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Il gioco delle tre carte.
Aran: strategie confindustriali nel pubblico impiego

di Grazia Morra
 



Questo articolo è stato pubblicato in La Contraddizione, n. 81, novembre-dicembre 2000;
il testo da cui è stato ricavato è stato discusso in un seminario di lavoro
del Sindacato del personale universitario organizzato (Si.P.U.O., ossia: Sipuò).

L'Aran, l'agenzia di rappresentanza del "datore di lavoro" pubblico in Italia, è diretta da un comitato di cinque membri - nominati dal governo - e ha il compito di far transitare le amministrazioni pubbliche in un contesto di tipo privatistico. Attraverso questo suo strumento - all'apparenza tecnico e neutro, come tutti i poteri dello stato borghese - il padrone pubblico è così in grado di aggirare l'ostacolo del parlamento, le pressioni dei partiti e di evitare che settori della rappresentanza politica intervengano direttamente nelle specifiche decisioni di taglio della spesa, le quali sono poste direttamente sotto il comando dei cosiddetti "poteri forti", in primo luogo della Banca d'Italia. Le regole del gioco sono stabilite nel momento di concertazione informale che avviene tra padronato, governo, segreterie di partito e sindacati confederali, prima del dibattito sulla legge finanziaria e prima che si stabilisca l'entità della spesa da assegnare ai contratti. In assenza di lotte, sono loro a stabilire sia l'entità della torta, sia la percentuale da destinare al salario. A questo punto l'Aran entra in scena, presentandosi come attore che, con limitata autonomia finanziaria, distribuisce fra gli otto comparti del pubblico impiego le risorse dedicate.
Anche i governi degli altri paesi europei si servono di agenzie nazionali per veicolare le direttive del Fmi e dell'Ue in materia di restrizioni della spesa pubblica. Le loro azioni si differenziano in rapporto all'autonomia di cui godono rispetto ai governi, al particolare contesto in cui devono operare e agli ostacoli, o alle resistenze, che incontrano. Sembra non esistere ancora, formalmente, un organismo ufficiale sovranazionale europeo di coordinamento delle agenzie, un supergoverno di manager "pubblici" in grado di forzare le politiche nazionali secondo i principi del cosiddetto New public management, laddove l'adeguamento al mercato proceda con maggiore lentezza.
Le elaborazioni dell'Aran sono a noi in gran parte sconosciute: leggiamo gli articolati contrattuali, ascoltiamo le dichiarazioni dei suoi rappresentanti, ma, ci siamo chiesti: l'agenzia italiana ha un disegno organico, una strategia, per realizzare gli obiettivi definiti dalle politiche internazionali, nella quale inserisce il suo armamentario di tecniche e di propaganda ideologica? La carta che mostra è quella che gioca?

L'asso di fiori, ovvero come l'Aran coltiva il suo giardino
Le notizie che filtrano dall'Agenzia sono quelle ufficiali e si riferiscono a vecchie strategie (inizio anni '90, anche se datate '95-'97) [raccolte in quaderni delle edizioni Franco Angeli]. L'Aran non parla quasi mai direttamente di sé e della situazione italiana - informazioni queste che probabilmente riserva ad altri formati e ad interlocutori più stretti - ma sceglie di parlare per "interposta nazione". Ad esempio osserva quanto di positivo è stato fatto nel Regno Unito e negli altri Paesi europei, lasciando così emergere tracce e riferimenti di una strategia, l'indicazione di quella che, a suo giudizio, è la strada giusta, con tutte le correzioni ed i riadattamenti che il procedere dell'azione di ripresa del comando sulla forza lavoro impone.
Una delle preoccupazione centrali e costanti dell'Aran è di evitare il conflitto e riassorbire nell'orbita neocorporativa della collaborazione di classe tutti i soggetti con i quali entra in rapporto. Non esita infatti a liquidare quelle esperienze europee che non hanno tenuto sufficientemente conto del peso e della presenza dei sindacati, oliando la macchina prima di metterla in moto. Il riferimento è a misure tese a garantire il monopolio del sindacato consociativo, che escludano la possibilità della presenza di altri soggetti organizzati e di azioni di lotta. Una prima specificità italiana, di cui l'Aran fra le righe si vanta, è quella di aver consolidato successi senza conflitti: in Italia le politiche di deregulation e taglio sono state fatte fare quasi tutte ai sindacati, a differenza di altri paesi nei quali non si è capito fino in fondo come ci si poteva servire di questi apparati per avviare la privatizzazione del pubblico impiego. Di conseguenza le altre agenzie nazionali, meno avvedute, si sono trovate di fronte a lotte e resistenze che hanno rallentato il processo.
Sul fronte sindacale, le strategie dichiarate dall'Aran sono: cambiare la struttura della contrattazione collettiva; decentrare la contrattazione, far partecipare il sindacato a molti aspetti della gestione delle amministrazioni, con l'obiettivo di corresponsabilizzarlo nell'attribuzione delle risorse e di evitare i conflitti nel momento in cui dovranno essere fatte scelte più incisive di contenimento della spesa (licenziamenti o esternalizzazioni). Nel centrare la sua attenzione sulla spesa e sul suo contenimento, da attuare attraverso il controllo delle modalità di determinazione dei salari, l'Aran individua alcuni interventi:
- vincolare la crescita dei salari pubblici ai salari privati, particolarmente esposti alla concorrenza internazionale (i salari pubblici, più garantiti, dovranno costituire il freno alla crescita dei salari privati ed essere bassi);
- l'inversione di tendenza verso il basso non deve essere brusca, ma diluita nel tempo;
- per combattere la rigidità dei salari, cioè la certezza di un salario stabile per il lavoratore, introdurre salari legati alla prestazione.
L'Aran sa che l'uso dei salari come strumento di gestione della forza-lavoro e della flessibilità è fondamentale per rimettere in riga i lavoratori pubblici: prima bisogna affamarli e poi flessibilizzarli. Le cinque rigidità che l'Aran si è proposta di combattere, ricercando la collaborazione dei sindacati neocorporativi, sono:

