità sociali del mondo attuale si può vedere:  Christopher Lasch, La cultura del narcisismo,  Bompiani 1992,  un testo pubblicato negli Usa alla fine degli anni 70 ma che risulta ancora molto interessante; Zygmunt Baumann, Modernità liquida, Laterza 2002;  Miguel Benassayag, L’epoca delle passioni tristi,  Feltrlinelli, 2003.  Si deve rilevare però che il problema della dissociazione diffusa delle identità, individuali e collettive,  non è ancora stato colto in tutta la sua gravità o nel suo carattere specifico,  per molti aspetti patologico, proprio delle culture sviluppate nei contesti capitalistici avanzati. 

 

[iii] L’impostazione sembra riconducibile agli  approcci sviluppati all’interno della tradizione marxista, in realtà non  credo che quella tradizione sia più molto utile per prospettare dei percorsi di trasformazione emancipativa plausibili, non solo per il fatto che non si può credere in alcuna sorta di  determinismo  (tanto meno economicistico) riguardo agli esiti delle possibili trasformazioni sociali, ma specialmente nel fatto che si può forse mirare a processi di trasformazione sociale progressivi o cumulabili nel tempo, mai comunque irreversibili, ma non più ad un “superamento” salvifico della realtà data attraverso movimenti di rottura “rivoluzionaria” di qualsiasi tipo. Le riflessioni e le esperienze pratiche compiute in ambito marxista possono comunque renderci più accorti riguardo a quello che sembra uno dei limiti maggiori dei movimenti  antisistemici: la convinzione molto diffusa che si possa dar luogo a processi di costruzioni del nuovo che sembrano sorgere quasi dal nulla. Per un approfondimento critico sugli approcci al cambiamento sociale prevalenti all’interno del marxismo si può vedere E. De Marchi, G. La Grassa. M. Turchetto, Per una teoria della società capitalistica. La critica dell’economia politica da Marx al Marxismo, La Nuova Italia Scientifica, 1994.

 

[iv]   Ma i primi, più importanti e discutibili, rinvii ad una prospettiva di decrescita conviviale si possono trovare già nel testo di  Ivan Ilich La convivialità del 1973. Riguardo alle ultime posizioni più articolate di Serge Latouche sulle implicazioni pratico politiche dell’idea di decrescita si può vedere:   La sfida della decrescita, Feltrinelli, 2007.

 

[v] Per una ricostruzione essenziale dei caratteri delle nuove economie civili e solidali: Jean Louis Laville, L’economia solidale, Bollati Boringhieri  1998;   Stefano Zamagni, Non profit come economia civile, Il mulino 1998. Per una valutazione meno apologetica e molto più problematica  si veda invece Claus Offe e Rolf G. Heinz (1990), Economie senza Mercato, Editori Riuniti 1997.

 

[vi] Ai tre tipi di coppie (o divaricazioni) dualistiche indicate sopra se ne dovrebbe aggiungere almeno altre due. Una relativa alla  scissione tra prospettive  orientate nell’immediato e prospettive orientate nel lungo periodo. L’altra relativa alla divaricazione tra mezzi e fini della trasformazione. Questi due tipi di opposizione dicotomica sono strettamente connessi e hanno fatto valere tutto il loro peso all’interno dei movimenti socialisti, riformisti e rivoluzionari, portando ad uno scontro anche molto aspro tra movimenti che esaltavano apertamente la separazione (come i partiti lenisti) e movimenti che la condannavano con il massimo vigore (come il socialismo autogestionario e i movimenti consigliaristi).  Di questi due tipi di scissione  i movimenti critici, inclusi quelli della decrescita, si sono occupati però molto negli ultimi decenni, tanto da fare della critica al rinvio dei processi di trasformazione emancipativa in un futuro troppo lontano, e alla separazione tra mezzi e fini, uno degli obiettivi principali della loro azione critica. E’ riguardo alle altre tre forme di divaricazione indicate sopra che rimane invece ancora molto da riflettere, e da fare, dato che il loro effetto continua a provocare pesanti esiti negativi all’interno delle politiche di sinistra così come dei movimenti di base per la messa in discussione delle logiche della crescita economica capitalistica. Per approfondimenti su aspetti analoghi si può vedere Mimmo Porcaro, Stazioni di partenza, Edizioni del CRIC, 1989.

