Il libro di Revelli Oltre il Novecento ha suscitato appassionate reazioni e in due mesi le recensioni si sono accumulate in modo impressionante. I commenti sono stati per lo più negativi. Poiché condividiamo nella sostanza tali critiche, ci limiteremo ad aggiungere qualche osservazione sul libro, sulle sue radici culturali e, più in generale, sullo stato attuale della riflessione sulla nostra storia.
Comunismo o stalinismo? - I peccati originali del "comunismo
novecentesco" per l'Autore sono la <<normalità dell'azione
repressiva>>; <<la progressiva e irreversibile riduzione
dei fini ai mezzi>> e <<terzo - forse più grave -
"peccato capitale" (...): l'aver concepito e realizzato la vera
società del lavoro totale, mentre andava promettendo la liberazione>>.
Ora, a parte la stravaganza di affibbiare un giudizio politico, etico, storico
univoco ad un fenomeno estremamente diversificato quale il "comunismo
novecentesco" (espressione brillante e suggestiva, ma forzosamente
vaga) c'è da dire che le accuse di Revelli potrebbero essere indirizzate
con più costrutto, invece, alla componente staliniana di quella storia,
alle sue propaggini ed eredità (in URSS e in tutta l'orbita del "socialismo
reale"). Per stalinismo intendiamo il regime di dittatura instaurato
da Stalin con il terrore, sui resti del partito bolscevico, sulla stessa
frazione stalinista, sullo Stato sovietico e sulla popolazione tutta. Ci
riferiamo al periodo 1936-1953, diciassette anni terribili, ma anche, in
parte, al periodo successivo alla morte di Stalin, in cui il gruppo dirigente
stalinista sopravvissuto non riuscì più a trovare vie
nuove che non fossero l'ammorbidimento tacito e progressivo del sistema.
Mentre sarebbe facile, infatti, difendere i bolscevichi per l'impiego della
forza se dovessimo parlare della guerra civile in Russia (1918-1923) o della
battaglia contro il fascismo o del suo barcamenarsi nella "guerra europea
dei trentanni" (1915-1945), è l'uso staliniano della forza e
della violenza (generalizzato e brutale sia quando era rivolto ai "nemici"
che quando era inferto agli "amici") che è stato - realmente
- "un di più" ingiustificabile e controproducente. Per
il periodo staliniano vale effettivamente quanto dice l'A.: <<carcere,
deportazione, tortura, delazione, campi di concentramento, spie ed aguzzini
- insomma tutto il repertorio dell'"oppressione dell'uomo sull'uomo",
dell'arbitrio e della costrizione contro cui l'identità ideale del
comunismo moderno si era costituita - figurano, tragicamente, come strumenti
normali della sua pratica di governo>>. Forse (forse) la frazione
staliniana, da sola, non sarebbe stata così letale come fu invece
la dittatura personale di Stalin (vedi per esempio la figura e il ruolo
potenziale di Kirov). Senza nulla togliere a molte scelte - in sé
obbligate - dell'epoca staliniana, crediamo che esse si sarebbero potute
realizzare e con tempi e modalità molto diverse.
Anche <<la progressiva e irreversibile riduzione dei fini ai mezzi>>
è qualcosa che rimanda ad un carattere molto tipico (ed esclusivo)
dello stalinismo, ovvero la grande abilità tattica priva di qualsiasi
scrupolo. Lukacs al riguardo spiegava così il metodo di Stalin: <<a
un certo complesso di fatti si reagisce tatticamente così o cosà,
la teoria ha semplicemente la funzione di esporre la rispettiva decisione
tattica, a posteriori, come risultato necessario del metodo marxista-leninista.
In questa maniera l'ideologia non può che trasformarsi nel campo
primario della manipolazione e perde quell'enorme spazio di manovra, quella
contraddittoria variabilità e ineguaglianza che aveva in Marx in
quanto mezzo per "combattere" nei conflitti sorti sul terreno
economico-sociale>> (G. Lukàks, L'uomo e la democrazia,
Lucarini, 1987).