1. rigidità della struttura del salario - lasciare un salario minimo in diminuzione ed aumentare il salario accessorio cottimizzato;

2. rigidità dei sistemi di inquadramento professionale - attacco graduale al sistema delle qualifiche funzionali, fase di confusione e successivo nuovo reinquadramento in declaratorie locali di profilo arricchite, in cambio del medesimo salario;

3. appiattimento dei differenziali salariali - aumentare moltissimo gli stipendi ad alcune categorie, con un forte sventagliamento tra operaio e dirigente, in funzione di divisione del personale e di ripresa del comando gerarchico; prevedere fasce flessibili intermedie e lasciare la massa in posizione di attesa di promozione nel salario minimo, con paga-base in diminuzione;

4. automatismi legati all'anzianità di servizio - sostanzialmente costituiscono l'unica sicurezza di progressione economica; l'Aran, aggredendo nel pubblico l'anzianità di servizio, sembra interessata a flessibilizzare quell'istituto anche nelle grandi aziende del privato;

5. rigidità derivanti dai sistemi di promozione interna - attraverso meccanismi molto privatistici e discrezionali (abolizione del concorso pubblico) che consentano alle amministrazioni la fuga dalle tipiche sanatorie del pubblico impiego e la scelta fiduciaria.

Tra gli aspetti chiave della strategia della flessibilità nel pubblico impiego, l'Aran considera centrale la mobilità interna, che un collega ha con ironia esemplificato nell'immagine del dirigente che entra in ufficio una mattina e dice "tu vai di qua, tu vai di là, preparati la valigia, vedrai che avrai successo". La mobilità, laddove serva ridimensionare il numero degli occupati, può essere utilizzata per distruggere saperi ed esperienze di lavoro, favorire l'introduzione di gerarchie sempre nuove e cambiarle spesso, avviare una selezione fra il personale basata sulla capacità di adattarsi al cambiamento. Non solo, essa contribuisce a rendere arrendevole il dipendente alla volontà dell'amministrazione e lo prepara ad accettare senza discutere successive disposizioni.
Per convincere i dipendenti della pubblica amministrazione di quanto sia utile la privatizzazione, l'Aran mostra un asso con due immagini: i. più il pubblico impiego si privatizza, più sarà efficiente e reattivo verso le esigenze dell'utenza; ii. le attività saranno più efficaci se organizzate sulla base di criteri di mercato.
La formazione dei dirigenti si basa essenzialmente su questi due principi cardine della strategia del New public management, che comporta la trasformazione dello studente in utente e del malato in cliente. Di fronte alle disfunzioni del servizio pubblico, l'asso rischia di apparire vero. Non è raro che ci siano dipendenti che pensano di poter svolgere un ruolo determinante nel risanamento della pubblica amministrazione, cadendo così nella trappola dell'affidamento a manager "tagliatori di teste". Da questa illusione partono le denunce nei confronti di altri lavoratori, il controllo dei ritmi di lavoro all'interno del gruppo o dell'ufficio, l'offerta spontanea di collaborazione. Quando gli effetti di questa politica di taglio dell'occupazione ed uso privatistico della struttura pubblica cominciano a manifestarsi, per i dipendenti coinvolti nella "collaborazione" è ormai troppo tardi e il due di picche prende il posto dell'asso di fiori.