 

[vii] Si può dire , in sintesi, che le esigenze della valorizzazione dei capitali esistenti spingono verso una crescita continua delle masse monetarie (accumulate), la quale richiede a sua volta una crescita incessante della produzione complessiva e dunque della produttività annua di beni e servizi (reali, socialmente “utili”, di cui ci sia un bisogno continuativo). Lo sviluppo dei bisogni individuali di cura personale (educazione, formazione, assistenza medica, svago ecc.), o le esigenze di allestire o ripristinare un buon funzionamento di tutto il sistema economico sociale (attraverso attività di manutenzione, mediazione, integrazione sociale, regolamentazione,  ecc.),  portano  però alla crescita di attività di servizio prevalentemente individuali  che implicano presenza, legame o coinvolgimento fisico di tipo “intelligente” o “personale”, e non si prestano ad elevate e continuative possibilità di crescita produttiva. Da qui i fenomeni di rallentamento della crescita produttiva complessiva registratisi  negli Usa, e nei paesi capitalistici più sviluppati, a partire dagli anni 70 (in quelli meno sviluppati come Italia e Giappone dagli anni 90), tranne alcuni brevi periodi caratterizzati dalla crescita di manodopera immigrata, a bassi salari, dall’introduzione della informatizzazione dei processi produttivi o da innovazioni “istituzionali” come quelle attuate nelle esperienze dei nuovi distretti industriali. Nello stesso tempo la spinta alla crescita delle masse monetarie, conseguente dalla stessa esistenza degli istituti della valorizzazione capitalistica, principalmente rendite,  interessi, e profitti speculativi, porta a tutta una serie di processi di svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale accumulata (in forma monetaria) che possono  assumere una pluralità di manifestazioni o forme. Conferme della caduta di produttività nel lungo periodo, collegata allo sviluppo dell’economia dei servizi si possono trovare in: Robert Atkinson, The past and future of America’s Economy, Edward Elgar (Cheltenham, UK), 2000;  Dale W. Jorgenson, Accounting for growth in the information age, in Philippe Aghion and Steven N. Durlauf, Handobook of Economic Growth, Elsevier B.V., 20005. Per rinvii alla letteratura riguardante il fenomeno della svalutazione inflazionistica del denaro si veda invece la nota 10.

 

[viii] A questi fenomeni non è stata data ancora alcuna rilevanza significativa da parte della scienza economica ufficiale che sembra ancora ignorarne del tutto le implicazioni pesantissime, sia sul piano economico che sociale. Essi emergono però negli studi settoriali o nei testi che si occupano del problema del rilancio della produttività nel settore dei servizi ormai da molti anni,  vedi Victor R. Fuchs (editor), Production and Productivity in the Service Industries, Columbia University Press, 1969; Orio Giarini (editor), The emerging Service Economy, Pergamon Press (UK) 1987;  K. Albrecht e R. Zemee, American Service, Mc Graw Hill 2002 .

 

[ix] Cfr. Patrick Honohan e Luc Laeven, Introduction and overview, in Systemic Financial Crises, Cambridge Università Press, 2005, pp. 6-7;  Stijin Claessens, Daniela Klingebiel, and Luc Laeven, Crisis Resolution, Policies, and Institutions: Empirical Evidence, pp, 176-177

 

[x] Il fenomeno complessivo della svalutazione inflazionistica della ricchezza sociale rimane sostanzialmente taciuto o occultato nelle teorie prevalenti (occultato da determinazioni statistiche sostanzialmente falsate, che non tengono nel dovuto conto il rincaro dovuto a beni scarsi di fondamentale importanza, nel volume di spesa dei redditi bassi, come la spesa per la casa). Approfondimenti su singoli aspetti possono essere reperiti  invece  in: Paul Davidson, Inflation, open economies and resources, Biling & Son (GB) 1991; Jonathan Nitzan and Shimon Bichler, Inflation and accumulation, in Science and Society, vol. 65, autumn 2001; Vladimir Klyuev, Evolution of the relative price of goods and services in a neoclassical model of capital accumulation, in Review of Economic Dynamics, n. 8 2005;   J.S. Benk, M. Gillman, M. Keyak, Credit shocks in the financial deregulatory era: not the usual suspects, in Review of Economic Dynamics, 8, 2005;  Allan Auerbach e Heinz Herrmann (ed.), Ageing, Financial Markets and Monetary Policy, Sprinter 2002.

