Fasi, cicli, epoche:
modelli interpretativi dello sviluppo capitalistico
a cura di Maria Turchetto
PRESENTAZIONE
Di fronte al compito di dar conto delle trasformazioni che hanno investito il capitalismo a partire dagli anni '70, alcune analisi, di comune ispirazione marxista ma originariamente diverse per impostazione e punti di vista impiegati, sono alla fine confluite in una definizione di "postfordismo" che si è rapidamente sedimentata in "senso comune" della sinistra. Secondo questa definizione, il postfordismo è una fase del capitalismo che presenta almeno tre caratteristiche nuove, significative a tre diversi livelli: a livello sociale (o di "composizione di classe", per chi ama questo termine), la diminuzione del lavoro vivo impiegato dal capitale (processo che sconvolge tra l'altro i referenti "soggettivi" della conflittualità sociale); a livello in senso lato economico, la "flessibilità", termine impiegato per designare fenomeni molto vari (dall'organizzazione del lavoro informata alle nuove tecniche e ai nuovi layout, ai diversi rapporti tra domanda e offerta improntati al just in time, alle nuove caratteristiche del mercato del lavoro); a livello politico-istituzionale, si parla con insistenza di superamento dello stato-nazione come referente delle politiche di governo dell'economia, in via di sostituzione da parte di organismi sovranazionali (Banca Mondiale, FMI, ecc.).
Sono almeno tre le impostazioni confluite in questo postfordismo oggi in voga, il quale rappresenta dunque una sorta di "compromesso" teorico (di cui individuerei la sigla ufficiale negli Appuntamenti di fine secolo di Ingrao e Rossanda). Compromesso che ha il difetto di non fare i conti teorici e pratici con nessuna delle impostazioni in questione: anzi, fornisce a ciascuna un'ottima scusa per non fare i conti con se stessa, con il proprio passato e soprattutto con il proprio discorso sul presente e sul futuro, vale a dire sul banco di prova delle capacità analitiche e previsionali che è cruciale per ogni teoria. Le tre impostazioni consorziate nel "patto teorico" rappresentato dal discorso corrente sul postfordismo sono a mio avviso le seguenti:
- l'operaismo che vede nel postfordismo una "svolta epocale", e che assegna un ruolo chiave al fenomeno della diminuzione del lavoro vivo (è nota, infatti, l'importanza attribuita da questa corrente di pensiero al marxiani "frammento sulle macchine", in cui Marx afferma che "il furto del tempo di lavoro altrui (...) si presenta come una base miserabile rispetto a una nuova base (...) creata dall'industria stessa" e sembra dedurre dalla crescita del lavoro morto rispetto al lavoro vivo l'esaurimento della legge del valore e dello stesso sistema capitalistico);
- il marxismo ortodosso, impostazione che pensa la storia del capitalismo come una temporalità scandita da fasi, intese come "fasi di sviluppo" in senso proprio - anzi, in senso quasi biologistico - ossia come fasi accrescitive e irreversibili, e che assegna un ruolo chiave al discorso sul superamento dello Stato (le fasi tradizionalmente considerate sono infatti il capitalismo concorrenziale, il capitalismo monopolistico e il capitalismo monopolistico di stato: oggi a questa serie viene aggiunto un capitalismo monopolistico transnazionale, ottenendo così l'immagine di un sistema che va progressivamente allargando la sfera della propria regolazione);
- la scuola della regolazione che ha cercato di sottrarsi alla tradizione "evoluzionistica" marxista definendo il fordismo come un "idealtipo" in cui si coniugano aspetti economici e aspetti istituzionali, e che sottolinea soprattutto la flessibilità come caratteristica della nuova fase (in parte perché, più che costruire analiticamente un nuovo idealtipo relativo al postfordismo, ne deduce la definizione per differenza rispetto al fordismo: così, se l'organizzazione della fabbrica fordista era "rigida", quella postfordista sarà "flessibile"; se la produzione era affidata alla grande impresa centralizzata, ora avremo il decentramento e la fabbrica "snella", se il fordismo assicurava crescita del salario reale e dell'occupazione, dobbiamo aspettarci di qui in avanti diminuzione del lavoro e povertà).