L'asso di quadri, ovvero come l'Aran "aumenta gli stipendi"
Se compito dell'Aran è quello di tagliare la spesa pubblica secondo le direttive che le vengono fornite e con i mezzi più adatti, le tecniche per il "risanamento" devono tener conto della necessità di evitare il conflitto, prevedendo un incremento stipendiale per alcuni lavoratori reperito dalla massa salariale, ridimensionata, disponibile per la totalità dei dipendenti occupati. In particolare si individuano due tecniche intermedie:
- la costruzione di un'élite imprenditoriale svincolata da compiti operativi, un'élite alla quale non siano richieste particolari capacità o competenze se non quelle dell'esecuzione del comando e della sua trasmissione con modalità convincenti;
- gli "indicatori di prestazione", per mettere in concorrenza il pubblico con il privato, un'ottima tecnica per la divisione dei lavoratori. Permette di di aumentare i ritmi, tenere bassa la paga-base, liberando quote di salario cottimizzato. Il lavoratore entra così in competizione con se stesso per superare lo standard dei colleghi del suo gruppo.
Nel Regno Unito, per aumentare gli stipendi ad una dirigenza in grado di operare i tagli con sufficiente pelo sullo stomaco, si fece ricorso a restrizioni sull'occupazione. Si divise il personale attraverso la tecnica della high quality, cioè di un numero limitato di baciati dalla fortuna (soltanto una percentuale fissa degli occupati poteva accedere a determinati istituti del salario di merito). Anche in Italia recenti contratti del pubblico impiego utilizzano la tecnica del numero fisso, per aumentare i salari su base fiduciaria. È così che il quadro del management seleziona il personale più flessibile e fedele e giustifica un incremento stipendiale.
Sempre riprendendo l'esempio inglese, nella prima fase di privatizzazione tutte le amministrazioni pubbliche furono obbligate ad appaltare i servizi ausiliari (nel servizio sanitario le pulizie, le mense e le lavanderie). L'introduzione, nei servizi esternalizzati, di personale con diversi contratti flessibili di lavoro, cioè soggetto al fluttuare delle gare d'appalto e ai rapporti con i padroncini, rese più malleabili i livelli medio-bassi, con scarso potere contrattuale, e consentì ai direttori generali di indebolire i termini generali delle condizioni di impiego.
In Italia si procede in due grandi direzioni. Da una parte si vuole far funzionare l'amministrazione pubblica secondo principi di mercato, come se fosse già del tutto privatizzata: le spese fisse rimangono accollate ai contribuenti, i quali pagano anche i servizi e l'aumento del loro costo secondo prezzi di mercato, mentre la gestione di esercizio, i profitti, vanno al privato. La scelta della privatizzazione di alcuni settori o di interi servizi (elettricità, gas, telefonia, trasporti) è legata alla profittabilità degli stessi. Dall'altra si provoca il "dimagrimento" delle amministrazioni che non saranno interamente privatizzate (scuola, università, sanità), frammentandole e dividendo le parti che saranno usate dal privato, ma pagate dallo stato, da quelle che possono essere vendute o appaltate.
Il meccanismo di quasi mercato dovrebbe produrre la competizione fra i centri di spesa (o centri di costo). La quantità di risorse fornita dallo stato alla singola amministrazione o dall'amministrazione alla singola struttura, dipende dalla capacità dei fornitori di servizi (ogni servizio o più servizi consociati), in competizione fra di loro, di aggiudicarsi gli acquirenti. Nella prima fase viene attribuito a tutte le strutture decentrate, ad esempio ai dipartimenti universitari, un budget virtuale (stipendi, affitto, energia elettrica, telefoni, carta, ecc.) , sul quale possono cominciare ad operare tagli. Successivamente l'attribuzione del budget varia a seconda della capacità della struttura di stare sul mercato e di risparmiare sulle spese fisse, a partire dalle spese per il personale che in genere incidono per l'80-90% sul budget. Nelle scuole e nelle università italiane, al meccanismo è stato dato il nome di "autonomia", per l'esigenza di conciliare una privatizzazione impedita dalla Costituzione con un'autonomia che la Costituzione auspicava.
Secondo l'Aran il meccanismo di quasi mercato è una strategia per il consolidamento della struttura dello stato, che riuscirebbe a mantenere una forte centralizzazione. Il decentramento sul piano operativo ed esecutivo, presentato con una campagna d'immagine connotata positivamente, provoca infatti una crescente centralizzazione strategica e decisionale. Per la ripresa di un forte comando e nella direzione di un progressivo accentramento, si ritiene più conveniente non utilizzare modalità gerarchiche dirette, almeno nella fase intermedia, ma ricorrere a codici etici condivisi , per ogni standard professionale, o a nuove tecniche di controllo e verifica. Molte gerarchie intermedie possono essere eliminate per concentrare l'attenzione della nuova dirigenza su altri processi e controlli.