 

[xi] In sostanza la vittima designata, il potere politico statuale nazionale, ha alimentato e rinvigorito a lungo il suo aspirante carnefice, il capitale finanziario globale, ma se questo attenta alla vita del suo benefattore finisce per mettere a repentaglio le proprie condizioni di esistenza, per cui si rendono inevitabili nuovi patti di dipendenza reciproca. Basta vedere,  a questo proposito, Ethan B. Kapstein, Governing the Global Economy. International finance and the state,  Library of the Congress 1994.

 

[xii] Riguardo ad alcune delle carenze principali, rilevabili  sul piano economico, si può vedere il già citato Economie senza mercato di C. Offe e C.H. Rolf.  Per un approccio più ampio, attento alle implicazioni istituzionali, riguardanti in particolare la situazione negli USA si veda Elsinor Ostrom, Governing the Commons, The evolution of Institutions for Collettive action, Cambridge University Press, 1989.

 

[xiii] Sull’argomento sono già stati scritti molti volumi e una notevole mole di articoli, anche se manca ancora un lavoro rigoroso di analisi delle condizioni strutturali che potrebbero dare a questo programma generico basi più solide proprio in termini economici, oltre che politici. Per una ricostruzione accurata delle diverse ipotesi di riformulazione delle concezioni e strumentazioni di determinazione della ricchezza economica si veda Mercedes Bresso, Per un’economia ecologica, La Nuova Italia Scientifica, 1993. Dalla fine degli anni 90 la ricerca non sembra aver compiuto dei grandi passi in avanti, anche se i toni sembrano diventati più radicali, come in Patrick Viveret, Ripensare la ricchezza, dalla tirannia del Pil alle nuove forme di economia sociale, Terre di mezzo 2005; Jean Gadrey e Florence Jany-Catrice, No PIL. Contro la dittatura della ricchezza, Castelvecchi  2005.

 

[xiv] Per una miglior fondazione delle prospettive ideali si può vedere l’importante contributo di Alberto Magnaghi, Il progetto Locale, Bollati Boringhieri, 2000. Riguardo alle esperienze pratiche, molto più ricche di aspetti discutibili, si veda il numero 63 di “Stato e Mercato”, dicembre 2001, dedicato a Patti territoriali: successi e fallimenti;  intorno alle esperienze (molto deludenti)  dell’approccio capitalistico alla riscoperta del territorio si veda invece il resoconto critico dell’esperienza dei distretti italiani delineato da Alessia Samarra in Lo sviluppo dei distretti industriali. Percorsi evolutivi tra localizzazione e globalizzazione, Carocci 2003; Provasi Gianfranco, Le istituzioni dello sviluppo. I distretti industriali tra Storia Sociologia ed Economia, Donzelli 2002.

 

[xv] Penso che non sia più opportuno alimentare una disputa terminologica sulla possibilità di usare il termine “sviluppo sostenibile”, dal momento  che la nozione di sviluppo  può essere caricata delle valenze più disparate. E’ certo che bisogna opporsi con tutte le forze alla logica della crescita economica e produttiva capitalistica, in quanto crescita economico produttiva unilaterale, autoreferenziale, incessante. Così bisogna opporsi anche a quelle pratiche concrete e  ideologiche che hanno cercato di nascondere all’interno della nozione di “sviluppo sostenibile” una pura logica di crescita economica quantitativa. Va tenuto fermo però il fatto che la nozione di “sviluppo” può consentire  il riferimento a cambiamenti evolutivi delle forme sociali che possono essere collegati ma anche contrapposti alle logiche della crescita quantitativa.  Molto semplicemente: non si può mettere in campo e dispiegare  alcuna prospettiva di trasformazione sociale emancipativa che sia priva di riferimenti ad una qualche nozione di “sviluppo” delle forme sociali, economico e produttive, desiderabili ed esistenti, purché la nozione del loro “sviluppo” sia orientata in termini di decrescita quantitativa ed istituzionale degli orientamenti  capitalistici. Per un prima valutazione delle opzioni pro o contro l’idea di “sviluppo sostenibile” si veda Hermann Daly (1996), Oltre la crescita. L’economia dello sviluppo sostenibile, Edizioni di Comunità, 2001 e Serge Latouche, Abbasso lo sviluppo sostenibile e viva la decrescita conviviale, in:  Obiettivo decrescita , cit.