L'impressione è che in queste impostazioni lo sfondo teorico (l'idea di un esaurimento del capitalismo, nel primo caso, l'impostazione evoluzionistica nel secondo, la forza esercitata dall'idealtipo fordista nel terzo) giochi un ruolo di "ostacolo epistemologico" rispetto alle capacità di analizzare i fenomeni attuali. In particolare, i fenomeni che "interessano" - perché confermano lo schema interpretativo - vengono enfatizzati e generalizzati senza eccessivi scrupoli circa la verifica della loro reale portata, effettiva novità e possibile durata.
In alcune analisi si affaccia un approccio diverso, che tende a leggere lo sviluppo capitalistico secondo uno schema che mette in evidenza la "ciclicità" (Arrighi) o la "ricorsività" (La Grassa) di determinati fenomeni più che la loro radicale "epocalità". Arrighi, ad esempio, in Il lungo XX secolo, riprende l'idea Braudeliana di "cicli sistemici di accumulazione" capitalistica, rispetto ai quali le fasi di finanziarizzazione dell'economia, strettamente collegate all'accentuarsi della concorrenza interstatale, rappresentano periodi ricorrenti e caratteristici del trapasso da un ciclo all'altro. L'idea non è dissimile da quella di La Grassa che nei suoi lavori più recenti propone un'interpretazione della dinamica del capitalismo non come successione di stadi di sviluppo, ma come ricorrere di "fasi monocentriche" e "fasi policentriche" e cerca di leggere su questa griglia sia la teoria delle crisi (assegnando la tipologia della "crisi da sovraproduzione" alle fasi monocentriche, quella della "crisi da sproporzione" alle fasi policentriche) sia il diverso strutturarsi del mercato.
Personalmente condivido questo approccio (che - va detto - è non
solo minoritario, ma anche "sgradito" alla sinistra che conta:
il citato libro di Arrighi, testo di serietà e spessore inusuali
di questi tempi, ha ricevuto all'uscita una recensione irritata sul Manifesto
e poi ben poco seguito), ma sento il bisogno di individuare i cicli ponendo
l'accento sulle trasformazioni che investono la produzione più
che sugli aspetti relativi agli equilibri internazionali. Penso in questo
senso che valga la pena di riprendere l'indicazione schumpeteriana relativa
all'individuazione di grandi cicli "tecnologici" comandati dalla
logica dell'"innovazione".
Partendo da una rielaborazione critica del modello schumpeteriano, e distinguendo
tra tecnologie "di punta" e tecnologie "infrastrutturali",
è possibile proporre uno schema che potrebbe dar conto di due
diversi ritmi della dinamica capitalistica, uno "accelerato"
e uno "diffusivo", fornendo una spiegazione diversa da quella
schumpeteriana. In sostanza, avremmo una accumulazione accelerata
nella fase in cui "parte" un settore industriale di punta, e una
successiva dinamica diffusiva legata alla "seguente" creazione
di grandi infrastrutture. Questo doppio ritmo permette di collegare almeno
in parte i cambiamenti tecnologici segnalati dall'impianto schumpeteriano
con le trasformazioni istituzionali messe in luce dalla tradizione marxista.
Il ritmo che ho definito "accelerato" corrisponde infatti a periodi
di forte concorrenza, di innovazione molto spinta e rapida obsolescenza
tecnologica, di alto rischio nell'investimento. Prevale inoltre l'aspetto
- per riprendere l'espressione schumpeteriana - della "distruzione
creatrice": i vecchi settori produttivi entrano in crisi e inizia il
processo della loro sostituzione o dislocazione in aree diverse (verso le
periferie o semiperiferie del mondo capitalistico), ma essi esercitano una
resistenza, un'inerzia che ha un effetto frenante sulla crescita economica.
Viceversa, il ritmo "diffusivo" corrisponde alla fissazione di
standard che rallentano l'innovazione (o comunque l'incanalano su binari
abbastanza obbligati), a processi di trustificazione e monopolizzazione,
a un forte intervento dello stato legato soprattutto alla creazione di infrastrutture,
a una situazione generale di relativa stabilità.