Sono gli inglesi, negli anni `80, ad introdurre in Europa il ruolo del dirigente generale, del manager pubblico, con contratto a termine e "licenza di uccidere". Nel Regno Unito, con la pratica degli appalti, diminuì il numero complessivo degli occupati nel settore, il cui budget di spesa fu utilizzato per l'in-cremento del numero dei dirigenti, che da 6.000 diventarono 20.000, e delle loro retribuzioni, che aumentarono dell'8,7% all'anno. In Italia ai dirigenti pubblici, assunti con contratto di diritto privato, vengono già corrisposti stipendi tra i 300 e i 400 milioni l'anno, 100-300 milioni è il prezzo medio di una persona in staff dirigenziale, cifra dalla quale partono, a cascata, le richieste di aumenti salariali, o di gettoni di presenza, di chi riveste posizioni importanti nei tagli e nelle ristrutturazioni.
La nuova direzione manageriale utilizza strumenti di cambiamento ampiamente sperimentati negli altri paesi - quelli della flessibilità: contratti a termine, cambiamenti negli orari di lavoro, part-time, interinale, ecc. La misura ottimale per limitare l'incremento generalizzato dei salari è quella dell'introduzione di salari variabili, legati alla prestazione. Il controllo delle retribuzioni è un elemento essenziale della strategia, che può essere così riassunta:
- cancellare le vecchie regole (deregulation); confusione; introdurre nuove regole;
- tagliare;
- decentrare tutte le parti operative, se l'intervento pubblico è significativo;
- decentrare solo le modalità di produzione e di erogazione di un servizio, se lo stato è già snello;
- flessibilizzare il lavoro; fine del concetto di un lavoro per tutte la vita; sviluppare lavori temporanei e a termine: incrementare la mobilità;
- aumentare la produttività, anche coinvolgendo il personale nel problem solving, con premi ed incentivi;
- sviluppare il no-profit;
- ridefinire la missione sul "prodotto";
- avviare la concorrenza.
Per decentrare al massimo i tagli e centralizzare le politiche dei finanziamenti, sono state usate le seguenti tecniche: il sistema del limite di cassa; uno stile più combattivo del "datore di lavoro"; l'opzione tra aumenti retributivi e livelli occupazionali (il budget unico); una parte più attiva della dirigenza nel processo di negoziazione. Il sistema del limite di cassa è stato lo strumento preferito dai governi, perché impediva agli amministratori di pianificare e di ricevere poi finanziamenti aggiuntivi per far fronte ad imprevisti aumenti di salari e di prezzi. È un sistema rigido. Si stanzia la cifra e si chiede ai dirigenti un atteggiamento "responsabile": la dirigenza viene retribuita anche in rapporto al risultato che porta a casa, cioè alla sua capacità di operare tagli sulla spesa, riduzione degli occupati ed intensificazione dei ritmi.
La "parte politica", che ha il comando dell'operazione, può sempre scaricare la responsabilità sul dirigente generale, assunto a termine, con contratto di diritto privato, anche perché possa andare da un'altra parte quando l'aria diventerà pesante. La privatizzazione italiana in molti settori sta seguendo più o meno gli stessi percorsi dei paesi anglosassoni: si creano agenzie (enti, o strutture dotati di "autonomia" di taglio) con vincoli di spesa sempre più pesanti, si reclutano dall'esterno direttori generali con autonomia finanziaria nei limiti di bilancio e con pieni poteri di gestione del personale, all'interno della cornice in disfacimento dei contratti nazionali. Le agenzie si scindono in tante agenzie più piccole. Alcune vengono costrette, per via dei tagli, ad un'organizzazione di tipo commerciale e alla ricerca di finanziamenti esterni. Se diventano appetibili per il privato, finiscono in Borsa e vengono vendute. In caso contrario l'amministra-zione ridotta e frammentata (il cosiddetto "spezzatino") è pronta per i cambiamenti più radicali; tra le poste in gioco dell'operazione sono: far pagare 30 milioni un corso universitario riconosciuto dal mercato, e selezionare così la nuova classe dirigente; alzare il costo per l'accesso alla sanità, alla pensione, alla scuola, ai servizi sociali. Alcune agenzie di serie B e C continueranno a gestire servizi essenziali per i nuovi poveri.
Le agenzie piccole, periferiche, che offrono servizi specialistici, sono candidate alla privatizzazione. Qui vengono sviluppate nuove politiche salariali, politiche innovative sull'organizzazione del lavoro. È qui che si riesce a compromettere maggiormente eventuali residui poteri di forme di rappresentanza collettiva dei lavoratori. Per la privatizzazione classica si segue invece la strada del maquillage, della quotazione in borsa e della vendita dell'azienda insieme al personale.
Nei paesi anglosassoni si è visto da decenni che l'introduzione di personale con diversi contratti flessibili di lavoro, soggetto al fluttuare delle gare di appalto e ai rapporti con i "padroncini", ha reso più malleabili i dipendenti dei livelli medi, ha permesso di eliminare con l'appalto i dipendenti dei livelli bassi e ha indebolito i termini delle condizioni di impiego per le professioni poco richieste dal mercato.
Se per cottimizzare i salari è necessario mettere in discussione i contratti nazionali e le normative generali dell'ex pubblico impiego, i dirigenti non possono che manifestare una profonda ostilità verso le forme di rappresentanza. Il loro obiettivo è quello del rapporto diretto con il singolo lavoratore. I sindacati tradizionali, storicamente, facevano riferimento a due principi generali:

a) comparabilità delle retribuzioni

b) unificazione normativa delle condizioni di impiego.

Ora invece gli aumenti vengono concessi non in base alla comparabilità tra figure professionali, ma con attenzione quasi esclusiva alle disponibilità finanziarie e tenendo conto che una politica di forte sventagliamento salariale deve pescare risorse nelle buste-paga della maggioranza dei lavoratori. La caratteristica dei servizi pubblici era sempre stata quella di avere strutture gerarchiche e burocratiche che erogassero servizi standard ed uniformi, mentre le relazioni sindacali erano centralizzate. I direttori generali garantivano che venissero rispettate le norme nazionali, gli amministratori trasmettevano i dati agli staff professionali che stabilivano il servizio da erogare. Tutto questo modo organizzativo ora salta: si istituisce un nuovo strato dirigente e si punta a limitare i poteri di rappresentanza dei gruppi di interesse (sindacati ed associazioni professionali, cooptati nella dirigenza).
Per scardinare il vecchio modello non resta che avviare, nella fase transitoria, un sistema decentrato di assoluta flessibilità. Parte la campagna ideologica che connota positivamente il termine: flessibile è bello. Il salario base si riduce alla soglia di povertà, mentre l'accessorio è variabile, legato a rapporti fiduciari, a fedeltà personali, alla prestazione individuale. La trappola dell'efficienza mostra il topolino. Ne esce il quadro di una pletora di organizzazioni distinte, i cui dirigenti si occupano quasi esclusivamente del controllo della spesa e delle decisioni sulle scelte finanziarie di taglio, le tradizionali forme di lavoro e la sicurezza dell'occupazione sono in discussione.
Anche il controllo pubblico salta completamente: a supervisionare l'eroga-zione dei servizi viene chiamato personale non eletto, pagato dal medesimo ente che dovrebbe subire il controllo, mentre improbabili Urp (Uffici per le relazioni con il pubblico) si occupano, nella sostanza, di disinnescare eventuali proteste delle utenze o si propongono come luoghi in cui l'utente può andare a denunciare il disservizio che il sistema gli consente di vedere, quello dell'ultima ruota del carro che sta tutto il giorno allo sportello.