 

[xvi] La forza di un sistema monetario,  specialmente di quello capitalistico che risulta molto articolato e potente, sta proprio nella sua capacità di dar conto di costi ed utilità, convertendoli in continuazione. Infatti  il valore che circola (e che viene accumulato) in diverse  forme monetarie può essere considerato e vale sia quale  compenso già fornito a chi ha sostenuto il carico di una prestazione (ricavandone in cambio un titolo che da potere di disposizione su un numero enorme di altre prestazioni “utili”), sia quale esborso che deve sostenere chi vuole ottenere un bene  o un’attività per lui o per altri utile. Alla fine tutto (il movimento del PIL) si presenta come una grande "partita doppia”  in cui costi e utilità, debiti e crediti, si annullano a vicenda, per lasciare visibilità solo all’incremento del  volume degli scambi (di denaro), che dovrebbero esprimere comunque un aumento del potere complessivo di disposizione su uomini e cose.  L’aumento delle masse monetarie dovrebbe esprimere in sostanza un aumento della capacità produttiva complessiva, a meno che non si tratti di un puro aumento inflazionistico del volume monetario, derivato magari dalla stessa esistenza degli istituti della valorizzazione capitalistica, rendite, interessi e profitti di natura speculativa, che vengono applicati a priori, e a prescindere - almeno inizialmente - dalle reali possibilità di crescita produttiva di un sistema, sulla base di determinati rapporti di potere / dominio sociale. Il superamento delle rendite, degli interessi e dei profitti (almeno quelli di natura speculativa)  può avvenire, con rilevanti vantaggi collettivi, se i rapporti di potere dominio vengono mutando, se gli istituti della valorizzazione capitalistica hanno perso una parte significativa della loro utilità sociale e, alla fine, se ogni tipo di “interesse” e di “profitto” può essere risolto sul piano della motivazione e delle gratificazioni simboliche o di senso, mentre ogni forma di rendita andrebbe comunque  sostituita da redditi di lavoro,  o di solidarietà (per chi non è più in grado di lavorare).

 

[xvii] Nel capitalismo sviluppato, della finanziarizzazione globale e liberistica, la funzione principale del calcolo monetario non sembra più tanto quella di misurare il volume della ricchezza totale reale, interna a un sistema, quanto  quella di registrare le differenze tra le performance (in termini di crescita economica) delle varie imprese ancora organizzate attorno a sistemi monetari nazionali o macroregionali (come l’Euro). In questo sta il significato essenziale dello sganciamento del denaro dalla sua base aurea avvenuto agli inizi degli anni 70. I capitali  in crisi sui fronti interni e alla ricerca delle migliori condizioni di valorizzazione su scala globale possono essere così guidati oltre che dalle performance delle singole imprese anche da quelle dei sistemi complessivi, nazionali, registrabili nelle oscillazioni del sistema delle valute. E’ un processo che continua ad essere dominato dal principio dell’intensificazione dello sfruttamento delle risorse (se non dei tempi e delle attività) e che risulta sottoposto ad elevati tassi di svalutazione inflazionistica proprio per le tensioni e gli inevitabili squilibri che si vengono generando in continuazione nei diversi sistemi e tra gli agenti, in competizione tra loro per ottenere i più elevati tassi di crescita economica, quali che siano le condizioni complessive o le esigenze emerse nei diversi contesti ambientali.  Si tratta di aspetti su cui non si è riflettuto ancora sufficientemente all’interno dei movimenti di denuncia della crescita economica capitalistica, anche se esistono già contributi molto interessanti sul variare delle strutture di potere, come quelli di Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Adelino Zanini, in La moneta nell’impero, Ombre corte, 2002.  Molto più discutibile e meno fondate sembrano invece le riflessioni delineate da  Marazzi in:  E il denaro va. Esodo e rivoluzione dei mercati finanziari, Bollati Boringhieri, dove la tendenza prevalente viene individuata in un lungo e significativo processo deflazionistico,  trascurando del tutto   la caduta considerevole del potere d’acquisto di tutti i redditi da lavoro, eccetto quelli dei ceti dirigenti, in atto ormai da alcuni decenni. Una ricostruzione esaustiva sul mutamento dei regimi monetari nel secolo scorso si può trovare in  Andrew Britton, Monetary Regimes of the Twentieth Century, Cambridge University Press, 2001.