Il terzo "peccato capitale" infine, cioé <<l'aver
concepito e realizzato la vera società del lavoro totale>>,
acquista un qualche senso ed un collegamento con la storia effettiva del
comunismo solo se attribuita all'epoca dello "stalinismo trionfante".
Lenin dovette fronteggiare il problema opposto, la decomposizione dell'apparato
produttivo e la rinascita del vecchio apparato burocratico zarista. I successori
di Stalin furono sempre assillati dal problema della stagnazione dell'apparato
industriale messo su con modalità e tecnologie estensive dal loro
predecessore. Sono fatti ormai acquisiti dagli storici di tutte le tendenze
che si sono occupati dell'URSS.
L'Operaismo rovesciato - Ma da dove proviene quest'accusa un po' stravagante, <<l'aver concepito e realizzato la vera società del lavoro totale>>? La tesi del dominio del lavoro, della centralità della produzione (vedi le pagg. 34-5 e 261-2), non è altro che il nucleo del vecchio operaismo italiano, nato con la rivista Quaderni Rossi negli anni '60, però ribaltato e capovolto di segno. Gli operaisti erano affascinati da una analisi economicista e meccanicistica che proclamava la centralità assoluta della fabbrica e della produzione nell'analisi della società contemporanea e proclamavano la generalizzazione (da parte del capitale) dei metodi e dei valori di fabbrica alla totalità delle relazioni umane esterne alla fabbrica. Le loro analisi mostravano già allora il difetto che oggi molti rimproverano a Oltre il Novecento: alcune tendenze (realmente presenti nella società) venivano prese, isolate dal contesto, assolutizzate e proiettate su tutta la società, nel più totale disprezzo delle sfumature e delle mediazioni. Oggi ritroviamo quel paradigma monomaniacale e rigido nel libro di Revelli, anche se con un significato e un valore ben diverso. È diventato <<il peccato capitale del XX secolo, il luogo genetico del "mostruoso" (...), dell'irresponsabile, (...) dell'incontrollato e dell'eticamente inerte>>, frutto non solo del delirio dell'homo ideologicus, ma piuttosto della <<pratica smodata e incapace di limiti dell'homo faber>>. La visione operaista (deviazione estremistica con l'ossessione della produzione e della fabbrica) è diventata ("con la maturità") una visione antimacchinista, premoderna, metafisica, anticomunista. L'A. ha ribaltato i suoi giudizi di valore, ma continua a pensare che il suo operaismo giovanile fosse il vero comunismo.
È ancora attuale il comunismo? <<Oggi (...) possiamo in qualche modo constatare come l'esperienza vissuta del socialismo reale (...) abbia finito per decostruire, non sappiamo quanto provvisoriamente l'identità stessa del comunismo ideale (...) ponendolo, di fatto, nel campo dei progetti non solo praticamente non realizzabili, ma neppure teoricamente auspicabili>>. Piaccia o no, dice Revelli, il fallimento e l'implosione dei paesi socialisti (e dell'URSS in primo luogo, per il suo valore simbolico) ha consentito al capitale di <<neutralizzare i fondamenti critici dei più radicali oppositori del capitalismo novecentesco>>. Anche se non condividiamo l'ideologia "della vanità degli sforzi umani" che permea Oltre il Novecento, è un fatto, purtroppo, che una cultura comunista che tenacemente sottovaluta il problema del fallimento dei regimi del socialismo reale dell'Est e che non riesce a riflettere su quelle esperienze (mentre sappiamo che da Marx in poi tutto il socialismo rivoluzionario rifletté sui fatti della Comune di Parigi sviscerandoli e sottoponendoli ad uno studio minuzioso per ricavare indicazioni per il futuro) rischia di essere ridotta al rango di cultura marginale e ininfluente. Dobbiamo concordare con Burgio quando dice (il manifesto, 1.03.01): <<O risaliremo la china della dissipazione della nostra intelligenza critica, e sarà dura fatica; o persevereremo nell'irresponsabilità, lasciando che altri continuino a fare la storia (anche la nostra), e a costruire il mondo nel proprio interesse>>.