... e l'asso di picche? (ovvero come l'Aran taglia il salario)
La lettura delle pubblicazioni dell'Aran è piuttosto istruttiva per capire il giudizio dei manager sulle risposte dei sindacalisti dei vari paesi alle ristrutturazioni. Fra le righe si coglie un mal dissimulato disprezzo. Alcuni posero resistenze alle proposte di decentramento, ma molti pensarono che la nuova situazione - tutta locale - avrebbe comportato benefici per sé e per la loro organizzazione. Particolari rimedi furono adottati per risolvere una contraddizione, quella rappresentata da una possibile alleanza tra sindacati ed apparati dello stato, ad esempio il Tesoro, che veniva espropriato dei propri poteri di controllo e di decisione sui flussi finanziari.
I governi capirono che potevano ottenere gli stessi risultati con l'"olio di vaselina" e consigliarono sistemi di "contrattazione informata", nei quali la comparazione salariale avesse minore influenza. E mentre con lo strumento dei limiti di cassa si vincolavano i salari generali, con la tecnica degli incentivi la propaganda faceva rumore sull'efficienza. Le quote di salario premiale finivano nelle tasche di chi collaborava attivamente alle ristrutturazioni o servivano a trattenere il personale che altrimenti se ne sarebbe andato perché richiesto dal mercato. Se guardiamo all'esperienza anglosassone, i trust, le fondazioni (invenzione della fase intermedia), servirono ad alcuni risparmi e ad avviare una nuova disciplina fra il personale, in attesa che le leggi permettessero di operare più in profondità.
In Italia la soluzione legislativa ha accompagnato tutto il percorso di azione dell'Aran. Il governo conservatore inglese adottò per primo la tecnica della separazione delle attività di indirizzo politico da quelle di gestione amministrativa, per impedire interferenze. Il governo italiano ha fatto di questo principio il cardine della privatizzazione e di una sua legge a "matrioska", il decreto legislativo 29/93 e successive modificazioni e integrazioni, ancora a cantiere aperto, sponsorizzata dai partiti della sinistra e dai sindacati neocorporativi. Si mostrava l'asso della separazione dei poteri come misura di moralizzazione della pubblica amministrazione: i funzionari indifferenti ai bisogni dell'utenza e veloci soltan-to nell'inchinarsi di fronte al ceto politico, avrebbero trovato maggiore autonomia. La realtà è un'altra: la dirigenza, oggi nominata direttamente e senza selezioni dal potere politico, ha perso qualsiasi autonomia ed è sempre più strettamente sottoposta alle dinamiche del centro di comando. In una sola scelta è libera: tagliare la spesa pubblica e i salari, avendo cura di non creare squilibri politici dannosi agli assetti di potere esistenti. Visto dal punto di vista "datoria-le", il modello presenta un grande vantaggio: consente al potere politico di presentare come scelte tecniche o gestionali le decisioni, tutte politiche, di taglio della spesa.
Nel Regno Unito, per ridurre la spesa e restare dentro il budget, i dirigenti ricorsero a politiche di frammentazione: ad esempio, pagare un certo numero di impiegati inferiori e non altri; creare figure professionali a prestazioni miste, decise localmente; appaltare servizi, con il solo scopo di cambiare ritmi e modalità di lavoro fra chi restava dipendente della pubblica amministrazione. Queste politiche sono, nella sostanza, le stesse proposte dall'Aran agli amministratori e alla nuova dirigenza. L'università è senz'altro, da questo punto di vista, ottimo terreno di sperimentazione. Si tratta di un comparto che non verrà privatizzato, ma messo sotto il comando diretto della grande industria, che la userà privatisticamente e ne dirigerà i progetti a spese dei contribuenti.
Il sistema si svilupperà in relazione alle esigenze di ricerca del privato e garantirà una formazione lavorativa ed ideologica ritagliata sugli interessi dell'in-dustria. E in questo settore, luogo in cui il potere baronale ha creato, a tutti i livelli, maggiori opportunismi che in altri, si avviano le "autonomie", precariati di ogni genere e senza limiti, mano libera sulle assunzioni e i passaggi stipendiali, la prima applicazione nel pubblico impiego del lavoro interinale e di altre forme di lavoro "atipico". Qui già esisteva, e ora diviene norma, il rapporto diretto tra "datore di lavoro" docente - dirigente promosso sul campo - e singolo dipendente. Un docente selezionato all'interno della piramide accademica, ora dotato di portafoglio, che ha il potere di scegliere gli assunti, attribuire quote di salario, creare i profili professionali che desidera, con il nulla-osta del direttore amministrativo in posizione subalterna, un consigliere delle tecniche pagato a suon di milioni dall'accademia per spianare la strada, assumersi la responsabilità pubblica delle azioni impopolari e licenziabile in ogni momento.
Il contratto nazionale che l'Aran ha firmato insieme al nuovo "baronato" confindustriale, il cosiddetto comitato di settore, ha tutte le caratteristiche occorrenti per far marciare le ristrutturazioni: applica le tecniche della scuola anglosassone garantendo nel contempo alle gerarchie dei sindacati neocorporativi, governati dal baronato universitario di vari colori e affiliazioni, una collocazione funzionale e stipendiale migliore. La situazione universitaria è particolare, unica nel pubblico impiego: metà del personale è ancora fuori dalla privatizzazione del rapporto di lavoro, mentre l'altra metà, la non docenza, sperimenta sul terreno universitario gli effetti in quel particolare contesto di una ristrutturazione che tra breve colpirà anche larghi settori della docenza.