 

[xviii] Sui nuovi approcci alle monete complementari vedi M. Kennedy, La moneta libera da inflazione ed interessi, Arianna editrice  2006, o Bernard Liethaer, The future of Money, Century 2001.  Il problema principale della maggior parte di approcci considerati o proposti dai due autori è comunque che nonostante le dichiarazioni contrarie essi  non risultano convincenti proprio riguardo al fenomeno della svalutazione inflazionistica della ricchezza accumulata in forma monetaria: o  perché prospettano un meccanismo di tassa sulla circolazione e sull’ accumulo del denaro che finisce per far lievitare i costi totali,  o perché finiscono per agganciare il corso delle monete complementari a quello delle valute officiali, consegnandole allo stesso destino inflazionistico. Il problema risulta amplificato dove si prospetta un agganciamento a politiche di ridistribuzione della ricchezza basate sul reddito garantito o di cittadinanza, come in Domenico de Simone, Un’altra moneta, Malatempora 2003.

 

[xix] Si veda su tale aspetto due  approcci abbastanza diversi ma in fondo anche complementari: Jeremy Brecher e Tim Costello (1995), Contro il capitale globale, Interzone 1996;  e David Held (1995) , Democrazia e ordine globale. Dallo stato moderno al governo cosmopolitico, Asterios Editore, 1999. Per riferimenti alla dimensione delle pratiche alternative concrete sviluppate  per contrastare il processo di globalizzazione: Tonino Perna, Fair trade. La sfida etica al mercato Mondiale, Bollati Boringhieri 1998; Attac.it.  Agire Locale Pensare Globale, Asterios, 2001.

 

[xx] Queste ultime considerazioni si riferiscono a valori relativi (considerati in termini di rapporto tra le diverse componenti di un ‘economia nazionale) e non in termini di volumi quantitativi assoluti (che registrano una crescita continua del consumo e del flusso di merci di ogni tipo). Va rilevato però anche che un aumento considerevole  del traffico delle merci nell’ultimo decennio può essere ricondotto all’ingresso di nuovi paesi  nel processo di industrializzazione o di riconversione industriale, come accade in Europa in relazione agli sviluppi dei paesi ex socialisti e nell’area asiatica e al fatto che con l’ingresso delle donne nel mondo produttivo sono aumentati in misura rilevante sia le possibilità produttive che i bisogni di consumo (elettrodomestici e mezzi di trasporto in primo luogo).  E va rilevato che  questi tipi di crescita, di tipo sostanzialmente, estensivo non dicono nulla riguardo al mantenimento di tassi di crescita intensiva elevati per il sistema complessivo negli ultimi decenni.

 

[xxi] Il ruolo che le grandi concentrazioni di capitali svilupperanno rispetto ai settori delle produzioni di massa tradizionali  può invece aumentare in relazione all’aumento del peso che questi settori mantengono nelle possibilità di crescita economica del sistema  complessivo. L’influenza che gli interessi di questi settori possono continuare ad esercitare nella configurazione dei sistemi normativi, volti a regolamentare la produzione / riproduzione sociale nel suo complesso, non è però facilmente prevedibile. Essa  deriva dai rapporti di potere dominio esistenti, ma anche  dagli esiti dei conflitti che possono verificarsi sul piano ideologico, politico ed economico, nel confronto scontro tra forze che fanno capo a ipotesi di organizzazione sociale (e di sfruttamento delle risorse)  alternative.

 

[xxii] E’ l’idea di comunità “astratta” , delocalizzata, degli individui dotati di generici diritti universali, che era venuta riflettendo un processo di standardizzazione e omogeneizzazione delle relazioni e delle prestazioni parallelo alla diffusione dei modelli della produzione e del consumo di massa  (ma anche dell’istruzione e della sanità diffuse). Un’idea che viene messa profondamente in discussione tanto dalla crisi di quei modelli quanto dall’impatto devastante che le grandi migrazioni dei poveri e dei devianti dei paesi sottosviluppati finiscono per sortire, in contesti caratterizzati da alto degrado sociale e accentuati squilibri economici. Sul rapporto tra mutamento delle identità comunitarie e cambiamento delle strutture economico produttive si veda il contributo di Marco Revelli, Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e toyotismo, in P. Ingrao e R. Rossanda, Appuntamenti di fine secolo, Il Manifesto libri  1995.   Ma anche Zygmunt Baumann, Intervista sull’identità, Editori Laterza, 2003.