La deregolazione del Ccnl passa tutto il potere alle cupole accademiche locali, le quali si trovano a decidere se utilizzare i fondi del funzionamento ordinario per aumentare il numero della corporazione, incrementare i loro stipendi con prebende, indennità di carica, mance per i portaborse o per chi si occupa della didattica al loro posto, incentivazioni. Nella rete di familiarità che attraversa questo mondo, le quote da distribuire ad alcuni servitori non docenti fanno parte del conto. Ma l'Aran sa che, alla fine, sarà il privato a far piazza pulita di tutto ciò che non gli interessa.
Nella pubblica amministrazione i possibili rischi negativi per la parte "datoriale", quali slittamenti salariali incontrollati in periferia, lavoro illegale e conseguenti costi di vertenze, incremento di azioni di protesta non ufficiale, sono ora in parte controllati con lo strumento del limite di cassa. Nei paesi anglosassoni, in questa fase, ci furono azioni del governo nei confronti dei dirigenti, che venivano diffidati dal realizzare accordi salariali locali, con possibili effetti a cascata in altre zone. Non a caso l'Aran si prodiga nel proporsi anche come interlocutore locale [sussidiarietà] per i contratti integrativi, qualora le singole amministrazioni si trovassero in difficoltà di fronte a richieste poco arginabili.
A un certo punto l'escamotage in altri paesi fu quello di rendere possibili gli aumenti salariali locali solo se autorizzati dal governo. In Italia tutta una serie di provvedimenti legislativi di tipo finanziario dovrebbero impedire eccessive variazioni, senza necessità di ricorrere a provvedimenti diretti. Il ruolo dei sindacati viene sempre più incorporato nelle strategie manageriali e ridotto a mera consultazione di organizzazioni che hanno subito una profonda trasformazione, anche dal punto di vista economico e patrimoniale: diventa maggiormente remunerativo per i "sindacati" spostare l'attenzione sulla competizione per il reclutamento degli iscritti in relazione alla gestione dei fondi pensione, dei patronati, di loro aziende o cooperative, di affari ormai nell'ordine di migliaia di miliardi legati al business del salario indiretto e differito.
L'Aran, che ha studiato gesuiticamente bene la situazione, dopo averne copiato gli strumenti operativi da altri paesi, è sempre stata attenta alla difesa del monopolio sindacale, alla "consociazione" e, per quanto riguarda il limite di spesa, al budget. Come nel Regno Unito, a un certo punto, si passò all'abolizio-ne dei contratti nazionali (il governo aveva solo l'obbligo di sentire le parti), così in Italia l'Aran va in questa direzione, svuotando la contrattazione nazionale e locale e subordinandola alla condivisione, da parte delle rappresentanze sindacali, dell'obiettivo aziendale di ristrutturazione e di partecipazione alla propaganda ideologica che la veicola.
Nella scuola britannica si fece decidere ai Presidi l'aumento del numero degli alunni per classe, l'utilizzo dei contratti a termine, l'assunzione di personale giovane e l'incremento del pensionamento. Si resero illegali alcune forme di lotta, ad esempio il rifiuto di sostituire i colleghi assenti. Nel Regno Unito le ristrutturazioni della scuola ruotarono attorno ad un nucleo strategico centrale: una gestione locale del sistema, una delega ad altri enti più flessibili per la gestione finanziaria e del personale, una competizione fra scuole favorita dal governo, con quote di finanziamento differenziate. Vennero introdotti obiettivi finanziari e di prestazione, si enfatizzarono le responsabilità verso gli utenti, si stimolò la competitività con forme di mercato. Per quello che sta accadendo nella scuola italiana, non c'è nulla di nuovo sotto il sole, se non il fatto che l'o-perazione, invece di essere condotta dai conservatori britannici, è stata fatta fare ai partiti del centro-sinistra e al sindacato storico.
L'Aran conclude con alcune critiche le sue valutazioni. La più interessante è quella che registra il fallimento delle politiche perché il tentativo di simulare il privato è impossibile: nella pubblica amministrazione non si può, o è molto difficile, misurare la produttività e l'efficienza. Ciò non le impedisce di condire tutti i suoi contratti con forme incentivanti e premiali che dovrebbero misurare la produttività e l'efficienza! Il processo di ristrutturazione continua presenta aspetti di difficile gestione anche dal punto di vista padronale, laddove non ci sia l'intenzione di vendere al privato. Non sfuggono i costi dati dalla progressiva demotivazione dei dipendenti, dalla riduzione della qualità del servizio, dal deterioramento delle prospettive di carriera, all'intensificazione del lavoro, dal-l'insicurezza del posto fisso, alle condizioni sempre più gravi di stress di un numero ampio ed esponenziale di lavoratori.
Le quote di salario cottimizzate, erogate ad alcuni in cambio di una completa sottomissione, sono pagate a caro prezzo dalla totalità dei dipendenti pubblici. Se facciamo i conti, anche coloro che guadagneranno tanto avranno sempre meno del salario che sarebbe loro spettato se cgil-cisl-uil non avessero firmato gli accordi degli ultimi decenni . E mentre i premiati si scannano tra loro per un pezzo di pane e la maggioranza dei lavoratori vede diminuire ogni giorno il suo salario, ... uno scartino di denari prende lentamente il posto dell'asso.