 

[xxiii] Altre e più raffinate sono le considerazioni sull’utilitarismo svolte da Alain Caillé nel Manifesto degli antiulitaristi del M.A.U.S.S , Critica della ragion Utilitaria, Bollati Boringhieri 1991. Fondante resta comunque  l’opzione antieconomica generica di fondo e l’assimilazione di componenti utilitaristiche rilevabili  nel pensiero antico con quelle sviluppate dalla scienza e dalla tecnologia moderne.

 

[xxiv] Vedi le lucide analisi sviluppate in proposito da André Groz in La metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, 1992.

 

[xxv] Ma è su questa posizione che finiscono per attestarsi anche critici radicali del capitalismo come i citati  A. Gorz e J.-L.Laville (vedi La metamorfosi de lavoro, cit.  e L’economia solidale, cit.).

 

[xxvi] Questo significa mettere in discussione l’abitudine riduzionistica a  confinare il problema della democrazia entro gli schemi liberaldemocratici, e approdare al nodo dei processi costituenti delle dimensioni comuni, si veda a questo proposito la critica della riduzione liberaldemocratica di democrazia effettuata già alla fine degli anni 80 da Pietro Barcellona in, Il ritorno del legame sociale, Bollati Boringhieri, 1990. Per quanto riguarda invece il riferimento alla problematicità della democratizzazione delle diverse dimensioni o scale dell’agire politico sociale restano ancora molto interessanti i contributi di David Held (1987), Modelli di democrazia, Il mulino, 2004; e di Tony Andreani, Démocratie représentative, démocratie délégative, démocratie directe, apparso nel numero di “Actuel Marx” dedicato a Les paradigmes de la démocratie, 1994. Per una impostazione volta a mettere in luce tutta la problematicità degli sviluppi della partecipazione democratica nelle dimensioni economico produttive si può vedere invece Guido Baglioni, Democrazia impossibile? I modelli collaborativi nell’impresa: il difficile cammino della partecipazione tra democrazia ed efficienza, Il mulino 1995.

 

[xxvii] Fondamentale per l’analisi dei rapporti tra strutture organizzative e pratiche istituenti  resta ancora l’approccio elaborato da Gorge Lapassade  più di  40 anni fa  in L’analisi istituzionale (1966), Isedi 1971. La prospettiva messa a punto  da Castoriadis in L’istituzione immaginaria della società (1975), Bollati Boringhieri 1995, sembra prestarsi invece di più alla denuncia degli ordinamenti istituzionali costituiti, aprendo spazi interessanti verso le dimensioni del sentire e della costruzione individuale di senso.

 

[xxviii] Su questo, che può essere considerato come uno dei problemi cruciali delle SCA e forse come uno dei principali fattori del loro  cambiamento,  regna in genere un silenzio abbastanza sconcertante, rotto da poche eccezioni come il testo curato da Pietro Barcellona, Lavoro. Declino o metamorfosi, Franco Angeli, 2000; sul problema del rapporto tra livelli di istruzione e offerte di lavoro si può vedere  in particolare l’articolo di Marco Deriu, Terzo settore: l’antropologia esistenziale delle nuove generazioni tra precariato e innovazione sociale; interessanti  riflessioni su una possibile fuoriuscita dalle concezioni tradizionali del lavoro a favore dello sviluppo di un maggior impegno “pubblico”  si possono trovare invece in Dominique Méda, Società senza lavoro. Per una nuova filosofia dell’occupazione (1995), Feltrinelli 1997.

 

[xxix] Per approfondimenti sulle riflessioni problematiche sviluppate da  Herbert Marcuse  riguardo al rapporto tra eros, tecnica e dominio o emancipazione sociale, si veda:  Eros e civiltà (1955), Einaudi 1964;  Saggio sulla liberazione. Dall’uomo a una dimensione all’utopia, Einaudi 1969; La dimensione estetica (1977), Mondadori, 1988. Una discussione divenuta ormai un classico sui due  modi principali, tradizionali e quasi antitetici, di approcciarsi al rapporto tra passioni e cambiamento sociale si può trovare in Herbert Marcuse e Karl Popper, Rivoluzione e riforme? (1982), Armando Editore, 2002;  posizioni molto più sfumate, e problematiche, vengono delineate invece   in:  Jon Elster, Il cambiamento sociale, in Come si studia la società (1989), Il Mulino 1993; o Jurgen Habermas, Dopo l’uotpia. Il pensiero critico e il mondo d’oggi, Marsilio editore 1992; o anche in Carlo Donolo, L’intelligenza delle istituzioni, Feltrinelli 1997.