L'asso di cuori: ovvero come l'Aran fa appello al sentimento
Mentre l'Aran presenta a confindustria e governo il prodotto del suo lavoro, i nuovi dirigenti-manager sono all'opera per guadagnarsi la giornata. Certo - lascia intendere l'Aran - se in Europa ci fosse un'organizzazione sovranazionale dei manager pubblici, le decisioni importanti sui salari potrebbero essere omogenee, il governo francese smetterebbe di intervenire nelle scelte e tutto sarebbe più semplice. Adesso il collante vero delle politiche europee sulla pubblica amministrazione è costituito dalla propaganda, di scuola anglosassone, che si suole indicare con il nome di New public management (Npm).
Npm ha un'ampia letteratura ed ha informato di sé la maggior parte delle politiche fin qui descritte. La sua formula è abbastanza semplice e può essere così riassunta:
- separare la politica dalla gestione;
- rafforzare il pieno potere gestionale dei dirigenti;
- scegliere dirigenti provenienti dal privato, più decisi, estranei all'ambiente, capaci di assolvere ai loro compiti al prezzo convenuto;
- gestire per obiettivi;
- controllare più severamente le prestazioni attraverso nuove tecniche;
- correlare le retribuzioni al rendimento;
- frammentare il pubblico per creare lavoratori in concorrenza fra di loro (fornitori);
- distribuire le risorse ai fornitori in base ai risultati di mercato;
- rimodellare i rapporti di pubblico impiego;
- fare un maquillage ai rapporti con l'utenza;
- affidare responsabilità ai livelli bassi, quelli a diretto contatto con l'utenza;
- promuovere unità indipendenti, piccole, che operino con discrezione;
- creare indicatori di successo, che forniscano dati comparati sulle prestazioni.
Si tratta di un modello che, per sua stessa natura, rifiuta istituzioni o procedure pluralistiche, confronti con rappresentanze sindacali o politiche dei lavoratori. È senz'altro un modello autoritario, che accentra su di sé ogni scelta, compresa la disponibilità a premiare singole persone per i vantaggi derivanti dalla competizione.
All'interno di Npm da anni si confrontano due "scuole" di strategia delle risorse umane. I cosiddetti "morbidi" fingono di considerare il dipendente il bene principale, di avere a cuore la sua formazione e lo sviluppo della sua professionalità. L'obiettivo è quello di poterlo sfruttare pienamente con il suo consenso. Questo metodo è utilizzato dal Total quality management. I cosiddetti "rigidi", invece, sono meno ipocriti e hanno una concezione di quelle che oggi vengono chiamate "risorse umane", più direttamente utilitaristica. Pensano al dipendente come ad una macchina che fornisce un prodotto, danno scarso peso alla formazione e controllano i lavoratori apertamente.
Le due scuole hanno anche due linguaggi diversi: i "morbidi" utilizzano toni evangelici, sulla qualità, sulla cultura del cambiamento, sulla riforma della pubblica amministrazione. I dirigenti che usano questo metodo spronano i lavoratori ad intraprendere in modo eccellente la loro nuova "missione", cercano di far leva sul senso di appartenenza ad una squadra o diffondono patetici manifesti d'immagine. Ad esempio il Comune di Bari ha preparato manifesti del tipo: "Mancanza di certezze? Consuma informazione [nell'immagine ci sono bottigliette di ricostituenti con su scritto: informazione: ricostituente dell'impegno civico - ndr], accresce i tuoi interessi, dà forza alla tua opinione", seguono le indicazioni, le modalità di assunzione, gli effetti collaterali. O, ancora: "La vita è amara? Usa cortesia, cortesia dolcificante dell'esistenza", " È un mondo sporco? Scegli legalità. Combatte il degrado, difende la tua libertà" [nell'immagine compare un detersivo liquido, con su scritto legalità, detergente dell'ambiente urbano], "La società va in pezzi? Usa collaborazione" [un tubetto di colla]. I manifesti sono stati distribuiti ai capi dell'Università di Padova, come esempio di propaganda da seguire.
Alcuni dirigenti vedono con scetticismo questa circonvenzione d'incapace propagandata dai "morbidi", ma tutti concordano sul fatto che in alcuni contesti può essere utilizzata con efficacia per esercitare pressioni sul personale e per orientare positivamente i clienti.
A differenza di quanto l'Aran vuol far credere, non siamo in presenza di due scuole di pensiero ma di due tecniche, le quali possono essere usate alternativamente. Ai vecchi tempi si chiamavano la carota ed il bastone. Ed anche l'asso di cuori ... finisce miseramente nell'immondizia.